PERIODICO NAZIONALE DELL ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALORE MILITARE

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1 1) Distintivi con decorazione e Dame Patronesse 2) Distintivi dorati: piccoli, medi e grandi 3) Portachiavi: smaltato 4) Orologio 5) Crest grande 6 Labaretto 7) Emblema Araldico 8) Cartolina, cartoncino doppio e busta 9) Fermacarte in onice 10) Posacenere 11) Attestato di Benemerenza 12) Cravatta: disponibile in lana e seta 13) Foulards in seta 14) Mug 15) Fermacarte peltro 16) Copricapo a bustina Tutta l oggettistica è in vendita presso le Federazioni che in caso di carenza di materiale possono richiederlo alla Presidenza Nazionale dell Istituo. Le spese di spedizione saranno a carico delle Federazioni ed aggiunte al costo del materiale.

2 PERIODICO NAZIONALE DELL ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALORE MILITARE ANNO XLX - N. 6 - NOV./DIC Bimestrale - Poste Ital. S.p.A. Sped. in abb. postale D.L. n. 353/2003 (Conv. in L. 27/2/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 MP-AT/C-CENTRO/RM

3 La redazione de IL NASTRO AZZURRO, nell approssimarsi del Santo Natale, porge a tutti i lettori i più fervidi auguri di BUONE FESTE e felice ANNO 2012 Comunicazioni Pag. 2 Editoriale: Il prezzo di essere al di sopra delle parti 3 Lettere a Il Nastro Azzurro 4 Il Presidente comunica 6 Il Calendario Azzurro Michele Maddalena ricevuto al Quirinale 8 Le MOVM della Provincia di Massa Carrara 9 Italia! 10 Il percorso storico che portò all unità d Italia 12 Cosa rimane del Risorgimento? 16 Verano memoria d talia 21 I letterati del Verano 21 Don Luigi de Flammineis 22 Giuseppe Zanardelli grande politico bresciano 23 Detto fra noi 24 Notizie in Azzurro 25 Il brigantaggio: primo disagio sociale 26 La Marcia delle Capitali e del Milite ignoto 28 Diario di marcia di Michele Maddalena Anniversario di Roma capitale 32 Il Viaggio dell Eroe nel 90 anniversario della traslazione al Vittoriano del Milite Ignoto anniversario dell eccidio di Kindu 34 Centro di documentazione missioni di pace 35 Azzurri che si fanno Onore 37 Consigli Direttivi 37 Abboniamoci a Il Nastro Azzurro! 37 Cronache delle Federazioni 38 Recensioni 46 Azzurri nell azzurro del cielo 47 Potenziamento giornale 47 Oggettistica del Nastro Azzurro 48 In copertina: Il Risorgimento: dal Congresso di Vienna all Unità d Italia IL NASTRO AZZURRO Ha iniziato le pubblicazioni a Roma il 26 marzo 1924 (La pubblicazione fu sospesa per le vicende connesse al secondo conflitto mondiale e riprese nel 1951) Direz. e Amm.: Roma p.zza Galeno, 1 - tel fax Sito internet: Direttore Editoriale: Carlo Maria Magnani - Presidente Nazionale dell Istituto - Direttore Responsabile: Antonio Daniele - Comitato di Redazione: Carlo Maria Magnani, Antonio Daniele, Francesco Maria Atanasio, Graziano Maron, Antonio Teja, Giuseppe Picca, Antonio Valeri, Federico Vido, Giorgio Zanardi - Segretaria di Redazione: Barbara Coiante - Autorizzazione del Tribunale Civile e Penale di Roma con decreto n del Progetto Grafico e stampa: Arti Grafiche San Marcello s.r.l. - v.le Regina Margherita, Roma - Finito di stampare: novembre 2011 Per abbonarsi i versamenti possono essere effettuati su C/C Postale n intestato a Istituto del Nastro Azzurro, oppure su C/C Bancario CASSA DI RISPARMIO DI FERRARA - Filiale di Roma - P.zza Madonna Loreto, 24 - c/c n CIN IT A - ABI CAB IBAN: IT69A C.F Abbonamento ordinario: 20 Euro; sostenitore: 25 Euro; benemerito: 30 Euro e oltre. Associato alla Unione Stampa Periodica Italiana 2 IL NASTRO

4 IL PREZZO DI ESSERE AL DI SOPRA DELLE PARTI C i stiamo rapidamente avvicinando alla fine del 2011, anno caratterizzato nel mondo da una grave crisi economica che si è inevitabilmente riflessa anche sul nostro Istituto in termini di drastiche diminuzioni di contributi da parte di Stato ed Enti Locali, di una contrazione del numero dei soci e delle Federazioni attive. Il Nastro Azzurro, annoverando nel suo ambito tutti i Combattenti Decorati al Valor Militare senza alcuna distinzione di forza armata e di periodo storico di riferimento, non ha una precisa connotazione ideologica o politica e quindi viene escluso a priori da tutti quei particolari benefici che lo Stato ed alcune amministrazioni locali riservano "da sempre" ad altre Associazioni in termini di aiuti economici e concessioni a titolo gratuito di locali per le sedi. A questo possiamo aggiungere la presa di posizione dell'agenzia del Demanio che, dovendo stabilire l'importo dell'affitto dei locali dove sono ubicate alcune delle nostre sedi, ha deciso di applicare l'aliquota del 49% dell'equo canone di riferimento invece del 10% determinato in precedenza. E forse dobbiamo ancora ringraziare visto che poteva arrivare fino al 50%. E non basta: nel caso in cui non venga accettato il nuovo canone e la sede venga abbandonata, si pretendono gli arretrati di cinque anni! Un vero ricatto. Ma non è sufficiente: le Federazioni che non usufruiscono di sedi ubicate in edifici militari stanno ricevendo lo sfratto dai comuni proprietari degli immobili. Milano è l'ultimo esempio: la Federazione ospitata nella Casa del Mutilato dovrà lasciar libero i locali entro la fine dell'anno. D'altra parte noi non essendo un oratorio né un centro sociale, perché dovremmo avere aspirazioni di usufruire di particolari benefici economici? perché avere il diritto di sopravvivere? Come ha detto un assessore "ah voi siete quelli della guerra!" E allora ce lo dicano subito: non vi vogliamo, non ci servite, i valori che vi ispirano non interessano più nessuno. A noi basta che facciate numero e colore con i vostri labari alle poche cerimonie patriottiche che altrimenti andrebbero deserte, poi non dateci fastidio. Che tristezza! Anche noi dobbiamo però fare un esame di coscienza. L'Istituto nell'anno in corso, 150 anniversario dell'unità della nostra Patria, ha avuto un'attività intensa, le iniziative NON BASTA PARTECIPARE CON IL LABARO ALLE PRINCIPALI CELEBRAZIONI PATRIOTTICHE DELLA PROPRIA CITTÀ O PROMUOVERE RIUNIONI INTERNE PER RACCONTARCI LE NOSTRE ESPERIENZE O EVOCARE LE NOSTRE IMPRESE. PROVIAMO A COINVOLGERE NELLE NOSTRE ATTIVITÀ AMICI, GIOVANI, STUDENTI, SPIEGHIAMO LORO CHE L'ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO NON È UNA MARCA DI BIRRA... promosse da molte Federazioni sono state molteplici ed hanno riscosso un grande successo nell'opinione pubblica. Ma evidentemente tutto ciò non è stato sufficiente a far conoscere cosa è il Nastro Azzurro, che cosa rappresenta, quali sono le sue finalità statutarie. Non basta partecipare con il labaro alle principali celebrazioni patriottiche della propria città o promuovere riunioni interne per parlare tra noi delle nostre esperienze o evocare le nostre imprese. Proviamo a coinvolgere nelle nostre attività amici, giovani, studenti; spieghiamo loro che l'istituto del Nastro Azzurro non è una marca di birra o il telefono a cui si possono rivolgere i minori vessati dai genitori, raccontiamo loro i sacrifici dei loro padri, il valore dei loro nonni spinto a volte fino all'estremo. Vi assicuro che tutto ciò è possibile, alcune Federazioni lo hanno sperimentato con ottimi risultati. Se è vero che i contributi statali sono quasi azzerati, costringendo la presidenza nazionale a fare i salti mortali per sopravvivere, altrettanto vero che le varie Federazioni hanno un debito verso l'istituto di oltre 34 mila euro, per bollini, tessere e materiale vario. Nella pagina seguente troverete i numeri di quanto affermato, in modo che ognuno possa rendersi conti esattamente della situazione. Dobbiamo guardarci negli occhi e decidere che cosa fare nel futuro prima di essere inesorabilmente azzerati! Cambiando argomento vorrei raccontarvi un fatto accaduto in questi ultimi mesi. La Federazione di Bergamo, che annovera tra i suoi iscritti alcuni allievi della Scuola Militare Theuliè di Milano, aveva richiesto la possibilità che gli stessi potessero scortare il Labaro Nazionale dell'istituto all'adunata degli Alpini svoltasi a Torino nel mese di maggio. L'autorizzazione è stata negata dall'autorità militare responsabile, che ritenendo l'occasione non sufficientemente consona ha costretto gli allievi a sfilare in abiti borghesi. Molto coerentemente poche settimane or sono, la stessa autorità militare ha autorizzato un nutrito numero di allievi dell'accademia Militare a ricoprire il ruolo di cavalieri, nelle loro impeccabile uniforme, ad un debutto in società di altrettante diciottenni romane. Il tutto alla presenza di un folto numero di nani e ballerine, considerati evidentemente più consoni dei rudi alpini! Augurandoci che il 2012 si riveli più benevolo del suo predecessore, formulo a tutti Voi ed alle Vostre famiglie i migliori auguri di Buon Natale. Un caro fraterno abbraccio. Carlo Maria Magnani SPECIALE 150 ANNIVERSARIO DELL UNITA D ITALIA Questo numero de Il Nastro Azzurro è l ultimo del 2011, quindi è l occasione per chiudere in maniera adeguata la celebrazione del 150 Anniversario dell Unità d Italia, dedicando, grazie al contributo di pensiero di numerosi Azzurri, tutte le pagine della rivista a tale ricorrenza e ai 150 anni di storia dell Italia unita. BUONA LETTURA A TUTTI! IL NASTRO AZZURRO 3

5 LETTERE A IL NASTRO AZZURRO Risponde il generale Carlo Maria Magnani, Presidente Nazionale dell Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare e Direttore Editoriale della rivista Il Nastro Azzurro. Gentile Redazione, siamo le figlie del Sig. Adolfo Zovi, nato il 7 gennaio 1921, sottocapo furiere imbarcato sul cacciatorpediniere "Vincenzo Gioberti", quando fu duramente attaccato da uno dei quattro siluri lanciati dal sommergibile inglese "Simoon", il 9 agosto 1942, nelle acque liguri. Il "Gioberti" venne ridotto in due tronconi, provocandone l'affondamento nel giro di qualche minuto. Metà dell'equipaggio scomparve, il papà, con generoso coraggio, nonostante il buio e le proibitive condizioni del mare dovute anche a numerose chiazze di carburante disperso, pur mettendo a rischio la propria vita, si prodigò per tutta la notte per portare in salvo molti dei suoi compagni naufragati, feriti ed in serio pericolo. Per questo fu poi Decorato con una Croce di Guerra Al Valor Militare ed una Croce al Merito di Guerra. Il papà purtroppo è deceduto il 17 luglio 1998, la mamma Eleonora e noi figlie, attraverso la vostra rivista, desideriamo ricordarlo come uomo coraggioso, onesto, esemplare, che ha sempre tenuto fede agli ideali della Patria e dell'onore, trasmettendo a noi tutte dei preziosi valori di vita. Nel ringraziare per l'attenzione e per lo spazio che potrà essere dato a questa testimonianza, porgiamo cordiali saluti. Zoja Eleonora e figlie Letizia, Milena, Alessandra, Tiziana, Donatella Gentili Signore, la vostra testimonianza è molto bella, dolce e piena di sentimenti puri. Dimostra amore e pienezza del ricordo di un uomo che, anche se scomparso da tempo, ha seminato bene nella sua vita. L'eroismo dimostrato in un momento di grave difficoltà, e giustamente Decorato, non è stato un episodio isolato ma il l'apice più fulgida di una vita comunque esemplare. La pubblicazione della vostra lettera è la giusta e doverosa testimonianza a chi ha contribuito al bene della nostra Patria con costanza e amore prima di tutto in famiglia. Caro Presidente, Sono un anziano ufficiale della "Julia". Rimango tale. Ho fatto tutta la guerra. Volontario in Spagna col gen. Franco; volontario sul Fronte Occidentale; volontario in Albania/Grecia; uff. naufrago sulla nave "Galilea" (1942); volontario in Russia e ivi ferito e prigioniero. Ho scritto "Vita vissuta", con tutte le mie memorie che nessuno può criticare. Ho sempre combattuto col mio Regio Esercito, tenendo sempre fede al Giuramento mai denigrato. Sono dunque uno dei rari del Nastro Azzurro ancora vivente e rimango sempre tale, monarchico, per la Patria. Come tale è naturale che chi come me è ancor oggi redivivo contribuisca con 100 in più per il "Nastro Azzurro"! È bene l'aver presente il libro "Vita vissuta", oggi pubblicato in inglese. Tuo con i più cordiali saluti Ten. A. Ferrante di Ruffano (1 M.A. e 1 M.B. al V.M.) Caro Ferrante di Ruffano, innanzitutto Ti ringrazio per il sostegno che dai al Nastro Azzurro sia con la testimonianza di "Vita Vissuta", sia in concreto. Non credo che si possano criticare le memorie di nessuno, men che meno quelle di chi ha combattuto su tutti i fronti, senza mai tirarsi indietro e senza mai far venire meno la fede al proprio Giuramento. Apprezzo e condivido l'idealità che esprimi, la ritengo un faro che Ti ha guidato per tutta la vita e Ti guida tutt'ora. Posso solo sottolineare che l'italia ha deciso di trasformare la propria struttura di Governo da Monarchia a Repubblica nell'ormai lontano 1946 e ritenersi ancora oggi "immuni" dalle conseguenze di quella decisione, presa dal popolo italiano col primo referendum svoltosi davvero a suffragio universale, non risolve la questione di fondo: l'italia è una Repubblica e lo è da ben sessantacinque anni, ormai. Non credo che si possa tornare più indietro. Ma posizioni come la Tua sono molto più diffuse di quanto si possa pensare e, soprattutto, non lo sono solo tra persone che già erano in vita quando l'italia era ancora un Regno, e quindi potrebbero esprimere un'opinione nata dal confronto tra "prima" e "dopo", ma tra gente ben più giovane, nata e vissuta solo in epoca repubblicana. Questo lascia pensare molto a come, un cambiamento voluto dalla maggioranza degli italiani, possa però aver prodotto quantomeno una profonda delusione rispetto alle aspettative. Potremmo aprire un dibattito sull'argomento, approfondirlo, sviscerarlo in ogni suo aspetto, ma servirebbe davvero a poco: l'italia è una Repubblica. L'unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è impegnarci per farla essere degna degli italiani. Gent.mo Direttore, Sono decorato con Croce di guerra al V.M. in data 17 Settembre 1942 con brevetto n e residente a Sesto San Giovanni. Voglio portare a vostra conoscenza che questo mese di Giugno, ho avuto il piacere di conoscere il Sig. Daniele Santalmasi, figlio di Giovanni Santalmasi, che purtroppo non é più con noi, a suo tempo imbarcato con me sulla MAS 712. Siamo stati affondati insieme ed entrambi feriti. Questo incontro é stato per me motivo di grande gioia e ci sia mo entrambi commossi quando ho ricordato quei tempi. Il rapporto tra noi a bordo, in quei tristi giorni di guerra, era molto forte ed eravamo molto uniti da un sentimento che si mani- 4 IL NASTRO AZZURRO

6 festa quando si affrontano insieme grandi pericoli. Sono passati 69 anni, non mi sembra poco, da quando ero con Giovanni e questo incontro credo che più che insolito sia straordinario. Se lo ritenete interessante pubblicare questa notizia, del nostro incontro, sul nostro periodico ne sarei molto contento perché il ricordo dei miei compagni di quel tempo è sempre con me. Unisco anche una fotografia, che ho fatto per un ricordo; con Daniele e la sua signora. Spero che la mia richiesta venga accettata; mi scuso per questa forma di impertinenza e colgo l'occasione di inviare cordiali ossequi. Attilio Barbieri (Responsabile della Sezione di Monza del Nastro Azzurro) Carissimo Barbieri, la condivisione della responsabilità cementa le amicizie vere. Quella del rischio le fa durare per sempre. Incontri come il Suo sono momenti importanti in una vita. Non vorrei aggiungere altro, perché ritengo che commentare una lettera che è soprattutto una testimonianza di grande amicizia e condivisione, sia inutile e sminuisca la bellezza del messaggio che deve essere trasmesso nella sua purezza, senza inutili aggiunte e contaminazioni. Posso solo dire, e lo faccio volentieri, che sono felice per il Suo bellissimo incontro e ne condivido pienamente la gioia. Caro Direttore, faccio parte di quella generazione di ultraottantenni che al tempo della guerra "non ricoprivano certamente incarichi direttivi o decisionali ". E' stato per contribuire alla affermazione della libertà e della democrazia in Italia che, all'età di 16 anni, quando le truppe anglo-americane nel 1944 hanno liberato la città di Firenze dove risiedevo, mi sono subito arruolato volontario (Bando di Arruolamento N 8 ), nell'esercito Italiano di Liberazione (Gruppo di Combattimento "Friuli", 87 Reg.to Fanteria). Sono stato ferito in combattimento sul fiume Senio e sono da allora titolare di pensione di guerra per le ferite riportate e di Medaglia di Bronzo al Valore Militare. E chiaro che la mia scelta è stata dettata da una reale convinzione, ma non posso non ricordare e non riconoscere che molti dei miei coetanei hanno fatto allora, in piena buona fede, una scelta opposta alla mia, perché realmente convinti di essere coerenti con i principi politici e patriottici che erano stati a loro inculcati fin dall'infanzia. Per quello che poi concerne quanto asserito da parte delle varie associazioni partigiane, è da far presente alle stesse che, anche in certe formazioni partigiane ed anche a liberazione avvenuta, non sono mancati aguzzini, torturatori e fucilatori. Con riferimento al Suo ultimo editoriale (cfr. "L'Ordine del Tricolore" pubblicato sul n ndr) desidero esprimere la mia piena condivisione con quanto da Lei affermato. Anch'io spero come Lei che, prima o poi, si cominci a guardare agli interessi nazionali con maggiore obiettività verso una verità storica che purtroppo è stata da molti da molti deformata per motivi politici e demagogici. La prego gradire i miei più cordiali saluti, Carlo Giarré Carissimo Generale, la lunga vicinanza ed amicizia che ci uniscono mi hanno dato lo stimolo per scrivere questa lettera. Ho ovviamente sempre ricevuto e letto il nostro periodico apprezzando tutto quanto Lei ha fatto e scritto a favore dell'istituto del Nastro Azzurro e quanto apporto ha voluto dare al Museo di Salò, ma questa mia vuole significare il mio compiacimento ed il mio plauso per il magnifico editoriale comparso sul numero 3 di maggio-giugno titolato "L'Ordine del Tricolore". La cronistoria fatta, l'umani tà con cui ha trattato un tema cosi delicato e discusso, quale l'eventuale concessione dell'ordine del Tricolore anche ai combattenti della RSI, le Sue motivazioni più profondamente vere, sono un grande contributo, un nuovo tassello che ci porti, noi Italiani tutti, verso la pacificazione degli animi e delle coscienze, che il solco della guerra civile ha lasciato ancora aperto, solco che in occasione del 150 dell'unità d'italia, potrebbe essere colmato col grande amore verso la Patria comune e solo nella verità morale e storica. Mi corre l'obbligo altresì di manifestarle il mio più vero ringraziamento per le risposte competenti, serie ed oneste ai quattro differenti scritti che Le hanno inviato rispettivamente il Gen. S.A. Oreste Genta, il sig. Bruno Mincione, le famiglia Serra, e la signora Mariarita Macario, che ancora una volta dimostrano la serietà e l'approfondimento con cui i temi vengono messi a disposizione dei lettori. In attesa di una Sua visita Salò, mi é gradito porgerle un caro e sentito saluto ed augurio, dagli Azzurri, dagli amici e conoscenti, dagli italiani veri della nostra città. Con stima, affetto ed amicizia. Angela Codovilli (Presidente ass.ne CATARSI- Salò) Gentilissimi amici Giarré e Codovilli, rispondo unitamente alle vostre due lettere non perché trattano il medesimo tema, e neppure perché affermano di condiviverne con me la visione, ma per mere esigenze di spazio e me ne scuso. Ripeto volentieri il mio pensiero: non si può negare una Decorazione che avrebbe il solo significato di riconoscere il sacrificio dei propri migliori anni sull'altare di una guerra durissima e perduta, a chi, poco più che ventenne, cresciuto in una società che, a parte pochi ed isolati dissenzienti, era massivamente a favore del governo dell'epoca, si è trovato a dover decidere autonomamente ed in fretta da che parte stare, ed ha deciso per la parte perdente. Non è corretto addossare a giovani leve le colpe politiche di chi, ben più grande, esperto ed importante di loro, ha letteralmente perso la bussola ed ha gettato il paese nel caos, un caos prevedibile ed in gran parte "evitabile". Oggi, a molti decenni di distanza da quei tragici eventi, dobbiamo avere la capacità e l'intelligenza di chiudere la guerra civile e di relegarla nella storia. Il riconoscimento dell'ordine del Tricolore a chi ha combattuto nella seconda guerra mondiale, senza fare distinzioni tra italiani di serie "A" o di serie "B", sarebbe l'atto formale con cui tale terribile periodo potrebbe essere finalmente storicizzato. Dalle vostre lettere capisco che la società è matura per questo. Lo è anche la politica? IL NASTRO AZZURRO 5

7 IL PRESIDENTE COMUNICA Acompletamento di quanto affermato nell'editoriale circa la situazione generale dell'istituto ed anticipando parte dei contenuti della circolare di fine anno che verrà inviata a tutte le Federazioni, ritengo opportuno evidenziare alcuni aspetti particolari: 1. CONTRIBUTI STATALI. Siamo passati da un totale di euro nel 2006 a euro nel 2010, con una riduzione complessiva del 74%, se consideriamo il coefficiente di rivalutazione monetaria del periodo in esame del 7%, abbiamo una perdita effettiva del 76%. Se esaminiamo il Contributo Ordinario del Tesoro, creato con legge 1455/56 ad esclusivo beneficio dell'istituto, portato a 40 milioni di lire nel 1969, con la rivalutazione monetaria dovrebbe essere oggi di euro. In realtà i 40 milioni, diventati 38 nel 1996, sono stati ulteriormente ridotti nel 1999 a euro per essere poi portati all'importo attuale dalla legge finanziaria del Al fine di ottenere una rivalutazione del contributo, è stata presentata un'apposita petizione alla Camera dei Deputati, che il 27 luglio u.s. è stata assegnata per l'esame alla IV Commissione Difesa. ANNO CONTRIBUTO ORDINARIO DEL TESORO CONTRIBUTO STRAORDINARIO DIFESA SITUAZIONE DELLE FEDERAZIONI. l Le Federazioni esistenti al momento sono 91, ma in realtà poco più della metà svolgono un'attività degna di rilievo. Da sottolineare che sette Federazioni (Belluno, Benevento, Lecce, Pisa, Reggio Calabria, Savona e Trapani) esistono solo sulla carta in quanto da tre anni non ritirano nemmeno i bollini. Per quanto riguarda i crediti che l'istituto vanta nei confronti delle Federazioni, attendiamo fino al 31 dicembre la regolarizzazione da parte degli interessati, dal prossimo numero del periodico pubblicheremo la situazione debitoria particolareggiata, in modo che tutti possano rendersi conto esattamente della situazione. 3. PERIODICO "IL NASTRO AZZURRO". È certamente un vanto dell'istituto. Molto apprezzato anche al di fuori del nostro ambito, comporta un costo non indifferente di stampa e spedizione, costo che, nonostante uno stretto controllo delle copie spedite, costituisce il maggior onere di spesa. Allo stato attuale non sarà più possibile inviare il giornale a titolo gratuito ai decorati o loro congiunti non iscritti all'istituto e la pubblicazione dei sei numeri annuali più il calendario potrebbe essere necessariamente rivista senza un adeguamento della quota sociale spettante all'istituto. Le pagine del giornale riservate all'attività delle Federazioni sono state ultimamente incrementate per cercare di pubblicare le notizie in tempi il più possibile ristretti. Il provvedimento non è stato sufficiente ed infatti le cronache hanno un ritardo medio di sei mesi. A questo punto, per cercare di essere più aderenti come tempi di pubblicazione, prego le varie Federazioni di comunicare ogni mese le attività svolte, ponendo in maggior risalto quelle iniziative in cui l'istituto è l'attore protagonista, e limitando allo stretto indispensabile le notizie relative alla partecipazione a cerimonie istituzionali nelle quali la nostra presenza è scontata. Una maggiore visibilità ad una particolare iniziativa può essere assicurata mediante l'invio di un articolo ad hoc, corredato possibilmente di fotografie. Il Presidente Nazionale gen. Carlo Maria Magnani 6 IL NASTRO AZZURRO

8 CALENDARIO 2012: IL NASTRO AZZURRO NEL 150 o ANNIVERSARIO DELL'UNITÀ D'ITALIA Nonostante le notevoli difficoltà di cui il Presidente Nazionale gen. Carlo Maria Magnani ha voluto rendere edotti tutti i soci tramite la nota pubblicata nella pagina a fianco, anche quest'anno l'ormai tradizionale "Calendario Azzurro" viene allegato a questo ultimo numero dell'anno de "Il Nastro Azzurro". Finché "Il Nastro Azzurro" sarà apprezzato da chi crede nella sua opera di sostegno sociale e culturale dei valori fondanti dell'unità Nazionale e dell'amore per la Patria, ce la faremo. Lo dobbiamo a voi lettori, soci e non dell'istituto del nastro Azzurro e speriamo in un vostro tangibile sostegno se ne condividete la linea e in vostri suggerimenti utili ed assidui per migliorarla. L'edizione 2011 del calendario fu elaborata lo scorso anno col chiaro intento di celebrare la memoria del 150 Anniversario dell'unità d'italia, ripercorrendo a grandi linee la storia del Risorgimento italiano. L'edizione di quest'anno del "Calendario Azzurro 2012" è interamente dedicata a ripercorrere le attività che l'istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare è stato in grado di porre in essere nel corso del 150 anno di età della nostra Italia unita. Oltre alla "Marcia dell'unità d'italia", effettuata dal professor Michele Maddalena, socio della Federazione di Latina, compiuta sotto l'egida della Presidenza Nazionale dell'istituto, sono pubblicate tutte le notizie giunte in redazione nell'arco dell'anno (fino alla fine di ottobre, quando, per ovvi motivi, è stato chiuso l'impianto grafico del calendario), relativamente alle attività che ciascuna Federazione Provinciale ha sviluppato nel corso del 2011 sul tema dell'unità nazionale. Molte di queste notizie erano già state pubblicate nella rubrica "Cronache delle Federazioni Provinciali", oppure in articoli ad hoc, molte sono inedite, molte verranno ancora riprese sulle pagine dei primi numeri del 2012 de "Il Nastro Azzurro". Ciò non per amore di ripetizione, ma perché il Nastro Azzurro è forse ormai una delle poche pubblicazioni che sente l'esigenza di rispettare e sostenere lo spirito patriottico e il sentimento profondo di amore verso i propri connazionali che spinge a compiere imprese che altrimenti non verrebbero mai eseguite: le imprese che, purtroppo non sempre, vengono sancite da una Decorazione al Valor Militare e che superano la mera esecuzione del proprio dovere e lo fanno esponendo chi le esegue a rischi che possono mettere a rischio anche la vita. Si tratta di una lettura interessante e utile per ricordare insieme gli eventi più significativi che hanno coinvolto gli italiani, e soprattutto gli iscritti all'istituto del Nastro Azzurro, nel 150 Anniversario dell'unità d'italia. La redazione, nella speranza di aver reso un servizio ancora una volta utile, rinnova gli auguri di un felice anno 2012 a tutti i lettori de "Il Nastro Azzurro". IL NASTRO AZZURRO 7

9 MICHELE MADDALENA RICEVUTO AL QUIRINALE CONCLUSA AL QUIRINALE LA MARCIA DELL'UNITÀ D'ITALIA Lo scorso 24 settembre Michele Maddalena è stato ricevuto al Quirinale, insieme al Presidente Nazionale dell'istituto del Nastro Azzurro generale Carlo Maria Magnani, dal Consigliere Militare del Presidente della Repubblica generale Rolando Mosca Moschini il quale, su delega del Presidente on. Sen. Giorgio Napolitano, ha firmato le pergamene che Michele Maddalena ha portato con se per tutta la Marcia dell'unità d'italia. Il Presidente, non potendo ricevere personalmente il nostro marciatore per concomitanti impegni istituzionali, per il tramite del generale Mosca Moschini, ha fatto pervenire a Michele Maddalena ed al generale Magnani il suo plauso personale per l'eccezionale impresa che si colloca, ha sottolineato Mosca Moschini, come una pietra miliare nell'ambito delle celebrazioni e degli eventi per il 150 anniversario dell'unità d'italia. Le diciassette pergamene "istituzionali", così siglate, sono state inviate ai Governatori delle Regioni italiane che hanno sottoscritto il messaggio di italianità e patriottismo in calce su ciascuna di esse, le sei pergamene del Rotary International, che ha offerto un apprezzato supporto logistico per gran parte del percorso al marciatore del Nastro Azzurro, sono state inviate ai governatori dei Distretti italiani del Rotary affinché le inoltrino ai presidenti dei Club che hanno dato tale supporto. Tirando le somme, si può affermare che la "Marcia dell'unità d'italia" è stata un successo ed ha consentito di far conoscere il Nastro Azzurro e le sue finalità ad un gran numero di persone, di autorità istituzionali, di studenti, di comuni cittadini. A causa della cadenza bimestrale del nostro periodico, la notizia dell'evento compare sullo stesso numero nel quale diamo il resoconto della nuova impresa di Michele Maddalena: la Marcia delle Capitali e del Milite Ignoto (vds. pagg ). Considerando il significato che la Marcia dell Unità d Italia ha avuto e l'età non più verdissima del suo protagonista, la redazione ha riservato, con grande piacere, anche questa pagina a Michele Maddalena, in aggiunta al già citato servizio sulla sua nuova impresa. Michele Maddalena ricevuto dal generale Rolando Mosca Moschini, Consigliere Militare del Presidente dlea Repubblica 8 IL NASTRO AZZURRO

10 LE MEDAGLIE D'ORO AL VALOR MILITARE DELLA PROVINCIA DI MASSA CARRARA L a Federazione Provinciale di Massa Carrara dell'istituto del nastro Azzurro, nel mese di maggio del 2011 ha pubblicato il "Libretto" dal titolo "Le Medaglie d'oro al valor Militare della Provincia di Massa Carrara". La pubblicazione ha avuto luogo grazie alla sponsorizzazione della "Fondazione Cassa di Risparmio di Massa Carrara" ed ha visto unite nella volontà di pubblicare il "Libretto" anche le Federazioni Provinciali di "ANFCDG", ANCR, ANPI, ANMIG e FIVL di Massa Carrara e l'unuci di Massa. Per comprendere le ragioni dietro alla pubblicazione, è sufficiente leggere l'introduzione del Presidente della Federazione di Massa Carrara del nostro Istituto qui riprodotta: PERCHÉ IL LIBRETTO Dopo la stampa di analogo LIBRETTO "Storie di uomini" Decorati di Medaglia d'oro al Valor Militare, edito dal Comune di Carrara nel 1995 e varie riunioni avvenute per commemorare le nostre Medaglie d'oro, è parso giunto il momento di riunire in un unico libro i Valorosi Cittadini della nostra provincia, distintisi in atti di sacrificio e di Valore tali da meritare la massima ricompensa al Valor Militare, spesso in cambio del bene più prezioso, il dono della Vita. Sono stati quindi riuniti, in queste poche pagine senza pretese, i nostri VENTIQUATTRO concittadini di cui andare fieri. Queste Medaglie d'oro individuali sono distribuite in un arco di tempo compreso tra la Prima Guerra Mondiale, la Seconda, la Lotta di Liberazione e le Operazioni di Pace all'estero, oltre a quella cumulativa assegnata alla nostra Provincia, prima Decorata di una Medaglia d'oro che racchiude le lacrime, i sacrifici ed il sangue versato dagli apuani per riscattare l'onore e la libertà dal giogo nazi-fascista, in quello che fu a ragione definito il Secondo Risorgimento. Abbiamo, oltre alle motivazioni delle Decorazioni, riportato anche le Loro "Biografie" al fine di un maggior coinvolgimento, in particolare dei giovani lettori, per una partecipazione ai fatti ed agli eventi più vicina, emotiva ed affettuosa. Leggendo le varie motivazioni, nei combattimenti avvenuti e spesso tragicamente conclusi, non traspaiono mai la cattiveria e l'odio, ma sempre il dovere di servire fedelmente la Patria e spesso la generosa fraternità di intenti, che imponeva l'obbligo di soccorrere altri compagni in difficoltà, è lo spirito dominante degli avvenimenti. Con la condivisione di tutta ASSOARMA, la collaborazione pratica del suo Vicepresidente Ten. CC Paolo Chianese ed il vivo apprezzamento di due nostri concittadini, il Generale Carlo Maria Magnani, Presidente Nazionale del Nastro Azzurro e l'ing. Rodolfo Bacci, Presidente Nazionale dell'associazione Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra, il Nastro Azzurro Provinciale si accinge a dare alla luce la presente pubblicazione. Gen. Pier Paolo Battistini (Presidente del Nastro Azzurro di Massa-Carrara) Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 21 ottobre 1954 in Piazza Aranci, di fronte ad una immensa folla di cittadini, appuntò sul Gonfalone della Provincia di Massa-Carrara la Medaglia d'oro al Valor Militare. Fu il riconoscimento dello Stato a tutta la popolazione di una Provincia che dovette sopportare a lungo immani sacrifici fisici e morali, rappresaglie e stragi. Fu l'attestazione del Valore dei Patrioti Apuani che combatterono per la Libertà. La massima onorificenza si affianca a quelle che testimoniano il valore individuale di 24 Eroi della nostra Provincia che dal 1917 al 1993, con comportamenti ed azioni che hanno quasi sempre portato all'estremo sacrificio, hanno fatto grande la nostra Italia. Senza voler togliere nulla a tutti gli altri Decorati, vorrei ricordare Ettore Viola, uno dei Soci fondatori dell'istituto del Nastro Azzurro nel 1923 quale componente della "Legione Azzurra". Di Romolo Briglia, caduto in Africa Orientale, rammento il dispiacere di mio padre, suo compagno di scuola, nel vedere cancellata in una strada cittadina una lapide a sua memoria. Ed infine l'imponente figura del Prof. Werther Cacciatori, che nonostante la sua grave mutilazione, guidava i suoi alunni durante i campionati studenteschi negli anni '60. Questo libro, come tutte le altre pubblicazioni edite dalle Federazioni dell'istituto del Nastro Azzurro, riunisce in un unico ricordo quegli uomini che, senza distinzione di parte, hanno compiuto atti di grande Valore. È doveroso da parte nostra ricordarli affinché il loro sacrificio non risulti vano. Vorrei aggiungere il ricordo di un Eroe che, pur non nativo della terra apuana, ha offerto la sua vita nel tentativo di salvare nostri concittadini: Vincenzo Giudice, Maresciallo della Guardia di Finanza, trucidato dai nazisti a Bergiola Foscalina assieme alla sua famiglia ed a molti altri abitanti. Coloro che hanno avuto la fortuna di non conoscere la guerra devono essere grati ai Decorati, ai Caduti, ai Mutilati, ai Feriti a tutti quelli che a qualsiasi titolo hanno combattuto per rispondere ad un ideale o ad un ordine. Gen. B. ris. Carlo Maria Magnani (Presidente Nazionale dell Istituto del Nastro Azzurro) IL NASTRO AZZURRO 9

11 ITALIA! L' attuale entità politica, creata nel 1861, costituisce il coronamento di un travolgente evento storico chiamato "Risorgimento", che, quasi forzatamente, unì regioni divise da secoli di contese e lotte cruente, con tradizioni e lingue separate (che oggi chiamiamo dialetti) ed impose un'unica lingua, l'italiano, quasi sconosciuto alle masse. Poco importa se la storia della letteratura mostri l'italia come un'unità culturale mantenutasi salda nonostante tutte le traversie politiche di cui pochi hanno un chiaro quadro. A chiusura dell'anno celebrativo dei 150 anni di unità nazionale, può essere utile rievocare i principali eventi storici e letterari che hanno dato un significato al nome "Italia", termine che ha attraversato nel tempo mutamenti geografici assai significativi. Inizia ad essere usato nel sesto secolo avanti Cristo e si riferisce solo alla regione che oggi chiamiamo Calabria. Nel quinto secolo a.c. lo storico Antioco di Siracusa scrive un saggio sull'italia, che comprende già tutte le regioni meridionali, e fa derivare il suo nome da un leggendario Re Italo, la cui esistenza appare assai dubbia. Roma impiega quattro secoli per diventare capitale del Lazio e dal terzo secolo, dopo le guerre con Etruschi, Sanniti, Galli e Greci della Magna Grecia, estende il suo dominio su tutto il territorio dell'italia peninsulare e della Liguria. Il Nord rimane Gallia Cisalpina, fino a che nel 42 a.c. Giulio Cesare include nel territorio d'italia le altre regioni del Nord al di qua delle Alpi, talché lo storico e geografo Strabone può affermare: "Tutti gli Italiani sono ormai Romani". Nel 27 a.c. l'imperatore Cesare Ottaviano Augusto suddivide l'italia in undici regioni. Il resto dell'impero Romano viene suddiviso in province, che non hanno la cittadinanza romana. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica per adesso rimangono ancora province esterne all'italia. Poco sopra l'attuale Principato di Monaco si erge ancora il Trofeo della Turbia, dove si legge l'iscrizione: "Huc usque Italia, abhinc Gallia" ("Fin qui l'italia, da qui la Gallia"). Nel 77 d.c. Plinio il Vecchio descrive l'italia nel libro III della sua Naturalis Historia e afferma: "Questa è l'italia sacra agli dei". Nell'anno 292 dopo Cristo, con la riforma tetrarchica di Diocleziano e la scissione dell'impero, viene formata la "Diocesi Italiciana", che comprende anche la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Nel quinto secolo d.c.l'impero Romano d'occidente collassa sotto le spinte barbariche, riducendosi alla sola Italia. Nel 476 d.c. Odoacre pone fine all'impero Romano d'occidente dichiarandosi Re d'italia: inizia il Medio Evo. Nel 493 l'ostrogoto Teodorico destituisce Odoacre diventando Re d'italia al suo posto. Tra il 535 e il 553 Giustiniano, Imperatore d'oriente riconquista l'italia, affermando: "Italia non provincia sed Domina provinciarum" ("L'Italia non è una provincia ma è la Signora delle province"). La conquista Bizantina e la devastante Guerra Gotica ( ) tra Ostrogoti e Bizantini porta l'italia in tale stato di prostrazione che, di lì a poco, nel 568 i Longobardi di Alboino invadono gran parte dell'italia, infrangendone definitivamente la secolare unità territoriale che nei decenni successivi si ritroverà spezzettata tra Bizantini (con capitale Ravenna) e Longobardi (con capitale Pavia). Rimangono possedimenti bizantini la Romagna, l'istria, le Marche, la zona di Roma, gran parte del Sud, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Diventano Longobardi la maggior parte del nord (tranne la Romagna e l'istria), la Toscana, il Ducato di Spoleto e il Ducato di Benevento (quest'ultimo comprende l'abruzzo, la parte interna della Campania e la Lucania). Nel 774 Carlo Magno costituisce il Sacro Romano Impero, che comprende anche il Regno d'italia, tanto che a lungo gli imperatori conservarono l'abitudine di farsi incoronare Re dei Longobardi sinonimo di Re d'italia. L'Impero però inizia presto a perdere territori: tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo il Sacro Romano Impero comprende solo la Germania con poche aree limitrofe e con l'italia centro-settentrionale. Diverse città italiane rivendicano la loro autonomia: nascono così i Liberi Comuni e le Repubbliche Marinare. Nel 1176 la Lega Lombarda, formata da varie città del nord ed appoggiata dal Papa e dalla Sicilia, sconfigge temporaneamente l'imperatore Federico Barbarossa. L'unità politica della penisola si dissolve, Lo stesso titolo di Re d' Italia, ormai solo onorifico al quale non corrispondono concreti poteri, passa da un grosso feudatario all'altro. Di conseguenza, nessuno Stato ha avuto tante capitali come l'italia, per secoli o solo per pochi mesi, tanto che la nostra storia potrebbe essere riassunta come un lungo e travagliato percorso da Roma a Roma. Intorno al 1220 l'imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, diventa Re d'italia e di Sicilia. Alla sua corte di Palermo nasce la "Scuola Siciliana", che costituisce la prima scuola poetica della letteratura italiana. I poeti siciliani non scrivono in latino, che ormai pochi capiscono, bensì in "lingua volgare", quella del popolo (anche se molto ripulita). Il risultato è una lingua simile all'italiano attuale, che verrà ripresa dai poeti dello Stil Novo, tra cui Dante. Dante Alighieri si propone di definire un "volgare illustre" comune a tutte le regioni d'italia, e per far questo estrae il meglio dagli autori che avevano scritto in volgare fino ad allora. Nel "De Vulgari Eloquentia" egli descrive le 14 principali parlate regionali d'italia ed evidenzia le caratteristiche comuni su cui deve fondarsi l'unico "volgare illustre". Nella "Divina Commedia" e in altri scritti egli lascia in eredità un patrimonio vastissimo ed esemplare del "volgare illustre". Perciò il suo lavoro risulta completo sia da un 10 IL NASTRO AZZURRO

12 punto di vista teorico che pratico e di fatto codifica la lingua italiana. In alcuni suoi scritti egli descrive anche la triste situazione in cui si trova l'italia nella sua epoca. A partire dal 1300, il "volgare illustre" di Dante, cioè la lingua italiana, si diffonde sempre più, e intorno al 1500 inizia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari Stati Italiani. Nel 1503 vi è la Disfida di Barletta: 13 cavalieri italiani sfidano 13 cavalieri francesi che avevano denigrato gli italiani. L'episodio è riportato dal Guicciardini nella "Storia d'italia" ( ) ed è celebrato da Massimo D'Azeglio nel romanzo "Ettore Fieramosca da Capua" (1833). La Disfida si conclude con una schiacciante vittoria degli italiani. Dal 1300 fin oltre il 1600, durante l'umanesimo e il Rinascimento, l'arte italiana produce opere di ineguagliabile bellezza. Tra i colossi della pittura, della scultura e dell'architettura possiamo ricordare Botticelli, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Palladio, Caravaggio, Bernini. Oggi l'italia possiede il 60% del patrimonio artistico mondiale! Tutte le altre nazioni messe assieme (tra cui figurano nomi come Grecia, Egitto, India, Cina, Francia, Spagna...) posseggono il restante 40%. L'Italia è anche la nazione col maggior numero di luoghi dichiarati dall'unesco "Patrimonio dell'umanità", in totale 39, ma è seguita a ruota dalla Spagna, con 37. Tornando al Rinascimento, Leonardo fu anche matematico e ingegnere e dev'essere considerato il predecessore di Galileo Galilei, fondatore della scienza moderna. Tra i filosofi è inevitabile ricordare Giordano Bruno e Tommaso Campanella, la cui importanza risulta decisiva per la nascita della filosofia moderna. Il Rinascimento Italiano conta anche molti importanti matematici. Nei primi decenni del 1600 inizia un certo declino per l'italia, che è stata per 15 secoli faro della civiltà europea. Altre nazioni invece progrediscono rapidamente verso alti livelli di civiltà e benessere (soprattutto Francia, Inghilterra, e Stati Germanici). Nonostante la decadenza culturale e civile dell'italia, nel diciassettesimo secolo la lingua italiana si afferma come la lingua standard della musica. Ancora oggi la maggior parte dei termini utilizzati dai musicisti di tutto il mondo sono in italiano (malgrado l'incalzare della lingua inglese nella musica moderna). Per oltre un millennio il concetto unitario non è più esistito e, solamente alla fine del 1700 si manifestano i primi segni del Risorgimento Italiano. Nel 1797 a Reggio Emilia uno degli Stati satelliti creati in Italia da Napoleone, la Repubblica Cispadana, adotta la bandiera tricolore, che poi diventerà la bandiera d'italia. Vengono considerati primi segni del Risorgimento Italiano anche la Repubblica Romana (1798) e la Repubblica Partenopea (1799). Nel 1802 Napoleone si proclama Presidente d'italia, e poi Re nel Ma il suo Regno d'italia comprende solo il Nord e dura pochi anni. Nel 1814 lo stesso Napoleone, prigioniero all'isola d'elba, dichiara di voler riunificare l'italia. Nello stesso anno Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone, nel "Proclama di Rimini" inneggia all'unificazione e all'indipendenza d'italia. Ma pochi mesi dopo, la Restaurazione ad opera del Congresso di Vienna riporta tutto come prima. La nostra panoramica storica salterà gran parte del Risorgimento, che in senso stretto dura dal 1847 al 1870, ma in senso lato si può estendere dal 1797 al Dovremo comunque riportare alcuni fatti fondamentali e fare alcune precisazioni significative su alcuni fatti oggi spesso dimenticati. Nel 1848 i milanesi si ribellano ai dominatori Austriaci e riescono a scacciarli dalla città (Cinque giornate di Milano). Subito dopo il Piemonte intraprende la Prima Guerra di Il Tricolore d Italia Indipendenza contro l'austria per liberare tutto il Lombardo-Veneto, ma gli Austriaci hanno il sopravvento e riconquistano anche Milano. Questa guerra rimane comunque un caposaldo del Risorgimento, sia per il coinvolgimento del popolo lombardo, sia perché vi partecipano volontari di altre regioni italiane, tra cui spiccano Toscana e Campania. Nella Seconda Guerra di Indipendenza, combattuta nel 1859 contro l'austria e col sostegno della Francia di Napoleone III, il Piemonte conquista la Lombardia e annette altre regioni del Centro-Nord. Nel 1860 la spedizione dei Mille, guidata da Garibaldi, conquista il Meridione d'italia. Qualcuno oggi crede che i Mille fossero quasi tutti settentrionali; in effetti vi erano moltissimi lombardi e veneti, ma erano rappresentate tutte le regioni d'italia. I meridionali erano almeno duecento. Nel 1861 a Torino viene proclamato il Regno d'italia (che non comprende ancora Roma e le Venezie). Nel 1866, con la Terza Guerra d'indipendenza, l'italia conquista il Veneto (ma non Trento e Trieste). Quindi nel 1870 conquista Roma, che diventa Capitale d'italia. Nei decenni successivi gli "irredenti" di Trento e Trieste, città rimaste sotto il dominio austriaco, aspirano al congiungimento con l'italia. Questo porterà l'italia ad entrare nella Prima Guerra Mondiale (1915) e a conquistare questi territori. La data della vittoria è il 4 Novembre Oltre a Trieste e al Trentino, l'italia ottiene il Carso e l'istria, dove vivono, a fianco della comunità italiana, delle minoranze Slave, e il cosiddetto Alto Adige, che in realtà è una provincia austriaca a tutti gli effetti, chiamata Sud-Tirolo: si tratta dell'attuale provincia di Bolzano. In seguito alla Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 'Italia subisce dei tagli territoriali, molto piccoli ad Ovest, a favore della Francia (Briga, Tenda ed altre piccole zone), ma notevoli ad Est, a favore della Jugoslavia (Carso, Istria, Dalmazia). Dopo tante traversie, oggi l Italia è una realtà politicogeografica consolidata e matura per nuove ed ardue prove che da decenni la vedono protagonista e propugnatrice di quel processo di integrazione internazionale che sta faticosamente portando, con alterne vicende, verso l Europa Unita. Ancora una volta: Stringiamoci a coorte... l'italia chiamò! gen. Biagio Ferrara IL NASTRO AZZURRO 11

13 IL PERCORSO STORICO CHE PORTÒ ALL UNITÀ D ITALIA C ome siamo giunti all'unità d'italia? È un percorso che affonda le radici nei secoli per prendere le mosse dai moti del 1820 che segnarono il risveglio dell'appartenenza al suolo natio, inteso come unico per gli italiani eredi della "gens julia" e ancor prima, delle popolazioni del sud, della Magna Graecia. Il tricolore sventolò per la prima volta a Reggio Emilia portato dall'armata napoleonica che aveva fondato la Repubblica Cisalpina su un territorio tolto all'austria e al Piemonte. Devo, però, fare un accenno ad una rivolta significativa che fu dettata dal gesto di un ragazzo, in genovese "balin", ovvero "Balilla", che rifiutò di dare aiuto agli austriaci per sollevare un cannone sprofondato nel fango, e anzi gli lanciò contro un sasso. Il ragazzo del quartiere Portoia si chiamava Giovan Battista Perasso e la sua figura fu mitizzata durante la fase risorgimentale e durante il ventennio fascista; inoltre è immortalata nell'inno Nazionale scritto da Goffredo Mameli, e messo in musica da Michele Novaro, per una strofa, in luogo della marcia reale alla formazione della Repubblica. La Carboneria, sorta Napoli già nel 1814 con il fine di opporsi alla politica napoleonica perseguita Gioacchino Murat e di spingere i sovrani a concedere la Costituzione, non sortì alcun risultato per la mancanza della partecipazione popolare. Con la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna aprì l'era della Restaurazione, che rimise i sovrani detronizzati sui loro troni, ma fu anche l'inizio della stagione delle insurrezioni dal 1820 al 1831, che vide tra i primi protagonisti gli Ufficiali dell'esercito borbonico Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Essi appoggiarono da Nola l'insurrezione capeggiata dal Gen. Guglielmo Pepe che, giunto a Napoli, impose a Ferdinando I la promulgazione della Costituzione. Il Re poté successivamente revocarla grazie all'intervento della Santa Alleanza (Prussia, Austria e Russia e successivamente Gran Bretagna), costituitasi dopo il Congresso di Vienna. Quasi contemporaneamente vi furono la rivolta di Palermo (capeggiata dal Sacerdote Bonaventura Calabrò) e la famosa rivolta di Bronte. Si trattò di eventi violenti, ma ancora più feroci furono le loro repressioni, che videro quasi tutti i congiurati condannati a morte o a pene durissime. Nel 1821 insorse Torino contro il Re di Savoia, ma con sentimenti antiaustriaci. La rivolta fu soffocata dalla polizia sabauda. Sulla sua scia insorse anche Milano, con la guida di Federico Gonfalonieri. La rivolta, anche in questo caso, fu domata in modo cruento e gli insorti rinchiusi nel durissimo carcere dello Spielberg, dove già era detenuto Silvio Pellico. Questi, condannato a 15 anni, lasciò a testimonianza lo scritto "Le mie prigioni", nel quale sono descritte le L Italia preunitaria disumane condizioni a cui erano sottoposti i condannati politici: il Metternich disse poi che quel libro aveva prodotto all'austria più danni di una battaglia perduta. Con Pellico era rinchiuso anche il patriota Piero Maroncelli, condannato a 20 anni durante i quali gli fu anche amputata una gamba. Mazzini, diventato membro della Carboneria nel 1830, fu costretto a lasciare l'italia e rifugiarsi a Marsiglia dove fondò "La Giovane Italia", movimento che sollecitava all'amor di Patria e alla costituzione di uno Stato unitario repubblicano. Tali idee furono condivise da Garibaldi, che si unì al movimento partecipando ai moti piemontesi del Per il loro fallimento dovette fuggire in sud America dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile e Uruguay. Nel 1844 vi furono nel sud i tentativi dei fratelli Attilio e Emilio Bandiera che però, traditi, furono condannati a morte e poi quello, annientato dalle forze borboniche, di Carlo Pisacane che fu ferito e si tolse la vita. L'impresa è riportata nella lirica di L. Mercantini "La spigolatrice di Sapri". Altre sollevazioni popolari furono preparate dai liberali e dagli aderenti alle società segrete, tutte stroncate dai governanti dei vari stati preunitari, alcune dopo un iniziale successo, altre sul nascere. Tra queste è da ricordare quella organizzata meticolosamente da Ciro Menotti, che aveva ricevuto l'appoggio del duca Francesco IV di Modena, che aspirava ad ingrandire il ducato. Menotti però fu tradito dallo stesso duca il quale, la sera della data stabilita per la rivolta, fece arrestare tutti i congiurati radunati nella casa di Menotti. Questi tentò la fuga, ma fu ferito, fatto prigioniero e condannato a morte a mezzo impiccagione. Nel 1848, le rivolte si susseguirono non solo in Italia, ma in tante capitali europee - Vienna, Budapest, Praga, Berlino, Venezia, Milano - sulla scia di quanto era avvenuto in Francia, a seguito delle cattive condizioni socio-economiche in cui versavano larghi strati di popolazione, ma anche per motivi diversi. Però nessuna di esse non ebbe successo perché i motivi nazionalistici, che spingevano i rivoluzionari a muoversi, si intrecciarono a questioni politiche, come quelle tra monarchia assoluta e istanze liberali, rendendo inefficaci le spinte rivoluzionarie e consentendo ai monarchi di controllare sempre la situazione. L'eco dei moti di Milano e Venezia indusse il Re di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, a dichiarare, il 23 marzo 1848, guerra all'austria e a porsi a capo di un esercito che aveva ottenuto l'appoggio di molti Stati Italiani e di Pio IX, il quale con la sua ascesa al soglio pontificio aveva dato speranze di liberalità e di favore alle istanze sociali, tanto che anche i sovrani di Toscana e Napoli inviarono delle truppe. Era la Prima Guerra d'indipendenza. Inizialmente le sorti della guerra furono propizie a Carlo Alberto: Milano già 12 IL NASTRO AZZURRO

14 si era liberata da sola il 18 marzo con "le cinque giornate" (il Feldmaresciallo Radetzky non fu in grado di controllare la rivolta). Lo sviluppo delle operazioni rese più attenti gli stati della coalizione: l'impegno di Carlo Alberto appariva più teso a liberare la Lombardia che ad una vera guerra contro l'austria, e gli altri stati della coalizione, non prevedendo sviluppi utili, ritirarono le loro truppe. Anche Pio IX ritirò l'appoggio perché l'austria minacciava uno scisma. Il granduca di Toscana Leopoldo II fu costretto a fuggire; allo stesso modo Pio IX si rifugiò a Gaeta lasciando Roma, dove s'instaurò la Repubblica Romana guidata dal triunvirato di Mazzini, Armellini e Saffi. La prima guerra si arenò con la sconfitta di Custoza (25 luglio 1848), che vide impegnato l'esercito sabaudo per tre giorni, l'abbandono agli austriaci di Milano, che pure aveva votato un plebiscito di annessione al Regno di Sardegna, e l'armistizio firmato dal Gen. Salasco il 9 agosto dello stesso anno. Tutto ciò determinò una crisi del movimento liberale, a cui contribuirono gli insuccessi dei moti insurrezionali nel "Regno delle due Sicilie". Carlo Alberto riprese le ostilità contro l'austria l'8 marzo del 1849, ma venne sconfitto gravemente a Novara (22 e 23 giugno). Prendendo su di sé la responsabilità della sconfitta, abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II. I motivi della sconfitta sono da ricercare in quello che Carlo Alberto chiamò "Guerra Regia", ovvero combattuta solo dal Regno Sabaudo. La Prima Guerra d'indipendenza non fu priva di episodi gloriosi come a Brescia, Curtatone e Montanara e "La Carica di Pastrengo", dove uno squadrone di 300 carabinieri a cavallo tenne testa a migliaia di soldati austriaci. A Curtatone e Montanara, il 29 maggio '48 fu sostenuta una eroica battaglia dalla Divisione guidata dal Gen. De Laugier, composta da 450 universitari volontari toscani con i loro Professori, da due battaglioni di soldati napoletani (di cui uno di volontari) e due Compagnie di Granatieri, che per l'intera giornata respinsero le forze austriache e solo a sera, sopraffatti, si ritirarono verso Goito. Ciò consentì a Carlo Alberto di raggruppare le truppe ed, in tal modo, eliminare la sorpresa prevista dal Radetzky che, nella notte, aveva spostato le truppe da Verona a Mantova per sorprendere alle spalle i Piemontesi. L'eroica battaglia è ricordata dai versi A. Rocca "I Martiri di Curtatone e Montanara" ed in quelli di Aleardo Aleardi "Versi detti sulle fosse dei morti di Curtatone e Montanara da un drappello di visitatori". Il battaglione fu decorato di M.A.V.M.. Anche Brescia, fedele a Venezia dall'annessione del 1428 fino alla caduta della Repubblica Veneziana del 1797, e più volte ribellatasi contro l'austria dal 1820 al 1833, per la strenua opposizione alle preponderanti forze nemiche, che durò dal 20 al 30 marzo '49, si è meritata l'appellativo di "Leonessa d'italia", datole da Giosuè Carducci nell'ultima strofa della poesia delle Odi Barbare - Libro V - intitolata "Tra le Rovine del Tempio di Vespasiano in Brescia" e dal Poeta Aleardo Aleardi, apprezzato dal Carducci, che già precedentemente l'aveva in tal modo denominata nei "Canti Patrii" Il primo ministro piemontese Camillo Benso, conte di Cavour, aveva intrapreso una politica di riforme e di avvicinamento alla Francia e all'inghilterra, in previsione di poter La battaglia di Pastrengo utilizzare il loro appoggio nei momenti decisivi: inviò infatti un reparto di Bersaglieri (il corpo formato da La Marmora) e Carabinieri alla guerra di Crimea sostenuta dalle predette Nazioni contro la Turchia, e ciò gli consentì, nel 1856, di sedere al tavolo delle trattative del Congresso di Parigi e stabilire rapporti con Napoleone III col quale si giunse agli accordi presi a Plombieres, che prevedevano l'intervento della Francia al fianco del Regno di Sardegna nel caso di aggressione dell'austria. La Seconda Guerra d'indipendenza fu combattuta tra le forze franco - sarde e quelle austriache in un periodo di tempo breve che va dal 26 aprile al 12 luglio del Le truppe austriache, al comando del Gen. Gyulai, il 29 aprile avevano attraversato il Ticino e occupato il Piemonte e si installarono in punti strategici quali Novara, Mortasa, Gozzano, Vercelli, Biella senza trovare opposizione da parte delle forze piemontesi, poi, inaspettatamente, cambiarono direzione di marcia e rientrarono verso la Lombardia, in quanto da Vienna fu suggerito che il miglior luogo per affrontare il nemico era oltre il Mincio, dove già avevano riportato una vittoria. Ciò diede un vantaggio alle forze franco-sarde consentendo loro di ricongiungere le armate ed opporsi al nemico con uno schieramento potenziato. In effetti era stata l'austria ad iniziare la guerra con l'inopinata invasione del Piemonte e della Lombardia e Napoleone III, sebbene a malincuore, mantenne gli impegni presi ed il 14 maggio raggiunse le truppe ad Alessandria assumendone il comando. Quindi la politica di Cavour aveva avuto successo. Non mancarono aspri scontri: Montebello, Varese, San Fermo, Palestro, Turbino, Buffalora, Magenta, Melegnano, Treponti, Cedole, Solferino e San Martino. L'idea di Cavour era quella di liberare non solo la Lombardia, ma anche Venezia ed altre province. Il progetto però fu limitato a causa dell'inatteso armistizio di Villafranca siglato d iniziativa dall imperatore francese. La Seconda Guerra d'indipendenza si concluse con la battaglia di Solferino, ma prima di questa, importanti battaglie segnarono la conclusiva disfatta dell'esercito imperiale: precisamente a Vinzaglio, Confidenza e Palestro, ove le truppe franco-sarde al comando del re Vittorio Emanuele II riportarono clamorose vittorie ricacciando gli asburgici dalla IL NASTRO AZZURRO 13

15 Sesia oltre il Ticino. Per il suo valore, Vittorio Emanuele II fu proclamato Caporale dagli zuavi francesi mentre il III Reggimento Zuavi ebbe la propria bandiera decorata della M.O.V.M. piemontese. Con la disfatta di Palestro il Gen. Gyulai decise di ritirarsi oltre il Ticino, tra Bereguardo e Magenta, per scontrarsi con il nemico che tentava di superare il fiume. Mentre gli scontri tra l'esercito franco-sardo e quello austriaco continuavano a sud del Po, Napoleone III, su suggerimento di E. Iomini, decise di concentrare le truppe verso Novara, a Buffalora e Turbigo, in modo da aggirare dal nord il nemico, che era raccolto a sinistra del Ticino e a sud di Magenta. La battaglia si sviluppò vicino al ponte di San Martino e le truppe di Mac Mahon, sebbene giunte quando le altre erano già impegnate in combattimento, ebbero ragione degli avversari presso Magenta. Il Gen. Gyulai decise di ritirarsi presso il quadrilatero lasciando libera la via per Milano. Il quadrilatero era un settore difensivo strategico al centro della pianura Padana circoscritto dalle Alpi, dai fiumi Mincio, Po e Adige e dalla ferrovia che congiungeva Milano a Venezia. I vertici erano Peschiera, Verona, Mantova e Legnano. La Battaglia di Solferino (Mantova) seguì quella di Magenta, combattuta fra le truppe franco-piemontesi e quelle austriache e decisiva per le sorti della guerra, che si concluse con la sconfitta degli austriaci e vide impegnato un enorme numero di uomini (più di soldati). Le truppe francesi erano guidate da Napoleone III con il Generale Charles Auger che, ferito a morte, fu sostituito da Edmond Boeuf, mentre quelle austriache dallo stesso Imperatore Francesco Giuseppe che, ritenendo colpevole della disfatta il Generale Gyulai, lo sostituì personalmente ma non poté evitare la sconfitta. Dopo questa disfatta Francesco Giuseppe ordinò ai suoi di ritirarsi oltre il Mincio e mise in evidenza la crisi del sistema difensivo e di attacco del suo esercito. Lo scontro fu così violento che i vincitori per mancanza di energie rinunciarono ad inseguire il nemico e le perdite tra morti, feriti e prigionieri furono enormi per entrambi gli eserciti. Tra gli osservatori di quella violenta battaglia vi fu il cittadino svizzero Henry Dunant, che si prodigò per portare aiuto e soccorso ai feriti senza distinzione di divisa, ricoverandoli nel Duomo di Castiglione delle Stiviere e, successivamente, razionalizzando gli interventi e fondando la Croce Rossa Internazionale. Scrisse e pubblicò a sue spese un libro che intitolò "Un souvenir de Solferino" e nel 1901 fu insignito del Premio Nobel per la Pace. Il sanguinosissimo sforzo indusse Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca. Anche Vittorio Emanuele II firmò l'armistizio, ma di ciò non fu soddisfatto Cavour, che voleva ci si spingesse nel Veneto. Lo statista, dopo una aspra discussione con il Sovrano, rassegnò le dimissioni da primo Ministro. La Lombardia (all'infuori di Mantova), fu data alla Francia che a sua volta, secondo gli accordi dell'armistizio ed il Trattato di Pace di Zurigo, la cedette al Regno Sardo. Quindi, al termine della Seconda Guerra d'indipendenza l'italia si trovò divisa in tre Stati: quello Sardo al Nord (Mantova, Veneto, Friuli e Trentino erano rimaste sotto dominio austriaco), lo Stato Pontificio con il Lazio, l'umbria, le Marche ed i territori enclave di Benevento e Pontecorvo, e il Regno delle Due Sicilie con Campania incluse Sora e Gaeta, Calabria, Molise, Basilicata, Puglia e Sicilia. Cavour, che aveva in animo sempre l'unificazione del territorio, non poteva intervenire né al Nord perché vi era l'austria, né al Centro contro lo Stato Pontificio protetto da Napoleone III, e quindi si rivolse verso il Sud cercando di sfruttare anche i dissidi interni al Regno delle Due Sicilie (spostamento della capitale da Palermo a Napoli) e l'inesperienza del giovane sovrano Francesco II. Inviò emissari in Sicilia e affidò la preparazione della spedizione a Rosolino Pilo, che si recò a Messina per trovare appoggi tra i latifondisti ed altri personaggi autorevoli e favorire in tal modo lo sbarco di Garibaldi. Tra i fautori della spedizione vi fu Mazzini, che incitava Garibaldi ad assumerne il comando: Garibaldi però fu convinto solo dopo l'appoggio di Vittorio Emanuele II. La spedizione di Garibaldi partì da Quarto in Liguria, con le navi Piemonte e Lombardo della società Rubattino, e sbarcò a Marsala: dopo la vittoria nella battaglia di Calatafimi, Garibaldi si portò a Palermo. Intanto Cavour dovette fronteggiare le diplomazie estere che non condividevano l'aggressione perpetrata allo Stato borbonico; Napoleone III chiese a Vittorio Emanuele di non portarsi sul Continente, proposta che il sovrano finse di accettare, perché nel contempo, sollecitava Garibaldi per l'annessione. Garibaldi sconfisse definitivamente i borbonici a Milazzo, sbarcò sul continente e, attraversata Calabria e Basilicata, entrò a Napoli. Cavour intanto, temendo più le idee repubblicane di Mazzini e Garibaldi, che le diplomazie europee, sollecitò il Re ad andare incontro all'eroe dei due mondi. Vittorio Emanuele II dovette attraversare le Marche e l'umbria, scontrandosi vittoriosamente con le truppe pontificie, per giungere a Napoli attraverso l'abruzzo. I due condottieri si incontrarono a Teano dove Garibaldi salutò Vittorio Emanuele II con l'appellativo di Re d'italia. Il 7 settembre entrarono a Napoli. Garibaldi sostenne ancora una battaglia, il 2 e 3 ottobre sul Volturno, che determinò la definitiva cacciata dei borbonici dal Sud. La spedizione è molto ben descritta da Giuseppe Cesare Abba nel libro, dedicato al Carducci, "Da Quarto al Volturno - Noterelle d'uno dei mille". I Bersaglieri entrano a porta Pia Il 9 gennaio 1861 nel cortile di palazzo Carignano a Torino, il Parlamento subalpi- 14 IL NASTRO AZZURRO

16 L Italia completamente unita no proclamò la nascita dello Stato Unitario, ma in effetti il territorio non era ancora tutto compreso sotto un unico sovrano. Vittorio Emanuele II di Savoia infatti divenne Re d'italia il 17 marzo In tale occasione il patriota e scrittore Massimo D'Azeglio ebbe a dire, forse inopportunamente: "Abbiamo fatto l'italia, ora dobbiamo fare gli italiani". Garibaldi già nel 1862 aveva organizzato un esercito di volontari per puntare su Roma, ancora detenuta dal Papato. Pur avendo il Re dato assicurazioni circa la sua neutralità, l'intera Europa cattolica, sollecitata dal Papa e da Napoleone III, si schierò contro l'impresa, Sicché fu necessario bloccare le "Camicie Rosse" che vennero intercettate sull'aspromonte. Una divisione comandata dal generale Luigi Pallavicini si scontrò con Garibaldi, ferendolo e facendolo prigioniero. Solo a seguito di un'amnistia, Garibaldi riacquistò la libertà. La Terza Guerra d'indipendenza, iniziata nel 1866 e volta a liberare il Veneto dall'austria, vide il neonato Regno d'italia affiancato alla Prussia nel conflitto contro l'austria per la supremazia in Germania. Il comando dell'esercito fu assunto da Vittorio Emanuele II che, non essendo però in grado di dirigere le operazioni complessive, designò Capo di Stato Maggiore l'anziano generale La Marmora. Ciò determinò forti risentimenti da parte del più giovane, ma esperto generale Cialdini. Per contenere il problema fu sacrificata l'unità dell'esercito, diviso in due tronconi che operavano distintamente e senza collegamenti tra loro. Il piano strategico prevedeva che le forze al comando di La Marmora e del Re avrebbero dovuto attaccare le forze nemiche del quadrilatero mentre Cialdini con le sue truppe, superato il Po, avrebbe dovuto puntare su Venezia e Padova. In effetti, lo scontro tra i due Generali, oltre che per la supremazia, evidenziava una concezione diversa per l'impostazione della strategia dell'intera guerra, in quanto La Marmora mirava a sfiancare l'avversario con un assedio costante del quadrilatero mentre Cialdini, con una visione più dinamica della strategia, tendeva a raggiungere Venezia, ed una volta liberatala, servirsi della sua flotta navale per mirare al cuore stesso dell'impero Asburgico. In effetti non giovarono a favore della campagna le tensioni interne alla politica. La Marmora diede battaglia fra Mantova e Peschiera, ma subì una sconfitta a Custoza; Cialdini per i dissidi interni, non creò alcun pericolo al nemico e non assediò neppure la fortezza di Borgoforte a nord del Po. Gli austriaci, sfruttando la vittoria, compirono altre due azioni in Valtellina e in Val Camonica con la battaglia di Vezza d'oglio. Nonostante la sconfitta, la situazione fu favorevole all'italia perché l'austria, per difendere Vienna dai prussiani, dovette ritirare dal fronte italiano un corpo d'armata. Il vantaggio dell'italia sul campo determinò la scelta dell'austria di porsi a difesa di Trentino e Isonzo. In tale situazione favorevole all'italia, Napoleone III si offrì per una mediazione con Prussia e Austria che avrebbe favorito, per l'italia, l'annessione di Venezia. Fu tenuto un Consiglio di Guerra a Ferrara nel quale si decise di creare le condizioni per una battaglia che, vinta, avrebbe consentito di presentarsi al tavolo della Pace con una maggiore forza. Così non fu! Cialdini, nominato Capo Supremo, avrebbe guidato l'esercito verso il Veneto, La Marmora avrebbe assediato il Quadrilatero e l'ammiraglio Carlo Persano avrebbe occupato l'isola di Lissa, vicino alle coste dalmate. Lo scontro navale fu disastroso per la flotta italiana che perdette due navi: Palestro e Re d'italia e fu causa della degradazione dell'ammiraglio. Cialdini, intanto, alla testa di uomini si portava, dall'11 al 26 luglio, da Ferrara ad Udine. Intanto, Garibaldi, con una divisione di volontari, avanzava dal bresciano, e ottenuta un'importante vittoria a Bezzecca, aprì la strada alle altre truppe che, il 25 luglio, al comando del generale Giacomo Medici giunsero in vicinanza di Trento. Le ostilità, però, furono interrotte per le vittorie prussiane e quindi a Garibaldi fu ordinato di ritirarsi dal Trentino. Egli rispose, col famoso telegramma: Obbedisco. L'armistizio di Cormons, siglato il 12 agosto 1866, portò al trattato di Vienna del 3 ottobre. Mancava ancora Roma. Garibaldi per due volte aveva tentato di entrarvi, ma gli era sempre stato impedito da Napoleone III che proteggeva lo Stato Pontificio. Solo alla caduta dell'imperatore francese, il generale Cadorna poté entrare in Roma attraverso la "breccia di Porta Pia". Con la presa di Roma terminò il potere temporale dei Papi e nel luglio del 1871 Roma divenne Capitale d'italia. Per i territori irredenti di Trento e Trieste si dovette attendere la logorante guerra di trincea del 1915/18 nella quale morirono migliaia di fanti, ed ancora Fiume e la Dalmazia diventarono italiane con l'impresa di Gabriele D'Annunzio il quale, con i suoi Legionari, occupò Fiume il 14 settembre 1919 e l'8 settembre 1920 proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro. Ancora da unire all'italia vi erano Zara e l'istria, che furono annesse a seguito del Trattato di Rapallo del 11 novembre 1920 tra Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. L'Unità conseguita con sforzo inaudito di governi ed eserciti e col sacrificio di tutti gli italiani, fu in parte perduta a seguito della disfatta della seconda guerra mondiale che ci sottrasse tanti territori, soprattutto nel nord est. Oggi, con indifferenza, sentiamo parlare di separazioni che ci riporterebbero a condizioni preunitarie. Preside - Arch. Pasquale Campo (Consigliere della Federazione di Napoli) IL NASTRO AZZURRO 15

17 COSA RIMANE DEL RISORGIMENTO? "L'Ideologia Risorgimentale" non è sinonimo di Risorgimento. Essa è il codice etico-politico della classe dirigente nazionale, dopo la costituzione dello Stato unitario, è il 'credo' politico di assicurare il buon funzionamento Istituzionale" I nodi della storia Italiana, indubbiamente sono molti: istituzionali, politici, economici, sociali, religiosi. Non è possibile ricordarli tutti né, tantomeno, affrontarli esaurientemente. Nel contesto di una riflessione come questa, opportunamente proposta in occasione dei 150 anni di storia unitaria. Vorrei soprattutto sviluppare qualche considerazione sul rapporto tra questi nodi, l'unità italiana, il ruolo della Chiesa e dei cattolici. Questi 150 anni, infatti, sono stati anzitutto la storia di tale unità, dei suoi successi e dei suoi fallimenti, dei suoi slanci delle sue crisi e delle sue luci e ombre. L'unità italiana non è mai stata scontata, né prima né dopo il 1861, ma non si tratta di un caso unico. Tutte le nazioni moderne sono "comunità immaginate" e, cioè, costruzioni culturali frutto di complesse "invenzioni" storiche, e la loro esistenza dipende dalla volontà dei loro membri: la nazione, scriveva Renan, è il plebiscito di ogni giorno, perché ogni giorno inglesi, francesi o tedeschi rinnovano, implicitamente, la scelta di stare insieme. Ciò vale, naturalmente, anche per gli italiani, seppure con peculiarità rilevanti. A partire dall'inizio degli anni novanta, però, si è cominciato a discutere in Italia di che cosa può succedere "se cessiamo di essere una nazione" prendendo coscienza che le nazioni non sono eterne e che gli stati possono finire, provocando la disgregazione di ciò che a lungo è sembrato insostituibile. Ad un lettore frettoloso di questo testo potrebbe apparire non come l'analisi di un fallimento, quello del nostro Risorgimento nazionale, ma come le pagine di una storia "locale", come un risultato di un'indagine campanilistica votata a spiegare il perché ho voluto inserire il fallimento di una rivoluzione annunciata, quella di Garibaldi che intendeva dare risposte immediate a secoli di frustrazioni contadine, nel fallimento più grande dell'idea risorgimentale, un fallimento che, è detto nel titolo, rende antiche le origini del malessere nazionale. L'ARCHITETTURA DELLO STATO CENTRALIZZATO E IL REGIME PREFETTIZIO. Il breve intervallo fra ordine vecchio e nuovo, durante il quale lo Stato italiano fece le scelte che ne avrebbero fissato i caratteri e segnato l'evoluzione, durò dal gennaio all'ottobre del Fedeli alla loro ideologia liberale e all'ispirazione inglese della loro cultura politica, gli uomini della destra storica concepirono per le nuove province del Regno un sistema politico-amministrativo che avrebbe rispettato e valorizzato le tradizioni locali, le identità regionali e i vecchi patriottismi municipali. Al governo centrale sarebbero rimaste alcune competenze unitarie: gli esteri, la difesa, i trasporti, le poste. Ma il 9 Ottobre 1861 Bettino Ricasoli, presidente del Consiglio dopo la morte di Cavour, estese per decreto a tutto il Paese la legge con cui Urbano Rattazzi aveva applicato alla Lombardia, nell'ottobre del 1859, il regime amministrativo, fortemente centralizzato, delle province piemontesi. Fu istituito il Prefetto, rappresentante del governo nelle province del regno, fu abbandonato il modello inglese e adottato, con una radicale inversione di rotta, il modello francese. Moriva, ancor prima di nascere, lo Stato decentrato, che Minghetti aveva prefigurato nei decreti del marzo precedente, e nasceva al suo posto lo Stato napoleonico. Che cosa era accaduto fra il marzo e l'ottobre del 1861 perché il paese imboccasse improvvisamente una strada così radicalmente diversa da quella che il partito vincente aveva immaginato per il futuro? Era morto Cavour, era scoppiata la guerra del brigantaggio, era emersa con evidenza la precarietà nazionale ed internazionale dello Stato Unitario. Dopo avere miracolosamente raggiunto traguardi che nessuno si era prefisso, il governo dovette improvvisamente misurarsi con l'ostilità del clero, l'indifferenza di una larga parte dell'opinione pubblica delle regioni annesse, la diffidenza di alcune grandi potenze, la distanza economica e civile fra il nord e il sud, le condizioni dell'ordine pubblico meridionale. La risposta del governo alle minacce che insidiavano il nuovo Stato fu il regime prefettizio; una scelta frettolosa e necessaria, imposta da problemi di cui nessuno, nei mesi precedenti, aveva immaginato la complessità e la grandezza. Il rapido susseguirsi di due strategie amministrative così profondamente diverse, conferma che l'unità nazionale non fu il risultato di un disegno preordinato. Nessuno, se non le frange più radicali del movimento 16 IL NASTRO AZZURRO

18 garibaldino e mazziniano, aveva immaginato negli anni precedenti l'improvvisa scomparsa di tutti gli Stati italiani. E nessun ministro piemontese aveva nei propri cassetti, alla fine del 1860, un programma politico-amministrativo sull'unificazione della penisola. L'UNIFICAZIONE Ci ritrovammo uniti fra il Settembre e il Novembre del 1860 perché gli stati pre-unitari, e in particolare il Regno delle Due Sicilie, si rivelarono infinitamente più fragili di quanto Torino avesse previsto. Quando fu chiaro che l'austria non avrebbe potuto difenderli e che l'inghilterra, fingendosi indifferente e neutrale, avrebbe perfidamente incoraggiato la loro morte, essi crollarono su sé stessi. Il fattore decisivo non fu la pressione esterna degli "unitari", che furono complessivamente una piccola minoranza. Decisivi furono, in Sicilia, i vecchi rancori del patriottismo isolano contro la dominazione di Napoli e, altrove, il rapido dissolversi delle strutture amministrative, militari e sociali che avevano assicurato l'esistenza degli Stati pre-unitari. Il Tricolore sabaudo Decisivo, in altre parole, fu l'immediato voltafaccia di una parte delle classi dirigentifunzionari dello Stato, (militari, liberi professionisti) che corse a ingrossare le fila del partito risorgimentale. Come spiegare altrimenti i plebiscitari ( contro nelle province continentali, contro 667 in Sicilia) con cui i sudditi di Francesco "chiesero di diventare sudditi di Vittorio Emanuele"? Persino in Toscana ed in Emilia, dove il movimento nazionale poté contare sulla guida autorevole di Ricasoli e Farini, i referendum furono una manifestazione di feudale lealtà per i leader locali piuttosto che un atto di fede nella monarchia sabauda. Ecco come Ricasoli, in Toscana, organizzò la partecipazione popolare al referendum: " ( ) gli intendenti agricoli a capo dei loro amministrati, il più influente proprietario rurale a capo degli uomini della sua parrocchia, il cittadino più autorevole a capo degli abitanti di una strada, di un quartiere, ecc. ( ) ordineranno e condurranno gli elettori alle urne della Nazione in gruppi o in file più o meno numerose, ma sempre disciplinate e procedenti in buon ordine. In testa sarà la bandiera italiana; ciascuno deporrà nell'urna la propria scheda, poi si ritirerà e in un punto determinato il gruppo si scioglierà con quella calma e quella dignità che proviene dalla coscienza di avere compiuto un alto dovere". Se questi furono i nuovi battaglioni dell'italia unitaria, la nuova classe dirigente avrebbe dovuto rendere rispettoso omaggio, nel momento in cui assumeva la direzione del nuovo Stato, agli ostinati difensori borbonici di Messina, Civitella del Tronto, Gaeta, e avrebbe dovuto aggiungerne i nomi al "ruolo degli eroi" di cui venerare la memoria. Come gli svizzeri alle Tuileries nel 1792, quegli uomini si batterono perché avevano giurato fedeltà al loro re e non meritavano l'oblio a cui li ha condannati la leggenda risorgimentale. Ma nessuno può permettersi il lusso di scrivere una storia che non tenga conto delle proprie esigenze e non favorisca la realizzazione dei propri obiettivi. Anziché raccontare l'unità come effetto di circostanze impreviste e di opportunistiche adesioni, la nuova classe dirigente nazionale fu costretta a raccontarla come il risultato di un grande sforzo unitario e di una forte volontà collettiva. Fu taciuto il ruolo delle navi inglesi davanti al porto di Marsala, furono taciuti l'opportunismo e il doppiogiochismo delle classi dirigenti locali, fu ignorato o dimenticato l'eroismo di coloro che tentarono un'ultima difesa contro i piemontesi e i garibaldini. Proprio perché scaturito da circostanze impreviste, lo Stato Unitario ebbe quindi immediatamente bisogno di una forte ideologia dominante. UN'IDEOLOGIA STRUMENTALE PER "FARE" GLI ITALIANI L'opera nata per caso finì per condizionare i suoi involontari creatori e per orientarne la strategia politica. Per consolidare il proprio potere ed acquisire legittimità morale, la classe dirigente dovette credere fermamente nella necessità della propria esistenza e realizzare il mandato di cui si vide improvvisamente investita. L'ideologia risorgimentale non è quindi l'antefatto ideale e morale dello Stato Unitario. È la somma delle convinzioni, delle certezze, degli obiettivi e dei metodi con cui la classe dirigente conferisce a sé stessa il diritto di governare. Improvvisamente proiettata al vertice di uno Stato imprevisto, essa deve proclamarne la necessità, il fondamento storico, la missione morale. Ma deve anche realizzare il più rapidamente possibile ciò che avrebbe dovuto, in buona logica, precedere l'unificazione e giustificarne l'avvento. Deve "fare gli italiani". Assistiamo così sin dall'inizio a una sorta di sdoppiamento dell'ideologia risorgimentale e alla nascita, in seno alla classe dirigente, di due partiti. Il primo pensa che gli italiani debbano farsi "col ferro e col fuoco" nel vivo dell'azione, nel crogiolo delle guerre e delle battaglie. Lo rafforza in questo convincimento il ricordo e lo spettacolo di altri stati nazionali europei. Nulla ha giovato alla nascita di una nazione francese quanto le grandi guerre di espansione e conquiste, da Luigi XIV a Napoleone. Nulla ha "fatto" la Germania quanto la grande insurrezione antifrancese del 1813 e le due guerre degli anni '60. Nulla ha "fatto" la Santa Madre Russia quanto Poltava e la "guerra patriottica" del Non v'è nazione in Europa che non abbia definito la propria identità e creato il proprio territorio senza lottare per la propria esistenza. La riscrittura romantica della storia italiana può servire a puntellare le pretese della classe dirigente, ma non può sostituire la storia vera. Lo voglia o no l'italia ha bisogno, per esistere, di guerre e di sangue. Il secondo partito non nega l'utilità delle guerre, ma ne valuta più attentamente i costi e i pericoli. Sa che la guerra del 1859 è stata prevalentemente francese, che la spedizione di Garibaldi in Sicilia non basta da sola a provare le virtù guerriere del popolo italiano, che la guerra del 1866 è stata vinta in Boemia, non in Adriatico e nel Veneto. Sa soprattutto, per diretta esperienza, che le guerre costano molto denaro e pesano per molto tempo sul bilancio dello Stato. Per "fare gli italiani" occorre quindi tentare una strada diversa, più graduale, meno rischiosa. Occorre unificare il territorio e le istituzioni, promuovere l'educazione dei cit- IL NASTRO AZZURRO 17

19 tadini creare fra essi i vincoli della convivenza economica e della comunità culturale. Vorrei poter dire che queste due famiglie dell'ideologia risorgimentale corrispondono alle tradizionali denominazioni degli schieramenti politici, che la prima è di destra, la seconda di sinistra. Ma l'affermazione sarebbe del tutto infondata. Durante la prima generazione unitaria è vero, piuttosto, il contrario: la Sinistra è volontarista, aggressiva, nazionalista, mentre la Destra è cauta, poco incline ai colpi di testa e alle avventure militari. Più tardi la distinzione fra le due famiglie attraverserà in diagonale tutta la società politica italiana raggruppando in ciascuno dei campi, fianco a fianco, progressisti e conservatori. Accadrà persino che gli stessi uomini politici, Crispi, Giolitti, Sonnino, persino Mussolini, passino da un campo all'altro perseguendo strategie diverse in momenti diversi della loro vita politica. Si può semplificare affermando schematicamente che Crispi, Salandra, Sonnino e Mussolini cercarono di "fare gli italiani" con la guerra, mentre Spaventa, Sella, Minghetti, Depretis, Giolitti e altri leader minori cercarono di "fare gli italiani" con le riforme, le infrastrutture, la scuola, lo sviluppo economico. L'uomo che dette alla seconda famiglia la sua politica estera più efficace e coerente fu probabilmente Emilio Visconti di Venosta, sette volte ministro degli esteri tra il 1863 e il Accade spesso nella storia che le grandi strategie politiche siano fondate sull'esito, talora casuale di un episodio. FARE LA GUERRA PER "FARE" GLI ITALIANI La sconfitta di Adua ebbe l'effetto di mettere fuori gioco per parecchi anni il partito del "ferro e fuoco", ma la guerra di Libia, che Giolitti cercò inutilmente di declassare a "fatalità storica", ebbe quello di estendere la voglia di sangue e di cimenti che continuava ad agitare gli animi di una parte delle élite nazionali. Se è assurdo sostenere che la guerra italo - turca fu tra le cause della prima guerra mondiale, è certamente lecito sostenere che essa contribuì largamente a creare i quadri interventisti della primavera del Entrammo quindi in guerra nel maggio di quell'anno, per "fare gli italiani". Che questo fosse il principale "fine di guerra" dello Stato Italiano è dimostrato dalla spregiudicata indifferenza con cui le élite nazionali presero in considerazione le due alleanze possibili. Il governo italiano era onnivoro, cioè pronto ad espandersi sia verso il Mediterraneo orientale sia verso il Mediterraneo occidentale, perché la guerra era anzitutto un mezzo per "forgiare" l'unità nazionale. Per entrare in guerra, tuttavia, una delle famiglie risorgimentali dovette sbarazzarsi dell'altra con un colpo di mano. Dopo essere stata una monarchia parlamentare, l'italia divenne improvvisamente per qualche settimana, nella primavera del 1915, un Reich tedesco e Salandra una sorta di cancelliere. Ma non si trattò di colpo di Stato. Lo scontro fu tra le due famiglie dell'ideologia risorgimentale e il duello fu arbitrato dal Re che buttò il peso della monarchia nel campo degli interventisti. Il "METODO MUSSOLINI" Mussolini si presentò al re, sin dalla prima udienza, il 30 Ottobre del 1922, come l'esponente più radicale e intransigente del volontarismo risorgimentale. Le parole "Vi porto l'italia di Vittorio Veneto", con cui dichiarò di essersi indirizzato a Vittorio Emanuele, indicavano che egli avrebbe, per l'appunto, "fatto" gli italiani col ferro e col fuoco. In realtà, come alcuni dei suoi predecessori, tentò strade diverse, a seconda delle circostanze, e non esitò a fare in alcuni momenti, sia pure con linguaggio sprezzante e tracotante, la politica guardinga della Destra storica. Ma il successo della guerra etiopica, l'ascesa di Hitler e la Benito Mussolini docilità con cui le democrazie accettarono tutti i colpi di mano del Fuhrer, dall occupazione della Ruhr alla spartizione della Cecoslovacchia, dovettero convincerlo che le sorti del paese erano a un bivio: buttarsi nella mischia per fare gli italiani o starsene fuori e rinunciare all'obiettivo. L'idea che l'italia potesse restare neutrale non gli passò mai per la testa. Considerata nella logica del volontarismo risorgimentale l'ipotesi, del resto, era del tutto irrealistica. I tre maggiori esempi europei - Svizzera, Belgio, Svezia - dimostrano che la neutralità incute rispetto e produce i risultati desiderati soltanto quando è sostenuta alle spalle da coesione, fermezza, comunanza di valori e principi, un esercito forte e temuto, vale a dire tutto ciò che ancora faceva difetto "all'italia di Vittorio Veneto". Furono queste in gran parte le ragioni per cui funzionò bene in Svizzera e Svezia, male in Belgio. Paradossalmente potrebbe dirsi che l'italia avrebbe potuto essere neutrale soltanto il giorno in cui qualcuno, finalmente, avesse fatto gli italiani. UNA GUERRA CIVILE? Sappiamo che cosa accadde fra il 1940 e il 1943 e sappiamo ormai, grazie al libro di Claudio Pavone, che anche la storiografia progressista ammette essersi combattuta in Italia dal 1943 al 1945 una guerra civile. L'espressione è particolarmente calzante. Più che di guerra tra fascisti ed antifascisti si trattò infatti di uno scontro mortale tra le due famiglie dell'ideologia risorgimentale. Sino a quel momento si erano combattute in Parlamento, si erano scomunicate a vicenda e una di esse, il fascismo, aveva perseguitato l'altra con misure di polizia. Ma durante gli ultimi due anni della seconda guerra mondiale i nipoti del Risorgimento passarono alle armi e si uccisero. Fu questo l'aspetto più tragico di quella vicenda: il Risorgimento diviso in due campi contrapposti, un'italia non ancora fatta e già lacerata da un insanabile contrasto fra due rami di una stessa 18 IL NASTRO AZZURRO

20 famiglia. La vittima più illustre di questa lotta intestina fu l'uomo che ne comprese meglio di altri il carattere "familiare" e che fece il possibile per interporsi fra i combattenti. Giovanni Gentile fu certamente ucciso dai gappisti di Firenze davanti alla sua villa del Salviatino, ma avrebbe potuto cadere sotto i colpi del fascismo radicale. Così muore Antigone quando cerca di contrapporre le leggi della pietà a quelle della forza. Vinse come sappiamo la "Famiglia" risorgimentale che voleva fare gli italiani con l'educazione civile e con il progresso economico. Per le condizioni in cui si era combattuto un paese sconfitto e diviso dopo una lunga dittatura, gli orrori di una guerra mondiale, una lotta spietata fra nemici "terminali". La guerra fu necessariamente un fratricidio e amputò l'ideologia risorgimentale di un suo membro. Non basta. Quella del partito risorgimentale vincente fu una vittoria di Pirro perché il campo dei vincitori fu dominato durante la lotta da due forze: i comunisti e in misura minore, i cattolici, che non appartenevano alla tradizione del Risorgimento e avevano altri ricordi, altri obiettivi. Si delinea così sin dall'inizio dello Stato repubblicano un contrasto tra coloro che vorrebbero tenere viva l'idea del Risorgimento e coloro che vorrebbero, esplicitamente i comunisti, implicitamente i cattolici, negarne il valore morale, svelarne le ipocrisie, sottolinearne i fallimenti e cancellarne il ricordo. Al centro del dibattito fu spesso la Resistenza, che i "Risorgimentisti", Saragat ad esempio, cercarono di accreditare come ultima "guerra d'indipendenza" e che i comunisti esaltarono invece come lotta di liberazione sociale, insurrezione di popolo, promessa di rivoluzione. A chi vorrà fare la storia dell'idea di Risorgimento durante la prima generazione dello Stato repubblicano propongo alcuni temi di ricerca: i manuali di storia nelle scuole, le discussioni provocate dal libro di Rosario Romeo su Risorgimento e capitalismo e da quello di Mack Smith sulla storia d'italia, i discorsi presidenziali di Saragat, la graduale scomparsa del 20 Settembre dagli annali delle feste nazionali e infine, il dibattito sull'europeismo. L'EUROPEISMO L'europeismo fu infatti, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, la preoccupazione dominante di coloro che erano maggiormente consapevoli della precarietà dell'ideologia risorgimentale. Einaudi fu tra i primi a rendersi conto che la guerra perduta colpiva a morte non soltanto il partito "del ferro e del fuoco", ma l'intero Stato nazionale. Sin dall'esilio in Svizzera giunse alla conclusione che l'italia aveva bisogno per sopravvivere di una nuova ideologia e che soltanto "l'idea d'europa", come Chabod intitolò in quei mesi le sue lezioni di Milano, poteva dare un senso all'esistenza del paese sconfitto. Fu questa la ragione per cui, contrariamente a Croce, accettò senza esitare la ratifica del trattato di pace: per liquidare un passato fallimentare ed evitare che il paese si attardasse inutilmente nella contemplazione delle proprie frustrazioni. Credo che le ricerche degli storici futuri sul crepuscolo del Risorgimento dovranno concludersi con la fine degli anni '60. Da quel momento in poi lo studioso troverà probabilmente sulla sua strada temi più modesti: il socialismo tricolore, il culto garibaldino e i pellegrinaggi a Caprera di Bettino Craxi, la pietà risorgimentale di Giovanni Spadolini, le stanche discussioni provocate dalle invettive antirisorgimentali di Vittorio Messori e del cardinale Biffi. LA MORTE DELL'IDEOLOGIA RISORGIMENTALE L'agonia dell'ideologia risorgimentale si protrae nel tempo, ma a chi esige, per periodizzare la storia degli italiani, una data di morte propongo il L'anno in cui il 73,1% degli italiani concentra il proprio voto tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Se si deducono dal resto i voti di Democrazia Proletaria, della Sudtiroler Volkspartei e della Union Valdotaine, alle due vecchie famiglie dell'ideologia risorgimentale rimane il 24,9%, di cui il 6% al Movimento Sociale Italiano e il resto diviso fra socialisti, socialdemocratici, liberali, repubblicani e radicali. Nell'anno in cui Giulio Andreotti diventa presidente del Consiglio, Amintore Fanfani presidente del Senato e Pietro Ingrao presidente della Camera, gli italiani risorgimentali sono ormai minoranza e vivono nel loro paese in una condizione intellettuale analoga a quella che caratterizzava gli orleanisti e i bonapartisti dopo l'avvento della Terza Repubblica. Si potrebbe naturalmente sostenere che l'emergere di forze nuove non comporta necessariamente la fine degli ideali risorgimentali. Perché non riconoscere che il partito comunista e la Democrazia Cristiana hanno accettato il retaggio del Risorgimento e tentato di "fare gli italiani"? Perché non riconoscere che i cattolici furono sin dall'inizio fervidamente europeisti e che i comunisti divennero tali nella prima metà degli anni 70? Non avevano gli stessi ricordi e le stesse tradizioni, ma si proposero di realizzare, con la solidarietà, la giustizia sociale e l'europa, ciò che i partiti risorgimentali non erano riusciti a compiere nelle generazioni precedenti. La Cassa del Mezzogiorno e gli insediamenti industriali nelle province meridionali furono certamente un tentativo per unificare il paese dando agli italiani eguali possibilità di lavoro, di educazione e di promozione sociale. Ma lo sciagurato risultato di quella politica è sotto i nostri occhi. Il giudizio sulle responsabilità spetta agli storici del futuro, ma non è necessario attendere il loro responso per constatare che la prassi della democrazia consociativa (risorse contro consenso, favori contro voti) ha accentuato le differenze tra le diverse parti della penisola e che la strategia della Cassa del Mezzogiorno è complessivamente fallita. In un momento in cui una parte del territorio nazionale ancora sfugge al controllo giudiziario, poliziesco e fiscale dello Stato Unitario, la distanza fra il sud e il nord è più forte, paradossalmente, di quanto non fosse all'epoca in cui l'italia era, come scrisse Croce, "divisa in due". Gli anni felici tra il 1850 e il 1860, quando gli intellettuali napoletani e siciliani, lavoravano fraternamente a Torino con i loro amici piemontesi, liguri, lombardi e veneti per preparare un futuro comu- Lavoratori meridionali IL NASTRO AZZURRO 19

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