Problemi e sfide. La sicurezza energetica europea. Panorama Internazionale. Francesco Palmas

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1 Panorama Internazionale La sicurezza energetica europea Problemi e sfide Francesco Palmas D i sicurezza degli approvvigionamenti energetici si cominciò a parlare in Europa circa un secolo fa. Il dibattito assunse toni drammatici in occasione delle due Guerre Mondiali e delle crisi petrolifere degli anni 70. Fu allora che il problema di forniture stabili, abbondanti ed economiche d idrocarburi assurse a componente chiave della stabilità economica e della sicurezza nazionale di molti Paesi. Nell Europa odierna, le oscillazioni dei prezzi e l enorme divario fra produzione e consumo hanno nuovamente inasprito i toni, ribaltando un ventennio circa di pax energetica. Bruxelles dipende dall estero per oltre metà del fabbisogno. Nel quinquennio , la domanda è aumentata del 5,1%, balzando ad 1,13 miliardi di tonnellate equivalenti a petrolio. L oro nero vi ha inciso per 484 milioni (+ 3,3%), il gas per 270,3 (+9,2%). Sia chiaro: il 62% della produzione elettrica europea dipende oggi dal carbone e dal nucleare, 24 n Nave metaniera per il trasporto di Gas Naturale Liquefatto (GNL). Raffreddato a -162 C, il metano diventa liquido, diminuendo in volume di 600 volte ma i vincoli ambientali suggeriscono che nel prossimo futuro il gas s imporrà come fonte energetica per antonomasia. Gli impianti a ciclo combinato si stanno diffondendo a macchia d olio: hanno garantito nell ultimo decennio i 3/4 della capacità elettrica aggiuntiva. In Italia, soddisfano il 51% delle necessità, fagocitando metano, GPL o diesel. Sono molto più efficienti delle centrali convenzionali a carbone e a olio combustibile: 60% contro 35-45% massimo dei più recenti impianti a vapore. Ma hanno spiacevoli ripercussioni sull import di gas. Le cifre parlano chiaro: il 25,8% del metano consumato in Europa è estratto dai giacimenti siberiani e le previsioni dicono che, nel 2030, la quota di gas russo nel mix energetico comunitario potrebbe superare il 27%. Le riserve del mare del Nord vanno scemando e l Unione potrebbe vedersi costretta a importare 816 miliardi di m3 l anno, contro i 465 attuali (grafico 1).

2 Graf. 1 Domanda di gas dell UE secondo l area di provenienza 20 40,8 Interna Quando i giacimenti siberiani marceranno a pieno regime, Mosca eguaglierà Rabat al vertice degli esportatori globali di petrolio e distaccherà Doha e Teheran nel gas naturale. Le riserve di cui dispone sono immense: 120 miliardi e passa in barili di petrolio e 50 trilioni circa in m 3 di gas, il doppio dei diretti concorrenti (grafico 2). Bulgaria, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia dipendono già oggi al 100% dal metano russo. La percentuale è di poco inferiore per i greci (80%) e superiore al 50% anche per austriaci, cechi, polacchi, sloveni, ungheresi, serbi e turchi. Francia, Italia e Germania si fermano al 30% circa, ma non appena entrerà in servizio il gasdotto nordeuropeo, i tedeschi balzeranno al 50%. Al vertice di Davos (gennaio 2009), Vladimir Putin non ha fatto che ribadire l importanza dei gasdotti Nord e South Stream: attraversando i mari Baltico e Nero, i due tracciati eluderebbero Ucraina, Georgia e tutti i contenziosi irrisolti. 26,3% 12,2 16,2 Norvegia 27,1 25,8 Russia Algeria Graf. 2 Le riserve di gas dei 3 grandi 15,5% 14, ,2 14,3% Russia Iran Qatar ,6 Altri Criticità delle forniture e paradossi dell Antitrust Quando Putin interruppe le forniture di gas all Ucraina (gennaio 2006), l impatto sull UE fu immediato. L Italia dovette intaccare le proprie riserve strategiche, Parigi e Varsavia vacillarono. Poco o punto servirono i vertici UE-Ucraina e le istituzioni del dialogo energetico russo-europeo. La storia non fece che ripetersi, prima con bielorussi e lituani, poi nuovamente con gli ucraini (2009). Mancando di una politica estera comune, Bruxelles è poco incisiva sia all esterno che all interno. Le sue competenze sono limitate al mercato comune, al nucleare e al carbone, tanto per non cambiare importato al 40%. Quando voglia dettare regole in materia energetica, la Commissione non può che appellarsi a normative ambientali, fiscali o d armonizzazione. È quanto avvenuto con la direttiva , ormai esecutiva dal dicembre scorso. Entro 11 anni, i Paesi comunitari dovranno incrementare dall 8,5 al 20% la quota di energie rinnovabili sui consumi primari, tagliando di un altro 20% emissioni nocive e sprechi. Le priorità sono chiare: dei 5 miliardi di avanzati nel bilancio 2008, 1,25 sono andati al carbon capture and storage e solo le briciole ai progetti infrastrutturali. A preoccupare Bruxelles sono più la liberalizzazione del mercato e l efficienza energetica che non la sicurezza degli approvvigionamenti. Obiettivo principe rimane la separazione tra fornitori e distributori. Ma il caso spagnolo insegna che la teoria dell unbundling proprietario non regge alla prova dei fatti. Da tempo, la francese EDF e la tedesca E.ON vanno propugnando la costituzione di un monopolio europeo capace di strappare contratti vantaggiosi a medio-lungo temine, in virtù delle quantità potenzialmente acquistabili. Ma la Commissione non ne conviene: teme che un monopolio possa danneggiare l economia e preferisce puntare su più isole energetiche, indipendenti fra loro ma strettamente connesse. L antitrust si è scatenata: E.ON ha dovuto rinunciare alla rete elettrica nazionale e a numerose centrali, pena sanzioni pari a 1/10 del suo fatturato. Da noi, ENI e SNAM hanno cominciato a tremare, ma è inverosimile che la Commissione riesca a spuntarla. Parigi e Berlino non sono affatto disposte a rinunciare ai loro campioni nazionali e Roma sta cercando di proteggere i suoi. Richiesto dall Antitrust, Paolo Scaroni ha rifiutato la cessione del TAG, cruciale per la sicurezza energetica italiana: dal confine austro-slovacco, il gasdotto porta al Tarvisio il 30% del nostro import di metano. L ENI ne controlla l 89% e gode del sostegno governativo. Il premier Berlusconi è intervenuto personalmente, telefonando e scrivendo al presidente Barroso, per scongiurare la vendita di un infrastruttura determinante ed evitare all ENI una sanzione di oltre 500 milioni di. La situazione italiana è assai più critica di quella franco-tedesca. Mentre Roma genera il 79% dell elettricità comburendo gas (36%) e petrolio, Berlino non supera il 15 e Parigi il 6%. Non basta: secondo l Unione petrolifera italiana, entro tre anni, il metano prevarrà sull oro nero. Nel 2007, l Italia ne ha consumato 85 miliardi di m3, in massima parte per le esigenze elettriche (34,29), abitative e del terziario (28,1), per non dire dell industria (19,1). Ambizioni dell UE Le vie alla stabilità energetica sono fortunatamente tante. Bruxelles dialoga da tempo coi produttori e cerca un coor- n

3 dinamento col fronte dei consumatori, in seno all Agenzia internazionale per l energia, foro abbastanza controverso: secondo alcuni, l IEA gonfierebbe ad arte le proiezioni sulla domanda globale d idrocarburi, per costringere l OPEC ad aumentare l offerta e calmierare i prezzi. Ognuno combatte con le sue armi. Contatti regolari sul tema energetico si susseguono anche con le grandi potenze: con la Cina dal 94, con gli Stati Uniti dal 95, con l India dal 2004 e, negli ultimi tempi, anche col Giappone. Ove manchino intese preferenziali coi Paesi fornitori e di transito, Bruxelles punta sui memoranda d intesa come avvenuto con Kiev (2005), Baku e Astana (2006). Assai importanti sono gli accordi con l Algeria: integrarla nel mercato interno e raddoppiarne le forniture di gas è obiettivo di negoziati specifici, non ancora sfociati in un partenariato strategico. Tra il 2006 e il 2007, Bruxelles si è inoltre dotata di una strategia globale per l energia e di una ad hoc per l Asia Centrale, regione chiave per ampliare il ventaglio dei fornitori. Limiti dell UE Progetti ambiziosi richiedono tuttavia unità d intenti, disponibilità delle controparti e dotazioni finanziarie adeguate: l Unione di oggi manca sia delle une che delle altre. In Asia Centrale come nel Mediterraneo, le sue politiche continuano a sovrapporsi più che a integrarsi con quelle statunitensi e della NATO. Molti vagheggiano un accordo di ampio respiro con Mosca, che spianerebbe la strada a un integrazione energetica teoricamente profittevole per entrambe le parti: la dipendenza russa dall export di materie prime non è meno grave di quella degli importatori europei. La rete nazionale per il trasporto degli idrocarburi necessita d investimenti colossali: 935 miliardi di $ entro il 2030, il triplo del PIL nazionale. Non meno ingenti sono i capitali richiesti per potenziare la capacità estrattiva e soddisfare la domanda crescente. Ma, nonostante l interesse reciproco e le continue pressioni, non si è riusciti ad ottenere neanche la ratifica della Carta dell energia e del Protocollo sul transito, pendente dal Peggio: fra gli europei, il piccolo vantaggio nazionale continua spesso ad esser più attraente del bene comune. Pur di aver accesso privilegiato ai giacimenti russi, la Germania ha affossato le speranze residue di un fronte unitario in materia energetica. Se è vero che sotto la spinta di grandi gruppi come ENEL, E.ON o EDF, si stanno profilando mercati macroregionali dell energia, la maggior parte dei Paesi europei sembra non avvertire l urgenza di regole comuni. Mentre E.ON e Ruhrgas controllano già il 6,5% di Gazprom, anche i francesi stanno cercando di acquisire partecipazioni importanti nel colosso russo. Nicolas Sarkozy ha chiesto reciprocità: da dicembre 2006, Gazprom può accedere al mercato transalpino e vendervi direttamente 1,5 miliardi di m 3 di gas. Ora spetterebbe alla Russia aprirsi alle società francesi. Ai rischi di energo-dipendenza si aggiungono nuovi timori: si sospetta che Mosca voglia dar vita ad una sorta di OPEC del gas, sfruttando la partnership energetica con Teheran e un accordo del 2006 con Algeri. Alcuni sostengono che i russi ambiscano soltanto a drenare competenze tecniche e commerciali nel settore del gas naturale liquefatto (GNL), per scalare l apogeo mondiale anche nel ramo. Ma è meglio non abbassare la guardia: se la Russia soddisfa il 26% del fabbisogno europeo di gas, un altro 7% viene proprio dall Algeria. La Sonatrach, compagnia di stato algerina, è prima fornitrice dell Italia, della Spagna e del Portogallo; seconda della Francia. L idea di un cartello piace molto all Iran, ma potrebbe attrarre anche la Libia, il Qatar e il filoccidentale Azerbaigian. Teheran e Doha condividono già lo sfruttamento del giacimento off shore di South Pars-North Dome, il maggiore mai scoperto al mondo 1. Sebbene nessuno ne parli apertamente e Mosca si profonda in smentite, l ipotesi agita non poco i consumatori europei ed italiani, la cui bolletta energetica supera i 50 miliardi di l anno. Sul nostro Paese grava un mix delle fonti sbilanciato per oltre 3/4 sul gas naturale e sul petrolio, e una dipendenza dall estero assai superiore alla media europea: 86% contro 56 (graf. 3). Graf. 3 Le fonti dell energia italiana ( milioni di T e %) Altri 35,1 (31%) Algeria 2,0 (2%) Norvegia 3,4 (3%) Produzione interna 5,8 (5%) Arabia Saudita 8,3 (7%) Olanda 0,1 (0,1%) Ex Urss 30,9 (27%) Libia 29,1 (25%) Fonte Il Sole24Ore Per ampliare il ventaglio dei fornitori e scongiurare qualsivoglia cartello, occorrerebbe puntare maggiormente sul GNL, ancora marginale sia a livello mondiale (30%), che europeo (15%): Bruxelles ne consuma 290 miliardi di m 3 l anno, ma prevede di raddoppiarli entro il In Angola, Egitto, Nigeria e Trinidad, esisterebbero enormi potenzialità di sfruttamento, e Giappone e Sud-Corea insegnano che la strada è percorribile, ambientalisti permettendo. I rigassificatori hanno infatti un impatto sia diretto che indiretto: basti solo pensare che per trasportare 5 miliardi di m 3 di GNL occorrono più di 50 navi. In Italia, nonostante la marea di progetti, l unico impianto in via 1 Giorgio S. Frankel, Gas, Bruxelles guarda al Caspio, in «Il Sole24Ore», 26 gennaio 2009, p. 10. n

4 Tab. 1 Produzione elettrica mondiale per fonte di energia (valori in TWh 1 e %) Var Fonte TWh % TWh % TWh % Carbone Petrolio Gas Nucleare Idroelettrico Rinnovabili TWh (Terawattora) = miliardi di Kilowattora Fonte: Corriereconomia 1 TWh (Terawattora) = miliardi di Kilowattora Fonte: Corriereconomia di completamento è quello off shore 2 dell isola di Porto Levante, nei pressi di Rovigo. Costato 2 miliardi di, un infinità di autorizzazioni e un decennio di progettazioni, produrrà a regime 8 md di m 3 di gas.assai promettenti sono anche le energie rinnovabili e il nucleare di 4 a generazione, sebbene insufficienti a soddisfare l iperbole della domanda (tab. 1). La minaccia terroristica Garantire la sicurezza energetica significa proteggere al contempo le infrastrutture di trasporto e le SLOC dai conflitti armati, dagli attentati terroristici e dalle calamità naturali. Nell ultima guerra irachena, oleodotti e gasdotti sono stati colpiti più di 300 volte; in Nigeria, i raid del MEND hanno causato perdite del 20% nelle esportazioni di petrolio. Passaggi strategici come il canale di Suez e lo stretto di Gibilterra sono obiettivi potenziali del terrorismo marittimo. Sebbene la minaccia sia al momento silente, nel 2002 Gibilterra è stata teatro di manovre destabilizzanti, al punto tale da costringere la NATO a pattugliamenti navali (Active Endeavour). Non meno importante è la libera navigazione dello stretto di Babel-Mandeb, ove pirateria ed instabilità politica sono divenute endemiche. Dopo gli attentati alla petroliera francese Limburg e al cacciatorpediniere americano Cole, è toccato ai nostri mercantili Cielo di Milano, Jolly Marrone e Neverland esser assaltati dai pirati, muniti di motoscafi, kalashnikov e lanciarazzi (graf. 4). Dal sancta sanctorum d Eyl ai vari porti costieri, la Somalia è divenuta terra d elezione dei corsari moderni, seguita dalla Nigeria. Spesso pagati, i riscatti fruttano dai 2 ai 9 milioni di $. Il caso della Sirius Star è emblematico. Sequestrata 450 miglia a sud-est di Mombasa (15 novembre 2008), la super-petroliera saudita valeva 285 milioni di $, 100 dei quali di solo carico. Per restituirla, i pirati somali hanno chiesto 30 milioni di $ ma, dopo 55 giorni di trattative, si sono accontentati di 1/10. Ottenuti i contanti, son fuggiti a terra e, su potenti jeep, si son dati alla macchia. Fra ottobre e dicembre, l Alleanza Atlantica aveva nell area 4 unità da guerra (Standing NATO Maritime Group 2), al comando dell ammiraglia italiana Durand De La Penne. Anche Bruxelles è intervenuta con la missione EU NA- VFOR Somalia (operazione Atalanta), cui partecipano mezzi francesi, britannici, greci e tedeschi. Ma i pattugliamenti marittimi e i corridoi di sicurezza non bastano: controllare quasi 3mila km di coste e un braccio di mare che si estende per oltre 6 milioni di km2 è impresa ardua. Nate Christensen, portavoce della 5 a flotta dell USN, ha incoraggiato gli armatori a contribuire alla protezione dei cargo, assoldando mercenari Graf. 4 Gli attacchi di pirateria marittima É il primo del genere al mondo, a 15 Km dalla costa e invisibile da terra. n

5 La Libia è il principale fornitore dell ENI, che vi estrae quotidianamente 252mila barili di olio equivalente. Nella foto, l impianto di trattamento di Mellitah (Western Libyan Gas Project). Fonte: ENI. armati. Per le compagnie private si sono aperte nuove prospettive: le britanniche Eos, Hart Security, Drum Cussac e Olive Group offrono da tempo servizi di sicurezza navali. A parte le guardie armate, proteggono le imbarcazioni con sistemi di difesa passiva: dagli idranti ad alta pressione agli scorrimano elettrizzati. Non mancano le offerte della Blackwater e della Hollowpoint: la prima ha già noleggiato una porta-elicotteri ed effettuato scorte nel golfo di Aden 3. Ovunque, al-qaeda ha alzato la posta, minacciando più volte una jihad economica contro le installazioni energetiche. Guarda caso, nel febbraio nero del 2006, è saltato l oleodotto saudita di Abqaiq. Secondo l intelligence norvegese, la rete di Osama Bin Laden disporrebbe di 23 mercantili registrati con bandiera liberiana, panamense e dell isola di Man. Gruppi come al-gama a al Islamiyya, Jihad Islamica ed Hezbollah risulterebbero coinvolti in attività terroristiche via mare: non solo contrabbanderebbero armi ed altro materiale bellico, ma tramerebbero a favore della stessa al-qaeda. Proteggere oleodotti, gasdotti, linee di comunicazione marittima ed infrastrutture portuali di stoccaggio e rifornimento è altrettanto importante che avere fornitori affidabili. Ad essere in gioco è la stabilità economica e la sicurezza tout court dell Occidente. Il Consiglio nord-atlantico ne è ben consapevole: non solo sta tenendo sessioni di lavoro ad hoc, ma ha anche attivato un gruppo di lavoro per la protezione delle infrastrutture critiche (2005). Di più: ha ventilato l ipotesi di un coinvolgimento diretto dell Alleanza nella sicurezza energetica (vertice di Riga). Poiché è chimerica una difesa marittima tous azimuts, alla NATO spetterebbe proteggere le rotte più significative e i punti di passaggio obbligati, soprattutto se minacciati da tensioni e conflitti armati. La storia offre un precedente: durante la guerra Iran-Iraq, l operazione Earnest Will ( 87-88) fu un successo nel garantire continuità di rifornimenti energetici. La comunità internazionale riuscì a proteggere le petroliere kuwaitiane fornendo loro scorte marittime e bandiere straniere. Dopo la crisi di Suez (1957), i governi europei avrebbero dovuto capire l importanza dei rapporti con la sponda Sud nella difesa attiva del bacino. Ma, a parte i buoni propositi, una vera associazione fra Paesi comunitari e sud-mediterranei non è ancora decollata. Il Partenariato euro-mediterraneo risente di troppi limiti, sebbene affiancato da molte altre iniziative regionali: dai simposi biennali fra le marine dei Paesi mediterranei e del Mar Nero, Terminal turco dell oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan 3 Gianandrea Gaiani, Nato e Ue, ma anche «private security companies» contro la pirateria, Il Sole24ore, 13 novembre 2008, edizione on line. n

6 Blue Stream è il gasdotto sottomarino più profondo al mondo. Corre per km fra Izobilnoye e Samsun, sui fondali del mar Nero. Vi è stato posato da Gazprom e dall ENI (380 km). Nella foto, tecnici italiani nelle ultime fasi dei tiri a riva. Fonte: ENI. alla Carta di Stoccarda per la sicurezza e la stabilità, dall Iniziativa «5+5» a strutture di cooperazione militare come EUROFOR ed EURO- MARFOR. Ancora più pregnanti sono le iniziative promosse dall Alleanza Atlantica. A parte il Dialogo Mediterraneo e l Iniziativa di Cooperazione di Istanbul, meritano di essere menzionati i 4 gruppi per la guerra di mine e la reazione rapida, versati soprattutto nell antiterrorismo marittimo.sia chiaro: in un mondo in cui si riaffacciano fenomeni di pirateria e di terrorismo, i mari circostanti l Europa sono senz altro sicuri, grazie a Marine efficienti e dotate d innumerevoli mezzi per la vigilanza costiera. Come se non bastasse, gli americani e i loro alleati controllano gli stretti e i choke points navali più importanti: Suez, Gibilterra, Bosforo e Dardanelli, vere sentinelle del Mediterraneo. Il ruolo dell Italia Trait d Union fra est e ovest, l Italia gioca nel Mediterraneo un ruolo cruciale, enfatizzato dai due archi di crisi che vi s intersecano. Il primo attraversa l area danubiano-balcanica e s adima al Caucaso. Il secondo abbraccia la fascia nordafricana e mediorientale, fino al golfo Persico, inquadrando un area tanto essenziale quanto problematica per la sicurezza italiana ed euro - atlantica. Gran parte del petrolio (70%) e del gas mondiali (40%) provengono dal bacino caucasico-centrasiaticomediorientale; dal Mediterraneo lato sensu passano le vie, le aerovie e le rotte del rifornimento strategico nazionale. Qualsiasi crisi che destabilizzi l area è minaccia diretta agli interessi vitali dell Italia, propensa, qui più che altrove, ad adottare contromisure militari. Non per caso viene da Roma uno dei progetti marittimi più ambiziosi degli ultimi tempi: il Virtual-Regional Maritime Traffic Centre (2004), pensato per monitorare i traffici e i movimenti d unità mercantili sia nel Mediterraneo che nel Mar Nero. Una sorta di emulo navale dei sistemi di riporto e controllo vigenti per lo spazio aereo e, al tempo stesso, una risposta alla risoluzione A.924 (2002) delle Nazioni Unite, che perorava l adozione di nuove misure di contrasto al terrorismo marittimo 4. Alcuni lamentano l assenza di una strategia comunitaria per la sicurezza energetica. In realtà, subito dopo l Energy Policy Act degli Stati Uniti (2005), anche Bruxelles si è dotata di una Politica ad hoc per l energia (2006). Nel Libro verde, ha denunciato l instabilità dei prezzi del petrolio e l uso politico delle risorse energetiche da parte di alcuni, senza nascondere i timori di crisi future, per l incertezza sulle riserve disponibili e l impennata dei consumi. Nel preservare il suo margine di manovra, l UE sta battendo più strade. Da novembre 2005, dispone perfino di un programma globale per la protezione delle infrastrutture critiche (EPCIP) e di una rete d allarme in fieri (CI- WIN). I vettori energetici ne sono beneficiari essenziali: un interruzione delle forniture comprometterebbe non solo la funzionalità di tutte le altre infrastrutture critiche, ma potrebbe avere impatti umani ed ambientali enormi. Il coordinamento di prevenzione e protezione è tuttavia difficoltoso: molte infrastrutture sono gestite da privati o stranieri, e non sempre è agevole discernere fra competenze pubbliche, private e internazionali. Mancano impianti e strutture per ridistribuire i flussi d idrocarburi in caso di crisi. Peggio: solo il 10% delle reti di gasdotti è stato finora completato e poco più è stato fatto per i network elettrici. n 4 è entrato in vigore il Codice internazionale per la sicurezza delle navi e delle infrastrutture portuali (ISPS), che disciplina i vettori impegnati nelle rotte intercontinentali, i cargo dalle 500 t in su e le piattaforme off-shore. È la prima volta che una Convenzione marittima globale include anche le infrastrutture portuali: zone di ancoraggio, banchine e così via, sempre più esposte a una minaccia terroristica proteiforme. n

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