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2 A Franco Franchi e Ciccio Ingrassia indimenticati idoli della mia infanzia, adolescenza e maturità. Mi avete fatto ridere pure nel pancione di mia mamma. Insuperabili.

3 Raimondo Moncada MAFIA RIDENS ovvero il giorno della cilecca Dario Flaccovio Editore

4 Raimondo Moncada Mafia ridens ovvero il giorno della cilecca ISBN Prima edizione: novembre by Dario Flaccovio Editore s.r.l. - tel Moncada, Raimondo <1967-> Mafia ridens ovvero il giorno della cilecca / Raimondo Moncada. - Palermo : D. Flaccovio, ISBN CDD-22 SBN PAL CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana Alberto Bombace Stampa: Tipografia Priulla, novembre 2013 L opera è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti, a cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

5 Training al mercato L autobus stava per arrivare. Trombava a più non posso per farsi largo tra file di maschi eccitati e femmine mezze nude. La piazza del mercato rionale strepitava dentro il forno di mezzogiorno. La voce del panellaro, panelle calde panelle, si accavallava a quella del finto palermitano che vendeva panini con meuza 1 taroccata. Tra autobus trombanti che scaricavano a valanga carne umana e le urla di centinaia di venditori ambulanti, nella piazza impazzita di sole si levava la vocina di un uomo: «Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone!». Una signora stramazzò a terra, raggiunta non si sa 1 Milza. 5

6 se da un colpo di lupara, un colpo di sole, un colpo al cuore. Perse i sensi sorridendo. Un ambulanza la venne a raccogliere e non se ne seppe più nulla. Girò voce soltanto che quella donna era una fan sfegatata di Marlon Brando, un amante del film Il Padrino e aveva visto crescere quell uomo che diceva di essere entrambe le cose. Quell uomo era Calogerino, anche se diceva di essere un altro. Non si capiva bene se era stato folgorato dall illuminazione divina o se era stato il palo dell illuminazione pubblica colpito in piena fronte al mercato in un momento di distrazione meditativa. Si era messo in testa di diventare nientemeno che Marlon Brando! Ma non Marlon Brando in persona, cioè l attore in carne e ossa. Calogerino decise di diventare il personaggio a cui la carne, la pelle e le ossa di Marlon Brando avevano dato vita: Don Vito Corleone del Padrino Uno, Due, Tre e via discorrendo. Don Vito Corleone! Matre mia! Il solo nome senza il cognome, pronunciato bisbigliandolo di nascosto o ripetuto mentalmente, faceva spavento: «Fa venire la pelle d oca a chi oca non è! Fa abbottonare la pelle a chi ce l ha sbottonata! Fa drizzare i peli ai portatori sani di calvizie! Fa 6

7 venire l alopecia cavalcante ai capelloni dall equino crine!». I commenti divertiti dei fan del Padrino Uno, Due, Tre e via discorrendo si sprecavano. Calogerino si sforzava di essere l attore di un attore, per assorbire i caratteri di un boss, di uno di quei boss masculi 2 siculi spietati che a guardarli in faccia vieni scosso da sussulti sismici di paura al massimo grado delle scale Richter e Mercalli e della massima altezza delle scale esposte in ferramenta. C erano altri grandi attori, altri grandi personaggi del cinema che avrebbe potuto prendere a modello. Ma i supereroi non gli ispiravano simpatia. Superman volava troppo alto e l avrebbe fatto morire di vertigini. La criptonite lo terrorizzava e la lettera S sul costume gli faceva venire in mente la parola stronzo, o ancora meglio sfigato. L Uomo Ragno gli faceva schifo. Batman gli sembrava uno spettatore condannato a fare la claque a artisti raccomandati, a cui bisognava fare a tutti i costi l applauso. «Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone!». 2 Letteralmente, maschi. Si intende maschili. 7

8 Era un vero e proprio training autogeno, anche se Calogerino non sapeva cosa fosse. Se ti azzardavi a chiederglielo, rischiavi una risposta con riferimenti al sistema ferroviario anglo-americano. Non aveva mai letto testi di psicologia, così come non aveva mai letto libri in generale. Sapeva solo lo stretto indispensabile. Calogerino poteva essere preso dalla scienza come nobile esempio dell ignoranza universale. Come modello di tabula rasa, avrebbe fatto la sua sporca figura sul Guinness dei Primati se non fosse stato per un difetto imperdonabile: qualche sprazzo di fumetto intravisto, con visioni di figure rubate qua e là negli espositori di edicole consenzienti. «Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone!». Calogerino aveva sentito dire in un programma televisivo che per raggiungere un obiettivo bisognava fissarlo bene nell anticamera del cervello, farlo poi entrare nella camera principale, credere di poterlo raggiungere e lavorare al cambiamento prima di tutto di testa: «La mente è tutto. Se ti convinci è fatta! Agisci!». Era un percorso di mente e non un percorso demente, come già qualcuno lo aveva battezzato. 8

9 Maestra televisione Calogerino era cresciuto a pane e tv. Aveva una fede cieca in quello che diceva lo schermo. «Tutto è possibile. Se hai fiducia nel potere infinito della tua mente, realizzerai miracoli!». La televisione lo aveva aiutato a crescere, a capire la vita e il mondo. La maestra tv gli aveva ad esempio insegnato: «Che siamo quello che mangiano; che se mangi un broccolo sei un broccolo, così se mangi un finocchio sei un finocchio; che mangiamo ciò che passa il convento; che in convento si ritirano i frati con gli abiti dei monaci; che l abito non fa il monaco e neanche la monaca; che la foca monaca non è religiosa così come la mantide; che a Monza vive ancora murata la monaca dei Promessi Sposi; che se ti sposi non perdi la vista 9

10 mentre con la solitudine c è qualche possibilità; che la benedizione urbi et orbi non c entra niente con chi soffre di cecità; che chi non prega pecca ed è un peccato farsi pregare; che gli uomini possono essere più maiali dei porci; che la scrofa è una troia ma meno della donna che si concede a tutti tranne che a te; che il cavallo di troia non è un attore porno; che gli attori porno possono andare a cavallo come il re e la regina; che l ape regina fa fare un mazzo così alla classe aperaia e anche all Ape Marx; che la classe non è acqua, soprattutto nelle scuole del deserto; che se dici acqua in bocca a un assettato ricevi un pugno sui denti; che i denti da latte non si macchiano col caffè, neanche quelli dei monaci cappuccini; che il voltastomaco non è un esercizio ginnico da circo; che se sei rotondo non puoi morire quadrato, ma se ti convinci puoi morire al cubo; che repetita juvant non è un incitamento per diventare tifoso juventino». 10

11 La via del padrino Calogerino era determinato come non mai a rivoluzionare la sua vita, a girarsi come un calzino fetente, a essere quello che la gente non si aspettava che fosse, a diventare il contrario di quello che egli stesso aveva sempre creduto di essere. Per guadagnarsi l onore e il rispetto che non aveva mai avuto si era così messo in testa di incarnare quello che per lui era stato un mito, anche se in negativo. Calogerino non voleva diventare un assassino. Gli veniva pure difficile da credere. Non era, infatti, capace di far del male a una zanzara di cui era anzi un pranzo prediletto. Voleva semplicemente diventare il carnefice di se stesso, per uccidere quella parte di sé che lo aveva trasformato nello zimbello di tutti. La tv gli aveva indicato la strada: 11

12 «Individua e fissati con chiarezza l obiettivo. Concentra tutte le tue energie sul bersaglio e agisci per raggiungerlo. Elimina ogni pensiero disturbatore. Per concentrarti, ripeti mentalmente o a voce alta cosa vuoi conseguire. Ripetilo cento, mille, miliardi di volte fino a quando la parola non diventerà carne. Se vuoi ingrassare pensa con intensità a un elefante. Se vuoi dimagrire pensa a un fil di ferro. Se vuoi diventare un cretino, pensa a quello che sei adesso». Calogerino recitava a viva voce la sua formula magica appena si svegliava la mattina. La ripeteva dopo avere dormito con le cuffiette alle orecchie collegate a un vecchio registratore a cassetta, dove girava con l autoreverse un nastro con inciso: «Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone! Io sono Marlon Brando Corleone!». Si guardava allo specchio e, dopo un comprensibile spavento iniziale, affermava di essere un mafioso, uno dei più terrificanti mafiosi che la storia della mafia mafiosa avesse mai conosciuto. Calogerino si diceva che i mafiosi avrebbero dovuto vergognarsi di fronte alla sua persona, che in confronto a lui i tradizionali boss erano delle femminucce con le mestruazioni croniche e che se avevano la sfortuna 12

13 di incrociarlo si sarebbero dovuti nascondere. Faceva colazione a mezzogiorno con: «Io sono Marlon Brando Corleone». Pranzava e, con gli spaghetti che gli uscivano dagli interstizi dei denti, si ripeteva: «Io sono Marlon Brando Corleone». Andava a messa e pregava a litania «Io sono Marlon Brando Corleone» nella convinzione sempre più convinta che prima o poi quelle parole gli si sarebbero stampate nella testa come i tasti della macchina da scrivere sul nastro dell inchiostro. Non solo si ripeteva che era un prepotente criminale, ma cercava anche di imitare la postura del corpo e la gesticolazione di Marlon Brando (quando si esercitava con la testa, si autoincitava dicendosi: «Come testicolo io, nessuno!»). Solo quando usciva di casa, «Io sono Marlon Brando Corleone» se lo ripeteva mentalmente per la vergogna. Quando era davvero concentrato gli capitava di recitare la formula in pubblico a viva voce e di non rendersene conto: sull autobus, al mercato rionale, al supermercato, ai giardini, nei gabinetti pubblici. Gli capitava di fare la pipì alla stazione dei treni e oltre a ripetere «Io sono Marlon Brando Corleone» provava tutti quei gesti a cui Marlon Brando avrebbe dato espressione se gli avessero fatto recitare una scena del Padrino dentro un cesso. 13

14 Calogerino si dava insomma all improvvisazione, come nelle migliori scuole di cinema. Chi gli stava vicino lo prendeva per matto. Chi lo conosceva aveva la conferma che era ormai arrivato al capolinea. L essere concentrato su quella formula gli dava forza. Lo faceva distrarre dall ossessione dei pensieri sminuenti, dai timori reverenziali, dai sensi di inferiorità, dalla timidezza sociale che lo avevano tenuto bloccato in un mutismo esasperante. Solo quando incrociava un mafioso vero, solo quando si imbatteva faccia a faccia con una persona dalle manifeste sembianze delinquenziali, si arrestava di colpo e recitava con tono teatrale: «Io sono cretino! Io sono cretino! Io sono cretino!». Lo ripeteva con voce amplificata, stentorea, alla Actor s Studio, dove Marlon Brando aveva studiato. Lo ripeteva con tutto il fiato che aveva in gola per farlo sentire con trasparenza al padiglione auricolare del presunto boss che aveva di fronte. «Io sono cretino! Io sono cretino! Io sono cretino!». Si inchinava pure in segno di ossequiosa riverenza e se la svignava con quanta aria gli restava in corpo. 14

15 Voglia di rivalsa Calogerino voleva diventare l altro lato della medaglia: non più la croce, ma la testa! E non la testa di minchia per come si sentiva spesso apostrofato. Lo eccitava l idea di incutere paura, soggezione, quella stessa paura e soggezione che aveva sempre provato quando si trovava in compagnia di qualcuno. Voleva sentirsi una persona degna della più alta considerazione umana: «Mi debbono guardare in faccia e si debbono prima pisciare addosso e poi anche sciogliersi in bisognini più solidi come i neonati». Prendendo in prestito la cara matre lingua siciliana, Calogerino dava libero sfogo anche ai pensieri più reconditi. Sui fogli di carta igienica, seduto in bagno, si appuntava quelle locuzioni che meglio si adattavano alla sua nuova espressi- 15

16 vità. Rotoli e rotoli di carta igienica si infittivano così di appunti durante i lunghi e profumati ritiri meditativi: «Baciamo le mani a vossia. Rispetto immenso abbiamo. La testa già calata ci abbassiamo di fronte alla voscenza vostra illustrissima. A terra strisciamo, nel fango ci immergiamo, in ginocchio camminiamo fino a giungere alla destinazione ambita per baciare le mani alla vostra onorevole persona. No, non c è bisogno che vossignoria si lava le mani. Odorose devono essere! Odorose di fatica e di sudiciume. Sporche, sporchissime, con tutta la peluria bionda diventata nera e con tutta la peluria nera diventata bionda. Stassi comodo. Non si disturbasse. Stassi! Stassi! Nostra è la colpa della sua sporcizia. Sempre nostra è! Voscenza niente ci trase. Ci dia l onore di pulire le rispettabilissime mani a corpa di vasatuna insaponate. Il bisogno nostro è! Ci dia questo onore di leccare!». Era una sorta di copione scritto per l imminente futuro, con la speranza, o meglio, la convinzione che un giorno sarebbe stato recitato parola per parola dalle persone che avrebbero avuto il privilegio di relazionarsi con lui: Calogerino Brando Corleone. 16

17 Calò e le scimmie Calogero non era un nome d arte e neanche un nome di battaglia. Era proprio il suo nome di battesimo. Ironia della sorte, quel nome aveva per gli antichi greci un significato di bellezza. E a Calogero tutto si poteva dire tranne che avesse le carte in regola per partecipare al concorso di Mister Masculo Siculo. Le persone lo guardavano e ne avevano compassione: «Non un adone, ma un bidone. Poverino, guarda la natura come a volte si accanisce». Era alto anzi basso un metro, quarantacinque centimetri e nove millimetri. Calogerino, nel viso sgangherato, si vedeva un raro naso a patata, grosso quanto un tubero gigante con cui McDonald s ci fa una giornata di patatine fritte. I capelli non erano un problema per le quotidia- 17

18 ne operazioni di pettinatura. Aveva solo pochi peli, concentrati sopra le orecchie a sventola che, aperte ad ombrello, gli riparavano dal sole buona parte della nuca. La peluria, miracolo della natura, aveva preferito concentrarsi in tutta la sua foltezza nelle sopracciglia e nel resto del sifilitico corpo. Una volta, d estate, andò al parco zoo a torso nudo e le scimmie, vedendolo, si sono spaventate. Ringraziarono il Creatore di essere chiuse in gabbia. Peli sulla schiena, peli sul petto, peli sul collo. Liscia e luccicante solo la pelata sul cranio. Se non fosse stato per il suo pubblico mutismo si sarebbe potuto affermare: un uomo senza peli sulla lingua. Calogerino sentiva di non piacere a nessuno. «A vederlo i boia più feroci si taglierebbero la testa. I kamikaze, di fronte a tanta crudeltà, non si farebbero neanche esplodere». I genitori, dopo un parto infernale, gli avevano dato il nome di San Calogero, il santo nero venerato a colpi di pane ad Agrigento, sua città natale. Mamma e papà lo avevano voluto chiamare Calò come il nonno paterno e materno e come più del novantanove per cento degli agrigentini. Suo padre stesso si chiamava così. Con una piccola 18

19 differenza. All anagrafe si era fatto registrare come Calò senior. Il nonno era perciò Calò decrepitor. Fuori casa, in tono sprezzante, lo chiamavano Calogerina. Per facilità di richiamo, Calogerina mutava in un più carino Lilla, perché in Sicilia il diminutivo di Calogero è Lillo. Da Lillo, si scendeva, per successiva esemplificazione, al monosillabo Lì (pronunciato alla siciliana, raddoppiando la elle iniziale). Dopo Lì, c era solo la mimica, il richiamo con le mani o un sonoro fischio con la bocca. 19

20 Il cuore a Giurgenti Calogerino aveva appena compiuto 43 anni e abitava ancora con i genitori, Carmela Chiatta e Calò senior Balata. La mamma era casalinga. Il padre era collega della moglie quando non lavorava come muratore occasionale, professione imparata grazie all abbandono della scuola in prima elementare. Calogerino viveva in un appartamento di novanta metri quadrati di un edificio popolare al Villaggio Mosè, il quartiere nuovo di Agrigento. L abitazione era il doppio e più confortevole rispetto alla sua prima casa. In quella isolata periferia, al Villaggio, si sentiva lontano dalla vita. Era nato in un vicolo del centro storico della città, chiamata con affetto Giurgenti. Fino all età di 5 anni aveva vissuto in una casina di 45 metri quadrati. 21

21 Erano in nove: lui, le sei sorelle, mamma e papà. Della minuscola casa a ognuno spettavano, con matematica suddivisione, 5 metri quadrati di spazio comprensivi di una porzione di cesso, una fetta di cucinino e un pezzo di sgabuzzino. L abitazione non era però quel buco, ma il vivo quartiere circostante. Calogerino aveva vissuto il Villaggio Mosè come la periferia del mondo, con la mente sempre rivolta al passato, ai suoi compagni di giochi, alle corse sulle irte scalinate, ai silenzi notturni, agli echi vocianti delle stradine consumate dal passaggio dei nonni. Le sei sorelle erano da tempo uscite di casa. Ognuna aveva trovato occupazione e si era creata una famiglia seguendo cristianamente le indicazioni, tradotte al femminile, della maschilista Bibbia: «L uomo lascia suo patre e sua matre e si unisce alla sua donna e diventano una sola carne». Calogerino era uno scapolone incallito. Non nel senso di avere i duroni nelle parti intime, che quelli si formano con l utilizzo ippico smodato e lui non si poteva di certo vantare di averlo adoperato per fini ludico-ricreativi o edonisticoriproduttivi. Da quelle parti aveva semmai folte ragnatele, con il ragnetto che utilizzava solo per 22

22 scopi fisiologici, per i bisognini quotidiani. Di astrologia non ne capiva niente, ma si era convinto di essere una vergine ascendente toro. La prima era una triste realtà, la seconda una speranza mai sopita. Come lavoro, era occupato ad essere disoccupato. Faticava solo con gli occhi, guardando per ore la televisione. 23

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