Maria Pace Ottieri, Quando sei nato non puoi più nasconderti, Nottetempo, Roma 2003

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1 Bibliografia Maria Pace Ottieri, Quando sei nato non puoi più nasconderti, Nottetempo, Roma 2003 Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Portopalo, Mondatori, Milano 2004 Guido Bolaffi, I confini del patto. Il governo dell immigrazione in Italia, Einaudi, Torino, 2001, Amin Maalouf, Un mondo senza regole, Bompiani, Milano 2009 Jonathan Saks, La dignità della differenza, Garzanti, Milano 2004 Fabrizio Gatti, Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini, BUR, Milano 2009 TESTI Roma 26 ottobre Gli immigrati regolari in Italia sfiorano quota 5 milioni, una risorsa che ci si ostina ancora a considerare un problema. A dare come ogni anno i numeri dell immigrazione è il Dossier Statistico Immigrazione 2010 di Caritas e Migrantes, presentato oggi a Roma, arrivato ormai alla ventesima edizione. L Istat all inizio del 2010 ha contato 4,2 milioni di residenti stranieri, che però secondo il Dossier diventano 4,9 milioni, se si considerano anche tutti i regolari non ancora registrati nelle anagrafi, in pratica ci sarebbe un immigrato ogni dodici residenti. I romeni continuano ad essere al comunità più numerosa, circa 890mila residenti, il 21% degli immigrati, seguiti da albanesi (470mila, 11%), marocchini (430mila, 10,2%), cinesi (190mila, 4,4%) e ucraini (170mila, 4,1%). La Lombardia accoglie un quinto dei residenti stranieri ( , 23,2%), poco più di un decimo vive nel Lazio ( , 11,8%), seguono Veneto ( , 11,3%) e Emilia Romagna ( , 10,9%). La spia più chiara che l immigrazione è sempre più stabile sono i minori: in tutto quasi un milione, oltre la metà dei quali nati in Italia. I figli degli immigrati a scuola sono 670mila, il 7,5% della popolazione scolastica. Numeri, questi, che denunciano anche l urgenza di cambiare le regole per diventare italiani. È straniero circa il 10% dei lavoratori dipendenti, e ha un titolare straniero il 3,5% delle imprese, percentuale che sale al 7,2% se si considerano solo le imprese artigiane. La crisi economica ha colpito duramente i lavoratori stranieri: il tasso di occupazione, tra il 2008 e il 209, è passato dal 67,1% al 64,5%, quello di disoccupazione è salito dall 8,5% all 11,2%. Alla luce degli effetti della crisi, sottolinea il Dossier, bisogna però chiedersi se gli immigrati, che contribuiscono alla produzione del Pil per l 11,1%, siano il problema o non piuttosto un contributo per la sua soluzione. Senza lavoratori stranieri, agricoltura, edilizia, industria, assistenza familiare e tanti altri settori non più appetibili per gli italiani non potrebbero andare avanti. Il Dossier ha poi calcolato che gli immigrati versano nelle casse pubbliche, tra contributi previdenziali e tasse, 11 miliardi di euro l anno, più di quanto ricevono in prestazioni sociali e servizi, 10 miliardi. Lo scorso anno la ricerca Transatlantic Trends ha evidenziato che metà dei nordamericani e degli europei, italiani compresi, vedono l immigrazione come un problema. Si può inquadrare in questo modo, chiede il Dossier, una realtà della quale si ha bisogno?

2 Legge cittadinanza Scheda sulla legge di accesso alla cittadinanza italiana elaborata dalla Rete G2 (Legge n. 91 del 1992) * I nati in Italia da genitore non italiano regolarmente residente possono diventare italiani se, oltre a essere stati registrati all anagrafe, hanno anche risieduto in Italia legalmente e fino alla maggiore età. In questo caso devono presentare al Comune di residenza una dichiarazione di voler acquistare la cittadinanza italiana e devono farlo prima di aver compiuto 19 anni. Se non si rispettano questi termini, si dovrà fare la domanda per residenza ed aver risieduto per almeno 3 anni. * Per i figli di immigrati non nati in Italia non è attualmente previsto un percorso ad hoc, possono solo seguire i canali di accesso alla cittadinanza disponibili per i loro genitori: quindi per residenza (10 anni più dimostrazione di reddito minimo, criterio discrezionale ma spesso applicato, per questo la cittadinanza per residenza è già stata rifiutata ad alcuni figli di immigrati che l hanno richiesta) o per matrimonio con cittadino/a italiano/a. * La legge prevede che i figli di immigrati possano ricevere la cittadinanza italiana se i loro genitori riescono ad ottenerla. Ma questo può avvenire solo se il figlio è ancora minorenne quando il genitore diventa italiano e se i due familiari convivono in Italia. Pochi genitori stranieri conoscono questo percorso e spesso, visti i tempi lunghi e non certi della procedura di naturalizzazione, diventano cittadini quando i figli sono ormai maggiorenni e quindi senza possibilità di assicurarla direttamente anche a loro. Tutti e tre i punti sopra esposti valgono per le seconde generazioni che hanno entrambi i genitori senza cittadinanza italiana. DOSSIER. Un lavoro di Massimiliano Bagaglini mette a fuoco le traiettorie occupazionali degli immigrati in Italia. Gli immigrati rubano il lavoro agli italiani? Neanche per sogno. Anzi, basta guardare il loro curriculum vitae per accorgersi che, in certi casi, sono proprio gli immigrati a dover lamentare un impiego inferiore al proprio titolo di studio. Insomma, l assenza di mobilità lavorativa che caratterizza il lavoro in Italia, sembra colpire in modo più incisivo i cittadini immigrati, penalizzati dalla loro appartenenza etnica. Eppure, meglio degli italiani, sanno adattarsi alla flessibilità. Sono queste alcune conclusioni contenute in un interessante lavoro di Massimiliano Bagaglini, esperto di politiche locali e sviluppo locale, autore del volume Tra integrazione e subalternità: la mobilità lavorativa degli immigrati, in uscita in questi giorni per la casa editrice Ediesse (www.ediesseonline.it). Uno studio che traccia le traiettorie occupazionali degli immigrati in Italia, in particolare residenti nell area romana, attraverso un analisi attenta di un campione di 860 curricula di lavoratori e lavoratrici, provenienti da diverse aree del mondo, raccolti presso diversi centri di orientamento al lavoro, collocati sopratutto nelle aree periferiche della capitale. Al centro della ricerca, il rapporto tra le risorse in termini di capitale umano, titolo di studio, conoscenza della lingua italiana, formazione professionale, precedenti occupazioni anche in patria e la posizione lavorativa al momento della compilazione del curriculum. Uno studio utile a capire se vi sono elementi in grado di influire positivamente (o negativamente) sui processi di mobilità lavorativa in un mercato fortemente condizionato dalla rigidità della domanda.

3 Ne emerge un quadro in cui i processi di integrazione, pur in una condizione di forte asimmetria, rivelano segnali di controtendenza: mentre si adattano all ambiente che li ospita, gli immigrati contribuiscono lentamente a trasformarlo. D altronde il recente dossier Caritas sull immigrazione ci dice che le comunità straniere contribuiscono alla produzione del Prodotto interno lordo per l 11,1%; versano alle casse dello Stato quasi 11 miliardi di contributi previdenziali e fiscali l anno; incidono per circa il 10% sul totale dei lavoratori dipendenti, dichiarano al fisco un imponibile di oltre 33 miliardi di euro. Il rapporto tra spese pubbliche sostenute per gli immigrati e i contributi e le tasse da loro pagati ( la stima dei dichiaranti) va a vantaggio del sistema Italia. Non vi è dubbio, al contempo, che la collocazione lavorativa degli immigrati in Italia, ma anche in altri paesi, sia confinata in determinate nicchie lavorative: servizi a bassa qualificazione soprattutto, abbandonati ormai da anni dalla manodopera autoctona. La sempre più stridente contraddizione tra i titoli di studio posseduti o le esperienze accumulate dagli immigrati e le posizioni lavorative a loro riservate, soprattutto in una società come quella italiana, in cui la componente multiculturale tende ad affermarsi quale dato di natura strutturale, rischia, alla lunga, di far emergere laceranti contraddizioni di natura economica e sociale. A partire dall inevitabile spreco di risorse umane, con la formazione di una sorta di classe di servizio la cui incerta inclusione sociale (rectius discriminazione) è fatalmente destinata a riverberarsi anche sulle successive generazioni, con conseguenze facilmente prevedibili e già sperimentate in altri paesi di ben più robusta tradizione immigratoria (vedi Francia e Regno Unito). In tal senso, il rapporto tra mobilità e inclusione socio-economica degli immigrati è molto stretto, un rapporto sul quale, è bene precisarlo, pesano un complesso di fattori che vanno oltre le cosiddette risorse di capitale umano. Si pensi, ad esempio, al ruolo svolto dalle reti etniche il cui capitale sociale offre agli immigrati notevoli opportunità in termini di inserimento lavorativo, reperimento di un alloggio, relazioni sociali etc., ma di cui numerosi studi hanno anche fatto emergere l ambivalente funzione di intrappolamento, al pari del condizionamento derivante dalle rigide caratteristiche della domanda di lavoro delle società postindustriali. Dalla ricerca, insomma, emerge che il mercato del lavoro, in particolar modo quello metropolitano, non può dirsi completamente impermeabile al capitale umano degli immigrati. Si delinea cioè un quadro più sfumato, in cui l immigrato non è pura passività rispetto alle soverchianti forze economiche e sociali nelle quali si trova ad agire, ma appare capace di delineare percorsi alternativi a quelli dettati dalla rigidità del mercato del lavoro, anche grazie alle doti di flessibilità che gli provengono dalla sua condizione di migrante. Non è un caso che quel 10% di popolazione migrante sia titolare del 3,5% delle imprese italiane. Tra integrazione e subalternità ci racconta, inoltre, come alcune risorse di capitale umano, quali il titolo di studio o la conoscenza della lingua italiana, siano in grado di frenare l inevitabile arretramento lavorativo che gli immigrati sperimentano nell inserirsi nel mercato italiano, anche attraverso l attivazione di percorsi alternativi di costruzione di carriere professionali in cui lo stimolo è dato proprio dai bisogni indotti dalla crescente presenza di immigrati nelle nostre aree urbane. Ma emergerà anche con notevole chiarezza come, in questi anni, le carenze del mercato del lavoro in termini di erogazione di servizi - esemplare a questo proposito il rapporto tra le sempre più pressanti esigenze di cura collegate alle trasformazioni economiche e sociali degli ultimi trenta anni e la mancata trasformazione dell assetto delle politiche sociali in Italia - siano state colmate attraverso un vasto processo di brain draining, ovvero di spreco di risorse di capitale umano immigrato i cui costi non tarderanno a manifestarsi. Prendiamo ad esempio la storia di Antonio, che viene dall Eritrea, laureato in scienze naturali e insegnante di materie scientifiche in un liceo del suo Paese, che in Italia ha fatto l assistente domiciliare, il giardiniere saltuario, l assistente domiciliare e, infine, l addetto a un call center

4 etnico; o quella di Miroslav, ucraino, laureato in giurisprudenza con più di dieci anni di esperienza nel settore della sicurezza nel suo Paese, che in Italia ha svolto i lavori di domestico e baby sitter, badante, addetto al montaggio mobili; o ancora Virgina, romena, che ha una laurea in ingegneria meccanica con specializzazione in tecnologia della costruzione di macchine e che, in Italia dal 2002, ha lavorato come badante e collaboratrice domestica. Eppure i curricula multiculturali degli immigrati possono offrire opportunità di uscire dalle nicchie lavorative a loro riservate. David, pakistano, laureato in sociologia, fa il traduttore perché conosce oltre al punjabi, l urdu, l inglese, l italiano e un poco il tedesco; oppure Jean, che viene dal Congo, laureato in diritto, insegnante nel suo Paese, che in Italia ha lavorato come tutor in progetti sul turismo ambientale e culturale. Ciò dimostra che, laddove non esistono ostacoli di ordine etnico, i lavoratori immigrati possono rappresentare una risorsa importante, senza sacrificare le proprie attitudini e professionalità. Imprenditoria e integrazione a braccetto Con un po di superficialità, e a volte di presunzione, si crede, nel migliore dei casi, che il compito di una società giusta si esaurisca nel momento in cui agli immigrati vengano assicurati i diritti fondamentali e un posto di lavoro. Come se gli stranieri non avessero le capacità o, che è peggio, il diritto di occupare i posti di comando. Dalla sua fondazione, quasi un anno fa, questo giornale è partito da un presupposto diverso: raccontare la luce, la forza del fenomeno migratorio nel nostro Paese, senza tuttavia trascurare il tragico e i conflitti. Le pagine di Mixa sono piene di storie di immigrati integrati, parte attiva della società e dell economia nazionale e che, in certi casi, hanno sposato l italianità molto di più rispetto a tanti nostri connazionali. Anche l imprenditoria etnica, nel nostro Paese, non è più una novità. Uno studio della Fondazione Ismu, in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano, ha dimostrato che nel 2000, le imprese immigrate attive in Lombardia erano meno del 2%, nel 2006 il 4%, nel 2008 poco più del 5 %. Una crescita costante, quella del passaggio al lavoro autonomo di molti stranieri, che è anche il simbolo del loro percorso di emancipazione. Qual è il contributo che l imprenditorialità etnica e le parti sociali possono dare all integrazione e alla crescita delle società? A questo quesito hanno provato a rispondere gli esperti intervenuti al seminario organizzato da Unioncamere Lombardia insieme all Ismu e alla fondazione G.Piccini. Lo sviluppo, anche economico, delle società del terzo millennio, non può prescindere da uno scambio funzionale tra gli imprenditori stranieri, con le loro competenze specifiche e i loro bacini di utenza, e le nostre istituzioni. Le imprese straniere si concentrano soprattutto nei settori della cosiddetta old economy (edilizia, trasporti, servizi di pulizia, commercio al dettaglio). Questo perché hanno costi di esercizio contenuti, un numero ridotto di dipendenti e intessono reti commerciali di estensione limitata. Ma il fenomeno è in continuo mutamento, e nell ultimo anno sono cresciute le attività economiche immigrate attive nel campo della promozione culturale, dell assistenza informatica, delle agenzie di viaggio, della comunicazione, della moda e dell arte. Negli ultimi tre anni le imprese straniere sono cresciute del 33% - spiega Marco Accornero, presidente dell Unione artigiani della Camera di Commercio di Milano mentre quelle italiane sono in stallo. Registriamo anche un aumento delle imprese guidate da donne, con un incidenza femminile nelle imprese straniere più forte che in quelle italiane.

5 Secondo il monitoraggio della Camera di Commercio, l artigianato resta l ambito in cui gli stranieri sono più attivi, con l edilizia in testa. La Tunisia e la Romania sono i Paesi più rappresentati in questi settori. Tuttavia gli stranieri che decidono di mettersi in proprio si scontrano con una serie di difficoltà che compromettono le speranze di consolidamento dell attività imprenditoriale e quindi anche il loro inserimento sociale. Innanzitutto la scarsa disponibilità di capitale, sia in termini economici sia, talvolta, in termini sociali; le difficoltà di accesso al sistema creditizio, per la diffidenza e resistenza delle banche; le procedure burocratiche, e infine la mancanza di informazioni. Esiste una scarsa permeabilità del mercato del lavoro e della società locale, nonché della struttura delle opportunità esistenti, precisa il segretario generale dell Ismu Vincenzo Cesareo. Alcuni immigrati aggiunge Cesareo compensano questo svantaggio acquisendo esperienza professionale, sviluppando relazioni e conoscenze nel loro mestiere, oppure chiedendo aiuto a mediatori come parenti e conoscenti, capaci di curare i rapporti con il sistema bancario, con la burocrazia, con l'amministrazione e con le istituzioni locali. Altri, in mancanza di tutto questo, si trovano invece impigliati in un sistema che non conoscono e che dunque funge da freno, più che da catalizzatore, del proprio progetto imprenditoriale. Un allarme che arriva da più parti, quello della carenza del sistema informativo e degli ostacoli della burocrazia, e non solo per gli imprenditori stranieri. In altre realtà del nostro Paese però, si è riusciti a valorizzare l imprenditore straniero più come imprenditore appunto che come straniero. E il caso di Bologna, città aperta agli immigrati per tradizione storica e politica. Quando il fenomeno si è sviluppato, negli anni 90, la città ha fatto fatica ad assimilarlo, poi ha cercato di fornire gli stessi strumenti a tutti, italiani e non, confluiti nello Sportello unico per le attività produttive, racconta Raffaele Ricciardi, subcommissario per il sociale del Comune di Bologna. In Emilia Romagna non esiste una rete di aiuti specifici per gli imprenditori stranieri, e oggi se ne comincia a sentire l esigenza. L accesso al credito, così come la legislazione italiana in materia e la carenza di informazioni sono un vero problema per gli immigrati imprenditori. Tra gli immigrati che decidono di aprire un azienda resta una diffusa tendenza all autofinanziamento, così come uno scarso confronto con le altre realtà imprenditoriali e una autoreferenzialità nella fase di start-up. Raramente poi gli imprenditori stranieri si identificano con le associazioni di categoria. Mentre è proprio oltre quel confine che ci si può misurare con più ampie possibilità di scelta e, in una parola, crescere. L uscita da questa sorta di sabbie mobili - secondo gli esperti - sta nell opportunità di confrontarsi con le altre imprese e di lavorare in rete. Un esigenza, quella del network, che gli imprenditori stranieri dimostrano nella richiesta crescente (documentata dalla Camera di Commercio di Milano) di imparare la lingua italiana per poterla utilizzare sul posto di lavoro. Il compito principale di cui le istituzioni sono chiamate a farsi carico aggiunge Cesareo è quello di porsi, innanzitutto, come elemento facilitatore del radicamento dell impresa straniera, e prima ancora come veicolo dell integrazione effettiva degli imprenditori.nei casi di successo, infatti, gli imprenditori stranieri sono diventati dei veri e propri leader delle loro comunità, non solo in quanto simbolo del riscatto sociale, ma anche perché hanno saputo creare opportunità interne. Un aspetto fondamentale, e di cui le istituzioni devono tenere conto. E attraverso questi simboli che si possono fare immensi passi avanti nel cammino verso l integrazione e la convivenza civile.

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