La cittadinanza postmoderna: conclusioni provvisorie 1

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1 La cittadinanza postmoderna: conclusioni provvisorie 1 Gianfrancesco Zanetti* Università di Modena e Reggio Emilia 1. Siamo giunti alla fine di questo Seminario sulla nozione postmoderna di cittadinanza, e possiamo quindi trarre alcune conclusioni, del tutto provvisorie. In primo luogo, tutto dipende dal significato che attribuiamo alle parole. Se intendiamo cittadinanza in un senso esclusivamente classico moderno, la cittadinanza postomderna è quasi una contraddizione in termini. Se per esempio interpretiamo la cittadinanza come una categoria che necessariamente presuppone un forte, e unico, ethos condiviso, o come un concetto che implicita una serie di distinzioni secche quali quella fra diritto pubblico e diritto privato, allora il tema affidatomi non è affrontabile in modo sensato. Si può determinare che cittadinanza postmoderna è espressione assurda, un ossimoro che può soltanto servire a scopi euristici, perchè evoca il thaumazein della complessità contemporanea e dei suoi fenomeni; oppure si può sostenere che un epoca si è chiusa: proprio come la stagione classica della sinfonia è terminata (chiunque può scrivere sinfonie, ma noi sappiamo che il repertorio sinfonico è ormai conchiuso), così anche alcune nozioni chiave della modernità sono forse giunte al termine della loro parabola Stefano Rodotà sostiene che, forse, è questo il caso della privacy, nozione che non esisteva nel mondo della prima modernità, e che è forse destinata a perdere senso nella stagione post-moderna dei Paesi Occidentali. Si può tentare di sostenere che la classica, e per certi versi nobile, nozione di cittadinanza, è destinata a un crescente oblio, per via della pressione esercitata su essa da fatti e avvenimenti di varia natura. Il tentativo che è stato portato avanti in questo seminario è andato in una direzione diversa. Si è cercato, fondamentalmente, di indebolire il significato dei termini, per mantenere senso all espressione cittadinanza postmoderna in quanto tale (e per non banalizzarla, identificandola per esempio con nuove e importantissime forme di cittadinanza, come la cittadinanza Europea). In primo luogo, l emergere della cittadinanza postmoderna, qualsiasi cosa vogliamo intendere con quest espressione, non è un evento indipendente. Nella prima lezione abbiamo studiato come i saperi occidentali, a partire dalla seconda metà del Novecento, affrontino la sfida di un coefficiente maggiore di complessità: la riflessione politica giuridica, semplicemente, non fa eccezione, e anche categorie tradizionali come autonomia dell individuo, baluardo del liberalismo moderno, reagiscono a questo complesso fenomeno. In secondo luogo, abbiamo notato come alcune soluzioni classiche di specifici problemi collegati al tema della cittadinanza vengono, per questo motivo, relativizzate. Nello stesso scorcio di anni nei quali la semiotica e la linguistica testuale (senza l ambizione di creare problemi alla teoria politica) complessificano i problemi dell interpretazione dei testi, sono i testi stessi condivisi a diventare più una sorgente di questioni e domande interessanti che una fonte di risposte rassicuranti per chi voglia criticamente riflettere sulla forma teorica della città. Abbiamo anche preso in esame il tema dei valori condivisi, per rilevarne (anche in questo caso), la specifica problematicità: non sarà sfuggito a chi ha dimestichezza con questo tipo di letteratura che l Argomento del Cardinal de Retz è una critica radicale del tentativo di 1

2 rendere impianti teorici communitarians o neo-giusnaturalistici operativi nella produzione di argomenti normativi che possano influenzare (ad esempio tramite strumenti giuridici) le decisioni degli organi ufficiali. In quarto luogo, abbiamo affrontato le modalità di preservazione di un senso non esclusivamente formale (cioè moderno - nella linea che va da Hobbes a Schmitt) al noi che si predica dei cittadini: lo si è fatto prendendo in esame i problemi di omogeneità connessi alla questione della felicità. L orizzonte post-moderno non si limita a rendere soluzioni tradizionali inefficaci; il suo effetto caratteristico sembra essere quello di una continua eterogenesi dei fini. I valori unificanti si autointerpretano come plurali, implicitanti costitutivamente differenze e incompatibilità; i testi condivisi vengono riletti come sfondo per possibili interpretazioni divergenti, come serbatoio di opportunità performative incapaci in quanto tali di generare uniformità tradizionali; l idem sentire dei popoli, la felicità che le umane istituzioni collettivamente ricercano, diventa il punto di partenza per argomentare un diritto ad una (relativa) non-integrazione; e così via. La cittadinanza post-moderna sembra essere la cifra di questa complessità: di questa condicio humana fatta di sovrapponentesi appartenenze e lealtà. 2. È quindi probabile che la ricerca del cittadino post-moderno come ente autonomo oggetto di uno studio specifico non possa dare un esito favorevole. Certo, si tratta sempre (come si è detto) del significato che si attribuisce alle parole: e può far comodo, a volte, parlare di democrazia totalitaria, anche se l ente denotato difficilmente soddisferà, per esempio, i criteri definitori della democrazia stabiliti da Norberto Bobbio nella corrispondente voce del Dizionario di Politica (che, anche solo in virtù del suffragio universale, escluderebbe dal novero delle democrazie quella classica Ateniese, dove vigoreggiava la peculiar institution della schiavitù). La tesi che, in forma di conclusione, vorrei sostenere in questa sede, è che il senso della cittadinanza postmderna non è, per quello che si è detto, l identificazione di un nuovo ente, destinato a soppiantare il civis classico o il citoyen rivoluzionario, in un evoluzione lineare di enti-concetti che si adattano a circostanze politiche e categoriali mutate. Il senso della cittadinanza post-moderna è, più modestamente (ma forse in un modo più interessante) un senso operativo: allude a un modo di argomentare. Le due tesi che intendo sostenere in queste conclusioni provvisorie sono dunque le seguenti. In primo luogo, il nostro seminario ha fino ad ora dimostrato che l aumento della complessità nell auto-interpretazione dei fenomeni normativi e istituzionali ha determinato una pressione concettuale (con un forte impatto, di effetto relativizzante) su tradizionali strutture legittimanti determinati tipi di argomentazione (l assunzione di un omogeneità di sfondo permette, con un pizzico di ingenuità, di impostare i problemi di teoria della giustizia partendo da dati sociologici; l assunzione di valori condivisi su base giusnaturalistica permette l elaborazione di ancor più forti argomenti). La cittadinanza post-moderna, di conseguenza, non solo eredita il senso di questa sfida insieme all inquietudine che sembra promanare dalla perdita di punti di riferimento: la cittadinanza post-moderna appare costituita, come categoria, dal senso di questa sfida. In secondo luogo, la cittadinanza post-moderna si configura come una modalità operativa specifica di argomentazione normativa: questa seconda tesi significa peraltro sottrarre la cittadinanza post-moderna a ogni accusa di irrazionalismo o relativismo: argomentazione significa per forza argomentazione razionale. Si tratta dunque di mostrare come sia possibile argomentare normativamente anche in assenza dei tradizionali riferimenti normativi forti: una teoria delle fonti del diritto 2

3 giuspositivistica, magari corredata da una dottrina originalista dell interpretazione costituzionale; una elaborazione giusnaturalistica classica, idealmente sintonica con il depositum fidei della religione maggioritaria; un ideale democratico communitarian, che permetta la traduzione giuridica diretta della moralità condivisa, con una preferenza per la politica plebiscitaria radicata nella valorizzazione del popolo (o, trivialmente, della gente : in Inglese, è sempre people) e del suo Volkgeist. 3. È bene partire dalla regola che si presenta come intuitivamente meno problematica, cioè la regola tecnica. La regola tecnica sviluppa una razionalità strumentale di tipo mezzo/scopo: poiché la percezione dello scopo è data, la regola tecnica istruisce sul mezzo atto a conseguirlo. I primati superiori conoscono questo tipo di razionalità. La regola tecnica si rivolge tipicamente a un individuo. Sono gli individui che, in primo luogo, fanno uso di regole tecniche. I gruppi le usano replicando la razionalità strumentale degli individui. Oggetti culturali che nascono grazie a regole tecniche sono, ad esempio, le armi. Qualsiasi cosa può essere usata come un'arma se si seguono le appropriate regole tecniche. Per usare qualcosa come un'arma, inoltre, non occorre interazione razionale con un altro soggetto. Gli esseri umani, tuttavia, non si limitano a pensare tecnicamente. Essi nominano «giusto», «doveroso», «obbligatorio», etc. determinati comportamenti e tipi di comportamento. La tecnica permette di uccidere, ma non di giustiziare, permette di copulare o stuprare (non nel senso di una fattispecie penale) ma non di contrarre matrimonio. Per fare cose, compiere azioni, altrimenti impossibili, per aumentare la libertà di comportamento --affinché sia possibile non solo uccidere, ma anche giustiziare; non solo copulare, ma anche unirsi in vincolo--, si perviene a un tipo di regola che tecnica non è. La regola costitutiva è la regola che permette i comportamenti istituzionali aumentando in tal modo il raggio della libertà dell'uomo che ora può (posse) fare cose che prima non poteva. La regola costitutiva si rivolge a gruppi e non a individui: l'istituzione-tipo è il denaro, che funziona se viene creduto denaro valido e corrente da più di una persona; la regola costitutiva non si rivolge primariamente agli individui. L'istituzione --tramite regola costitutiva-- del matrimonio, permette un'azione --la copula fuori dalla vichiana venere vaga-- altrimenti impossibile. Le regole costitutive permettono quindi di barattare libertà con libertà al fine di aumentare il dominio della libertà istituzionalmente. Il sistema delle istituzioni non è, nell ipotesi qui presentata, spiegabile descrittivamente in termini di mera funzionalità. Una sua caratteristica, tuttavia, è quella di essere costitutivamente esposto a una possibile critica argomentata. La filosofia morale insegna che esistono aspetti della vita umana considerati dotati di valore quali la possibilità del sacrificio stesso della propria vita per gli amici o per la patria (eroismo) o in testimonianza della propria fede (martirio). Questi aspetti della vita umana dotati di valore sono possibili in quanto tali grazie alla condizione di mortalità degli esseri umani: la morte, il suo destino, non è in quanto tale un bene, e sarebbe orrendo il pensarlo, ma è condizione di possibilità di altri beni: l'atto eroico, che sarebbe impossibile per esseri immortali. La fragilità della condicio humana, la sua tipica esposizione al rischio, ha un suo glamour caratteristico, e gli dei del mito si innamoravano spesso di donne mortali. Allo stesso modo, la costitutiva esposizione alla critica del discorso normativo non è un male (difetto, imperfezione, punto debole, fault): intrattiene con esso una relazione complessa. La esposizione alla critica del discorso normativo è fra l'altro condizione del suo valore, del suo essere propriamente discorso normativo. I criteri con i quali le regole regolative (che sono il fondamentale side effect delle regole 3

4 costitutive che generano un istituzione) vanno criticate e argomentate non sono altro che la razionalità implicita nelle regole costitutive che presiedono al momento istituzionale: regole tese ad allargare spazi di libertà per uomini che interagiscono razionalmente. Tali criteri sono detti principi. Non si può, neppure volendolo, rinunciare ad argomentare per principi. L'argomento principled può trovarsi, e di fatto si trova spesso, in tensione conflittuale con gli strata geneticamente precedenti del discorso normativo, che risultano a disposizione della critica (esposti). Ma la prospettiva evocata dalla nostra riflessione sulla cittadinanza post-moderna è una prospettiva coerentista: si critica un frammento di tradizione con principi impliciti in altri frammenti di tradizione. È in genere sempre possibile, a scopi di autorassicurazione o di retorico self-empowerment, collocare strategicamente in natura rerum ipsa o nella volontà di Dio (interpretazione autorevole di un Libro) questi principi. Il pensiero tradizionale percepisce la critica come una minaccia, e scambia Socrate con Sporting Life: it ain't necessarily so, scambia cioè la fragilità generata dalla possibilità di una critica argomentata con la fragilità di un uso tecnico della regola da parte dell individuo. 4. Ora, un argomento normativo che è orientato a una policy può essere più o meno conclusivo. Un argomento è conclusivo quando descrive come da determinate premesse discendano determinate conseguenze, e come la catena delle cause e degli effetti termini funzionalmente da un lato col modello desiderato (o con uno stato che si approssima al modello) e dall'altro con l'azione o la decisione che si vuole argomentare o deliberare. La conclusività di un argomento pratico è inoltre rassicurante: le discussioni possono, idealmente, infine terminare. Partire da un modello, dunque, significa accettare un principio di conclusività: un argomento legato a un modello è più o meno conclusivo e la perfezione di un argomento normativo, in quel caso, sarebbe idealmente la chiusura della discussione. Se un argomento si propone come perfettamente conclusivo la discussione argomentata appare conclusa. I vari argomenti ideati entro la logica del progetto ideale da realizzare possono essere abbastanza agevolmente comparati per via della loro maggiore o minore forza conclusiva. Se al contrario parto dall'orizzonte istituzionale e normativo dato --beninteso per criticarlo--, e se lo interpreto innanzitutto come una situazione di partenza per elaborare argomenti universalistici principled, non posso immaginare di valutare il mio argomento in termini di esclusiva conclusività. Posso non aver valutato un aspetto della situazione, posso aver trascurato un dettaglio che ha implicazioni decisive; posso non aver considerato il potenziale della situazione normativa di partenza nella sua irriducibile specificità; posso non aver valutato altri argomenti elaborati tramite principi che promamano da altri frammenti di tradizione. L'argomento normativo critico viene comunque elaborato, e il suo senso è quello di essere più o meno rilevante per la situazione normativa data nel momento istituzionale al quale si applica. Rilevante può significare due cose: significa in primo luogo pertinente, e in questo caso il termine esprime l'idea che un argomento (o in generale un altro ente) risulta particolarmente adatto alla critica di una data istituzione (o in generale a una data situazione); significa in secondo luogo importante, e in questo caso esprime la «forza», il «valore» di un argomento (o in generale di qualcosa). I due significati sono assolutamente intrecciati, perché la forza di un argomento «rilevante» dipende dalle circostanze alle quali esso risulta particolarmente adatto. Si aspira a pretendere per quell'argomento che esso rilevi. Che sia rilevante per il caso di specie, e che conti, che abbia peso. Non si chiede che sia conclusivo, perché un argomento rilevante non può escludere altri argomenti rilevanti. Un argomento 4

5 conclusivo, per essere tale, deve tendere a escludere argomenti alternativi che ne minerebbero la conclusività, o ad assimilarli come subordinati e accessori. Un argomento rilevante presuppone la possibilità che altri ve ne siano, e mantiene iscritto nel suo status normativo un'apertura alla revisione e al bilanciamento. Il discorso normativo, d altra parte, non sembra d'altra parte poter rifiutare altri generi di argomenti, che aspirano ad essere conclusivi. Il principio di rilevanza stesso è rilevante, non è autonomamente e unilateralmente conclusivo. La logica che il principio esprime si applica al principio stesso. Le realtà istituzionali sulle quali agisce e dalle quali emerge il discorso normativo implicato dalla nozione di cittadinanza-postmoderna sono realtà nested, cioè strettamente collegate, in un sistema di relazioni e di interdipendenze, a un contesto sociale e istituzionale che, soprattutto dopo la fine delle società compatte e omogenee, dotate di set di valori condivisi, va concepito come intensamente plurale. L'autointerpretazione originaria di una data istituzione, così, non costituisce l'elemento assolutamente rilevante, anche quando essa non abbia subito modificazioni di sorta nei soggetti coinvolti, una volta che l'istituzione data sia per esempio nested in un orizzonte istituzionale e normativo differente. 5. Per Bertrand Russell la «forma ideale di un opera filosofica» ha caratteristiche interessanti: «Dovrebbe cominciare con proposizioni che nessuno metterebbe in dubbio e concludersi con posizioni che nessuno accetterebbe». E una situazione, per l appunto, ideale: si parte da postulati accettati, autoevidenti, non controversi, poi si procede per via deduttiva, rigorosa, controllabile, fino a produrre nuove proposizioni, proposizioni informative e interessanti il contenuto delle quali può (se siamo fortunati) essere talmente nuovo, originale, da risultare sorprendente. Può andare contro il nostro comune sentire, può infrangere la nostra sfera cristallina di pregiudizi e risultare quindi «inaccettabile». Le «posizioni che nessuno accetterebbe» sono il portato di un processo che si conclude in un dato modo: il punto di partenza adeguato (perché postulato o autoevidente) e il metodo rigoroso sono garanzie sufficienti. Questa non è, come si è visto, una descrizione fedele della struttura di un argomento normativo. Il discorso nromativo, per via della presenza, nel suo realizzarsi, del principio di rilevanza, si struttura in modo diverso. Poiché la specificità di ogni data situazione concreta gioca un ruolo nell azione del principio di rilevanza, la situazione mantiene un esile presa sull argomento normativo; l argomento può riorientarsi, mutando direzione, riflessivamente. Ciò significa che in certi casi, quando le conclusioni di un ragionamento normativo danno luogo a soluzioni estreme, a «posizioni che nessuno accetterebbe», la diffidenza verso queste soluzioni è del tutto ragionevole finché si rimane dentro i parametri di razionalità propri del discorso normativo. La forma ideale del discorso normativo, per parafrasare Russell, ha caratteristiche interessanti: «Dovrebbe cominciare con proposizioni che necessariamente qualcuno potrebbe mettere in dubbio e concludersi con posizioni che qualcuno senz altro potrebbe accettare, e rivendicando tuttavia che ognuno --in certe condizioni, ad esempio quelle habermasiane di comunicazione ideale-- dovrebbe farlo». Laddove Russell aveva in mente, come ideale «posizioni che nessuno accetterebbe», qui l orizzonte ideale è costituito da «posizioni che ognuno dovrebbe accettare», ma tali che necessariamente qualcuno potrebbe, argomentando, rifiutarsi di farlo. 6. La riflessione normativa implicita nella nozione (tratteggiata nel corso di questo Seminario), di cittadinanza post-moderna, non è dunque affatto una condanna al relativismo, o ad alcuna forma di irrazionalismo. L accoglienza del pluralismo post-moderno signica 5

6 semplicemente la necessità di reperire i criteri (principi) per la critica o la giustificazione di istituzioni date entro la logica di quelle istituzioni stesse, o di istituzioni (normativamente) contigue: in un processo costitutivamente aperto di argomentazione. 7. Questo significa che è possibile rideclinare il discorso sulla cittadinanza post-moderna lungo linee di narrazione diverse. Una rideclinazione possibile è quella di per esempio narrarne il senso attraverso la storia dei rapporti fra diritto e morale: l esito della quale è l entrata in scena del pluralismo normativo e delle morali (dei gruppi comprensivi, al plurale) come bene meritevole di tutela. 8. La cittadinanza post-moderna, interpretata in questo modo, ha un vistoso vantaggio: essa è spesso di fatto operativa nelle argomentazioni di operatori del diritto. Essa non costituisce o genera un nuovo, e impreveduto, tipo di ente (uno spettrale cittadino post-moderno), ma si configura come una modalità di argomentazione che presuppone il cittadino postmoderno solo in quanto soggetto latore volta per volta di argomenti principled in una prospettiva coerentista, gettando luce su aspetti interessanti di quel pluralismo lato sensu istituzionale che determina infine l orizzonte categoriale della riflessione giuridico-politica su questi argomenti. 6

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