Bitten. Kelley Armstrong. traduzione di Marco Astolfi LA NOTTE DEI LUPI

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2 Kelley Armstrong Bitten LA NOTTE DEI LUPI I edizione: giugno Kelley Armstrong 2010 Fazi Editore srl Via Isonzo 42, Roma Tutti i diritti riservati Titolo originale: Bitten Traduzione dall inglese di Marco Astolfi traduzione di Marco Astolfi ISBN

3 A Jeff, che ha sempre creduto che ce la potevo fare

4 Prologo Non ho scelta. Dovrò soccombere, anche se è tutta la notte che combatto. Come una donna che sente i primi dolori del travaglio non può decidere di rinviare il parto, allo stesso modo neppure io posso opporre resistenza: è perfettamente inutile, perché alla fine la Natura vince sempre. È troppo tardi per queste assurdità: sono quasi le due del mattino e ho bisogno di dormire. Le ultime quattro notti, passate a sgobbare per rispettare una scadenza, mi hanno letteralmente sfinito. Ma non ha importanza. Adesso la pelle dietro le ginocchia e i gomiti comincia a bruciare. Prima prudeva solamente. Il cuore batte così forte da farmi boccheggiare in cerca d aria. Chiudo gli occhi e serro le palpebre nel tentativo di arginare queste sensazioni, ma non ci riesco. Philip dorme qui al mio fianco: è uno dei motivi per cui dovrei restare, invece di svignarmela di nuovo nel bel mezzo della notte, per poi tornare a casa con un sacco di scuse improbabili. Domani lavora fino a tardi. Se solo potessi aspettare ancora un giorno. Le tempie cominciano a pulsare, il bruciore della pelle si diffonde sulle braccia e sulle gambe, la rabbia è una sfera che mi tende le viscere e minaccia di esplodere. Non mi rimane molto tempo: devo andarmene da qui. Quando scivolo via dal letto Philip non si muove. Ho nascosto qualche vestito sotto il comò, per evitare il rischio di 9

5 provocare scricchiolii aprendo armadi e cassetti. Stringo le chiavi in pugno per non farle tintinnare, apro la porta con cautela e sgattaiolo nel pianerottolo. È tutto così tranquillo. Persino le luci sembrano smorzate, come sopraffatte dallo spazio vuoto. Quando premo il pulsante, l ascensore emette un lamento, quasi non volesse essere disturbato a quest ora assurda. Anche il pianterreno e l atrio sono deserti. Quelli che possono permettersi una casa così vicino al centro di Toronto a quest ora dormono sereni. Oltre a bruciare, adesso le gambe mi fanno anche male. Contraggo le dita dei piedi per far passare il prurito, ma inutilmente. Do un occhiata alle chiavi della macchina nella mia mano. È troppo tardi per guidare fino a un posto sicuro: il prurito si è cristallizzato in un bruciore acuto. Con il mazzo in tasca, esco in strada e allungo il passo in cerca di un luogo tranquillo in cui trasformarmi. Mentre cammino tengo sotto controllo la sensazione che dalle gambe si estende alle braccia, fino a raggiungere la nuca. Presto. Presto. Quando comincia a prudermi anche il cuoio capelluto, so che non posso allontanarmi di più e mi metto alla ricerca di un vicolo. Il primo che trovo è occupato da due uomini raggomitolati dentro il vecchio scatolone di un megaschermo. Il successivo è libero. Raggiungo in fretta il fondo e mi spoglio velocemente dietro una fila di bidoni della spazzatura, nascondendo i vestiti sotto un vecchio giornale. Poi comincio a trasformarmi. La pelle si tende. La sensazione diventa più acuta e tento di arginare il dolore. Dolore : che parola banale! Tormento è decisamente meglio. Chi definirebbe dolorosa l esperienza di essere scorticato vivo? Respiro profondamente e concentro la mia attenzione sulla Trasformazione, lasciandomi cadere sull asfalto prima che sia costretta a piegarmi in due fino a schiacciarmi a terra. Non è mai stato facile: forse sono ancora troppo umana. Nello sforzo di rimanere lucida, cerco di anticipare ogni fase e di assumere la posizione giusta: mani e ginocchia a terra, testa bassa, piedi flessi e schiena arcuata. I muscoli delle gambe si torcono e si contraggono. Respiro 10 affannosamente e mi sforzo di allentare la tensione. Il sudore stilla in mille gocce dalla mia pelle e cola in rivoli, ma alla fine i muscoli si sciolgono e si rilassano. Subito dopo arrivano quei dieci secondi d inferno che un tempo mi costringevano a giurare: «Preferisco morire piuttosto che affrontare tutto questo un altra volta!». E poi è finita. Eccomi trasformata. Tendo i muscoli e batto le palpebre. Quando mi guardo intorno il mondo si presenta in una gamma di colori sconosciuti all occhio umano, neri, grigi e marroni con impercettibili sfumature che il mio cervello interpreta ancora come blu, verdi e rossi. Sollevo il naso e inspiro. Con la Trasfomazione i miei sensi, già vivi, sono resi ancora più acuti. Percepisco l odore dell asfalto appena steso, il tanfo di pomodori marci, il profumo di crisantemi alla finestra, il sudore stantio di un intera giornata e un milione di altre cose, mescolate assieme in un effluvio così inebriante da farmi tossire e scuotere la testa. Voltandomi colgo un frammento distorto del mio riflesso in un bidone ammaccato. Gli occhi ricambiano lo sguardo. Increspo le labbra e ringhio alla mia immagine. Zanne bianche balenano sul metallo. Sono un lupo di settanta chili con una pelliccia biondo chiaro. L unica cosa che rimane di me sono gli occhi: scintillano di un intelligenza fredda e di una ferocia repressa talmente umane che nessuno potrebbe scambiarle per qualcosa di animale. Mi guardo attorno, fiutando ancora gli odori della città. Questo posto mi rende nervosa: è troppo stretto e angusto, intriso di umori umani. E poi devo fare attenzione. Sì, se mi vedono possono scambiarmi per un grosso bastardo, probabilmente un incrocio tra un husky e un labrador. Ma un cane della mia taglia, per di più senza guinzaglio, non può andarsene in giro senza destare allarme. Mi dirigo all uscita del vicolo e cerco una via verso il ventre della città. Il mio cervello è intorpidito: non è tanto il cambiamento del mio corpo a confondermi, quanto il modo insolito in cui 11

6 mi si presenta il mondo esterno. Non riesco subito a orientarmi e il primo vicolo che imbocco è quello che avevo già scrutato in forma umana. I due barboni sono ancora dentro il vecchio scatolone della Sony. Adesso uno di loro si è svegliato. Stringe tra le dita i resti di una logora coperta incrostata di sporco: la tende come se volesse allargarla per coprirsi interamente e proteggersi dal freddo in questa notte di ottobre. Alza lo sguardo e mi vede. Spalanca gli occhi. Cerca di ritrarsi, poi rimane immobile. Dice qualcosa. La sua voce ha quel tono cantilenante che la gente usa coi neonati o gli animali. Se mi concentrassi riuscirei a capire le sue parole, ma a che scopo? So già quello che sta dicendo: una variazione di «Ehi, bel cagnolino», ripetuta più volte con intonazioni diverse. Tende le mani, mostrandomi i palmi. Il linguaggio fisico contraddice quello vocale. Stai indietro, bel cagnolino, stai indietro. E poi le persone si chiedono come mai gli animali non le capiscono! Riesco a fiutare il sentore che si leva dal suo corpo sporco e trasandato. Puzza di debolezza, come un vecchio cervo lasciato ai margini del branco, la vittima perfetta di ogni predatore. Se avessi fame saprebbe di cibo. Ma per fortuna non sono ancora affamata, altrimenti dovrei fare i conti con la tentazione, la lotta interiore, il raccapriccio. Sbuffo e l aria si condensa attorno alle narici. Mi volto e mi allontano a lunghi passi verso l uscita del vicolo. Più avanti c è un ristorante vietnamita. L odore di cibo ha impregnato perfino il legno della struttura dell edificio. In un annesso sul retro un aspiratore gira lento, producendo un rumore secco ogni volta che la ventola sbatte contro la griglia metallica dell involucro. Sotto l aspiratore c è una finestra aperta, un venticello notturno agita i girasoli sbiaditi della tenda. Sento che all interno c è qualcuno: una stanza piena di persone che respirano rumorosamente nel sonno. Voglio vederli. Voglio sporgere il muso dalla finestra e dare un occhiata all interno. Un licantropo può divertirsi un sacco in una stanza piena di persone indifese. 12 Sto per arrampicarmi ma avverto un crepitare improvviso e un sibilo; mi blocco. Il sibilo si smorza, coperto dalla voce di un uomo, che pronuncia parole in modo secco, come ghiaccio che si spezza. Guardo in ogni direzione per individuare la fonte. È più avanti, laggiù in strada. Lascio perdere il ristorante e mi dirigo verso di lui. Noi licantropi siamo curiosi di natura. L uomo si trova in un parcheggio a tre posti, alla fine di uno stretto passaggio tra due edifici: un walkie-talkie all orecchio, il gomito appoggiato a un muro di mattoni, le spalle rilassate, lo sguardo puntato su niente in particolare. La postura è disinvolta, ma non in riposo. È sicuro di sé e del posto che occupa perché ha tutto il diritto di starci. La notte non lo spaventa e molto probabilmente la pistola che gli pende dalla cintura costituisce un valido aiuto. Smette di parlare, preme un tasto e infila il walkie-talkie nella custodia. Esamina attentamente il parcheggio, ne fa l inventario, senza trovare niente che attiri la sua attenzione. Poi si addentra nel labirinto di vicoli della città. Decido di seguirlo. Potrebbe essere divertente. Non si accorge subito del ticchettio delle mie unghie sul marciapiede. Prendo velocità, facendomi largo tra sacchi d immondizia e scatoloni vuoti. Quando sono sufficientemente vicina, l uomo sente un passo regolare dietro di sé e si ferma. Balzo dietro un cassone dell immondizia e sbircio dal mio nascondiglio. Si volta e scruta il buio. Dopo un secondo ricomincia a camminare. Gli lascio qualche passo di vantaggio, poi riprendo il mio inseguimento. Questa volta, quando si ferma, aspetto un secondo in più prima di cercare riparo. Si lascia sfuggire un imprecazione tra i denti. Ha visto qualcosa: un movimento veloce, il guizzare di un ombra. Lascia scivolare la mano destra sulla pistola, accarezzando il metallo, ma la ritira come se quel contatto bastasse a rassicurarlo. Indugia, con lo sguardo esplora il vicolo da cima a fondo, si rende conto che è solo e non sa come regolarsi. Borbotta qualcosa e riprende a camminare accelerando il passo. Mentre avanza, i suoi occhi guizzano in ogni direzione. La stanchezza rasenta la soglia d allarme. Respiro profondamente: 13

7 la paura, che fiuto a piccole zaffate, fa accelerare il battito del mio cuore, però non basta a mandarmi fuori di testa. È la preda giusta per giocare all inseguimento, perché non si metterà a correre. Posso reprimere la maggior parte dei miei istinti. Posso pedinarlo senza ucciderlo. Posso sopportare i primi morsi della fame senza ucciderlo. Posso persino guardarlo mentre estrae la pistola senza ucciderlo. Tuttavia se si mette a correre non sarò in grado di controllarmi. È una tentazione a cui non riesco a resistere. Se corre, devo dargli la caccia. E se gli do la caccia le cose sono due: o io uccido lui, o lui uccide me. Quando gira l angolo per imboccare un vicolo di passaggio si rilassa. Non ha più sentito rumori dietro di sé. Esco di soppiatto dal mio nascondiglio, spostando il peso sui cuscinetti di carne delle zampe per attutire il rumore delle unghie. In breve sono a meno di un metro di distanza. Riesco a fiutare il suo dopobarba, che nasconde a malapena l odore naturale di una lunga giornata di lavoro. Vedo i suoi calzini bianchi che appaiono e scompaiono tra le scarpe e l orlo dei pantaloni. Ascolto il ritmo leggermente accelerato del suo respiro, che tradisce un andatura più sostenuta del normale. Avanzo con cautela. Sono così vicina che se volessi potrei sbatterlo a terra con un balzo senza lasciargli il tempo di pensare o di prendere la pistola. La sua testa ha un sussulto. Adesso sa che sono qui. Si volterà a guardare? Avrà il coraggio di affrontare qualcosa che non può vedere o sentire, ma di cui avverte chiaramente la presenza? Fa scivolare la mano verso l arma, ma non si volta. Accelera ancora. Infine svolta di nuovo verso la salvezza della strada principale. Lo seguo fino al parcheggio e lo osservo rimanendo nell oscurità. Con le chiavi in mano, avanza a grandi passi verso una volante della polizia, apre lo sportello e sale a bordo. L auto ruggisce e stride allontanandosi dal marciapiede. Guardo le luci di posizione svanire e sospiro. Fine del gioco. Ho vinto. È stato divertente, ma non abbastanza da soddisfarmi. In questi vicoli mi sento imprigionata. Il mio cuore batte per 14 l eccitazione che non sono riuscita a smaltire e le zampe mi fanno male per l energia accumulata. Ho bisogno di correre. Una folata di vento del sud porta l odore acre del Lago Ontario. Potrei raggiungere la spiaggia e aggirarmi per le distese di sabbia, con l acqua gelida che mi sferza le zampe, ma è troppo pericoloso. Se ho voglia di correre è verso la valle che devo andare. È lontana, però non ho molta scelta, a meno che non intenda aggirarmi furtivamente per il resto della notte in queste strade che puzzano di esseri umani. Svolto verso nord-ovest e comincio il mio viaggio. Dopo quasi mezz ora mi trovo sulla sommità di una collina. Il mio naso si contrae in uno spasmo involontario, fiutando i resti di un falò illegale: foglie secche le cui ceneri ardono ancora in un campo nelle vicinanze. Il vento freddo, quasi gelido, mi fa rizzare il pelo, rinvigorendomi. Sopra di me il rombo del traffico sul cavalcavia, sotto di me un oasi di perfezione in mezzo alla città. Faccio un balzo lanciandomi in avanti. Finalmente sto correndo. Riesco a prendere il ritmo solo a metà della ripida discesa. Chiudo gli occhi per un istante e sento il vento tagliente contro il muso. Ogni volta che tocco il suolo con le zampe, minuscole fitte di dolore mi trafiggono le membra, ma mi fanno sentire viva, come se mi scuotessero da un lungo letargo. Tutti i muscoli si tendono e si contraggono in perfetto accordo. A ogni sforzo corrisponde un esplosione di dolore e di gioia. Il corpo mi ringrazia per questo esercizio e mi ricompensa con scariche di adrenalina che hanno l effetto di una droga. Più corro, più mi sento leggera. Adesso è scomparso perfino il dolore, come se le zampe non toccassero terra. Anche se ormai sono sul fondo del burrone, è come se stessi ancora correndo in discesa, accumulando energia invece di consumarla. Voglio correre fino a sciogliere tutta la tensione accumulata negli ultimi giorni, per godere solo della perfezione del momento. Non potrei fermarmi nemmeno se volessi. D altronde non ho nessuna intenzione di farlo. Le foglie secche scricchiolano sotto le mie zampe. Dalla fo- 15

8 resta giunge il verso di una civetta: si riposa soddisfatta dopo la caccia, incurante di quello che la circonda. Un coniglio salta fuori da un roveto, mi vede, si accorge del suo errore e sparisce di nuovo nel sottobosco. Continuo a correre. Il mio cuore batte come un martello. Percepisco l aria gelida che s infiltra pungente nel calore del mio corpo. Inspiro avidamente, assaporando il contrasto, che mi solletica le narici e riempie i polmoni. Sto correndo troppo in fretta per riuscire a fiutare qualcosa. Tracce di odori si agitano nel mio cervello in un miscuglio confuso che profuma di libertà. Alla fine non riesco più a resistere: mi fermo con una scivolata, lancio indietro la testa e inizio a ululare. Il canto si riversa fuori dal mio petto in un espressione di pura gioia, riecheggia per tutto il canalone e s innalza nel cielo senza luna, facendo sapere al mondo che sono qui. Questo posto mi appartiene! Quando mi sono sfogata, lascio ciondolare la testa, ansimando per la fatica. Me ne sto lì, assorta nei miei pensieri, con lo sguardo fisso su un mucchio rosso e giallo di foglie d acero sparse sul terreno, quando un rumore disturba la mia quiete. È un ringhio, sommesso ma minaccioso. C è un pretendente al mio trono. Appena alzo lo sguardo, vedo un cane marrone-giallastro a qualche metro di distanza. No, non è un cane. Il mio cervello ci mette qualche secondo per capire di che si tratta: è un coyote. Ecco perché ci ho messo tanto: avevo sentito dire che c erano dei coyote in città, ma non ne avevo mai visto uno. Il mio avversario è altrettanto confuso. Gli animali non sanno mai come comportarsi quando hanno a che fare con me: fiutano un essere umano, ma vedono un lupo e, non appena hanno deciso che il loro olfatto li sta ingannando, guardano nei miei occhi e scorgono di nuovo un essere umano. Di solito i cani che incrocio per strada reagiscono attaccandomi, oppure mi mostrano la coda e scappano via. Il coyote non fa niente di tutto ciò. Solleva il muso e annusa l aria, mostrandomi i denti in un ringhio prolungato. È grande la metà di me, appena degno della mia attenzione. Glielo faccio capire con una scossa del capo e un pigro verso che significa «Levati di torno!». 16 Però non si muove. Lo fisso negli occhi. È il primo ad abbassare lo sguardo. Sbuffo, scuoto di nuovo la testa e faccio per andarmene. Non mi sono ancora completamente voltata che un guizzo di pelliccia marrone balugina alle mie spalle. Mi rotolo sul fianco, togliendomi dalla sua traiettoria, e ritorno sulle quattro zampe. Il coyote ringhia. Gli rispondo con un verso che nel linguaggio canino significa «Ora mi stai veramente seccando!». Ma quello non cede il passo. Rizzo il pelo e tendo in aria la coda in segno di minaccia. Abbassando la testa tra le scapole, appiattisco le orecchie lungo il cranio e ritraggo le labbra per mostrare le zanne. Quando un latrato mi solletica la gola, lo lascio risuonare nella notte. Il coyote non arretra. Mi accovaccio a terra per spiccare un balzo, ma qualcosa mi colpisce violentemente alla schiena, facendomi perdere l equilibrio. Barcollando, torco il collo per guardare in faccia il mio aggressore. Un altro coyote, dal pelo marrone-grigiastro, pende dalla mia spalla. Le sue zanne affondano nella carne fino all osso. Con un guaito di rabbia e dolore, cerco di scrollarmelo di dosso, inarcando la schiena e spostando il peso di lato. Mentre mi libero del secondo coyote facendolo volare via, il primo si scaglia contro il mio muso. Abbasso velocemente la testa per schivarlo e lo azzanno alla gola ma, invece di penetrare nella carne, i miei denti si serrano sulla sua pelliccia. Il coyote si libera dimenandosi e cerca di indietreggiare per un secondo attacco, ma gli salto addosso sbattendolo contro un albero. S impenna sulle zampe posteriori per sfuggirmi. Mi avvento sulla sua gola e questa volta non manco la presa: il sangue mi sprizza in bocca, denso e salato. Il suo compare mi attacca di nuovo alle spalle. Sento che le mie zampe cedono mentre mi morde la nuca. Una nuova fitta di dolore mi fa inarcare la schiena. Tento di concentrarmi per non mollare la presa. Ritrovo l equilibrio e lo lascio libero per una frazione di secondo, quel tanto che basta a sferrare l ultimo attacco con zanne e unghie. Mentre indietreggio il sangue mi spruzza 17

9 negli occhi accecandomi. Scrollo il muso e poi lo finisco squarciandogli la gola. Quando avverto che ogni vigore ha abbandonato il suo corpo, lo getto da parte e mi butto a terra, rotolando su me stessa. Il coyote alle mie spalle non se l aspettava: molla la presa e guaisce per lo stupore. Mi rialzo e mi volto verso di lui in un unica mossa, pronta a eliminarlo dal gioco, ma si tuffa nella boscaglia. Un ultimo guizzo della sua coda ispida tra i cespugli ed è scomparso. Guardo l animale morto. Il suolo arido assorbe avidamente il sangue che scorre dalla sua gola. Un fremito mi percorre la schiena, come l ultimo sussulto dopo l appagamento di una brama sessuale. Chiudo gli occhi e rabbrividisco. Non è colpa mia. Sono stati loro ad attaccarmi per primi. Adesso il silenzio che è sceso nel fondo del baratro riecheggia la calma che sento dentro. Perfino le cicale hanno smesso di stridere. Il mondo riposa nel silenzio e nell oscurità. Cerco di esaminare e pulire le mie ferite, ma non riesco a raggiungerle facilmente. Tendo il mio corpo e valuto l entità del dolore. Pur profondi, i due fori sanguinano appena. Sopravvivrò. Mi volto e intraprendo il mio viaggio di ritorno. Mi trasformo nel vicolo, infilo i vestiti alla meglio e mi affretto lungo il marciapiede. La frustrazione mi prende. Non dovrebbe andare in questo modo: sporca e clandestina tra i rifiuti della città, come un tossico sorpreso a farsi nell ombra. Dovrebbe finire in una radura nella foresta: i vestiti nascosti da qualche parte dietro un cespuglio, le membra finalmente rilassate, sotto di me il fresco della terra e sulla mia pelle nuda il solletico della brezza notturna. Mi addormenterei sull erba, stanca ma inebriata. E non sarei sola. Attorno a me ci sarebbero anche gli altri, sdraiati sul prato. Riesco quasi a vederli. Sento il loro russare familiare, interrotto ogni tanto dai sussurri e dalle risate. Percepisco il tepore della loro pelle, mentre il piede uncinato di un fratello che sogna di correre si contrae uncinando il mio polpaccio. Riesco a fiutare il loro odore, 18 il loro sudore, il loro alito, mescolati all effluvio del sangue di cervo che imbratta i nostri corpi dopo la caccia. La visione va in frantumi davanti alla vetrina di un negozio, sostituita dalla mia immagine riflessa. Una solitudine profonda, totale, mi stringe il petto e quasi non respiro. Mi volto di scatto e prendo a pugni la cosa più vicina. Un lampione trema sotto i miei colpi mentre il dolore mi si propaga come fuoco lungo le braccia. Bentornata nella realtà: sono un licantropo solitario che si trasforma nei vicoli e fa furtivamente ritorno al suo appartamento. Eccomi qua, condannata a vivere tra due mondi: da una parte c è la normalità, dall altra un posto in cui posso essere me stessa senza paura di rappresaglie. Nessuno si stupirebbe se commettessi un omicidio in quel mondo, anzi, se si trattasse di difenderne la santità, sarei perfino incoraggiata a uccidere. Ma me ne sono andata e non posso più tornare indietro. Sulla via di casa sono così arrabbiata che a ogni passo pesto i piedi sul marciapiede. Una donna raggomitolata sotto un mucchio di lenzuola sporche mi sbircia mentre cammino e si ritrae istintivamente nel suo nido. Girato l angolo si fanno avanti due uomini. Si stanno chiedendo se sarò io stanotte la loro preda. Resisto alla tentazione di ringhiargli in faccia, ma solo per un pelo, e mi limito a camminare più in fretta. A quanto pare hanno deciso che non vale la pena darmi la caccia. Non dovrei essere qui. Dovrei essere a casa, a letto, invece di girovagare per il centro di Toronto alle quattro di mattina. Una donna normale non sarebbe qui. Come se mi servisse un altro promemoria per ricordarmi che non sono normale! Guardo in fondo alla via e riesco a leggere un biglietto appeso a un palo del telefono a quindici metri di distanza: non è normale. Fiuto una zaffata di pane appena sfornato in un panificio a chilometri di distanza: non è normale. Mi fermo di fronte all entrata di un negozio, afferro le sbarre che proteggono la vetrina e fletto i bicipiti, facendo gemere il metallo tra le mie mani: non è normale. Non è normale, mi ripeto, cantilenando le parole nella mia testa. Le uso contro di me 19

10 come uno strumento di tortura, e la rabbia non fa che aumentare. Fuori dalla porta del mio appartamento faccio un respiro profondo. Non devo svegliare Philip e se lo sveglio non devo assolutamente farmi vedere in queste condizioni. Non ho bisogno di uno specchio per sapere come sono ridotta: la pelle tirata, le guance di un rosso acceso e gli occhi incandescenti per la rabbia che ormai sembra seguire ogni Trasformazione. Non è normale. Decisamente! Quando alla fine entro in casa sento il suo respiro regolare provenire dalla camera da letto. Dorme ancora. Ho quasi raggiunto il bagno ma ecco che il suo respiro s inceppa. «Elena?», la sua voce è un brontolio ancora impastato di sonno. «Stavo solo andando in bagno». Cerco di passare velocemente davanti alla porta, ma Philip si è messo a sedere sul letto e mi scruta coi suoi occhi da miope, aggrottando la fronte. «Vestita di tutto punto?», chiede. «Ero uscita». Un attimo di silenzio. Si passa le dita tra i capelli e sospira. «Accidenti, Elena, lo sai che è pericoloso. Ne abbiamo già discusso. La prossima volta svegliami che ti accompagno». «Avevo bisogno di starmene da sola, per riflettere». «Ma è pericoloso». «Lo so. Mi dispiace». Sgattaiolo in bagno, fermandomi lì più del necessario. Faccio finta di usare la toilette, mi lavo le mani con l acqua sufficiente a riempire una vasca idromassaggio, poi mi accorgo che un unghia ha bisogno di essere limata con estrema attenzione. Quando decido che Philip ha di nuovo preso sonno, mi dirigo in camera da letto. Ma l abat-jour è accesa. Philip è appoggiato al cuscino e si è messo gli occhiali. Indugio sulla soglia. Non riesco ad attraversarla, a scivolare nel letto al suo fianco. Mi odio per questo, ma non ci riesco. I ricordi della notte appena trascorsa sono ancora troppo vividi e qui mi sento fuori posto. 20 Dato che non mi muovo, Philip sposta le gambe fuori dal letto e si mette a sedere. «Non intendevo essere brusco», dice, «ma mi preoccupo per te. So che hai bisogno della tua libertà e sto cercando di». Si ferma e si sfrega le labbra con le dita. Le sue parole fanno male. So che non le ha pronunciate per rimproverarmi, eppure mi ricordano che sto rovinando tutto, che sono fortunata ad aver trovato una persona così paziente e comprensiva come Philip. Ma anche la sua pazienza ha un limite e io lo sto superando a rotta di collo e tutto quello che sembro capace di fare è stare a guardare, in attesa dello schianto finale. «So che hai bisogno della tua libertà», ripete. «Ma ci dev essere un altro modo. Forse potresti uscire di mattina presto. Se preferisci uscire di notte potrei accompagnarti fino al lago. Tu te ne vai in giro mentre io rimango seduto in macchina e ti tengo d occhio. Oppure vengo con te, ma seguendoti a una ventina di passi di distanza o qualcosa del genere». Abbozza un mezzo sorriso. «Meglio di no. Forse finirei per essere beccato dalla polizia: l uomo di mezza età che pedina la bellissima ragazza bionda». Fa una pausa e si sporge in avanti. «A questo punto, Elena, avresti dovuto ricordarmi che a quarantun anni un uomo non ha ancora raggiunto la mezza età». «In qualche modo troveremo una soluzione», dico. Naturalmente non ci riusciremo. Io devo correre con la protezione dell oscurità e devo farlo da sola. Non ci sono compromessi. Quando si siede sul bordo, guardandomi, so che siamo spacciati. La mia unica speranza è rendere il nostro rapporto così perfetto da fargli dimenticare il nostro unico, insormontabile, problema. Quindi il mio primo passo dovrebbe essere andare da lui, infilarmi a letto, baciarlo e dirgli che lo amo. Invece non ci riesco. Non stanotte. Stanotte sono qualcosa di diverso, qualcosa che Philip non potrebbe capire. Non voglio andare da lui in queste condizioni. 21

11 «Non sono stanca», dico. «Potrei rimanere in piedi. Vuoi fare colazione?». Mi guarda. Qualcosa nella sua espressione vacilla e capisco che ho sbagliato un altra volta. Ma non me lo fa pesare. Sfodera di nuovo il suo sorriso. «Usciamo. Da qualche parte ci sarà pure un locale aperto in città, anche se è presto. Gireremo in macchina finché non ne troviamo uno. Ci beviamo cinque tazze di caffè e guardiamo sorgere il sole. Va bene?». Annuisco. «Vuoi fare la doccia per prima?», chiede. «O facciamo testa o croce?». «Vai tu». Mi bacia una guancia passandomi accanto. Aspetto di sentire lo scrosciare della doccia, poi vado in cucina. Certe volte sono così affamata. 22 Umana Dovevo suonare il campanello? Era la festa della Mamma e io me ne stavo davanti alla porta con un regalo in mano. Cosa abbastanza normale se il regalo fosse stato per mia madre, ma lei era morta da tempo e io non ero rimasta neppure in contatto con le donne che mi avevano preso in affidamento, figuriamoci se mi sognavo di portar loro dei regali. Il pacco era per la mamma di Philip. E non ci avrei trovato nulla di strano se lui fosse stato qui con me. Ma Philip non c era: aveva chiamato dall ufficio un ora prima per dire che non poteva assentarsi dal lavoro. «Vuoi andare da sola o preferisci aspettarmi?». Avevo deciso di andare da sola e adesso, davanti alla porta, mi chiedevo se avevo fatto la scelta giusta. È normale che una donna faccia visita alla madre del suo fidanzato per la festa della Mamma senza il suddetto fidanzato? Forse stavo esagerando. E non era la prima volta. Le regole della società umana mi disorientavano. Non che fossi stata allevata in una caverna, questo no. Prima di diventare un licantropo avevo già appreso i meccanismi fondamentali dello stare al mondo: ero in grado di chiamare un taxi, far funzionare un ascensore e aprire un conto in banca. Insomma, le piccole cose quotidiane. Erano le relazioni sociali a crearmi problemi. Per cominciare non avevo avuto un infanzia facile. Poi, quando stavo per diventare maggiorenne, fui morsa e passai i successivi nove anni della mia vita con altri licantropi. 23

12 Nemmeno in quel periodo sono rimasta isolata dal consorzio umano: sono tornata all università, ho viaggiato per il mondo e ho persino iniziato a lavorare. Ma loro erano sempre lì con me, a offrirmi sostegno, protezione e amicizia. Non avevo bisogno di conoscere altra gente, trovarmi un uomo o andare a pranzo con i colleghi di lavoro. L anno passato, quando ho rotto con gli altri e me ne sono tornata a Toronto, pensavo che integrarmi sarebbe stata l ultima delle mie preoccupazioni. Non doveva essere poi così difficile: bastava prendere i rudimenti fondamentali che avevo imparato nella mia infanzia, mescolarli con le regole di conversazione che avevo appreso da adulta, aggiungere un pizzico di savoir-faire e, voilà, in men che non si dica avrei stretto nuove amicizie e chiacchierato con nuove conoscenze. Illusa! Ero ancora in tempo per scappare? E perché mai? In realtà, non ne avevo alcuna intenzione. Ho fatto un respiro profondo e ho suonato il campanello. Qualche secondo più tardi ho sentito dei passi nervosi risuonare in ingresso. Una donna dal viso tondo e i capelli castani spruzzati di grigio si è affacciata sulla soglia. «Elena!», ha detto Diane spalancando la porta. «Mamma, c è Elena. Philip sta parcheggiando? Spero che trovi posto. Hai visto quante auto in strada? Non ci si può credere! Sono tutti in giro in visita ai parenti». «A dire il vero Philip non c è. Doveva lavorare. Ma ci raggiungerà più tardi». «Lavorare? Di domenica? Devi fargli un discorsetto, cara». Diane si è fatta da parte tenendo la porta. «Entra pure, sono già tutti qui». Anne, la madre di Philip, è apparsa dietro alla figlia: era una donna minuta, che non mi arrivava nemmeno al mento, con capelli lisci, di un grigio metallico, acconciati alla paggetto. «Continui a suonare il campanello, cara?», ha detto venendomi incontro per abbracciarmi. «Solo i venditori porta a porta suonano il campanello. I membri della famiglia non ne hanno bisogno». 24 «Philip arriverà più tardi», ha detto Diane. «Sta lavorando». Anne ha espresso il suo disappunto sbuffando e mi ha accompagnato all interno. Larry, il padre di Philip, era in cucina e stava rubacchiando dei pasticcini da un vassoio. «Quelli sono per il dessert, pa», lo ha cacciato via Anne. Larry mi ha stretto con un braccio solo, essendo l altra mano ancora impegnata con un brownie. «Allora, dov è il nostro». «Più tardi», lo ha anticipato Diane. «Sta lavorando. Vieni in soggiorno, Elena. Mamma ha invitato a pranzo i vicini, Sally e Juan». Ha abbassato la voce in un sussurro: «I figli si sono tutti trasferiti nell Ovest». Ha aperto la porta a vetri. «Prima che tu arrivassi, mamma stava mostrando loro i tuoi ultimi articoli su Focus Toronto». «Oh-oh. Devo preoccuparmi?». «Stai tranquilla, sono dei liberali di vecchia data. Hanno molto apprezzato il tuo lavoro. Oh, eccoci qua. Sally, Juan, lei è Elena Michaels, la fidanzata di Philip». La fidanzata di Philip! Essere chiamata così mi ha sempre fatto uno strano effetto. Non che preferissi compagna o qualche altro termine politicamente corretto altrettanto ridicolo. Mi suonava strano perché non ci ero più abituata: per anni non ero stata la fidanzata di qualcuno. Le relazioni non facevano per me: se una storia durava più di un fine settimana, già cominciava a sembrarmi troppo impegnativa. La mia unica relazione a lungo termine era stata un disastro. Più che un disastro. Una catastrofe. Ma con Philip era diverso. L avevo conosciuto qualche settimana dopo il mio arrivo a Toronto. Viveva in un edificio a qualche isolato dal mio e, siccome avevamo lo stesso amministratore, poteva accedere liberamente alla palestra del mio condominio. Un giorno era arrivato in piscina dopo mezzanotte e mi aveva trovata a nuotare da sola. Mi aveva chiesto se poteva fare anche lui qualche vasca, come se avessi il diritto di mandarlo via. In quel mese 25

13 ci siamo ritrovati spesso in palestra, sempre a notte fonda, e ogni volta mi chiedeva se mi sentivo a mio agio da sola con lui. Alla fine gli ho risposto che frequentavo la palestra proprio per non dovermi preoccupare di essere aggredita da qualche losco figuro e il mio proposito si sarebbe rivelato fallimentare se la sua presenza mi avesse reso nervosa. Questo lo aveva fatto ridere. Si era trattenuto in palestra dopo l allenamento e mi aveva offerto un succo di frutta dal distributore automatico. Una volta che la pausa-succo a fine allenamento era diventata un abitudine, ha cominciato a estendere gli inviti al resto della giornata, prima il caffè, poi il pranzo, infine la cena. Quando siamo arrivati alla colazione erano ormai passati sei mesi dal giorno del nostro primo incontro. Dev essere stato per questo che mi sono innamorata di lui: ero lusingata dal fatto che un uomo potesse impegnare così tanto tempo e dedizione al solo scopo di conoscermi. Philip mi ha corteggiata con la pazienza di qualcuno che sta cercando di accogliere in casa un animale selvatico e, come accade a molti randagi, mi sono ritrovata addomesticata ancor prima di iniziare a opporre resistenza. È andato tutto bene fino a quando non mi ha proposto di convivere. Avrei dovuto rifiutare, ma non l ho fatto, un po perché avevo paura di perderlo, un po perché ero curiosa di vedere fino a che punto potevo spingermi. Il primo mese è stato un disastro. Però, quando ormai ero sicura che la situazione sarebbe precipitata, le cose hanno cominciato a ingranare. Mi sono sforzata di posticipare le Trasformazioni il più a lungo possibile, abbandonandomi alle mie scorribande notturne solo se Philip era via per viaggi d affari o doveva lavorare fino a tardi. Certo, non posso prendermi tutto il merito di aver salvato il nostro rapporto. Cavolo, se me ne prendessi la metà starei ancora esagerando. Anche quando siamo andati a vivere assieme Philip è stato paziente come al tempo dei nostri primi appuntamenti. Quando facevo qualcosa che avrebbe suscitato stupore nella maggior parte degli esseri umani, Philip lo liquidava con una battuta scherzosa. Quando ero so- 26 praffatta dalla tensione di dovermi adattare, cercava di distrarmi portandomi fuori a cena o a vedere uno spettacolo. Era disposto ad ascoltarmi se avevo bisogno di parlare dei miei problemi, ma non se la prendeva se preferivo tenerli per me. All inizio pensavo che fosse troppo bello per essere vero. Ogni volta, rientrando dal lavoro, esitavo davanti alla porta di casa e, prima di aprirla, mi preparavo ad affrontare l eventualità che lui se ne fosse andato. Un paio di settimane fa mi ha proposto di trovare un posto più grande dove stare quando il mio contratto d affitto sarebbe scaduto, e ha persino accennato a un residence: secondo lui, poteva essere un buon investimento. Un residence. Wow. Sembra una cosa quasi definitiva, non è vero? Una settimana dopo ero ancora sotto shock, in senso positivo, naturalmente. A metà pomeriggio i vicini se n erano tornati a casa loro e Ken, il marito di Diane, era andato ad accompagnare al lavoro il più giovane dei loro figli. Judith, la sorella di Philip che viveva in Inghilterra, aveva telefonato dopo pranzo per fare gli auguri ad Anne e aveva insistito per parlare con tutti i presenti, me compresa. Come gli altri parenti di Philip, anche Judith mi aveva trattato come se fossi un membro della famiglia e non la ragazza del momento di suo fratello. Erano tutti così affettuosi, così ben disposti nei miei confronti, che all inizio mi risultava difficile accettarlo, pensavo lo facessero solo per educazione. Può darsi che mi trovassero davvero di loro gusto, ma, essendo sempre stata sfortunata con le famiglie, stentavo a crederlo, anche se era quello che avevo sempre desiderato. Mentre stavamo lavando i piatti è squillato il telefono. Anne è andata a rispondere in soggiorno e dopo qualche minuto è venuta a chiamarmi, perché era Philip. «Mi dispiace, tesoro», ha detto quando ho risposto al telefono. «Mamma è arrabbiata?». «Non credo». 27

14 «Bene, le ho promesso che la porterò fuori a cena un altra volta per farmi perdonare». «Allora, hai intenzione di raggiungerci?». «Non ce la faccio», ha sospirato. «Diane ti darà un passaggio a casa». «Oh, ma non è necessario. Prenderò il taxi o un». «Troppo tardi. Ho già detto a mamma di chiederlo a Diane. Adesso non ti lasceranno uscire di casa senza una scorta». Ha fatto una pausa. «Non avevo intenzione di lasciarti sola. Sei sopravvissuta?». «Certo. Tutti sono straordinari, come sempre». «Bene. Sarò a casa per le sette. Non metterti a cucinare. Prendo qualcosa fuori. Caraibico?». «Ma se tu odi la cucina caraibica!». «Devo fare penitenza. Ci vediamo alle sette, allora. Ti amo». Ha riagganciato prima che potessi protestare. «Avresti dovuto vedere che vestiti!», diceva Diane mentre guidava diretta a casa mia. «Terribili: sembravano dei sacchi con i buchi per le braccia. Non credevo fosse così difficile trovare un abito per la madre della sposa. Forse gli stilisti pensano che, se sei in età da comprarne uno, ormai non ti importa più niente del tuo aspetto fisico. Avevo trovato un meraviglioso modello blu marino, probabilmente pensato per la seconda giovanissima moglie del padre dello sposo, ma mi stringeva troppo in vita. Ho persino pensato di buttarmi a capofitto in una dieta per riuscire a entrarci, ma è una questione di principio: ho avuto tre figli e questa pancia me la sono meritata». «Ci deve pur essere qualcosa di meglio in giro», le ho detto. «Hai già provato nei negozi che non vendono solo vestiti da cerimonia?». «È il mio prossimo passo. A dire il vero volevo chiederti se ti va di accompagnarmi. La maggior parte delle mie amiche trova che i sacchi con i buchi per le braccia sono una soluzione perfetta per camuffare l età. E poi ci sono le mie figlie che 28 si rifiutano di considerare qualsiasi cosa non metta in mostra il loro vitino da vespa. Ti va? Se accetti ti offro anche il pranzo. Il pranzo e tre Martini». «Dopo tre Martini qualsiasi vestito sembrerà perfetto», ho riso. «È esattamente quello che voglio», ha detto sorridendo. «Posso prenderlo come un sì?». «Certo». «Benissimo. Ti chiamo per metterci d accordo». Ha imboccato la rotonda davanti al mio condominio. Ho aperto lo sportello, poi mi sono ricordata delle buone maniere. «Vuoi salire a prendere un caffè?». Ero sicura che avrebbe trovato qualche modo educato per rifiutare, invece ha detto: «Volentieri! Un ultima ora di pace prima di rientrare in trincea. E in più l opportunità di fare una sfuriata al mio fratellino che oggi ti ha gettato in pasto agli squali». Ho riso e le ho indicato il parcheggio per gli ospiti. 29

15 La carta utilizzata per la stampa di questo libro ha ottenuto la certificazione ambientale del Forest Stewardship Council. Il marchio F.S.C. identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. Finito di stampare nel mese di giugno 2010 nello stabilimento grafico Puntoweb S.r.l. di Ariccia (Roma) per conto di Fazi Editore

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