Creolizzare l Europa. Armando Gnisci. Letteratura e migrazione MELTEMI. Copyright 2003 Meltemi editore srl, Roma

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1 Armando Gnisci Creolizzare l Europa Letteratura e migrazione Copyright 2003 Meltemi editore srl, Roma È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata compresa la fotocopia, anche a uso interno o didattico, non autorizzata. Meltemi editore via dell Olmata, Roma tel fax MELTEMI

2 Indice E ci sono sempre ragioni per migrare, per chi non è costretto a letto. Fernando Pessoa, Una sola moltitudine p. 7 Introduzione Prima ondata 15 Il rovescio del gioco 73 La letteratura italiana della migrazione 131 Perdurabile migranza 171 Lettere migranti 181 Bibliografia

3 Introduzione Prima ondata clandestino desaparecido nel siglo, nel siglo XX Manu Chao, Clandestino, 1998 in the deceitful sunrise of this, your new century (nell ingannevole aurora di questo nuovo secolo che è il vostro) Derek Walcott, The Migrants, 16 giugno 2000 In Italia viviamo in diretta e all urto l esperienza della prima ondata dei migranti e dei loro scrittori e artisti. Essi vivono tra due mondi e, a voler essere precisi, non appartengono a una prima generazione, che sarebbe (e che sarà) piuttosto quella generata sul nuovo suolo, prima, indigena e creola. Parlo, invece, propriamente di scrittori della migrazione in Italia di prima ondata, perché essi portano con sé e comunicano l esperienza di chi ha vissuto, e continua a vivere nella memoria la prima parte della propria esistenza altrove, un altrove che era, e rimane, comunque patria, e la seconda parte la vive da qualche anno in una nuova lingua. Questo evento a curva, a frattura, a trasformazione, rende la situazione culturale italiana straordinaria, perché possiamo cogliere in contemporanea e partecipare il fenomeno della nascita di una forma di letteratura creola. Possiamo, cioè, cogliere e assecondare la nuova scrittura dei migranti fin dal primo momento. Da un certo punto di vista, insomma, siamo indietro rispetto all Inghilterra, alla Francia e alla Germania, che conoscono una letteratura della migrazione di seconda e terza generazione, ma, per altro verso, siamo all avanguardia, perché in quelle nazioni il fenomeno non fu colto fin dal primissimo apparire. A questa straordinaria esperienza, intellettuale e identitaria, di partecipare alla nascita della letteratura italiana

4 8 ARMANDO GNISCI PRIMA ONDATA 9 della migrazione, come italiano e come letterato, ho risposto mettendomi in corsa al suo primo manifestarsi all inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Una così imprevedibile fortuna mi ha fatto comprendere sempre meglio cosa significhi essere un nativo europeo e il mondo vero nel quale tutti conviviamo. E così mi ha reso possibile di arrivare a pensare l intreccio di correnti del tempo delle migrazioni e di poterlo insegnare con più interesse per me stesso e per chi mi si affida al fine di apprendere il mondo e il vivere nel proprio tempo attraverso un educazione letteraria. La letteratura della migrazione è un fenomeno che interessa i mondi e i rapporti tra i mondi del mondo della fine del XX secolo dell era cristiana e dell inizio del XXI. Esso segue e segna la grande migrazione dei popoli dal Sud-est del pianeta verso il Nord-ovest, la stessa inclinazione della penisola italiana. Un fenomeno che si può cogliere e studiare, scorgere e definire, assecondare e concorrerne la corsa, solo se si possiede e si pratica una poetica interculturale. Per un letterato euroccidentale tale poetica si avvera se si abbandona non solo l eurocentrismo, ma anche il modo di ragionare nazionalcentrico, tanto abitudinario e incarnato da sembrarci naturale. Per me questo percorso ha assunto la forma di una pratica autoeducativa critica e scorticante, come diceva Sartre introducendo I dannati della terra di Fanon. Sostengo e pratico questa poetica che ho chiamata della decolonizzazione europea da alcuni anni, negli scritti e nei fatti (Gnisci 1998, 1999, 2001, 2002, 2003). Tale poetica porta a riconoscere come letteratura della migrazione quella prodotta da autori che scrivono in una lingua (nazionale) diversa da quella della fonte della propria provenienza, nella quale possono o no aver già scritto precedenti testi e/o continuare a scriverli, praticando o meno anche l autotraduzione, in tutte e due le direzioni. In Italia abbiamo importanti esempi di quest ultima prassi poetica: la brasiliana Márcia Theóphilo e l albanese Gëzim Hajdari, per un verso, e il camerunese Ndjock Ngana Yogo per l altro. Si tratta di tre poeti che hanno avuto riconoscimenti nazionali (come il premio Montale per la raccolta inedita conferito nel 1997 a Hajdari) e internazionali. Theóphilo e Hajdari autotraducono dalla lingua-madre all italiano oltre a scrivere direttamente in italiano mentre Ndjock Ngana Yogo ha tradotto in basaa (la propria lingua originaria) un suo poemetto scritto in italiano, per poterlo far vedere come oggetto-libro europeo-italiano e poterlo far ascoltare a parenti e amici quando torna in Camerun. La letteratura della migrazione, quindi, è presente e vive tra i mondi linguistici storico-nazionali. Gli scrittori migranti non appartengono a una, a due o a più nazioni, ma, per quelli della generazione di prima ondata che ha emigrato e ha scritto nella curva del transito, appartengono alla rete delle relazioni formata dalla migrazione transmondiale e a una nuova forma di cultura. Quella della creolizzazione planetaria che avviene e avverrà della quale parla lo scrittore caraibico Édouard Glissant (1998). Questa rete, però, è visibile e apprezzabile solo nella lingua nazionale nella quale lo scrittore decide di costruire la casa del dopo, e quindi anche nella storia di quella lingua. Solo dopo questa considerazione interculturale preliminare e già fornita di valore, diventa possibile parlare di letteratura italiana della migrazione, o tedesca od olandese. Dopo la generazione della prima ondata (che è prima sia nel migrare che nello scrivere) dell attuale grande migrazione planetaria, comincia a formarsi una nuova letteratura creola transnazionale scritta nelle varie lingue di arrivo. Essa ha iniziato, in Inghilterra come in Francia e in Germania mentre per il Portogallo e la Spagna vale piuttosto la poetica di una storia diversa delle comunità interletterarie in una lingua coloniale 1, a pronunziare discorsi e a proporre valori nuovi. Discorsi e valori che vengono presentati in una nuova lingua metéca e in maniera imprevedibile. Metéco, come cantava tanti anni fa il franco-greco Georges Moustaki, è colui/lei che vive in

5 10 ARMANDO GNISCI PRIMA ONDATA 11 una casa del dopo : è proprio questo il significato della parola greca antica. Una casa della nuova vita, dopo lo scisma della migrazione, dalla quale la storia e la poesia, la canzone e il film, vanno in onda ora e in futuro. La prima ondata di scrittori migranti è quella che nel distacco si spezza la vita in due tronconi, come è destino di tutti i migrati: il primo resta sulla riva del paese del passato e l altro cresce sulla costa ancora ignota del paese del dopo. Attraverso le fratture e le slabbrature delle ossa, delle vene e dei tendini recisi e attraverso la via opposta della integrità e della salvezza del transito e della traduzione, lo scrittore che scrive nella lingua del paese del dopo si avventura a costruire un ponte sulla beanza lacerata della disperazione e del ri-sentimento, da una parte, dell imprevedibile e dell avventura, dall altra. Noi italiani abbiamo il privilegio di assistere e partecipare al salto, all arrivo e alla ricostruzione epocale di nuovi sé da parte degli scrittori della prima ondata migratoria, nella nostra lingua. Eppure, l indifferenza che li circonda è fitta e pesante, come quella che ha offuscato la storia povera di milioni di italiani migranti. Come per loro che, invece, non ebbero portavoci: cantori e artisti, scrittori e testimoni autorevoli dei primi arrivi della loro diaspora planetaria. Le letterature che comprendono da tempo scrittori di derivazione migratoria, ci insegnano ciò che accade con il fluire e l accatastarsi delle generazioni. Dopo l ondata iniziale verranno i primi creoli indigeni, come Nadine Gordimer in Sud Africa, e i creoli delle generazioni successive, come Hanif Kureishi in Inghilterra; infine i creoli postumi, come Édouard Glissant e tutti i discendenti americani degli schiavi deportati dall Africa dalle navi negriere, secoli fa. Gli scrittori della prima ondata della migrazione, che scrivono nella lingua dell arrivo, sono normalmente ignorati dal mondo letterario istituzionale del paese di provenienza, e se noti vengono trattati in maniera ostile, addirittura come traditori, perché hanno rinnegato la lingua materna troppo in anticipo, appena partiti. Sono scrittori senza patria. Se si arriva a riconoscere qualcuno dei figli della generazione perduta ciò avviene solo a lunga distanza e in maniera molto minoritaria. Il caso di Pascal D Angelo, italiano-abruzzese emigrato in America del Nord nel 1910 è esemplare. Egli pubblicò l autobiografia Son of Italy (1924), grazie all intervento di Carl Van Doren, direttore di «The Nation». Capita, invece, che siano ben conosciuti quegli autori che hanno avuto successo nella loro patria di nascita, soprattutto gli USA, parlando anche del mondo migratorio dei loro antenati venuti dall Italia. Il caso più eclatante è certamente quello di Mario Puzo e notevole, e fortunato per noi lettori italiani, quello di John Fante. Don De Lillo, invece, è uno scrittore creolo e mondiale con un cognome italiano. E comunque, si tratta di scrittori che tornano in Italia spesso solo perché la logica della industria culturale internazionale ve li ha riportati, come quando Madonna Ciccone va a visitare il paese abruzzese dei suoi antenati. Al tempo stesso, gli scrittori della migrazione di prima ondata in Europa, e anche delle generazioni successive se non diventano famosi come Rushdie o Kureishi, sono ignorati e difficilmente riconosciuti dal mondo letterario dei paesi di arrivo. O vengono trattati, ove qualcuno se ne interessi, come un fenomeno etnico-esotico. Il caso esemplare è fornito, anche se viene da fuori dell Italia, visto che in Italia la critica accademica è assolutamente indifferente, dall atteggiamento di notevole attenzione ma anche di imperialismo accademico angloamericanosupercentrico di alcuni studiosi universitari nord-americani, spesso di nascita o di discendenza italiana, verso gli scrittori dell attuale migrazione in Italia 2. La letteratura della migrazione è un fenomeno che può essere colto e valorizzato solo da chi si sia educato a una prospettiva interculturale, non-nazionale e nemmeno imperiale. In netta contrapposizione, quindi, alla tipica mentalità delle culture letterarie delle grandi nazioni dell Europa occidentale, che sono state quelle che hanno co-

6 12 ARMANDO GNISCI PRIMA ONDATA 13 lonizzato i mondi, insieme alla Russia e poi agli USA: l attuale impero del denaro e della conoscenza. Questa prospettiva non può rimanere, come è già chiaro, un punto di vista epistemologico, essa nasce e cresce insieme a una poetica-politica di decolonizzazione e di creolizzazione dell Europa che trova nella grande migrazione (Enzesberger) e nelle sue scritture l occasione e l incontro più concreto, decisivo e fruttuoso. Questo libro raduna quattro testi. I primi due sono stati piccoli volumi, da tempo introvabili. Essi narrano la mia marcia insieme agli scrittori migranti della prima ondata in Italia, piccolo scrittore e migrante, proprio da Sud-est, metéco anch io. Il primo saggio, Il rovescio del gioco, fu pubblicato dall amico Beniamino Carucci nel 1992 ed ebbe due successive e diverse edizioni. Il secondo, La letteratura italiana della migrazione, uscì nel 1998 come dispensa per un corso di specializzazione in Educazione interculturale della Facoltà di scienze della formazione dell Università di Roma III e, in una versione più ampia, per la casa editrice Lilith. Il terzo, Perdurabile migranza è del 2001 ed è inedito. Completa e fa il libro insieme ai precedenti, Lettere migranti del 2002, scritto in occasione del primo Festival europeo degli scrittori migranti 3. Questo libro riassuntivo ha anche l ambizione, parlando delle migrazioni dei tre ultimi secoli, di voler contribuire a edificare da capo, che significa: non di nuovo, ma dall inizio e per la prima volta, il discorso critico post-coloniale italiano, finora inesistente se non nelle pagine di rarissimi storici (penso soprattutto ad Angelo Del Boca e a Nicola Labanca). Esso prova a farne un discorso di autocritica decolonizzante della nostra storia e della sua perdurante amnesia, della vera e propria rimozione della impresa coloniale dell Italia immediatamente post-unitaria. Amnesia e rimozione lavorate inconsciamente insieme all impresa stessa, sembra. (Perché appena fatta l Italia, una grande parte della nazione cominciò a emigrare? E perché nella stessa epoca, l Italia, appena diventata nazione in nome dei valori di libertà anticoloniale come quelli espressi da Garibaldi, volle diventare una potenza coloniale? Queste sono le due domande, vincolate tra loro, che ancora non sappiamo porci, noialtri italiani). Tanto che entrambe, impresa e rimozione, si sono mangiate a vicenda fino agli anni Sessanta del secolo XX. Da allora regna un deserto di oblio e la sua corona di metastasi. Ringrazio tutti (tanti) quelli che hanno discusso e generato, e continuano a farlo, con me questa lunga ricerca. Per tutti, Franca Sinopoli, che ha fondato, conduce e condivide dal 1996 l impresa di BASILI&Kúmá, la banca dati sulla letteratura della migrazione in Italia e la rivista «Kúmá. Creolizzare l Europa», che la affianca Mia figlia Valeria, quando avevo appena finito di scrivere e pensare il saggio del 2001 mi indusse a leggere La terra del rimorso di Ernesto De Martino (1961) (uno dei libri tralasciati nel corso della mia formazione). Questa congiunzione ha innestato nella mia condotta mentale una migliore strada per poter pensare in un simultaneo prelievo la rimozione complessa e tempestiva del colonialismo e della emigrazione degli italiani proprio da quando essi hanno cominciato a esistere da risorti in una nazione-stato unificata e indipendente. Questa relazione, a sua volta, viene alla luce nell epoca in cui l Italia è frontiera mediterranea e zona d urto della grande migrazione attuale. 1 Vedi Gnisci 2001a. In questo libro ho proposto l abbozzo di una carta mondiale delle comunità interletterarie, a partire da una ideologia storiografica decolonizzante. Questa proposta critica mi sembra più avanzata e corretta di quella dello studio accademico delle letterature omeoglotte (definite come quelle letterature scritte in lingue europee nei paesi e/o da autori extraeuropei ). Quest ultima ipotesi di lavoro perpetua l atteggiamento euroseparato ed europrivilegiato degli specialisti (europei occidentali) di produzioni letterarie oltre i confini europei (p. 9) e, addirittura, etniche (p.

7 14 ARMANDO GNISCI 29): mi riferisco al volume Albertazzi, Maj 2001, che apre le pubblicazioni della collana del Centro studi sulle letterature omeoglotte dell Università di Bologna. Gnisci 2001a propone storie collettive di mondi linguistico-letterari, nei quali le metropoli coloniali europee non stanno separate e lontane, ma fanno parte, post-coloniali esse stesse, di quelle comunità interletterarie transcontinentali della modernità. Il punto è: bisogna iniziare a produrre una critica post-coloniale italiana; il che significa: inaugurare una critica post-coloniale per noi, tenendo conto dell esperienza degli altri europei. 2 Cfr. Per studiare la letteratura della migrazione in Italia, I testi del Festival, organizzato dal Goethe Institut, dall Istituto svizzero, dal Forum austriaco della cultura, dal Comune di Roma e dall Università La Sapienza, sono raccolti nel volume Gnisci, Moll 2002.

8 158 ARMANDO GNISCI PERDURABILE MIGRANZA 159 Schede Lamerica Il film di Gianni Amelio del 1994 racconta una storia nella quale si incrociano e si annodano diverse correnti ideologiche (nel senso di portatrici di idee) e di invenzione e di costruzione del senso. Si può delineare la struttura che organizza tale complessità in questo modo: il testo inizia con un documentario dell Istituto Luce sulla presa di potere e di dominio coloniale civilizzatore da parte del fascismo in Albania nell aprile del 1939 e termina con il viaggio di una nave-carretta di migranti albanesi attraverso il canale d Otranto, affascinati dal miraggio italiano, nel Sulla nave viaggia anche un vecchio giovane-soldato italiano (che parla solo siciliano); il fascismo l aveva costretto all avventura albanese, quando lui avrebbe preferito emigrare in America. Il vecchio sta tornando in Italia, ma è convinto che siano passati solo 4 anni dal suo imbarco per andare alla guerra fascista; ha rimosso i cinquanta anni trascorsi come prigioniero dimenticato da tutti in un campo di miniera albanese, e in quei cinquant anni sembra aver dimenticato tutto di sé, del sé che ha passato mezzo secolo intombato nel gulag dell estremo oblio. Il vecchio è convinto che ora sta viaggiando verso l America, che sta per sbarcare a Nuova York. Colonialismo, emigrazione italiana verso le Americhe e migrazione verso l Italia degli albanesi e di altri dannati della terra negli anni Novanta del XX secolo, si incastrano e sovrappongono. A questo nodo-palinsesto mobile di sopravvisioni si aggrega la corrente narrativa contemporanea del 1991 rappresentata dal giovane italiano Gino, apprendista faccendiere, abbandonato dal suo boss in Albania: la corrente che porta con sé la storia dell Italia degli anni Novanta fatta di neocolonialismo affaristico sfrenato e di ricca ed esclusiva appartenenza/appartaide occidentale. Questa storia, a sua volta, fa da portante narrativa di tutte le altre. In fondo a tale imbricata ma chiara struttura, che sembra stare sotto la pelle dell opera e non pesa affatto sul- la fruizione del film, c è il buco nero dei cinquanta anni di prigionia muta e subumana dentro la caverna-lager comunista di Hoxha del vecchio-giovane soldato di Mussolini: si tratta della rimozione nominata e mostrata proprio come tale: la caverna-lager dell oblio. La storia complessa eppure lineare narrata da Amelio comporta il ritorno alla luce di tutti questi percorsi, sia rimossi che agenti, comunque insieme. E credo che arrivi alla pronuncia dei termini del rimorso. Non aggiungo spiegazioni, invito a vedere, e/o a rivedere questo film. Lamerica è un film che sembra essere stato già dimenticato dalla cultura italiana: nessuna tv, che io sappia, lo ha comprato, o almeno trasmesso, alla videoteca della sezione di Spettacolo dell Università di Roma La Sapienza è stato acquistato nel 2000 dietro mia richiesta. Infine, gli albanesi lo hanno considerato un insulto alla loro dignità nazionale. Sostengo che Lamerica sia l unico film civile e storico (che dà un senso al presente e che fa storia) prodotto dalla cinematografia italiana della fine del secolo scorso. Amelio e pochissimi altri artisti hanno tenuto sotto scacco la rimozione del nostro passato coloniale e migratorio e hanno voluto raccontare questa storia nazionale, sepolta. Gli italiani, però, pensano di essere degnamente rappresentati piuttosto dai film masocentrici di Nanni Moretti (gli intellettuali diffusi di sinistra, quelli che seguono Cannes e tutto quello che scrivono i critici francesi) e da quelli insulsi di Giuseppe Tornatore (gli spettatori comuni ma non beceri, di buon gusto borghese, insomma, quelli che hanno come guida gli Oscar e lo standard medio hollywoodiano). Il film di Amelio dovrebbe diventare esemplare lezione di cinema, di storia e di tante altre cose nelle scuole italiane. Sulla nostra impresa coloniale in Africa, poi, non c è quasi nulla che ci faccia pensare e rimordere, se non il romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere e la sua versione cinematografica, non all altezza dell opera narrativa, di Giuliano Montaldo. Abbiamo nel nostro caso, però, la cinematografia africana a ricordare e proporre, con: Il leone del deserto, film libico di produzione americana e con un cast hol-

9 160 ARMANDO GNISCI PERDURABILE MIGRANZA 161 lywoodiano (A. Quinn, R. Steiger, R. Vallone ecc.) sulla figura del grande combattente della resistenza anti-italiana in Cirenaica durante la repressione fascista, Alì El Muktar; e il formidabile Adwa, del regista etiope Hailé Gerima, una vera opera storiografica africana. Questi due film non circolano in Italia. La nostra rimozione colpisce ancora. Badolato, di Rosa Rafele Il paese di Badolato, in provincia di Catanzaro, messo in alto sulla costa jonica della Calabria, è diventato famoso per essere stato il centro di un esperienza unica di convivenza, di integrazione e di rispetto fra genti appartenenti a culture diverse. In questo paese, dal quale provengo, alcune famiglie curde hanno vissuto per mesi sperando di aver trovato una casa dopo aver lasciato la loro terra nella quale è negato loro anche il diritto di esprimersi nella propria lingua. Purtroppo questa esperienza è, almeno in parte, fallita. Non per difficoltà di convivenza, ma per l impossibilità per queste famiglie di trovare lavoro e quindi una patria concreta nel nostro paese. Badolato Superiore è un piccolo borgo medievale arroccato su una collina a pochi chilometri dalla costa ionica. Fu costruito perché non fosse visibile dal mare, per proteggerlo dalle scorrerie dei pirati turchi. E proprio dal Kurdistan turco provenivano gli uomini e le donne sbarcati sulla spiaggia badolatese nel dicembre del Il borgo è da alcuni anni quasi completamente spopolato. Conta circa cinquecento abitanti, per lo più anziani. È un paese fantasma. Le ragioni dello spopolamento sono quelle delle ondate migratorie che hanno visto i badolatesi trasferirsi nelle Americhe prima e nei paesi ricchi dell Europa continentale o nel Nord Italia poi. Ma sono anche da attribuirsi alla politica di edilizia popolare intrapresa dalle varie amministrazioni comunali successivamente all alluvione che ha colpito il paese nel Si è preferito costruire le case da assegnare agli alluvionati nella marina, piuttosto che nell antico borgo. Da allora è cominciato un processo lento, ma irreversibile di svuotamento del paese antico. Oggi esistono due centri, separati da una strada tortuosa: Badolato Marina con le abitazioni moderne, le scuole, i negozi e Badolato Superiore con le scuole, le casette contadine, gli antichi palazzi baronali e le numerose chiese in rovina. Il primo sbarco di una nave di migranti sulle coste badolatesi avvenne nell agosto del Allora fu improvvisata una prima accoglienza nella scuola media di Badolato Marina, fino a quando tutti i rifugiati furono trasferiti in centri d accoglienza più attrezzati della regione. L arrivo della nave Ararat, che trasportava in condizioni disumane 836 persone è, invece, del 26 dicembre del Questa volta i profughi maschi furono, provvisoriamente, alloggiati nella scuola media di Badolato Superiore e le donne con i bambini in un campo della vicina cittadina di Soverato. Come era accaduto in occasione del primo sbarco, alcune persone furono ostili e altre indifferenti, ma ci furono esemplari manifestazioni di solidarietà da parte dei badolatesi. Probabilmente perché è gente che ha subito il dramma dell emigrazione e ha rivisto amplificato negli occhi di questi esuli il dolore di se stessi e dei propri parenti, forse per un senso radicato di ospitalità ereditato dalla cultura greca, o, più semplicemente, per nuda umanità. Uno dei momenti simbolici di questa vicenda risale al 31 dicembre, pochi giorni dopo lo sbarco, quando i badolatesi offrirono ai curdi, che professano la religione musulmana, il Monastero, una delle chiese più importanti del paese, affinché potessero festeggiare l inizio del nuovo anno (Newroz). Anche questa volta, dopo la prima accoglienza, era previsto il trasferimento degli esuli in altri centri. Ma il sindaco, Gerardo Mannello, e il Consiglio comunale decisero di chiedere ai cittadini badolatesi la disponibilità delle case abbandonate del borgo per ospitarvi le famiglie curde. Vennero consegnate ottanta chiavi. Tredici famiglie curde scelsero di restare. Il Ministero degli Affari sociali finanziò le minime ristrutturazioni delle abitazioni e, inizialmente, l acquisto dei beni di prima necessità.

10 162 ARMANDO GNISCI PERDURABILE MIGRANZA 163 Così iniziò la convivenza fra italiani e curdi in un piccolo paese, che da allora viene chiamato scherzosamente Kurdolato. È stata una convivenza pacifica di scambio e di rispetto reciproci. I bambini curdi andavano a scuola, avevano imparato prestissimo l italiano, avevano legato con i propri coetanei ed eletto proprie nonne alcune anziane del paese. Ma anche tra gli adulti c era stato un grosso sforzo di comunicazione che aveva portato alla nascita di una specie di lingua franca. Alcuni curdi cominciarono a lavorare nell agricoltura e nell edilizia. Inoltre, l amministrazione locale promosse alcune iniziative comuni: l apertura di un ristorante e quella di un negozio di ceramiche a produzione artigianale. Alcune ceramiche furono acquistate dal Comune stesso e utilizzate per segnalare i nomi delle vie e dei numeri civici del borgo. Purtroppo, questi progetti, che avevano avuto dei riscontri positivi durante l estate, quando il paese si ripopola per il ritorno degli emigrati, fallirono rapidamente. Allora, l amministrazione locale e il Consiglio italiano per i rifugiati (CIR) di Badolato pensarono di creare dei nuovi sbocchi lavorativi con un progetto di ristrutturazione delle case abbandonate del borgo a scopi turistici. L idea era quella di trasformare Badolato Superiore in una specie di villaggio turistico, di paese albergo interculturale. Il progetto non era peregrino, ma nasceva dalla considerazione che, negli ultimi anni, alcune case del borgo erano state acquistate e ristrutturate da turisti svizzeri e tedeschi, che vi trascorrevano e vi trascorrono l estate. Il progetto fu approvato due anni fa dalla presidenza del Consiglio dei ministri, che stanziò un miliardo e mezzo di lire per la sua realizzazione. Ma ancora oggi questi soldi devono essere erogati dalla Regione Calabria. A causa di questa situazione di stallo, dopo circa un anno, le famiglie curde cominciarono a lasciare il paese per trasferirsi in Germania. Dove, in realtà, potrebbero solo viaggiare e non soggiornare stabilmente, in quanto hanno ottenuto l asilo politico in Italia. Dove sono clandestini. Al- cuni continuano a telefonare agli amici calabresi per dare e ricevere notizie. Il borgo, con rammarico di molti, è ripiombato nella solitudine delle cose abbandonate. Attualmente vivono a Badolato dodici curdi: due donne, madre e figlia, e dieci ragazzi ventenni. Ma è una stima provvisoria, perché le persone continuano ad arrivare e a partire continuamente. Lavorano nell agricoltura e nell edilizia. I ragazzi sostengono di non stare né particolarmente bene, né particolarmente male. Ma non aspirano a rimanere per sempre in un paese dove, per il momento, hanno poche prospettive e dove la vita, per dei ventenni, è molto noiosa. Conservano la speranza di poter tornare in un Kurdistan libero, e con le cartine geografiche del loro paese hanno tappezzato una parete della sede del CIR, quasi a ricordarci che quel posto esiste, nonostante sia diviso tra quattro Stati e nonostante due di essi, Turchia e Iraq, si sforzino di cancellarlo. Ma il loro progetto a breve termine è quello di trasferirsi in Germania, in Svezia o in Francia. Questi giovani si sentono trascurati dallo Stato italiano. In effetti, l Italia è l unico paese europeo senza una legge sull asilo politico: una proposta di legge è rimasta bloccata per anni in Parlamento, senza essere definitivamente approvata prima della fine dell ultima legislatura. Le normative alle quali si fa riferimento attualmente sono la Convenzione di Ginevra e, per le questioni di ordine amministrativo, una legge sull immigrazione (la Legge 40 del 1998). Essendo questa una legge generica sull immigrazione e non specifica per i rifugiati politici, presenta una serie di problemi nella sua applicazione pratica. Daniela Trapasso, responsabile locale del CIR, racconta che ci si trova di fronte a situazioni kafkiane anche per il rilascio della patente. E ci si scontra continuamente con delle difficoltà economiche: dalla legge, ad esempio, è prevista l attribuzione di un milione e mezzo di lire, per quarantacinque giorni, a ogni rifugiato. Ma si tratta di una quota che non tiene conto del mutato costo della vita e che, oltretutto, spesso viene consegnata dopo mesi.

11 164 ARMANDO GNISCI PERDURABILE MIGRANZA 165 Oggi Badolato, nonostante le difficoltà legislative e i ritardi burocratici, continua a essere il punto di riferimento per i curdi in Calabria. Questo lo si deve soprattutto al lavoro svolto quotidianamente dai ragazzi del Consiglio per i rifugiati, che è anche l unico esistente nella regione. Si tenta di continuare a dar voce al popolo curdo e di aiutarlo a vivere dignitosamente in Italia. Daniela Trapasso afferma: Noi continueremo. E la speranza è quella che si continui a lavorare per offrire una nuova prospettiva di vita alla gente curda e, in questo modo, anche al borgo stesso e alla gente calabresi. Pantanella Insieme allo sbarco rovinoso degli albanesi a Bari nel 1991, gli scontri con la polizia e l internamento nel campo di calcio Della Vittoria, la storia della ex Pantanella a Roma, anch essa di appena 10 anni fa, sembra che sia stata già (da tempo) dimenticata dagli italiani. Anche io, nel saggio Straniero, disoccupato, del 1998, apparso poi nel libro Poetiche dei mondi (1999), dimenticai, trattando la figura dello squatter, che alla Pantanella nel 1991, c era stato il grande precedente di questo fenomeno in Italia. Se non ci fossero stati i narratori a scrivere e a tenere e trasmettere critica e memoria (così come aveva fatto Tomasi di Lampedusa riguardo alla truffa dei plebisciti meridionali per unirsi all Italia inventata da Cavour), anche in questo caso la rimozione sarebbe stata perfetta. Parlo dello scrittore migrante tunisino Mohsen Melliti e del suo romanzo (tradotto dall originale arabo), Pantanella. Canto lungo la strada (1992) e di Renato Curcio con il suo racconto-indagine-riflessione sociologica Shish Mahal (1991). Questi libri rappresentano narrazioni&documenti affidabili per ricostruire l altro evento capitale attraverso il quale l immigrazione ha prodotto un forte marchio inaugurale nell immaginario e nella massmedia degli italiani, nell anno iniziale dell ultima decade del secolo scorso. Due precedenti troppo imbarazzanti per essere tenuti in vita e rammentati all uopo: due precedenti indecenti e da dimenticare, per non avere riferimenti storici, analisi, discussioni imbarazzanti, e rimorsi. Shish Mahal. Shish, in lingua hindi-urdu significa: sei. Mahal, invece, allude a una zona di incontro, a un luogo di confluenza, a una casa comune di riferimento ( ). Shish Mahal o Palazzo di Cristallo, appunto, secondo l ironica definizione che ne hanno dato i suoi ospiti asiatici (Curcio 1991, pp. 7-8). La Pantanella era una grande fabbrica pastificia dismessa e abbandonata, costruita sulla linea di confine perimetrale del centro antico di Roma: proprio di fronte al bel rudere di Porta Maggiore, in via Casilina vecchia, numero 5. Nella primavera del 1990, avendo il governo comunale deciso di sgombrare il centro di Roma da presenze sgradevoli in vista dell afflusso di calciomani per lo svolgimento del Campionato mondiale organizzato dall Italia, il fabbricato, ormai degenerato dopo diciassette anni di desolazione, fu occupato da una straordinaria e crescente comunità intermondiale: al pieno fluttuante dell abitazione si trattava di circa duemila migranti (al 31 ottobre 1990 gli ospiti regolarmente tesserati raggiunsero il numero di 2.629), che nell ininterrotto viavai raggiungono un movimento da agosto 90 a gennaio 91 di persone. Persone appartenenti a più di venti nazionalità e parlanti 42 lingue diverse, tra le quali perfino il giapponese e il sanscrito (dico perfino perché sembrano, nell immaginario pubblico occidentale, la prima una lingua di ricchi turisti e l altra una lingua supermorta, più defunta del greco antico e del latino). Renato Curcio (1991) raccoglie una serie di definizioni tratte dal discorso della massmedia italiana che è utile ripresentare oggi (sono cambiati i nostri stereotipi indotti dalla stampa e dalla televisione in dieci anni, forse?): Rifugio stregato. Lager. Fatiscente struttura. Vecchio casermone. Lembo extraterritoriale. Hotel immondezzaio per vu lavà. Inferno pericoloso. Casbah. Monumento al degrado. Porcile. Polveriera. Labirinto umano. Ospizio. Angolo da ter-

12 166 ARMANDO GNISCI PERDURABILE MIGRANZA 167 zo mondo. Purgatorio degli immigrati. Calderone etnico. Zona franca. Porcaio. Bomba a orologeria. Fabbrica degli extracomunitari. Bomba etnica. Hotel disperati & diseredati. Mega accampamento. Kampo. Maxi-ghetto nero. Casa di Mohammed. Letamaio. Covo di terroristi. Antro apocalittico. Posto a rischio. Hotel della vergogna (p. 8). Quel colloquio convivente intermondiale imprevedibile e romano al quale soprattutto la Caritas diocesana, e cioè monsignor Luigi di Liegro, donò attenzione, protezione e voce, insieme ad altre associazioni di volontariato, ricordate da Curcio in fondo al suo volume fu interrotto dall intervento poliziesco delle autorità di governo, centrale e locale (il primo ministro era Giulio Andreotti, il sindaco Franco Carraro: un democristiano e un socialista, migrato poi verso Berlusconi). Alle 6,15 del mattino del 23 dicembre del 1991, la polizia fa irruzione nel Palazzo dell Incontro: è un blitz ordinato per cercare armi e terroristi: i governi occidentali si difendono così dal nemico arabo interno mentre dura la guerra del Golfo contro Saddam Hussein. La questione della Pantanella viene risolta con la mano militare e l idea antiterroristica araba. I migranti furono deportati e dispersi in ricoveri fuori della città e l immenso edificio destinato... a che? Nel 1998 con un gruppo di migranti chiedemmo al sindaco Rutelli di farne una grande Dimora delle culture dell Africa e del Mondo, degna di una capitale come Roma che si apprestava allo sfoggio di civiltà giubilare e bimillenaria. Nessuno rispose. I progetti erano altri. Oggi, infatti, la ex Pantanella è stata restaurata e sembra destinata a brillanti esiti commerciali. Bingo! [è stato restaurato ed è già attivo un edificio per un Maxi-Bingo (N.d.A. 2002)]. La storia della Pantanella non va enfatizzata creandone l immagine postuma di una specie di mito babelico e neoumano, ma è importante tenerla presente. Per i suoi occupanti quella condizione locale fu un inferno reso vivibile solo dalla loro dignità organizzata e dalla solidarietà del vo- lontariato e dei sindacati. Ma resistere alla Pantanella significava soprattutto riuscire a mantenersi sulla soglia/frontiera dell attenzione metropolitana, a tenersi fino a che era possibile all ordine del giorno, sulla linea dell emergenza e della vicenda quotidiana pubblica della città, in un luogo di concentrazione tra centro e periferia sul quale era possibile tenere tutti all erta e in allarme. Andarsene dispersi in piccoli ghetti avrebbe significato sparire dall attualità e dall urgenza, dalla visibilità e dall ingombro viario e psico-sociale. I migranti-[squatters] lo sapevano bene: in una Lettera aperta inviata il 30 ottobre del 1990 al Consiglio comunale di Roma (Curcio 1991, pp ), scrivevano con grande lucidità: siamo pronti ad andarcene. Ma dove sono le alternative? ( ). C è chi dice che dovremmo andarcene fuori Roma. Non siamo contrari, purché non si tratti di nuovi piccoli ghetti ( ). Purché dietro questa proposta non si nasconda il tentativo di rimuovere una contraddizione, nascondendola. La storia dei sei mesi della Pantanella ha il suo inizio nei preparativi di pulizia metropolitana per un Torneo mondiale di calcio (1990) e termina con i provvedimenti antiterroristi-arabi in sede romana determinati dalla guerra del Golfo (1991). Il suo futuro è quello della speculazione affaristica. Renato Curcio (1961) ha scritto un testo esemplare, e credo irripetuto, di cronaca-analisi-critica in corsa dell evento semestrale; esso tocca un notevole traguardo di veggenza, quando parla per noi di denti del rimosso, quel fastidio rodente che la sua ombra scatena. Perché quest ombra di fastidio angosciato? Forse perché quelli [gli immigrati] non sono affatto altri da noi ( ) forse perché gli algerini, i bengalesi, i ghaniani sono proprio quella parte di noi della Civiltà in cui ci compiaciamo che abbiamo murato e mascherato; sono lo specchio in cui temiamo rispecchiarci per non vedere nella tristezza spietata degli sguardi la nostra più autentica memoria (pp ).

13 168 ARMANDO GNISCI PERDURABILE MIGRANZA 169 Curcio qui enuncia, lasciandolo intrattato, qualcosa di cruciale che a mia volta sto cercando di pensare dagli inizi degli anni Novanta e al quale mi sono mano a mano avvicinato, pur essendo esso non tanto un luogo che il pensiero deve scoprire, ma piuttosto quello che il pensiero rintracciante (chiamiamolo così) deve produrre. I due episodi, quello dello sbarco di massa degli albanesi a Bari e quello della Pantanella a Roma, sono stati forse eventi troppo forti per la comunicazione culturale e sociale italiana, perché hanno da subito impressionato e segnato, proprio mediante il morso della loro rimozione, altrettanto rapido, l inconscio pubblico nazionale rispetto all avvento della grande migrazione. Essa è stata presentata come una invasione insopportabile di straccioni e clandestini pieni di speranze inaudite ed eccessive; esprimenti una violenza intrusiva da risolvere con gli strumenti della pubblica sicurezza, fin dagli inizi, manifestatisi in modi e occasioni così eclatanti e massicci, preoccupanti e sgradevoli. Assolutamente sgradevoli. Ma non disperati: troppo speranti, invece. Saper diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo, diceva il nostro bel manuale colonialista. Giustizia e bontà : polizia-carcere-centri di raccolta-permessi di soggiorno-espulsione e piatti di minestra caldaelemosina-posti di domestica-posti di scaricatori di cassette di pomodori... I nostri codici etici sono rimasti gli stessi: dalla unità risorgimentale imperfetta e inquietante, dalla ribellione banditesca della plebaglia meridionale, dall emigrazione vergognosa di quelle plebi, dall improvviso e improvvisato colonialismo e dal fascismo che mise un marchio ideologico a tutta questa corsa sfrenata di popolazione e di imprese militari oppressive e diede un canone e un teatro politico fantasmatico, a uno gliommero indigeribile. I codici vengono da lì e sono ancora quelli: sono gli ultimi chiari e forti, e quindi gli unici che abbiamo potuto conservare ed ereditare nel profondo del nostro cuore scuro, ancora senza rimorso 7. Puglia Nacqui il 27 febbraio del 1946 crebbi e poi venni via dal centro dell istmo della penisola pugliese, tra due mari (come la Calabria del romanzo, che porta proprio questo titolo, di Carmine Abate); sul costone meridionale della Valle d Itria. La Puglia ripete sottolinea [in funzione avverbiale] l obliquità della penisola italiana, da scirocco a maestrale. L Italia penisola [in senso verbale, dal verbo penisolare (N.d.T.)] per traverso nel Mediterraneo e ne occupa la fascia centrale tenendo la direzione obliqua da nord-ovest a sud-est. Oggi essa fa la forma del ponte della grande migrazione mediterranea tra tutte le terre e tutti i mari da Sud-est a Nord-ovest del pianeta e della specie. 1 Vedi Sartori Alla poetica-politica della decolonizzazione europea ho dedicato le opere dagli anni Novanta del secolo scorso, fino, per ora, a Via della Decolonizzazione (in corso di stampa). 3 Vedi Glissant è ben naturale che, fra i mille miti che sono patrimonio comune delle popolazioni contadine, uno domini e giganteggi (...). È la traduzione reale insieme magica e concreta dell idea eterna del Paradiso terrestre, perduto e ritrovato. Questa traduzione ha due facce, di cui l una è reciprocamente condizione e causa dell altra: il mito dell America, e il grande fenomeno sociale dell Emigrazione. L uno di essi non può stare senza l altro (Glissant 1998, p. 10). 5 Gli stessi autori hanno poi edito l antologia di testi, The Postcolonial Studies Reader (1995). 6 La stessa espressione cosmopolita e diasporica da ogni dove usa uno scrittore migrante anonimo nel libro Io accuso. Requisitoria di un immigrato ex clandestino contro l Occidente (Giuffrida 1996): Il mio vero nome non posso dirlo [...]. Per comodità immaginate che mi chiami Rachid: ma sappiate che potrei chiamarmi anche Pedro, Alhaji, Enver, Kasse, Chico, Omar. Vengo dal Marocco ma potrei arrivare dall Algeria, dalla Tunisia, dall Egitto, dal Senegal, dal Perù, dalla Bolivia, dal Pakistan, dallo Sri Lanka, dalle Filippine o da qualsiasi altra terra nella quale il capitalismo, dettando le sue leggi, decide, ogni giorno, ora dopo ora, chi deve lavorare e chi no quindi, in ultima analisi, chi può vivere e chi no. Potrei arrivare praticamente da qualsiasi parte del mondo. 7 Il passo riportato in epigrafe sul contegno da tenere verso gli indigeni eritrei da parte di noialtri conquistatori italiani merita qualche considerazione aggiuntiva: bisogna ricordare che l Eritrea è sempre stata immaginata e soprannominata la nostra Colonia primogenita e prediletta. Il testo del 1929

14 170 ARMANDO GNISCI ce ne dà una riprova: la Guida del Touring Club del 1929, infatti, riporta solo nel caso dell Eritrea un capitoletto riguardo al Contegno con gli indigeni. E cioè: solo verso gli eritrei è prevista la possibiltà di un qualche contegno da parte nostra; per tutti gli altri (tripolitani e cirenaici, greci e somali) non c è traccia di consigli sul contegno; non c è alcun contegno, evidentemente, che vada immaginato e consigliato. La riprova, quindi, funziona anche come testo-ricettacolo del discorso implicito di un nostro razzismo selettivo. E ancora: nel testo l uomo (?) eritreo viene comparato da una parte all abissino e dall altra a tutti gli orientali (non altrimenti individuabili; questa categoria onnicomprensiva arriva forse fino ai giapponesi?). Orbene: gli abissini sono gli etiopi, quelli che ci avevano sconfitti nel 1896 a Adwa, e che Mussolini avrebbe aggredito e sottomessi vendicandoci con la campagna del Nel 1929 gli abissini erano gli ospiti assenti, e tuttavia ben noti e comparabili, tra i nostri colonizzati, non-rimossi e sotto osservazione vendicativa incombente.

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