da DIES IRAE Io, Giuseppe Genna, e Paola C. Luogo della Dance Therapy Febbraio 2006

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1 da DIES IRAE Io, Giuseppe Genna, e Paola C. Luogo della Dance Therapy Febbraio 2006 Il posto è molto lontano, molto lontano da me. Attraverso l intera città, fendendo col motorino queste aree dismesse a scacchiera che Milano è diventata. Le curve ampie, in salita, i sottopassi accanto alle grandi torri, il pavé ignominiosamente sconnesso verso Repubblica, il ponte sospeso sulla ferrovia allo scalo Farini e, da piazzale Maciachini, il polo opposto alla mia abitazione, l inizio del lungo percorso lineare, una pista pericolosa da percorrere fuori dalla corsia del senso in cui vado, perché sempre intasata di auto e bus che avanzano per chilometri a passo d uomo, verso Affori, un quarto d ora di motorino lanciato in controsenso, un rischio e un brivido all apparire intermittente e continuo dei fari delle auto che mi vengono incontro, continuamente la sensazione dell incidente in cui perdo il veicolo e roteo slogato nell aria e mi accascio sulla grana dell asfalto, la carreggiata da cui emergono a tratti binari del tram sepolti senza essere stati divelti, la pioggia ha eroso l afalto di cattiva qualità e c è anche questo pericolo suplettivo, rasoterra, da considerare facendosi chilometri in controsenso, con le auto e i bus fermi sulla destra e i volti pallidi negli abitacoli che non mi ravvisano nei retrovisori e se qualcuno esce e svolta senza mettere la freccia io non ho tempo di frenare e perdo il veicolo e rotolo nell aria già slogato. Si arriva svoltando in un vicolo a destra e percorrendo mezza strada in controsenso assoluto. Parcheggio il motorino, sono sempre in un anticipo irriguardoso (per me, per lei: dico Paolina) e vado a prendermi un inutile caffè, fumo, attendo nel caldo e nel gelo, non mi incanto a studiare nelle vetrine del distributore di ceramiche i lavandini e i sanitari in esposizione. Entro. Si scendono scale, si fa l ingresso in uno scantinato. Questo è il posto. Paolina mi attende e chiacchieriamo fumandoci una sigaretta. All inizio cercavo di dire cose molto intelligenti o estremamente ironiche, che presupponevano un mistero dietro la sagoma piccola e scarruffata di Paolina, il segreto della sua vita passata e quello della sua vita presente, tentavo di strappare, con sillogismi labirintici a orologeria, brandelli di informazione su quello che facciamo e che si chiama Dance Therapy. Ora non più. Arrivo stanco, sto sempre peggio. C è una stanza laterale dove mi spoglio, ritualmente indosso la tuta (io che indosso una tuta!)

2 e quando sono pronto mi presento, faccio il mio ingresso nella piccola sala palestra, il parquet opaco in cui ritrovo saltuariamente qualche filo scuro e arricciato un capello di Paolina. Lei accende la videocamera che riprende tutta la seduta. Quella videocamera è la mia ossessione. Ogni settimana, la psichiatra Manuela e Paola osservano la registrazione e valutano i miei movimenti con quali protocolli? Cosa si vede? Valutano gli spostamenti? Dove mantengo il centro della mia azione? Quanto uso gli arti superiori e quelli inferiori? Se prediligo la destra e la sinistra? Come abbraccio l aria? Quanto respiro? In quali punti del corpo sono rigido e impedito a muovermi? Sono ripreso in un video segreto, ho dovuto firmare una liberatoria per la legge sulla privacy. Sono meccanicamente osservato, la videocamera rende presente uno sguardo che sento censorio, valutativo, giudicante. Non riesco a muovermi prescindendo dalla compulsiva presenza di quell occhio artificiale, che sa senza che io sappia cosa viene a sapere di me. Il riscaldamento avviene in varie fasi mentre una musica noiosa e new age, lenta, semiestatica mi annoia e mi leva ogni forza. Si comincia riacquisendo sensibilità alle piante dei piedi, camminando, lenti o a velocità usuale o scattando, facendo aderire la pianta alla superficie di appoggio. La muscolatura è stanca all interno dei piedi. Poi le gambe. Lei si muove accanto a me e ne imito i gesti e le posture, come in uno specchio osservato di sbieco e solo a tratti fuggevoli, in lei sono giochi di corpo liberamente eseguiti a seconda dell ispirazione del momento, io mi piego, mi fletto, i menischi crocchiano, le cosce si tendono e si gonfiano. Tento di stare in equilibrio su una gamba, passando l altra gamba, flessa nel ginocchio, dietro, all altezza del polpaccio della gamba che fa da perno, e poi muovo pneumaticamente la gamba libera riportandola davanti alla gamba di perno, che ora piego lievemente facendo pressione sul ginocchio in cui schioccano i menischi, fletto perché il movimento sia liquido, perché io appaia sciolto e spontaneo. Si sale al bacino. Il mio bacino è completamente, assolutamente bloccato. L osso sacro domina con la sua rigidità fossile. Le vertebre sono bloccate. Tento di smuoverlo con giri dei fianchi e delle anche che ricordano il movimento dell hula hop quand ero piccolo. Tento di fletterlo avanti e indietro, premendo i palmi delle mani sulla zona pubica e su quella coggigea, accompagnando il movimento. Le braccia sono dure. Mi inarco con la schiena protendendomi col volto in avanti, piegato a novanta gradi in piedi, la schiena parallela al parquet, e unisco dietro la schiena le braccia, allaccio le mani, tento di spingere le braccia unite oltre il limite duro che impongono le spalle, tese e concrezionate da anni di immobilità. Ignoro il collo, la testa. Paolina dice che compio tutti questi movimenti dimenticandomi di respirare, mi muovo in apnea, non sono consapevole del respiro, me ne scordo. La fine del riscaldamento avviene stendendosi a terra e lì non so cosa fare. Mi sembra di avere esaurito i movimenti. Vedo lei che si piega verso le gambe, la sapienza di un esperta di hatha yoga snocciolata con assoluta nonchalance, tento, ma le anche mi impediscono il ripiegamento della testa verso i piedi uniti, nel cerchio delle gambe

3 arcuate in orizzontale appoggiate sul parquet. Piego le gambe, i polpacci finiscono sotto i glutei e distendo la schiena a terra, i muscoli delle cosce tremano, tremano come un sisma della terra, mi è impossibile stare in quella posizione a lungo, allora mi ribalto e inverto la posizione, mi sollevo con le braccia che tremano per la debolezza e inarco verso l alto la testa, trascinando il corpo morto di cui mi vergogno, ecco, sensibile e acuta, la vergogna del mio corpo, e mi accorgo che non sto respirando, mi muovo in apnea. E inizia la sessione. La prima sessione. Tu le stai di fronte e non c è musica e lei ti dice di muovere il corpo. La sua voce è dolce e poi non la ascolti più, perché questa è l istruzione e la videocamera riprende tutto e non c è più parola. Puoi muovere nel silenzio il corpo come vuoi, puoi camminare, correre, saltare, stare sul posto, scivolare per terra, agitare gli arti e storcere la testa, ma al momento non ti viene in mente nessuna di queste opzioni e stai irrigidito come una statua. Il tuo corpo è sotto il regime di Khuno, il dio inca delle tempeste più grevi e delle temperature glaciali, il tuo corpo è Prometeo incatenato sul frontone finale della Scizia glaciale, il tuo corpo è la mummia ritrovata sotto ghiaccio a Similhaun o i resti intatti di un alpino conservati nelle nevi ad alta quota sul confine jugoslavo, oppure un rettile del Cenozoico richiamato in vita da alchimie sul Dna. O un vecchio obbligato a fare fisioterapia. Il tuo corpo è tuo padre, le cui gambe si immobilizzano dopo ciclo di chemioterapia a protocollo CA.PI.RI. Sei tu che anni addietro non riuscivi a fare il passo (un passo!) avanti per avvicinare la tua bocca a quella della ragazzina disponibile e la mandibola si serrava e il bacio non era possibile. Sei tu, tutto questo, e la mente tace soltanto perché c è vergogna, la vergogna che, come la pietà, abolisce ogni nome, ogni parola, ogni definizione, la vergogna la cui espressione linguistica indica la vergogna ma non è la vergogna. L umiliazione ti assale quando, minuti dopo l istruzione, in questo silenzio umiliante, davanti allo sguardo che vorrebbe essere compartecipato di Paolina, ma che per te è neutro come quello della videocamera, inizi ad abbassare il baricentro piegando le ginocchia e sollevando nello stesso tempo le braccia a caso. Altre sessioni. Nel silenzio, ora si muove anche Paolina e tu furtivamente le rubi segmenti di posture e questa è l unica interazione tra voi due, e nessuna parola viene pronunciata. Il tuo corpo sembra progressivamente trovare in automatico posizioni antiche, che più avanti riconoscerai in un manuale di Tai-Chi frettolosamente sfogliato su una bancarella. Posture che il corpo conosce di sé e tu no. Ripetute in centocinquantamila anni di evoluzione della specie. Centocinquantamila anni di evoluzione della specie e io sono qui che fatico a flettermi. Questo tuo flettere le ginocchia avanzando il bacino e spostando più in basso il baricentro, per esempio, è la postura sacra e guerriera della tribù centrafricane dei Bobo e dei Dogon, posture fermate nella rappresentazione sacrale delle statuette etniche che hai visto a casa dei tuoi amici. La parte superiore del corpo è totalmente separata dall inferiore. Non c è comunicazione. I gesti che intendi fare scorrere tra le due parti si interrompono a metà, ad altezza del

4 bacino, è come se un filo elettrico fosse stato tagliato lì e la corrente si perdesse nel vuoto. Ti muovi affannato perché non sai respirare, perché non sai di respirare. C è un apnea che desidera la morte, la cancellazione, la fine, nella tua imbarazzante presenza qui. Sei il ragazzino di Karate Kid, ma afflitto da neuropatia. L umiliazione è alta, la sensazione di inadeguatezza è insostenibile e, nella settimana che separa una sessione dalla successiva, provi una stanchezza prossima allo sfinimento, e un dolore sempre più acuto al petto, una pena, che è il germe iniziale di una prossimanza al pianto. Abìtuati, questo è lo stato naturale e sopporterai questo peso per anni. Altre sessioni. Interagisci con Paolina, vi toccate, e il contatto con la sua pelle è meno choccante di quanto le tue strategie mentali avessero previsto. L umiliazione è invece sempre più acuta. I gesti che devi compiere incrociandoti con lei, al ritmo di musiche da supermercato new age, Enya e Yanni e della classica ritradotta con strumenti sintetici. Ti fa muovere per tutta la sala, collegando immaginari punti, ognuno messo dove tu lo immagini, a mezz aria, in alto, a terra, e delle dimensioni che immagini, e vi incrociate, correndo o meno, a collegare questi punti immaginari e tu ti senti un quarantenne tornato al doposcuola, convocato a un raduno scout, ammansito dall esperienza di un gruppo di esperienza ciellino. Danzare con Paolina, ammesso che questa danza sia tale, è muoverti goffamente non sentendo gli arti, non sentendo la musica, non sentendo lo spazio in cui giri, non avendo consapevolezza di dove sei anche se sei contenuto da venti metri quadrati, solo l orientamento riferito al punto fisso del gelido occhio della videocamera. La psichiatra Manuela: Della visione delle registrazioni delle sedute, posso dirle poco o niente, per tutelare la terapia. Posso dirle che lei non ha la benché minima consapevolezza del suo corpo e di cosa esso esprime o vuole esprimere e di cosa si muova nel corpo a livello emotivo. La sua vita è soffocante e priva d aria. E una finzione, non mi trovo a mio agio. Fingiamo. Entro lì e fuori c è il mondo. E una pura finzione. Non ho scelta, mi muovo a comando. Sono lì per una terapia, se non stessi male non sarei lì. Sono protocolli terapeutici. Paola è una terapeuta. Capisco quello che mi sta diagnosticando. Concordo con lei, non sento niente del movimento e sono stanchissimo. Ma è la finzione, è un protocollo di regole, la porta che si chiude, il riscaldamento, i movimenti, i sorrisi di Paola tutta finzione. Conosco la finzione. Fuori, io sto male, mio padre sta male, non ho lavoro. Le sembra una finzione, ma non è una finzione. Altre sessioni. La profusione di fatica corporea è al parossismo. Per quattro volte devo muovermi seguendo, dall inizio alla fine, il filo melodico e la traccia ritmica del Bolero di Ravel, diciotto minuti senza respiro, una movenza femminea e una movenza virile corrispondenti a una linea femminile e una linea maschile che mai avevo percepito incrociarsi in quella musica, e sono esausto, voglio con tutte le mie forze che questa finzione stupida e infeconda, che durante la settimana mi procura la sensazione che lo sterno urli di dolore, abbia termine, abbia fine, sia dimenticata per sempre.

5 C è da trovare e mantenere, per l intera durata di una canzone, una postura in equilibrio instabile. I muscoli delle gambe, come richiamati da un atrofismo ancestrale, tremano di un tremore primordiale. Rischio di scivolare, di cadere, di farmi male. Ogni muscolo del corpo irradia dolore, recepito da ogni terminazione del sistema nervoso. Vivo in pochi minuti le migliaia di anni in cui la specie si è eretta. C è da premere contro di lei, i palmi delle mie mani contro i palmi delle sue, c è da farle violenza. C è da ascoltare una musica acquea, marina, e scivolare con il corpo a terra mimando i movimenti interiori evocati dalla musica. C è da comporre figure utilizzando una lunghissima fascia elastica, attorcigliandola alle mani, alle caviglie, facendola passare sul corpo e mutando configurazione a seconda del cambiamento di posizione degli arti. E poi c è da legarsi a lei con la medesima fascia elastica, e danzare nello spazio, legati, costretti ma estensibili. C è da fare fronte alla cupezza che esplode, in una lentissima deflagrazione, di sessione in sessione, senza parlare, una sostanza livida che si propaga come inchiostro in un umore acqueo al mio interno, che induce fatica ed esaurimento delle energie. Il cupo avanza perché la mente arretra. Arretra una parte della mente: arretra l intelligenza. La mente è più larga, il corpo reclama di essere mente e ha ragione, io ascolto attonito i reclami, non so cosa fare. Non so niente. Altre sessioni. La cupezza si trasforma in odio. La finzione di questa messa in scena, di questo che io avverto come un protocollo di regole mobili messe in atto, esplode in ira silenziosa, in un oscuro odio che provo per Paola, per la psichiatra Manuela, per la stanza, per il percorso lunghissimo e gelido che compio in motorino venendo qui, in un luogo dove consumo finzione. Nella vita fuori dalla palestra, tutto peggiora. Non riesco a parlare e scrivere è pesante. Non parlo. Il corpo tende a un immobilità che sembra desiderare (basta fatica, solo riposo, riposo e dimenticanza) ma che, a causa dell odio che sprigiono da ogni poro, è soprattutto imposta. Se non devo fingere, non fingo e allora tutto si ferma. Allora fermo tutto. Fermo il corpo. Sto fermo e costringo Paola a stare ferma. La mente, il malessere esplodono. Trascorriamo mesi così, Paolina in una metà della stanza, io nell altra metà, non eseguo nemmeno il rito di riscaldamento, mi siedo, cerco di addormentarmi senza riuscirci, desidero che Paola non parli. Ore così, nel silenzio assoluto, alla presenza di una persona che ti guarda e non parla. Emani pensieri. Sei interamente tu una larva neroviola né viva né morta. Il respiro è saltato, definitivamente. L irrecuperabilità è lo stigma di ogni tua azione, condotta nel mondo per un compito i cui confini non riesci a osservare, calcoli nell incalcolabile. Vorresti essere parte di un altro tempo, più disconnesso e casuale, silenzioso e semplice,

6 basale, senza che provenga alcuna richiesta mentale dalla distanza a cui poni il cellulare. Mesi così, un silenzio petroso, torpido, livido. Lei è lì, seduta come una bambina che attende. Prima che il corpo crollasse, e la mente anche, in questo silenzio accusatorio, in questa protesta che ferma tutto e tutto rende vano, mi aveva chiesto di giocare con una pallina rossa (io che gioco con una pallina rossa!), non avevo finto che fosse un gioco, l avevo scagliata una decina di volte contro il muro bianco, con una forza violenta che originava dal profondo di un infanzia che non volevo reclamare, quando il pomeriggio presto, alle due, scendevo dalla casa degli orrori della mia infanzia per giocare alle biglie e non c era nessuno in piazza Martini, io ero solo e sapevo di esserlo e mi annoiavo e mi domandavo a cosa servisse quest esperienza che è il tempo, il tempo che faceva muovere linearmente nello spazio sabbioso i biglioni. Io, magro, rifiutato, che si deve occupare di e prestare aiuto a e sopportare che. Facevamo turni con mia sorella, per non lasciare soli in casa insieme mamma e papà, per paura che succedesse qualcosa. Il corpo crolla e ciò che dico è ciò che voglio dire: E finita. Abbiamo fallito. E finita. Quando decido che è finita, non è finita. Continuo a volare con il motorino attraversando la città, le ex Varesine su cui sorgerà la sede suplettiva della Regione, il sottopasso accanto alle parodistiche torri gemelle dell area Garibaldi. Stantuffato come il liquido germinale e riparatorio di un ipodermica nella pelle bambina del bicipite stanco e floscio di mio padre esausto. L esperienza sarebbe terminata, resterebbe soltanto quella della malattia... Parlo con Manuela, parlo con Paola, infinitamente, un fiume di parole per spiegare quello che sento. L antica strategia di sentire attraverso le parole, di sentire necessitato a ragionare, veloce, pungente, cinico, realista. E ricominciamo a muoverci. Piano. A occhi chiusi. A occhi chiusi toccare Paola, incertamente in piedi a occhi chiusi muovermi con lei. A terra, a occhi chiusi, avvertire la fatica di muovere anche soltanto le mani, inanellandole con le sue mani. A occhi chiusi la fatica di decidere anche un movimento tanto minimo, una fatica immensa. A occhi chiusi decidere di non decidere, e calare. A occhi chiusi sempre più vicino. A occhi chiusi percependo con la bocca e con le narici l emissione del respiro di lei. A occhi chiusi, contenuto da lei, contenendo lei. A occhi chiusi cercando, con le movenze di un animale selvatico che si era ritratto nelle gole profonde di catene montuose, nel folto di foreste pluviali impenetrabili, cercare con il mio muso selvatico il muso selvatico di lei, percepire il respiro di lei dalla mia faccia e dalla sua faccia. Il corpo a occhi chiusi non prova alcuna umiliazione o vergogna.

7 Il gesto, non guardato, non può essere goffo ed è libero e cerco come una droga il respiro di lei, calda e stupefacente, piccola sorellina e grandissima madre che abbraccia, mi nutro del contatto con la sua pelle contro cui sfrego le mie guance e la mia fronte e il mio naso, e la sua mano calda nella mia. Papà, addio. Mi contengo, non vedendo, non so niente, mi dimentico di tutto il tempo prima e dopo, attraversando con movenze mie di cui non ho intelletto il momento buio, afferrabile e inafferabile, di questo scivoloso presente che slitta nel momento buio e successivo. Sei una presenza. Sono una presenza io e tu, papà, sei una presenza che è stata e ha compiuto quanto poteva e doveva compiere, e le parole non servivano, nemmeno l abbraccio, che ci siamo dati a occhi chiusi, non il tocco ma semplicemente esserci e avere trascorso insieme le distanze che abbiamo potuto e dovuto percorrere, a occhi chiusi dimenticando e tu e io le larve neroviola a cui abbiamo erroneamente creduto fino a questo istante (quanta dolcezza, papà, nell errore, nella sua ripetizione, nella misinterpretazione, nell abbandonarci allo sbaglio, quanta delicatezza, quanta pulizia), l istante ripulito, liscio, dolcemente buio, numinoso come l oro incalcolabile che è sepolto in un cavo fondo e non smette di parlare senza parole, una lingua aerea che comprendiamo senza sintassi, una lingua istantanea che genera il tocco della mia mano sulla tua fronte fredda risollevata dal parquet della tua stanza, niente è distaccato da niente, ogni cosa compartecipa dell ordine instabile che si dispone in armonia, Paola che mi prende da dietro e mi tiene la schiena attaccata al suo ventre e irradia calore e nescienza, non sono neanche questa nescienza, ma la pura presenza dalla quale, discendendo e facendomi più solido e senziente, avverto la tua presenza, papà, e questo è quanto mi è concesso, niente è illimitato e tutto è limitato, non ho parole, non ho ostentazione. Cosa si manifesta. Pensavo: insegnatemi ad amare. Non insegnatemi. Amore. Pietà. Pace. Pace. Pace.

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