ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE ALDO MORO ANNO SCOLASTICO 2013/2014 ESAME DI STATO VICTORIA ERMICIOI. Titolo:

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1 ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE Liceo Scientifico Istituto Tecnico Industriale ALDO MORO Via Gallo Pecca n. 4/ RIVAROLO CANAVESE ANNO SCOLASTICO 2013/2014 ESAME DI STATO VICTORIA ERMICIOI Classe: V A Sezione: Scientifica Titolo: Il ruolo e l importanza delle emozioni nella nostra vita

2 INTRODUZIONE Le emozioni sono una realtà molto complessa e, in gran parte, ancora misteriosa, nonostante nel corso dei millenni siano state esplorate da filosofi e letterati, e siano state studiate scientificamente in modo sistematico da oltre un secolo a vari livelli(biologico, soggettivo, relazionale, culturale). La complessità delle emozioni dipende essenzialmente dal fatto che esse, congiuntamente, hanno profonde radici neurobiologiche nel nostro organismo, sono un'esperienza soggettiva dotata di importanti significati in connessione con i propri interessi e scopi, hanno una valenza sociale nelle relazioni con gli altri e sono definite dalla cultura di appartenenza. Tutti questi aspetti interagiscono fra loro e s influenzano a vicenda in modo profondo, con la conseguenza che le emozioni costituiscono esperienze multiformi che attraversano e pervadono tutto il nostro organismo in ogni suo aspetto. Una complessità talvolta così elevata che diventa difficile persino dare un nome alle proprie esperienze emotive. Nello stesso tempo, le emozioni costituiscono una realtà, in certo modo, conflittuale e ambigua. Nel momento stesso in cui una persona cerca di regolarle e di controllarle esse si sottraggono a tale controllo e spesso si trasformano in forme disturbate e disordinate. Se, viceversa, una persona si lascia andare e rimane in balia delle proprie emozioni, trova grandi difficoltà a gestire la propria esperienza. Sembra che la strategia vincente sia vivere le proprie emozioni ponendo tuttavia degli argini di regolazione e di gestione nei loro confronti. Tale condizione pone in evidenza l esigenza di riuscire a riconoscere le proprie emozioni, a non averne paura, a farvi fronte e a orientarle in modo positivo e costruttivo per il raggiungimento dei propri traguardi e interessi. D altra parte la vita umana senza emozioni sarebbe semplicemente inconcepibile e inimmaginabile. Non soltanto perché diventeremmo dei robot meccanici e automatici, ma soprattutto perché le possibilità della nostra sopravvivenza si ridurrebbero in modo significativo, come pure la qualità della nostra vita. In caso di emergenza, infatti, le emozioni sono segnali di attenzioni e di priorità. Di fronte a un pericolo improvviso esse interrompono le attività precedenti e orientano tutte le nostre risorse per far fronte al pericolo stesso. In generale, possiamo dire che le emozioni svolgono una funzione fondamentale di adattamento, poiché ci consentono di rispondere in modo affettivamente pertinente e coerente agli stimoli ed eventi dell ambiente. Entra così in gioco la competenza emotiva:

3 una persona competente sul piano emotivo è quella che sa riconoscere le emozioni proprie e altrui, è in grado di comprenderle e di definirle, sa farvi fronte ed è capace di gestirle nella loro manifestazione, senza inibirle ma anche senza accentuarle e senza mascherarle. In quanto tali, le emozioni pongono in evidenza i nostri interessi e scopi, e attribuiscono dinamicità e colore alle nostre esperienze. Esse costituiscono dei dispositivi fondamentali per stabilire, alimentare, mantenere o cambiare le relazioni con gli altri. I nostri rapporti sociali si nutrono di affetti, senza di essi vi è aridità, vi è indifferenza. Le emozioni, pertanto, sono alla base dei legami sociali, da quelli familiari a quelli di un gruppo o di un organizzazione e senza emotività le persone non avrebbero ragione di trovarsi insieme. Per l insieme di questi aspetti, la specie umana è la specie più emotiva fra quelle esistenti, poiché è la meno dotata di dispositivi automatici di risposta a fronte degli stimoli ambientali. Di per sé, l emozione aumenta i gradi di libertà della nostra specie, in quanto implica una separazione fra lo stimolo induttore e la risposta emotiva. Per questo motivo le emozioni non sono né riflessi né meccanismi istintuali che si svolgono in modo involontario. Tale separazione implica la possibilità di gestire le proprie emozioni entro certi limiti, di orientarle lungo certe traiettorie, di poterle modificare nel tempo, di riuscire ad accentuarle o ad attenuarle. In linea di massima, tolte le condizioni di emergenza in cui è in gioco la nostra sopravvivenza, la separazione fra stimolo induttore e risposta emotiva consente la valutazione cognitiva dello stimolo stesso. Di norma le emozioni non sono eventi improvvisi che ci capitano addosso, non sono accadimenti di cui siamo soltanto vittime. Le emozioni sono processi che attraversano la nostra mente, toccano in modo profondo i nostri interessi e gli scopi che ci stanno più a cuore, ci spingono all azione: in caso di attrazione, di simpatia e di comprensione, ci avviciniamo agli altri e siamo capaci di creare con loro legami profondi; in caso di repulsione, di avversione o di disgusto, ci allontaniamo dagli altri, li evitiamo e, talvolta, fuggiamo persino via dalla loro presenza. A differenza delle idee e dei pensieri, le emozioni si manifestano agli altri in modo più o meno evidente: dal sorriso al pianto, al tremore, al rossore Tali espressioni emotive riguardano tutto il nostro corpo: dalla voce alla mimica facciale, allo sguardo, ai gesti, alla postura del corpo, alla vicinanza o distanza fisica dagli altri e così via. A livello evolutivo, la comunicazione emotiva precede certamente quella linguistica ed è per questo che le emozioni si manifestano soprattutto a livello non verbale. In questo processo esse seguono

4 diversi registri e modalità, talvolta molto sottili e tenui, spesso fatto di accenni. Su tale sensibilità si fondano le possibilità di creare e mantenere forme importanti di sintonia emotiva e di disaccordo emotivo che, a sua volta, genera conflitti e incomprensioni. Le nostre storie sono fatte di emozioni positive e negative. 1. CHE COSA SONO E QUALI SONO LE EMOZIONI In senso letterale l Oxford English Dictionary definisce emozione ogni agitazione o turbamento della mente, sentimento, passione: ogni stato mentale violento o eccitato. Io riferisco il termine emozione a un sentimento e ai pensieri, alle condizioni psicologiche e biologiche che lo contraddistinguono, nonché a una serie di propensioni ad agire. Vi sono centinaia di emozioni con tutte le loro mescolanze, variazioni, mutazioni e sfumature. In effetti le parole di cui disponiamo sono insufficienti a significare ogni sottile variazione emotiva. I ricercatori continuano a discutere su quali precisamente possano essere considerate le emozioni primarie; il blu, il rosso e il giallo del sentimento dai quali derivano tutte le mescolanze o perfino sull esistenza di tali emozioni primarie. Alcuni teorici propongono famiglie emozionali fondamentali, anche se non tutti concordano nell identificarle. Ecco i candidati principali e alcuni membri delle loro famiglie: Le EMOZIONI PRIMARIE sono universalmente condivise, cioè riconosciute in tutte le culture nella loro espressione facciale che è spontanea, ovvero non prodotta intenzionalmente, esse inoltre sono innate cioè facenti parte del nostro patrimonio genetico. L argomento a favore dell esistenza di un gruppo di emozioni fondamentali dipende dalla scoperta di Paul Ekman,psicologo statunitense, secondo la quale le espressioni facciali specifiche per quattro di esse( paura, collera, tristezza, gioia) sono riconosciute in ogni cultura del mondo, compresi popoli analfabeti che presumibilmente non sono influenzati dal cinema o dalla televisione. Ciò suggerisce a maggior ragione l universalità di queste emozioni. Ekman ha mostrato fotografie che ritraevano con precisione tecnica volti esprimenti le quattro emozioni fondamentali a persone di culture lontanissime dalla nostra

5 come i Fore della Nuova Guinea, una tribù isolata che vive in lontani altipiani ed è rimasta all età della pietra e ha constatato che dovunque la gente riconosceva le stesse emozioni fondamentali. Questa universalità delle espressioni facciali dell emozione fu probabilmente notata per primo da Darwin, che la giudicò una prova del fatto che le forze evolutive avevano impresso questi segnali nel nostro sistema nervoso centrale. Secondo una recente definizione di Robert Plutchik, psicologo e professore all Albert Einstein College of Medicine degli Stati Uniti, le emozioni primarie sono otto, divise in quattro coppie: rabbia paura tristezza gioia sorpresa attesa disgusto accettazione Le EMOZIONI SECONDARIE o COMPLESSE, invece, derivano dalla composizione delle emozioni primarie; esse derivano dalla valutazione che l'individuo fa su di sé o sul proprio comportamento in rapporto a norme interiorizzate e sono tipicamente umane, a differenza delle primarie che, invece, sono comuni anche ai primati non umani. Le emozioni secondarie nascono in relazione al tessuto sociale, pertanto, in questo caso, le differenze e le influenze culturali sono rilevanti. Le più importanti sono: allegria vergogna ansia rassegnazione gelosia speranza offesa nostalgia rimorso delusione

6 2. A CHE COSA SERVONO E CHE FUNZIONE HANNO LE EMOZIONI Le emozioni inducono un attivazione generale dell organismo con la comparsa di reazioni motorie, fisiologiche ed espressive precise e rilevanti, in modo tale da permettere all organismo di far fronte alle situazioni che di volta in volta si presentano. Oltre a queste componenti fondamentali, le emozioni esercitano una funzione di: - ADATTAMENTO che deriva a sua volta dalla funzione di motivazione. L emozione muove l uomo ad agire e lo porta ad adattare il suo organismo all ambiente circostante che ha contribuito a scatenare l emozione stessa. - SEGNALAZIONE INTERSOGGETTIVA, ovvero verso l esterno dell organismo; è infatti possibile leggere le emozioni delle persone osservandone le espressioni corporee e mimico-facciali. - SEGNALAZIONE INTRASOGGETTIVA che fa che l emozione informi l organismo in modo immediato del suo stato, in riferimento a bisogni, desideri ed altro. In effetti il corpo ed il cervello sono costantemente in connessione fra loro, quindi i cambiamenti dell organismo sono interpretati dal cervello che, a sua volta, attiva la consapevolezza dello stato del soggetto e risponde. - RAPPRESENTAZIONE DELLE SITUAZIONI permettendone la classificazione. - AZIONE SULLA VITA COGNITIVA con riflessi sulla memoria, sull immaginazione, sull elaborazione, sul problem-solving in quanto mondo emotivo e mondo razionale non sono mai scissi fra loro, se non nel caso di danni cerebrali.

7 3. LE PRINCIPALI TAPPE DELLA CONOSCENZA DELLE EMOZIONI Prima della scienza: la medicina antica e la filosofia L importanza delle emozioni era ben nota già nell antichità. Per il greco Ippocrate (V-IV secolo a.c.), fondatore della medicina, gli uomini potevano essere classificati in 4 tipologie a seconda del loro temperamento emotivo, che egli riconduceva alla prevalenza di un determinato umore corporeo sugli altri. Per Ippocrate gli uomini potevano dunque avere un temperamento: collerico, in caso di prevalenza della bile gialla; sanguigno, quando a prevalere era il sangue; flemmatico, se prevaleva il flegma (o linfa); malinconico, in caso di prevalenza della bile nera. I filosofi greci Platone ( a.c.) e Aristotele ( a.c.) ritenevano che le emozioni (o passioni, come furono chiamate fino all Ottocento) dovessero essere attentamente controllate dalla ragione. Secondo i due pensatori, infatti, quando esse si impadroniscono dell animo umano, possono portare disordine e infelicità: per questo occorre saperle riconoscere ed esprimere adeguatamente, grazie alla indispensabile mediazione della ragione. Per trovare una considerazione positiva delle passioni, unitamente a un inizio di analisi scientifica, bisogna tuttavia attendere l età moderna e, in particolare, la riflessione del filosofo francese René Descartes, detto Cartesio ( ). Nell ultima opera da lui pubblicata, intitolata Le passioni dell anima (1649), Cartesio individua 6 passioni primitive, o originarie, dalle quali tutte le altre sono derivabili: la meraviglia, il desiderio, l amore, l odio, la gioia e la tristezza. Le passioni, o emozioni, secondo Cartesio sono modificazioni dell anima a loro volta causate da modificazioni del corpo. Esse svolgono una funzione importante per la sopravvivenza: la tristezza, ad esempio, è una sorta di campanello d allarme che induce l anima a provare odio per gli oggetti che la provocano, così come la gioia, che si prova per ciò che è utile al corpo, induce l anima ad amare le cose che giovano alla vita. La meraviglia, poi, è il moto dell anima suscitato da un oggetto nuovo, raro o eccezionale, e costituisce la passione filosofica per eccellenza, una vera e propria molla che spinge verso il sapere.

8 Ma le passioni devono essere controllate e guidate, per evitare che il corpo umano vada errando da un impressione all altra, in potere degli oggetti esterni e dei desideri che questi suscitano. Per volgere a buon fine le passioni, per alimentare la loro forza vitale e contrastare la loro tendenza distruttiva, secondo Cartesio occorre controllarle razionalmente con «giudizi saldi e precisi» su ciò che è bene e su ciò che è male. In questo modo, praticando la «virtù», si ottiene una soddisfazione interiore che rende, per così dire, immuni agli attacchi delle passioni. In altre parole, il filosofo francese ha fiducia che la ragione possa controllare le emozioni e volgerle al fine per cui sono state create: conservare e migliorare la vita. Le prime riflessione scientifiche: Darwin e Freud Il primo testo scientifico sulle emozioni viene pubblicato nel 1872 dal biologo britannico Charles Darwin ( ), con il titolo L espressione delle emozioni nell uomo e negli animali. Il titolo è significativo, perché mette in evidenza l idea secondo cui la vita emotiva non è una caratteristica esclusiva della specie umana, ma accomuna tutti gli animali, per i quali rappresenta un importante strumento di sopravvivenza e di adattamento all ambiente, contribuendo alla selezione dei caratteri nell evoluzione delle varie specie. Ritenendo che anche gli animali provino emozioni, Darwin apre la strada all etologia e all osservazione del comportamento degli animali nei loro contesti abituali di vita. Per quanto riguarda le emozioni umane, è interessante ricordare che secondo Darwin esistono alcune emozioni universali, che tutte le culture esprimono nello stesso modo. Egli, inoltre, riteneva che molte delle espressioni facciali delle emozioni avessero un significato adattativo, come si dice in termini evoluzionistici, cioè servissero a comunicare qualcosa (lo stato interno di una persona che, senza bisogno di parole, dice agli altri come si sente in quel momento), avessero, cioè, una utilità ben definita. La paura, per esempio, è un'emozione che segnala spesso un pericolo che è utile comunicare agli altri. Ma oltre a questo aspetto, Darwin riteneva che questa espressione delle emozioni fosse legata anche a degli aspetti di tipo fisiologico: emozionarsi vuol dire anche piangere, vuol dire respirare più profondamente, sudare, e così via. Darwin ha cercato di comprendere come questi correlati fisiologici delle emozioni avessero anch'essi un significato adattativo e ha sostenuto che molti degli aspetti delle nostre emozioni, che ritroviamo in qualche misura anche negli animali, sono delle specie di "fossili comportamentali", cioè un qualche cosa

9 che è servito un tempo in una lontana preistoria dell'evoluzione, e che oggi ha un minor significato. Possiamo perciò dire che Darwin è stato il primo a dare delle basi solide alle emozioni, a indicare il loro significato, il loro valore adattativo, ad interpretarle cioè in termini di utilità, di comunicazione. Egli ne ha sottolineato degli aspetti estremamente importanti; ma le ha anche indicate come un retaggio antico, che ha perduto in parte la sua forza. Nel Novecento un importante teoria scientifica delle emozioni viene elaborata dal medico viennese Sigmund Freud ( ), il fondatore della psicoanalisi. Per lo scienziato austriaco l uomo è un essere pulsionale, ovvero eminentemente emotivo, governato da due pulsioni primarie: Éros e Thánatos: la prima è la spinta vitale, che tende alla conservazione dell esistenza, mentre la seconda è una forza distruttiva, che tende alla dissoluzione, al ritorno all inorganico. Quella di Freud è quindi una visione pessimistica, che ripropone l antico conflitto tra ragione e passioni e che reputa necessaria la civilizzazione delle emozioni, con il suo inevitabile carico di disagio e di infelicità personale. La teoria delle emozioni di Freud non era direttamente connessa con la fisiologia, ma ne era in qualche modo legata, in quanto teoria istintualista: le emozioni provengono da un nucleo antico, da un nucleo centrale, sono spesso separate da quella che è la coscienza, fanno parte cioè dell'inconscio. D'altra parte, molte delle teorie di Freud non sono nate all'improvviso, ma hanno una storia: sono frutto di quelle ricerche fatte nell'ottocento che già indicavano come ci fosse una sorta di mondo inconscio, in virtù del fatto che il nostro corpo ha degli automatismi. Per esempio, noi reagiamo in modo riflesso ad una luce e la nostra pupilla si allarga o si costringe; oppure abbiamo dei riflessi, come possono essere quelli provocati dal medico, quando batte col martelletto sulla nostra rotula: alcuni di questi processi dell'organismo, che implicano un'attività nervosa, spesso sono portati avanti in modo inconscio, senza che io esplicitamente sappia che si verificano. Quindi, a partire da questa sfera dell' inconscio, Freud ha elaborato il concetto di una vita mentale che si può verificare in modo separato da quella conscia, che può trasparire attraverso alcune azioni, che spesso non venivano giustificate o a cui non si dava sufficientemente valore, e che poi traspaiono nel sogno. Però è in queste azioni - attraverso il linguaggio dell'inconscio, attraverso il linguaggio dei sogni, attraverso i lapsus, le azioni mancate o le azioni apparentemente bizzarre che, sosteneva Freud, una parte di questa vita sommersa, in gran parte legata a delle emozioni a volte bloccate, non sviluppate, emerge e

10 fa sì che il mio Io abbia degli aspetti che fino a quel momento non erano stati abbastanza valutati. Questa è stata una forte rivoluzione, non soltanto dal punto di vista delle teorie della mente, perché anche quella di Freud è una teoria della mente, ma anche per l'attenzione che, a partire dai primi anni del Novecento, si è data ad un continente così vasto, quello della vita emotiva, a livello letterario, espressivo, e in seguito, a livello cinematografico. L'idea che le emozioni abbiano un loro linguaggio, che possano restare ad un livello sommerso, man mano passa nella cultura della nostra epoca e complica anche il significato dell'emozione. L'emozione può essere qualche cosa che uno deve andare a ricercare, che mi ricorda qualche cosa o che mi lascia in uno stato di insoddisfazione. Perciò, questa dimensione che Freud è riuscito ad evidenziare, rappresenta un aspetto importante, e forse, paradossalmente, un punto di connessione,anche se Freud parlava di inconscio, con una dimensione cognitiva delle emozioni, per cui esse non sono più soltanto qualche cosa di istintivo, ma anche qualche cosa che si aggancia con tanti altri aspetti della nostra vita. Ora, se questi fenomeni istintuali riescono a coinvolgere vari aspetti dell'inconscio e del conscio, vuol dire che non soltanto non sono delle categorie automatiche, come in parte riteneva Cartesio, ma che esse hanno anche dei significati. 4. TEORIE SULLE EMOZIONI LA TEORIA PERIFERICA Diverse sono le posizioni teoriche assunte dagli psicologi relativamente alla natura, l'origine e la funzione delle emozioni. Lo psicologo e filosofo James, nel 1884, propose per primo una definizione empirica e verificabile di emozione. Egli ritenne di identificare l emozione nel «sentire» le modificazioni periferiche dell organismo, di conseguenza: «non tremiamo perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché tremiamo». La formulazione della teoria di James fu verificata sperimentalmente da Sherrington e da Cannon e fu ritenuta infondata (i visceri hanno una sensibilità troppo scarsa, una risposta troppo lenta e una motilità troppo indifferenziata).

11 IPOTESI DEL FEEDBACK FACCIALE L ipotesi del feedback facciale postula un rapporto diretto tra le espressioni facciali e il sentire emotivo (di conseguenza modificando volontariamente le espressioni facciali, ad esempio addestrando i soggetti a contrarre i muscoli implicati nell'atto del sorridere, dovrebbero in qualche modo essere influenzate anche le emozioni corrispondenti, corrispondenza che ha effettivamente trovato un riscontro empirico) Esistono due versioni di questa ipotesi: forte (le espressioni facciali, da sole, sono sufficienti a generare l emozione) debole (il feedback facciale aumenta soltanto l intensità dell emozione) TEORIA VASCOLARE DELL EFFERENZA EMOTIVA La teoria vascolare dell efferenza emotiva, che è alla base di discipline quali la meditazione trascendentale, lo yoga, o il training autogeno, postula che il ritmo e le modalità di respirazione, causando un cambiamento della temperatura dell'ipotalamo, influenzino gli stati emotivi: il raffreddamento ipotalamico è condizione base per stati emotivi positivi, mentre, al contrario, un innalzamento della temperatura di questa regione porta a stati emotivi negativi. TEORIA CENTRALE O NEUROLOGICA Con la sua teoria centrale o neurologica James Cannon, pur rimanendo legato all'origine neurofisiologica delle emozioni, sostenne invece nel 1927 che l'emozione ha origine nella regione talamica dell'encefalo ed è dunque di natura centrale. Successivamente, a partire dal contributo di Cannnon, altri studiosi hanno ipotizzato che il circuito posto come base dell'attivazione e della regolazione dell'emozionalità umana comprenda tutta la zona composta da talamo, ipotalamo (che coordina il sistema nervoso autonomo e se stimolato produce risposte emotive complete ) e amigdala(considerata come il computer dell'emozionalità:da una parte, circuito subcorticale, valuta le emozioni in maniera rapida, precognitiva, attuando se necessario risposte tempestive, mentre dall'altro,circuito corticale, ponendo in contatto queste informazioni primitive con le aree associative della corteccia svolge funzioni superiori di valutazione dell'evento emotigeno). Le posizioni di J. Cannon, entrambe centrate sugli aspetti neurofisiologici dell'emotività, risultano incomplete in quanto paiono escludere ogni aspetto prettamente psicologico.

12 TEORIA COGNITIVO-ATTIVAZIONALE Il primo a proporre un modello che tenesse conto anche di questo fattore fu Schachter, con la sua teoria cognitivo-attivazionale (o teoria dei due fattori). Egli associò alla comunque imprescindibile attivazione fisiologica una componente di natura psicologica che spiegasse l'attivazione fisiologia (altrimenti a suo parere troppo indifferenziata e aspecifica) sulla base di un evento emotigeno coerente. Schachter ritiene che entrambe le componenti siano condizioni imprescindibili per lo sperimentare da parte degli individui di un qualsiasi stato emotivo e che essi debbano inoltre essere accompagnate da un secondo atto cognitivo (successivo alla percezione e al riconoscimento dello stato emotivo) che permetta di stabilire una connessione tra i due fattori portando ad etichettare in maniera appropriata l'emozione che si sperimenta. Schachter tentò di trovare conferma sperimentale alla sua teoria e alle ipotesi da essa derivate, e in molti casi ebbe risultati incoraggianti: ad esempio riuscì a dimostrare che se le persone sono spinte ad attribuire un'attivazione indipendente da uno stato emotigeno (ad esempio quella conseguente alla somministrazione di uno stimolante quale l'adrenalina) ad una situazione emotivamente pertinente, produrranno risposte emotive coerenti con l'associazione formate. Per cui soggetti a cui era stata somministrata adrenalina, ma che non erano stati informati correttamente circa la sostanza che assumevano e i suoi effetti, e che venivano successivamente posti a contatto con stimoli emotigeni, tendevano ad associare lo stato di attivazione fisica che sentivano (causato dall'adrenalina) alla situazione che stavano vivendo, intensificando le loro risposte emotive rispetto a persone che, trovandosi in situazione analoga, erano però stati correttamente informati riguardo gli effetti dell'adrenalina. TEORIA DELL APPRAISAL Dopo la svolta nel modo di concepire e studiare le emozioni imposta dalla teoria dei due fattori, gli anni Ottanta videro sorgere le teorie dell'appraisal. Appraisal è un termine inglese (valutazione, perizia), con cui si designa la valutazione cognitiva degli stimoli. In psicologia delle emozioni, alcuni studiosi sostengono che emozioni diverse sono caratterizzate da differenti sistemi valutativi, composti da specifiche componenti o dimensioni; l'appraisal sarebbe dunque all'origine della risposta emozionale. Questa visione si contrappone al senso comune, che vedrebbe il sentire emotivo come qualcosa di immediato, non controllabile e ben distinto da controlli cognitivi specifici. Gli studiosi

13 dell'appraisal sostengono al contrario che le emozioni non possono nascere senza una ragione e che la loro origine è riscontrabile sempre in una qualche forma di valutazione cognitiva della situazione collegata all'evento emotigeno con tutti i suoi possibili legami con il benessere e le aspettative, gli scopi, i desideri del soggetto coinvolto. In questo modo si mette in risalto, accanto alla valutazione cognitiva, l'importanza della soggettività nella percezione e di un'esperienza emotiva. Le principali valutazioni riguardano il carattere piacevole o spiacevole dell'evento cui segue l'emozione, la sua novità, la previsione della sua durata e controllabilità, l'incertezza circa le sue conseguenze, la sua compatibilità con le norme sociali di riferimento e con l'immagine che l'individuo coinvolto ha di sé. Altri studiosi, rifacendosi agli studi di Darwin, hanno preferito vedere le emozioni come reazioni sviluppatesi per la sopravvivenza della specie umana (ad esempio la paura porterebbe a scappare davanti a un pericolo, il sorridere come reazione di gioia faciliterebbe il riconoscimento di persone non ostili...). Le emozioni, quanto meno quelle primarie, vengono dunque concepite all'interno di queste teorie psicoevoluzionistiche come qualcosa di unitario e innato nell'uomo. Esse quindi, così come le corrispettive espressioni facciali che le caratterizzano, sarebbero geneticamente determinate e automatiche nel loro insorgere. 5. EMOZIONE E RAGIONE Emozione e ragione sono state a lungo considerate due aree separate e spesso in contraddizione, che esprimono istanze diverse delle nostre motivazioni interiori. Questa posizione ha subito un radicale cambiamento con i risultati delle ricerche delle neuroscienza affettive. Quello che oggi sappiamo è che abbiamo un sistema emotivo di base che è fondamentale per lo sviluppo del nostro sistema di pensiero. Non solo emozione e ragione non sono separate ma il nostro sistema cognitivo nasce dalla qualità delle emozioni di base che sperimentiamo nel nostro sviluppo. Emozioni di base che vanno a costruire un sistema di credenze e pensieri che può diventare piuttosto rigido e insindacabile, proprio perché rafforzato dalla nostra fiducia, spesso incondizionata, nella giustezza delle nostre idee. UOMO RAZIONALE Pensiamo alla famosa saga Star Treck e al protagonista, il tenente Spock.

14 A parte le orecchie a punta e le sopracciglia arcuate, a un primo sguardo un vulcaniano è davvero molto simile a noi. In effetti, la differenza tra umani e vulcaniani non sta nella morfologia corporea. A rendere Spock (l ufficiale che, nella serie televisiva Star Treck, siede a fianco del capitano James T. Kirk alla guida dell Enterprise) molto diverso dagli esseri umani è la natura dei suoi stati interni: la sua vita mentale è priva di emozioni. Come è noto agli appassionati del genere, i vulcaniani garantiscono la purezza logica dei propri pensieri dedicandosi alla soppressione delle emozioni. Un atteggiamento del genere non è soltanto il prodotto della fantascienza: il mito della purezza logica è antico e ancora molto radicato nella visione che il senso comune ha di cosa debba intendersi per razionalità. Una concezione del genere, tuttavia, non tiene alla prova dei fatti. Per quanto Spock si adoperi a preservare le sue capacità intellettive dal contagio con gli stati emotivi, la scienza della mente contemporanea evidenzia un fatto di segno opposto: Spock è un individuo che l evoluzione non avrebbe mai potuto selezionare positivamente. Nella prospettiva darwiniana Nel libro Emozioni (Laterza, 2004), Dylan Evans sostiene che il mito della razionalità pura perpetua una visione antica (e negativa) della cultura occidentale: se a questa visione contrapponiamo una concezione positiva degli stati emotivi, appare evidente che «una creatura come Spock, priva di emozioni, sarebbe in realtà meno e non più intelligente di noi». Analizzare le emozioni nel quadro più generale della prospettiva darwiniana comporta un approccio radicalmente diverso allo studio del mentale. I tempi sembrano maturi per farlo: il crescente interesse della scienza cognitiva per i fondamenti evoluzionistici porta di nuovo alla ribalta il ruolo delle emozioni nella riflessione sulla mente. La scienza cognitiva nascente (negli anni Cinquanta del secolo scorso) facendo propri alcuni assunti del razionalismo classico aveva concentrato la riflessione sui processi alti di pensiero: linguaggio e ragionamento, in primo luogo. Agli studiosi del tempo, ovviamente, non sfuggiva l importanza delle emozioni nella vita mentale degli individui. La loro idea era però che lo studio delle pulsioni e degli stati d animo dovesse riguardare un campo autonomo d indagine: principalmente perché credevano che le capacità intellettuali fossero del tutto indipendenti dalle emozioni.

15 La mente nel freezer Forte della metafora del calcolatore (molto in voga in quel periodo) il risultato dell ortodossia cognitivista è stato quello di «mettere la mente nel freezer», per mutuare una felice espressione usata da Joseph Le Doux nel libro Il cervello emotivo (Baldini e Castoldi, 1999). Il tentativo di espellere le emozioni dallo studio della mente ha dato l illusione di potere studiare la ragione umana in autonomia da tutto il resto. Un errore fatale, se è vero, come sottolinea Le Doux, che «una mente senza emozioni non è affatto una mente, è solo un anima di ghiaccio: una creatura fredda, inerte, priva di desideri, di paure, di affanni, di dolori e di piaceri». COME TENERE INSIEME RAGIONE ED EMOZIONI? Con L errore di Cartesio (Adelphi, 1995), Antonio Damasio ha aperto una vera e propria breccia intellettuale su questo argomento. A mostrare come il ragionamento non sia interpretabile soltanto nei termini di un processo di calcolo formale e astratto è il fatto che la soluzione dei problemi in cui si imbattono gli umani è sempre collocata nel quadro più ampio della presa di decisioni. Come sottolinea Damasio, in effetti, si può «affermare che lo scopo del ragionare è decidere, e che l essenza del decidere è scegliere una possibile risposta, cioè un azione non verbale, una parola, una frase tra le molte disponibili al momento e in rapporto con una situazione data». Quando si guarda alle capacità intellettive degli umani nel contesto più generale della prese di decisioni, la neuroscienza ci offre risultati estremamente interessanti su cui riflettere. Damasio racconta il caso di Elliot, un uomo colpito da un meningioma che, dopo l asportazione del tumore, presentava danni alle cortecce prefrontali (in particolare il settore centromediano). Due deficit cognitivi caratterizzavano il comportamento di Elliot: di fronte a immagini visive di disastri o episodi cruenti, era in grado di interpretare la scena raffigurata ma non provava alcuna reazione emotiva; di fronte a scelte alternative, non era in grado di prendere una decisione. Nell interpretare tali deficit, Damasio ipotizzò che le incapacità di Elliot di prendere decisioni dipendessero da una carenza di esperienze emotive. Per verificare questa ipotesi i comportamenti di Elliot vennero passati al vaglio sperimentale. I risultati confermarono l ipotesi di Damasio.

16 Di fronte alla necessità di scegliere, Elliot rimaneva paralizzato: se gli si chiedeva di fissare un appuntamento tra due giorni alternativi, egli dava inizio a un processo infinito di calcolo dei pro e dei contro delle opzioni possibili, senza riuscire a risolvere il problema. Risultati come questo mettono in discussione la concezione del ragionamento come un calcolo formale, ovvero l idea di una ragione «alta» intesa come un sistema di inferenze che opera al riparo da qualsiasi tipo di contaminazione emotiva. Per quanto possa apparire controintuitivo, il caso di Elliot rappresenta una prova empirica del fatto che una mente razionale pura possa essere realmente efficace: paradossalmente, in effetti, la prospettiva che interpreta il ragionamento nei termini di una logica astratta descrive il modo in cui ragionano i pazienti colpiti da lesioni prefrontali, non il modo in cui operano i soggetti normali. Dire questo, ovviamente, non significa sostenere che il ragionamento astratto sia del tutto incompatibile con la scelta razionale: si può pensare a tale scelta come all esito di un calcolo in cui sono prese in considerazione tutte le conseguenze di ogni possibile mossa; in tal caso però, come sostiene Damasio, «procuratevi un bel po di carta e un temperamatite robusto e non aspettatevi che gli altri abbiano la pazienza di seguirvi fino a che sarete giunti alla fine». Quando non si ha carta, matita e un buon temperamatite (e, cosa più importante, un sacco di tempo a disposizione) è a sistemi di altro tipo che dobbiamo affidarci per scegliere la risposta più appropriata a una determinata situazione. Quello dell appropriatezza al contesto è il punto veramente decisivo della questione: è a questo proposito che le scelte razionali chiamano in causa i processi di valutazione in cui le emozioni giocano un ruolo fondamentale. Il ruolo valutativo delle emozioni ha assunto un nuovo rilievo: inserite nel quadro della relazione di base tra organismo e ambiente, le emozioni rappresentano il meccanismo di classificazione di cose ed eventi come «buoni» o «cattivi» ai fini della sopravvivenza. Gli aspetti valutativi delle emozioni vengono così ad essere ripensati nel quadro più generale della teoria dell adattamento. In una prospettiva di questo tipo la pretesa distinzione tra una ragione alta e i livelli bassi del piano pulsionale non ha più alcuna ragione di esistere: occorre, percio, eliminare ogni residuo dualistico di una mente distinta dal cervello e, più precisamente, distinta dalla corporeità.

17 6. INTELLIGENZA EMOTIVA L'intelligenza emotiva è un aspetto dell'intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo Emotional Intelligence. Definiscono l intelligenza emotiva come La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni. L intelligenza emotiva è composta da tre rami principali: Valutazione ed espressione delle emozioni Regolamento delle emozioni Utilizzo delle emozioni Il tema dell'intelligenza emotiva è stato successivamente trattato nel 1995 da Daniel Goleman nel libro "Emotional Intelligence". Secondo Goleman, le cinque caratteristiche fondamentali dell intelligenza emotiva, che ogni uomo codifica interiormente sono : 1. Consapevolezza di sé che implica: la capacità di distinguere e denominare le proprie emozioni in determinate situazioni; il riconoscimento dei segnali fisiologici che indicano il sopraggiungere di un'emozione; la capacità di comprendere le cause che scatenano determinate emozioni. 2. Dominio di sé, la capacità di utilizzare i propri sentimenti per un fine che implica: il controllo degli impulsi e delle emozioni; il controllo dell'aggressività diretta verso gli altri; il controllo dell'aggressività rivolta verso sé stessi. 3. Motivazione, la capacità di scoprire il vero e profondo motivo che spinge all azione che implica: la capacità di incanalare, energizzare e armonizzare le emozioni dirigendole verso il raggiungimento di un obiettivo;

18 la tendenza a reagire attivamente (con ottimismo e iniziativa) agli insuccessi e alle frustrazioni. 4. Empatia, la capacità di sentire gli altri entrando in un flusso di contatto che implica: la capacità di riconoscere gli indizi emozionali altrui; la sensibilità alle emozioni e alla prospettiva altrui. 5. Abilità sociale, la capacità di stare insieme agli altri cercando di capire i movimenti che accadono tra le persone che determina: la capacità di negoziare i conflitti tendendo alla risoluzione delle situazioni; la capacità di comunicare efficacemente con gli altri. 7. DISTURBI EMOTIVI Nel momento in cui viene meno una capacità fondamentale quale l intelligenza emotiva e non si è quindi in grado di gestire e controllare le proprie emozioni, oppure nel momento in cui le emozioni non funzionano come dovrebbero e risultano pertanto inappropriate agli eventi, troppo intense o durature o al contrario assenti, piatte, limitate nel tempo, allora siamo di fronte a un vero e proprio disturbo emotivo. Quando disfunzionale, ognuna delle emozioni porta a un tipico problema emotivo. Ad esempio, una tristezza accentuata e protratta nel tempo può condurre alla depressione; la paura può degenerare in ansia, attacco di panico o fobia; la rabbia in comportamenti violenti o antisociali o addirittura, se diretta contro se stessi, in autolesionismo. Le disfunzioni emotive dipendono soprattutto da alterazioni nei processi di neurotrasmissione che hanno luogo nel cervello emozionale, ciò spiega come mai gli psicofarmaci possono curare i disturbi emotivi. Esamineremo due diffusi disturbi emotivi, l ansia e la depressione, partendo dalle emozioni primarie della paura e della tristezza, indicando sinteticamente anche i diversi tipi di cura disponibili. Ansia e disturbi d ansia La principale caratteristica dell ansia è la sua connotazione emotiva: un sentimento di inquietudine, preoccupazione, una sensazione di pericolo imminente ma meno precisato rispetto a quello legato alla paura. Ancora, rispetto alla paura, che è un emozione connessa a

19 una minaccia presente, l ansia è riferita a un rischio futuro. L ansia è una condizione complessa che, passando per le emozioni, coinvolge la sfera biologica allo stesso modo di quella cognitiva. A livello del corpo l ansia innesca la cosiddetta reazione di emergenza, la risposta fisiologica preparatoria alla lotta o alla fuga: aumento del battito cardiaco, della respirazione, della pressione sanguigna, della sudorazione, rilascio dell adrenalina nel sangue. Un altra importante caratteristica psicologica dell ansia è la sua capacità di aumentare la vigilanza e l attenzione. Quando la condizione ansiosa si fa troppo acuta o troppo protratta o risulta sproporzionata agli stimoli, si può essere di fronte a un disturbo d ansia.tra i disturbi d ansia rientrano anche le fobie, come quella per i ragni, per l altezza, per gli spazi chiusi o la paura di parlare in pubblico; il disturbo di panico; il disturbo post-traumatico da stress e il disturbo acuto da stress.in tutti i disturbi d ansia è in gioco una distorsione dell emozione della paura e anche per questo i meccanismi nervosi implicati si somigliano. Depressione: La tristezza è un emozione che può portare alla depressione. Quest ultima è una condizione assai comune, che ogni individuo sperimenta almeno una volta nel corso della vita.la depressione è associato a comportamenti come chiudersi in sé, rimuginare, perdere l interesse verso le cose, l apatia, l autocritica, i sensi di colpa e di inadeguatezza, potrebbero avere infatti una funzione adattativa, permettere cioè a un individuo di guarire da una ferita psicologica, esaminare le cause di un fallimento, rielaborare un progetto di vita. Se tuttavia questi sentimenti permangono nel tempo e compromettono le relazioni sociali, la capacità di lavorare o studiare; se addirittura si accompagnano a pensieri ricorrenti di morte, allora siamo di fronte a una depressione patologica: una condizione che richiede tempestivamente una qualche forma di intervento. La depressione grave è infatti una patologia assai rischiosa e potenzialmente associata a suicidio e a incidenti dovuti alla compromissione dell attenzione e della concentrazione. Psicosomatica In ambito medico è ormai largamente condivisa l'idea che il benessere fisico abbia una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro volta questi ultimi abbiano una certa ripercussione sul corpo. Non a caso il vecchio concetto di malattia intesa come effetto di una causa, è stato sostituito con una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (e quindi anche una affezione organica) è conseguente all'intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico. Si ipotizza inoltre che quest'ultimo, a seconda della sua natura, possa agire favorendo l'insorgere di una

20 malattia, o al contrario favorendone la guarigione. La psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma (il disturbo), occupandosi nello specifico di rilevare e capire l'influenza che l'emozione esercita sul corpo e le sue affezioni. In passato si parlava di psicosomatica riferendosi ad essa solo in relazione a quelle malattie organiche la cui causa era rimasta oscura e per le quali (quasi per esclusione) si pensava potesse esistere una genesi psicologica. Oggi al contrario si parla non solo di psicosomatica, ma di un'ottica psicosomatica corrispondente ad una concezione della medicina che guarda all'uomo come ad un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio, e che presta attenzione non solo alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche all'aspetto emotivo che l'accompagna. Secondo quest'ottica è possibile distinguere malattie per le quali i fattori biologici, tossicoinfettivi, traumatici o genetici hanno un ruolo preponderante e malattie per le quali i fattori psico-sociali, sotto forma di emozioni e di conflitti attuali o remoti, sono determinanti. In questo senso l'unità psicosomatica dell'uomo non viene persa di vista e i sintomi o i fenomeni patologici vengono indagati in modo complementare da un punto di vista psicologico e fisiologico. Si parla di psicosomatica non solo come prospettiva con la quale guardare l'evento patologico, ma anche in relazione a sintomi somatici fortemente connessi alle emozioni e in relazione alle cosiddette vere e proprie malattie psicosomatiche. Per quanto riguarda i sintomi psicosomatici, essi, pur non organizzandosi in vere e proprie malattie, si esprimono attraverso il corpo, coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Al contrario, sono considerate vere e proprie malattie psicosomatiche quelle malattie alle quali classicamente si riconosce una genesi psicologica (o quantomeno in buona parte psicologica) ed in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d'organo con segni indiscutibili di lesione. Quali sono i disturbi e le malattie psicosomatiche? La varietà dei modelli interpretativi consente solo in modo approssimativo di elencare e classificare le malattie e i disturbi psicosomatici. In ogni caso le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come psicosomatiche sono l'ipertensione arteriosa, l'asma bronchiale, la colite ulcerosa, l'ulcera gastro-duodenale e l'eczema. In conclusione si può affermare che le malattie somatiche sono quelle che più strettamente realizzano uno dei meccanismi difensivi più arcaici con cui si attua una espressione diretta

21 del disagio psichico attraverso il corpo. In queste malattie l'ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma (il disturbo); non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite. In genere il paziente psicosomatico si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e di cose e povero in emozioni. Per meglio chiarire si tratta di un paziente che difficilmente riferisce sentimenti quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione. Spesso si tratta di pazienti che hanno difficoltà a far venire alla luce emozioni, che separano dalle cose ogni elemento di fantasia. Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo. In questo senso una persona, incapace di accedere al suo mondo emotivo, potrebbe non percepire rabbia, frustrazione o stress per una difficile condizione lavorativa e neppure immaginare una possibile connessione tra la sua ulcera e le emozioni o i vissuti relativi al suo lavoro. Anche se tali caratteristiche non sono sempre presenti in assoluto in quelli che presentano una patologia psicosomatica, sembra comunque permanga sempre in queste persone una parte dell'io che tende a funzionare in questo modo. 8. EMOZIONI NELL ARTE E CORRELAZIONE TRA EMOZIONI E COLORI Le emozioni hanno da sempre suscitato grande interesse da parte di pittori di diverse correnti artistiche. Tutta l'arte, in realtà, è un'esperienza emozionale e scaturisce da logiche che, in qualche modo, appartengono all'inconscio, ovvero al mondo delle emozioni, e che in seguito vengono sviluppate dalla coscienza. È certamente su questa base, il continuo spaziare tra una logica dell'inconscio e una logica della coscienza, che il principio dell'arte fonda le proprie ragioni. Edvard Munch, ad esempio, è uno dei pittori che più di ogni altro anticipa l Espressionismo, corrente artistica sviluppatasi all inizio del Novecento con l intento di sottrarsi alla rappresentazione oggettiva della realtà per diventare il racconto, lirico o drammatico, del modo in cui l artista si sente e vive il mondo che lo circonda. Nelle sue opere Munch cercò di descrivere le proprie emozioni in modo da generalizzarle, addottandole alla vita interiore di qualsiasi uomo. E quello che fa anche nel suo dipinto più noto L Urlo del 1895 riferito ad un esperienza vissuta dall artista e da lui descritta nel suo diario:

22 Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nero-azzurro e sulla città c erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. In questo dipinto è condensato tutto il rapporto angoscioso che l artista avverte nei confronti della vita. Lo spunto è quindi decisamente autobiografico. L uomo in primo piano che urla è l artista stesso. Tuttavia, al di là della sua relativa occasionalità, il quadro ha una indubbia capacità di trasmettere sensazioni universali. E ciò soprattutto per il suo crudo stile pittorico. Il quadro presenta, in primo piano, l uomo che urla. Lo taglia in diagonale il parapetto del ponte visto in fuga verso sinistra. Sulla destra vi è invece un innaturale paesaggio, desolato e poco accogliente. In alto il cielo è striato di un rosso molto drammatico. L uomo è rappresentato in maniera molto visionaria. Ha un aspetto sinuoso e molle. Più che ad un corpo, fa pensare ad uno spirito. La testa è completamente calva come un teschio ricoperto da una pelle mummificata. Gli occhi hanno uno sguardo allucinato e terrorizzato. Il naso è quasi assente, mentre la bocca si apre in uno spasmo innaturale. L ovale della bocca è il vero centro compositivo del quadro. Da esso le onde sonore del grido mettono in movimento tutto il quadro: agitano sia il corpo dell uomo sia le onde che definiscono il paesaggio e il cielo. Restano diritti solo il ponte e le sagome dei due uomini sullo sfondo. Sono sordi ed impassibili all urlo che proviene dall anima dell uomo. Sono gli amici del pittore, incuranti della sua angoscia, a testimonianza della falsità dei rapporti umani. L urlo di questo quadro è una intesa esplosione di energia psichica. È tutta l angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Ma nel quadro non c è alcun elemento che induca a credere alla liberazione consolatoria. L urlo rimane solo un grido sordo che non può essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire da noi, senza mai riuscirci. E così l urlo diviene solo un modo per guardare dentro di sé, ritrovandovi angoscia e disperazione.

23 Se Munch rappresenta nelle sue opere l angoscia, la paura e la disperazione, Henry Matisse, esponente di primo piano del gruppo Fauves, ovvero degli espressionisti francesi, predilige tematiche quali la gioia di vivere e la serenità. In Francia, infatti, prima della Grande Guerra, l atmosfera che si respirava era liberale e gioiosa: tematica di fondo dei Fauves era descrivere il gusto di vivere, di sentire, di esercitare al massimo il potere di emozionarsi. Il tutto con un gusto esaltato dei colori e con una ricerca finalizzata alla semplificazione della forma legata anche alla scoperta dell arte africana. Tutti questi elementi emergono nell opera La danza ( ): cinque corpi rosso arancio si stagliano su un fondo verde e blu formando un cerchio di figure nude che è impegnato in un girotondo vorticoso: la velocità è resa dal disegno ma anche dalla violenza delle associazioni di colore. Il cerchio non si chiude proprio perché esso rappresenta la vita, l andamento stesso della danza. Matisse lo spiegò con queste parole: Il mio obiettivo è rappresentare un arte equilibrata e pura, un arte che non inquini né turbi. Desidero che l uomo stanco, oberato e sfinito ritrovi davanti ai miei quadri la pace e la tranquillità.

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