La Voce del Ribelle. raccolta mensile

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2 La Voce del Ribelle raccolta mensile Dicembre 2013

3 Fondatore: Massimo Fini Direttore Responsabile: Valerio Lo Monaco Capo redattore: Federico Zamboni Redazione: Ferdinando Menconi Art director: Alessio Di Mauro Progetto Grafico: Antal Nagy, Mauro Tancredi La Voce del Ribelle è un mensile della MaxAngelo s.r.l. Via Trionfale 8489, Roma, P.Iva Redazione: Via Trionfale 6415, Roma tel. 06/ , fax 06/ ,

4 Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n 316 del 18 Settembre 2008 Sito internet:

5 Sommario My God, Mr. Letta: c è il rischio dell estremismo (Federico Zamboni, 2 dicembre 2013) Vogliono privatizzare anche Bankitalia (Matteo Mascia, 2 dicembre 2013) Strage di Prato. Ben oltre le vittime (Irene Sabeni, 2 dicembre 2013) La stretta creditizia alimenta l usura. Ovvero: le Banche aiutano gli (altri) strozzini (Irene Sabeni, 3 dicembre 2013) Politica inversamente proporzionale: l opposizione delle strette intese

6 (Marco Managò, 3 dicembre 2013) Siamo tutti dei capri espiatori (Tina Benaglio, 3 dicembre 2013) Il Fiscal Compact è già tra noi (Valerio Lo Monaco, 3 dicembre 2013) Ucraina: guerra civile prossima ventura? (Ferdinando Menconi, 4 dicembre 2013) Rehn bacchetta Letta. Che ora bastonerà gli italiani (Irene Sabeni, 4 dicembre 2013) USA: e tu che sanità puoi permetterti, man? (Federico Zamboni, 4 dicembre 2013) George Soros: Europa: creare una classe operaia Rom

7 (Sebastiano Caputo, 4 dicembre 2013) Napolitano & C.: via subito la Porcellum Gang (Federico Zamboni, 5 dicembre 2013) L'Isee e la guerra tra (finti?) poveri (Alessia Lai, 5 dicembre 2013) Putin va forte, ma l impero USA è sempre lì (Andrea Perrone, 5 dicembre 2013) Trattativa Stato-Mafia: le bombe di Alfano (Irene Sabeni, 6 dicembre 2013) Centrafrica: la guerra di Natale (Francesca Dessì, 6 dicembre 2013) Vai, Angelino: hai pure il quid dell imbonitore (Federico Zamboni, 6 dicembre

8 2013) Imparare a diventare guerrieri. E a riconoscere i nemici (Alessio Mannino, 6 dicembre 2013) Sfiduciati e disoccupati (Irene Sabeni, 9 dicembre 2013) Italia: manca un nuovo mito fondante (Luciano Fuschini, 9 dicembre 2013) PD: quasi 3 milioni di illusi (Federico Zamboni, 9 dicembre 2013) Grillo e l'accusa al giornalismo: e allora? (Alessio Mannino, 10 dicembre 2013) L Islanda contro i poteri forti. Il

9 mutuo lo pagano le banche (Andrea Perrone, 10 dicembre 2013) Italia: la Giustizia distorta di uno Stato criminale (Matteo Mascia, 10 dicembre 2013) Forconi eccetera: ma che zotici, quei manifestanti! (Federico Zamboni, 10 dicembre 2013) Venezuela. Amministrative nel segno di Chávez (Alessia Lai, 11 dicembre 2013) I focolai di protesta: nulla di più, nulla di meno (Federico Zamboni, 11 dicembre 2013) Draghi contro il populismo. Che invece avanza, per fortuna

10 (Irene Sabeni, 11 dicembre 2013) L'etica di "Opus Goldman Sachs Dei" (Irene Sabeni, 12 dicembre 2013) La rivolta dei Forconi o la lotta di classe del terzo millennio (Sebastiano Caputo, 12 dicembre 2013) Forconi, detonatori e ipocrisie (Irene Sabeni, 13 dicembre 2013) WebRadio: dai che ce la facciamo! (La Redazione, 14 dicembre 2013) Natale Ecco a voi Renzie-the- Rebel (Federico Zamboni, 16 dicembre 2013) E allora chiamiamolo Decembrismo (Alessio Mannino, 16 dicembre 2013)

11 Italia da rimandare, secondo Standard & Poor's (Irene Sabeni, 16 dicembre 2013) Israele. Anche lì c è la paura del diverso (Francesca Dessì, 17 dicembre 2013) La minaccia nucleare torna ai confini dell Europa (Ferdinando Menconi, 17 dicembre 2013) Torna l'incubo del primo colpo (Luciano Fuschini, 17 dicembre 2013) Lo Yuan avanza. E la cinesizzazione anche (Valerio Lo Monaco, 18 dicembre 2013) Cile: e ora mantieni le promesse,

12 Presidenta Bachelet (Alessia Lai, 18 dicembre 2013) No alla patata chimica, per ora (Irene Sabeni, 19 dicembre 2013) Rimpiangere l'urss? (Luciano Fuschini, 20 dicembre 2013) Autoindulgenza: il virus che non dà scampo (Federico Zamboni, 20 dicembre 2013) Con tanti auguri da Standard&Poor's (Irene Sabeni, 23 dicembre 2013) Sempre meno lavoro. Sempre meno tutele (Sara Santolini, 24 dicembre 2013) Società liquida, ma in una gabbia d'acciaio

13 (Luciano Fuschini, 27 dicembre 2013) NapolitanOplà: e il SalvaRoma se ne va (Federico Zamboni, 27 dicembre 2013) Lo stato delle cose, in Cina e qui da noi (Luciano Fuschini, 30 dicembre 2013) Fine 2013: panoramiche a gogò, e via così (Federico Zamboni, 30 dicembre 2013) Londra über alles? (Irene Sabeni, 31 dicembre 2013)

14 My God, Mr. Letta: c è il rischio dell estremismo 2 DICEMBRE 2013 Originalità: zero. Esagerazione: dieci (senza lode). Enrico Letta va in visita alla sinagoga di Roma, dove si incontra con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, e prende la palla al balzo per sciorinare una giaculatoria travestita da analisi: prima traccia un quadro a tinte fosche della situazione italiana, dichiarando che «Viviamo un tempo di crisi economica e sociale caratterizzata dalla paura, e dalle

15 spinte all'estremismo, all'odio, all'intolleranza: spinte che in Italia stanno crescendo in modo preoccupante», poi prova a offrire squarci di luce rassicurante srotolando la collana, o la collanina, delle buone intenzioni e degli omaggi accorati, tra la risoluta affermazione che «resisteremo a queste tentazioni che incidono sulla parte più debole del Paese» e l immancabile sviolinata alla Comunità ebraica che «apporta un inestimabile contenuto in un Paese come il nostro che troppo spesso fa in fretta a perdere la memoria mentre deve ricordare di tenere alta la guardia rispetto a ogni forma di discriminazione razzismo e xenofobia». Il resoconto potrebbe anche finire qui, con questo paio di polaroid verbali che si aggiungono all album immenso, e

16 infimo, dei discorsetti di circostanza proferiti da questo o quel politico. Tre quarti di abusate banalità, che tendono a passare inosservate ma che non sono mai del tutto innocue, e un quarto di mistificazione specifica, che è sempre tossica anche in minime dosi. L ancoraggio retorico è ultra collaudato, con l ennesimo riferimento al (cosiddetto) olocausto, e quindi sommamente capzioso: una sorta di citazione dogmatica, quasi fosse tratta dalle Sacre Scritture, che serve ad avvalorare il resto. Detto in maniera colta, si ammanta l attualità, le cui interpretazioni sono di per sé opinabili, con la Storia, o presunta tale, che viceversa si staglia come una verità assoluta. Detto in maniera più spiccia, e romanesca, la si sta a incartà. Si prende la propria merce, che è quella

17 che è, e la si avvolge in qualcosa di più attraente. Magari autorevole. Possibilmente indiscutibile. Enrico Letta, appunto, prende il suo allarme da quattro soldi sull estremismo, che sorvola completamente sulle vere cause della crisi, e sulle conseguenti responsabilità delle classi dirigenti sia in Italia che all estero, e prova a incorniciarlo come se fosse un capolavoro di riflessione: non solo politica, nel senso corrente, e svalutatissimo, del termine, ma addirittura sociologica. Eccolo lì, il problema per eccellenza dei nostri anni. Eccola lì, la quintessenza delle difficoltà nazionali. Il ribaltamento è completo. Il travisamento anche. Ciò che ha gettato e continua a gettare nel disagio e nell ansia milioni e milioni di persone rimaste

18 senza lavoro e quindi senza reddito, oppure con lavori malpagati e variamente precari diventa un dato di fatto su cui non vale più la pena di interrogarsi. Logico, sciocchini. Poiché è accaduto, appartiene al passato. All inevitabile. A ciò da cui dobbiamo ripartire, non già volgendoci indietro in cerca dei colpevoli, che pure sono ancora tutti, o quasi, in circolazione e persino al potere, ma affratellandoci gli uni agli altri in vista di un nuovo e più lieto inizio. Oops: non si dice inizio ; si dice ripresa. Letta (Enrico all anagrafe, Henry per gli amici statunitensi, nonché per gli altri confratelli internazionali di rito bancario) paventa «l estremismo, l odio, l intolleranza». Solo quelli provenienti dal basso, però. Solo quelli che minacciano, o anche solo disturbano, le

19 oligarchie che ci hanno portati alla situazione attuale. Quanto all estremismo finanziario e speculativo, quanto all odio verso i governi, ad esempio latinoamericani, che vi si contrappongono, quanto all intolleranza per chiunque non si prostri davanti al totem del Pil collettivo, e al miraggio dell arricchimento individuale, il solerte Henry non batte ciglio. E i suoi ospiti della sinagoga, c è da supporre, nemmeno. Federico Zamboni

20 Vogliono privatizzare anche Bankitalia 2 DICEMBRE 2013 Nel giro di un paio d'anni la Banca d'italia potrebbe diventare una lontanissima parente di quell'ente pubblico che venne istituito con l incarico di regolare il comparto del credito. Fabrizio Saccomanni, attuale titolare dell'economia ed ex direttore generale della stessa Bankitalia, è riuscito a far inserire nell'ultimo decreto-legge licenziato dal Governo una norma potenzialmente pericolosissima. L'Istituto

21 di via Nazionale sarà completamente privatizzato e le sue azioni saranno distribuite tra i vari soggetti controllati. La proprietà di Bankitalia passerà quindi nelle mani delle società che dovrebbero essere sottoposte alla sua vigilanza. Un capolavoro che poteva riuscire solo al ministro tecnico di un Esecutivo politicamente sempre più debole. «Al fine di assicurare alla Banca d'italia un modello di governance che ne rafforzi l'autonomia e l'indipendenza, nel rispetto dei Trattati Europei, il decreto legge stabilisce nuove norme riguardanti il capitale e gli organi dell'istituto», questo il contenuto del comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. Un capolavoro di mistificazione: la volontà di Letta e dei suoi Ministri non è per niente improntata al perseguimento di una maggiore

22 autonomia ed indipendenza. Al contrario, potranno sedere nei ruoli di vertice di Palazzo Koch e comunque influenzarne fortemente l'operato quegli operatori su cui deve essere fatta ricadere la responsabilità di una sempre maggiore finanziarizzazione dell economia. Parliamo ovviamente di compagnie assicurative e società finanziarie internazionali. Multinazionali cui si potranno affiancare anche i fondi pensione privati. Non è stato posto nessun richiamo alla provenienza degli investitori, tutti gli operatori dell'unione Europea potranno sognare di entrare in uno dei gangli vitali dell'economia nazionale. Le modifiche non sono finite qui. La Banca d'italia verrà autorizzata ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie sino ad un

23 massimo di 7,5 miliardi. La Banca potrà distribuire dividendi annuali per un importo non superiore al 6% del capitale. Ciascun partecipante al capitale non potrà possedere - direttamente o indirettamente - una quota di capitale superiore al 5%. Per favorire il rispetto di tale limite, la Banca d'italia potrà acquistare temporaneamente le quote di partecipazione in possesso di altri soggetti. Un evidente regalo agli istituti in difficoltà, che potranno contare sulla liquidità proveniente da Bankitalia e sulla possibilità di inserire nel patrimonio di vigilanza (una variante ampliata del classico concetto di patrimonio, in cui si aggiungono al capitale sociale e alle riserve anche ulteriori elementi di natura non prettamente patrimoniale, come per

24 esempio i fondi costituiti nell ambito del fondo interbancario di tutela dei depositi) le proprie partecipazioni nell'istituto centrale, con il fine di rafforzare ad un costo irrisorio la propria capitalizzazione. L'operazione è talmente innovativa che persino la tristemente famosa Banca centrale europea avrebbe manifestato diverse perplessità; nodi che, con tutta probabilità, dovrebbero essere sciolti nel giro di una settimana. Figurati se i tecnocrati di Francoforte si faranno sfuggire la possibilità di entrare indisturbati all'interno di Bankitalia. L'unica speranza deve essere riposta nei deputati e nei senatori non appiattiti sull appoggio, esplicito od occulto, al Governo. Solo loro potranno riuscire a disinnescare l'articolato del decreto-legge

25 di Saccomanni e Letta, provvedimento legislativo già pienamente operativo all'interno del nostro ordinamento. Qualcuno dovrà avere il coraggio di evidenziare la sostanziale abrogazione della legge 262 del Disciplina mai attuata completamente che prevedeva comunque la completa pubblicità della nostra autorità di vigilanza sulla finanza e sul credito. «La Banca d'italia è istituto di diritto pubblico», questo il secondo comma dell'articolo 19. Una norma semplice e concisa che non lasciava spazio a chi avrebbe voluto privatizzarla. L'articolo prosegue poi con espressi richiami alla necessità di trasparenza nelle procedure amministrative che con l'assetto voluto dal governo Letta diventerebbero societarie e all'obbligo di motivazione di tutti i provvedimenti

26 emessi dai suoi dirigenti, così come richiesto per qualsiasi altro ente pubblico esistente nel Paese. Una struttura normativa di cui si potrebbe celebrare il funerale da qui a pochi mesi. Un'evenienza da impedire ad ogni costo, soprattutto per chi sogna di riconquistare quella sovranità monetaria sottratta all'italia a colpi di trattati e vertici internazionali. Sarebbe del tutto inutile avere maggior capacità di manovra in campo economico se poi saranno i privati a decidere le regole cui si dovranno richiamare banche e finanziarie. Si aprirebbe in aggiunta il fronte della tutela dei consumatori. Chi assicurerà il pieno rispetto delle normative? Chi vigilerà in materia di anti-usura? Interrogativi a cui si dovrà trovare una risposta entro i prossimi 50 giorni.

27 C'è inoltre un problema di non poco momento. I privati che potranno controllare Bankitalia avranno l'indiretta proprietà delle riserve auree italiane, tonnellate il cui valore è di gran lunga superiore ai 100 miliardi di euro. Un'eredità proveniente dai tempi in cui la moneta era sovrana ed il controllo dell'economia era considerato perno di qualsiasi politica statale. Il Governo italiano si riconferma nemico degli interessi nazionali. Una tendenza ormai ultradecennale, senza distinzione di colore politico. Matteo Mascia

28 Strage di Prato. Ben oltre le vittime 2 DICEMBRE 2013 La tragedia di Prato non è la prima e non sarà l'ultima. Per molti ora sarà facile indicarne la causa nella ricerca ossessiva del profitto a discapito della salute e della vita e dei lavoratori. Sarà ancora più facile mettere sotto accusa la mancanza di controlli da parte delle autorità competenti che avrebbero dovuto aprire più di un occhio su una realtà di degrado ben conosciuta. Che decine di lavoratori cinesi, a volte pure clandestini, fossero letteralmente accatastati in pochi metri quadri a

29 lavorare e a dormire, era una realtà tollerata sulla quale si preferiva tranquillamente sorvolare per non bloccare un meccanismo che ormai da anni va avanti da solo. Non è un mistero infatti che molte aziende di Prato, come altre nella stessa condizione in tutta Italia, producano non solo per il mercato interno e per l'export ma anche come fornitori dei grandi marchi del made in Italy. Di conseguenza, fare eccessivi controlli sul rispetto integrale delle regole scritte in materia di legislazione del lavoro finirebbe per bloccare buona parte del comparto tessile. Lo stesso discorso vale per altri settori produttivi. Una responsabilità che, in una fase di disoccupazione crescente come l'attuale, nessuno vuole assumersi in base alla considerazione: Non vorrete mica che

30 altre decine di migliaia di persone finiscano per strada?. Lo sanno le imprese che continuano a violare le regole. Lo sanno gli stessi sindacati che soltanto in queste occasioni si svegliano e alzano la voce in difesa dei diritti dei lavoratori, che tanto più sono stranieri, quanto più sono sfruttati. Anche se a sfruttarli poi sono i loro stessi connazionali. Lo sanno infine i Vigili del Fuoco, le varie Asl e gli Ispettorati del Lavoro che si possono muovere soltanto in presenza di una precisa denuncia e che finiscono per accodarsi a questo andazzo. Questo è lo scenario generale che è cosa ben differente dalla realtà dell'azienda coinvolta nella strage della fabbrica di Prato, sulla quale le autorità competenti, a disastro avvenuto, dovranno svolgere i dovuti accertamenti. Ma esso serve

31 comunque a spiegare perché si vada avanti ad occhi chiusi sperando che non avvenga ciò che è destinato ad accadere, come a Prato, in conseguenza delle condizioni fatiscenti dei luoghi di lavoro. Dove ci sono impianti elettrici vetusti che non sono in grado di reggere il nuovo e continuo sovraccarico di energia richiesta. È significativo comunque che la strage sia avvenuta in una fabbrica cinese nella quale sono state trasferite le modalità di lavoro tollerate ed incoraggiate in patria dal governo di Pechino. Salari da fame, otto-dieci volte minori di quelli europei ed italiani e condizioni di lavoro al limite dello schiavismo. Due peculiarità che spiegano il boom cinese più di ogni altra cosa. E serve a poco, anzi appare una sorta di presa in giro, sentirsi replicare che anche l'italia del boom dei

32 primi anni sessanta si concretizzò grazie ad una politica di salari bassi ai quali offrirono una compensazione soltanto le lotte dell'autunno Caldo e lo Statuto dei lavoratori del La realtà è oggi ben diversa. La lotta tra poveri di 50 anni fa era uno scontro tra italiani per conquistarsi e mantenersi un lavoro a fronte dell'impossibilità per i sindacati di tutelare adeguatamente i dipendenti. La guerra odierna si svolge al contrario tra poveri per la sopravvivenza. Dove i poveri sono sia gli italiani che gli stranieri, per lo più extracomunitari. Una lotta per la sopravvivenza che spinge ad accettare le condizioni più infime di lavoro e di salario pur di raggranellare qualche euro, avendo come alternativa la disoccupazione permanente. Il modello cinese si sta lentamente

33 imponendo anche in Italia, anzi si è già imposto. Lavora, guadagna quello che ti offriamo, altrimenti vattene. Ed il tragico è che sono gli stessi sindacati, Cisl e Uil in testa, ad avere avallato la nuova realtà, sottoscrivendo la cancellazione dei contratti nazionali di categoria (come alla Fiat) e il passaggio a contratti aziendali basati sugli straordinari e sui premi di produzione. La vera questione è quindi il clima nel quale è potuta maturare la tragedia di Prato. L'idea che il mondo debba essere un unico grande mercato globale sul quale possono essere spostati e ricollocati a piacimento tutti i fattori della produzione. Capitali, materie prime, merci e prodotti finiti. Più ovviamente gli uomini, ormai ridotti a merce. Come gli schiavi.

34 Irene Sabeni

35 La stretta creditizia alimenta l usura. Ovvero: le Banche aiutano gli (altri) strozzini 3 DICEMBRE 2013 Le piccole e medie imprese italiane, penalizzate dalla stretta creditizia delle banche, si trovano costrette a ricorrere agli usurai. È una realtà che non appare sui principali quotidiani nazionali, tutti più o meno legati alle banche da incroci azionari e da rapporti di credito-debito.

36 Ma è una realtà che incrina pesantemente le possibilità di una ripresa economica. In Italia sono infatti le Pmi a rappresentare la struttura portante del nostro sistema industriale. Ma le banche sembrano avere interesse a finanziare soltanto le grandi imprese come la Fiat. Guarda caso, quella che da anni ha avviato un inarrestabile disimpegno produttivo dal nostro Paese, dove resteranno soltanto i marchi di lusso come la Ferrari, la Maserati e le vetture sportive dell Alfa Romeo, destinate ai mercati americano e cinese. Secondo le associazioni che si occupano di contrastare il fenomeno dell usura, circa 2 milioni di piccole imprese si trovano a serio rischio di essere strozzate dagli usurai, con la possibilità di dover chiudere o addirittura di dover

37 cedere l attività che verrebbe inevitabilmente rilevata da prestanome legati alla criminalità organizzata. Non è una novità che molte delle finanziarie che prestano soldi a strozzo siano legate mani e piedi alle varie mafie che hanno abbandonato le regioni del Sud per stabilirsi in pianta stabile da Roma in su, in tutte le regioni del Nord. Si calcola che nel 2013 le denunce presentate siano aumentate del 15%, una cifra non da poco che testimonia del disastro creato da una politica bancaria scellerata. Siamo di fronte al primo e più palpabile effetto di una stretta creditizia che appare immotivata visti i tantissimi soldi che le banche italiane hanno ricevuto sotto forma di presiti triennali dalla Banca Centrale Europea al più che conveniente tasso di interesse dell 1%. Erano prestiti

38 che, almeno a parole, Draghi aveva legato alla necessità di finanziare l economia reale. In altre parole le imprese e le famiglie. In realtà le uniche imprese che sono state finanziate sono stati i grandi gruppi industriali che possono fare pesare sul tavolo delle trattative i propri legami con la politica, e con le stesse banche, e tutte le implicazioni in campo occupazionale. Se chiude la ditta Rossi è un conto, se chiude Mirafiori è un altro. Quei soldi le banche li hanno utilizzati invece, in larghissima parte, per comprare titoli di Stato e legare ancora di più il proprio futuro a quello della stabilità dei conti pubblici, a quella dello spread tra Btp e Bund tedeschi decennali ed, in ultima analisi, alla tenuta dell euro. In questa deriva finanziaria, perché di deriva si

39 tratta, a rimetterci sono state così le piccole e medie aziende costrette a rivolgersi a società finanziarie capaci di imporre tassi di interessi pari fino al 400% annuo. Una scelta quasi obbligata, che rappresenta sempre e comunque l inizio della fine per gli imprenditori finiti nel tritacarne loro malgrado. Il problema non è dato soltanto dalla scarsa e inesistente concessione di credito ma spesso è dato anche dall inattesa richiesta fatta dalle banche alle imprese di rientrare delle proprie esposizioni. Ad esempio, quando un mancato pagamento ha fatto scattare la segnalazione alla centrale rischi, chiudendo di fatto la possibilità di ottenere credito legale. In molti casi il mancato pagamento da parte di una impresa è l effetto del mancato pagamento di una fattura da parte di un

40 cliente. Un effetto domino quindi. Un fenomeno che in questa fase di recessione si sta particolarmente accentuando. Da parte loro, le banche si difendono sostenendo che non possono fare altro, a fronte di un aumento delle sofferenze che sta mandando in rosso i loro bilanci. Secondo i dati ufficiali, banche e finanziarie legali hanno respinto quest anno circa il 45% delle richieste di credito. Questo, prevedono le associazioni anti-usura, dovrebbe spingere il 30% delle imprese interpellate a rivolgersi alle finanziarie degli usurai, in particolare in prossimità delle scadenze fiscali che sono ineludibili. Un quarto almeno delle imprese ha spiegato di essere stata costretta a questo passo estremo (il 30% prevede che dovrà farlo) dalla volontà di non licenziare i dipendenti che, in

41 particolare nei piccoli centri, sono persone con le quali ci si conosce da una vita. Così, si giunge al paradosso, che in realtà non è tale, che sono le stesse banche a trasformarsi nelle prime alleate degli strozzini. Unica consolazione sono i dati che testimoniano del numero degli usurai denunciati e dei patrimoni illeciti sequestrati. Ma è soltanto la punta di un iceberg che la politica prova imbarazzo a vedere. Siamo di fronte ad una realtà invasiva che ormai si è impiantata nelle ricche, o ex ricche, regioni del Nord industriale e che testimonia del fatto che interi patrimoni (imprese ed immobili) si stanno trasferendo dai loro legittimi proprietari nelle tasche della criminalità organizzata. Irene Sabeni

42 Politica inversamente proporzionale: l opposizione delle strette intese 3 DICEMBRE 2013 La maggioranza diminuisce ma è più forte, la minoranza cresce ma è più debole Il 27 novembre scorso, subito dopo il voto di decadenza al Senato per il Cavaliere, il raggiante Enrico Letta ha affermato: «Il governo è più forte di

43 prima, acceleriamo le riforme». Il premier ha rafforzato la propria tesi, sostenendo che la fiducia accordata da 171 senatori alla legge di stabilità «è il miglior incentivo per dare all esecutivo forza, coesione e prospettiva per tutto il 2014». Esiste un Senato compatto dunque, in grado di chiamare al voto per la decadenza tutti gli aventi diritto, compresi i senatori a vita, in genere poco presenti. Una partecipazione così elevata, in controtendenza rispetto all assenteismo delle sedute di tutti i giorni, è auspicabile anche nelle occasioni in cui in ballo ci siano i problemi degli italiani comuni. La decadenza di Berlusconi ha segnato uno spartiacque: tra avversari del Cavaliere (M5s, Pd, Sel, Scelta Civica), chi lo ha sacrificato in nome della poltrona da difendere (Ncd) e i sostenitori

44 irriducibili (Forza Italia). Il paradosso delle nuove intese vede anche una presenza, fra le opposizioni, di partiti come M5s, Sel e Forza Italia; formazioni tra loro in grande astio e non in grado di costituire una struttura di minoranza delle larghe intese come lo è stato per i partiti che hanno sostenuto l esecutivo partecipato di Letta. Il governo di Letta si trova forte non soltanto per i numeri (seppure in calo) che sono dalla sua parte e garantiscono prosperità, non solo per i numi tutelari che lo sostengono (da Washington, passando per Francoforte e per il Quirinale), ma si avvale anche della minoranza davvero eterogenea che lo fronteggia. Tale minoranza, infatti, a cui occorre aggiungere formazioni come la Lega e Fratelli d Italia, è un misto di posizioni

45 politiche diverse e contrastanti fra loro, difficili da poter ricondurre verso un anelito di protesta coesa e condivisa pur di far cadere l esecutivo fantoccio di Letta. Per poter convogliare, infatti, le esigenze di dissenso di Forza Italia, M5s e Sel in contemporanea, deve sussistere davvero una tematica trasversale di spessore notevole. Superata l ennesima questione mediatica e politica legata al Cavaliere (con lieve riduzione di spazio, si spera, nei prossimi giorni), stando alle parole di Letta le carte in tavola cambieranno davvero. In possesso della bacchetta magica, il presidente del Consiglio sta tranquillizzando gli antiberlusconiani e i berlusconiani, proprio con l assicurazione che ora si fa sul serio. Ciò vuol dire che per 7 mesi, dal suo insediamento di fine

46 aprile, ha scherzato, frenando le riforme perché vincolato da quel Pdl così riottoso. Si desume, implicitamente, che il Paese, stando sempre alle ultime dichiarazioni di Letta, abbia perso 7 mesi per poter vedere, con questa nuova maggioranza più salda, il varo delle riforme importanti (una vera beffa). In tal modo, seguendo il suo ragionamento, disoccupati, ragazzi in cerca di prima occupazione, cassaintegrati, pensionati e lavoratori in genere, possono tirare un sospiro di sollievo. Anche i berluscones si facciano una ragione della parziale sconfitta del proprio leader e si sollevino al pensiero delle irrevocabili decisioni o meglio: delle irrevocabili riforme. Ora il Pd e la maggioranza hanno le mani slegate, non più tentennanti nei

47 confronti dello scomodo alleato e quale minoranza può fermare l onda forte delle nuove riforme (a cominciare da quella elettorale, per poi passare a quelle relative al lavoro e alla ripresa economica)? Non ci sono più minoranze in grado di fermare il Pd che governa né scomodi alleati di esecutivo, per cui la ripresa è inevitabile. Il metalinguaggio attuale è grossomodo quello. E ancora: il Pd dimostrerà come le calunnie (queste sì durate davvero 20 anni) sul fatto che la sinistra esista solo in funzione e di luce riflessa al berlusconismo, siano infondate e, avendo la strada spianata, potrà porre fine alla crisi economica, agli sprechi, all evasione fiscale, alla giustizia, alla mancanza di lavoro, alla sicurezza pubblica, al femminicidio. È terminato il cosiddetto

48 ventennio (in realtà, per la poltrona di Palazzo Chigi, occorre detrarre i 16 mesi di Dini, i 53 di Prodi, i 18 di D Alema, i 14 di Amato, i 17 di Monti e i 7 di Letta) che ha paralizzato il Paese, ora si volta davvero. Anche i media si gioveranno della nuova situazione e non saranno più costretti a riempire i loro spazi con le beghe berlusconiane per distrarre, ops, informare l opinione pubblica italiana e potranno, invece, fornire tante informazioni riguardo alla disoccupazione e alle possibili soluzioni. I lavoratori in sciopero e in lotta contro le proprie aziende che delocalizzano all estero, potranno giovare, certamente, di spazi adeguati per le proprie rivendicazioni, non essendoci più bagarre sul Cavaliere. I berluscones stiano tranquilli:

49 digeriscano l impasse (provvisoria) del proprio leader, nel frattempo comincino a bearsi della ripresa economica, sociale, politica e morale dell Italia. Saranno contenti anche i gendarmi d oltreoceano, nel vedere la colonia, ops, la fedele Italia in sicura ripresa? Loro auspicavano la crescita ma manovravano perché non si verificasse, ora è sufficiente un controllo a distanza, meno diretto, contemplando le migliorie di Letta. Questo sulla carta (e sulle tv, e nelle radio, ovviamente) Tutto ciò salvo il minimo intoppo e allora, una telefonata alla troika che, a sua volta, avvertirebbe Napolitano, darebbe il la a un nuovo ribaltone, a nuove maggioranze. Cambiano pelle insomma. Sulla nostra.

50 Marco Managò

51 Siamo tutti dei capri espiatori 3 DICEMBRE 2013 Il 19 settembre scorso la Camera dei Deputati approva la legge antiomofobia. È ancora in forse se passerà in Senato. Sicuramente, intanto, la normativa ha già scatenato numerose polemiche e parecchie proteste. E non poteva essere che così. Dal momento che, se guardiamo il testo attraverso i suoi sub-emendamenti, dobbiamo prendere atto che, oramai, siamo tutti dei capri espiatori. Lo notiamo immediatamente, ad esempio, se leggiamo l emendamento Gitti, il quale recita: «Ai sensi della

52 presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee [ ] assunte all interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto, relative all attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni». Il che vuol dire, in pratica, che qualora un uomo politico desse dell orangutan a una ministra di colore (come infatti è successo), egli potrebbe sempre giustificarsi dicendo che quel titolo è «assunto dalla natura politica» del suo dire o, addirittura, sostenere che la sua sortita altro non è che

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