La fotografia sul retro di copertina è di Elisabetta Del Medico

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1 E domani

2 La fotografia sul retro di copertina è di Elisabetta Del Medico MARCO SERRA TARANTOLA EDITORE Corso Zanardelli, Brescia - Tel Ogni riferimento a fatti e persone della vita reale è puramente casuale ISBN Tutti i diritti riservati Il committente esonera espressamente l'editore da ogni e qualsiasi responsabilità discendente dagli scritti contenuti nel libro garantendo di tenerlo indenne da qualsiasi azione e danno che potrebbe a lui derivare per la pubblicazione del libro

3 Anna Lussignoli e domani Marco Serra Tarantola Editore

4 Alla mia cara Miriam

5 La viaggiatrice Corpi diafani senza contorni muovevano le impressioni di Veronica. Piano si rompeva il silenzio ad ogni fermata. Qualcuno saliva. Qualcuno scendeva. Billie salì alla fermata di mezzo. Quella in cui è troppo tardi per tornare indietro. Troppo presto per sentirsi arrivati. Lontani da ogni meta. I loro cenci facevano da scudo l un l altro. Il punto di non ritorno delle percezioni era già sorpassato. I corpi di quella gente si scontravano. Si toccavano. C era ribrezzo nei loro visi. Troppi colori, troppi dialetti mescolati. Veronica era seduta e pensava. Intanto il paesaggio cangiava le prospettive. Si cascava in basso. Si risaliva. Ed era una relazione lunga ed incomprensibile quel viaggio. Una simbiosi di tratti e ricordi. Le immagini della gente di questo tempo. Di tutti i tempi. Bisognava cogliere il taglio giusto. Educarsi al battere d ali delle farfalle. Cercare di non calpestare le formiche. Fondersi con la natura. Con la sua vita. Con la propria. Veronica guardava fuori dal finestrino, mentre il bus traballante la portava a San Francisco. Il corpo bianco e fragile si cibava dei fruscii che scorrevano dietro al vetro. Spazi rossi e ramati, terrosi e sconfinati sfumavano in lontananza senza che anima viva li abitasse, senza voci. Tutto esisteva intorno al bus. Tutto senza rumori. Il tramonto rincorreva il volo degli uccelli e si appoggiava sul profilo dentato dell orizzonte. Veronica non sapeva quale forza la cullasse in giro per il mondo. Erano anni che non si fermava. Anni che andava a caccia dei segreti sinceri della gente. Anni che attraversava stazioni di pelle umana e porti fatti di fantasia. Anni che s interessava ai nei delle persone negli aeroporti e che comprava biglietti di sola andata verso la luna, per vendetta contro la pesantezza della terra Anni che come il fuoco sollevava le sue fiamme verso l alto. 5

6 Veronica aveva cambiato diverse città. Si era indurita nelle metropoli e si era ammorbidita nei villaggi. Aveva cacciato, perseguitato i suoi sogni per sentirsi nuova sempre. Aveva ricercato la bellezza delle cose, guardato attraverso i buchi dei propri occhi l anima degli altri. Gli stessi occhi con cui ora intravedeva il suo profilo argentato nello specchietto retrovisore. Era come un onda falsata. Irreale e priva di proporzioni. Non riusciva a vedersi bene. Lo specchio dispettoso ingoiava la sua immagine. Catturava i suoi io concedendole solo un riflesso genziano soffuso. Veronica allungava le gambe davanti a sé, ma solo un po perché lo spazio era esiguo. Alcuni ragazzini come punti impazziti di un videogame giocavano alla sua destra. Due bambini urlavano e reclamavano il loro posto. Tutti erano pigiati sul quel vecchio trabiccolo diretto alla culla della beat generation: San Francisco. Veronica si nascondeva in larghi vestiti e alcune cicatrici le stravolgevano il cuore. Ripensava alla sua semplice vita nella sua semplice città. Ripensava alle sue scelte, agli aut aut, alle sue leggerezze e si chiedeva che cosa la spingesse ancora alla ricerca teoretica di se stessa lungo una strada polverosa dentro le lande aranciate californiane. La medesima ricerca che era iniziata in una stretta stanza di provincia, quando s interrogava sul perché avesse la sconcertante sensazione che qualcosa in questa vita non andasse. Salvo poi ascoltare, però, gli Smith e perdersi nell azzurro dei giorni estivi con un attimo di gioia nel cuore. Correva a piedi nudi quando gli altri portavano le scarpe. Si librava, dentro una schiumosa bolla di sapone, s impegnava a scoprire la linea che la separava dal vedere il mondo illuminato, rispetto al punto di rottura dove tutto è spezzato: odori, suoni, luci. Billie era accanto a lei e non faceva che studiarla per vederla, guardarla, capirla. Che cosa c era dietro quella maglia spiegazzata? Quale mondo si celava nei suoi letti disfatti e nella consapevole lontananza dalle meschinità? Cosa era quell essere ribelle? 6

7 Veronica era folle, indubbiamente, dietro gli occhiali spessi, però, non aveva mai venduto l anima. Il suo corpo, quello forse sì, l aveva venduto. Il corpo non era importante, era solo un appendice. Uno strumento che lei aveva deciso di usare in molti modi: per il piacere e per il dolore. Aveva voglia di consumarlo, anche su quel mezzo scassato che la stava portando verso nuove mete, nuovi viaggi, nuove vite da indagare. E intanto il filo dei pensieri di Veronica si snodava come un treno in corsa: Oggi vorrei andare lontano. Sì proprio oggi. Vorrei prendere il primo volo disponibile e lasciarmi tutto il vento alle spalle. Vorrei arrivare lassù in alto, guardare rimpicciolirsi la mia città e lasciarmi andare verso un nuovo mondo, fatto di culture che si incrociano e di dialetti che si arrampicano l uno sull altro. In verità ancora non saprei dove andare. Non ho viaggiato molto, ma nemmeno troppo poco per non sapere che una volta arrivata, qualunque sia la meta, si può imparare qualcosa. Bisognerebbe che tutti lasciassero il proprio Paese almeno una volta. Fosse solo per vedere l alba su un lato del mondo opposto al nostro. Un briciolo di mondo nuovo per me lo vorrei oggi. Provare l emozione di una stretta di mano con una nuova superficie, con una nuova sfaccettatura di vita. Non dimentico comunque che ogni angolo di realtà è importante, come quando cammino ad Agosto per le strade della mia città addormentata dal sole caldo, che impone di nascondersi dietro le tende nelle case appoggiate sulle vie del centro. Se si cammina piano si possono sentire i rumori delle televisioni accese nei salotti. Qualche suono a ricordare che l anima di una città non si spegne mai, nemmeno quando il deserto estivo porta tutti nelle affollate località turistiche. Oggi vorrei andare lontano dove la terra è polverosa e dorata, dove c è tanto da scoprire, dove non importa più da dove vengo, ma conta solo dove andrò. Oggi vorrei andare lontano, vicino ad un oceano azzurro che s infrange 7

8 sui miei sogni, sui miei desideri. Sì, oggi lontano andrei volentieri per capirne un po di più, per vedere un po di più di questo mio mondo. Per non rimanere sempre incollata alle mie tradizioni, ma per assaggiarne di nuove. Per mangiare un cibo diverso, mentre ascolto il suono delle milioni di vite che ancora non conosco, che mi stanno aspettando per spiegarmi l etimo di una parola nella loro lingua, per farmi provare una tradizione religiosa che non ho mai sentito prima. Potrei incrociare lo sguardo di un altra cultura, un altra educazione e lasciarmi sedurre dagli occhi imbronciati del pezzo di cielo che ancora mi manca. Oggi vorrei andare lontano, accartocciare questa piccola città nella pallina dei ricordi che mi appartengono, che verranno sempre con me anche quando rotolerò su suoni diversi. Il ricordo di me stessa verrà via con il corpo, ma soprattutto con il mio spirito e sarà lì, quando la mia immagine rispecchierà odori impregnati di sconosciuto e di nuovo. Certo che i ricordi verranno con me in giro per il mondo, per non farmi dimenticare da dove vengo, per permettere agli occhi di vedere bene attraverso la mia esperienza, l esperienza degli altri. Oggi vorrei andare lontano, portando con me tutti i tramonti che mi attendono lì, dall altra parte del mondo, sulle lastre ghiacciate di tutto quello che non ho visto mai e potrebbe scivolarmi via, ancora prima di avere avuto il tempo, ancora prima di avere avuto il coraggio o forse, ancora prima di avere avuto il desiderio di afferrarlo e farlo mio. Oggi vorrei andare lontano, modulare le prospettive. Volare dove i tratti e i colori si mescolano sulla tela irregolare di orizzonti appena accennati, per poi esplodere dentro diversi esseri umani che s incontrano, si stringono la mano e imparano il valore della diversità. Oggi andrò all aeroporto. Solleverò le mie fiamme verso l alto per incontrare nuove terre, nuovi profili, nuove aspettative. Prenderò un aereo, un autobus, un auto, me stessa e andrò lontano, molto lontano. Proverò a conoscere gli altri, a imparare gli altri e allora, forse solo allora potrò provare a curare alcuni tra i più grandi difetti del mondo: l incapacità di sognare e di tenere sempre aperta la mente. 8

9 Veronica non capiva fino in fondo perché fosse nata con quel difetto: la voglia di sognare e di tenere aperta la mente. Desiderava sempre scardinare le regole che stavano sospese sopra di lei o forse era lei sospesa sopra le stesse? Aveva voglia di vagabondare in un mondo a colori. C era, però, un prezzo da pagare. Ci voleva coraggio. Ce ne voleva tanto per essere figlia di una preghiera chiamata libertà, per accettarne la narrazione e rendersi schiava del nihil che spesso ne è epilogo. Ci voleva coraggio per non sciupare i giorni dimenticandosi di sorridere, per guardare le fette di luna e le ombre ripiegate all alba. Era necessaria molta forza per seguire le orme che il mare ogni poco cancella. Billie questo non lo capiva. Che cosa muoveva le attese di lei? Lei era fatta di felicità impossibili, ma da vivere, di scatole vuote e di particolari che si perdevano nelle bambole con cui ancora giocava. Ella stessa era la sua bambola preferita, soprattutto quando si metteva su un bus per San Francisco con accanto Billie. Billie, da uomo disattento quale era, perdeva i silenzi nelle conchiglie ai margini del viso di Veronica. Lui e lei erano una crisi del mondo, erano il pezzo che non s incastrava nel puzzle perfetto, gli outsiders, il peccato, l errore. Eppure lui le pettinava la testa mentre lei trascinava appresso a sè desideri leggeri. Disegnavano i contorni delle loro mani come i bambini che teneramente provano a riprodurre le cose, forse perché credono che rendendole statiche le capiranno, ma niente è statico. Billie e Veronica avevano voglia di meravigliarsi, di immaginare nonostante il tempo che passa, avevano voglia di andare all origine della sensibilità. Desideravano scavare nelle percezioni. Per questo Billie trasformò in regalo un idea. Aveva donato a Veronica un sogno: una piccola fata dai lunghi capelli biondi sarebbe andata a trovare Veronica 9

10 ogni notte di luna piena. Una piccola fata nata da abili mani nella terra che nessuno conosce. Una fata dagli occhi di vetro e dal viso smaltato l avrebbe condotta dove lui non era capace, dove il suo limite lo bloccava. L avrebbe portata dove la vita ed il tempo erano pieni di lei. Le vecchie leggende raccontano di elfi, gnomi, di streghe, di maghi, principesse e regni incantati. Noi non abbiamo mai tempo di ricordarlo sotto il peso opprimente di orologi, sveglie ed agende di appuntamenti. È in questo modo che ci allontaniamo dai nostri sogni. Studiamo, lavoriamo, amiamo, o fingiamo di farlo, e perdiamo la voglia di scoprire la strada, di prendere ancora una volta un bus sconosciuto. Abbiamo paura, ma soprattutto abbiamo poca memoria. Diventiamo adulti e scendiamo sulla terra. Non prendiamo più treni, non inseguiamo più le nebbie dell alcool in un bar o, se lo facciamo, è per le ragioni sbagliate. Diventiamo adulti. Diventare adulti significa, però, diventare uomini? La fatina di Veronica custodiva i suoi sogni in fondo al cuore, mentre le pietre rendevano dissestata la strada ed il bus saltellava su tutte le buche. Billie non era come Veronica, però sapeva fare altre cose. Sapeva stringere gli occhi senza chiuderli del tutto, soltanto leggermente. Sapeva cogliere il punto luce nelle corse di Veronica. Il loro viaggio era come una trottola che gira e gira e gira Una trottola fabbricata a mano in qualche solaio o bottega di paese all ombra di un era medioevale qualche centinaio d anni fa. Eppure già le mani dell artista avevano visto il suo prezioso equilibrio. Quale legge fisica poteva spiegare davvero questo fenomeno? Così, esattamente come una trottola, Veronica e Billie ricercavano un equilibrio a metà tra il sogno e la realtà, tra la terra ed il cielo. E mentre la trottola continuava a piroettare in circolo il giorno si dissolveva nel tramonto e la mano di Billie danzava con quella di 10

11 Veronica. Perché Billie e Veronica erano una cosa delicata, lontana dagli occhi indiscreti del mondo. Billie esisteva accanto a Veronica, mentre i loro sguardi trasparenti si perdevano nel frastagliato orizzonte lontano. 11

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13 PRIMA PARTE

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15 I Nello specchio guardavo un immagine che rifletteva le prime rughe, i segni di un età che non mi ero quasi accorta di vivere. Fuori dalla finestra alcuni bambini giocavano beffandosi l un l altro, grazie alla loro carne giovane e morbida ridevano, ma non intenzionalmente, anche di me e della mia pelle invecchiata. Avevo sempre pensato di poter dire tante cose, ma soprattutto credevo che a qualcuno interessasse. Questo rivelava un grande errore di concetto, infatti chiusa nella mia stanza non vi era alcuna telecamera del mondo pronta a cogliere l innata perspicacia, né l abilità nel ricercare sinonimi che mi contraddistingueva. Una leggera penombra avvolgeva la mia tesi di laurea insieme ai tentativi di capire qualcosa di più sulla vita e sull amore, tentativi sempre improduttivi di soluzione alcuna. Cercavo di risolvere problemi leggendo valanghe di libri, partecipando a circoli intellettuali d ultima generazione, comprando collane enciclopediche su vari temi che uscivano ogni lunedì con il giornale. In realtà riempivo scaffali di sapere che non interiorizzavo e che altro non faceva che impolverare ancora di più la mia intelligenza. Giulia, la mia migliore amica, non si lasciava ossessionare dalle soluzioni stampate, lei preferiva il cammino per arrivare all obiettivo, la strada le piaceva più del traguardo e una volta arrivata alla meta non ci trovava nulla di così interessante. Per questo non collezionava 15

16 enciclopedie, non leggeva qualsiasi cosa, ma sceglieva solo gli autori giusti. Non andava a tutte le mostre, ma amava l arte conforme al suo percorso, alla sua formazione. Giulia, estremamente elevata intellettualmente, era cinica, ma pur terribilmente affascinante: aveva tutto ciò che a me era sempre mancato: coraggio, carisma e anche un pizzico di bellezza, o forse fascino. Da bambine giocavamo insieme nel cortile vicino a casa, mentre il sole risplendeva sulla pelle e i cuori inconsapevoli del futuro si avvinghiavano a quanto di più caro potesse esistere: il mio topo di peluche bianco e la sua bambola bionda senza un occhio. Ben diverse dalle due quasi donne con ruoli impacchettati nelle scatole della vita, che si cercavano per bere un caffè oggi. Lei si era sistemata con un impiego, ben retribuito - a quanto affermava - in un piccolo comune vicino a casa. Io insegnavo in un liceo in città. Ci telefonavamo spesso, ci coccolavamo e messaggiavamo (che vocaboli può creare l evoluzione moderna: messaggiare???) Pronto sono Giulia La sicurezza della sua voce mi placava lo spirito, dopo il piccolo sussulto che il mio cuore involontariamente faceva ad ogni squillo del telefono, per il timore e il desiderio di essere cercata. Per la generazione nata sul finire degli anni 70 un cellulare che s illumina è la soluzione al senso di solitudine e disagio grazie ai i nuovi modi di comunicare: :-;.! ;o) xxx tvb1kdb rx : immediati ed efficaci simboli per riempire un emozione. Un cellulare che s illumina può lenire la confusione e aiutare ad inserirsi nel nuovo mondo caratterizzato da un linguaggio che è sempre più veloce ed incomprensibile. Un mondo dove si parla in fretta, ma purtroppo si pensa anche molto in fretta. Ciao Giuly, come stai? 16

17 Risposte rituali a domande rituali. La tribù dei cellulare-dipendenti è telegrafica.... Quasi bene. Bene è una parola troppo grande per me Ci vediamo stasera? Si stasera. Certo che ci saremmo viste la sera, non dovevo occuparmi del Pil nazionale, né di sanare il debito pubblico, non ero una pop star che avrebbe tenuto un concerto indimenticabile a Milano o Roma. Ero decisamente ed infelicemente libera. Presagivo una serata intrisa di confidenze e pettegolezzi ormai noti. Cambiavano i nomi, ma le situazioni che ci raccontavamo erano sempre le stesse da anni. Dovevo uscire dalla stanza, fuori era quasi buio e l aria profumava di ghiaccio. L Italia in quel periodo dell anno era un po malinconica, anche se i turisti che invadevano le vie delle città d arte, come Roma e Venezia, nei weekend non avrebbero condiviso il mio pensiero. Le strade riflettevano i presagi dell inverno e forse l umore dei passanti, che in autunno guardano sempre in basso e, confusi dai loro pensieri, distolgono l attenzione dalla luna pallida. Lei, ignara delle umane piccole preoccupazioni, irriverente osserva la Terra e, forse, qualche volta sorride delle sue imperfezioni. Attraversate le poche strade che separavano i nostri appartamenti, bussai alla porta scrostata di Giulia. Mi aprì. I capelli scoordinati, riccioluti e gli occhi profondi. Dietro di lei la passione di una rosa in un vaso, appoggiato sulla cassettiera, un po datata, regalatela da sua madre. Il mobile era formato da una struttura in legno con un coperchio di cristallo trasparente sotto il quale c erano infilati i momenti della vita di Giulia: una foto di quando aveva tredici anni e scorreva l asfalto sui pattini a rotelle (quelli a quattro ruote della Fischer Price non certo gli ultramoderni Rollerblade), una di quando eravamo state a Mykonos per le vacanze della maturità, sorridevamo sull abbronzatura che s infilava dentro i costumi colorati di un estate 17

18 lontana in cui, raggiunto il diploma, pensavamo che tutto sarebbe stato solo spensieratezza, libertà, felicità. C era anche la foto di lei con Luca quando per la prima volta aveva dormito da lui, quando per la prima volta a 25 anni aveva permesso ad un uomo di entrarle nel cuore e nel letto, quando finalmente aveva spalancato le porte ad un alternativa al caffellatte consumato in solitudine la domenica mattina. Era un viso disteso, incorniciato da un pendaglio al collo con incisa in oro bianco una G. Era il viso di quando si era appena svegliata nel letto con Luca e aveva perso le ore a giocare con lui prima di alzarsi, impedendo a qualsiasi evento esterno, estraneo di uccidere l amore. In quell immagine, leggermente meno nitida ai bordi, il suo sorriso non era stato ancora cancellato dal tempo seguito alla disillusione per Luca. Luca ancora non l aveva guardata negli occhi dritta dritta dicendole: Non mi interessa assolutamente più niente di te. Sto uscendo con un altra e mi piace. Fattene una ragione. Mettici una pietra sopra. Dimentica. Io non ci penso quasi più. Perdonami, ma la nostra storia mi prosciuga ormai ed io non ne ho più bisogno. Luca ancora queste cose non gliele aveva dette, quando lei tra le lacrime gli sussurrava: Come fai a dire che non ti manco, che non t importa nulla, che stai meglio così. Tutto quello che mi hai detto allora forse non era vero, perché se lo fosse stato come può essere finito? Come puoi guardarmi quando ti passo davanti e non desiderarmi ancora? Perché tutto finisce qui? Le fotografie non portavano il segno di quella disgrazia: la disgrazia di non crederci più, il male di capire che purtroppo tutte le storie hanno una trama, ma soprattutto un epilogo. Nella foto Giulia mostrava un viso disteso e lucido, lontano dalla porzione di noia e disattenzione riservate ad ognuno di noi. Sopra a quei momenti del prima intrappolati sulla carta c era un vetro di cristallo che isolava il passato dal presente e costituiva la parte superiore della cassettiera. Appoggiato sopra le foto un vaso di 18

19 vetro lavorato conteneva la rosa rossa che andava essiccandosi. Nessuno degli uomini da lei amati gliene aveva mai regalata una, tuttavia adorava questo fiore e nella sua casa ce n era sempre almeno una, magnetica e seducente, quasi come se stesse aspettando di essere ammirata dal primo sconosciuto, che volendo avere il cuore di Giulia si sentisse un po in competizione con il misterioso donatore del fiore. Sotto i riccioli neri che le cascavano dispettosi sulle spalle, un pigiama corto infantile la copriva, mentre gli occhioni ambrati sgranavano il suo disincanto. Strizzò le palpebre. Disse di andare in cucina. Doveva parlarmi. Ci sedemmo, lei giocava con la mia borsa, poi piegò le ciglia e iniziò: Mia zia ha una casa a Los Angeles ed io ho voglia di cominciare una nuova vita, soprattutto da quando Luca mi ha lasciata. La casa sarebbe gratis Stasera volevo chiederti tu che ne avresti pensato di partire con me. So che qui non sei davvero soddisfatta, che il lavoro ti piace, ma i ragazzi non ti ascoltano mai e poi lo stipendio è quello che è Dici sempre di annoiarti. Ero senza parole. Quante volte nella vita mi sarebbe piaciuto viaggiare, andarmene lontano in un posto senza nome, in un tempo indefinito sospeso tra realtà e fantasia. Quante volte avevo desiderato vederlo un po il mondo. Avevo l occasione di fare la valigia e di lasciarmi tutto alle spalle: la mia piccola città, la scuola e gli occhi disinteressati dei miei alunni, una famiglia confusionaria con due sorelle e un fratello più piccoli di me. Non ero mai vissuta da sola, non mi ero mai dovuta occupare di riordinare casa, né di fare la spesa. Un supermercato quasi non sapevo come fosse fatto. E ora? Ora avevo una strada davanti a cui non avevo mai pensato. Giulia, ma sei sicura? Io dovrò licenziarmi, e poi ci sono i miei genitori, sai sono sempre stati piuttosto apprensivi. Come la prenderanno? La California è dall altra parte del mondo. E poi quanto tempo 19

20 dovremmo stare via? Per sempre? Lei appoggiò dolcemente il mento sul tavolo e sorrise divertita: Non esiste il per sempre e possiamo tornare tra un mese, tra un anno, comunque prima di per sempre. C era anche il problema del mio inglese per nulla fluente, della mia scarsa abilità di adattamento, della mia incapacità di arrangiarmi da sola. Cos era però questo rispetto a posti che ancora non conoscevo, a persone che non credevano disegnata la mia presenza nella loro vita? Come l impeto di un uragano, la mia voce disse: Quando? Mi stupii di averlo detto, non era da me. Persona piuttosto banale che leggeva le sue verità nei libri stampati, che cercava le risposte in una canzone degli Smith. Non mi distinguevo di certo grazie al mio aspetto ordinario, né avevo mai fatto nulla per modificarmi, forse perché le scomodità delle belle non mi calzavano. Tacchi alti e seduzione mi avrebbero reso solo più goffa di quanto già non fossi. Allora, però, le cose sarebbero potute cambiare. La mediocrità della mia vita avrebbe potuto abbandonarmi e con lei anche le insicurezze legate alla voce tremante e alle gambe imperfette. Le mie gambe certo non parlavano quando si muovevano 1. Giulia non aveva bisogno di viaggi e avventure. Lei era capace di risolvere tutto tra le quattro mura della sua casa. Sapeva chi chiamare, chi l avrebbe portata fuori a cena, quale libro leggere e abbandonare sul letto, quale incisione tatuarsi sul cuore e quale sfregio dimenticare e superare. Ma io Io avevo un cellulare che s illuminava raramente, su due mani al massimo stavano quelli che avevano il mio numero e una mano era occupata dalla mia famiglia. Il venerdì sera lo passavo quasi sempre davanti al televisore e il sabato non era altro che un giorno qualunque. Io sì che dovevo andare. Quando partiamo? 1 Kundera: amori ridicoli. 20

21 Molto presto, anche tra qualche settimana. Mi sentivo volare al di sopra di un filo fatto di aspettative e dolci illusioni. Con passi lenti e sguardo sognante mi avviai verso la porta e uscii di casa. Le luci della notte non mi parevano ostili come al solito e l espressione della gente si era trasformata da diffidente e circospetta a aperta e solare. Il mio umore stava cambiando e già presagivo un leggero senso di libertà, come se avessi avuto le ali ai piedi. Volai a casa. 21

22 II La radio in cucina suonava una vecchia canzone, di quelle che nessuno ricorda, e mamma stava finendo di riordinare la confusione generata dalle mie sorelle. Marta e Chiara: diciassette e sedici anni, piene di vita e contraddizioni, calate nella fase dell esistenza in cui ci si adira per uno sguardo rifiutato o per due chili di troppo sulla bilancia. Vivevano di momenti, di batticuore, di speranze e di sogni. Esaltavano la vita nei tatuaggi e con poesie scritte di nascosto durante l ora di latino s incidevano il corpo. Miriam, tesoro, dove sei stata? Ferme le parole in gola, non avevo pensato a quel momento, al viso amorevole di mia madre, al suo affetto e al suo bisogno di me, che però non sfociava mai in egoismo o imposizione di scelte sue piuttosto che mie. Mentre le altre ragazze vivevano conflitti interminabili con madri nevrotiche e depresse, io scherzavo con la mia sull ironia della sorte, sugli scherzi che la stessa ci gioca. Chissà se anche questa volta avremmo riso, se lei avrebbe capito oppure se le sarebbero cascati i capelli davanti alla fronte per nascondere gli occhi ingigantiti dalla tristezza. Uscì solo un esile: Mamma devo andare in camera, ho i compiti da correggere e poi c è il consiglio di classe lunedì. Quel lunedì mi morì in gola. 22

23 Abbandonato il clima domestico, lasciai dietro di me un alone di parole non dette. Non ero riuscita ad affrontare il primo ostacolo, dove volevo andare? Non avevo avuto il coraggio di superare il primo problema conseguente alla mia scelta. Questa volta non si trattava di far accettare alla mia famiglia un fidanzato troppo grande o troppo piccolo, troppo povero o troppo ricco, troppo tatuato o imbranato. Si trattava della prima scelta seria che riguardava me e soltanto me. La possibilità di fuggire da un mondo in cui avevo sempre sentito mancarmi qualcosa per andare verso luoghi nuovi. Non sapevo se sarebbe durata per sempre, ma avevo dietro di me tante delusioni e ancora non riuscivo ad accettarle e vederle come semplici gradini di crescita. Tanta vita dietro di me, ma anche tanta vita ancora davanti a me avevo, che forse poteva davvero essere come io volevo. Un buco nello stomaco mi straziava il fisico e mi chiedevo con quali parole avrei parlato con la mia famiglia, ma soprattutto come avrei giustificato a me stessa l irrefrenabile desiderio di fuga e di pace che sentivo nascermi dentro? Come iniziare un discorso volto a spiegare il bisogno di una formazione interiore che ancora non avevo raggiunto? Come spiegare le radici profonde che mi muovevano o raccontare la ricerca di un equilibrio sempre sperato, ma mai trovato? Avevo perso l equilibrio psichico necessario alla scelta di essere felice. Perché essere felice è una scelta, non una condizione il più delle volte. Era rimasto invece il desiderio di fuga, ma in ogni desiderio di fuga c è sempre un motivo. Si può dire agli altri che si è spinti dalla voglia di novità, ma si sta mentendo e quando si mente agli altri si mente solo a se stessi. Io avevo motivi per andarmene, degli ottimi motivi. Forse aveva giocato un ruolo determinante il tradimento che avevo subito da Mattia. Ricordavo perfettamente il momento in cui lo scoprii. Era un pomeriggio estivo, mi sentivo sicura di una vita già scritta, 23

24 danzavo mollemente nei tratti incerti del sorriso di Mattia, gli accarezzavo le labbra e mi nascondevo tra i suoi capelli. Trovavo rifugio nei gesti sicuri, nelle sue frasi d amore. Credevo in lui, quasi come se quell uomo potesse appartenere ad una specie aliena che non conosce tradimento, crudeltà e ipocrisia. Poi finì tutto. Entrai nella nostra casa e lo vidi stretto a lei: un altra donna. Era bastato un attimo ed eravamo già lontanissimi. La nostra casa in un baleno tornò quella che era: solo e soltanto la sua casa. Forse volevamo le stesse cose quando dandoci le spalle in mezzo agli altri ci tenevamo la mano e lui mi accarezzava le dita. C era un contatto tra noi e volevamo le stesse cose anche quando lui mi disse che per innamorarsi di me avrebbe potuto metterci una vita, ma anche solo un secondo se io gli avessi portato la luna. E la luna gliela portai davvero. Dipinsi una luna enorme e gliela regalai. Lo guardai e gli chiesi: Io la luna te l ho portata e ora? Lui incredulo rispose: Questa è sicuramente la storia d amore più bella che io abbia mai avuto. Eppure niente gli impedì di sgretolare tutto. Smise di credere in noi forse molto prima del momento in cui sgranai gli occhi e lo vidi con un altra donna. Non invidiai a Mattia quel tradimento. Sarei stata anche io capace di farlo, ma non volevo. Gli avrei rubato però volentieri la capacità di distaccarsi così dalle cose, dai sentimenti, dalle persone. Le nostre strade si divisero lì. Volarono via tutte le emozioni. Da allora cominciai ad avere incubi, le notti si allungarono e tutto divenne un immensa distesa di paure, incertezze, sfiducia e ancora paure. Nacque dentro me la voglia di fuggire, di allontanarmi, di dimenticare. Volevo solo dimenticare, distruggere il contatto fisico e psicologico tra me e il resto del mondo. Cercavo un confine da oltrepassare per pulire le chiazze di un passato che mi aveva costretto ad accettare l abbandono dell amore. Dopo avermi stretto i fianchi per anni Mattia aveva voltato le spalle al mio viso pallido e scavato. Il mio desiderio di fuga era nato lì, con quel tradimento. Eppure 24

25 come raccontare quelle sensazioni al corpo ossuto di mia madre? Come spiegare la genesi di quella che sarebbe stata una svolta nella mia vita? Salita in camera la stanza era buia, ma le tende permettevano alla luce della luna di entrare. Le persiane appena socchiuse si inchinavano davanti al cielo e sul muro si muovevano le ombre degli alberi sulla strada. Un profilo imperfetto schiacciava la mia personalità e lo specchio impietoso non mi dava tregua. Decisi che era l ora di andare a letto, mi lasciai cadere tra i cuscini e sognai. 25

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