Sonetto XXXV, Solo et pensoso i piú deserti campi

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1 CONCORSO DI SCRITTURA CREATIVA SEZIONE DI RISCRITTURA DI UNO DEI SEGUENTI DIECI TESTI 1. CECCO ANGIOLIERI S'i' fosse foco, arderei 'l mondo; S'i' fosse foco, arderei 'l mondo; s'i' fosse vento, lo tempestarei; s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo; s'i' fosse papa, allor serei giocondo, ché tutti cristïani imbrigarei; s'i' fosse 'mperator, ben lo farei: a tutti tagliarei lo capo a tondo. S'i' fosse morte, andarei a mi' padre; s'i' fosse vita, non starei con lui: similemente faria da mi' madre, S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le zo[p]pe e vecchie lasserei altrui. I CINQUE TESTI IN VERSI 2. FRANCESCO PETRARCA, CANZONIERE Sonetto XXXV, Solo et pensoso i piú deserti campi Solo et pensoso i piú deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l'arena stampi.

2 Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d'alegrezza spenti di fuor si legge com'io dentro avampi: sì ch'io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch'é celata altrui. Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so ch' Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui. 3. UGO FOSCOLO Né più mai toccherò le sacre sponde ( A Zacinto ) Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell'onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l'inclito verso di colui che l'acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura.

3 4. GIACOMO LEOPARDI, CANTI A se stesso Or poserai per sempre, stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. Posa per sempre. Assai palpitasti. Non val cosa nessuna i moti tuoi, nè di sospiri è degna la terra. Amaro e noia la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo T'acqueta omai. Dispera l'ultima volta. Al gener nostro il fato non donò che il morire. Omai disprezza te, la natura, il brutto poter che, ascoso, a comun danno impera e l'infinita vanità del tutto 5. EUGENIO MONTALE, OSSI DI SEPPIA Meriggiare pallido e assorto Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch ora si rompono ed ora s intrecciano a sommo di minuscole biche.

4 Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia I CINQUE TESTI IN PROSA 1. UGO FOSCOLO, ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS Da' colli Euganei, 11 Ottobre 1797 Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch'io per salvarmi da chi m'opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl'italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da' pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de' miei padri.

5 2. ALESSANDRO MANZONI, I PROMESSI SPOSI Cap. VIII, Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l aspetto de' suoi più familiari; torrenti- de' quali si distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco/ a' suoi monti. Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi/ aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e n'è sbalzato lontano da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que' monti per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore/ Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato/ e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

6 3. GIACOMO LEOPARDI, OPERETTE MORALI Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere Vend. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Pass. Almanacchi per l'anno nuovo? Vend. Sì signore. Pass. Credete che sarà felice quest'anno nuovo? Vend. O illustrissimo, sì, certo. Pass. Come quest'anno passato? Vend. Più più assai. Pass. Come quello di là? Vend. Più più, illustrissimo. Pass. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Vend. Signor no, non mi piacerebbe. Paas. Quanti anni nuovi sono passati dacchè voi vendete almanacchi? Vend. Saranno vent'anni, illustrissimo. Pass. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo? Vend. Io? Non saprei. Pass. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice? Vend. No in verità, illustrissimo. Pass. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero? Vend. Cotesto si sa. Pass. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? Vend. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse. Pass. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? Vend. Cotesto non vorrei. Pass. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita c'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? Vend. Lo credo cotesto. Pass. Nè anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? Vend. Signor no davvero, non tornerei.

7 Pass. Oh che vita vorreste voi dunque? Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senz'altri patti. Pass. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo? Vend. Appunto. Pass. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascono è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Vend. Speriamo. Pass. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete. Vend. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Pass. Ecco trenta soldi. Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. 4. GIOVANNI VERGA, I MALAVOGLIA Cap. I, 1-56 Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla. Le burrasche che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, erano passate senza far gran danno sulla casa del nespolo e sulla barca ammarrata

8 sotto il lavatoio; e padron Ntoni, per spiegare il miracolo, soleva dire, mostrando il pugno chiuso - un pugno che sembrava fatto di legno di noce - Per menare il remo bisogna che le cinque dita s aiutino l un l altro. Diceva pure: - Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo. E la famigliuola di padron Ntoni era realmente disposta come le dita della mano. Prima veniva lui, il dito grosso, che comandava le feste e le quarant ore; poi suo figlio Bastiano, Bastianazzo, perché era grande e grosso quanto il San Cristoforo che c era dipinto sotto l arco della pescheria della città; e così grande e grosso com era filava diritto alla manovra comandata, e non si sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto «soffiati il naso» tanto che s era tolta in moglie la Longa quando gli avevano detto «pigliatela». Poi veniva la Longa, una piccina che badava a tessere, salare le acciughe, e far figliuoli, da buona massaia; infine i nipoti, in ordine di anzianità: Ntoni il maggiore, un bighellone di vent anni, che si buscava tutt ora qualche scappellotto dal nonno, e qualche pedata più giù per rimettere l equilibrio, quando lo scappellotto era stato troppo forte; Luca, «che aveva più giudizio del grande» ripeteva il nonno; Mena (Filomena) soprannominata «Sant Agata» perché stava sempre al telaio, e si suol dire «donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio»; Alessi (Alessio) un moccioso tutto suo nonno colui!; e Lia (Rosalia) ancora né carne né pesce. - Alla domenica, quando entravano in chiesa, l uno dietro l altro, pareva una processione. Padron Ntoni sapeva anche certi motti e proverbi che aveva sentito dagli antichi: «Perché il motto degli antichi mai mentì»: - «Senza pilota barca non cammina» - «Per far da papa bisogna saper far da sagrestano» - oppure - «Fa il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai» - «Contentati di quel che t ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante» ed altre sentenze giudiziose. Ecco perché la casa del nespolo prosperava, e padron Ntoni passava per testa quadra, al punto che a Trezza l avrebbero fatto consigliere comunale, se don Silvestro, il segretario, il quale la sapeva lunga, non avesse predicato che era un codino marcio, un reazionario di quelli che proteggono i Borboni, e che cospirava pel ritorno di Franceschello, onde poter spadroneggiare nel villaggio, come spadroneggiava in casa propria. Padron Ntoni invece non lo conosceva neanche di vista Franceschello, e badava agli affari suoi, e soleva dire: «Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole» perché «chi comanda ha da dar conto».

9 5. ITALO CALVINO, MARCOVALDO Funghi in città II vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d altre terre. Un giorno, sulla striscia d aiola d un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram. Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c era tafano sul dorso d un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza. Così un mattino, aspettando il tram che lo portava alla ditta Sbav dov era uomo di fatica, notò qualcosa d insolito presso la fermata, nella striscia di terra sterile e incrostata che segue l alberatura del viale: in certi punti, al ceppo degli alberi, sembrava si gonfiassero bernoccoli che qua e là s aprivano e lasciavano affiorare tondeggianti corpi sotterranei. Si chinò a legarsi le scarpe e guardò meglio: erano funghi, veri funghi, che stavano spuntando proprio nel cuore della città! A Marcovaldo parve che il mondo grigio e misero che lo circondava diventasse tutt a un tratto generoso di ricchezze nascoste, e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa, oltre la paga oraria del salario contrattuale, la contingenza, gli assegni familiari e il caropane. Al lavoro fu distratto più del solito; pensava che mentre lui era lì a scaricare pacchi e casse, nel buio della terra i funghi silenziosi, lenti, conosciuti solo da lui, maturavano la polpa porosa, assimilavano succhi sotterranei, rompevano la crosta delle zolle. «Basterebbe una notte di pioggia, - si disse, - e già sarebbero da cogliere». E non vedeva l ora di mettere a parte della scoperta sua moglie e i sei figlioli. - Ecco quel che vi dico! - annunciò durante il magro desinare. - Entro la

10 settimana mangeremo funghi! Una bella frittura! V assicuro! - E ai bambini più piccoli, che non sapevano cosa i funghi fossero, spiegò con trasporto la bellezza delle loro molte specie, la delicatezza del loro sapore, e come si doveva cucinarli; e trascinò così nella discussione anche sua moglie Domitilla, che s era mostrata fino a quel momento piuttosto incredula e distratta. - E dove sono questi funghi? - domandarono i bambini. - Dicci dove crescono! - A quella domanda l entusiasmo di Marcovaldo fu frenato da un ragionamento sospettoso: Ecco che io gli spiego il posto, loro vanno a cercarli con una delle solite bande di monelli, si sparge la voce nel quartiere, e i funghi finiscono nelle casseruole altrui! Così, quella scoperta che subito gli aveva riempito il cuore d amore universale, ora gli metteva la smania del possesso, lo circondava di timore geloso e diffidente. - Il posto dei funghi lo so io e io solo, - disse ai figli, - e guai a voi se vi lasciate sfuggire una parola. Il mattino dopo, Marcovaldo, avvicinandosi alla fermata del tram, era pieno d apprensione. Si chinò sull aiola e con sollievo vide i funghi un po cresciuti ma non molto, ancora nascosti quasi del tutto dalla terra. Era così chinato, quando s accorse d aver qualcuno alle spalle. S alzò di scatto e cercò di darsi un aria indifferente. C era uno spazzino che lo stava guardando, appoggiato alla sua scopa. Questo spazzino, nella cui giurisdizione si trovavano i funghi, era un giovane occhialuto e spilungone. Si chiamava Amadigi, e a Marcovaldo era antipatico da tempo, forse per via di quegli occhiali che scrutavano l asfalto delle strade in cerca di ogni traccia naturale da cancellare a colpi di scopa. Era sabato; e Marcovaldo passò la mezza giornata libera girando con aria distratta nei pressi dell aiolà, tenendo d occhio di lontano lo spazzino e i funghi, e facendo il conto di quanto tempo ci voleva a farli crescere. La notte piovve: come i contadini dopo mesi di siccità si svegliano e balzano di gioia al rumore delle prime gocce, così Marcovaldo, unico in tutta la città, si levò a sedere nel letto, chiamò i familiari. È la pioggia, è la pioggia, e respirò l odore di polvere bagnata e muffa fresca che veniva di fuori. All alba - era domenica -, coi bambini, con un cesto preso in prestito, corse subito all aiolà. I funghi c erano, ritti sui loro gambi, coi cappucci alti sulla terra ancora zuppa d acqua. - Evviva! - e si buttarono a raccoglierli. - Babbo! guarda quel signore lì quanti ne ha presi! - disse Michelino, e il padre alzando il capo vide, in piedi accanto a loro, Amadigi anche lui con

11 un cesto pieno di funghi sotto il braccio. - Ah, li raccogliete anche voi? - fece lo spazzino. - Allora sono buoni da mangiare? Io ne ho presi un po ma non sapevo se fidarmi Più in là nel corso ce n è nati di più grossi ancora Bene, adesso che lo so, avverto i miei parenti che sono là a discutere se conviene raccoglierli o lasciarli - e s allontanò di gran passo. Marcovaldo restò senza parola: funghi ancora più grossi, di cui lui non s era accorto, un raccolto mai sperato, che gli veniva portato via così, di sotto il naso. Restò un momento quasi impietrito dall ira, daila rabbia, poi - come talora avviene - il tracollo di quelie passioni individuali si trasformò in uno slancio generoso. A quell ora, molta gente stava aspettando il tram, con l ombrello appeso al braccio, perché il tempo restava umido e incerto. - Ehi, voialtri! Volete farvi un fritto di funghi questa sera? - gridò Marcovaldo alla gente assiepata alla fermata. - Sono cresciuti i funghi qui nel corso! Venite con me! Ce n è per tutti! - e si mise alle calcagna di Amadigi, seguito da un codazzo di persone. Trovarono ancora funghi per tutti e, in mancanza di cesti, li misero negli ombrelli aperti. Qualcuno disse: - Sarebbe bello fare un pranzo tutti insieme! - Invece ognuno prese i suoi funghi e andò a casa propria. Ma si rividero presto, anzi la stessa sera, nella medesima corsia dell ospedale, dopo la lavatura gastrica che li aveva tutti salvati dall avvelenamento: non grave, perché la quantità di funghi mangiati da ciascuno era assai poca. Marcovaldo e Amadigi avevano i letti vicini e si guardavano in cagnesco.

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