Capitolo IV. Il dolore nella sperimentazione. a imporli, giustificandone l inevitabilità.

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1 Capitolo IV Il dolore nella sperimentazione Il conflitto generato dalla pratica sperimentale tra l interesse del ricercatore impegnato nel raggiungimento del suo obiettivo e quello dell animale coinvolto a mantenersi in condizioni di benessere raggiunge il suo culmine critico nel mo - mento in cui quest ultimo inizia a subire un danno. Su tale aspetto si concentra la tutela giuridica vigente, che chiede di evitare i costi per gli animali in termini di dolore, sofferenza o distress e, qualora ciò non fosse possibile, di ottenere un autorizzazione a imporli, giustificandone l inevitabilità. Gli adempimenti richiesti sono commisurati all entità di tali conseguenze, valutata anche in rapporto al beneficio atteso in termini di risultati utili, e alla relativa necessità di procurarle ai medesimi fini. L applicazione delle condizioni per l esecuzione della sperimentazione animale di cui al DLgs n. 116/1992 implica la determinazione di una scala di intensità di dolore, sofferenza o angoscia eventualmente causati, che abbia almeno tre livelli: Il dolore nella sperimentazione 53

2 livello soglia, al di sotto del quale si possa certificare l assenza di disagio, identificato in dolore sopportabile o, comunque, di breve durata; dolore intenso, che, patito a mente sana, può arrivare a provocare estrema sofferenza; dolore intollerabile e durevole, quale quello conseguente alla necessità di mantenere l animale in condizioni di deficit funzionale, a seguito di interventi chirurgici o amputazioni. In realtà, una simile classificazione deve essere considerata solo sommaria. Sono, infatti, molteplici le gradazioni intermedie di intensità rilevabili e da va - lutare caso per caso. È importante considerare, in proposito, che il dolore non è solo sensoriale, ma possiede anche una componente cognitiva, da cui dipende la complessa e multiforme estrinsecazione comportamentale reattiva, propria di ciascun individuo. Difficile poi differenziare il dolore dalla sofferenza o dalla angoscia. Di per sé, la distinzione potrebbe non essere considerata determinante ai fini applicativi della norma, in quanto il legislatore ha equiparato il comportamento giuridico da adottare in presenza di una delle tre condizioni, considerando, di fatto, tali termini come sinonimi. Ma la caratterizzazione delle diverse configurazioni che può assumere il malessere patito da un soggetto senziente diviene, in realtà, fondamentale nel momento in cui queste devono essere riconosciute e valutate correttamente. Anche con lo scopo di ridurne, possibilmente, i motivi di insorgenza e l impatto negativo. Nel caso della sperimentazione, giustificazioni concorrenti a tale obiettivo possono essere sia di matrice etica (riconoscimento agli animali dell interesse a non patire inutilmente) che più squisitamente tecnico-scientifica (eliminazione dalla ricerca di variabili indesiderate). In aggiunta, è necessario considerare come il coinvolgimento di animali nei percorsi scientifici non sia più solo un affare di laboratorio. La crescente informazione pubblica, che lo stesso legislatore promuove, ma che in gran parte si deve anche agli attivisti che contrastano tale pratica, ha ormai creato nella società maggiori consapevolezze sul significato dell impiego di animali nella ricerca. L aspettativa che questa possa dimostrarsi rispettosa è, dunque, sempre più radicata nel tessuto sociale. La responsabilità ineludibile. Molte sono le figure professionali coinvolte: direttori degli istituti di ricerca e ricercatori, ma anche veterinari, operatori di stabulario e laboratorio, comitati di animal care and use. Professionisti chiamati, pur a vario titolo, a occuparsi del complesso di aspetti scientifici, ma anche etici e normativi, che concorrono nel loro ambito di lavoro. A ognuno si chiede di non sottovalutare l acquisizione che gli animali sono esseri senzienti, conformando il proprio comportamento alla responsabilità in tal senso. Dolore, sofferenza, angoscia La ricerca di una definizione univoca e universalmente condivisa del concetto di dolore è complessa e probabilmente de - stinata a non avere successo. Dolore è, infatti, una delle parole che possono modificare il proprio significato in base al contesto cui sono riferite (no - nostante, in quanto vocabolo, ne esistano delle definizioni lessicali specifiche). 54 Il Diritto degli animali da esperimento

3 Di base, il dolore è un meccanismo protettivo dell individuo, che ne garantisce la salvaguardia. Grazie alla sollecitazione dolorifica, esso mette in atto meccanismi di difesa utili alla propria sopravvivenza. Il dolore può manifestarsi in numerose forme diverse, anche legate al livello di percezione soggettiva. In tal senso, il concetto di dolore as - somma all accezione medico-scientifica quella etico-filosofica connessa alla valutazione di cause e conseguenze del coinvolgimento anche psicologico che ne deriva. Ciò rende ancora più complesso ogni tentativo di identificare un contenuto terminologico univoco. È comunque fondamentale riuscire ad addentrarsi nella conoscenza di tale stato psico-fisico, al fine non solo di poterlo riconoscere e identificare in modo appropriato, ma anche di differenziarlo per livelli di entità. In sostanza, definirlo e caratterizzarlo da un punto di vista qualiquantitativo per poter impostare l approccio gestionale più corretto, razionale ed efficace. Molti Autori hanno, nel tempo, proposto la loro definizione di dolore. Analizzandone alcune, si può evincere come ognuna, in realtà, descriva seppure con parole diverse una situazione fisica e mentale dissociata dal completo benessere soggettivo, focalizzandone in particolare la componente di conoscenza diretta provata dall individuo colpito. Ad esempio: 1) dolore è un esperienza sensitiva ed emotiva spiacevole, che può derivare dall alterazione anatomico-funzionale di un organo (ad esempio, a causa di un trauma o di una infiammazione) o da evento che coinvolge la psiche (En - ciclopedia Encarta, 2008); 2) dolore è un esperienza sensoriale ed emotiva sgradevole, associata a effettivo o potenziale danno ai tessuti (IASP, 1979); 3) dolore è una sensazione spiacevole per effetto di un male corporeo (dizionario italiano Encarta, 2008); 4) dolore è un esperienza sensoriale spiacevole, causata da un effettivo o potenziale danno, accompagnata da reazioni somatiche e viscerali, che determina modifiche del comportamento, incluso quello sociale che possono essere specifiche per ciascun individuo animale; 5) dolore negli animali è un esperienza sensoriale spiacevole, che provoca azioni motorie protettive; risulta in attività apprese di evitamento e può modificare tratti specie-specifici del comportamento, incluso quello sociale (Zimmermann, 1986). Del dolore si coglie dunque, in particolare, la dimensione esperienziale e percettiva, che riconduce alla funzionalità cerebrale corticale e, quindi, alla coscienza. È noto, infatti, che la sensazione dolorifica, accanto a quelle sensoriale (nocicettiva) ed emotiva-emozionale (connessa alle reazioni del sistema nervoso autonomo) possiede una componente cognitiva, che consente all animale di avvertire lo stimolo dolorifico, comprendere la percezione che ne deriva e collegarla a precedenti esperienze o subire un processo di condizionamento. Così la coscienza diviene consapevolezza, occhio interno sul proprio stato; capacità cruciale per distinguere benessere e malessere. Mentre il peso di esperienza e condizionamenti rende il dolore una questione soggettiva, spiegando per ché sia così difficile da valutare scientificamente e perché, in pratica non se ne riesca a sapere sempre tutto. Il dolore nella sperimentazione 55

4 Gli animali soffrono di meno (o sopportano di più)? In molti casi è evidente la predisposizione degli animali a tollerare il dolore. O, comunque, a non manifestarlo nello stesso modo in cui lo farebbe un uomo. Essi, infatti, rimangono spesso stoicamente tranquilli, apparentemente indifferenti. In realtà, anche tale atteggiamento è una reazione: l espressione di un atavica predisposizione a nascondere uno stato di debolezza e vulnerabilità, alla presenza di altre specie potenzialmente predatrici (uomo compreso) oppure ai conspecifici, in difesa della posizione gerarchica rivestita. Sarebbe, dunque, un errore aspettarsi in ogni caso chiari segni patognomonici del dolore, magari simili a quelli manifestati dall uomo, come vocalizzazioni alte e insistenti. Sono molti gli esempi che si potrebbero fare di comportamenti spontanei opposti all atteso, dietro ai quali si celano lesioni anche molto gravi. Gatti che fuggono via dal luogo in cui hanno subito un incidente, pur avendo il bacino fratturato; cani che continuano a lottare fra loro, sopportando traumi e lacerazioni ai tessuti del muso o degli arti. La medesima scelta di ignorare inizialmente il dolore, peraltro, è stata osservata anche nell uomo, che la applicherebbe in circostanze di particolare emergenza (ferite in battaglia, incidenti). Come se ci fossero altre priorità (scappare, difendersi, trovarsi un riparo): cominciamo a sopravvivere, a soffrire si penserà dopo. Tale riflessione su modalità e capacità di elaborare istintivamente uno stimolo dolorifico, modulando la risposta in base alla contingenza, può essere valida anche per l animale da esperimento? Seppure immediata e apparentemente inconscia, una reazione simile presuppone una rapidissima, razionale valutazione di fatti, al fine di porre in atto il comportamento più favorevole ad affrontare (e possibilmente superare) la criticità. È indubbio che molto dipende dagli elementi a disposizione e dal patrimonio d esperienza al vaglio del quale poterli passare. Questa considerazione, peraltro, a lun - go ha alimentato l errata convinzione (ba - sata sull errore epistemologico per cui ciò che non può essere analizzato semplicemente non esiste) che gli animali non abbiano capacità sensoriali e percettive. Per fortuna, tale equivoco è stato or - mai superato e l animale come essere senziente, capace di vivere (e ricordare) esperienze positive e negative, è da almeno mezzo secolo argomento di interesse e studio approfondito. Il dolore viene trattato non solo nella pratica medica sull uomo, ma anche in veterinaria. La valutazione del sentito umano e non umano conferma l inesistenza di differenze fondamentali. Casomai, potrà essere necessario un diverso approccio allo stesso, basato su altri metodi di osservazione, anche concorrenti, con particolare riguardo all analisi delle evidenze (evidence based assessment). Come, peraltro, si richiede anche per l uomo, nei casi in cui anch egli non sia in condizioni di descrivere a parole l esperienza cosciente della percezione del dolore. Ma un esistenza può essere tale anche se vissuta in stabulario, con la socialità condizionata dalle pareti di una gabbia e i 56 Il Diritto degli animali da esperimento

5 bioritmi scanditi da giorni e notti artificiali. Per gli animali cui tocca, saranno quelli i parametri di riferimento su cui misurare lo svantaggio di un eventuale modificazione o l incidenza di un insulto. Un insieme ridimensionato, dunque, ma forse, paradossalmente, proprio in quanto tale anche più facile da sconvolgere (e con meno vie di fuga dalla pur unica specie predatrice ). Una pari complessità sottende al concetto di sofferenza. Distinta dal dolore, essa è identificata nel patimento fisico e psicologico che consegue al dolore, attinente alla multidimensionalità dei problemi che ne derivano. La concorrenza dei fattori fisici, psicologici ed emozionali che compongono una situazione sfavorevole per l organismo e ne provocano una condizione di malessere prolungato e costante. Sfocia in sofferenza l elaborazione del meccanismo protettivo del dolore. È sofferenza, ad esempio, quella che affligge il malato in fase avanzata o terminale di malattia (definizione di Dame Cicely Saunders). Appare più difficile, invece, definire e circoscrivere lo stato di angoscia. Ancora di più valutarne la graduazione in soglie di intensità. A differenza dei precedenti concetti, connessi a sensazioni primariamente fisiche, l angoscia è equiparabile piuttosto a uno stato d ansia, alimentato da paura o preoccupazione, che attiene più alla di - mensione psicologica dell individuo. Uno stato psichico, dunque, ma non scevro da manifestazione fisica, evidenziabile mediante un accertamento di mo - difica delle condizioni fisiologiche e di presenza di sintomatologia clinica alterata (tachicardia, attacchi pseudo-anginosi, collassi, dispnea, intensa sudorazione). La stessa che può conseguire anche alla sofferenza, i cui effetti negativi possono ugualmente ripercuotersi sulla salute dell individuo, alterandone le funzioni organiche. Si ritiene che, in alcuni casi, l ansia possa essere indotta dall attesa di un dolore, con l effetto di intensificarne l esperienza. L introduzione del termine angoscia viene fatta risalire al filosofo danese Kier - kegaard ( ) che nel 1844 pub - blicò uno scritto intitolato appunto Il concetto dell angoscia, nel quale descriveva tale stato come il sentimento di timore che prova l uomo di fronte alla propria esistenza come possibilità indeterminata, in cui si cela il nulla, con l alternativa della morte. In seguito, il concetto fu ripreso nella psicoanalisi e occupò un posto rilevante nella riflessione di Sigmund Freud ( ). Nel 1926, egli pubblicò l opera Inibizione, sintomo e angoscia, nella quale osservava che l angoscia è il problema cruciale della nevrosi e ne teorizzava un origine biologica; l organismo umano avrebbe avuto, cioè, la capacità innata di reagire attraverso l angoscia. Nel l uomo, come negli animali, questa capacità è al servizio della sopravvivenza. Si produrrebbe angoscia quando si percepisce una situazione di pericolo o anche per anticiparla (segnale d angoscia). Merita, inoltre, di essere definito, seppure il decreto non lo citi direttamente tra le conseguenze che rendono esperimento una procedura scientifica, anche il concetto di stress. Lo stress, infatti, rappresenta un altro motivo rilevante di compromissione del benessere psico-fisico di un organismo vivente, in grado di incidere in senso sfavorevole sullo stesso, inducendo altera- Il dolore nella sperimentazione 57

6 zioni nell omeostasi e innescando l attivazione di meccanismi adattativi a contrasto. Il fattore stressante (stressor), che può essere esterno (ambientale o fisico) oppure interno (fisiopatologico o psicologico) agisce provocando alterazioni nelle funzioni neuroendocrine e vegetative, che si riflettono sullo stato mentale e sul comportamento. È interessante osservare come un me - desimo stressor possa causare reazioni di scompenso più o meno intense in soggetti diversi. Ciò deve essere messo in relazione con le differenti capacità di ciascuno di tenere fronte all evento. Le medesime possibilità di adattamento, peraltro, e i conseguenti tentativi di mantenere un equilibrio interno sono ritenuti i meccanismi alla base del be - nessere, in grado di spiegare il significato di molti comportamenti e le relative mo tivazioni. In merito allo stress è, comunque, im - portante sottolineare come non esista una nozione univoca di tale condizione, ma se ne possano classificare almeno tre forme, associate ad altrettante accezioni e correlate a diverse conseguenze: 1) stress fisiologico o eustress: corrisponde alla prima fase in cui l organismo avverte lo stimolo e si prepara a ri - spondervi (a combatterlo o a eluderlo), con una reazione inconscia di adattamento in automatismo; l investimento di risorse è minimo e l adattamento che ne consegue è considerato tipico di un range di normalità; 2) overstress: quando lo stimolo è più intenso e la risposta adattativa evolve in uno sforzo, che richiede un maggiore impiego di energia; permane la condizione di incoscienza del sovraccarico; se la condizione si protrae, può derivarne un danno biologico; 3) distress: quando la spinta all adattamento comporta un sostanziale dispendio di risorse; la fase di resistenza si prolunga e si può ritenere che il soggetto, essendone cosciente, ne avverta il peso e ne soffra; il risentimento biologico si aggrava e l organismo può andare incontro a esaurimento, fino alla morte. Lo stress, dunque, incide sul benessere di un individuo, seppure con effetti che possono essere diametralmente opposti: dall attivazione di meccanismi di difesa con ripristino dell equilibrio alla perdita assoluta del benessere. In merito, il medico canadese Hans Selye ( ), ha descritto la risposta allo stress introducendo il concetto di sindrome generale di adattamento, composta di tre distinte fasi: 1) reazione di allarme, che segue immediatamente la percezione dello stimolo; corrisponde al momento di attivazione del sistema simpatico e della midollare surrenalica; 2) fase di resistenza, che consente all individuo di ripristinare un equilibrio, adattandosi alle condizioni contingenti; 3) fase di esaurimento, che consegue al prolungamento dello stimolo; la risposta coinvolge l asse ipotalamo-ipofisisurrene, con rilascio prolungato di cortisolo e possibili ripercussioni negative, fino all esito infausto; In pratica, l organismo è in grado di reagire alla causa scatenante della condizione di stress con una combinazione di risposte in grado di innescare un sistema protettivo potente, seppure non inesauribile. La prima risposta induce uno stato di allerta (fight or fly); l attivazione del si - stema nervoso vegetativo simpatico pro - 58 Il Diritto degli animali da esperimento

7 duce liberazione di catecolamine, la cui azione sostiene prestazioni da emergenza : maggior afflusso di sangue al cuore e ai distretti muscolari per garantire migliore funzionalità, nonché al cervello per favorire la vigilanza; aumento della glicemia, per sostenere un eventuale richiesta di esercizio fisico più intenso e ancora la funzionalità cerebrale; broncodilatazione per consentire un aumento della ventilazione polmonare; dilatazione pupillare per aumentare la stimolazione luminosa sulla retina; piloerezione. In seguito, la stimolazione dell asse ipotalamo-ipofisi-surrene libera glucocorticoidi, mediatori della seconda fase di risposta; tali molecole svolgono un ruolo fondamentale nell adattamento allo stress di lunga durata. Nel sangue compaiono concentrazioni di cortisolo proporzionali all intensità degli stressors, che determinano la rapida mobilizzazione delle riserve di glicogeno e lipidi, aumentandone la disponibilità per scopi energetici (compresa la sintesi di glucosio per sostenere la funzionalità di muscoli ed encefalo). Il cortisolo favorisce, altresì, l instaurarsi di un regime economico per l adempimento delle funzioni dell organismo, consentendo di tesaurizzare energia: limitando le attività non indispensabili e incanalando le risorse verso i processi di sopravvivenza e adattamento allo stress. Infine, impossibilitato a sottrarvisi per lungo tempo, l organismo non riesce più a far fronte alla causa che ne ha sconvolto l equilibrio, né al sovraccarico di richieste di adattamento per garantire la sua sopravvivenza. Fino al collasso dei meccanismi di controllo. Principali conseguenze: patologie connesse alla iperstimolazione surrenalica (es. ipertensione, diabete, infertilità, alterazioni della me - moria, fino alla inibizione della risposta infiammatoria e della funzione immunitaria). Tipiche anche le anomalie comportamentali: soprattutto stereotipie, ma anche inibizione dell attività cinetica o, per contro, iperattività; movimenti o posture anomali; attività ridirette o di sostituzione. Dai tempi di Ruth Harrison e del suo libro Animal Machine (1964), lo stress e le sue potenziali ripercussioni hanno assunto la maggiore significatività in rapporto al welfare animale, in quanto valutabili in termini di sentience. La questione sollevata, che praticamente impose l istituzione della Commissione Brambell, atteneva alla dimostrazione che il benessere degli animali è la risultante di due variabili: una fisica e una mentale, connessa alla capacità di sentire ovvero tradurre le impressioni ricevute mediante i sensi in altrettante emozioni. Negli anni 80, la pubblicazione di un altro libro, Animal Suffering del comportamentalista M.S. Dawkins, avviò il passaggio dalla considerazione delle sensazioni (feelings) come naturali componenti del welfare al riconoscimento delle stesse quale fattore preponderante nella valutazione del benessere degli animali. Nasceva però, in parallelo, il problema di dimostrare che questi fossero realmente senzienti e in quale misura. Un problema che, per non diventare insormontabile, doveva essere affrontato nella giusta maniera. Per lo stesso motivo, anche in questo testo, si è deciso di trattarlo in un capitolo a parte. Cenni di fisiologia del dolore Il dolore nasce dalla stimolazione e attivazione di recettori specifici (nocicettori) e peculiari percorsi neurali, che consentono la conduzione dell impulso dolorifico Il dolore nella sperimentazione 59

8 al sistema nervoso centrale, ove ha origine la percezione algica. L esperienza dolorifica implica, quindi, il coinvolgimento della corteccia sensoriale coinvolta nella mediazione del dolore, che viene percepito a livello cosciente. Uno stimolo nocicettivo potrebbe, al - tresì, attivare il sistema neurovegetativo e generare riflessi involontari. In ogni caso, da un punto di vista fisiologico, la comparsa di una sintomatologia dolorosa ha una funzione protettiva. Il fattore scatenante, infatti, è di norma potenzialmente dannoso per l organismo. La sua percezione, consentendo di prevedere che ne potrebbe derivare una lesione o di avvertirla già in atto, scatena una risposta, prevalentemente di tipo comportamentale, utile a evitare le conseguenze peggiori. Attraverso l attività neurale generata dai nocicettori e la relativa elaborazione sensoriale, l organismo riceve una serie di informazioni sulla stimolazione dolorosa, al momento della sua insorgenza: sulla localizzazione, l origine e l intensità dell impulso che l ha provocata e, in se - guito, sulla durata (capacità discriminativo-sensoriale); l elaborazione coinvolge, inoltre, una componente emozionalemotivazionale, che, tra tutti i sistemi sensoriali dell organismo, trae attivazione in particolare proprio da quello nocicettivo. La stimolazione dei recettori dolorifici non si risolve sempre in un dolore. A tal fine, infatti, essi devono rilevare un se - gnale di intensità sufficiente ad attivarli, fino alla percezione algica. Tale livello di intensità è definito soglia nocicettiva e, in considerazione della funzione protettiva che si riconosce al dolore, lo si può individuare come il limite massimo di sopportazione oltre il quale l organismo sente di doversi difendere da un attacco incipiente. In merito, è giusto ricordare che esiste anche una cosiddetta soglia di tolleranza al dolore, di elevata variabilità individuale e di specie. Significa che, in dipendenza da fattori particolari, quali lo stato motivazionale contingente, il tipo di stressor incidente, il patrimonio culturale e di esperienze soggettive, l intensità dello stimolo necessaria a innescare l algia può elevarsi o ridursi rispetto alla media della popolazione omogenea. La classificazione del dolore può avvenire in base al distretto dell organismo in cui si localizza oppure in base alle modalità di insorgenza e alla durata dell azione. Nel primo caso, si distinguono: dolore somatico, a sua volta suddiviso in superficiale (a carico di cute e tessuti sottocutanei) e profondo (colpisce muscolatura scheletrica, articolazioni, tendini, ossa); dolore viscerale, originato dalla stimolazione di recettori situati in organi e apparati interni; dolore riferito, tipico delle amputazioni e delle patologie renali e cardiache. Nel secondo caso, si parla di: dolore acuto, che compare improvvisamente, con un momento di inizio ben definito; ha una durata relativamente breve ed è normalmente associato a segni obiettivi di attivazione del sistema nervoso autonomo (tachicardia, tachipnea, ipertensione, mi - driasi, pallore); suscita spesso il ri - fles so di evitamento o atteggiamenti patognomonici; dolore acuto ricorrente, che tende a prolungarsi, con rinnovati accessi susseguenti; dolore cronico, caratterizzato da in - sorgenza graduale e persistenza nel tempo (generalmente un dolore si 60 Il Diritto degli animali da esperimento

9 definisce cronico quando si protrae per oltre 6 mesi); può associarsi ad alterazioni emozionali quali depressione, irritabilità, disturbi dell appetito o del sonno. In definitiva, esiste un dolore, in genere di insorgenza rapida e natura transitoria, che fisiologicamente completa le funzioni sensoriali dell organismo, costituendo un sistema protettivo finalizzato a prevenire o minimizzare eventuali danni tessutali ed evitando che un processo morboso o altro agente nocivo possa seguire, estendendolo, il proprio corso pregiudizievole. Tale dolore diviene patologico quando si instaurano il danno e il conseguente processo infiammatorio (dolore acuto); anche in questo stadio se ne riconosce, almeno inizialmente, un valore conservativo: incoraggia l immobilità, il risparmio della parte colpita, facilitando in tal modo la guarigione, e induce una forma di apprendimento utile a evitare futuri contatti con lo stimolo pericoloso (dolore adattativo). In caso non si intervenisse a trattarlo, esso evolverebbe in dolore maladattativo, caratterizzato da una sensibilizzazione crescente, fino a divenire dolore cronico, protratto tanto da rendere irriconoscibile una correlazione spazio-temporale con l insulto iniziale che l ha causato. Il dolore cronico è legato a modificazioni a carico del sistema nervoso sia centrale che autonomo. Consegue a danneggiamenti tessutali estesi e cospicui (da traumi im - portanti, interventi chirugici invasivi, infezioni, neoplasie, neuropatie, ecc.). Nella sua forma maladattativa, il dolore non riveste funzioni biologiche, ma produce conseguenze debilitanti e un impatto significativo sulla qualità di vita dell animale. Cause di dolore, sofferenza o angoscia negli animali da esperimento Per gli animali da laboratorio, motivi di insorgenza di condizioni di disagio psicofisico sono legate al relativo destino sperimentale. Ciò significa, per quelli prodotti in origine per le finalità della ricerca, alla nascita in uno stabilimento allevatore, per gli altri, all ingresso nello stabilimento utilizzatore. Per tutti, contano, comunque, le modalità di arrivo in stabulario, le condizioni di mantenimento e trattamento all interno dello stesso e, soprattutto, il tipo di procedura sperimentale a cui saranno sottoposti. È importante sottolineare come, nell analisi delle cause di malessere, sia indispensabile conoscere il punto critico di passaggio tra la condizione di stress fisiologico, cui l individuo è in grado di adattarsi rapidamente ripristinando il proprio equilibrio, e quella di distress, che prolunga la fase di resistenza e rischia di esau - rirne le risorse. Trasporto Per tutti gli animali, gli spostamenti sono motivo di stress. In merito, il legislatore ha definito mo - dalità e limiti per il trasporto, al fine di alleviarlo, per quanto possibile (DLgs n. 116/1992, allegato II, punto 3.3). Tra gli elementi di un viaggio che possono costituire importanti fonti di di - stress, si annoverano: la durata, le gabbie e le modalità di contenimento, le modalità di approvvigionamento di cibo e ac - qua, l incidenza di elementi di disturbo (rumori, odori, ecc.). È interessante notare come nel testo dell allegato si usino termini come im- ballo o colli, che richiamano più pro- Il dolore nella sperimentazione 61

10 priamente la spedizione di merce che non lo spostamento di esseri viventi. Peraltro, il decreto disciplina fattori quali: condizioni di salute e fisiologiche degli animali al momento della partenza (stati patologici, età neonatale o condizioni di avanzata gravidanza non sono ritenuti compatibili con un trasporto); cura del microclima e della temperatura all interno del mezzo; puntualità; riduzione al minimo dei tempi di permanenza nei container. Ambiente Secondo la storica definizione di Broom (1986), lo stato di benessere di un soggetto dipende dai tentativi che è costretto a fare per adattarsi al suo ambiente e trovare un equilibrio con esso. Condizioni di temperatura, illuminazione, umidità relativa, polverosità, ru - mori (anche insospettabili, come gli ultrasuoni prodotti dallo scorrere dell acqua) costituiscono potenziali fonti di distress negli animali. È importante, dunque, che contesti ambientali artificiali e ristretti come quelli di un laboratorio di ricerca assicurino un clima confortevole in relazione alle esigenze degli animali ospitati. Allo sco - po, queste ultime devono essere ben note alle figure professionali che vi operano, al fine di evitare errori. A titolo di esempio, si riporta quanto osservato a carico di topi stabulati accanto a ratti: essendo i secondi predatori naturali dei primi, anche la semplice vicinanza delle gabbie che li contengono è sufficiente a creare stati di ansia e nervosismo, tali da ingenerare distress estrinsecato in deviazioni del comportamento. Per questi animali, la sola separazione visiva non basta a evitare un contatto. È noto, infatti, come nei roditori il senso dell udito e quello dell olfatto siano più sviluppati rispetto alla vista, che risulta, invece, un elemento complementare del sensorio; topi e ratti sono in grado, pertanto, di trasmettere messaggi di tipo uditivo (compresi gli ultrasuoni) e olfattivo, mediante i quali riescono a comunicare tra gabbie, pur senza vedersi direttamente. I primati non umani, invece, che in natura vivono in contesti ambientali complessi, sui quali imparano a esercitare un controllo, compiendo costantemente delle scelte in autonomia, possono trarre motivi di distress dal contenimento in gabbie strette o prive di arricchimenti, che ne limitino il repertorio comportamentale con ripercussioni sull equilibrio psico-fisico. Ogni specie, in base alle rispettive ca - ratteristiche etologiche e di socialità, po - trà, quindi, trarre diversi motivi di di sagio dall ambiente in cui viene forzatamente inserita. Per questo, fattori come i materiali e le modalità di costruzione delle gabbie, la cura nella manutenzione delle stesse, la stabulazione di gruppo o, al contrario, individuale, sono potenziali cause di im - patto sul benessere degli animali. L esposizione ad alti livelli di ammoniaca che deriva da ritardi nella rimozione delle deiezioni, ad esempio, costituisce di per sé un fattore stressante. Ma al contempo, le stesse operazioni di pulizia possono creare disturbo; senza contare che, per alcuni animali che si esprimono marcando il proprio territorio, un eccesso di igiene equivale a perdere preziosi riferimenti ed essere causa di conflitti (lotte tra maschi mantenuti in gruppi). Oltre alle caratteristiche delle aree funzionali, poi, conta molto il tipo di rapporto instaurato dagli operatori con gli animali da laboratorio: il tempo di contatto e la qualità dello stesso. 62 Il Diritto degli animali da esperimento

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