IUS COMMUNE. Historische und juristische Studien zur Rebellion. Herausgegeben von Marie Theres Fogen. Sonderdruck

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1 LWF0006 Historische und juristische Studien zur Rebellion Herausgegeben von Marie Theres Fogen Sonderdruck Vittorio Klostermann Frankfurt am Main 1995? r#;;."., IUS COMMUNE Veroffentlichungen des Max-Planck-lnstituts fiir Europaische Rechtsgeschichte Frankfurt aro Main SONDERHEFTE Studien zur Europaischen Rechtsgeschichte 70 '; Vittorio Klostermann Frankfurt am Main 1995 :,,ti'; EMANUELE CONTE file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (1 di 26) [01/03/ ]

2 LWF0006 La ribellione al sistema signorile nel Duecento italiano. Aspetti giuridici. 1. Una ribellione in Abruzzo Alla metà del Duecento la valle dell'aterno, che si apre ai piedi del Gran Sasso, era fitta di boschi e punteggiata di castelli. Intorno al luogo ove sarebbe sorta la città dell'aquila v'erano piccoli insediamenti di contadini, dominati dai simboli del potere signorile dal quale dipende- vano. Subito dopo la morte di Federico Il, mentre l'incertezza politica si diffondeva nella società meridionale, quei rustici valligiani intrapresero una paziente opera di collegamento fra loro, e iniziarono a tramare per raggiungere la forza sufficiente a mettere in crisi il potere dei nobili che li dominavano. Si davano appuntamento di notte, presso l'uno o l'altro dei loro villaggi, si riferivano degli intollerabili soprusi commessi contro di loro e maturavano lentamente l'ardua decisione di compiere un tentativo di ribellione. Chissà, forse avevano saputo che qua e là, in Italia, altri villani s'erano riuniti e avevano posto fine alla prepotenza dei piccoli aristocratici locali. O avevano avuto notizia di alcuni dei numerosi tentativi riusciti che qualche anno prima avevano trasfonnato i villici anonimi e sottomessi in comunità cittadine o rurali 1. Ma forse non avrebbero trovato il coraggio e l'organizzazione suffi- ciente per passare dal complotto alla ribellione, se l'iniziativa non fosse passata improvvisamente nelle mani dei signori. La cronaca trecentesca che tramanda questa storia in versi volgari abruzzesi racconta che nel gruppo dei contadini s'era infiltrato un traditore, il quale con il coltello fece un segno sui vestiti dei congiurati e li denunciò poi ai signori. Si l Un caso poco noto di ribellione contadina avvenuta non lontano dall'aquila è quello che condusse, nel 1211 alla fondazione del comune di Accumoli, oggi in provincia di Rieti ma appartenente un tempo al Regno di Sicilia. Cenni alla vicenda nel volumetto dell'erudito A. CAPPELLO, Osservazioni geologiche e memorie storiche di Accumoli in Abruzzo, dal "Giornale Arcadico", ma ed. a sé ne La ricca letteratura di storia locale nasconde probabilmente numerosi altri esempi di rivolte contadine meridionali. i;l E. Conte scatenò allora la repressiol)e: i contadini che indossavano vestiti tagliati furono catturati e posti alla tortura, fatti a pezzi e gettati dalle finestre. Si voleva terrorizzare i ribelli e indurii a dimenticare per sempre i loro sogni di libertà. «Ma fo ben lo contrario,>, annuncia il cronista: perché chi vide i corpi martoriati di padri, fratelli, congiunti gettati nella strada reagì: e la ribellione lungamente progettata si compì impetuosamente. I nobili pagarono cari i loro soprusi. Chi non fuggì in tempo fu fatto a pezzi o imprigionato, e i castelli furono distrutti 2. I contadini si erano così sbarazzati dei loro padroni. Immediatamente, racconta la cronaca, si preoccuparono di riunirsi: e fondarono la città dell'aquila, che in breve sarebbe divenuta una delle più rilevanti del Regno. Ben presto il giovane Corrado IV acconsentì a riconoscere la nuova città, e concesse ai suoi abitanti un privilegio col quale li dichiarava liberi e ne giustificava in sostanza gli atti di violenza3. Per quanto suggestiva, questa storia non è trbppo originale: si sa che vi furono parecchie vicende analoghe nel XIII secolo, e che in certi casi la ribellione dei contadini contro i signori fu anche più radicale di quella degli aquilani4. E al fenomeno delle rivolte organizzate, nelle quali i 2 Il suggestivo racconto della rivolta si legge nella Cronaca aquilana rimata di Buccio di Ranallo di Popplito di Aquila, a c. di V. DE BARTHOLOMAEIS, Roma 1907 (Fonti per la storia d'italia), scritta dopo il 1355; sulla vicenda si può vedere il contributo di A. CHIAPPINI, Fondazione, distruzione e riedificazione de l'aquila capitale degli Abruzzi, in Miscellanea di scritti vari in memoria di Alfonso Gallo, Firenze 1956, , nonché gli accenni al periodo medievale in A. DE MATTEIS, L'Aquila e il contado.demografia e fiscalità (secoli XV- XVIlI), Napoli 1973, Il diploma di Corrado Iv; sul quale si dovrà tornare a più riprese, è edito da G. M. MONTI, La fondazione di Aquila ed il relativo diploma (1932), ora in Lo stato normanno svevo. Lineamenti e ricerche, Napoli 1936, , e (più diffuso) Trani 1945, , con indicazioni bibliografiche utili a ricostruire la secolare polemica sulla fondazione della città e in particolare sull'autenticità del diploma stesso. Il documento è stato molto discusso fin dal XVI secolo, attribuito ora a Federico II ora a Corrado IV, considerato falso o invalido, o redatto soltanto per servir da modello. La più recente critica, dal Monti a H. HARTMANN, Die Urkunden Konrads IV., in Archiv far file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (2 di 26) [01/03/ ]

3 LWF0006 Urkundenforschung 18 (1944), , lo considera autentico e validamente emesso dalla cancelleria imperiale; e tuttavia a noi interessa soprattutto come testimone dell'uso pratico di taluni concetti giuridici: poco importa se da parte della cancelleria o di qualche dotto falsificatore o compositore di exempla. 4 La storiografia sugli episodi di ribellione dei contadini nei confronti del sistema signorile s'è concentrata in genere sul periodo che s'apre con le rivolte trecentesche, verificatesi un po' in tutta Europa, e si conclude con la guerra dei contadini tedeschi del : cfr. per un orientamento storiografico e i riferimenti bibliografici R. COMBA, Rivolte e ribellioni fra Tre e Quattrocento, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'età contemporanea, II.2, Torino 1986, Per i secoli precedenti può vedersi R. KOHN, Freiheit als Forderung und Ziel bauerlichen Widerstandes (Mittel und West- La ribellione al sistema signorile 315 contadini in massa attaccavano direttamente il potere dei signori per rovesciarlo va aggiunto l'altro, meno appariscente ma numericamente più consistente, delle fughe sempre più frequenti di singoli rustici, desiderosi soltanto di sottrarsi agli obblighi della loro condizione. Né si possono dimenticare i singoli contadini e le comunità che evitarono il ricorso alla ribellione violenta o alla fuga negoziando con i loro padroni l'acquisto della propria libertà, con o senza l'aiuto di qualche potente comune. Son cose molto note, ripetute dagli storici nel quadro di interpretazioni storiografiche assai diverse tra loro, che hanno in comune, tra l'altro, il progressivo abbandono delle fonti della storia giuridica. 2. Storia sociale e storia giuridica Per la verità lo studio delle ribellioni, delle fughe e delle liberazioni di contadini dipendenti era iniziato in Italia proprio dal lavoro di uno storico del diritto, il Vaccari, che nel 1926 pubblicò un volumetto in cui proponeva interpretazioni giuridiche sia della situazione personale dei servi, sia del processo della loro liberazione nel Duecent05. Ma il suo europa, Il.-13. Jahrhundert), in Die abendlandische Freiheit vom lo. zum 14. Jahr- hundert, Sigmaringen 1991 (VuF 39), , con indicazioni di precedenti interventi dello stesso Autore sul medesimo tema a p. 328, ntt. 6 e 7, nonché le indicazioni contenute in A. CASTAGNETTI, Le comunità rurali dalla soggezione signorile alla giurisdizione del comune cittadino, Verona 1983, Per quanto riguarda l'italia, è il nesso tra sottrazione dei contadini alla condizione servile e ascesa del potere comunale ad attirare maggiormente la storiografia, tradizionalmente divisa tra la vecchia ipotesi che riconosce nell'immigrazione contadina l'elemento fondamentale del comune basso medievale e quella, espressa nel noto libro di J. PLESNER, L'émigration de la campagne à la ville libre de Florence au XIlle siècle, Copenhagen 1934, tr. it. Firenze 1979, 2a ed., che svaluta l'apporto delle popolazioni rurali alla creazione del Comune libero. Considerazioni sto- riografiche e orientamenti bibliografici possono vedersi in H. KELLER, Die Aufhebung der Horigkeit und die Idee menschlicher Freiheit in italienischen Kommunen des 13. Jahr- hunderts, in Die abendlandische Freiheit, cit., , nonché nella nota letteratura in tema di rapporto tra città e campagna: per tutti cfr. E. CRISTIA."I, Città e campagna nell'età comunale in alcune pubblicazioni dell'ultimo decennio, in Rivista Storica Italiana 75 (1963), ; G.CHITTOLINI, Città e contado nella tarda età comunale (a proposito di studi recenti), in Nuova Rivista Storica 53 (1969), ; V. FUMAGALLI, Città e campagna nell'italia medievale. Il centro-nord. Secoli VI-XIII, Bologna P. VACCARI, L'affrancazione dei servi della gleba nell'emilia e nella toscana, Bologna 1926, cui fece seguito lo., Ancora sulla servitù della gleba (a proposito di quattro documenti inediti), in Studi nelle scienze giuridiche e sociali pubblicate dalla regia Università di Pavia 22 (1938). j f:", c t:-:'\ f, t:é f '. ;1fi,,;;; file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (3 di 26) [01/03/ ]

4 LWF0006 'O:":::f'f;:,fi;:f1::;t 'Jjt c-"':: '1J. 316 E. Conte studio è rimasto poi unico nel suo genere, tanto che recenti e recen- tissimi lavori vi han fatto ampio riferiment06. Nonostante i suoi meriti, il volumetto del Vaccari risente molto di alcune tendenze culturali del suo tempo, nel quale l'indagine storico giuridica si preoccupava di indagare le origini "romane" o "germaniche" di taluni istituti, per poi studiarne lo svolgimento come se essi fossero stati dotati di vita propria. futto pandettistico, pur se venato dall'accoglimento di taluni spunti romantico-germanistici, era infatti l'impianto della cultura storico giuridica italiana di inizio secolo; ed era appesantito per di più dal retaggio della retorica risorgimentale che spingeva a vedere nel fenomeno comunale l'espressione dello spirito nazionale italiano 7. Le liberazioni dei servi rurali favorite dai comuni apparivano così come il risultato di un inarrestabile moto verso il progresso in cui le forze positive erano rappresentate dalle città, mentre il regime signorile e feudale delle campagne esprimeva la resistenza del mondo oscuro e ingiusto del medio evo barbaro. Quanto alla condizione dei contadini dipendenti, si tendeva a collegarla direttamente con le istituzioni giuridiche del basso impero e con quelle di un diritto germanico artificialmente organizzato in sistema. Sicché i servi della gleba sareb- bero stati i discendenti di schiavi rurali, di coloni tardo romani e di semiliberi germanici, fusi in un solo ceto e sottoposti a intollerabili soprusi dalla rozza e spietata nobiltà feudale8. Non più irrobustita da nuovi studi, la ricostruzione storico giuridica di quelle vicende ha risentito a lungo del clima culturale del primo 6 Da ultimo H. KELLER, Die Aufhebung der Horigkeit, cit., , ; ma cfr. già, ad esempio, l'utile sintesi di P. CAMMAROSANO, Le campagne nell'età comunale (metà sec. XI -metà ces. XIV), Torino 1974,58-74, nella quale si fa riferimento al lavoro di Vaccari come all'ultimo contributo rilevante sulla servitù della gleba (74). 7 Cfr. G. TABACCO, La città italiana fra germanesimo e latinità nella medievistica ottocentesca, in Il Medioevo nell'ottocento in Italia e Germania, a cura di R. Elze e Pierangelo Schiera, Bologna -Berlin 1988, Secondo F. PANERO, Terre in concessione e mobilità contadina. Le campagne fra Po, Sesia e Dora Baltea (secoli XII e XIII), Bologna 1984, appendice su Là cosiddetta «servitù della gleba»: un problema aperto, spec , la teoria che riconduce la genesi della servitù della gleba alla convergenza tra il ceto servile e quello dei piccoli coltivatori liberi fu elaborata per primo da]. YANOSKI, De l'abolition de l'esclavage ancien au moyen age et de sa transformation en servitude de la glèbe, Paris 1860 (rist. ano Aalen 1985). Accolta nel monumentale manuale del PERTILE, Storia del diritto italiano, 111, Torino 1898 (rist. ano Bologna 1968), 40, la teoria venne generalmente accolta dagli storici del diritto, almeno finché essi si occuparono del problema. Vaste indicazioni bibliografiche nel citato lavoro del Panero. file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (4 di 26) [01/03/ ]

5 LWF0006 \,;i;: La ribellione al sistema signorile 317 dopoguerra, e non ha retto perciò il confronto con la più recente storiografia economica. Sicché gli storici, incoraggiati dell'esempio di Marc Bloch, che per primo affermò che l'elaborazione teorica dei giuristi medievali era estranea al fenomeno socio economico del servaggio, si son disinteressati alle fonti e alla storiografia giuridiche, mostrandosi in certi casi convinti della sostanziale separazione tra l'elaborazione tecnico giuridica e la realtà della vita: "das Leben ging seinen Weg und die Wissenschaft ihren,,9. A ben vedere, però, le strade degli orientamenti storiografici divergono assai più di quelle lungo le quali scorrono la realtà medievale e la sua razionalizzazione giuridica: si può provare a dimostrarlo tentando una lettura tecnica del ser:vaggio e della ribellione ad esso che, messe da parte le aspirazioni sistematiche, rispetti la dinamica plurali sta del pensiero giuridico medievale. 3. Il servitium tra rapporto obbligatorio e diritto reale Torniamo allora ai nostri villici abruzzesi, per cercar di cogliere qualche elemento tecnico della situazione giuridica che era divenuta loro insopportabile. La si trova rapidamente tratteggiata nel diploma che nel 1256, all'indomani della rivolta, Corrado IV concesse loro riconoscendo e convalidando l'indipendenza raggiunta l. Ove il documento si sofferma a descrivere la situazione giuridica dalla quale i villici si erano liberati, si cercherebbe invano qualsiasi menzione di uno status personale, di una categoria di "non liberi" dalla quale essi erano usciti con la forza; facendo appello alla sua plenitudo potestatis, il sovrano dichiara cessata sugli uomini della valle la giurisdizione eser- citata dai baroni locali; e li libera "da ogni servizio personale o reale, da prestazioni alle quali siano tenuti nei confronti di chiunque personal- mente o in comune; o ai quali siano obbligati di diritto, di fatto o per qualche consuetudine; e li scioglie da ogni fedeltà e giuramento di 9 L'espressione di H. Kantorowicz è stata applicata al tema dell'inquadramento giu- ridico della servitù medievale da A. GOURON, Liberté, seruage et glossateurs (1980), ora in La science du droit dans le Midi de la France au Moyen Age, London 1984, XVI, L'emarginazione delle fonti giuridiche dal quadro delle testimonianze utili per far la storia della dipendenza rurale era stata provocata fra l'altro da talune posizioni di Marc Bloch, sulle quali sia consentito rinviare a E. CONTE, Coloni e manentes tra servitù e libertà. Spunti canonistici, in corso di stampa in Proceedings ofthe 9th lnternational Congress of Medieval Canon Law (Monaco di Baviera 1992). 10 Cfr. sopra, nt. 3. iff!f 318 E. Conte omaggio o vassallaggio, che abbiano prestato ai predetti loro signori su mandato nostro o dei nostri predecessori, o senza mandato..."11. Non si tratta, evidentemente, di una forma di manumissione "impe- rata", ma della somma di tre interventi distinti che modificano i rapporti giuridici esistenti: alla cessazione della giurisdizione sono infatti espli- citamente aggiunte la liberazione da seruitia e praestationes, e lo scioglimento dei legami contratti col giuramento di fedeltà vassallatica. Non c'è alcun cenno alla precedente appartenenza dei ribelli a una categoria di persone le cui prerogatiy fossero definite a priori dall'ordinamento: c'è invece la preoccupazione di liberarli dal peso dei seruitia e dalle conseguenze dell'atto di omaggio. Quanto ai seruitia, si tratta certamente di un termine tecnico, usato in tutta Italia sia dalla pratica sia dalla dottrina per "indicare l'insieme degli obblighi che gravano sul contadino dipendente"12. Che anche nel linguaggio giuridico meridionale, e in particolare nel Liber Augustalis, il termine non indicasse il servizio militare dovuto dal vassallo, ma piuttosto le opere e i tributi dovuti dal villano è stato poi suggerito da A. L. 'lì"ombetti Budriesi, seguita di recente da Federico Martino "Eximimus quoque de plenitudine potestatis nostre de speciali gratia et ex certa scientia nostra universos et singulos milites et populares ac file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (5 di 26) [01/03/ ]

6 LWF0006 homines intra fines predictos contentos cuiuscumque conditionis vel professionis existant heredes et successores eorum cum omnibus bonis suis in perpetuum ab affini dominio iurisdictione seu conditione comitum et aliarum quarumlibet personarum, liberantes eos ab omnibus personalibus et realibus servitiis prestationibus quibuscumque personis generaliter seu specialiter tenentur, et sunt de iure vel de facto seu aliqua consuetudine obligati; et absolventes eosdem ab affini fidelitate vassallagii seu homagii iuramento, quod de mandato prdeces- sorum nostrorum aut nostro vel sine mandato predictis dominis eorum hactenus presti- terunt non obstantibus privilegiis predecessorum nostrorum vel nostris indultis dominis eorundem que contra huiusmodi nostre gratie formam vires volumus non habere" (ed. Monti, 313). 12 J. C. MAIRE VIGUEUR, Comuni e signorie in Umbria, Marche e Lazio, in Storia d'italia diretta da G. Galasso, 7.2, Torino 1987, , A. L. TROMBETrI BUDRIESI, Una proposta di lettura del Liber Augustalis in tema di signoria e feudalesimo (1982), ora in Il «Liber Augustalis» di Federico Il di Svevia nella storiograjia, a c. di A. L. ThOBETrI BUDRIESI, Bologna 1987, , ha proposto un'interpretazione nuova della costo Quia frequenter di Federicoll (L.A. 3.9), norma che proibisce di obbligare "personam propriam aliquibus servitiis" sotto qualsiasi forma in corrispettivo di concessioni fondiarie; e specifica che simili obbligazioni della persona configurano una sottoposizione dell'uomo libero al dominio altrui: il che non può esser tollerato dal sovrano, che è.dominus personarum". Era sembrato indiscutibile che il servitium al quale la norma si riferisce fosse quello militare, ma alla Trombetti è parso invece più corretto intendere il termine in un contesto "non feudale": il sovrano avrebbe perciò voluto limitare non le subinfeudazioni, ma gli asservimenti di contadini, che avrebbero dovuto lasciare il posto, nell'intento del legislatore, a una libera contrattazione ;i';r La ribellione al sistema signorile 319 Nella riflessione dei giuristi, del resto, il significato del termine non era diverso, e l'interessamento ai problemi tecnici che la materia sollevava era stato precoce. Parecchi anni prima della promulgazione del Liber Augustalis la scuola aveva infatti cominciato a valutare il tema dell'obbligo alla prestazione periodica di servizi: risale almeno agli ultimi decenni del XII secolo l'attenzione dei canonisti per un canone del 1123, che nel Decreto di Graziano iniziava proprio con la parola Servitium 14, nel quale si confermava il diritto di percepire prestazioni esercitato da lungo tempo. La scuola si chiedeva se fosse corretto dichiarar sussistente un obbligo a fare qualcosa indipendentemente da una obbligazione regolarmente contratta; e al tempo di Uguccio da Pisa mostrava molte perplessità in materia, giacché in quegli anni erano particolanìlente forti gli influssi della parallela scuola dei civilisti: per i quali, naturalmente, è da escludere che un soggetto sia tenuto a far qualcosa in favore di un altro se non in forza di una obbligazione o per conseguenza del suo status 15. La pratica suggeriva invece soluzioni djverse, assai meno rispettose della libertà personale e inclini invece a considerar dovuti quei servizi che si erano prestati per lungo tempo; e i canonisti dei primi del Duecento se ne fecero interpreti. Bemardo di Compostella, ad esempio, avanzò un sillogismo suggestivo: la prestazione periodica di servizi - diceva -non è che la ripetizione nel tempo di un determinato com- portamento; proprio come la consuetudine, la quale è pure actus repetitio. E dunque quando quell'atto si ripeta per un tempo sufficien- che non coinvolga le persone nella loro fisicità, ma soltanto il valore monetario del lavoro e dei beni. All'interpretazione della 1Ì'ombetti ha aderito poi F. MARTINO, Federico]]: il legislatore e gli interpreti, Milano 1988 (Pubblicazioni degli istituti di scienze giuridiche...della facoltà di giurisprudenza della Università di Messina, 149), C. 18 q.2 c.31: si tratta di un breve canone del concilio Lateranense I del 1123: «Servitium, quod monasteri a aut eorum ecclesiae a tempore Gregorii VII usque ad hoc tempus fecerunt, et nos concedimus». 15 La Summa di Uguccio da Pisa (verso il 1188) non trae dal c. Servitium le numerose conseguenze che compaiono già nella Glossa Palatina e poi nell'apparato al Decretum di Giovanni Teutonico. Preferisce lo spunto offerto dal c. Quia (C. 10 q.3 c.6), nel quale si nega conferma ai diritti di esazione di servizi e tributi rivendicati dai vescovi per semplice consuetudine. Influenzato dalla parallela scuola civilistica che, come vedremo, restava intransigente su questo punto, Uguccio osserva: «... si episcopus non allegat alia ratione nisi longitudinem temporis, scilicet quod tanto tempore illum recepit: si per c. annos illud recepisset, iuste ei denegatur, quia tempus non est <non est om; Admont. modus constituende obligationis, quia nec tollende, quod est minus, quia facilius est tollere obligationem quam constituere. Unde faciliores sumus ad absoluendum quam ad ligan- duro, ut D.de act. et obligat. Obligationum fere (D )".11 brano si trova a fol. 184ra nel ms. BAV Arch. S. Pietro C.114 e a fol. 22Ova nel mb. Admont 7. :: 'C'c.,.,.,! 320 E. Conte temente lungo, esso acquista la stessa legittimità della norma consue- tudinaria. Sicché non occorre affatto far riferimento a un rapporto obbligatorio per provare il diritto di certi soggetti a ricevere servizi e prestazioni periodiche: file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (6 di 26) [01/03/ ]

7 LWF0006 basta provare che questi siano stati effettiva- mente corrisposti per un tempo sufficientemente lungo. I rapporti di forza che trovavano espressione simbolica nelle prestazioni periodiche risultavano in altre parole confermati automaticamente anche de iure16. Il nostro documento di Corrado IV non manca di far riferimento a simili meccanismi di creazione dei vincoli servili: libera i valligiani dai servizi dovuti de iure, di fatto o ex consuetudine 17. L'ardita teoria di Bernardo, che considerava il servitium come il contenuto di una regola consuetudinaria, ebbe però sviluppi limitati, anche se la si trova ricordata da molti insigni canonisti fino al XIV secolo. Riscosse invece maggior successo l'idea, precisatasi nei primi anni del Duecento, che la regolarità delle prestazioni possa giustificare uno spostamento radicale dell'angolo d'osservazione: che i servitia vadano considerati non come doveri sorti da obbligazioni, ma come servitutes. Cioè come diritti reali che, alla stregua di un diritto sulla cosa altrui, possono esser posseduti, usucapiti, comprati e venduti, rivendicati con procedimenti possessori o petitori 18. Si trattava di una interpretazione che trovava qualche supporto nella legislazione ecclesiastica, specialmente nelle decretali di Innocenzo 16 La teoria di Bernardo è riferita da Guido da Baisio (Arcidiaconus), Rosarium, in C.18 q.2 c.31 Servitium (ed. Venetiis, apud Iuntas 1577, 286r e v), num. 6: "Scripsit B. Campo ad huius declarationem quod consuetudo est actus eiusdem repetitio, C. de episc. ali. l. 3 in fio (C ); 25 q. 2 Ita nos (C.25 q.2 c.25). Sed praescriptio est continuatio possessionis diffinitae, ff. de usucap. l. 3 (D ), linde si bene attendis praescriptio se habet ad consuetudinem sicut disponens ad dispositum. Actum enim repetitum, quem consuetu- dinem dicimus, continuatio temporis lege diffiniti, quam praescriptionem vocamus, disponit secundum B. Com.». 17 "...liberantes eos ab omnibus personalibus et realibus servitiis prestationibus quibuscumque personis generaliter seti specialiter tenentur, et sunt de iure vel de facto seu aliqua consuetudine obligati» (cfr. sopra, ntt. 3 e Il). 18 Sul tema della quasi possessio iuris resta fondamentale l'opera di C. G. BRUNS, Das Recht des Besitzes im Mittelalter und in der Gegenwart, Tiibingen 1848, alla quale si ispirò ampiamente l'indagine di RUFFINI, L'actio spolii, Torino Più recenti i lavori di G. WESENER, Zur Dogmengeschichte des Rechtsbesitzes, in Festschrift Walter Wilburg, Graz 1975, e L.CAPOGROSSICOLOGNESI, Appunti sulla «quasi passeggio iuris» nell'opera dei giuristi medievali, in Bullettino dell'istituto di diritto romano, s. 3, 19 (1977), , e le pagine dedicate alla quasi possessio da H. COING, Europaisches Privatrecht, I, Munchen 1985, Sul ricorso alla figura della servitù per trasferire molti diritti soggettivi nel novero delle cose sia concesso rinviare alle osservazioni proposte in un mio lavoretto presentato in occasione del Colloquio di Lione (maggio 1993) La propriété dissociée, in corso di stampa nella collana dell'ecole Française di Roma. t:'; t,. f i1j i:ç;,;";:.'c'c :..:.;';:':.,::, r;fi! ;. or ;:.;::t;"'j file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (7 di 26) [01/03/ ]

8 LWF0006 La ribellione al sistema signorile , ma faceva letteralmente orrore ai civilisti, che per oltre un secolo continueranno a scagliarsi contro ogni tentativo di confondere i crediti con i diritti reali, e di sovvertire così l'ordine del diritto giustinianeo2o. La pratica giuridica invece incoraggiava una simile interpretazione, poiché la sensibilità feudale era propensa a considerar giuridicamente stabili quei rapporti di forza che sussistevano da lungo tempo. Inoltre la considerazione dei servitia alla stregua di servitutes, diritti reali eser- citati su persone, sbarazzava dal fastidio di sottoporre i casi controversi al complicato sistema di prova previsto per le cause di libertà personale. Non si poneva infatti in discussione il fondamentale status libertatis, ma si limitava di fatto l'esercizio della libertà personale configurando su di essa l'insistenza di diritti reali altrui. Il padrone di un servo ribelle, fuggitivo o resistente non era perciò obbligato a provare il di lui status personale di servo o di colono; gli bastava dimostrare di aver goduto dei suoi servizi per lungo tempo per ottener l'imediata reintegra nel pos- sesso ingiustamente interotto. Il risultato ottenuto per questa via, pur non ponendo in discussione la libertà personale, configurava vere e proprie soggezioni: tanto che nel 19 Basta scorrere la sommaria lista di luoghi delle decretali nei quali il BRUNS, Das Recht des Besitzes, cit., , aveva riconosciuto l'impiego della quasi possessio iuris per ravvisarvi la preponderanza di norme emanate da Innocenzo: in materia di soggezione di enti ecclesiastici, di privilegi o immunità, di uffici ecclesiastici, di prebendeo altri benefici goduti in relazione a uffici; perfino, la cosa è nota, in materia di matrimonio. 20 A partire almeno dal tempo di Giovanni Bassiano (ante 1191) e poi con poche eccezioni lungo il corso del Duecento, fino a Cino da Pistoia, i civilisti sono sostanzial- mente concordi nell'opporre alle tendenze dei canonisti una più rigida aderenza ai principi romanistici: tralasciando l'elencazione delle numerose testimonianze reperibili, che troveranno spazio adeguato in un più ampio lavoro, basti menzionare la puntualizzazione offerta dalla glossa accursiana a D Curo de in rem verso, un brano in cui Papiniano rammenta che l'imperatore Antonino aveva giudicato dovute le usure corrisposte per lungo tempo: "Tu autem breviter ad omnia contraria solv <enda> distinguas: quia aut creditor asserit aliquid sibi deberi ea sola ratione, quia in praeteritum est praestitum, sive usuram sive aliquam aliam praestationem, et tunc nullo tempore praeiudicatur solventi, ut C. e.l. Creditor (C ) et l. Operis(D ). Et est ratio, quia tempus non est modus tollendae vel inducendae obligationis, ut. infra, de aq. et ohi. l. Obligationum fere Placet (D ). Aut ex patto quod vult probare per diuturnam solutionem, et tunc aut ex nudo, et tunc idem quod in primo, ut in d. l. C. de patto Si certis annis (C ). Aut vestito, et tunc praeiudicium fit, ut hic et arg. de aqua plu. arco l. i. in fio (D ), nisi in casu favore alimentorum, quo casu etiam si ex tempore tantum nititur, per triennium praeiudicatur, ut C. de fidei. l. i. (C ). Et hanc eandem distinctio serva in decimis et quibuslibet praestationibus, secundum Ioan.». -Sembra dunque confermato il punto di vista del citato studio del Bruns, secondo il quale i civilisti medievali, a differenza dei canonisti, «stehen alli dem Boden des romischen Rechtes» (BRUNS, op. cit., p. 121). 322 E. Conte Trecento Baldo avrebbe insegnato che chi si fosse sottratto a quel tipo di obblighi personali poteva essere accusato di ribellione violenta 21. Nella dottrina di Baldo, frutto ormai maturo del diritto comune, è frequente il richiamo alla realitas del rapporto tra superiore e dipen- dente: ma già nel Duecento circolavano nella scienza canonistica i presupposti della soluzione baldesca. E nel diploma di Corrado tali presupposti trovano una certa eco: i villani son liberati da servizi personali e reali in qualunque modo contratti L' homagium tra status e contratto Se un richiamo al concetto di status vi fu, esso entrò nel ragionamento del giuri sta quando, nei primi decenni del Duecento, egli si decise ad affrontare tecnicamente l'homagium; o 'mominitium,>, com'era chiamato in Italia l'atto di asservimento dei contadini. Canonisti e legisti attenti alla pratica 23 ricorsero allora al modello del diritto basso imperiale delle corporazioni, rispecchiato nel Corpus giustinianeo, ma anche nel Decre- tum di Graziano, ove in esso era stata accolta l'antica legislazione ecclesiastica del V secolo. Quel rigido sistema faceva seguire all'entrata in uno dei collegia una serie di limitazioni alla libertà personale che venivano poi trasmesse agli eredi: configurava cioè l'acquisizione di uno status come conseguenza di un negozio obbligatorio. Si pensi ai curiali, o ai coloni, che Uguccio considerava esclusi dall'ordine perché stretti da un vincolo obbligatorio 21 Baldus de Ubaldis, Comm. in Decretalibus, a X , Querelam: «In personalibus prestationibus dicitur vim facere ille qui tenetur solvere et non solvit tempore praef1xo, asserendo se esse liberum et sui iuris, et sic rebellando». Baldo vuole dimostrare così che il padrone file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (8 di 26) [01/03/ ]

9 LWF0006 che si vede spogliato del suo diritto di percepire servizi e prestazioni può agire contro il suo dipendente con l'interdetto unde vi o con le parallele azioni possessorie canonistiche. 22 «...liberantes eos ab omnibus personalibus et realibus servitiis...»: cfr. sopra, ntt. 3 e Il. 23 Da patte dei canonisti la considerazione di forme di dipendenza radicate nella consuetudine accanto a quelle previste dal diritto romano fu assi pronta: già Paucapa- lea, allievo diretto di Graziano, aveva proposto, seguito dai maggiori decretisti del suo secolo, di identificare gli originarii giustinianei con i volgari manentes: cfr. Paucapalea, Summa Decreti Gratiani, ed. SCHULTE, Giessen 1890, rist. Aalen 1965,37. Quanto ai legisti occorre attendere prima Roffredo e poi più ampiamente il 7ractatus de hominitiis di MaTtino da Fano per veder affrontato apertamente il tema degli atti d'asservimento. Uopera del giurista di Fano è stata di recente edita criticamente da C. E. TAVILLA, Homo alterius. I rapporti di dipendenza personale nella dottrina del Duecento. Il trattato de hominiciis di Martino da Fano, Napoli :i. c, ',"';,,, ':': t..",," " \" ;:-:;:: 1i$:i,", La ribellione al sistema signorile 323 perpetuo che, pur non trasfonnandoli in servi, ne limitava drastica.; mente la libertà 24. Non era difficile, insomma, trovar fonti idonee a costruire particolari tipi di obbligazioni che sembrano saldare in un unico fenomeno lo status e il contratto, i due elementi che la celebre fonnula di Maine contrap- pone elevandoli a simboli di due epoche diverse. Nell'Europa feudale, viceversa, lo status personale può esser così conseguenza di un contratto, quando questo fosse realizzato con le fonne solenni dell'omaggi025. Del resto la società del basso Medioevo pullulava di atti d'omaggio: patti giurati che, lungi dal rappresentare l'accordo libero e momentaneo delle volontà, creavano in realtà situazioni soggettive assai stabili, sussistenti P9i indipendentemente dal richiamo l negozio che le aveva create. Sorgevano insomma nel signore e nel suo sottoposto due «status rela- tivi)" come ha sottolineato una acuta interpretazione dell'opera che va sotto il nome di Bracton 26. Se poi è noto che il pensiero giuridico inglese 24 Uguccio da Pisa offre nella sua Summa il più compiuto tentativo di comprendere all'interno della medesima rafia le esclusioni dal sacramento dell'ordine di schiavi, coloni di vario genere, curiali, prospettate nel Decretum di Graziano alle distinzioni 53 e 54. Quelle norme, afferma, intendono escludere dai sacri ordini coloro che sono obbligati in perpetuo nei confronti dei loro domini e dunque coinvolgono curiali, servi, liberti, ascrittizi, originarii, manenti e tutti quelli sui quali il padrone vanta un diritto stabile: «Resp. quod locuntur de perpetuo obligatis suis dominis, ut de curialibus, seruis, libertis, ascriptitiis, originariis, manentibus, et bis in quorum personis dominus aliquod ius habet. Ergo secundum hoc consul uel alius officialis qui obligatus principi est uel rei publice ad tempus, puta ad ampnum, licite intrat monasterium uel canonicam regularem quamuis princeps uel ciuitas contradicat et ipse iuramento sit ligatus: quod bene <bonumadmont> contingit de quodam file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (9 di 26) [01/03/ ]

10 LWF0006 milite rei publice astricto. Sed curiales perpetuo obligati principi uel rei publice non possunt sic transire" (mss. Admont 7, fol. 76vb, Arch. S. Pietro C.114, fol. 69 va). 25 La prospettiva di un'evoluzione delle società.from status to contract" delineata da H. S. MAINE, Ancient Law (1861), Boston 1963, , era parsa troppo semplicistica già a C. SCHMllT che, nella Verfassungslehre, Berlin 1928 (tr. it. a c. di A. Caracciolo, Milano 1984, 98-99), aveva distinto fra un contratto libero borghese e liberale e il «contratto di status», il quale «fonda una condizione permanente di vita, che abbraccia la persona nella sua esistenza". La definizione di Statusuertrag è stata poi applicata proprio ai rapporti tra signori e dipendenti rurali da o. BRUNNER, Land und Herrschaft. Grundrragen der territorialen Verfassungsgeschichte Osterreichs im Mittelalter (1939), ed nt.1, tr. it. Milano 1983, 368 nt P. R. HYAMS, King, Lords and Peasants in Medieual England: The Common Law or Villeinage in the 1Welfth Century, Oxford 1980, 90: «Those who analyse servitude generally connect the conception of a serf as a chattel with the idea of bondage as a continuing state of condition. Usually a chattel slave is unfree as regard everybody and in ali circumstances, but there is no reason why trus should always be the case. The situation where one man is another's chattel can just as easily be regarded as a relationsrup f;.,ti" :,io-'.,:.: -.C'c,,..' :.; ;,:;"::,:,;,:{:.,": 324 E. Conte era particolarmente aperto alle influenze canonistiche27, può colpire invece l'aderenza a questa prospettiva anche da parte di Accursi028. Martino da Fano, uno dei primi giuristi che si siano occupati dell'hominitium, lo considerava ammissibile anche per diritto romano richiamandosi proprio a quelle espressioni di volontà con cui per diritto giustinianeo si faceva ingresso in una delle corporazioni professionali, fra i coloni o fra i curiali, acquisendo così una condizione personale limitativa della libertà e trasmissibile agli eredi29. Sicché nel nostro diploma Corrado IV, preoccupato di sciogliere con l'intervento della sua potestà suprema ogni forma di dipendenza, non poteva tacere della possibile esistenza di rapporti creati dall'omaggio vassallatico e sostenuti dalla fidelitas3o. Non che il giovane re di Sicilia intendesse opporsi in linea di principio alla creazione di rapporti vassallatici nel suo regno. Anzi, a ben vedere, quando il sovrano proclama liberi i rustici abruzzesi sciogliendo i legami vassallatici che li legavano ai loro tirannici signori, non fa altro in realtà che dichiarare l'esistenza di un altro, meno opprimente legame feudale: quello diretto tra il suddito e il sovrano. Traspare infatti con chiarezza già nel Liber Augustalis di Federico Il l'idea che l'uomo libero sia in between the two people most concerned, master/owner and serfi'chattel. The fact that he is a chattel does not necessarily imply anything about the serf or slave's relationship with the world apart from bis master or lordo This view, which considers villeinage a relation- ship between two people only, is the prime key to the Bractonian system». 27 La tradizione più che secolare di studi critici sul De legibus et consuetudinibus Angliae, recentemente sottratto alla paternità di Bracton da E. ThORNE (Bracton de legibus et consuetudinibus Angliae, ed. G. E. Woodbine, transl., rev. e anno S. E. Thorne, Il, Cambridge Mass. 1968), è stata riassunta vivacemente da H. G. RICHARDSON, Bracton. The Problem or his Text, London 1965 (Selden Society, supplementary series, 2), che rileva tra l'altro la dipendenza del testo non soltanto dalla Summa Codicis di Azzone, ma anche dalla Summa de casibus di Raimondo da Peftafort e dall'orda di Tancredi. 28 Nell'ed. di Ugo della Porta, Lugduni 1558: in margine alla divisio hominum enunciata da D.l.5.3: «... Sed quid de ascriptitiis? Resp.: liberi file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (10 di 26) [01/03/ ]

11 LWF0006 sunt: C. de episcopis et cleri., l. Iubemus (C ), et Authen. Adscriptitios (Auth. coll = Nov ), et C. de agri. et censi., l. Ne diutius (C. Il.48.21), quia verum est quod non differunt a servis in ed, quod possunt vendi, ut servi, cum gleba tantum, ut C. de agri. et censi., l. Quemadmodum (C ). Vel melius: quoad dominos servi sunt, quoad extraneos liberi. Unde dominum in ius votare non possunt, et a dominis vendicantur. Sunt ergo dominorum, ut infra, de auro et argen., l. Quintus Argento (D ) et de agri. et censi., l. Quemadmodum et C. in quibus cau., l. ii. lib. xi. (C. II.50.2)>>. 29 Per il ricorso alle figure dei coloni, dei curiali e dei liberti giustinianei da parte di Martino da Fano cfr. Tavilla, op. cit., 61 e «...et absolventes eosdem ab omni fidelitate vassallagii seu homagii iuramento...»: cfr. sopra, ntt. 3 e Il. 'l,', c;..';' ;;j : ;;1 )t: :(J, o:: S,",,:.;, ""'.,,.., ::"';;j;f: i fj;' La ribellione al sistema signorile 325 realtà il vassallo diretto del re31. Sicché quando favoriva la sottrazione dei villani alla giurisdizione dei baroni, o quando proibiva l'asservimento di contadini residenti su terre demaniali, Federico non faceva che tutelare i suoi interessi di signore feudale su terre e uomini che gli erano soggetti direttamente32. Ed era probabilmente lontano dall'idea di favorire quella «monetizzazione dei rapporti agricoli» che la Trombetti ha voluto scorgere tra i suoi obiettivi33. La cosa è confermata da una vicenda risalente al , quando a Sorrento la tensione tra contadini e nobili sfociò con una certa natura- lezza in una controversia tra il ovrano e i signori locali. I villani di Sorrento, esordisce un documento regio, sono «fideles nostri», e si sono rivolti a noi per ottener protezione contro le pretese dei monasteri e dei nobili: e poiché li abbiamo ricevuti «ad demanium nostrum», essi sono appunto sotto la nostra protezione35. I nobili e i religiosi di Sorrento però non si diedero per vinti e accusarono i villani di aver presentato al sovrano una situazione falsa; giacché essi erano loro sottoposti da tempo immemorabile "et maxime regis Guglielmi secundi". Quando per ordine di Federico si istruì il processo, alle pretese dei signori non s'opposero direttamente i rustici, ma il fisco: non si trattò dunque di un iudicium libertatis, ma della controversia feudale sulla pertinenza di certi diritti al demanio regio o alla signoria baronale. Furono poi i signori di Sorrento ad aver la meglio, mentre i rustici ottennero soltanto la definizione nella sentenza dei servizi dovuti Basta menzionare la costo Dignum fore (L.A ), che impone il rilascio di conti e baroni pertinenti al demanio, e proclama: «... cum omnes merito liberi censeantur qui nullo mediante ad imperialem celsitudinem et regiam pertinent potestatem». 32 Il demanio regio appare infatti nella citata costo del Liber Augustalis (L. A. 3.4) costituito da prerogative regali (le regalie), beni immobili e diritti vantati su persone: «reditus et servitia». 33 A. L. TROMBETrI, Una proposta, cit., Cfr. anche Martino, Federico]], cit., Attestata dal documento ed. HUILLARD BRtHOLLES, Historia diplomatica Friderici file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (11 di 26) [01/03/ ]

12 LWF0006 secundi...il. l, Paris 1852 (rist. ano Torino 1963), Ivi, 379: «Recolit excellentia nostra quod villani casalium Surrenti, fideles nostri, dudum nobis graviter sunt conquesti quod ecclesie, monasteri a et milites Surrenti absque aliquo iure quod in eis habuissent aliquo tempore aut haberent, eos suo dominio lniuste vendicaverant et tenebant per violentiam occupatos....quare maiestati nostre humiliter supplicarunt ut super oppressionibus et molestiis suis benignitatis nostre oculos adver- tentes ab eorum manibus eos eruere et in nostrum tenere demanium dignarmur». 36 Il che, stabilendo con precisione la natura e la quantità dei servitia cui i signori avevano diritto, poneva i rustici al riparo da ingiustificati soprusi. b:,. Q; ; r;: ;r$<i{giil; ;;;:.!;i. 'f'ii,im 4i L'. ",;->:"",j":,,..'!'c,;;!y"."""i.-"::""',y c" r,:"{",?,' c.,"'.'é":fc1é'::c't":, :f 326 E. Conte La libertà personale dei rustici coincideva dunque nel Regno con il godimento della protezione sovrana: sicché nello Stato federiciano, per tanti aspetti profondamente innovativo, appare confermata la tradizione altomedievale37 di una libertà che non si definisce come assenza di soggezioni personali, ma come appartenenza al demanio del re, il quale accorda al suddito la sua defensa 38. Appare dunque valida anche per la realtà del meridione d'italia una valutazione proposta verso il 1256 da Jean de Blanot con il pensiero rivolto alla Francia: fondendo nel suo discorso l'omaggio servile e quello feudale, il Blanot osservava infatti che in entrambi i casi esso non limita per nulla la libertà personale del vassallo: costituisce invece semmai una garanzia di libertà, giacché la protezione concessa da un potente signore offriva possibilità che non si aprivano certo al singolo uomo, libero ma indifeso Gli studi sulla connessione intima fra il concetto altomedievale di libertà e la protezione sovrana presero avvio, insieme alla grande tradizione della Verfassungsge- schichte germanistica, nel secolo scorso. Un ottimo orientamento generale è offerto da G. TABACCO, I liberi del re nell'italia carolingia e postcarolingia, Spoleto, s.d., e dalla voce Konigsfreie, di H. KRAUSE, in HRG, II, Una ampia riflessione sul tema offre la voce Freiheit, di G. DILCHER, ivi, Atteggiata nell'italia meridionale come un vero e proprio istituto giuridico, la defensa a suscitato una certa discussione storiografica: L. SICILIANO VILLANUEVA, Studi intorno alla defensa (estr. dal Circolo giuridico, vol. 25), 1894; F. SCHUPFER, La defensa e l'asino di Apuleio, RISG 21 (1896), e 31 (1901), 85-87; C.A.GARUFI, La defensa ex parte domini imperatoris (in un documento privato del ), in RISG 27 (1899), ; F. CICCAGLIONE, Le origini delle consuetudini sicule (critica a V. GIUFFRIDA, La genesi delle consuetudini giuridiche delle città di Sicilia. I. Il diritto greco-romano nel periodo bizantino arabo, Catania 1901), in RISG 31 (1901), 77-85; N. TAMASsIA, Nuovi studi sulla "defensa" ( ), ora in ID., Studi sulla storia giuridica dell'italia meridio- nale, a c. di C. G. MoR, Bari 1957, ; lo., Ancora sulla defensa ( ), ivi, L'istituto si riconnetteva, secondo questi studi, alla tradizione file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (12 di 26) [01/03/ ]

13 LWF0006 bizantina; e dava spunto per le penetranti osservazioni di E. H. KANTOROWICZ, Friedrich II. und das Konigs- bild des Hellenismus (marginalia miscellanea) (1952), ora in ID., Selected Studies, Locust Valley, NY, 1965, , e di E. CORTESE, Per la storia del mundio in Italia, in RISG vol. VIII sez.lii, anni IX-X, ( ), , , secondo il quale l'istituto del mundeburdio regio si intreccia con motivi feudali e con la tradizione basso imperiale. 39 In una quaestio contenuta nel c.d. Tractatus super feudis (in realtà parte del più vasto Tractatus de actionibus) Jean de Blanot affronta il problema dell'ammissibilità per diritto comune del patto d'omaggio: e conclude osservando che esso non determina affatto una riduzione in servitù, ma anzi permette di aumentare la libertà grazie alla difesa ottenuta da un potente signore: cfr. l'ed. ACHER, Notes sur le droit savant au moyen age, in Novelle revue historique de droit français et étranger, 30 (1906), 149; e cfr. le osservazioni di TAvlLLA, Homo alterius, cit., 63. -, rz; " : :: ;;:r:..: :,jif:;;ii i fi: r;;.. - La ribellione al sistema signorile 5. La "libertà" feudale 327 Quella della necessità di una protezione a garanzia della libertà è una prospettiva esplicitamente accolta da Marino da Caramanico negli anni Settanta del Duecento; quando, glossando la norma del Liber Augustalis che proibisce ai contadini residenti su terre demaniali di commendarsi in qualsiasi modo, egli sottolinea che si tratta di una buona costituzione che distingue il Regno dalle terre di Lombardia, dove chi è debole è costretto a rivolgersi a un potente file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (13 di 26) [01/03/ ]

14 LWF0006 supplicando: «difendimi, e ti darò ogni anno un certo numero di servizi". Nel Regno invece, dice Marino, la protezione dell'imperatore è sufficiente per tutti4o. Si direbbe insomma che l'irrequietezza di tanti contadini, sfociata non di rado nella ribellione aperta, non avesse per obiettivo la conquista dell'indipendenza, ma piuttosto l'affermazione di nuove più vantaggiose forme di dipendenza. Anche nell'italia centro-settentrionale la libertà assoluta era del resto troppo malsicura per costituire il miraggio di tanti rustici ribelli. Qui lo scioglimento dei vincoli di fedeltà non poteva significare automatico accoglimento nel demanio del re, e dunque i rustici eran costretti a rivolgersi a diversi soggetti del potere i quali, accordando ai nuovi sudditi libertà relativamente ampie, si premuravano in genere di evitare che i contadini del loro territorio pronunciassero atto d'omaggio nei confronti di un signore estraneo: proprio come su scala assai maggiore faceva Federico Il nel suo regno, quando ripeteva a più riprese che ogni uomo libero doveva esser lasciato al suo dominium L.A. 3.7, De hominibus demanii affidatis non tenendis, così commentata da Marino: «Hec constitutio sancta est, si bene servaretur: prohibet enim ut nullus nobilis vel alius habeat affidatos in terris demanii. Puta: dicit homo debilis potenti: "defendas me et dabo tibi quolibet anno tot servitia", ut fit in Lombardia; hoc prohibet hic, quia defensio Imperatoris omnibus sufficit-. 41 L.A. 2.36, consto Probationum defectum, si conclude dichiarando la diretta sottoposi- zione all'autorità sovrana dell'uomo libero: «Praedictis autem omnibus, vel aliquo prae- dictorum cessantibus, conventus immediate maiestatis nostrae communi dominio relin- quatur. In omnibus tamen praedictis libertatis favorem ac interpretationem benignam pro libertate in dubiis faciendam, prout veteribus legibus est inductum integre reservamus»; analoghe affermazioni in L.A La discussa consto Quia frequenter (L.A. 3.9) proibisce t'obbligazione perpetua e si conclude con una affermazione di sovranità: «Nos etenim qui sumus domini personarum absque nostre serenitatis assensu personas serviciis perpetuis aut conditionibus nolumus obligari-: il «dominium personarum-, misto di significati privatistici e pubblicistici, esclude ovviamente la alienazione di diritti di tipo reale sulle persone dei sudditi «<servicia perpetua-) a non domino. ;: ri};:,,:(::c::: :;::;:; :.:':' ';.è;' ijj E. Conte Le lìberazìonì collettìve dì tuttì glì abìtantì del conta do sancìte ìn dìverse forme lungo tutto ìl Duecento daì Comunì ìtalìanì, che eran sembrate la manìfestazìone palese del carattere democratìco e lìberale deì comunì, possono anch'esse essere ricondotte nell'ampìo novero deì fenomenì feudalì. E' rivelatore un caso aretìno del 1236: quando ìl comune, costretto dalla potenza del papato ìn Toscana e dalla necessìtà dì lìberarsi dalle scomunìche, fu ìndotto a restìtuìre all'abbazìa dì S. Fìora ì suoì dìpendentì che erano statì accoltì ad Arezzo. Per far cìò dovette scìoglìerlì dal giuramento dì cìttadìnanza che avevano pronun- cìato: ìntervenendo così a far cessare un legame che ìmpegnava recìpro- camente ìl comune alla protezìone e ì nuovì cìttadìnì alla fedeltà: un legame non dìverso da quello feudale 42. Che la cìttadìnanza potesse ìntendersì sul pìano giuridìco come una forma dì dipendenza era del resto sottolìneato da uno deì giuristì pìù attentì alla pratìca dell'ltalìa centrale, esattamente ìn queglì annì: Martìno da Fano, nel suo trattato de hominitiis già menzìonato, accosta esplìcìtamente la cìttadìnanza alla dìpendenza: «non c'è da meravìglìarsì -dì ce -se file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (14 di 26) [01/03/ ]

15 LWF0006 faccìo valere argomentì sul domìcìlìo nel campo deglì omaggi: come ìnfattì uno è legato al suo sìgnore per mezzo dell'omaggio, così ìl cìttadìno e l'abìtante sono legatì alla cìttà e devono subìrne ì munera» 43. Il ripresentarsì deì medesìmì modellì giuridìcì ìn ambìtì ìstìtuzìonalì tradìzìonalmente contrappostì sembra dunque confortare talune ìnter- pretazionì del fenomeno comunale che, abbandonata l'enfatìca esalta- zìone dello spìrito democratìco deì comunì, hanno posto ìn risalto glì elementì dì contìnuìtà tra ìl mondo ìstìtuzìonale feudale e ìl comune44. Sì dìrebbe dunque che.le forme feudalì deì rapportì socìo economìci ìmprimano ìl loro carattere anche là dove sì usava vedere manìfest- azìonì ìnmscutìbilì dello spìrito democratìco medìevale. Sìcché proprio la polìtìca deì comunì settentrionalì favorevole alla lìberazìone deì conta- dìnì dìpendentì, considerata talvolta espressione della lotta contro il ceto 42 Documento del 19 aprile 1236 ed. PASQUI, Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medio Evo, vol. 2, Firenze 1916, 213: «... et omnes homines qui a tempore Petri Gregorii tunc potestatis citra citadinantiam iuraverunt et se ipsius civitatis cives fecerunt, in eodem Consilio absolvit et a sua citadinantia penitus liberavit". Il documento è stato segnalato da G. TABACCO, Nobiltà e potere ad Arezzo in età comunale, in Studi Medievali 15 (1974), 1-24, Martino da Fano, De hominitiis, ed. TAVILLA, 263 Il La discussione in proposito è assai vasta e altrettanto nota; un aggiornato orienta- mento in proposito in R. BOROONE, Tema cittadino e «ritorno alla terra" nella storiografia comunale recente, in Quaderni storici, 52 (1983), ; nonché lo., Nascita e sviluppo delle autonomie cittadine, in La storia, cit., i :; ':;,,1;:j';.;;:(::,, :;;i:;1f:: :;.,:J.. - r' i::;, file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (15 di 26) [01/03/ ]

16 LWF0006 La ribellione al sistema signorile 329 feudale, assume contorni istituzionali in gran parte compresi nei confini vastissimi del feudo. 6. Istanze borghesi e norme comunali Se il ricorso alle forme della dipendenza signorile da parte della nuova istituzione comunale può giustificare l'impressione di una sostanziale continuità tra potere signorile e potere del comune45, resta però il fatto che tal uni aspetti della politica legislativa dei comuni padani rivelano tendenze profondamente innovative. Gli stessi notissimi provvedimenti in favore della liberazione dei servi rurali, sebbene attuati come passaggi alla fidelitas verso il comune, dovevano esser comunque animati da esigenze di semplificazione del quadro dei soggetti di diritto e di liberazione della mano d'opera e dei capitali necessari all'intraprendenza borghese. Alle manomissioni collettive è dato infatti accostare i contemporenei, meno noti provvedimenti comunali in favore della trasformazione dei feudi in allodi46. Ora, la coincidenza di provvedimenti contrari alla dipendenza perso- nale e di strumenti orientati a favorire la perfezione del diritto di proprietà, non può che evocare alla mente i principi sanciti, oltre mezzo millennio più tardi, dalla Rivoluzione borghese per eccellenza. E la suggestione che ne deriva è moderata solo in parte dalla considerazione dei motivi in gran parte fiscali che spinsero i comuni alla promulgazione dei provvedimenti di liberazione dei servi 47, giacché la 45 Significative le pagine di G. SERGI, Lo sviluppo signorile e l'inquadramento feudale, in La storia, cit., : i comuni, «grandi signori anch'essi, signori "collettivi", furono in Italia i principali costruttori di ambiti egemonici assimilabili ai principati territoriali d'oltralpe, e fecero ricorso a tutti i diversi strumenti d'affermazione». 46 Il caso che mi è più noto è quello di Mantova, studiato dal Torelli: qui, a partire dal 1221, è insediata una giunta per l'allodiazione, che si preoccupa di disciplinare il diritto riconosciuto dagli statuti all'utilista di riscattare il dominio diretto del suo fondo, divenendo perciò proprietario assoluto: TORELLI, Un comune cittadino in territorio ad economia agricola. I, Distribuzione della proprietà -sviluppo agricolo - contratti agrari, Mantova 1930, : l'allodiazione differisce dalla ingrossazione (su cui si veda N. TAMASSIA, Il diritto di prelazione e l'espropriazione forzata negli statuti dei Comuni italiani, in Archivio Giuridico, 35 [1885], 3-39 e , , con indicazioni di fonti) perché costituisce «un diritto d'affrancazione simile a quello, non a tutti benviso, concesso oggi dalla legislazione nostra all'enfiteuta: non avrebbero altrimenti ragion d'essere i patti di "non facere alodium" stipulati in moltissimi contratti d'affitto,. (così TORELLI, 249). 47 A. I. PINI, Dal Comune città-stato al Comune ente amministrativo, in Storia d'italia diretta da G. Galasso, 4, Alla prospettiva di Pini, enunciata già in ID., Un aspetto,:: 330 E. Conte fredda prospettiva economico politica è in grado di sminuire le dichia- razioni di principio contenute nei provvedimenti duecenteschi così come quelle sbandierate nelle costituzioni giacobine. Allo storico del diritto privato resta da registrare il fatto che le prime manifestazioni normative del proposito di semplificare contemporaneamente il si$tema della proprietà e quello dei soggetti di diritto si verificano nell'italia comu- nale del Duecento ove, appunto, alla inedita facoltà di riscattare il dominio eminente ricongiungendolo a quello utile si accostò quella di riscattare il diritto reale vantato dai signori rurali nei confronti degli homines loro sottoposti. L'ordinamento comunale assumeva così per alcuni anni un orientamento individualista che spicca nettamente nel panorama feudale e corporativo che s'è descritto I giuristi civilisti e il "diritto borghese " Preme qui sottolineare che questa tendenza a favorire la liberazione dei contadini trovò le sue manifestazioni più esplicite non nelle norme statutarie, come sempre restie a penetrare nel tessuto del diritto privato, bensì negli orientamenti dei giuristi civilisti. Se infatti i canonisti e i feudisti son parsi propensi alla teorizzazione del sistema feudale, o meglio alla confezione di strumenti dialettici atti a tutelare gli equilibri socio economici consolidati, le dottrine dei romanisti medievali sembrano invece corrispondere sul piano teorico alle aspirazioni della società cittadina. E fin dal XII secolo. file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (16 di 26) [01/03/ ]

17 LWF0006 Sembra infatti che i primi civilisti si siano accostati alla disciplina giustinianea del colonato sollecitati da pressanti preoccupazioni prati- che, oltre che dal genuino gusto antiquario che li spingeva a indagare istituzioni dimenticate: cercavano nelle confuse norme basso imperiali materiali adatti a ristabilire regole certe per l'asservimento di uomini dei rapporti tra città e territorio nel Medioevo: la politica demografica "ad elastico" di Bologna fra il XII e il XIV secolo, in Studi in memoria di Federigo Melis, Napoli 1978, aderisce H. KELLER, Vie Aufhebung der Horigkeit, cito 48 Assai stimolante la rassegna del pensiero sociologico delle origini (fine XIX secolo) in tema di opposizione fra il modello della Gemeinschaft e quello della Gesellschaft offerta da O. G. OEXLE, Kulturwissenschaftliche Reflexionen iiber soziale Gruppen in der mittelalterlichen Gesellschaft: Tònnies, Simmel, Durkheim und Max Weber, in Vie Okzidentale Stadt nach Max Weber. Zum Problem der Zugehorigkeit in Antike und Mittelalter, hrsg. C. MEIER, Miinchen 1994 (Historische Zeitschrift, Beihefte, Neue Folge 17), : in particolare sulla visuale di Max Weber, che alla città medievale attribuisce un ruolo determinante per lo sviluppo della società capitalistica.!;,.-c-c" 'c.j"":"}a,*,,!.,:a f:;: CC ff{ 1: if" 1\1;1" l?j ;:!o {%:;;;. La ribellione al sistema signorile 331 liberi 49. Consuetudini diffuse un po' dovunque in Italia favorivano infatti la creazione del vincolo di manentia per effetto del semplice trascorrere del tempo, conferendo così stabilità giuridica a un rapporto di fatto che si era protratto file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (17 di 26) [01/03/ ]

18 LWF0006 per oltre trent'anni. S'è visto che i canonisti avevano offerto qualche giustificazione teorica di questa prassi. I civilisti, invece, si scagliarono contro di essa con una determinazione che ha pochi riscontri nelle loro opere, di regola accuratamente depurate da ogni riferimento esplicito alla realtà del loro tempo. Non è un caso che le prime manifestazioni di tale inconsueto impegno appaiano nell'opera esegetica non di un professore, ma di un giudice di Lucca, RoJando, il quale compose negli ultimi anni del Millecento la prima summa completa ai 1res Libri del Codice 5. Esponendo le norme giustinianee sul colonato, Rolando si lascia andare un paio di volte a tirate contrarie all'uso vigente a Lucca: s'oppone dapprima sul piano teorico a coloro che permettono la diminuzione della libertà personale per mezzo della sola prescrizione 51; raccomanda poi ai conduttori a 49 La più antica esegesi civilistica intorno al titolo del Codice de agricolis censitis vel colonis (C ) mostra precocemente la preoccupazione di definire il procedimento da seguire per assumere la condizione colonaria: dalle antiche glosse attribuibili alla scuola di Iacopo (metà del XII sec., ed, CONTE, 1res Libri Codicis. La ricomparsa del testo e l'esegesi scolastica prima di Accursio, Frankfurt am Main Ius Commune Sonder- hefte 46, 160, B3), alle distinctiones di Alberico (SECKEL, Distinctiones glossatorum... [1911], ed. separata, Graz 1956, 323 e 352 nt. 6), fino alla matura summula di Azzone (su cui per ora cfr. Conte, Coloni e manentes tra servitù e libertà. Spunti canonistici, cit., par. 6), i civilisti ripetono che sono necessari due elementi perché possa dirsi valida la riduzione allo status di colono. Col risultato di considerare invalide più o meno tutte le situazioni di dipendenza operanti per sola consuetudine. La ripresa di dimenticate categorie personali giustinianee fu insomma funzionale alla difesa dei contadini, non al loro asservimento. 50 Oltre alla letteratura citata da P. WEIMAR, Die juristische Literatur der Glossatoren- zeit, in Handbuch der Quellen und Literatur der neueren Européiischen Privatrechtsge- schichte, I, , , cfr. per l'enigmatica figura del giudice Rolando E. CORTESE, Scienza di giudici e scienza di professori tra XII e XIII secolo, in Legge, giudici, giuristi (convegno Cagliari 1981), Milano 1982,92-148, Della Summa 1rium Librorum di Rolando sono editi alcuni titoli (da C.l1.41 a C. Il.62), a corredo dell'incompleta opera di Piacentino e Pillio, nelle stampe della Summa Codicis di Azzone. Negli incunaboli e nelle cinquecentine che ho consultato il testo è però così scorretto da risultare incomprensibile. Qui e nelle note seguenti riporto il testo tradito dai mss. BAV Ros. 716, foll. 206ra-208ra, Sankt Florian, Stiftsbibl., XI 569, foll. 286r- 287v, Madrid, BN, 1876, foll. 91rb-91vb. -C de agricolis et censitis:«<46> Non enim sufficit annuis functionibus seruire nisi debite condictionis inesset, ut C. in quibus casis colonis censi., l. ii. (C ). <47> Vnde pactum a principio super collonaria condictione intercessisse uidetur, quasi non sufficeret habitare nisi ex debito condictionis statute. <48> Sola enim temporis longinquitate non conuenit mutilari libertatis iura, ut supra, de prescr. que pro liber., l. ult. (C ),.. it; :,; ;c. ;,C 7:j:t,;;, :;;ii::;::;:j':,:,:,:".,:. Ifl 332 E. Conte file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (18 di 26) [01/03/ ]

19 LWF0006 lungo termine di terre altrui di guardarsi dal pericolo d'esser dichiarati coloni del concedente 52; indirizza infine ai nobili un minaccioso consiglio: rispettino i diritti dei contadini, se non vogliono che i giudici cittadini siano prevenuti nei loro confronti 53. Rolando da Lucca, che aveva interessi anche nel territorio di Pisa54, interpretava le stesse esigenze che stavano all'origine della più antica disposizione statutaria italiana contraria all'asservimento per prescrizione, la bellissima constitutio contenuta nel Costitutum usus pisano55, che distingueva molto netta- mente il lavoratore della terra altrui dal rustico dipendente, designato 52.1d., in C in quibus causis coloni censiti dominos accusarepossint:,,<54> Illud autem, quod frequenter in Tusia fit, conducere iure perpetuo, ut habeat ius in re tamquam superficiarius uel emphyteotecarius, siue inueniat ibi domum nel construat eam, <55> puto commendandum ut iam colonaria condictione non sit ipse nel eius post <eritas> artandi". 53 Id., ad C.11.48:" <259> Set heu heu exulat predicta lex (C. Il aut C ) que precipit colonum ultra solitum non debere grauari, eo quod a potentibus hospicium requiemue querit, <260> et cum non inueniat dicit:..utinam non forem, quia potentes cohercere non ualeo!", <261> siquidem modernis temporibus colonorum conditio ultra quam dici possit <grauatur>, curo sit effecta grauissima. <262> Fatigantur enim et opprimuntur eorum corpora [qua] et parsymoniam, et sic ne quis re sua male utatur (lnst ) frangitur regulam; <263> et ista lege ludibrio deputata, iudices super tali conditione pronunciare dubitantes absolutionis uiam, ideo cogitantur quod eos seruituti subiugare si contra eos proferre oppinantur pro mores, pro dominis si legi presenti obedirent. <264> Si ergo uelint iudices beneuolos habere et sic contra colonos optinere, ut ultra solitum et antiquum censuro eos non inquietent Rolandus Lucensis suis dominis ingerit consilium". 54 Ms. BAV,Ross. 716, fai. 209va; rubrica de censibus et censitoribus, C.11.58: "...licet enim ego R. Lucanus in Pysano foro possdeam, tunc non Luce que est mea patria, sed Pisis ubi fundum possideo, ibi censuro deferre [deferre] debeo". 55 Non è facile dire se al momento della composizione della summa di Rolando ( ) la costituzione Bellissima fosse già stata emanata: la secolare disputa sulla datazione dei Costituta legis e usus ha preso in considerazione soltanto la datazione delle raccolte, trascurando il problema della data delle singole norme in esse contenute. Si può soltanto osservare qui che il manoscritto Vaticano Vat. lat. 6385, che tramanda il constitutum usus in una vecchia versione aggiornata al 1248 da una mano più recente, i due capoversi che costituiscono la costo Bellissima sono redatti dalla mano più antica. Ciò non significa che la norma vada automaticamente riportata indietro fino al 1161, quando per la prima volta le consuetudini pisane vennero redatte per iscritto; ma incoraggia a sospingere la disposizione più indietro del 1233, data della versione edita da F. BONAINI, Statuti inediti della città di Pisa dal XII al XIV secolo, del , in tre volumi, vol. 2 (1870), , 952 (ed. anche a parte, F. BONAINI, Constituta legis et usus Pisanae civitatis, Florentiae 1870). Sulla datazione si può vedere il riepilogo della discussione in L. FERRETTI, Appunti sulla genesi dei Costituii pisani, Pisa 1929, con traduzione dell'art. di A. SCHAUBE, Per la genesi del Constitutum Usus pisano, apparso nella Zeitschrift fiir das gesammte Handelsrecht, Per Schaube il manoscritto vaticano 6385, non utilizzato dal Bonaini, rappresenta il più autorevole testimone del testo. ;;;.., "\' 'é" ;: 1 ;. h; ti-...,,- I ;,;..,.,- file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (19 di 26) [01/03/ ]

20 LWF0006 La ribellione al sistema signorile 333 già col termine romano di ascripticius56, e garantiva la libertà personale del libero concessionario del fondo altrui, al quale non potevano esser richiesti servizi dopo la cessazione del rapporto di concessione. Il giudice cittadino invaghito del diritto romano, orgoglioso rappre- sentante di una nuova cultura laica, dà voce in questo caso alle stesse istanze sociali e politiche che stavano per sfociare in tutta Italia nella legislazione cittadina. Qualche decennio più tardi la polemica dei civilisti contro le consue- tudini che permettevano l'asservimento ex tempore divenne esplicita anche a Bologna dove, al contrario di Pisa, lo statuto cittadino codificava esplicitamente la regola consuetudinaria. Rompendo il tradizionale atteggiamento di chiusura delle opere scientifiche nei confronti della legislazione comunale i due maggiori maestri del primo Duecento; Azzone e Ugolino, citano il testo statutario parola per parola per risc()ntrare in esso un'iniquità insopportabile: esso attribuisce al tempo la forza di ridurre l'uomo libero in condizione di manens, compromet- tendo la libertà personale e creando un rapporto obbligatorio perpetuo indipendentemente dalla volontà dell'obbligato 57. Il diritto romano insegna invece da una parte che la condizione di colono ascrittizio può acquisirsi soltanto per il concorso di due cause, una sola delle quali può essere costituita dal decorso di trent'anni; dall'altra esclude categorica- mente che il trascorrere del tempo possa dar vita a un:'obbligazione: quia tempus non est modus tollendae vel inducendae obligationis. Lentamente l'assemblea comunale adeguò il testo statutario, fino a renderlo sostanzialmente conforme a quanto insegnavano i professori del diritto romano 58. Erano dunque gli organismi legislativi a seguire la 56 «Rubo 42, de natis uellongo tempore habitantibus in terra aliena, que est in ciuitate uel eius burgis, pro manentia non inquietandis: Bellissima presenti hac constitutione ordinamus, ut si quis habitet vel natus fuerit in civitate vel eius burgis in terra alicuius, a domino terre vel ab aliquo ius in terra habente, quantocumque tempore ibi habitaverit, in ea terra manere non cogaturo Insuper dicimus ut si terram dimiserit, aliquod servitium inde facere non teneatur, nisi ascripticius fuerit; tunc secundum ascriptionem a seipso factam teneaturo Ascripticiorum autem filii vel fili e minime impedianturo -Nostra civili constitutione firmamus ut si quis in civitate Pisana cum sua massaritia supra se et non cum domino per annos decem ut civis habitaverit, nulla colonaria vel ascripticia vel alia simili condictione ab aliquo opprimatur, nec ullo modo inquietetur, predicta prescriptione contra minorem xx. annis minime currente». 57 Gli attacchi di Azzone e Ugolino allo statuto bolognese sono riportati e commentati in E. CONTE, 7res Libri Codicis, cito, S Un confronto tra la norma risalente al 1250 ed. FRATI, Statuti di Bologna dall'anno 1245 all'anno 1267, I, Bologna 1869, , e il testo anteriore di una ventina d'anni riportato nell'apparato ai 1res Libri di Ugolino (edo CONTE, 7res Libri, cit., 201, gl. B247) ì. I :,c;.;:;:; ".", :'" $;,;ittj;g ;fd::.:"..::;i.;-,;:;: 334 E. Conte via indicata dai giuristi: che si rivelano in questo caso, per una volta, interpreti del bisogno di rinnovamento della file:///c /DOCUME1/ADMINI1/IMPOST1/Temp/LWF0006.htm (20 di 26) [01/03/ ]

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