Notiziario settimanale n. 445 del 30/08/2013

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1 Notiziario settimanale n. 445 del 30/08/2013 versione stampa Questa versione stampabile del notiziario settimanale contiene, in forma integrale, gli articoli più significativi pubblicati nella versione on-line, che è consultabile sul sito dell'accademia Apuana della Pace con le forze interne del paese. Gli interventi militari rendono solo più complicate le relazioni tra stati, come proprio i Balcani e le recenti guerre in Irak e Afghanistan, testimoniano. Per tutto questo diciamo NO alla volontà di intervenire direttamente in Siria, consapevoli che questo intervento non solo non sarà risolutivo delle contraddizioni di quel paese, contraddizioni che caratterizzano anche molte anime dell'opposizione, ma che renderà ancora più precaria la situazione della zona, rischiando di essere il preludio ad un altro attacco, quello all'iran, proprio in un momento in cui in questo paese, a fatica, stanno emergendo forze moderate. AAdP link: Evidenza Indice generale NO ad una nuova guerra! (di AAdP)... 1 Sveglia! - NO alla guerra (di Flavio Lotti)... 1 Siria, la forza politica della nonviolenza (di Sergio Paronetto)... 2 Siria, "i pacifisti hanno perso la capacità di mobilitare le persone" (di Flavio Lotti)... 2 Ma perché tanto zelo per gli aerei da guerra, sig. Presidente Giorgio Napolitano? (di Tavola della Pace e della Cooperazione di Pontedera)... 2 La storia viene scritta anche dai guerrieri : Sivia Truzzi intervista Anna Bravo (di Silvia truzzi, Anna Bravo)... 3 Riflessione sull'articolo di Marco Rovelli: anarchia come scelta vincente (di Massimo Michelucci)... 4 Se non ora, mai più (di Marco Rovelli)... 4 Partiti o comitati elettorali? (di Rossana Rossanda)... 5 A Trento il Servizio Civile Universale è realtà (di Vita.it)... 5 Risignificazione di femminicidio. Dall illusione del possedere alla difficile arte del condividere (di Gianfranco Bontempi e Michela Zanetti) 6 Kosovo: l impunità per i crimini, nel nome dell Europa (di Fatos Lubojna)... 6 La refusnik Sahar Vardi e la società israeliana (di Mona Niebuhr)... 8 NO ad una nuova guerra! (di AAdP) Nessuno di noi ha mai simpatizzato per il regime siriano e per le nefandezze dispotiche con cui ha governato in tutti questi anni. Sappiamo bene quanto sia "odioso e criminale" l'uso di certe armi (per noi tutte), sia quelle chimiche, che si dice siano state usate in Siria, sia quelle israeliane usate nell'attacco "piombo fuso", ma anche quelle ad uranio impoverite usate nei Balcani dagli occidentali... Sappiamo anche, tuttavia, che nessuna delle guerre ha mai risolto il problema: non lo è stato nei Balcani, né in Irak, né in Afghanistan e nemmeno in Libia... Sappiamo anche che spesso "improvvisamente" arriva sempre la notizia dell'esistenza di armi di distruzione di massa (sebbene tutte le armi, anche gli aerei occidentali distruggano le masse), oppure di un terribile esercito di terroristi internazionali da distruggerlo, che rende assolutamente improrogabile un intervento militare: lo è stato in Irak, per poi scoprire che erano menzogne, in Afghanistan, in Libia... Per tutti questi motivi e molti altri siamo convinti che nessun intervento militare possa essere risolutivo delle contraddizioni e dei problemi di un paese, ma sia utile invece un'azione internazionale coordinate, connessa Sveglia! - NO alla guerra (di Flavio Lotti) Appello urgente per la pace nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Non c è più tempo per l indifferenza e l ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico. Sveglia! Quello che sta succedendo ad un passo dai nostri confini (in Siria, Egitto ma non solo) è estremamente pericoloso. E richiede la nostra attenzione urgente perché riguarda molto da vicino la vita nostra e dei nostri figli. Chi più di noi può capire che qui nel Mediterraneo si sta forgiando il nostro futuro? Chi più di noi deve temere le conseguenze drammatiche delle stragi quotidiane di vite umane, delle atrocità e dei crimini che si stanno consumando lungo le sponde di questo mare? Eppure la politica tace. E quando parla, nessuno se ne accorge. L informazione è distorta, superficiale, frammentata. E anche la coscienza civile sembra disinteressata e disimpegnata. Certo, anche l Italia sta vivendo una crisi difficile. Ma ignorare quello che sta accadendo a ridosso delle nostre frontiere, il sangue che sta scorrendo, la sofferenza che sta montando, le fratture che si stanno moltiplicando, le tensioni che si stanno intrecciando, non ci consentirà di uscirne. E vero: l Italia non può fare da sola. Ma se l'onu è emarginata e l'unione Europea balbetta disordinatamente la colpa è dei governi e, nella sostanza, delle forze politiche che li compongono e li sostengono. Per questo abbiamo innanzitutto bisogno di cambiare il nostro atteggiamento. E quello dell Italia. Negli ultimi due anni abbiamo sprecato molte opportunità. La situazione è (sempre più) complessa, la nostra capacità di influenzare gli eventi è (sempre più) limitata, ma quello che possiamo fare va fatto, presto e bene. Abbiamo bisogno di capire cosa sta accadendo, di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea. Serve una diffusa progettualità concreta che coinvolga cittadini, associazioni e istituzioni dalle città all Onu. Abbiamo bisogno di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti, il disarmo, la sicurezza umana e la costruzione della pace positiva. Abbiamo bisogno di agire concretamente senza dover ricorrere all'intervento armato che, al di 1

2 là di ogni pur necessaria considerazione di carattere etico e giuridico, non potrebbe che causare ulteriori sofferenze e instabilità come dimostra la miope prassi degli ultimi vent'anni. Ma per questo serve una visione per il futuro e serve rinsaldare quei principi fondamentali che sono alla base della convivenza e che devono guidare l azione politica a tutti i livelli: il ripudio della guerra, la condanna per ogni forma di violenza e di arbitrio, il primato della dignità umana, il rispetto del diritto internazionale dei diritti umani, il dovere di solidarietà con tutte le vittime. Non c è più tempo per l indifferenza e l ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico. Savino Pezzotta, Don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Marco Mascia, Marco Vinicio Guasticchi, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni Per adesioni e comunicazioni: Tel / fax 075/ (fonte: Tavola della Pace) link: Siria, la forza politica della nonviolenza (di Sergio Paronetto) Caro direttore, le notizie di terribili violenze provenienti dalla Siria, controverse nella loro attribuzione, segnalano ancora una volta la drammatica urgenza di una soluzione politica. Le morti si sommano alle morti in una spirale devastante. Occorre insistere sulla forza politica della nonviolenza scarsamente praticata da istituzioni, partiti e dallo stesso movimento della pace, disperso e confuso. Bisogna preparare le condizioni per un intervento autorevole e determinato delle Nazioni Unite, libero da logiche delle potenze interessate all'intervento militare, volto al cessate il fuoco e all'avvio della Conferenza di pace (Ginevra 2). Ogni forma di intervento armato a sostegno dell uno o dell altro schieramento porterebbe alla catastrofe totale, renderebbe esplosiva un ampia area euro-asiatica già instabile fino a rischi di una guerra (strisciante o molecolare) di portata mondiale. Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l intensificazione militare del conflitto armato, ma la riconciliazione nella verità e nella giustizia. Non è mai tardi per attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica. Non è mai un lasciar fare, tanto meno un lasciar uccidere, ma la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace. Finora hanno parlato le armi ma la contrapposizione armata si è rivelata suicida per i siriani e devastante per tutto il Medio Oriente e il Mediterraneo. Ogni negoziato deve coinvolgere le forze siriane (come il movimento Mussalaha) da tempo impegnate in iniziative politiche alternative sia al conflitto armato che a un intervento militare esterno. Sergio Paronetto (vicepresidente di Pax Christi) (fonte: Pax Christi Italia) link: Siria, "i pacifisti hanno perso la capacità di mobilitare le persone" (di Flavio Lotti) L'analisi di Flavio Lotti, portavoce della Tavola per la pace e tra i promotori dell'appello contro l'intervento militare in Siria. "Il no al conflitto armato eviterebbe un allargamento della crisi". E aggiunge: "Bisogna stare dalla parte delle vittime. "I costruttori di pace oggi hanno perso la loro capacità di mobilitare persone. Non siamo più nel 2003 (la guerra in Iraq, ndr): è un fatto". È questa l'analisi di Flavio Lotti, portavoce della Tavola per la pace e direttore del Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani. Se nel conflitto siriano la voce dei pacifisti si è fatta sentire poco è colpa anche di questo. "La crisi economica ha trasformato la società: ha eliminato il mondo dall'agenda di molte persone". E alle accuse rivolte al pacifismo italiano di essere un po' troppo vicino ad Assad in quanto antimperialista e nemico di Israele e degli americani, Lotti replica: "Un approccio ideologico a tragedie come quelle che stanno stravolgendo il Mediterraneo e il Medio Oriente è inutile e controproducente: non dà alcun contributo a una lettura dei fatti". Il portavoce del Tavolo per la pace è stato tra i promotori dell'appello "Sveglia!", con cui i pacifisti chiedono al governo di evitare l'intervento militare a Damasco, in quanto inutile per la risoluzione del conflitto siriano. Essere contro l'intervento militare, per Flavio Lotti è essere contrari ad un moltiplicarsi del conflitto. Non ci sono soluzioni facili né a breve termine, prosegue: "Stiamo già assistendo ad un'internazionalizzazione del conflitto. Le potenze mondiali hanno già deciso da tempo da che parte stare". Per superare l'impasse "ognuno dovrebbe superare il proprio interesse singolo. Dire no all'intervento è dire no all'estendersi del conflitto". Nell'immediato, l'unico aiuto concreto è quello che le potenze internazionali possono offrire a chi sta accogliendo le migliaia di rifugiati: "Gli aiuti umanitari spiega Lotti stanno arrivando a fatica". Positivo, secondo Lotti, l'atteggiamento fin qui tenuto dalla Farnesina. "Chiedere il cappello delle Nazioni Unite è una presa di posizione diplomatica contraria ad atti unilaterali, che invece sembrano sempre più vicini", aggiunge. Il rpoblema dell'italia però va oltre il dramma siriano: "In un momento in cui l'onu perde credibilità e l'assenza dell'europa è manifesta il nostro Paese per la sua storia e la sua posizione dovrebbe giocare un ruolo da protagonista. Invece paghiamo 15 anni in cui è scomparsa la nostra politica estera". (lb) Copyright Redattore Sociale Fonte: (fonte: Tavola della Pace) link: Approfondimenti Industria - commercio di armi, spese militari Ma perché tanto zelo per gli aerei da guerra, sig. Presidente Giorgio Napolitano? (di Tavola della Pace e della Cooperazione di Pontedera) Cari Soci e cari Amici della pace, ci sono dei momenti in cui ognuno di noi ha l obbligo morale di manifestare il proprio pensiero di fronte ai comportamenti delle massime Autorità istituzionali che provocano sbigottimento, mortificano le profonde aspirazioni alla giustizia e alla pace e incidono negativamente sulla situazione economica, sulle prospettive di pace e sul destino di tutti, Italiani e non solo. Quando ciò accade la Tavola della Pace ha sicuramente il diritto dovere istituzionale di suscitare una riflessione e una discussione ampia e aperta, specialmente se si tratta di questioni che contrastano con l idea di vivere in uno Stato fondato e impegnato per una prospettiva di pace, fino a negare su questo aspetto il ruolo fondamentale dell Istituzione parlamentare. Secondo il Comitato Esecutivo della Tavola della Pace, proprio in questo momento ci troviamo di fronte ad un fatto cruciale, dopo che il Presidente Napolitano ha voluto gettare tutto il peso della suo alto Ufficio per avallare lo sperpero dei miliardi da utilizzare per comprare dalle industrie militari americane quei famigerati aerei da guerra F35, che sono stati progettati e costruiti per portare guerre, distruzioni e morte in giro per il mondo. Si tratta, come tutti sanno, di un operazione fortissimamente voluta da quegli stessi apparati industriali/militari, contro i quali perfino il Presidente Ike Eisenower, già generale dell esercito vincitore della seconda guerra mondiale, aveva messo in guardia il popolo americano. Stando così le cose, il Comitato Esecutivo della Tavola della Pace, anche raccogliendo gli orientamenti ricevuti al termine dell ultima Assemblea Generale, ha deciso di stimolare, sulla suddetta questione, la più ampia riflessione e discussione possibile, proponendo alcune considerazioni, su cui chiede a Soci e ad Amici della Pace di esprimere apertamente e senza 2

3 remore la propria opinione. Ognuno può farlo cliccando sul pulsante rispondi a tutti, nell atto di rispondere a questo messaggio. E sotto gli occhi di tutti che la solerzia di Napolitano, nella veste di Capo del Consiglio Supremo di Difesa, si è manifestata nel momento in cui il Parlamento, dove sta maturando un orientamento contrario all acquisto degli aerei da guerra, ha deciso di sospendere l operazione e di sottoporla a verifiche parlamentari. E evidentemente a questo punto che gli apparati militari, non solo italiani, hanno incominciato a temere che il nuovo Parlamento, dove finalmente sono entrati anche prestigiosi esponenti del pacifismo italiano, faccia sul serio e possa mandare in fumo il lucroso e mortifero affare degli arei da guerra. Prima di ora non si erano mai mostrati altrettanto preoccupati di fronte alle grandi campagne che hanno visti la raccolta di centinaia di migliaia di firme di cittadini contrari. Pensavano evidentemente che tali campagne non avrebbero avuto alcun effetto concreto. Ora, ciò che lascia davvero interdetti sta proprio nel fatto che, per raggiungere l obiettivo, il Presidente, garante della Costituzione che ripudia la guerra come strumento per la soluzione internazionale dei conflitti, ha voluto clamorosamente affermare la supremazia delle decisioni del Governi (che è organo esecutivo per definizione), sul Parlamento, che, almeno per ora, è l Organo rappresentativo della sovranità popolare. Egli ha di fatto affermato, sia pure usando termini iperbolici come la parola veto, che il Parlamento su questa materia deve sottostare alle decisioni del governo, anziché approvarle o disapprovarle, com è suo compito istituzionale. Noi non vogliamo assumere atteggiamenti da costituzionalisti esperti, cosa che non siamo, ma ci piacerebbe sapere cosa ne direbbe la Consulta, se fosse interpellata in proposito. Purtroppo, ahi noi!, non è la prima volta che il Presidente Napolitano mostra tanto zelo per coprire operazioni militari insostenibili. Lo ha fatto quando il Governo guidato da Berlusconi è stato praticamente costretto dagli USA a prendere parte nella guerra neocoloniale contro la Libia di Gheddafi scatenata da Francia e Inghilterra e lo ripete ogni volta che riaffiora la discussione sui nostri interventi nelle disastrose guerre di invasione di Stati sovrani, come quelle contro l Afganistan e l Iraq, per le quali gli stessi ambienti americani che contano stanno parlando di sconfitta, specialmente nel momento in cui la Casa Bianca ha deciso di aprire una trattativa diretta con quegli stessi Talebani, per combattere i quali aveva giustificato la guerra. Otre tutto dispiace anche constatare che il Capo di Stato italiano, in una situazione talmente drammatica del Paese, al punto per cui alcuni noti editorialisti hanno ridefinito la nostra Repubblica fondata sulla disoccupazione, perseveri nel mostrare tanto zelo per sostenere un insostenibile spreco di risorse per gli aerei da guerra F35, mentre sappiamo che altri Stati occidentali facenti parte della NATO hanno deciso di annullare i precedenti analoghi accordi di acquisto. Su questa importante vicenda, che è stata relegata immediatamente nelle pagine interne dei grandi quotidiani, ma che ha suscitato un forte reazione nel mondo del pacifismo, si pone per tutti noi la necessità di rispondere, prima di tutto ad alcune domande cruciali: Posto che, secondo il nostro parere il Presidente Oscar Luigi Scalfaro, in simili situazioni avrebbe assunto comportamenti assai diversi (ma questo può essere opinabile), tuttavia ci domandiamo Perché Giorgio Napolitano mostra così tanto zelo in fatti militari e di guerra? Perche Giorgio Napolitano arriva al punto di ammettere un conflitto fra il Parlamento, rappresentante della sovranità popolare e l Esecutivo, attribuendo a quest ultimo la supremazia rispetto sulle questioni di natura militare? E i cittadini dovrebbero forse tacere o dire che il Capo dello Stato ha per definizione sempre ragione, anche quando pensiamo il contrario? Cosa pensano di tutto questo i nostri Soci e gli Amici della Tavola della Pace? La Tavola della Pace e della Cooperazione attende che da questo messaggio parta una discussione franca già attraverso la posta elettronica, a cui potranno seguire in seguito anche momenti di discussione assembleare. Mentre restiamo in attesa delle vostre opinioni, rivolgendo a tutti un cordiale saluto di pace Tavola della Pace e della Cooperazione di Pontedera 3 Il Comitato Esecutivo Pontedera (fonte: Tavola della Pace e della Cooperazione di Pontedera) link: Nonviolenza La storia viene scritta anche dai guerrieri : Sivia Truzzi intervista Anna Bravo (di Silvia truzzi, Anna Bravo) Pace, un altro modo di guardare il mondo. La guerra vince. Su cosa? Sulla non guerra o, meglio, sulla pace. Vince nel nostro vocabolario affollato di parole come schieramento, militante, battaglia. Vince nella memoria collettiva che dimentica i gesti di tregua e trattiene solo quelli di sopraffazione. Vince perché, nel pieno di una terribile crisi economica, stiamo per comprare 90 cacciabombardieri alla modica cifra di quasi 12 miliardi di euro. Guerra e violenza restano egemoni su vari piani, a cominciare dai termini con cui si classificano le fasi. Definire di piombo gli anni Settanta in Italia dà conto del sangue versato, del dolore, della paura, ma cancella, insieme alle altre, e belle, facce dei movimenti, le trasformazioni che stavano compiendosi in tanti ambiti della società. Gli anni Venti e Trenta del Novecento sono etichettati come età fra le due guerre, ma quante cose si susseguono in quei due decenni, dalla crisi del 1929 alla nascita dei totalitarismi agli albori del welfare. Lo scrive Anna Bravo, storica torinese, ne La conta dei salvati, un libro che andrebbe distribuito ai nostri governanti. Professoressa, perché questo libro oggi? La ricerca è stata lunga. Il motore è stato il tentativo di spiegare che si può fare. Si può aprire un conflitto, si può lottare e vincerlo, senza passare attraverso la violenza. Ho deciso di studiare e raccontare le storie di chi ha cercato di resistere alla violenza senza la violenza. O di chi ha cercato di ottenere libertà senza la violenza. Le primavere arabe per esempio sono partite come manifestazioni pacifiche. Poi la violenza si è infiltrata. E io sono d accordo con chi dice: non c è primavera dove c è violenza. Ci sono, nel libro, dati molto interessanti. Per esempio lei spiega come la non violenza, in alcuni casi, garantisca maggiore successo delle pratiche offensive. È statisticamente vero. Le ricerche sulle resistenze civili e armate penso a Why Civil Resistance Works, di Erica Chenoweth e Maria J. Stephan mostrano che fra il 1900 e il 2006 sono state le prime a ottenere più successi: il 59 contro il 27 per cento nelle lotte interne antiregime; il 41 contro il 10 per cento di risultati parzialmente positivi in quelle contro l occupazione di un paese o per l autodeterminazione. La scelta non violenta è sempre vincente nelle lotte per i diritti civili. Non solo Gandhi Nel libro ho dato molto spazio ad alcuni leader: per le guerre bastano capi mediocri, per la nonviolenza occorrono grandi guide. Non ci sarebbe stata una transizione pacifica in Sudafrica senza Mandela e Tutu, un così forte movimento per i diritti civili senza King, né una nonviolenza tibetana senza il Dalai Lama, kosovara senza Ibrahim Rugova e nonviolenza tout court senza Gandhi. Ci sono esempi poco conosciuti di resistenza inerme. Nella Grande Guerra s incontrano esempi di fraternità tra nemici taciuti per decenni e messi in luce solo a partire dagli anni Sessanta: questa è una responsabilità degli storici. Nel 1914 la proposta di un cessate il fuoco generale per il Natale avanzata dal papa viene respinta da vari Paesi. Ma

4 in alcuni settori del fronte occidentale quel giorno vede una calma assoluta; è il frutto di una serie di tregue decise da soldati inglesi e tedeschi, iniziate con gli scambi di auguri da una trincea all altra, culminate nell incontro per scambiarsi sigarette e piccoli doni, e proseguite in qualche caso fino all anno nuovo. C è anche un discorso su guerra maschile, pace femminile. Tra nonviolenza e femminismo c è un affinità: tutte e due riscrivono la storia, implicano unarivoluzione interiore, valorizzano le mediazioni, si richiamano alla pazienza e alla cura delle cose piccole e gracili, che il prometeismo maschile militar-tecnonologico si è diligentemente impegnato a distruggere. Però il femminismo, penso a certe componenti femminili dell Autonomia per esempio, non sempre è stato non violento. Mi pare importante sottolineare che le organizzazioni di donne in cerca di giustizia per i loro cari uccisi o fatti sparire da regimi golpisti e dittature (le madri e nonne cilene, le argentine di Plaza de Mayo, le madri degli studenti scomparsi a piazza Tienanmen, le russe, le cecene, le algerine, le damas de blanco cubane) non hanno dei leader guida. Forse queste lotte hanno meno bisogno di figure carismatiche perché il carisma sta nella forza della maternità, fisica e simbolica, cui si richiamano. Stiamo per acquistare una fondamentale flotta di cacciabombardieri. Lei che ne pensa? Sono allibita, mi pare impossibile che stia accadendo. Sono allibita. Io spero che il Parlamento si faccia sentire, nonostante la decisione del Consiglio supremo della difesa. Il problema è che tutti si nascondono dietro il fatto che è stato già tutto deciso. Ma si può, si deve, tornare indietro anche se siamo un Paese dove si fa la sfilata del 2 giugno con i carri armati: sprechi, inquini, dai fastidio a tanta gente. I sentimenti non violenti sono più diffusi di quanto si pensi. in «il Fatto Quotidiano», 17 luglio 2013 (fonte: Centro Studi Sereno Regis) link: Politica e democrazia Riflessione sull'articolo di Marco Rovelli: anarchia come scelta vincente (di Massimo Michelucci) Il grido di Marco Rovelli Se non ora, mai più, sul Manifesto del 10 agosto, relativo al futuro della sinistra prefigura di fatto un programma anarchico o se si vuole libertario. Questa mia annotazione non è una critica, anzi mi dichiaro d accordo. L anarchia contrastò il liberalismo ed il comunismo. Forse oggi possiamo dire che finalmente è vincente. I limiti del liberalismo democratico e della partecipazione delegata attraverso i partiti sono ormai rilevati da tutti, oggi più che mai con la finanza che governa l economia produttiva. Il socialismo marxista, quello della dittatura del proletariato e della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, è stato definitivamente condannato dalla storia per le sue derive totalitarie che i grandi pensatori anarchici, dobbiamo riconoscerlo!, denunciarono in nuce. Oltretutto nell anarchia c è un profondo richiamo etico, che arriva nel profondo dell animo individuale, che trita di fatto tutti i luoghi comuni imperanti dell arrivismo, e per il quale quindi non si bara! L anarchia infine oggi non si declina più con l insurrezione e l atto violento, ma più modernamente con i concetti che ben esprime Rovelli: i soggetti reticolari, le esigenze dei territori, i beni comuni, le forme dirette di partecipazione. Del resto Colin Ward ha parlato di anarchia come organizzazione, spiegando appunto che si tratta di pensare ed inventare una nuova forma di organizzazione sociale e politica. Ancora e di più noi oggi sappiamo bene, e ne abbiamo anche diretta esperienza, che l anarchia non va inventata, esiste già appunto in varie forme nella attuale società, in vari momenti, in varie esperienze. C è solo la necessità di collegarle e farle emergere, allargarle, renderle vincenti. Non c è quindi bisogno di un momento di rivolta totale, come sognavano i classici. In questo senso l anarchia è davvero nel futuro della sinistra. Da sinistro, senza alcuna ironia, penso che ci sia solo da rallegrarsene. Massimo Michelucci - Istituto Storico della Resistenza Apuana - Massa link: Se non ora, mai più (di Marco Rovelli) È giunto il momento di creare un nuovo soggetto politico, reticolare e libertario, che riparta dai movimenti e metta al centro dell'azione i beni comuni e i diritti Da mesi mi chiedo come sia possibile che nessuno, in questo frangente, prenda l'iniziativa per ricostruire una sinistra che non c'è. Nelle ultime due settimane ho letto con piacere una serie di interventi che sembrano preannunciare la ripresa di un'iniziativa. Ma adesso occorre agire. Che cosa stiamo aspettando? Siamo in una crisi radicale, senza più alcuna rappresentanza, con milioni di persone che non si riconoscono più in nulla e in nessuno, che hanno fame di una prospettiva altra da quella che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi e sottopelle. E invece stiamo qui a baloccarci con le armi sterili della critica senza passare, non dico alla critica delle armi letteralmente intese, ma a quella forza materiale che sola può abbattere la forza materiale. Lo scorso anno ero stato coinvolto nell'esperienza di Cambiare si può, e avevo raccolto l'appello con entusiasmo, vedendolo come un'opportunità per ridar vita dalle fondamenta a un aggregato di forze e movimenti in forme inedite e all'altezza delle sfide presenti. Quell'esperienza venne suicidata, dalla famelica voracità dei partiti che credevano di salvarsi con l'accozzaglia verticistica della lista Ingroia, che venne, provvidenzialmente e giustamente, punita. Cambiare si può era nata troppo a ridosso delle elezioni per poter efficacemente svolgere un processo costituente e reggere l'impatto delle macchine partitiche che decisero, prima ancora dell'assemblea del 22 dicembre di Roma, in disprezzo di qualsiasi decantato e incantatorio meccanismo dal basso, di prendere il controllo e spartirsi le candidature. Ma adesso il tempo ci sarebbe. Abbiamo praterie sconfinate da solcare, e sono un'opportunità epocale. Solo che se manca l'iniziativa, quelle praterie non sono che uno sterile deserto. Ci sono milioni di persone, in questo momento, che hanno fame, e bisogno, di un nuovo soggetto politico, ma nuovo davvero, che sappia mettere in rete le loro istanze di politica. E hanno fame e bisogno di un soggetto di sinistra (se è vero che sinistra è un concetto inestricabile da, e fondativo della, società moderna: dove sinistra - se andiamo a fare archeologia del concetto all'altezza della Rivoluzione francese - significa fondamentalmente universalità dei diritti e uguaglianza non solo formale ma anche sostanziale), ma appunto una sinistra da ripensare radicalmente: i soggetti politici tradizionali sono defunti, e ogni accanimento terapeutico non servirà, sarà anzi il prolungamento di un'agonia. Per l'epoca nuova, come già scrissi a suo tempo, è necessario un soggetto aperto, dal basso, che si confronti con le istanze della democrazia diretta, che sia strumento della democrazia partecipativa, di una diffusa partecipazione dal basso. Un'esperienza che riparta dalla realtà dei movimenti, superando l'equivoco della "società civile" (presa in una fondativa complementarità con lo Stato) come luogo della salvezza contro la politica come luogo della corruzione: superare, insomma, il divario abissale tra rappresentanti e rappresentati. Ciò che, per quanto affrettatamente e magari confusamente, Cambiare si può proponeva non era - come venne invece a volte inteso dai militanti dei partiti - contrapporre i rappresentanti di una fantomatica società civile intesa come non-partitica ai militanti dei partiti. Era, piuttosto, introdurre un nuovo concetto, indispensabile per attuare una vera democrazia partecipativa: quello delle storie personali, delle biografie. Chi può e deve rappresentare le istanze politiche dei territori se non coloro che dei processi in corso nei territori stessi sono l'espressione diretta? E qui non c'entra la tessera di partito o l'adesione a un'associazione. C'entra la qualità della persona, il suo essere espressione reale, e non solo ideale, di realissime dinamiche, processi, lotte, conflitti. Non si tratta di chiedersi 4

5 che tessera ha in tasca qualcuno, ma chi/che cosa rappresenta, quale istanza/bisogno del territorio, con quale lotta è in connessione e di quale processo si fa portatore... In questo senso, allora, saranno le biografie, le storie personali, a diventare la carta d'identità complessiva del movimento, fuori da ogni leaderismo e verticismo. Solo a partire da qui si può realizzare la democrazia partecipativa. È necessario un soggetto reticolare e non identitario, fondato sulle pratiche, dove - per detournare Marx - il fare preceda l'essere. Finale di partito, dice come è noto Marco Revelli. Dire "partito" significa dire un soggetto finalizzato al momento elettorale e all'occupazione delle cariche pubbliche dei suoi militanti (si confronti la classica definizione di Anthony Downs: «Una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell'apparato governativo a seguito di regolari elezioni»). Oggi bisogna rovesciare questa piramide, e ridare vita, di fatto, a una pratica libertaria: una pratica reticolare, dove è la partecipazione dal basso a dar forma al movimento e non viceversa, dove le dinamiche del movimento (nonché il suo "personale politico") siano l'espressione dei processi reali del territorio. Un movimento che non sia finalizzato al momento elettorale, ma dove esso sia uno dei momenti di un processo più ampio di risocializzazione del territorio, dei territori, anche dal punto di vista di quella che Ulrich Beck chiama «subpolitica». L'esperienza del movimento No Tav, io credo, ci sta davanti a segnare una strada, a tracciare un cammino. Il movimento NoTav non è una bandierina da sventolare, ma un movimento inclusivo da praticare. Insomma, si tratta di procedere a una vera e propria rivoluzione copernicana. Solo così può rinascere un soggetto collettivo che sappia mettere al centro del discorso politico il tema dei beni comuni, che ripensi un nuovo legame sociale basato senza tentennamenti sull'inclusione e sull'universalità dei diritti, che sappia contrastare l'ideologia e la pratica dei poteri forti globali, quell'intreccio inestricabile tra classe politica, finanziaria ed economica che costituisce il nerbo del finanzcapitalismo. C'è bisogno dunque di un soggetto che comprenda il trapasso epocale che c'è stato: il resto è sopravvivenza post-mortem. Tutto questo è necessario farlo subito, adesso. Io chiedo a tutte e tutti coloro che erano in Cambiare si può, a tutte e tutti coloro che si sentono e sono parte attiva della sinistra sociale, dei movimenti: che cosa stiamo aspettando? Vogliamo o no ripartire? Vogliamo restare a guardare la catastrofe che si sta compiendo sotto ai nostri occhi? Vogliamo restare alla finestra aspettando che passi il cadavere del nemico, quando invece i cadaveri che passeranno saranno quelli maciullati dal rullo compressore del finanzcapitalismo? Davvero la nostra delusione e il nostro scoramento sono arrivati a livelli così insopportabili? Fonte: Il Manifesto del 10/08/2013 Segnalato da Massimo Michelucci (fonte: Il Manifesto del 10/08/ segnalato da: Massimo Michelucci) link: Partiti o comitati elettorali? (di Rossana Rossanda) La requisitoria contro i partiti, fatta propria da amici carissimi oltre che cittadini specchiati, come Marco Revelli, è approdata sul loro esponente più fragile, il Partito democratico, dimostrando che l esito ne è la trasformazione del partito in semplice comitato elettorale. Che cos era un partito se non un idea e proposta di società, fatta propria da una parte di essa, come dice la stessa parola, e presentata a una popolazione composta da parti sociali diverse e anche opposte? È in questo senso che la Costituzione del 48 indica nei partiti, aggregati per idee e interessi, gli strumenti tipici della democrazia, i corpi intermedi che organizzano la riflessione fra la società e lo stato, e attraverso le elezioni ne esprimono la frazione maggioritaria. Con un solo limite, il patto costituzionale, entro il quale e senza uscirne i partiti sono liberi di muoversi e modificarsi. Questo impianto del pensiero politico moderno sta saltando dal 1989 in poi con la crisi dei partiti comunisti e di quel compromesso keynesiano, che era nato dopo il disastro economico del 29, il sorgere dei fascismi e la seconda guerra mondiale. Ed era stato alla base delle costituzioni democratiche, come la nostra. Esso riconosceva che fra capitale e salariato gli interessi sono opposti e cercava di frenare sia una rivoluzione, come quella russa del 1917, sia una reazione come quella fascista e nazista, ponendo dei limiti alla classe più forte, quella del capitale. Era allora comune che il modo di produzione capitalistico dominante in occidente andasse corretto, l ondata liberista riaperta da Thatcher e Reagan ha dichiarato l unicità e l eternità dell assetto sociale capitalista con la famosa Tina e ha messo fine ai partiti come espressione di parti sociali, lasciando legittimità soltanto ai bilateralismi anglosassoni e a un modo in parte diverso di amministrare l unica società possibile, quella capitalista. E questo ritorno a Von Hayek è apparso persuasivo agli eredi europei dei partiti comunisti, anzi, come ebbe a dire D Alema, la normalità cui hanno auspicato che anche l Italia arrivasse. Da quel momento anche i partiti che hanno continuato a dirsi di sinistra hanno cessato di esprimere un diversa idea di società, con relativi valori e controvalori, avversari e obiettivi e il loro asse si è spostato dalla proposta di un idea di società e di paese alla promozione delle persone che si candidano a dirigerlo. Non stupisce che il più travolto e sconvolto dal mutamento sia l erede del Partito comunista, il Pd. Traversato da lotte furibonde tra autoproposti a tenere il presente e i pochi che vorrebbero mantenere una differenza sociale, essere insomma non dico ancora comunisti ma ancora keynesiani. I più, anche nella cosiddetta società civile, di conflitti non ne vogliono più sentir parlare e preferiscono lamentare la degenerazione morale di una politica che non può essere che quella. E non ne vogliono sapere, non per caso, della proposta di Fabrizio Barca, consistente nel ridare ai partiti soltanto il ruolo di propositori di idee di società, separandoli dalle istituzioni dello Stato, con relativi posti e prebende. Non è una proposta semplice ma non è stata presa neanche in considerazione dai candidati leader alla segreteria, e il Pd già non è che un comitato elettorale, il cui problema principale è decidere se la base degli elettori deve essere riservata a chi ne costituiva la base sociale composta dai senza mezzi di produzione (capitali, terre, miniere) oppure l intera popolazione, capitalista o no. Il voto andrà esclusivamente alla persona del candidato e al suo modo di fare e apparire in una società appunto normalizzata come sopra. Un giovane come Renzi non esita a dire che del partito non gliene importa niente, se non come mezzo sul quale salire per arrivare al governo; perché di una società altra non gli cale affatto. Non so se un partito del genere sarebbe in grado di risanare la crisi italiana, sezione della crisi mondiale in cui il liberismo ci ha messo. Questo non sta nei suoi intenti, come non mi è nota l analisi delle cause che ne fa finora Barca. Più modestamente la sua proposta sarebbe in grado liberarci da quella sovrapposizione di bassi interessi e illegalità che deprecava Marco Revelli nell auspicare la fine dei partiti? Forse sì, ma se ne uscirebbe ripulita la sfera della rappresentanza, l intera formazione della struttura politica andrebbe ripensata. E sarebbe impossibile cancellare il conflitto sociale come oggi fa tutta la politica, destra e sinistra, rappresentati e non rappresentati. La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: (fonte: Sbilanciamoci Info) link: Solidarietà A Trento il Servizio Civile Universale è realtà (di Vita.it) La provincia autonoma ha lanciato la prima esperienza italiana. Lunelli: «Tutto è nato con l adesione al Manifesto lanciato un anno fa da Vita.it» Il servizio civile è un diritto per tutti i giovani. È questo il principio alla base di una norma approvata nei giorni scorsi e che pone la Provincia autonoma di Trento all avanguardia in campo nazionale, consentendo a tutti i giovani trentini di sperimentare un periodo della propria vita al servizio degli altri, in vista di una crescita personale e di una sensibilizzazione ai temi del volontariato, della responsabilità e della solidarietà sociale. 5

6 La disposizione che introduce il Servizio civile universale è contenuta nella legge Finanziaria approvata dal Consiglio provinciale su proposta di Giorgio Lunelli, capogruppo Upt, Unione per il Trentino e rappresenta una sostanziale riforma della normativa trentina sul servizi civile (legge provinciale 5 del 2007) che già era considerata innovativa rispetto alla legge nazionale. «Con questa legge» - precisa Giorgio Lunelli - «abbiamo voluto dare una risposta ai tanti giovani che, in Trentino come nel resto d Italia, chiedono occasione di impegno personale e risposte ad una forte domanda di senso. Come legislatori trentini abbiamo indicato un senso di marcia, abbiamo dimostrato che è possibile introdurre anche nel nostro Paese l istituto del Servizio civile Universale». Le novità introdotte dalla nuova norma, che ora potrebbe diventare un esempio a livello nazionale, riguardano la possibilità per gli enti privati di accreditarsi, accanto agli enti pubblici, all albo provinciale del servizio civile e di ottenere dalla Provincia il finanziamento delle spese previdenziali e di assicurazione, mentre gli oneri contributivi rimangono a carico del singolo ente; la certificazione da parte della Provincia del periodo di servizio civile universale prestato presso un ente riconosciuto, che documenta le competenze acquisite dal giovane ai fini del suo curriculum professionale; la modulabilità dei tempi di durata del servizio civile [da pochi mesi a più anni], in base alle esigenze dell ente e del giovane stesso. La disposizione di legge della Provincia autonoma di Trento è la prima risposta, in campo nazionale, al Manifesto per un Servizio Civile Universale lanciato un anno fa da Vita.it, portale nazionale della sostenibilità sociale, economica e ambientale partecipato da oltre 60 organizzazioni italiane del Terzo Settore. Il grido d allarme lanciato da Vita riguarda il progressivo svuotamento del servizio civile nazionale che, nato nel 2001 come strumento di partecipazione civica e di protagonismo giovanile, ha visto calare anno dopo anno i finanziamenti pubblici e quindi la possibilità per i giovani italiani di mettere il proprio impegno a servizio del bene comune. (fonte: Vita.it) link: Violenza Risignificazione di femminicidio. Dall illusione del possedere alla difficile arte del condividere (di Gianfranco Bontempi e Michela Zanetti) Pubblichiamo il contributo che gli psicologi Gianfranco Bontempi e Michela Zanetti hanno dato in occasione della manifestazione "VIVA", per ricordare il femminicidio di Cristina Biagi. Buonasera a tutte e a tutti. In ricordo di Cristina Biagi, la protagonista di questa serata e in onore della sua famiglia, vorrei portare il contributo di chi, come noi psicologi, si confronta quotidianamente con la violenza agita nelle relazioni, infatti, l altra protagonista della serata è: la relazione. Io e la mia collega abbiamo pensato di condividere e provare, insieme a voi, a costruire un pensiero sul concetto di possesso. Risignificarlo, superandolo attraverso la difficile arte del condividere. Il possedere rappresenta una forte motivazione nella vita di ciascuno di noi. Nel contempo, è un illusione possedere qualcosa o qualcuno. Nel Fedone, Platone fa dire a Socrate che il mantello sopravvive a chi lo porta. L unica modalità con la quale si può esprimere il possesso, la racconta Bruce Chatwin in un suo noto romanzo breve intitolato Utz, ed è la distruzione dell oggetto posseduto. L atto di distruzione è l unico a dare un senso pragmatico al possesso di un oggetto ed è opposto alla conservazione, alla conoscenza, al rispetto dell altro all amore. Possedere significa distruggere l altro. Non riconoscerlo. Ucciderlo e con esso morire insieme all unica compagna realmente conosciuta fino a quel momento: la solitudine. Bisogna confrontarsi da subito con la premessa evolutivamente e ontologicamente conosciuta della vita, ovvero che il mondo femminile è contrassegnato dal due, mentre il mondo maschile è contrassegnato dall uno. Il due che non significa uno 6 più uno, ma significa l uno e l altro. Il corpo femminile è già costruito per due: l uno e l altro. L altro, dal punto di vista dell economia della specie, si chiama figlio. Il corpo femminile è già due quindi in qualche modo la donna è innanzitutto relazione. Lei e l altro. E a partire dalla relazione, costruisce un identità; mentre gli uomini, tendenzialmente, sono identità che instaurano relazioni. La relazione non è il costitutivo del maschile ma lo è del femminile, per cui la psiche femminile è decisamente più complessa di quella maschile e porta dentro di sé il senso della relazione. L uomo lo deve imparare affrontando la sua fragilità e la sua solitudine. Un uomo forte non massacra. Un uomo forte non uccide, va oltre, apre le mani che lo hanno accompagnato lasciandole libere di stringere altre mani. Solo chi è fragile, dedito al possesso e al controllo, non esplora l altra faccia delle relazioni. Uscendo dall ombra dell illusione di possedere, e quindi distruggere, si è riscaldati dalla luce della condivisione: costruzione a due di un prodotto atto a legare nella differenza, nel rispetto dell unicità dell altro. La parola condividere significa dividere qualcosa, conoscerla, esplorarla e fare questo assieme a qualcun altro. Nella parola condividere è indicata la cosa terza intesa come un prodotto costruito insieme all altro, distinto da noi, diverso da noi, riconosciuto tale solo da chi è estraneo, affrancato, alla modalità di potere, o meglio, di possesso. Non si può prescindere dallo stare in relazione, ma l unica modalità che porta serenità e speranza è la co-costruzione nella condivisione. Essa attiva nuove energie, implica, rende felici nello slancio verso la vita. Vorremmo, infine, proporvi la differenza tra illusione e desiderio : etimologicamente illusione significa inganno, gioco quindi ingannare e ingannarsi. Si tratta di un area emozionale staccata dalla realtà, volta ad una perfezione quasi divina. In questa dimensione l altro non esiste realmente, ma è solo una proiezione di un ideale di perfezione. Tutto ciò che è scarto rispetto al modello di perfezione viene attaccato e aggredito. Desiderare, se si guarda all etimo latino della parola, vale: togliere lo sguardo dalle stelle ; di conseguenza guardare alle cose terrene, accettandone i limiti, quei limiti non tollerabili se si guarda alle stelle, quindi alla perfezione di Dio. Impara a desiderare, quindi ad apprezzare e amare ciò che hai. Non si tratta, se si guarda approfonditamente a queste affermazioni, di un ingiunzione ad accontentarsi. Tra il desiderio e l accontentarsi c è una profonda differenza: si tratta per l appunto di apprezzare ciò che si ha. La condivisione comporta una relazione orientata alla costruzione di un prodotto desiderato quale elemento di realtà. Nella condivisione si realizza una sintonia di desideri e non si può desiderare da soli. Ogni volta che noi ammiriamo una perla dimentichiamo che essa deriva della sofferenza della conchiglia. E stasera la conchiglia è la famiglia Biagi, mentre la perla è lei: Cristina. Grazie. Contatti: dott. Gianfranco Bontempi: dott.ssa Michela Zanetti: (segnalato da: AAdP) link: Europa Notizie dal mondo Kosovo: l impunità per i crimini, nel nome dell Europa (di Fatos Lubojna) Dieci giorni dopo il suo rilascio, avvenuto il 29 novembre del 2012 da parte del Tribunale internazionale per l ex Jugoslavia (TPI) l ex comandante dell Uck ed ex primo ministro del Kosovo Ramush Haradinaj, ha fatto visita in Albania. Gli sono stati riservati i più alti onori, da parte delle più alte istituzioni albanesi: il primo ministro, il parlamento, il presidente e il capo dell allora opposizione socialista. Tutti hanno salutato e si sono congratulati per il coraggio, i sacrifici, la determinazione dell ex comandante che ha preservato intatta la dignità di una guerra di resistenza e liberazione, secondo le parole del Presidente albanese. Sali Berisha ha affermato in quell occasione che il governo albanese avrebbe richiesto un inchiesta indipendente per giudicare l atteggiamento tendenzioso della procuratrice Carla del Ponte nei confronti dell ex primo ministro del Kosovo. L ironia sta nel fatto che i politici albanesi che hanno onorato quell uomo,

7 ripulito da gravi accuse da parte di un tribunale internazionale, sono in possesso di tutte le informazioni necessarie a stabilire la realtà dei fatti di cui era accusato. Nel 1998 e nel 1999, in particolare dopo l avvio dei bombardamenti della NATO, gli uomini dell Uck comandati da Ramush Haradinaj hanno prelevato serbi, rom e albanesi tra cui delle donne e li hanno imprigionati in condizioni disumane in prigioni improvvisate, li hanno torturati, violentati e uccisi. Questi responsabili politici sanno bene che esiste un numero considerevole di scomparsi, tra i quali numerosi albanesi del Kosovo che l Uck considerava traditori e che Ramush Haradinaj è stato assolto dalle accuse a forza di intimidazioni esercitate dai suoi uomini sui testimoni. Sanno anche che la protezione dei testimoni in Kosovo è la peggiore di tutti i Balcani, secondo un rapporto del Consiglio d Europa del 2010, e che la decisione del TPI che già scagionava una prima volta Ramush Haradinaj nel 2008, metteva in luce le difficoltà nel convincere i testimoni a portare la loro testimonianza all Aja. Sanno anche che, nel corso dell ultimo processo, i testimoni hanno rifiutato di parlare o hanno modificato nel corso del tempo la loro versione dei fatti. E infine, tutti sanno cosa sta avvenendo durante un altro processo ad un altro eroe dell Uck, Fatmir Limaj Perché tanta gloria? Una prima ragione potrebbe essere la dominazione dell ideologia nazionalista tra le élite politiche albanesi e kosovare. Come avveniva durante l epoca comunista, gli albanesi si nutrono ancora dell idea che devono sacrificare se stessi per far prevalere gli interessi della nazione e che devono chiudere gli occhi davanti ad ogni crimine commesso in suo nome. Questo lavaggio del cervello spiega la schizofrenia della glorificazione degli eroi della nazione, che però si sono sporcati le mani di opere poco gloriose. Questo processo è ancora più efficace perché Haradinaj e i suoi amici detengono in Kosovo non solo il potere politico, ma anche quello economico, e godono di un certo culto della personalità. Il destino dei testimoni morti accidentalmente ha facilitato loro il lavoro. Seconda ragione: gli albanesi hanno difeso Ramush Haradinaj per proteggere l immagine del loro paese davanti agli occhi della comunità internazionale. Le accuse mosse da Carla del Ponte dovevano essere smentite, rigettate in blocco, perché nocive alla causa nazionale, delegittimavano gli albanesi, davano argomentazioni ai loro nemici che li accusano di nutrire in modo pericoloso l idea di un unità nazionale, divenuta recentemente una parola d ordine nella retorica politica albanese. Un doppio discorso Nelle sue dichiarazioni rilasciate ai media internazionali nell evocare il problema nazionale irrisolto, Ramush Haradinaj si presenta come un uomo politico moderato. La questione albanese è stata risolta con l indipendenza del Kosovo, ha recentemente dichiarato ad un media greco. Le minoranze esistono ovunque. Se si iniziasse a definire frontiere che rispettino le divisioni etniche non si finirebbe più. Ritengo che è l ora di far prevalere la ragione. Invito tutti gli albanesi a agire per favorire l integrazione europea, a guardare al futuro e non al passato. Un linguaggio che non gli impedisce di utilizzarne anche un altro, più vicino all ideologia adottata dai politici albanesi in questi ultimi vent anni. Siamo una nazione, una lingua, una bandiera, una strada (quella della Nazione, costruita da Sali Berisha per riunire Albania e Kosovo), e questo fa di noi una sola entità, ha dichiarato in occasione della consegna della medaglia di cittadino onorario della città albanese di Lezha. Ecco quello che io definisco un approccio degno di un nazionaleuropeismo, uno scivolamento della retorica dell élite politica albanese dal nazional-comunismo alla strumentalizzazione del processo di 7 integrazione europea. Secondo quest ultima ideologia, che mescola la visione nazionalista della Grande Albania alla visione post-nazionalista degli albanesi riuniti in seno all Unione europea, i serbi, i greci, i macedoni, i montenegrini non escono però dal loro statuto di nemici di lunga data. Carla del Ponte descrive Haradinaj nel suo libro La caccia. Io e i criminali di guerra (Feltrinelli) come un uomo sostenuto dagli internazionali dell Unmik, che hanno tentato di ostacolare la sua inchiesta con il pretesto che questo personaggio era molto potente in Kosovo e che poteva trasformarsi in fattore di destabilizzazione per la regione. Questo ci rivela uno di quegli animali politici che, in Albania come in Kosovo, non sono interessati che al potere personale e ai benefici che si possono trarre da esso. Ramush Haradinaj sa bene che, per il momento, non può fare a meno del sostegno della comunità internazionale. E per questo che sventola alta la bandiera a sei stelle del Kosovo di fronte agli europei e che si avvolge nel rosso e nel nero albanese quando incontra i suoi omologhi e i concittadini albanesi. L ambiguità dell Europa Il filosofo francese Etienne Balibar ricorda spesso che non considera atipica la situazione che si è venuta a creare in ex Jugoslavia. Non è in fin dei conti che la proiezione locale degli scontri e dei conflitti, delle relazioni razziali europee, come lui le chiama, che hanno scosso l Europa intera. L Europa attuale vive tensioni interne, tra l egoismo degli Stati nazione e il post-nazionalismo dei suoi cittadini: Il destino di una nuova identità europea si gioca in Jugoslavia e in generale nei Balcani... l Europa deve ammettere che la situazione nei Balcani non è una mostruosità nel proprio seno, ma il riflesso della sua propria storia. E deve quindi adottare misure tali per farvi fronte e risolvere la situazione, e questo la rimetterà in discussione e la trasformerà. Sarà il grimaldello del suo rinnovamento. Se si è potuto in passato dire che gli occidentali erano voltati verso il futuro mentre gli europei dell est verso il passato, come è stato dimostrato da quanto avvenuto in ex Jugoslavia, oggi non è più così. Il futuro del progetto europeo non è mai stato così in crisi come oggi. Il discorso doppio di Ramush Haradinaj e dei principali uomini politici kosovari ed albanesi è certamente il riflesso di questi Balcani dell indecisione e dell ambiguità degli europei rispetto al loro progetto di integrazione. L assoluzione di Ramush Haradinaj è molto significativa in questo contesto. Il fatto che sia sfuggito ad una decisione giusta apre il dibattito non solo sui rapporti tra politica e giustizia, ma anche sul funzionamento di un tribunale internazionale nell Europa post-nazionale quando gli interessi che si autodefiniscono nazionali persistono. L esistenza di un tribunale per i crimini di guerra, come quello dell Aja, di una giustizia che va oltre il potere, è un limite posto a quelle numerose persone che hanno l arroganza di affermare nei loro paesi che la legge e la giustizia sono loro stessi e di perseguire la strada del crimine. La loro impunità è da base per i venti nazionalisti che soffiano nei loro paesi e che nutrono gli odi etnici. Quest impunità non minaccia solo la pace ed una genuina integrazione europea, ma anche lo sviluppo di una democrazia dello stato di diritto in Kosovo, incancrenito dalla criminalità, dalla corruzione e dal crimine organizzato. L élite politica, di cui Ramush Haradinaj e Fatmir Limaj fanno parte, ne è spesso accusata. Non è per caso che il nuovo codice di procedura penale del Kosovo, licenziato nel gennaio 2013, rende ancora più difficile il coinvolgimento dei testimoni e la protezione di questi ultimi. Il razzismo trionfa quando si identifica con lo stato, diceva Foucault. Sotto il cielo di un Europa che ha smesso di guardare verso il futuro e che si rinchiude sempre più nell egoismo degli stati-nazione, questa frase è

8 sempre più significativa, in particolare in regioni come quella dei Balcani. Fatos Lubojna Fonte: osservatoriodeibalcani (fonte: Unimondo newsletter) link: Palestina e Israele La refusnik Sahar Vardi e la società israeliana (di Mona Niebuhr) Il 29 giugno l AICafè ha ospitato la giovane attivista israeliana Sahar Vardi. Partendo dalla sua esperienza nelle proteste e le attività congiunte israelo-palestinese, Sahar ha parlato di come ha deciso di uscire da quello che il sistema educativo israeliano le aveva insegnato e di rifiutare il servizio militare. Sahar è cresciuta a Gerusalemme ed è stata educata in una normale scuola israeliana che, come dice, per definizione significa scuola sionista. Due sono i principali elementi della prospettiva israeliana: il concetto di paura e la normalità del servizio militare. Fin da piccoli, spiega Sahar, ai bambini israeliani viene insegnato a scuola e dalla religione che gli ebrei sono in pericolo. Gli viene detto di aver paura di tutti: dall esodo in Egitto al nazismo c è sempre qualcuno che prova ad uccidere gli ebrei. Allo stesso tempo, i bambini israeliani vengono introdotti alla normalità della militarizzazione della vita quotidiana. Gli elementi militaristici compaiono già negli asili dove i bambini sono vestiti da soldati, proseguono a scuola dove le classi organizzano la raccolta di beni da inviare alle unità dell esercito per poi concludere il tutto con una settimana di addestramento militare di base prima del servizio vero e proprio. La graduale introduzione all esercito nella vita di tutti i giorni di un bambino, spiega Sahar, non lascia spazio a dubbi o domande: Il servizio militare collega i due concetti, diventi parte di quello che protegge il popolo ebraico da quello di cui ha paura. Il modo in cui i bambini vengono cresciuti è lo specchio dell idea per cui è normale essere costantemente spaventati ed è quindi la cosa più normale del mondo affidarsi ad un esercito che ti protegga. prendere una posizione pubblica, dire perché rifiutavamo. Sahar è stata una degli attivisti che nel 2008 hanno lanciato la cosiddetta Lettera Shministim, firmata da studenti delle superiori che dichiaravano la loro opposizione alla coscrizione. Invece di restare in silenzio, Sahar ha preso la coraggiosa decisione di parlare alla società israeliana per avere un impatto. Per questo ha trascorso due mesi in prigione. Oggi, cinque anni dopo, il suo rifiuto continua a far parte della sua vita quotidiana, nelle conversazioni di tutti i giorni e nei colloqui di lavoro. Sahar dice che non ha danneggiato la sua vita. Tuttavia, esiste la tendenza rafforzata dalle nuove leggi recentemente proposte a discriminare le persone che non hanno svolto il servizio militare. Sahar lamenta che la sinistra radicale in Israele non viene ascoltata dalla società, e non è nemmeno parte del dibattito politico: Come possiamo cambiare qualcosa se la nostra voce non si sente? Spesso la sinistra radicale israeliana non si appella alla sua stessa società, ma si occupa di mobilitare europei e americani per fare pressioni su Israele. Tante sono per Sahar le opportunità per contribuire al cambiamento. Sulla base della sua personale esperienza di essere entrata a Gerusalemme Est, ritiene che l interazione personale tra israeliani e palestinesi possa fare la differenza. Ma più importante del livello personale, è la necessità di superare il sistema di separazione tra israeliani e palestinesi: Come creiamo una connessione per combattere insieme la segregazione e l occupazione?. Secondo lei non si tratta di distribuire i privilegi di cui godono gli israeliani, ma di usarli contro il sistema: Non significa che non voglio questi diritti, voglio che li abbiamo anche gli altri. Infine, l importanza della comunità internazionale: le cose brutte accadono perché le brave persone permettono che succedano: Se tutti quelli che sono per la soluzione a due Stati rifiutano il servizio militare, non esisterà più l occupazione. Se tutti quelli che dicono che le colonie sono illegali non le sostenessero, non ci sarebbe più l occupazione. Mona Niebuhr Alternative Information Cente (fonte: AIC Italia - segnalato da: Centro Studi Sereno Regis) link: Sahar spiega come i palestinesi sono entrati in questa narrativa della paura e della militarizzazione. Guardando ai palestinesi attraverso le lenti della storia ebraica rende non necessario chiedersi perché fanno quello che fanno. Ogni volta che un palestinese commette un atto contro un israeliano, assume il ruolo storico di nuovo popolo da temere, rendendo necessario per l esercito proteggere il popolo ebraico. Il momento in cui Sahar ha aperto gli occhi è stato durante la visita ad un villaggio palestinese insieme al padre. Dopo quell esperienza, Sahar ha iniziato a partecipare a manifestazioni. Descrive la collisione tra la sua educazione e quello che succede sul terreno: I soldati dovrebbero proteggermi, è questo quello che mi è stato inculcato. Tuttavia, partecipando alle proteste contro la costruzione del Muro, il ruolo di soldati e palestinesi si è improvvisamente ribaltato: i soldati sono diventati quelli che volevano farle del male, i palestinesi quelli che tentavano di proteggerla. Con il tempo per Sahar l ingresso nell esercito non è stata più un opzione. Anche se esistono diverse funzioni e unità all interno dell esercito, spiega la ragazza, il principale progetto resta l occupazione: Non importa se lavori ad un checkpoint o porti il caffè ad un generale, sei sempre parte del progetto. Avremmo potuto uscire dall esercito da una porta laterale, ma volevamo 8

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