L'uomo taceva nel rumore ma non Giuliana. Allungai le mani sul cappotto dell'uomo e cominciai a stringerlo per dispetto; era di una stoffa pesante e

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1 Capitolo VIII Nevicò fin dopo l'epifania e la neve alta rese difficili i viaggi, anche in ferrovia. Il treno, la mattina e la sera, faceva ritardi persino di mezz'ora. La folla viaggiava in una condizione assurda, o era tutta agitata o completamente silenziosa. Durante questi viaggi mi capitò sempre di incontrare Giuliana. Portava una sciarpa di lana azzurra stretta intorno alla testa e i suoi occhi azzurri sembravano più grandi. Una sera scese a Candia. Indossava, sotto la sciarpa e sotto il cappotto, un paio di pantaloni stretti alla caviglia e delle scarpe bianche con un risvolto azzurro di pelo o di lana. Questi vestiti strani denunciavano improvvisamente la sfacciataggine di Giuliana, e mi pareva di scoprirla in un gesto intimo; che fosse anzi lei ad offrire una parte nascosta del suo corpo. Non fui sorpreso quando una sera un uomo sorti dall'ombra degli ultimi alberi davanti alla stazione, fuori del traffico di quelle persone che andavano a casa. Avanzò di qualche passo verso Giuliana e poi si fermò ad aspettarla. Lei fece gli ultimi passi di corsa e si avvicinò all'uomo con un braccio alzato come per porgergli qualcosa. Sentii la voce di lui mentre lo vedevo passarle un braccio intorno alla vita. Presero a camminare lungo l'ombra, indifferenti come l'ombra stessa o gli alberi, senza mai voltarsi indietro o guardarsi si attorno. La voce di lui scendeva sulla neve e vi restava viva per un attimo come se fosse stata una luce. Io dovevo seguirli per andare verso casa mia; ma lo facevo anche perché ero attirato dalla loro sicurezza, dalla loro indifferenza. La strada era deserta e a un certo punto dopo la curva, quando non si vedeva più la stazione, cominciarono a camminare spingendosi di qua e di là da un margine all'altro. Giuliana aveva aperto il suo. cappotto e l'uomo aveva tuffato le mani nell'interno. Si spingevano l un l altro e poi si abbracciarono e si baciarono in mezzo alla strada, rischiando di cadere perché lei cedeva sotto la spinta dell uomo. Non parlavano più; udivo soltanto a tratti i sospiri e le brevi risate di lei. Sembrava che tutta la strada, sotto la notte, si scaldasse e si illuminasse per quanto nel cielo non vi fossero né stelle né luna. Io ero esaltato da una strana voglia di intervenire e di urlare perché la smettessero; ma questa voglia mi devastava all'interno e mi impediva qualsiasi gesto che non fosse quello di seguire le due figure e di guardarle. D'improvviso l'uomo si gettò sul greppo nevoso e si tirò Giuliana addosso. Poi lei si staccò e corse per qualche metro fino al muretto di un ponticello dove si fermò, appoggiandosi con le mani. L'uomo tardò un attimo a riemergere dall'ombra del greppo e lo fece adagio. Avanzò sempre adagio verso di lei, fermandosi anche ad accendere una sigaretta. Arrivato vicino a Giuliana gettò la sigaretta in mezzo alla strada; si tolse il cappotto e lo mise con cura sul muretto; prese Giuliana per mano e se la tirò dietro scendendo la scarpata per entrare sotto l'arco nero del ponticello. Quando arrivai sul posto trovai ancora la sigaretta accesa in mezzo alla strada. Mi appoggiai sul ponte dalla stessa parte dalla quale erano scesi. Tenevo le mani vicino al cappotto dell'uomo. Sporsi appena la testa e li sentii. Sentivo il rumore dei loro baci immondi, il risucchio dei sospiri e li sentivo agitarsi e devastarsi.

2 L'uomo taceva nel rumore ma non Giuliana. Allungai le mani sul cappotto dell'uomo e cominciai a stringerlo per dispetto; era di una stoffa pesante e ruvida in contrasto con le fodere leggiere e lisce; intanto sentivo sotto che si sovrapponevano le ansie dell'uomo e della donna. Ascoltai sino alla fine con quella voglia di urlare che però si consumava tutta dentro di me. Per la prima volta sentivo che dentro le mie viscere si era creato un ponte di sensazioni fra la gola e lo stomaco attraverso il ventre sino alle mie membra di uomo. La fine si compi chiaramente; l'uomo, due metri sotto di me, sembrò urtare contro qualcosa, sembrò perdere il ritmo del suo respiro e poi scostarsi, alzarsi o cadere. Sentii Giuliana scivolare vuotarsi come un vaso; la sua voce si perdeva lentamente. Io mi appoggiavo solo con le ginocchia e tenevo il cappotto dell'uomo nelle mie mani. Intanto sotto avevano ritrovato la voce; sentivo i loro piedi cercare nel buio un posto. Mi ritrassi e lasciai il cappotto. Ormai parlavano e ridevano e risalivano il greppo. Cominciai a camminare molto adagio, senza paura di farmi vedere, perché mi sentivo esaltato quanto loro, anche di più. Furono infatti loro a ritrarsi: erano saliti parlando e appena sulla strada, proprio perché mi videro tanto vicino e camminare sicuro avanti senza voltarmi, tacquero e si fermarono. Io non mi voltai; ma sentii Giuliana e l'uomo scartare sulla strada e avviarsi nel senso contrario al mio. Speravo che Giuliana mi avesse visto, anche se nello stesso tempo temevo che un tale incontro potesse far nascere qualche imbarazzo; ma avrebbe capito che io ero migliore di quell'uomo, più onesto, e che non l'avrei portata nelle fogne. Giuliana mi aveva visto e riconosciuto e si comportò assai bene di conseguenza, come potei capire qualche tempo dopo. Proseguii per casa mia nauseato da quell'incontro eppure così esaltato da averne ancora un' ansia vera. Vidi mia madre uscire dal fienile portando nelle mani alcune uova, bianchissime nel buio, più bianche della neve che la notte nascondeva sotto tutte le altre cose, alberi, sterpi, palizzate, sassi. Solo in cima alle colline v'era una striscia di neve quasi luminosa che segnava il piccolo confine del gran deserto del cielo. Il giorno dopo, in fabbrica,cercai di Gualatrone. Avevo voglia di raccontargli tutto; ma dopo alcuni discorsi incerti gli chiesi soltanto quante donne avesse ancora. Sorrise dichiarandosi stufo di ogni impiccio tanto da essere deciso a sposarsi, pur temendo la mentalità della famiglia della fidanzata.- Sarebbe meglio continuare in giro, liberamente, - disse contro quello che aveva asserito un attimo prima. Ma non potemmo proseguire con quei discorsi perché io fui preso da pudore e perché da parte sua Gualatrone cominciò a inseguire alcuni pensieri che dovevano essere tristi. Così uscimmo dalla fabbrica in silenzio. Proprio sulla porta intravidi Giuliana; stava uscendo di corsa come se avesse una grave incombenza da sbrigare; teneva una mano sul petto per sostenersi il cappotto non infilato. Non capii nemmeno se mi aveva visto tanto la sua faccia era dominata dal pensiero che la incalzava. A quell'ora avrebbe dovuto cominciare a servire in mensa e invece stava correndo fuori della fabbrica. Il suo cappotto svolazzò sulle scale dell'infermeria dove ella entrò di slancio. Perché all'infermeria, a quell'ora? Avrei voluto

3 aspettare di vederla ma Gualatrone avanzò verso il giornalaio, chiamandomi con sé. Poi volle vedere chi c'era al caffè e infine mi disse che m'avrebbe accompagnato alla mensa. - Ma tu come fai con le donne? - mi chiese, preso dagli stessi pensieri di prima. Io stavo pensando a Giuliana e la sua domanda mi parve così vera da spaventarmi. E un altro spavento più forte e diffuso batté il mio spirito quando vidi Giuliana servire alla linea. La sua faccia non era più agitata ma ferma, attonita come il quadrante di una macchina. I suoi occhi andavano regolarmente su e giù dalle mani di coloro che venivano serviti ai piatti in fila sotto il banco. Giuliana serviva la linea opposta alla mia. Gualatrone andava avanti e io lo seguivo; parlava e rideva e mi raggiunse al mento con una bollicina di saliva. Quella bollicina fresca sulla pelle mi diede il senso di un' altra realtà, del tutto diversa da quella che mi stava stritolando. Giuliana non era più colei che anche un attimo prima mi aveva tradito in infermeria; anzi mi sorrideva e mi aiutava a traversare i binari della stazione; mi chiamava verso il lago. Una realtà nella quale io ero un caposindacalista avversario di Gualatrone, più preparato e più ascoltato. Liberavo la gente dalla fabbrica dando a ciascuno il suo posto e aiutando molti a tornare in campagna. Anche Giuliana in campagna. Quando stavo per arrivare a prendere i piatti dietro Gualatrone che allungava il naso sulla pastasciutta, vidi Giuliana girare intorno al pilastro che chiudeva e divideva le due file e venire a servire dalla mia parte. Il piatto che aveva in mano finì sul mio vassoio. Un piatto di minestra. Poi servì le altre cose senza guardarmi. La seconda realtà intanto mi impediva di essere del tutto presente nella prima e di averne coscienza e di resisterle, giacché le sue circostanze valevano molto di più e nella loro calma luce io mi muovevo sicuro con una età diversa, più giovane. Ma forse io stesso continuavo a tessere inganni così dolci ma anche così trasparenti sulla verità terribile delle cose per poter subire tutto con rassegnazione, per avvilirmi fino in fondo; fino al punto di pensare: «Lo so che mi state rovinando, lo vedo; sono più intelligente di voi e sono io che vi lascio fare, io che se non volessi rovescerei tutte le vostre pentole». Ero sicuro che Giuliana tentasse di avvelenarmi, così sicuro che aspettavo se ne accorgesse anche Gualatrone. Se fosse stato lui, la sua denuncia avrebbe avuto un peso ben maggiore della mia. Ma dietro Gualatrone non trovai posto per sedermi, egli si era cacciato tra due ragazze bionde così stretto che non aveva posto per appoggiare il vassoio. Rimasi più di un momento in piedi dietro di lui, aspettando che la gravità della faccenda lo riportasse in sé. Mangiava nei piatti delle due ragazze per dimenticare che un altro stava per essere avvelenato nel suo stesso piatto. Allora me ne andai da un'altra parte. Mangiai solo tre cucchiaiate della minestra in modo da poter mostrare le prove di un leggiero avvelenamento e da conservare il resto del veleno nel piatto. Ma per forza mi strapparono i piatti e mi cacciarono dalla mensa. Intanto il mio stomaco bruciava. In infermeria, dove la cosa era stata preparata, trovai il solito messo che m'impedì d'entrare; timoroso della mia vita, dovetti correre al caffè e bere molto latte come controveleno. Questi tradimenti, uno dietro l'altro, mi diedero il tempo ed anche la forza di reagire. Decisi di denunciare tutti. Allora, leggendo un'altra volta il mio pensiero, i medici mi

4 chiamarono. Subito, il giorno dopo, il dottor Tortora mi invitò ad andare a trovarlo. Prima di presentarmi corsi durante l'intervallo alla ricerca del dottor Fioravanti che potesse onestamente provare l'avvelenamento. Già la sera prima l'avevo cercato ma la porta di via del Distretto era chiusa. Quel giorno trovai tutto spalancato, anche le porte dell'appartamento e delle stanze, persino quella della signora Eufemia, dove entrai avanzando senza trovare più il letto e le fotografie. La porta dello studio di Fioravanti era chiusa, ancora più stretta e alta. Mentre ero fermo davanti alla porta sentii un rumore dentro la stanza, come uno che svolgesse un giornale adagio adagio o un pacco di roba da mangiare. Bussai e il rumore cessò.- Dottor Fioravanti, - Chiamai.- Apritemi, per carità ho bisogno del vostro aiuto. Dopo un momento dalla stanza venne la voce di Palmirucci che mi spavento: - Vattene Albino, vattene. Siamo tutti malati. Gli altri se ne sono andati. Vattene anche tu. Io sono il più grave; non posso aprire, sono contagioso. - Quando tornerà Fioravanti? - Gli stanno capitando grandi cose; si è iniettato una malattia. Non so quando tornerà, forse alla fine della settimana-. Per me era finito ogni aiuto. La voce di Palmarucci intanto diceva con quell' aria di trecento anni prima che lui sapeva darle: -Allora sarete tutti liberi... e chi libero è sempre stato come me... Uscii di corsa per la strada e d'istinto mi diressi verso la caserma di P. S. In mezzo al selciato della piazza, che spiccava ripulito dalla neve, ricordai la faccia del brigadiere, il suo duro panno, e ricordai che subito Tortora l'altra volta era stato informato. Tanto valeva andare dritto da lui; così lasciai le pietre della città vecchia e presi la strada d'asfalto verso la fabbrica. Non c'era quasi più neve. Suonava la sirena e il suo terrore dentro di me arrivava alla fine. - Basta, - dicevo. - Basta. Questa volta, questa volta... Era come se fosse andato sempre, ogni giorno, da Tortora e come se ci fossi andato sempre chissà per quale mia strana voglia. Come se ci andassi volentieri per affermare me stesso, le mie ragioni e condannare ogni inganno contro di me; ci andavo sì e ci sarei andato ogni giorno. - Dottore, - dissi, - qualcuno ha voluto avvelenarmi e lei sa chi è. Chiami la persona. È ora di farla finita. Non dirò niente a nessuno se confesserete, se finalmente vorrete liberarmi. È tutto in questi limiti. Comincia da mia madre. Questa catena deve spezzarsi. Io sto bene. Io debbo star bene. Anche Bompiero mi ha giudicato guarito. E lo Spirito prima di tutti. Sentii aprirsi una porta ma invece di Giuliana pentita apparve un infermiera. Si ritirò a un cenno di Tortora. Vidi la sua grossa mano rosa, il suo polso biondo fuori della manica del camice. - Lei, mano grossa, lei perché ritiene con le sue mani? Le adoperi per lenire i dolori e salvare il prossimo. Tortora fumava sotto la luce elettrica accesa e il fumo azzurro fu rapidamente risucchiato dalla porta che si apriva ancora. Riapparve l'infermiera:portava un bicchier d'acqua sopra un bianco vassoio, un bicchiere colmo di un'acqua che per la luce azzurra e per il riflesso del vassoio sembrava viva e celeste. Ebbi subito sete, come

5 un'ispirazione divina,e bevvi tutto il bicchiere. L'infermiera si ritrasse e Tortora cominciò a parlare. Parlando venne a riprendermi il bicchiere dalle mani. Io non l'ascoltavo ma ero sicuro che mi dava ragione. Cosi potei uscire. Tortora mi aveva detto di stare a casa qualche giorno. C'era poca neve sulla campagna, a chiazze, a figure, lungo i filari e i bordi dei campi. Il lago era rotondo e torbido ma aveva tutt'intorno una grande stella di ghiaccio composta da tutti i rivoletti, da tutte le infiltrazioni verso la terra. Alla mattina passavano i corvi e alla sera regolarmente tornavano. Io avevo ritrovato l'indiano e lo scarpone e cosi pensavo, più involtolato dentro di me del lago stesso. Cosa potevo aspettarmi dai medici? Avevo saputo che i medici in Russia avevano tentato con un complotto di avvelenare Stalin. Ma lì erano stati smascherati. Una mattina venne a trovarmi il parroco per farmi un discorso sulle Acli. Come sapeva che io ero a casa? Infatti finì il suo discorso invitandomi ad avere fiducia nella fabbrica e nei bravi medici. Tutti gli altri giorni non feci che pensare. Che cosa vuol dire fiducia nella fabbrica? Come può un cristiano, un figlio di Dio, un uomo prezioso di carne e sangue, rimettersi alle decisioni della fabbrica, cioè di un organismo dove nemmeno il lavoro viene rispettato? E se la stessa fabbrica era cattiva, come diceva Grosset, che cosa pensare dei medici? La fabbrica nega qualsiasi soddisfazione e quindi è come dentro di essa il tempo non passasse, il tempo fratello degli uomini; oppure è come se passasse tutto insieme. La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove; ma tutto è fermo come tutto è di ferro. La fabbrica costruita per la velocità, per battere il tempo, è invece e sempre erma perché il tempo degli uomini batte qualsiasi artificiale velocità. La fabbrica in quel posto è costruita e in quello stesso posto resterà; non entrerà mai nel paese, non avrà mai un mercato davanti, una fiera, dei crocchi di persone i fiori, le fontane, un porticato. Davanti non si fermerà nessuno, solo chi starà male o chi lavorerà o non avrà lavoro. Ma ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Quindi, i medici. L'ultimo giorno andai da Gualatrone. Mi feci accompagnare al suo sindacato. Un uomo pieno di capelli e molto alto si sedette insieme a me. Gli raccontai ogni cosa. - Il tuo è un problema individuale. Il sindacato può aiutarti, soprattutto nel morale; ma non può far molto per la tua malattia. - Ma io non sono malato. Il sindacato comunista deve aiutarmi contro i medici, deve denunciarli. - Il sindacato non è comunista, è di categoria, è operaio; affronta i problemi generali di categoria. Cosa possiamo fare per un solo? Tante volte abbiamo detto che i medici di fabbrica sono uno degli strumenti padronali di discriminazione e di oppressione... - No. Qui i medici sono i miei persecutori personali; sparano dritto contro di me. Tortora... - Lo so; ma possono sempre dire che la loro diagnosi è giusta; che tu sei malato, che devi veramente curarti e star lontano dal lavoro. Vedi, compagno

6 - Ma che compagno! Parli anche tu come un prete e poi mi chiami compagno. Mi dica, che cosa può fare il sindacato per me? Può far intervenire almeno la Commissione Interna? - No. Possiamo soltanto farti visitare da un medico imparziale da un medico serio, e poi... La febbre che a quel punto mi aveva già preso, la febbre di una serie di mani sul mio costato, serrate sulla mia gola, spaventò anche l'uomo del sindacato comunista. Cercò in un foglio bianco che aveva sotto le mani un minimo di spazio, un uscita per i suoi pensieri. - Allora non è possibile far niente, - disse. - Ma la nostra lotta perché le fabbriche diventino migliori vale anche per te. Alla fine se soffri tanto potresti anche andartene, trovare un altro lavoro. È capitato a tanti altri. Tutti in questa fabbrica... - Lei dà ragione ai medici. - Non è vero; ma posso anche pensare che abbiano ragione. Uscii quasi fuggendo, lasciando la seggiola, sulla quale ero stato seduto, discosta dal tavolo, di traverso, a bocca e braccia spalancate a seguitare il mio discorso. E in realtà ci sarebbe stato molto da dire, in quella camera del lavoro che rimbombava come una chiesa. Quelle povere seggiole e quei due stanzoni sapevano la verità, anche se l'uomo non voleva capirla. Il sindacato deve difendere uno come tutti. Salutai Gualatrone che era rimasto fuori, fuori di tutto, e mi avviai, come ogni altra volta che medici, fabbrica, dispensario, mi avevano maltrattato, verso la stazione. Stavo prendendo un caffè-latte quando notai una donna che girava intorno guardandomi fitto. Mosse un cenno della testa e poi mi si avvicinò con la più grande cautela, senza dirmi niente e senza guardarmi. Nel momento in cui la sua faccia fu all'altezza della mia: - Dottor Fioravanti -, mi sussurrò. Dopo mi guardò e si diresse verso l'uscita. Proprio sulla porta di vetro, verso i binari, che tintinnava, si voltò e mi fece un segno sicuro di seguirla. La raggiunsi vicino alle rotaie. Tutto era impercettibile e a frantumi; il suono dei campanelli era sottomesso, come una preghiera frettolosa e inutile. Non aspettavo alcuna speranza, né potevo leggerne traccia nel volto minuto di quella donna. - Io l'ho riconosciuto subito. L'ho tanto cercato nei giorni scorsi anche in fabbrica. Sa che siamo traditi, che c'è un grosso inganno? Fioravanti è fuggito insieme alla signora e al marito. Sono fuggiti tutti, prima Fioravanti e la signora e poi, ieri sera o stamattina, Palmarucci. Non hanno salvato niente. Dieci giorni fa, dopo più d'un anno di cura, non s'accontentavano più dei soldi, hanno voluto da me perfino una coperta. Non mi hanno finito la cura. Li sentii una volta che litigavano e si bastonavano tutti e tre, ognuno per conto suo, chiusi nello studio del dottore. Adesso sono fuggiti. Sono qui da stamattina per vedere se rintraccio Palmarucci. Ieri sera era ubriaco e non si sa se è partito. Gli altri in cura come noi, poveri cani, si sono appostati alle partenze delle corriere, quelli che hanno potuto; gli altri sono a casa con mali ancora più duri. Il discorso di quella donna, che infine avevo riconosciuto accompagnato da quei campanelli e dal tinnire di tutta la stazione che era a pezzi sotto il vento e il sole di febbraio, mi diceva delle cose che avevo sempre saputo; così almeno mi pareva in quel

7 momento pieno d'inganni in cui un altro inganno mi veniva rivelato, sollevando quelle coperture della verità che io stesso avevo steso per poter resistere contro i suoi angoli. Perché ora la cantilena di quella donna? Era ormai giunta l'ora in cui tutto sarebbe apparso chiaro? Non temevo tanto la caduta di ogni inganno quanto conoscere il motivo per cui Tortora e la sua cricca si erano buttati su di me. E se questo motivo resisteva ed era ancora presente sopra di me o dentro di me? Non che io ammettessi la malattia, cominciavo soltanto ad averne paura. In quell'attimo mi salvò una piccola folla, un gruppetto di persone che traversava i binari. Mi venne di domandare: - Quanti sono? - Chi? - rispose la donna. - I malati che si curavano da Fioravanti. - Una decina. Proprio come quei poveretti incappottati che attraversavano i binari. - Arrivederci, - dissi io sorridendo. - E non fa niente, lei? -:Cosa vuol fare? Riprenderlo per finire la cura? Ma se è un imbroglione! È meglio che siano fuggiti. - E i soldi? - E i mali? - dissi io e salii sul treno. La mia stessa domanda mi accompagnò sino a casa, pronunciata a ripetizione dalla bocca della signora Eufemia, che mi vedevo accanto tutta ricciuta come appena tornata da Roma. A casa cercai mia madre. Vidi che dormicchiava, dopo pranzo, con un sonno duro e rumoroso come se avesse bevuto troppo. Allora la svegliai per cercare di parlarle. Mia madre mi accusò subito di averla svegliata con un'aria minacciosa quasi per picchiarla. Io la rimproverai di aver bevuto e lei, aprendo il fazzoletto e soffiando per aria il suo alito a provare la mia bugia, cominciò a dimenarsi e a piangere. Non c'era più rimedio ed allora andai in paese. Il paese era deserto, con un ramo di vita fatta dai vecchi. Uno che non avesse almeno sessant'anni era solo; anche nelle osterie e nel caffé non c'era nessuno, nessuno di diverso. Un uomo parlava forte nel caffé e accanitamente del tempo e delle piogge che avremmo avuto a primavera per la poca neve dell'inverno. Era solo e parlava perché appena bevuto il suo caffé non sarebbe rimasto un altro momento nel paese o perché parlare della primavera era già un modo di andarsene. Chi poteva aiutarmi? Non avevo famiglia: mia madre non mi capiva e non si faceva capire; non avevo amici, il paese non contava. Il parroco non era sincero e le mie aspirazioni religiose erano quelle che lo turbavano di più e che negava con tutta la saliva delle sue labbra strette dai digiuni. Ero arrivato in fondo alla strada e li rividi il vecchio paralitico che avevo trovato sveglio prima dell'alba, il giorno in cui andavo in fabbrica per la prima visita. Lo salutai e mi accostai al muretto del suo orticello. I suoi impedimenti gli tenevano fissa la faccia nella mia direzione e quasi l'obbligarono a rispondere al mio saluto. Il male gli comandava ogni cosa, anche di vivere. Gli chiesi come stava e gli dissi che anch'io stavo male.

8 Non mostrò di stupirsi, sembrò anzi aumentare la sua attenzione. Apri la bocca. - Perché? mi domandò. La sua domanda mi costrinse a guardare bene dentro di me, prima di rispondere. Non potevo accontentarmi dei soliti giri della mia stessa anima e, alla fine, delle vecchie conclusioni: - Un gruppo di persone ha deciso la mia rovina. - l carabinieri; vai dai carabinieri.. - E difficile spiegarsi con loro perché queste persone agiscono in modo molto nascosto. - Contro la volpe, i cani. Vai dai padroni, tuoi o loro. Vai dai padroni -. Alla fine mi domandò come mi chiamavo. I giorni di febbraio erano già lunghi, almeno fuori della fabbrica, e quel giorno mi dava ancora il tempo di svolgere una delle commissioni affidatemi dal vecchio, quella dei carabinieri. Per non tornare dal maresciallo di Candia, d'accordo con il parroco e con Tortora e con la Pubblica Sicurezza, decisi di andare al comando di Caluso. Capii subito che anche quel maresciallo capo era già stato avvertito da tempo; ma forse non Si ricordava bene le cose per cui mostrava con impazienza il senso di fastidio che gli veniva e dal non ricordare e dall'impiccio che intravedeva dietro i miei discorsi. Gli lessi nella faccia la determinazione di respingere ogni cosa. Allora cambiai le conclusioni e proprio per difendermi dalla sua decisione di non ascoltarmi, e per turbare il suo mestiere, gli raccontai la storia della truffa; tutta la storia dei maghi. Lo vidi tentennare; cercò di intrappolarmi tra «dottore» Tortora e «dottore» Fioravanti ma io gli risposi nel modo più chiaro. - Perché da Candia sei venuto a denunciare queste cose a Caluso? - Perché penso che il maresciallo di Candia sia d'accordo con i medici. Si alzò in piedi e perché non capiva andò ad accendere tutte le luci della piccola stanza. Si arrabbiò e mi promise il carcere. - Sempre voi delle fabbriche, siete i più difficili, - disse; ma io gli risposi che volevo firmare la denuncia. Disse che l'ora della firma l'avrebbe decisa lui e intanto mi cacciò. Andai alla stazione di Caluso e vidi arrivare il treno operai. Guardai nella carrozza dove io mi sarei seduto se l'avessi preso con tutti a X; la carrozza era ormai semivuota e non aveva, nessun aspetto particolare, che io ci fossi stato o no. Ma c era qualcosa di me negli angoli lucidi del legno, una parte viva,e lo capii mentre il treno ripartiva. Una parte di me era anche nel sanatorio dietro la collina; mi venne in mente preciso il punto delle scale in cui sarei stato in quel momento scendendo per andare a mangiare. Sapevo bene che cosa avveniva in quel momento in sanatorio ed anche quel che sarebbe passato in quel momento dentro di me, in sanatorio. Uscii dalla stazione, tra il cattivo odore e il buio. Era passata un altra giornata e brutta. Un pezzo di me in tanti posti; vivevo con dolore in tanti posti dove lasciavo una scia come una lumaca. Quanto restava per me? Ebbi paura di consumarmi ancora come in quella brutta giornata; ebbi paura di morire.

9 Passata la notte, la mattina mi trovai a vestirmi con lo stesso pensiero con il quale mi ero spogliato e sempre con gli occhi sul davanzale della finestra; non fuori, verso la campagna e il lago, e non dentro, sul tavolo e sulla compagnia delle seggiole. Il pensiero era di riprendere il lavoro e di andare all'ufficio Personale, o addirittura in Presidenza. Passai dall'infermeria e tornai al montaggio. Sapevo cosa dovevo fare. Cominciai a lavorare fitto fitto; uno dietro l'altro, uno dietro l'altro tutti i pezzi. Ripartii con la nuova cassetta e lavorai ancora più svelto. Come avevo pensato, alle undici avevo fatto la media richiesta per la mezza giornata di lavoro. Andai allora da Milione e gli chiesi di controllare. Mi guardò senza nessuno slancio. - Ci credo, - mi disse. - Voglio andare a parlare con l'ufficio Personale e lei dovrà provare quel che io ho fatto. - Ma cosa vuoi? che ti lincino? - mi disse, accennando a tutti quelli del reparto che continuavano con le loro teste ad andare su e giù sopra i pezzi. - Mi mandi all'ufficio Personale. Alzò il telefono, si guardò in giro, e chiese all'ufficio Personale di ricevermi, subito. All'Ufficio Personale, a due persone dietro la stessa scrivania,dissi quello che avevo fatto. Iniziarono scusandosi di essere in due, poi uno mi domandò che significato davo a quello sforzo eccezionale. Risposi che l'avevo fatto per provare di essere un buon operaio. - Per così poco? - sorrise sempre quello. - Non è che l'ha fatto invece per qualche interesse? Per un cambio di lavoro, per una qualifica?.. Dissi di no e che il mio interesse era proprio quello di dimostrare di essere un buon operaio. - Grazie, - disse sempre quello che parlava. Poi cambiando tono e cambiando la luce dei suoi occhiali mi domandò: - Si rende conto che con quello che ha fatto può danneggiare il reparto? - Gli risposi che non m'importava anche perché nessuno nel reparto si era mai preoccupato di me. - Ma noi pensiamo a tutti. Noi dobbiamo pensare a tutti; la nostra giustizia distributiva... - Dissi che non c'era giustizia e che l avevo fatto proprio per dimostrare che un bravo operaio era perseguitato nella fabbrica e costretto ad agire da solo. Sempre quello disse che non dovevo considerare una persecuzione il fatto che tempo addietro non mi era stata data la qualifica. - Per diverse circostanze... Nessuna qualifica e nessuna circostanza, dissi io; ma gli attacchi dei medici, le false malattie, il sanatorio. Questo l'ufficio Personale doveva considerare; punire i medici, darmi giustizia; stabilire che la mia salute era buona e che io potevo vivere nella fabbrica senza riserve e lavorare con tutte le soddisfazioni. Parlò l'altro e disse che il mio caso sarebbe stato trattato fino in fondo. - I dubbi che lei ha, anzi le accuse che lei muove, saranno vagliate minuziosamente. Non soltanto sulla base di colloqui ma con veri e propri esami e prove testimoniali. Anche lei sarà chiamato e anche lei dovrà sottoporsi a tali esami. - Altre visite mediche? - domandai io.

10 - Non posso ora precisare nulla. Dobbiamo ancora studiare e poi stabilire le procedure. Stia tranquillo che lei sarà informato di tutto e che al momento giusto dovrà prendere, come tutti, le sue responsabilità, se vorrà un risultato giusto e definitivo. Il rumore della fabbrica dava a queste parole un tono che superava il discorso e che andava al di là di loro due e di me e di tutta la stanza; mi ricordava che io ascoltavo un pezzo della fabbrica e che il suono di quelle parole era una frazione di tutto il rumore. Uscii quindi come se il colloquio non fosse finito; come se non fosse possibile fermare qualcosa, mettere un punto a quel rumore che continuava come sempre ad andare ovunque, in alto e in basso, da tutte le parti. Bisognava che io parlassi con qualcuno che potesse decidere, conclusi,come avevo già pensato a casa, la sera e la mattina: con la Presidenza. Se avessi scritto una lettera quanto tempo avrebbe impiegato? si sarebbe perduta tra le altre carte? l avrebbe fermata il dottor Carpusi? Bisognava parlare, spiegare ogni cosa di persona. Avevo visto qualche volta il presidente, il professor Ratto-Ferrua, passare davanti alla fabbrica sprofondato in un angolo della sua grande macchina nera, dove sembrava addirittura soffrire. La sua bocca aveva sempre una smorfia ed egli stava, come chi sente freddo, con la testa fra le spalle, sempre dentro un bavero di pelo. Aveva una faccia larga, allargata con delle lineacce che andavano di qua e di là della sua bocca smorfiosa. Portava sempre degli occhiali affumicati, forse per rendere la sua figura ancora più triste e per nascondere un occhio storto, un occhio che si celava sotto la fronte con rapidissime fughe lasciando fuori tutto il bianco, una specie di uovo cotto con qualche mucillaggine scomposta. Dicevano però che fosse molto buono, e che dopo i giusti rimproveri risolvesse ogni cosa con severità e giustizia. Riceveva un operaio alla settimana. Se mi fossi messo in nota presso la segreteria avrei dovuto aspettare il mio turno per più di dieci anni. Sapevo che c'era uno in fabbrica che poteva aiutarmi; il capo sala della mensa, l'unico a comportarsi in fabbrica come se fosse libero, parlando a voce alta, ridendo, riferendosi sempre a fiori e a piante. Quest'uomo era stato per molti anni il servitore personale del professor Ratto-Ferrua. Dopo aver fatto il cameriere di transatlantico, era stato portato a X proprio dal professore. Il professore aveva la debolezza di scrivere poesie che il servitore, Leone, doveva imparare a memoria e recitargli alla mattina aiutandolo a lavarsi e a vestirsi. Pinna mi aveva detto che il professore a suo tempo aveva dimostrato anche altre debolezze per Leone. Era stato questo Leone ad aiutare Pinna la volta del furto e a farlo parlare con il professore. Il professore aveva trattato Pinna con severità; ma alla fine gli aveva detto: - Come sei peloso, figliolo mio. Andai da Leone e chiesi di parlargli. - Benissimo, - disse e mi tirò nel suo ufficio davanti ai magazzini, dove fece arrivare due caffé. Prese il caffé senza zucchero, mi mostrò ridendo le sue piantine di fiori che aveva sul tavolo e sugli scaffali e m'invitò a parlare. Mi seguiva attentamente: - poverino, poverino, - e spesso mi faceva ripetere per potere stupirsi ancora di più la seconda volta. - Poverino, - disse alla fine, - che bricconi ci sono in giro. Credevo di saperle tutte; ma quante ne fanno in questa fabbrica! Poverino. E il

11 tuo caso è tra i più difficili perché il professore crede molto ai medici. Quel Tortora poi è sempre lì attorno con i suoi occhioni, con pastiglie, pappe, siringhe. È difficile. Ma chissà perché Tortora ce l'ha con te. Ha sbagliato all'inizio e poi non ha voluto più ammetterlo; oppure s'è offeso perché tu sei sempre stato sgarbato e non gli hai mai riconosciuto autorità, anche l'autorità di volerti bene e di salvarti. Cosa posso dire al professore? Come fanno a sbagliare le lastre? Veramente anch'io ho avuto un inizio di tbc e sono stato tre mesi all'ospedale di Casablanca...Gli racconterò dei maghi, di tutti i soldi che ti hanno rubato e intanto farò cadere qualche goccia anche sulla testa di Tortora. Gli feci vedere la lettera di Carpusi. - Questa il professore non l'ha nemmeno vista, - disse e poi mi diede molte istruzioni che mi rinfrancarono completamente. Due giorni dopo vidi sui muri davanti alla stazione gli annunci della morte di Grosset. Michele Grosset, di anni quarantaquattro. Mi sembrò che quella morte fosse avvenuta da tanto tempo, nel tempo più crudele dei miei mali. Adesso io ero sul punto di salvarmi, di liberarmi del tempo ostile in cui era avvenuta anche la morte di Grosset. Questo senso di distacco e il contrasto fra quegli annunci e le giornate di liberazione che io stavo vivendo mi fecero commuovere ancora di più e teneramente, come per una triste disgrazia che si ricordi all improvviso con lo stesso animo di bambino con il quale fu vissuta. La commozione mi portò alle lacrime; ma queste sollevarono immediatamente il mio cuore solo per il fatto di essere state piante. In verità tutto, in quei giorni, trascorreva rapidamente: i viaggi, l'orario di lavoro, la notte, e tutto era molto leggiero e senza dolore. Viaggiavo riuscendo a guardare fuori e dentro il treno, ordinatamente uno sguardo dietro l altro, senza accavallamenti che mi dessero fastidio. Ogni cosa appariva al suo posto e ogni cosa passava cedendo il suo posto alla successiva. Tutto succedeva senza tanti significati; non come altre volte che non riuscivo a staccarmi dalla visione di una pianta o di un paesaggio, anche se il treno andava oltre e così soffrivo come se veramente il mio corpo venisse dilaniato nel distacco, come se i miei occhi restassero sempre indietro. Arrivavo a X dopo tanti strappi e mantenevo pesanti in quella memoria dolorosa delle cose di poco prima, intraviste o non capite (che non riuscivano a passare e che non potevano essere dimenticate subito o rifiutate) tanti particolari inutili, come il volo d'un uccello per un attimo, la frasca di una siepe mossa dal treno, la finestra di una casa, la forma di una nuvola non raffigurata. Entravo con questi quadri nel reparto e lì continuavo con delle parole e con dei suoni; li sollevavo dal resto del discorso che facevo o dei suoni che sentivo e li tenevo sospesi entro di me sino a quando non avevano più alcun senso. E anche io non gliene attribuivo alcuno. Era una specie di sforzo che compivo senza volontà, una lotta fatta per non arrendermi, pensavo, alla tristezza di quella vita vera che intanto rubava i miei giorni. Dopo aver parlato con Leone, tutto questo era cessato ed era cominciata una vita più semplice, anche se molto più veloce nell'attesa di incontrarmi ancora con lui e di avere

12 una risposta. Mi sentivo più religioso, anche se non cercavo più il parroco, che si era mostrato complice della fabbrica; più commosso e più intimamente convinto della Provvidenza, della sua benevolenza nell'interesse di Leone. Leone, intanto, alla mensa mi salutava sempre con molta simpatia, pur essendo preso in quei momenti da un lavoro ansimante che lo faceva correre dappertutto in punta di piedi. Qualche volta veniva a passarmi una mano intorno alle spalle e a chiedermi come andava. Venne infine il giorno in cui la sua mano mi strinse con maggior calore. Aveva visto il professor Ratto- Ferrua e aveva molte cose da dirmi, alle cinque nel suo ufficio. Riuscii a lavorare tranquillamente fino a quell' ora; se insorgeva un attimo d'impazienza bastava che guardassi gli altri: i banchi del montaggio popolati da una folla che sentivo diversa da me e che poteva per un attimo comunicarmi, attraverso tutte quelle schiene curve, la sua insensibilità. Il reparto sembrava diviso in due dalla luce: sopra aleggiava a banchi la luce artificiale, sotto, più cruda e limpida, quella naturale che precipitava dalle finestre. Anche questo mi pareva un buon segno, che mi aiutava a mantenere lontano da me la mia attenzione, richiamandomi infine alla mente quella divisione in due parti, fatta proprio dalla luce, di tutti i quadri religiosi d'altare, ed anche di quel quadro davanti al quale ci faceva pregare, alunni del collegio, padre Calligaris. Poi vedevo ogni tanto arrivare, sbilanciato dal vento, qualche passero che veniva a posarsi sul tetto della fabbrica. Questo mi era sempre sembrato incredibile; ma quel giorno era confortante, era un segno di gioventù e di libertà, tanti segni perché i voli erano più frequenti. Poco prima delle cinque andai sicuro dal capo a chiedergli di poter uscire per tutto il resto della giornata. Gli dissi che da quel giorno non avrei avuto più bisogno di permessi né di lasciapassare per l'ufficio del Personale o l'infermeria. In pochi minuti mi vestii e raggiunsi l'ufficio di Leone. Anch'egli si stava vestendo. Mi apri e mi fece sedere avvertendomi con un segno che subito mi avrebbe raggiunto, appena accomodata la camicia. Prima ancora di sedersi cominciò a raccontare. - Ho parlato con il professore. È stato difficile all'inizio perché era molto distratto e non voleva sentire novità. Mi aveva chiamato perché dessi un' occhiata al guardaroba. Questo inverno mite lo irrita e non sa come vestirsi, che biancheria indossare. Ma i medici, gli ho detto, le consigliano la lana? Oh, i medici, ha risposto, di queste cose che sono le più importanti non capiscono niente, anzi ne parlano a vanvera. A buon conto ho detto che spesso i medici vanno a mettersi in quella condizione. Ma lui non voleva seguitare il discorso e scantonò sulla scienza, perché le persone, disse, sono quelle c e tradiscono ogni cosa. Eh già, gli ho detto, la scienza è poca e i medici sono tanti. Mi ha guardato in silenzio con il suo occhiaccio, io so che quando mi guarda senza arrabbiarsi vuol dire che è sorpreso e che posso approfittare per andare avanti. Anzi a quel punto mi ha sempre chiesto un bicchiere d acqua. Gli ho dato l'acqua minerale e ho continuato. Sa che con tutta la scienza e con tutta la sua industria ci sono ancora i maghi? Lui non ha bevuto e ha detto che i maghi sono ladri e che i ladri ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Infatti a un suo povero dipendente gli hanno rubato trecentomilalire e lo hanno fatto soffrire le pene

13 dell'inferno. Non avevo finito di dire queste parole, che ha fatto due discorsi. Uno: bisognerebbe licenziarlo, colui che lavora in un'industria e che va ancora dai maghi. Due: perché non è andato da Tortora? perché Tortora non se n'è accorto? Allora gli ho detto che tu eri stato da Tortora, che Tortora voleva farti lasciare la fabbrica per curarti e che tu non volevi perché eri troppo attaccato al lavoro e perché dovevi mantenere tua madre. E lui ha detto che risolverà il tuo caso; non vuole aiutarti, vuole risolvere il tuo caso. Chiederà ogni cosa all'assistente sociale e a Tortora; guarderà le tue lastre, parlerà con tutti i medici. Se sei malato ti farà guarire e se stai bene ti farà lavorare senza impicci. Gli ho detto che tu stavi benissimo e che se avesse voluto vederti... Non sono un mago, mi ha risposto, e mi ha riconsegnato il bicchier d'acqua. Quando restituisce l'acqua vuol dire che il discorso è finito. Adesso io, da parte mia, posso dirti che tutto è andato bene e che ogni cosa si risolverà. Così Leone mi raccontò tutto, dichiarando anche i suoi pensieri sui sentimenti del professore e sulla faccenda. Sei fortunato, - diceva ogni tanto, - sei fortunato. Se le mutande di lana non lo pizzicavano come avrei potuto introdurre il discorso? - Vide che la mia faccia non specchiava la sua allegria; ne fu quasi offeso e smise di parlare. - Lei pensa che il professore parlerà con Tortora, che lo accuserà? Restituitagli l'iniziativa di valutare e di far contare il suo pensiero sulla faccenda, Leone riprese la faccia di prima e continuò: - Certo che l'accuserà. Tortora è già stato colpito. Tutto quello che ha detto su di te verrà cancellato e dovrà rifare tutto; dovrà rifare tutto il compito e questa volta sotto gli occhi del maestro, anzi del professore, - e rise alzandosi in piedi e scuotendo il suo corpo esattamente sino alla cintola. Non si era messo la giacca e la sua pancia magra sussultava fra il costato e la cintola, disegnata chiaramente come in un pupazzo. Notavo queste cose per accoppiarle al pensiero che mi era venuto in mente: «Nelle mani di chi mi sono messo? Perché mi sono rivolto a questo che non conosco, che vedo per la prima volta?» E così guardavo la camicia e la pancia ed ero sicuro che non le avevo mai viste, che le vedevo per la prima volta e che erano del tutto particolari. Leone continuò: - Così il professore sa la tua storia. Adesso dovrà essere informato di qualunque cosa ti capiti,dentro e fuori la fabbrica. Se qualcuno volesse colpirti, dovrà stare ben attento. Questo era veramente l'unico vantaggio. Però il discorso riguardava qualunque cosa avessi voluto fare anch'io. Non potevo così più difendermi da solo e le difese, viste da chi non poteva conoscere, come me, tutte le loro ragioni e i loro fini, potevano essere scambiate per degli attacchi o per dei tradimenti. Ma la cosa che mi demoralizzava totalmente era che i medici avrebbero dovuto vedermi nuovamente. Ancora visite, lastre, diagnosi; ancora il professar Bompiero. Ancora questa catena di disgrazie, come tutte le giornate d'inverno, una dietro l'altra, in cui un albero è spoglio e sta per morire, una giornata dopo l'altra; come tutti i paesaggi dal finestrino del treno, uno dietro l'altro, sempre quelli da Candia a X. Ancora come mia madre sempre uguale, con le stesse parole. Dove avrei potuto trovare una strada, un'altra strada? Mi alzai e invitai Leone

14 con me. Non poteva; allora lo ringraziai e gli promisi che sarei tornato da lui a informarlo di tutto quanto mi fosse capitato. Fu lui a chiedermelo ed io non potei rifiutare. Le strade dei giorni seguenti furono sempre le stesse. Tutto era monotono, come in un viaggio lungo, quando uno abbandona le gambe e si lascia accompagnare dal loro movimento pendolare. Anche perché non vuol smettere di pensare. Così vengono in mente dei giuochi di parole, dei ritornelli. Come ora le parole viaggiare, accompagnare, pendolare, pensare, cominciano a prevalere nella mia mente e ad acquistare un loro movimento, autonomo dalla mia volontà e che anzi la domina fino al punto da renderla passiva, così alcune ricorrenze sui medici, nemici, vestiti di camici, accompagnate dallo sbuffare in tanti «ici» o «ciuffici», «ciuffici» del treno e il ripetersi del paesaggio, il suo correre in senso contrario, a semicerchio, come una falce, verso un centro, un ideale stelo da raggiungere ed abbattere che invece spariva sempre alla fine, nel momento in cui avrebbe dovuto sorgere rivelando la sua sagoma o almeno la sua ombra, mi impedivano di pensare o mi cullavano in un pensiero astratto sottraendomi qualsiasi termine della realtà. Mi venivano in mente delle poesie: partivo da un ritornello noto che s'accordava ai rumori del treno e poi aggiungevo parole mie. Componevo queste filastrocche per tutto il viaggio ed anche per molto tempo lavorativo. Mentre le componevo mi sembravano anche belle e suggestive, piene di significati, specie le parole lago, soffrire, campagna, sortire, che erano le più frequenti. Mi capitava però ogni tanto di interrompere il giuoco, di destarmi proprio per un rumore o per un altro incidente della realtà; allora, se rimasticavo l'ultima poesia che il risveglio mi aveva colto sulle labbra, mi accorgevo che era del tutto senza senso e che il senso non era nelle parole ma in un angolo buio dentro di me, che dava loro le risonanze suggestive. Ma nel momento stesso in cui lasciavo cadere le parole, quell'angolo buio si gonfiava e diventava sofferenza. Così ricominciavo. Anche perché la sofferenza non era quasi più un sentimento mio e mi spingeva alla cieca, a trovare qualsiasi scampo. Non mi guidava nemmeno più a prendermela con qualcuno. Uno di quei giorni, ormai di marzo, mi chiamò l'assistete sociale. La Presidenza mi regalava centocinquantamilalire e mi comunicava di stare tranquillo in attesa che i medici mi rivisitassero; ma in consulto, per decidere una volta per tutte, senza inganni e malafede. La Presidenza poi avrebbe deciso sul mio lavoro. Domandai se fra i medici ci sarebbe stato Tortora. - Credo di sì, - rispose l'assistente sociale. - Allora io sono condannato. Bastò uno fra dodici compagni a tradire -. Fui preso da una grande commozione e piansi, anch'io nel mio piccolo orto. L'assistente sociale mi lasciò solo; tornò dopo un momento e mi diede i denari. Mi disse anche di non poter parlare e che voleva soltanto esprimere la speranza che io potessi andare avanti. Per la strada andavo avanti, e andavo avanti tenendo una mano nella tasca dei soldi. Li avrei dati tutti alla signora Eufemia per parlare ancora con lei, a casa sua; per sentire

15 ancora il caldo della sua stufa nella luce rossa che inventava un altro tempo tra la finestra oscura e la sponda del letto. Scendevano le rose dal soffitto, ed erano vere quel giorno, una volta per tutte, come aveva detto l'assistente sociale. Andai a casa prima del tempo; mia madre non c'era. Mangiai le cose che trovai, una dietro l'altra, in piedi con la porta aperta. Mangiavo come dopo una lunghissima vigilia ed ogni cosa era nuova, integra nella sua specie. Dalla porta veniva una corrente forte; sentivo l'aria cambiare sopra il lago, sentivo i tetti di Candia stendersi sotto quella luce chiara che a marzo precede i cambiamenti di tempo. Aspettavo anch'io il vento e mi preparavo con un brivido. Dalla pianura veniva l'acqua; ma già sulle colline si erano addensate alcune nuvole sterili e gialle. «Le foglie nuove», mi venne in mente e andai a guardare l'orto. Ma non c'era bisogno che io pensassi per loro. Rientrai, chiusi la porta e salii nella mia stanza. Cominciò a piovere e quando mi affacciai lo scarpone e l'indiano luccicavano insieme. L'indiano rideva: lo evitai e mi rivolsi allo scarpone. Ma questa volta non mi suggeriva niente di reale;era una forma che poteva assomigliare a tante cose; infatti della mia infanzia, di certi suoi momenti brevi e intimi,caduti dentro di me come particelle insignificanti e che veramente nell'attimo in cui li avevo vissuti non avevano costituito niente di particolare felicità e sollievo (ed ai quali solo il ritrovarli dava un senso di gioia, di innocenza, di dolce comunione con me stesso giovane che quasi mi sembrava di poter proteggere e guidare per mano), non mi veniva, quel giorno, restituito niente. Lo scarpone luccicava, forse troppo; tanto che la sua chiarezza serviva a illuminare anche l'inganno del suo meccanismo di ricordi e lo faceva vivere per conto suo e non come un pretesto. La realtà era tanto crudele da non lasciare niente nell ordine che io avevo cercato di dare alle mie cose. Anche la luce,il lago, la pioggia erano suoi strumenti e mi tenevano stretto. Chiusi la finestra; cercai di prendere sonno, cullato dallo scroscio della pioggia. Non riuscivo. Sentii bussare alla porta e capii che era mia madre sotto l'acqua; me l aspettavo perché avevo chiuso la porta proprio per lasciarla fuori. Scesi ad aprire sperando di poter prendermela con lei; ma la realtà che mi dava una intenzione cosi precisa, a differenza di tutte le altre volte in cui ero stato spinto contro la mia volontà da un risentimento che si gonfiava come una tosse, mi vinse ancora mostrandomi mia madre sofferente sotto la pioggia da apparire proprio la madre mia e di tutti i miei dolori. Le raccontai tutto, cioè la visita che dovevo subire, e le diedi tutti i soldi della Presidenza. Riuscimmo a parlare di qua e di là della tavola. Mia madre mi confortava e parlava della mia malattia come se realmente esistesse; io non reagivo, anzi continuavo i suoi discorsi ed accettavo anch'io la mia malattia. Pensavo intanto, senza che questo pensiero disturbasse i miei discorsi, che Tortora aveva vinto. E questo pensiero non mi dava nemmeno le ansie e la ribellione di sempre perché era fatto su una cosa ormai avvenuta. Tortora aveva vinto; malato o no era ormai vero che io lo ero. Non dormii, non mi alzai, non andai a lavorare; non feci nulla perché da parte mia le cose erano compiute e dovevano soltanto avvenire. Dopo tre giorni venne il solito messo

16 a cercarmi a casa. Lo feci entrare e gli dichiarai di accettare l'invito a presentarmi in infermeria. Cosi avvenne, davanti a quattro medici. Tortora, Bompiero, Pietra, primario di Torino, Gherardi, direttore di un sanatorio a Saronno. Mi visitarono questi ultimi due. Erano come erano e si comportarono come erano. Non li avevo mai visti prima e non sapevo niente di loro. I loro occhi e le loro mani mi apparivano implacabili come strumenti. Sentivo le loro guance e i loro orecchi sulla mia schiena: uno era più caldo e uno più freddo. Parlavano poco tra di loro; un po' di più con Tortora e Bompiero che assistevano, a due metri da me. Pietra, di Torino, come proseguendo un discorso fatto prima e accontentandosi quindi di qualche frase o parola, diceva che «quella» malattia è spesso legata all'equilibrio psicologico del soggetto; è un'autopunizione, cioè la volontà di distruggere se stesso o anche un' autodifesa, il modo di non assumere responsabilità, di voler restare fanciullo, di accentrare su di sé i sentimenti e le cure di altri. Tortora si entusiasmava e diceva di capire finalmente tutto. Pietra mi parlò, a nome di tutti. Mi dichiarò tubercoloso fradicio e bisognoso di entrare in sanatorio subito - Se no? - dissi; ma senza voler fare una domanda. Pietra rispose lo steso: - Se no, via dalla fabbrica e via dalla vita un anno, venti mesi. - Suicidio? - domandai. - No, la tubercolosi. Il sanatorio era in Lombardia, sotto le Alpi. Mi ci condussero con una macchina pochi giorni dopo la visita. La ditta mi diede anche un pacco di pigiami, maglie e biancheria; molto grande, come per farmi capire che avrei dovuto rimanere lì per molto tempo. Sono rimasto in sanatorio più di due anni. Non mi è accaduto mai niente. Sono stato quasi sempre solo. Pensavo molto a casa mia, al lago, alla campagna e non riuscivo nemmeno a guardare il giardino d'intorno e il parco e il paesaggio. Pensavo alla campagna con dolore e nostalgia e non guardavo quella che avevo intorno come se i suoi campi e i suoi alberi fossero diversi. Anche le stagioni non mi incuriosivano e passavo soltanto le giornate singole, in quel sanatorio. Ogni giorno un mortorio, in quel laboratorio di morte! in quell'ostensorio di morte! in quell'aspersorio di morte! Ecco, andavo dietro alle parole: il loro suono contava più di ogni altra cosa, più del loro senso, ed io finivo per ordinarle o per trovarle o per inventarle secondo il suono, senza più l'ordine del significato e del pensiero. Ma cosi trovavo un altro ordine pieno di emozioni e che parlava meglio il mio linguaggio. Non andavo nemmeno più dal prete perché anche la mia anima si apriva ormai sopra di me. Seguivo i miei discorsi immobile, con la mente, anche se gustavo le parole tra le labbra e i denti, pronunciandole nelle ripetizioni e in tutte le rime, come dolci catene. Inventavo cantavo le litanie dei miei dolori e della mia vittoria. Certi giorni mi veniva in mente, al posto delle parole, un motivo musicale o un ritornello e allora lo seguivo per tante ore, ondeggiante come un aquilone e il suo filo si svolgeva nella mia mente e trascinava in volo i miei pensieri che si staccavano senza farmi male, partendo dalla mia testa,

17 Continuando nell' aria la circolazione del sangue leggiero della mia testa, senza strappare nulla dal mio cuore, dal centro di me. Io sono una goccia la prima o l'ultima di un acquazzone caduta dalla grondaia quando nell' aria non s'aspettava pioggia, nemmeno quella goccia. La mia goccia s'è perduta, nessuno l'ha goduta; una Tortora l'ha disprezzata e tra la polvere mischiata. Non c'è stata l'adunata, le altre gocce non son venute; la mia stessa madre addolorata le speranze ha perdute. L'acqua liberatrice non c'è stata le altre gocce non son venute dietro di me ma ciascuna per sé. Dio per tutti, esclusi i farabutti. Le altre gocce sono divise, le unioni non sono arrise. Giuda per questo rise e l'angelo si assise. Le altre gocce sono divise, ciascuna per sé o a tre a tre come i fucili dei soldati che stanno in piedi appoggiati a tre a tre, nelle fabbriche, nei sindacati, in tutti gli eserciti assoldati come tanti disperati; nelle case, nei prati, nei sobborghi abitati, disprezzati dai padroni lusingati dai ladroni sfruttati dai poltroni

18 derubati dai ricconi ingannati dai pretoni mischiati con i buoni che soffrono per tutti di più per i farabutti. Nella fabbrica non nasce erba o spiga e neppure una capra si pasce ma soltanto la fatica. La fabbrica nemica è coperta di fasce e di tanti materiali che nascondono i mali. Tradimento o malattia l'uno o l'altra che sia a tenermi in prigionia di questa lunga agonia senza alcuna compagnia lontano da casa mia con la voglia che avria di correre via, prendere la ferrovia, funivia o tranvia traversar la Lombardia via, cento volte via; o volare vorría sopra il lago di Candía riveder la terra mia mia, cento volte mia, piccola come una fotografia che nel cuore mi stia, quel poco d'erbía, quella siepe di gaggia, sopra la nebbia, e del lago la ria. Tradimento o malattia l'uno o l'altra che sia, via dalla casa mia dall' anima mia dalla mano mia

19 dalla spalla mia via, cento volte via i mali della prigionia, la tristezza dell'infanzia, il ritorno dalla Francia, verso l'italia; via dalla mente mia, dalla fatica mia dalla fabbrica mia via ogni bugia; morte all'ipocrisia di tutta la compagnia della triste infermeria, da Tortora alla spia che avvelenò la vita mia, di Fioravanti l'agenzia mago e porcheria e meretriceria della falsa amica mia, via come una cavalleria trottando per la via ridandomi l'allegria di un bambino per la via che segue la cavalleria che trotta per la via; via la cavalleria, la compagnia la fanteria della falsa malattia. Tradimento o malattia via cento volte via l'uno o l'altra che sia via cento volte via per il trionfo della democrazia giardino d'armonia. Quando non mi abbandonavo alle poesie, quando cioè ritiravo la mia mente, riprendendola interamente per me, allora la ritrovavo acuta come una lama, smaniosa di aprire un varco dentro di me, di ritrovare i miei pensieri. Facevo così degli esami precisi di tutta la mia storia e della mia situazione in quel sanatorio. In quei momenti ho ricostruito e scritto quasi tutto questo racconto, pensando molto di più e con più

20 ampiezza e profondità di quel che riuscivo a mettere sulla carta. Ho scritto anche tante lettere, che non ho raccolto; lettere per l'assistente sociale, per Tortora, per la Presidenza, per Gualatrone. Intanto la mia salute andava migliorando. Mi curava una giovane dottoressa che parlava pochissimo. Mi chiamava per nome dalla porta e poi non parlava più. Della mia malattia disse soltanto che non sapeva se erano stati i medici a farmela venire ma sapeva che c'era. Accontentava cosi la sua onestà con questa mezza verità. L'onestà e la verità sono alla stazione di Santhià; non possono arrivare fin qua, perché il treno non va. Che farà chi bisogno ha di tutta l'onestà e la verità e non si accontenterà solo della metà? Un treno se ne va carico di verità ma non arriverà da chi non è ad A, perché il viaggio non si fa da B ad A, perché la verità sta con chi ce l'ha già. Siccome avevo saputo che la dottoressa non credeva in Dio,verso la Pasqua del secondo anno, un giorno della Settimana Santa in cui ero tranquillo ed avevo dormito a lungo, ebbi il coraggio di chiederglielo. - In Dio, no, non ci credo - mi guardò e come per consolare sia me che se stessa, proseguì: - ma credo nei santi. La terra è piena di santi, specialmente qui dentro, ed io posso mettere più che il dito addirittura le mani nlle loro piaghe. Credo nei santi, anche in quelli vecchi dei mezzi mantelli, delle pagnotte, della lebbra. Ma soprattutto in quelli che vedo, che ci sono dappertutto. Quanti ce n erano anche nella fabbrica? Io pensai a Grosset. Pensai però anche alla fabbrica. Nella fabbrica c'è un santo con una barba bianca; porta anche lui la tuta e tutto il giorno aiuta la gente che si stanca. È un santo ottimo per chi lavora a cottimo, di grande pazienza e coraggio per quelli del montaggio, con la mano piccina per quelli dell' officina, con l'occhio a raggio per quelli dell'attrezzaggio, aiuta, aiuta sotto la tuta quelli della fonderia il piede a tirar via, porta l'aria pura a quelli della verniciatura e porta via i rumori

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