SICUREZZA E SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO IN FRIULI VENEZIA GIULIA. Osservatorio sulle trasformazioni economiche e sociali del Friuli Venezia Giulia

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1 SICUREZZA E SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO IN FRIULI VENEZIA GIULIA Osservatorio sulle trasformazioni economiche e sociali del Friuli Venezia Giulia

2 Pubblicazione realizzata con il contributo di: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Assessorato Regionale all Istruzione, Formazione e Cultura Direzione centrale, Istruzione, Formazione e Cultura

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4 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI DEL FRIULI VENEZIA GIULIA Sicurezza e salute nei luoghi di lavoro in Friuli Venezia Giulia Osservatorio sulle trasformazioni economiche e sociali del Friuli Venezia Giulia

5 Sommario Introduzione 11 di Enzo Forner 1 Friuli Venezia Giulia, regione d Europa. 25 Un analisi di benchmarking di Michele Flaibani, Filippo Muzzi 1.1 Introduzione L andamento demografico Gli indicatori economici Ricchezza e crescita economica La composizione del Valore Aggiunto Il mercato del lavoro La società della conoscenza L innovazione Conclusioni Bibliografia Note 65 2 La sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro 69 in Friuli Venezia Giulia: un quadro generale di Alessandro Russo, Tatiana Benedetti, Pamela Mason, Filippo Muzzi 2.1 Introduzione Problematiche relative alle fonti statistiche 72 e relativa metodologia a livello europeo 2.3 Il contesto europeo Il contesto italiano Le fonti ufficiali nazionali Il contesto nazionale Gli infortuni in Friuli Venezia Giulia: un quadro generale Caratteristiche del fenomeno infortunistico 109 in Friuli Venezia Giulia: l infortunio e l infortunato 2.7 L analisi degli infortuni nell ambito 115 dei distretti industriali friulani: andamento e peculiarità 2.8 L analisi degli infortuni nell ambito 120 dei Sistemi Locali del Lavoro regionali 2.9 Conclusioni Bibliografia 124 5

6 2.11 Sitografia Note Costruire organizzazioni sicure: modelli di analisi 131 e proposte di intervento di Davide Bearzi, Riccardo Cicuttin e Carlos Corvino 3.1 Introduzione Errori, incidenti, disastri e rischio-sicurezza 135 nelle organizzazioni: una rassegna della letteratura Definizioni, dilemmi e parole-chiave: 136 un mini-glossario della sicurezza nel lavoro Come le organizzazioni affrontano 141 un incidente o un errore organizzativo Le caratteristiche delle organizzazioni affidabili: 146 un approccio bottom-up 3.3 Analizzare le pratiche lavorative (in)sicure: 149 un modello di osservazione e valutazione Tipi di strategie e risposte comportamentali 149 nei processi del lavorare in sicurezza I comportamenti (in)sicuri tra l organizzare, 154 l auto-organizzazione e i processi imitativi Paradosso dell induzione e normalizzazione della devianza: 160 alcuni casi esemplificativi 3.4 Lavorare in sicurezza nelle aziende: 164 un approccio mirato di formazione-consulenza Partire dalla conoscenza: osservazioni preliminari Costruire un organizzazione sicura La fasi fondamentali per la creazione di un sistema 170 per la gestione della sicurezza sul lavoro 3.5 Conclusioni Bibliografia Note Risk Analysis by Threshold Evaluation (RATE): 185 un nuovo metodo di analisi della sicurezza per le PMI di Marco Lirussi 4.1 Introduzione La nascita del metodo RATE RATE: descrizione del metodo FASE 1 Suddivisione dell impianto secondo logica di processo FASE 2 - Matrice delle correlazioni Introduzione degli aspetti quantitativi FASE 3 Descrizione del danno atteso FASE 4 Assegnazione del valore ai rischi individuati FASE 5 L indice di rischio (RI) di sezione Basic RI, Actual RI e Potential RI FASE 5b Calcolo di Actual RI e Potential RI Scelta delle sicurezze più convenienti da introdurre FASE 6 Ordinamento ed individuazione 207 delle sezioni maggiormente critiche FASE 7 Calcolo del Δ di miglioramento FASE 8 Efficiency index Confronto RATE FMEA/FMECA RATE soddisfa il D.Lgs. 81/ Conclusioni Bibliografia Sitografia Note La contrattazione della sicurezza sul lavoro 217 di Stefano Bertoni 5.1 Il quadro generale della contrattazione decentrata 219 in tema di sicurezza e salute sul lavoro 5.2 Il Protocollo Fincantieri Esempi di contrattazione in materia di sicurezza 225 al di fuori del contesto regionale 5.4 Riflessioni e indicazioni operative Bibliografia Note Per una cultura della sicurezza: 235 prevenire attraverso interventi educativi di Giulia Mardero 6.1 Introduzione L integrazione del tema della sicurezza nei curricula scolastici: 238 le politiche europee e la normativa nazionale 6.3 L esperienza realizzata a livello nazionale ed europeo: 241 confronto tra buone prassi 6.4 Educare alla sicurezza: aspetti metodologici Bibliografia Note IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 7

7 7 I rischi psicosociali collegati alla sicurezza 253 e alla salute sul luogo di lavoro di Paola Di Pauli 7.1 Introduzione I rischi psicosociali emergenti relativi alla sicurezza 256 e alla salute sul lavoro I rischi psicosociali emergenti: una definizione Lo stress lavoro-correlato: sale della vita o veleno mortale? Rischi sul lavoro e stress La valutazione e la gestione dello stress lavoro-correlato La nuova strategia comunitaria per la salute 269 e la sicurezza sul luogo di lavoro Un quadro di sintesi a livello europeo Il quadro legislativo a livello nazionale Il decreto legislativo n. 81 del 9 aprile e lo stress lavoro-correlato 7.5 Gli aspetti di genere nella valutazione dei rischi psicosociali 274 e nelle misure di prevenzione 7.6 Bibliografia Sitografia Note Benessere organizzativo e burnout: 281 indagine tra i vertici di strutture socio-sanitarie di Anna Maria Berini 8.1 Introduzione Il malessere lavorativo Cambiamenti e integrità psico-fisica Il benessere organizzativo La psicologia della salute organizzativa Il benessere organizzativo Verso un educazione della salute lavorativa Il programma Cantieri Programmi di benessere lavorativo Il burnout: una ricerca qualitativa Metodo e modalità organizzative Le interviste considerate singolarmente Analisi trasversale delle interviste Conclusioni Il benessere organizzativo: un indagine sul campo Obiettivo Metodo e modalità organizzative Le interviste considerate singolarmente Analisi trasversale delle interviste Una proposta di intervento Conclusioni finali Bibliografia Note IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 9

8 INTRODUZIONE di Enzo Forner Anche per il 2008, come nei due anni scorsi, l I.R.E.S. - Istituto di Ricerche Economiche e Sociali del Friuli Venezia Giulia si è proposto di realizzare, grazie al contributo dell Amministrazione regionale del Friuli Venezia Giulia Direzione centrale Formazione, Istruzione e Cultura, un lavoro di ricerca multidisciplinare su un tema di interesse prioritario per la società regionale, proseguendo e consolidando così un percorso condiviso di incontro e dibattito tra i collaboratori delle diverse aree di lavoro presenti nell Istituto. In particolare il lavoro del 2008 ha preso in considerazione uno dei problemi più gravi che affliggono il mondo del lavoro nazionale e regionale, ovvero il tema della sicurezza e della salute dei lavoratori e delle malattie e degli infortuni lavoro-correlati. Non siamo certo noi a scoprire che si tratta di un problema di grande portata sia dal punto di vista umano, che sociale che infine economico. Dal punto di vista umano sono evidenti il dolore e la sofferenza per i familiari, conseguenti alla morte di migliaia di persone ogni anno mentre stanno svolgendo il loro lavoro, come pure le sofferenze provate dal numero molto superiore di persone che conseguono da infortuni e malattie professionali danni biologici e invalidità gravi e permanenti che limitano fortemente le capacità lavorative e sociali. Dal punto di vista di vista sociale si tratta di un fenomeno che coinvolge tutta la società: oltre ai lavoratori coinvolti, che spesso si ritrovano in uno stato più o meno lungo e grave di inabilità e di dipendenza da altri, pensiamo alle loro famiglie in primo luogo, al carico costituito dall assistenza da prestare, all insicurezza sociale ed economica che deriva dalla sospensione temporanea o permanente dell attività lavorativa; al sistema socio-sanitario nazionale, mobilitato per far fronte ai bisogni sanitari di pronto intervento, di cura e di riabilitazione; al sistema delle parti sociali e del decisore pubblico ai diversi livelli, chiamati ad elaborare politiche di prevenzione del fenomeno sempre più efficaci, e così via. Dal punto di vista economico il peso diretto ed indiretto degli infortuni e malattie nei luoghi di lavoro è molto elevato, se si pensa che stime I.L.O. indicano nel 4% del Prodotto Interno Lordo mondiale il costo diretto ed indiretto di tali eventi, pari a ben oltre i miliardi di dollari americani: un valore che possiamo paragonare, per confronto, alla metà delle risorse messe a disposizione per le politiche di tutti gli stati dell Unione Europea per fronteggiare l attuale crisi economico-finanziaria. Si tratti di costi che riguardano le assenze dal lavoro, il danno da mancata produzione per le aziende coinvolte, gli indennizzi ai lavoratori interessati, i costi per le cure sanitarie, i costi per la previdenza sociale, ecc., senza contare i costi per la prevenzione a carico delle aziende. 11

9 Il fenomeno è quindi di grande attualità, in particolare per l Italia, che sotto diversi aspetti presenta un quadro di particolare gravità e di ritardo se confrontato con la situazione media europea: in questo contesto il Friuli Venezia Giulia non può considerarsi particolarmente virtuoso, come accade invece per altre caratteristiche della struttura produttiva regionale, se è vero che, dal punto di vista del tasso complessivo di infortunio, la regione si colloca stabilmente ai primi posti nella graduatoria delle regioni italiane. Si tratta di un trend storicamente consolidato e che quindi non rappresenta una anomalia temporanea od una congiuntura sfavorevole e sfortunata di un anno, ma una condizione strutturale che deve essere affrontata con decisione ma anche con metodologie e strategie innovative in grado di innalzare l efficacia degli interventi, in particolare di quelli nell ambito della prevenzione, attraverso cui si può costruire una cultura della sicurezza e della salute dei lavoratori che, se ampiamente diffusa e radicata presso tutti gli attori coinvolti e a tutti i livelli, sarà in grado di produrre un calo significativo e permanente della diffusione del fenomeno. Parlare di prevenzione significa necessariamente parlare di un adeguato livello di conoscenza delle dimensioni e delle cause del fenomeno; di un adeguato livello di informazione che deve essere posseduto da tutti coloro che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nella questione (pensiamo, oltre agli imprenditori e ai lavoratori, alle parti sociali, ai sistemi scolastici e di formazione, al sistema socio-assistenziale); di adeguate competenze e capacità operative che devono essere possedute da chi è coinvolto direttamente nella gestione del problema (imprenditori, responsabili della sicurezza, lavoratori, rappresentanti delle parti sociali, consulenti, tecnici, formatori, ecc.), competenze che devono essere sviluppate nell ambito di specifiche azioni formative. E proprio l importanza che il fenomeno assume anche a livello regionale ci ha spinto a sceglierlo come focus per il Rapporto 2008, con l obiettivo di esaminare la problematica da diversi punti di vista, dato che si tratta tipicamente di un fenomeno multicausale e multidimensionale, affrontandola sia dal punto di vista quantitativo, con l obiettivo di delineare la dimensione ed i contorni del problema, sia dal punto di vista qualitativo, approfondendo alcune specifiche tematiche con l obiettivo di individuare possibili azioni di prevenzione in grado di ridurre la portata del fenomeno. In particolare sono stati presi in considerazione i seguenti aspetti: le relazioni tra la dimensione organizzativa aziendale, la circolazione e la gestione delle informazioni, e la sicurezza; le specificità delle politiche di analisi del rischio e di prevenzione degli infortuni nelle piccole e medie aziende, che costituiscono l ossatura portante del sistema produttivo regionale; la contrattazione tra le parti sociali in tema di sicurezza e salute dei lavoratori, che può rappresentare un importante canale di supporto alle politiche pubbliche di prevenzione; l importanza di un progetto educativo di più ampio respiro che ponga al centro dell attenzione le tematiche della sicurezza non solo nei confronti di chi già oggi lavora, ma anche di chi sarà domani un lavoratore ed oggi è uno studente che frequenta una scuola della regione; le malattie professionali legate ai rischi psico-sociali ed in particolare agli stress lavoro-correlati che stanno assumendo un peso sempre più crescente nel panorama generale delle cause di problemi alla salute collegati al lavoro. L importanza che l IRES FVG assegna a tale tema è testimoniata anche dal fatto che nel corso del 2008, in occasione del venticinquesimo anniversario della nascita dell associazione, avvenuta nel 1983, è stato emanato un bando per il conferimento di un contributo alla migliore tesi di laurea sul tema della sicurezza e della salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Si è voluto in questa maniera festeggiare un importante momento nella storia dell istituto valorizzando nel contempo la produzione dei giovani laureati della regione e contribuendo alla diffusione dei migliori lavori tramite la pubblicazione nel presente lavoro di un report di sintesi della tesi di laurea. In particolare la commissione giudicatrice ha individuato nella tesi del dottore in ingegneria gestionale Marco Lirussi il migliore lavoro tra quelli pervenuti, a cui ha quindi assegnato il contributo previsto: l estratto dalla tesi viene presentato al capitolo 4 del presente volume. Considerato l elevato valore qualitativo delle tesi pervenute, la commissione stessa ha ritenuto di assegnare anche una menzione particolare ad una seconda tesi, elaborata dalla dottoressa in psicologia Anna Maria Berini, alla quale è stato chiesto di elaborare un report che viene pubblicato al capitolo 8 del presente volume. In generale gli obiettivi del programma di ricerca possono essere così sintetizzati: aggiornare la collocazione del Friuli Venezia Giulia nel contesto regionale europeo con riferimento al raggiungimento degli obiettivi della Strategia di Lisbona, in una dimensione di benchmarking con un panel di regioni considerate confrontabili con il contesto del FVG; approfondire la conoscenza del problema dell elevato numero di infortuni sul lavoro che caratterizza il FVG ed elaborare proposte di intervento adeguate. Entrando in maniera più specifica nei contenuti dei prossimi capitoli, il primo capitolo si propone di dare continuità ad un progetto di monitoraggio ed analisi già attivato negli anni precedenti, riguardante la dimensione europea in cui la nostra Regione è collocata e sempre più strettamente correlata. Già dal 2006 è stato infatti attivato un Osservatorio relativo ad un campione di Regioni o piccoli Stati europei che presentino condizioni geografiche e socio-economiche comparabili con il Friuli Venezia Giulia, al fine di monitorare, utilizzando tecniche di benchmarking, l evoluzione di un numero significativo di indicatori in grado di evidenziare l avanzamento del processo di integrazione europea e del raggiungimento degli obiettivi comuni europei fissati nell ambito della cosiddetta Strategia di Lisbona. Con il passare degli anni il valore aggiunto dell Osservatorio aumenta in quanto la serie storica si allunga ed è possibile operare delle riflessioni interessanti sui processi evolutivi delle diverse aree geografiche interessate. 12 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 13

10 Da questo punto di vista si confermano alcune aree critiche per la società regionale come le dinamiche demografiche connesse all invecchiamento della popolazione; la presenza di tassi di attività che seppure in costante crescita non riescono ancora a raggiungere gli obiettivi prefissati dalla Strategia di Lisbona, in particolare nel campo dell occupazione femminile e di quella dei lavoratori senior; una preparazione scolastico-professionale delle risorse umane regionali ancora non confrontabile con i tassi delle regioni più virtuose, segno di un sistema ancora fortemente selettivo specie ai livelli più elevati di studio; una diffusione nella popolazione delle conoscenze e delle dotazioni informatiche poco soddisfacente per gli standard europei; un sistema della ricerca e sviluppo regionale penalizzato dalle risorse, in particolare private, ancora insufficienti, dal carente rapporto tra infrastrutture e risorse umane e dal limitato sviluppo della ricerca nei settori tecnologicamente più avanzati. Il lavoro dell Osservatorio, dato il ritardo con cui giungono i dati statistici omogeneizzati a livello europeo, non è ancora in grado di rilevare l impatto della crisi che a partire dal 2008 ha colpito tutta l Europa, per cui sarà interessante nei prossimi rapporti approfondire in particolare tale aspetto per verificare come si sono comportati le diverse regioni/stati europei osservati. I dati emersi sono peraltro importanti per l impostazione di politiche strategiche regionali, di lungo termine, in grado di incidere su fenomeni strutturali come quelli demografici e mercatolavoristici che presentano una elevata forza d inerzia. Il secondo capitolo si propone di offrire un quadro interpretativo generale della diffusione del fenomeno infortunistico sul lavoro e delle malattie professionali nel territorio regionale, anche attraverso un più ampio confronto con la dimensione europea e con quella italiana. In particolare sono stati analizzati e commentati i dati provenienti da diversa fonte (Eurostat, Inail, Ispesl) al fine di dare soprattutto una descrizione quantitativa del fenomeno. È bene premettere che il lavoro ha una finalità introduttiva, di inquadramento generale, e non ha volutamente indagato in profondità tutti i possibili aspetti, al fine di garantire un ampio spazio anche alle riflessioni e analisi di carattere qualitativo, spesso trascurate in conseguenza della drammaticità dei dati che emergono. Alcuni elementi salienti comunque emergono con prepotenza e sono particolarmente utili per l impostazione di politiche di prevenzione. In particolare la Regione Friuli Venezia Giulia si conferma ai primi posti nella graduatoria nazionale dei tassi complessivi di infortunio (numero di infortuni annuali ogni 100 lavoratori iscritti all Inail) mentre, in apparente contraddizione, si posiziona agli ultimi posti se guardiamo all indice di gravità degli infortuni. In sostanza siamo una regione caratterizzata da un elevato numero di incidenti che però sono nella stragrande maggioranza di lieve entità. L evidenziazione di tale caratteristica appare quanto mai utile per l elaborazione di efficaci politiche di prevenzione: da un lato vi è l esigenza di promuovere una più diffusa ed efficace cultura della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro in maniera da coinvolgere tutti i lavoratori ed agire sulla diminuzione del numero complessivo di incidenti. Dall altro lato vi è la necessità di concentrare politiche di prevenzione mirata su alcuni, ben determinati, settori economici e aree geografiche (province) che l analisi ha permesso di identificare e che costituiscono le aree critiche dove si concentrano gli infortuni di maggiore gravità. Nonostante l analisi svolta registri in generale una tendenza alla diminuzione del numero di infortuni sul lavoro denunciati negli ultimi anni, occorre concentrare l attenzione su alcune fasce del mercato del lavoro evidentemente più esposte, ossia i lavoratori interinali, i parasubordinati, gli stranieri, per i quali gli eventi infortunistici aumentano sia a livello nazionale che regionale. Per inciso l indagine ha permesso di evidenziare l apporto significativo e crescente degli incidenti in itinere (che accadono cioè lungo il tragitto residenza-luogo di lavoro) e che rimandano ad un problema più generale di sicurezza stradale e di eliminazione dei punti neri diffusamente presenti nel territorio regionale, che soffre evidentemente di una elevata congestione stradale lungo gli assi dello sviluppo regionale. Con il terzo capitolo entriamo nel merito dell analisi degli aspetti qualitativi del fenomeno. Esso prende in considerazione la questione della sicurezza nei contesti lavorativi, focalizzando l attenzione soprattutto sulle variabili sociali e organizzative implicate. Tale finalità generale è stata declinata in modo da fornire al lettore un percorso logico, argomentativo e pratico che si sviluppa soprattutto in tre fasi: Analisi della letteratura scientifica in tema di incidenti ed errori nelle organizzazioni; Individuazione delle variabili ritenute più significative per creare un sistema organizzativo più affidabile; Elaborazione di una proposta di metodologia generale per intervenire nel sistema sicurezza di una azienda. Occorre esser consapevoli che il verificarsi di un incidente o di un errore fatale dentro un azienda è sempre un evento drammatico che ha conseguenze penali, sociali e, in parte, organizzative. In genere abbiamo constatato che, quando si verificano errori o incidenti, esiste una modalità di analisi e indagine che si focalizza prevalentemente sulle seguenti variabili: variabili individuali: chi o cosa ha cagionato l incidente o l errore? Come lo ha fatto? Quali le responsabilità/colpe? variabili tecnologiche: in che condizioni erano gli impianti? La manutenzione era corretta? Venivano rispettati i protocolli di funzionamento? variabili normative: in generale, erano rispettate le norme sulla sicurezza? Esiste una tendenza a sottovalutare il sistema organizzativo e collettivo nel suo complesso, poiché si pensa che l organizzazione sia uno strumento neutro e tecnico, che nulla a che fare con l intenzionalità dell azione. Per questo, possiamo dire che al fine di attribuire colpe e responsabilità è sufficiente rimanere sulle variabili individuali, su quelle tecnologiche e su quelle normative, proba- 14 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 15

11 bilmente. Ma per imparare dagli errori, che ci pare una delle strade maestre per diffondere e radicare una efficace cultura della sicurezza, occorre allargare lo sguardo e capire che l evento di un incidente o un errore fatale che porti o che non porti ad un infortunio poco importa ai nostri fini - ha una sua intrinseca struttura sociale e organizzativa che contribuisce a plasmarlo e a fare in modo che avvenga. Oltre a questo, per apprendere dagli errori, occorre uno sforzo collettivo e sociale, poiché ognuno è portatore di informazioni e conoscenze utili sulle concrete pratiche lavorative quotidiane. Il nostro approccio, quindi, sulla scorta della letteratura esaminata, fa sua la finalità principale di indagare la struttura degli errori e degli incidenti da un punto di vista organizzativo. Un approccio orientato soprattutto a far emergere non tanto le colpe individuali, ma i fattori organizzativi rischiosi sui quali gli incidenti e gli errori vengono a costruirsi. Mettendo a fuoco questi elementi sarà possibile produrre informazioni sulla pratiche lavorative sicure/insicure, analizzarne i comportamenti rischiosi e, insieme con gli operatori stessi, costruire un sistema che si basa sull analisi dell errore e sull apprendimento organizzativo. Una formazione efficace ed efficiente alla sicurezza sul lavoro, quindi, dev essere pensata come un processo insieme consulenziale e formativo a partire dalla scoperta, da parte dei lavoratori e del management, delle pratiche (in) sicure di lavoro. Sulla base di queste informazioni iniziali, poi, occorre che la formazione sia tanto esperienziale (ossia basata sull osservazione del modo concreto con cui si lavora in un dato reparto/unità organizzativa) quanto riflessiva (ossia che stimoli i lavoratori e li guidi a produrre informazioni e conoscenza sul loro modo di lavorare). Ed è proprio a questo tipo particolare di approccio formativo, recentemente sviluppatosi a partire da studi sociologici e psicologici sul concetto di riflessione, che rivolgiamo l attenzione in quanto appare il più adatto a rispondere alla mission assegnata alla formazione nel modello proposto: le pratiche riflessive nella formazione hanno infatti come concetto di riferimento quello di una riflessione, guidata da un facilitatore esperto piuttosto che da un formatore/docente vero e proprio, da parte di lavoratori di un settore sulla loro esperienza professionale e sugli incidenti critici che la caratterizzano, in maniera da realizzare un percorso di interruzione della routine e di presa di coscienza della dissonanza, di narrazione ovvero di descrizione e riconoscimento dell evento o della situazione critica, e di individuazione delle implicazioni, ovvero delle conseguenze relative a nuove pratiche e/o modifiche da apportare alla propria prassi professionale o al contesto organizzativo: il tutto in un contesto relazionale di gruppo volto a valorizzare l esperienza di ciascuno dei partecipanti. Anche da queste poche note esplicative appare evidente la consonanza tra le caratteristiche delle pratiche formative riflessive ed il modello di intervento a livello organizzativo presentato nel capitolo. Si tratta peraltro di pratiche ancora poco diffuse, per lo meno nel contesto italiano, e quindi che richiedono un lavoro di messa a punto e di sperimentazione per quanto riguarda la loro applicazione in tema di sicurezza sul lavoro. Il quarto capitolo, come prima indicato, presenta la sintesi di una tesi di laurea che ha affrontato nello specifico il tema dell analisi dei rischi e della definizione di programmi di intervento per la loro riduzione in imprese di piccole e medie dimensioni che rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese regionali e che richiedono strumenti snelli, flessibili, facilmente gestibili e a costi ridotti. In particolare viene presentata e verificata su un caso concreto la metodologia RATE (Risk Analysis by Threshold Evaluation) 1, un nuovo metodo messo a punto da un gruppo di ricercatori e professionisti friulani in grado di fornire una Safety Analysis specifica per le PMI, permettendo all analista di seguire un percorso standard, facile da comprendere e applicare. La salute e la sicurezza sul lavoro dei dipendenti diventano cioè il centro dell analisi, piuttosto che i modi di guasto, come finora accaduto. RATE vuole aiutare l imprenditore a decidere se il livello di sicurezza del suo stabilimento sia effettivamente adeguato: non è detto infatti che un impianto considerato a norma sia effettivamente sicuro per l operatore. Si intende cioè fornire all imprenditore la possibilità di posizionare la sicurezza del suo impianto rispetto ad obiettivi di sicurezza che egli stesso si pone: partendo dalla condizione prevista dalla normativa, deciderà se aggiungere o meno ulteriori dispositivi di sicurezza al suo impianto. RATE punta a rendere l imprenditore e il lavoratore consapevoli delle fonti di pericolo e delle necessarie misure da adottare per raggiungere un livello di sicurezza adeguato. Questa valutazione potrà essere fatta andando a confrontare i valori degli indici che si ottengono come output dall analisi effettuata con una soglia oggettivamente definita, elaborata partendo dai dati degli incidenti effettivamente avvenuti e registrati dagli Enti Governativi nazionali. L idea è di analizzare l impianto nella sua fase operativa, confrontare i risultati (azioni sollecitanti) con un valore soglia (azione resistente), e di introdurre dei dispositivi di sicurezza che consentano di abbassare i rischi dell impianto/processo produttivo per farli avvicinare il più possibile a questo valore, considerato l ottimo date la configurazione del processo e le tecnologie per la sicurezza disponibili. Il metodo fornisce inoltre un utile strumento decisionale a supporto dell imprenditore, che gli permette di scegliere quale sia la sicurezza aggiuntiva col miglior rapporto costo di introduzione-beneficio apportato alla sicurezza dell impianto (Efficiency Index). Anche in questo caso il metodo appare pronto per passare dalla fase di sperimentazione ad una più ampia applicazione al contesto produttivo regionale e costituisce uno strumento in più per l elaborazione di politiche di prevenzione specificamente dedicate alle PMI. Il quinto capitolo, a partire dalle esperienze di contrattazione tra le parti sociali in tema di sicurezza e salute dei lavoratori a livello locale, si propone di riflettere sugli elementi che caratterizzano la contrattazione soffermandosi, laddove possibile, su alcune esperienze significative e buone prassi rilevate nel conte- 16 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 17

12 sto locale o in altri contesti regionali allo scopo di fornire alcune indicazioni operative utili allo sviluppo del dialogo sociale in un settore così delicato. Dall analisi emerge la caduta della tematica nella contrattazione decentrata a partire dagli anni Novanta, anche se nel capitolo si mettono in evidenza esempi come quelli relativi al Protocollo Fincantieri o ad altri accordi di contrattazione che presentano caratteristiche positive e rilevanti. A livello extraregionale si fa riferimento invece alla contrattazione della sicurezza sul lavoro in aziende come quelle del Gruppo Lucchini, Enel di Torrevaldaliga, Api di Falconara, Ies di Mantova e protocolli come quello sottoscritto recentemente da sindacati e Confindustria in provincia di Padova. Il testo cerca di mettere in evidenza come le condizioni di sicurezza possano essere infatti influenzate anche dalla particolare politica occupazionale adottata da un impresa: incidenza più o meno alta di persone a tempo determinato o di contratti atipici, forte turnover, cesura tra generazioni di lavoratori esperti e neo assunti, sono tutti elementi non neutri rispetto alle condizioni di sicurezza che andrebbero sottolineati e considerati nello sviluppo di una buona contrattazione che consideri la salute e la sicurezza dei lavoratori come un elemento centrale e non come un semplice capitolo, separato e a sé stante, all interno di un accordo o di un protocollo. Il capitolo si chiude con alcune indicazioni operative per il futuro, tra le quali va evidenziata la necessità di orientare la futura contrattazione sulle categorie a rischio come immigrati e precari, soprattutto interinali. Il sesto capitolo allarga il discorso cercando di analizzare il ruolo del sistema scolastico e formativo all interno delle azioni di prevenzione e promozione di una cultura della sicurezza. L art. 11 del D.lgs 81/2008, vede infatti nel sistema scolastico e formativo uno degli attori principali per cui appare importante una riflessione sul ruolo che esso può svolgere e sugli strumenti che possono essere messi in campo. In realtà la scuola è doppiamente coinvolta da questa tematica in quanto da un lato è una delle destinatarie della normativa sulla sicurezza in termini di valutazione dei rischi e di messa in sicurezza degli edifici scolastici, dall altra il suo ruolo educativo offre uno dei più importanti strumenti per la promozione di una cultura della sicurezza. In questa sede ci concentreremo in particolare sul secondo aspetto, ossia sulle azioni educative intraprese in ambito scolastico volte a rafforzare quegli atteggiamenti e comportamenti collegati all agire responsabile e secondo procedure finalizzate alla sicurezza. Tali interventi rappresentano infatti un elemento strategico per una cultura della prevenzione, visto che gli allievi e gli alunni di oggi diventeranno i lavoratori di domani. È necessario pertanto partire dal concetto di cultura della sicurezza e da come tale aspetto è stato concepito dalla normativa vigente ed è stato attuato nel sistema scolastico e formativo. Vengono quindi analizzate alcune esperienze particolarmente significative realizzate in contesti scolastici italiani e/o stranie- ri, in particolare per quanto riguarda la scuola dell obbligo, finora trascurata da analisi già condotte in questo campo, al fine di realizzare un confronto delle prassi realizzate per individuare alcuni elementi metodologici e didattici trasferibili e applicabili anche ad altri contesti formativi ed educativi. L analisi, quindi, si concentrerà sull azione educativa volta a trasferire ad allievi e studenti un insieme di valori che, a loro volta, discendono dal rispetto di alcuni principi, cui segue la scelta di determinati atteggiamenti che orientano i comportamenti verso obiettivi di sicurezza, secondo la definizione di A. Greco. Promuovere una cultura della sicurezza in contesti scolastici e formativi significa quindi trasmettere principi e valori al fine di favorire la costruzione di atteggiamenti e di comportamenti di prevenzione nell età adulta, utilizzando linguaggi e modalità didattiche diverse a seconda dell età degli alunni, favorendo una trasversalità didattica rispetto al tema della sicurezza, costruendo reti istituzionali di supporto all attività didattica. Rispetto ai diversi approcci che è possibile adottare per l educazione alla sicurezza approccio olistico, approccio orientato ai luoghi di lavoro e approccio orientato ai programmi di studio si è privilegiato il terzo approccio in quanto ritenuto il più adatto a raggiungere gli obiettivi educativi sopra enunciati: non però una nuova materia da trattare in maniera separata, quanto piuttosto un tema trasversale da considerare da diversi punti di vista con un approccio multidisciplinare. Le principali indicazioni che emergono dall analisi di alcuni casi di eccellenza individuati a livello europeo ed italiano possono essere sintetizzate nella necessità di sviluppare percorsi formativi trasversali multidisciplinari, basati su una metodologia didattica di taglio pratico-operativo ed esperienziale e sull utilizzo di strumenti e materiali didattici multimediali ed interattivi in grado di rappresentare la complessità delle strategie per la prevenzione degli incidenti e di stimolare una partecipazione attiva; condizione necessaria per la realizzazione di percorsi efficaci è il coinvolgimento di tutti gli attori chiave che operano in un determinato territorio: oltre alla scuola le famiglie, il sistema produttivo, le parti sociali, gli organismi preposti alla prevenzione e al controllo in tema di sicurezza, i professionisti della sicurezza, ecc. Tale percorso dovrebbe essere ovviamente graduato per contenuti e metodologie tenendo conto del processo evolutivo dell alunno, che lungo il corso della scuola dell obbligo prevede diverse tappe. Gli ultimi due capitoli affrontano, da diversi punti di vista, il tema delle malattie professionali correlate a rischi psicosociali nel luogo di lavoro ed in particolare a quelle legate alle condizioni di stress lavoro-correlato. Si tratta di una famiglia di malattie in forte e costante crescita in tutta Europa, a causa delle trasformazioni della struttura produttiva e delle condizioni del mercato del lavoro e delle risorse umane chiamate ad operare in un contesto sempre più competitivo, frenetico e sempre più spesso precario. Il capitolo sette affronta tale tematica dal punto di vista istituzionale, ripercorrendo l evolvere del fenomeno dal punto di vista del suo riconoscimento 18 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 19

13 a livello europeo e nazionale e della conseguente elaborazione di strategie e politiche volte a prevenirlo e a contenerlo, con particolare attenzione all analisi della documentazione a livello europeo e della recente legislazione nazionale sullo stress collegato al lavoro. Ci si è concentrati, infine, sull individuazione delle buone pratiche a livello europeo per la valutazione e la gestione dello stress lavoro-correlato, oltre che sugli aspetti di genere nella valutazione dei rischi psicosociali e nella messa a punto di misure di prevenzione. Il capitolo otto, che rappresenta il secondo contributo presente nel libro di un giovane neolaureato, selezionato a conclusione del Bando IRES FVG sulla miglior tesi su questa tematica più sopra richiamato, si sofferma invece su una particolare categoria di patologie psico-sociali lavoro-correlate che vanno sinteticamente sotto il nome di patologie da burnout. Il termine indica una forma di disagio fisico e psichico che si sviluppa in ambito lavorativo e che colpisce l individuo. Il suo significato letterale indica il momento in cui si spengono i motori di un jet o di un missile. Metaforicamente, l individuo sente di aver dato tutto, si sente svuotato di energie, consumato. Tale problematica si inserisce nel più ampio tema del benessere organizzativo che rappresenta un aspetto importante della garanzia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, in quanto indica la capacità di un azienda di promuovere e mantenere il maggior grado di benessere fisico, psicologico e sociale dei lavoratori. Considerare il benessere dei lavoratori anche in termini psicologici e sociali e non solo fisici rappresenta una rivoluzione, che indica un graduale cambiamento culturale sul tema del lavoro. Il lavoro, dopo aver percorso in una prima parte teorica i temi del burnout, del malessere organizzativo nelle sue differenti espressioni (mobbing, turnover, distress, infortuni sul lavoro, etc.) e del benessere organizzativo, nella seconda presenta una interessante ricerca empirica, il cui fine è di dare un immagine del contesto sociale e aziendale che circonda il burnout. In particolare sono state considerate alcune strutture socio-sanitarie per il trattamento dell handicap del Friuli Venezia Giulia e del Veneto. Il principale risultato che emerge è che la conoscenza del burnout risulta in parte lacunosa, la prevenzione del burnout viene concepita in un ottica di soluzione di problemi specifici ed individuali piuttosto che organizzativi e collettivi, la consapevolezza stessa del concetto di benessere organizzativo è lacunosa e non si orienta verso una concezione multidisciplinare; infine, non appare chiaro il rapporto tra burnout e benessere organizzativo. In sostanza il lavoro fa emergere un ampio campo di intervento potenziale per una più efficace prevenzione dei fenomeni di burnout, in particolare in ambito socio-sanitario dove si riscontra la massima diffusione del fenomeno, a partire da una formazione e sensibilizzazione dei responsabili delle risorse umane e degli operatori del settore fino alla messa a punto di strategie di gestione del personale e di organizzazione del lavoro finalizzate alla prevenzione e contenimento delle patologie in oggetto. Guardati nel loro complesso, i risultati dei diversi filoni di indagine offrono elementi utili a delineare una strategia complessiva a livello regionale per contenere e prevenire il fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Un primo elemento che emerge è la necessità di un intervento integrato in grado di affrontare contemporaneamente le diverse dimensioni del fenomeno, che come detto presenta un elevata frequenza in riferimento al numero di lavoratori della regione, ma anche una relativamente bassa frequenza delle tipologie di incidenti più gravi. Esso inoltre incide di più su determinati comparti (in prima fila l industria di produzione di mezzi di trasporto, seguita da industria metallurgica, dall industria di trasformazione dei minerali non metalliferi, dall industria delle costruzioni), su determinati territori (la provincia di Gorizia al primo posto), su determinate categorie di lavoratori (lavoratori precari, interinali, stranieri in primo luogo), disegnando quindi un quadro quanto mai variegato che richiede interventi diversificati. Occorre infatti agire in primo luogo in una chiave preventiva di lungo termine, investendo sull educazione alla sicurezza fin dalla scuola dell obbligo, ma anche in una chiave preventiva maggiormente orientata al contesto di lavoro, attraverso interventi di maggiore sensibilizzazione e formazione rivolti alle scuole superiori e al sistema universitario da un lato e alle aziende e ai lavoratori dall altro, puntando non tanto sul rispetto dei requisiti minimi obbligatori richiesti dalle leggi vigenti, quanto sulla realizzazione di azioni aggiuntive in grado di perseguire obiettivi più ambiziosi di contenimento del fenomeno. Contemporaneamente appare però necessario affrontare in maniera più decisa la prevenzione ed il controllo del fenomeno in quei settori, territori e gruppi di lavoratori in cui il rischio è maggiormente elevato. Una duplice azione quindi, di costruzione di una cultura generale della sicurezza da un lato, e di intervento più mirato e di elevato contenuto tecnico-professionale, dall altro. Una seconda considerazione che emerge dal rapporto riguarda le metodologie da adottare sia per l analisi dei rischi, che per la messa a regime di modelli organizzativi maggiormente sensibili ai temi della salute e della sicurezza dei lavoratori, che per la formazione dei responsabili ai diversi livelli e dei lavoratori. Da questo punto di vista vari capitoli testimoniano la possibilità e l opportunità di sperimentare modalità diverse e più innovative di intervento, che chiamino in gioco non solo le tradizionali norme e prescrizioni che regolano l uso di strumenti e attrezzature e l adozione di pratiche individuali di lavoro sicure, ma anche gli aspetti di organizzazione del lavoro, di gestione e diffusione delle informazioni relative alla sicurezza, di coinvolgimento dei lavoratori nella definizione delle politiche per la sicurezza. In particolare emerge l importanza da assegnare alle politiche formative ed educative, oltre a quanto previsto per obbligo di legge. Al di là delle diversità relative ai vari beneficiari cui le azioni si rivolgono, emergono alcune caratteristiche comuni che possono essere sintetizzate nell adozione di metodologie attive, che favoriscano il coinvolgimento dei beneficiari e la valorizzazione delle esperienze di cui sono portatori; l uso di materiali didattici multimediali 20 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 21

14 e interattivi, in grado di favorire lo sviluppo della applicazione pratica ed operativa, diretta o simulata, dei contenuti appresi; il superamento di un mero approccio teorico o basto su norme prescrittive imposte dall alto. In sostanza emerge la necessità di un intervento straordinario sul tema della sicurezza e della salute dei lavoratori, di cui si faccia promotrice l Amministrazione regionale ma che veda coinvolti tutti gli attori interessati, con l obiettivo di perseguire gli obiettivi di riduzione degli infortuni e delle malattie correlati al lavoro indicati dall Unione Europea; un intervento con elevati contenuti sperimentali ed innovativi in grado di mettere a fuoco nuove strategie e strumenti da valutare e validare e da mettere successivamente a disposizione di tutti gli operatori regionali ai diversi livelli, in vista del loro successivo inserimento nelle politiche ordinarie. NOTE 1 Il metodo è stato creato ed utilizzato dagli ingg. Claudio Pantanali e Cristina Bianco della società Europrogetti Srl sita in via Gaeta 54 Udine, proprietari del marchio depositato RATE Risk Analysis by Threshold Evaluation. Tutti i diritti d autore del metodo e del marchio devono a tutti gli effetti di legge considerarsi proprietà intellettuale esclusiva degli stessi, precludendo a terzi lo sfruttamento dei diritti d autore in qualsiasi forma e modo. 22 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA

15 Capitolo 1 Friuli Venezia Giulia, regione d Europa. Un analisi di benchmarking di Michele Flaibani e Filippo Muzzi 1

16 1.1 INTRODUZIONE Nel 2000, durante il Consiglio di Lisbona, è stata delineata una strategia europea a livello macro per cercare di rendere l economia e la società dell Unione più competitiva entro il decennio. La cosiddetta strategia di Lisbona si fonda su due pilastri principali: il primo prettamente economico, che mira a mettere in atto riforme per promuovere la crescita economica, la produttività, la competitività, l arricchimento del capitale umano e l innovazione, il secondo incentrato sulla revisione del modello sociale europeo, con l impulso ad una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e all inclusione sociale. All interno del Consiglio di Barcellona del 2003 sono stati fissati degli obiettivi concreti da raggiungere entro il 2010 su diversi indicatori strategici per la strategia di Lisbona. Dal 2003 l EUROSTAT fornisce i valori dei cosiddetti indicatori strutturali, questi sono utili per monitorare l avanzamento dei singoli paesi e regioni rispetto agli obiettivi fissati per il Per il raggiungimento di tali obiettivi, l Unione Europea non ha previsto imposizioni di tipo hard, come interventi legislativi validi per tutti i paesi e le regioni dell Unione, piuttosto ha delineato un sistema di coordinamento di tipo soft, basato sulla condivisione delle conoscenze, l apprendimento mutuale e la diffusione di buone pratiche. All interno di questa strategia è nata una serie di studi comparativi tra le regioni europee, per cercare di comprendere le posizioni relative detenute delle singole regioni, in vista del raggiungimento degli obiettivi di Lisbona. In molti studi è stata applicata efficacemente la tecnica del benchmarking, tale metodologia di ricerca è stata introdotta e sviluppata con successo nel campo aziendale, mentre è molto più recente l applicazione agli enti territoriali. La tecnica del benchmarking si basa sul confronto, attuato però, non in termini assoluti, rispetto ad esempio alla prestazione migliore, quanto in termini relativi, al fine di capire meglio le ragioni di una posizione di ritardo o di eccellenza, di una regione, in un determinato settore. Il benchmarking permette anche di mettere in moto dei processi di apprendimento, nella misura in cui, durante il confronto, vengono illustrate delle buone pratiche, attuabili e declinabili anche nelle altre regioni del confronto. In Italia sono stati condotti, con successo, diversi studi comparativi che hanno utilizzato la tecnica del benchmarking 2. Da queste basi è emersa l esigenza e l interesse per l applicazione di questa metodologia di studio anche per la nostra regione. Nell osservatorio sulla trasformazione economica e sociale del Friuli Venezia Giulia (IRES FVG 2006) abbiamo confrontato il Friuli Venezia Giulia con un panel di 13 regioni europee, selezionate in base al criterio della scelta ragionata. Abbiamo ritenuto opportuno mantenere invariate le regioni del benchmarking anche nel presente contributo. Ciò permetterà, infatti, di analizzare le diverse tendenze, rispetto ai dati presentati nel rapporto 2006 e 2007 evidenziando meglio la tenuta, la dinamicità e la competitività del Friuli Venezia Giulia, all interno dell Europa delle regioni. 27

17 Il confronto comprende tre regioni italiane (Liguria, Marche e Basilicata) al fine di favorire l interpretazione dell effetto paese legato ai risultati del Friuli Venezia Giulia. Sono poi confluite nell osservatorio regioni in posizione strategica per lo sviluppo del Friuli Venezia Giulia, come quelle che partecipano ad Alpe Adria: la regione austriaca della Stiria, la Slovenia e la regione ungherese transdanubiana occidentale. Le restanti regioni europee sono state selezionate per alcune loro caratteristiche (geografiche, produttive e demografiche) che le rendono relativamente simili e confrontabili al Friuli Venezia Giulia: la regione francese della Borgogna, i Paesi Baschi per la Spagna, l Irlanda del Nord per il Regno Unito, la regione tedesca della Turingia, la Slesia e Moravia per la Repubblica Ceca, la regione olandese della Gheldria e la regione greca della Macedonia Centrale. Gli indicatori utilizzati sono stati elaborati a partire dalla banca dati dell EURO- STAT e sono stati organizzati in quattro aree principali: indicatori demografici, economici, dati sulla diffusione della conoscenza all interno della popolazione e sull innovazione. Il risultato dell analisi degli anni scorsi è stato particolarmente interessante e ha permesso di evidenziare i diversi punti di forza della nostra regione: in particolare un buon livello di competitività del tessuto economico, un elevato grado di ricchezza pro capite e un tasso di disoccupazione molto contenuto. Tuttavia sono emersi anche alcuni ritardi del Friuli Venezia Giulia rispetto alle regioni europee più avanzate, come una partecipazione al mercato del lavoro da parte dei senior ancora contenuta e la necessità di rafforzare la diffusione dell innovazione in campo aziendale e della conoscenza fra la popolazione. Avremmo voluto inserire nello studio di benchmarking anche dei confronti legati al tema conduttore della presente pubblicazione, ovvero la sicurezza sul lavoro. A livello europeo non esistono però dei dati normalizzati sul fenomeno infortunistico all interno delle singole regioni, i dati disponibili si fermano, infatti, al livello nazionale. Tale limite si deve al fatto che questi dati sono spesso di natura amministrativa e non vengono rilasciati dai singoli istituti nazionali di statistica in forza di una direttiva comune, che specifichi la metodologia, le definizioni e il campo di osservazione, ma in base ad un semplice gentlemen s agreement 3. La mancanza di dati confrontabili a livello delle diverse regioni europee non ha consentito, quindi, di includere un paragrafo sul tema della sicurezza nella presente pubblicazione. Riteniamo, tuttavia che il presente contributo possa essere considerato come una cornice in cui inserire il tema della sicurezza: le trasformazioni in atto nel settore produttivo, i cambiamenti demografici e le loro ripercussioni sul mercato del lavoro, l istruzione e la formazione della popolazione, sono tutti macrofattori che agiscono sul fenomeno infortunistico e di cui si deve tener conto quando si cerca di delineare le strategie più efficaci per limitarne gli impatti. 1.2 L ANDAMENTO DEMOGRAFICO Le 14 regioni selezionate per l osservatorio presentano alcune caratteristiche demografiche abbastanza simili tra loro quali il volume di popolazione residente e la densità demografica 4. Molto diverse sono invece le dinamiche e le tendenze demografiche più recenti, in primo luogo per quanto riguarda la composizione per età della popolazione. Dal primo studio comparativo condotto nel 2006 è emerso che l andamento demografico del Friuli Venezia Giulia si caratterizza per un tasso di invecchiamento della popolazione molto avanzato (Flaibani, Molaro e Muzzi 2006). Il peso percentuale della popolazione anziana in Friuli Venezia Giulia è progressivamente aumentato a causa di due fattori: il miglioramento delle condizioni di vita, che ha comportato l allungamento progressivo delle aspettative di vita e quindi una più lunga permanenza all interno della fascia d età anziana il calo progressivo della fecondità, tendenza incominciata negli anni 70 fino a raggiungere i livelli minimi negli anni 90. Tale calo ha comportato un progressivo restringimento del peso percentuale della popolazione giovane. L invecchiamento della popolazione è una dinamica demografica che coinvolge l intera Europa, nella nostra regione lo stadio d avanzamento di tale fenomeno è però particolarmente inoltrato. La Fig. 1 ci permette di esaminare l evoluzione demografica più recente in atto negli ultimi anni in Friuli Venezia Giulia, con la progressiva erosione del peso percentuale detenuto dalla popolazione in età attiva a vantaggio soprattutto della popolazione più anziana. Rispetto al 2005 la quota percentuale della popolazione in età attiva è ulteriormente calata di 0,9 punti percentuali, mentre è aumentato il peso percentuale della popolazione in età dipendente (rispettivamente +0,2 punti percentuali per la fascia di età dei più giovani e +0,7 p.p. per la classe over 65). La crescita della quota della popolazione con meno di 15 anni si deve alla ripresa della fecondità in Friuli Venezia Giulia, che, dai valori minimi registrati nei primi anni 90, si sta progressivamente riprendendo, con una crescita significativa a partire dal È interessante notare come la crescita della quota di popolazione con meno di 15 anni, rispetto ai dati del 2005 si sia registrata soltanto in tre regioni: Liguria, Marche e Friuli Venezia Giulia, tutte le altre regioni hanno registrato un calo della quota percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Ciononostante tale dinamica appare ancora insufficiente per invertire o frenare la dinamica di invecchiamento della popolazione del Friuli Venezia Giulia: possiamo, infatti, notare come la classe d età più anziana cresca in misura maggiore rispetto alla prima fascia d età. 28 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 29

18 Fig. 1 - Composizione percentuale della popolazione divisa per classe di età, anno UK - Irlanda del Nord CZ - Slesia e Moravia NL - Gheldria SI - Slovenia HU - Transdanub. occ. AT - Stiria GR - Macedonia Centrale ES - Paesi Baschi FR - Borgogna IT - Basilicata DE - Turingia IT - Marche IT - FVG IT - Liguria 14,7 14,0 14,3 15,0 14,8 12,4 14,2 10,2 16,9 13,1 12,1 11,2 21,0 18,8 62,1 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 68,9 65,8 68,2 64,3 65,0 Tale incremento è risultato particolarmente significativo per la nostra regione, dato che nel 2005 il Friuli Venezia Giulia si posizionava al terzo posto tra le regioni con la più elevata quota di popolazione anziana, mentre nel 2007 possiamo vedere come il Friuli Venezia Giulia abbia scalzato le Marche dalla seconda posizione, preceduta soltanto dalla Liguria. Le cause di tale tendenza sono molteplici: innanzitutto va considerato il costante miglioramento delle condizioni di vita e dei progressi della medicina che hanno consentito un progressivo allungamento delle aspettative di vita, rendendo possibile una maggiore permanenza all interno di tale classe d età rispetto al passato. Tale dato è sicuramente positivo poiché certifica la crescita di uno fra gli aspetti più importanti per misurare la qualità della vita all interno della nostra regione. Tuttavia questo processo ha contribuito a velocizzare in misura considerevole il processo d invecchiamento della popolazione, causato dal progressivo calo della fecondità e la conseguente contrazione delle nascite. Questa tendenza si è fatta sentire, in Friuli Venezia Giulia, a partire dalla seconda metà degli anni 70 e si è praticamente conclusa negli anni 90. Come abbiamo già sottolineato negli ultimi anni si è registrata una ripresa della fecondità in regione, tuttavia tale ripresa non è ancora sufficiente per rallentare il processo di invecchiamento della popolazione. 71,6 70,1 69,7 67,3 66,8 63,6 65,4 66,8 21,6 22,6 22,9 26,7 13,6 13,7 14,4 15,9 16,0 17,8 18,5 18,7 19,5 20,0 0% 20% 40% 60% 80% 100% 0-14 anni anni 65 anni e oltre Possiamo capire bene gli effetti composti di queste tendenze attraverso l analisi degli indici demografici riportati all interno della Tab. 1: l indice di dipendenza giovanile è cresciuto, rispetto al 2005 di 0,6 punti percentuali, tuttavia la crescita dell indicatore della dipendenza senile è risultata ancor più significativa con un incremento di un punto e mezzo. Accanto a ciò, è interessante analizzare la dinamica di altri due indici demografici: la struttura e il ricambio della popolazione attiva. Il primo indice suddivide la popolazione in età attiva (15-64 anni) in due classi di eguale ampiezza ed esprime il rapporto tra la popolazione più matura (40-64 anni) e la popolazione d età compresa tra i 15 e i 39 anni. Tale indice viene utilizzato per analizzare la composizione della popolazione in età attiva e per capire se siano più numerosi gli old workers rispetto ai lavoratori con un ingresso nel mondo del lavoro più recente. Un valore di questo indice prossimo a 100 identifica una situazione in cui le due classi d età sono in equilibrio, valori inferiori identificano regioni in cui è più consistente la classe d età più giovane, mentre valori superiori al 100 indicano una composizione in cui è più consistente la quota di popolazione prossima al pensionamento rispetto a quella di più recente entrata. Tab. 1 - Principali indici demografici, anno Dipend. giovanile Dipend. senile Struttura pop. attiva Ricambio pop. attiva AT - Stiria 22,3 26,4 99,8 90,5 CZ - Slesia e Moravia 20,5 19,2 93,6 86,4 DE - Turingia 15,0 31,7 120,6 94,1 ES - Paesi Baschi 18,0 27,1 104,8 141,8 FR - Borgogna 26,7 30,7 109,1 79,1 GR - Macedonia Centrale 22,1 27,7 92,5 103,5 HU Transdanub. occ. 20,5 22,9 93,8 90,7 IT - Liguria 18,0 43,0 131,4 171,2 IT - FVG 18,7 35,2 121,3 166,0 IT - Marche 20,4 35,1 107,5 120,4 IT - Basilicata 21,6 30,5 95,2 76,9 NL - Gheldria 28,1 21,6 108,3 83,8 SI - Slovenia 19,9 22,7 100,1 84,4 UK - Irlanda del Nord 32,2 20,8 83,1 59,9 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat L indice di ricambio della popolazione attiva, invece, fornisce un dato di prospettiva poiché rapporta la popolazione prossima all età pensionabile (60-64 anni) a quella invece vicina al primo ingresso nel mercato del lavoro (15-19 anni). Questo indice ci permette di comprendere i cambiamenti demografici più recenti nella composizione per età della popolazione, mentre l indice di struttura della popolazione offre un quadro complessivo della popolazione in 30 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 31

19 età attiva; tali differenze permettono quindi di svolgere analisi più dettagliate utilizzando in congiunto entrambi gli indici. Il Friuli Venezia Giulia presenta in entrambi gli indici il secondo valore più elevato dopo la Liguria. È interessante però notare come i due indici registrino una dinamica differente negli ultimi anni: rispetto al 2005 l indice di struttura di popolazione ha subito un aumento di 6,4 punti percentuali, mentre l indice di ricambio della popolazione è diminuito di ben 11,1 punti percentuali. Tale diminuzione è probabilmente favorita dalla ripresa della fecondità registrata a partire degli anni 90 e che ha comportato una crescita, rispetto agli anni passati, della popolazione presente all interno della classe d età anni. Ciononostante il valore di tale indice rimane ancora molto elevato e superiore al valore 100, per cui possiamo constatare come tale ripresa non sia ancora sufficiente a frenare il processo di invecchiamento della popolazione, come testimoniato anche dall incremento dell indice di struttura della popolazione in età attiva. È interessante notare come tutte le regioni comprese all interno del nostro benchmark abbiano registrato un aumento del valore dell indice della struttura della popolazione attiva, rispetto al 2005, anche in presenza di un valore dell indice di ricambio della popolazione attiva inferiore a 100. Tale apparente anomalia è giustificata dalla transizione della generazione dei baby boomers dalla fascia d età dei giovani lavoratori a quella degli old workers, con un conseguente invecchiamento complessivo della popolazione in età attiva. Questi dati testimoniano come l invecchiamento della popolazione sia una situazione tipicamente europea 8. L invecchiamento della popolazione non è un evento negativo in sé, alcuni elementi come l allungamento delle aspettative di vita e il miglioramento della qualità di vita in età anziana sono degli elementi assolutamente positivi. L invecchiamento risulta essere una dinamica pericolosa nel momento in cui non vengono rivisti i tradizionali confini fra età adulta e anziana, in primo luogo per quanto riguarda l uscita dal mercato del lavoro (Castagnaro, Cagiano de Azevedo 2008). In questo quadro, l attuale sistema pensionistico potrebbe diventare presto insostenibile se non si rivedono i confini per l uscita dalla vita attiva. Tale situazione appare particolarmente rilevante per la nostra regione a causa sia dello stadio di avanzamento del processo di invecchiamento della popolazione sia per la tendenza ancora radicata ad un uscita anticipata dal mercato del lavoro, come vedremo nel paragrafo sul mercato del lavoro. Oltre all aumento della spesa pensionistica la nostra regione vedrà probabilmente crescere nei prossimi anni la spesa sanitaria, in particolare per la cura dei cosiddetti grandi anziani. In questo quadro la società regionale dovrebbe adoperarsi per l attivazione della popolazione anziana (Zenarolla 2006) non solo all interno del tessuto economico, ma anche in quello sociale. È importante segnalare l aumento del tasso di fecondità registrato in regione negli ultimi anni, con il conseguente aumento del peso percentuale della popolazione giovanile, tuttavia sarebbe opportuno che tale ripresa fosse adeguatamente incoraggiata e sostenuta. A tale proposito andrebbe opportunamente assecondata la domanda crescente di servizi per poter conciliare l attività lavorativa con il lavoro di cura famigliare. Oltre alla crescita dell offerta dei servizi, appare necessaria anche una maggiore flessibilità degli orari lavorativi e dei servizi in genere, in un ottica più family friendly. 1.3 GLI INDICATORI ECONOMICI In questo paragrafo presenteremo i principali dati economici rilevabili dalla banca dati regionale dell EUROSTAT. La necessità di armonizzazione dei dati raccolti dai diversi istituti statistici nazionali fa sì che la pubblicazione dei dati da parte dell EUROSTAT avvenga in maniera differita rispetto all aggiornamento di altri indicatori, in particolare gli indicatori che andremo ad analizzare in questo paragrafo fanno riferimento all anno Vi è pertanto un certo scostamento temporale fra i dati economici e i dati relativi al mercato del lavoro che presenteremo nel successivo paragrafo, relativi all anno Dove possibile cercheremo di integrare l analisi per il Friuli Venezia Giulia con altre fonti in modo tale da offrire un quadro il più coerente possibile Ricchezza e crescita economica Nel 2005 l andamento dell economia del Friuli Venezia Giulia è stato molto positivo: secondo dati ISTAT, il PIL del Friuli Venezia Giulia ha totalizzato una crescita percentuale, rispetto al 2004, del 3%, contro una media nazionale dello 0,1%, risultando essere la regione italiana che ha totalizzato il tasso di crescita percentuale del prodotto interno lordo più elevato. La nostra regione ha quindi saputo reagire al momento di stagnazione del 2004, riprendendo la strada della crescita economica. Questi buoni risultati economici hanno avuto un effetto positivo sull occupazione, come vedremo nel prossimo paragrafo. Il risultato del Friuli Venezia Giulia appare positivo anche nel confronto con le regioni del benchmark: nella Fig. 2 abbiamo confrontato i livelli dei singoli PIL pro capite, a parità di potere di acquisto (in sigla PPA), e il tasso di crescita reale del PIL rispetto al In particolare il Friuli Venezia Giulia con PPA pro capite presenta un valore significativamente superiore alla media nazionale (23.474) e a quella dell Unione Europea a 25 (23.318). Soltanto altre cinque regioni del nostro osservatorio superano la media europea: Marche, Liguria, Stiria, Gheldria e Paesi Baschi. 32 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 33

20 Il livello di reddito pro capite del Friuli Venezia Giulia appare sicuramente elevato, anche nel confronto con le altre regioni comprese nel nostro confronto: soltanto i Paesi Baschi presentano un livello di reddito pro capite superiore a quello della nostra regione. Oltre al livello di ricchezza prodotta è però importante registrare il buon comportamento del Friuli Venezia Giulia anche nel secondo indicatore illustrato all interno della Fig. 2: la crescita reale della nostra economia rispetto al Il Friuli Venezia Giulia registra il quarto tasso di crescita più elevato fra le regioni confrontate, preceduta soltanto dalla Slesia e Moravia, dalla Slovenia e dai Paesi Baschi. Fig. 2 - PIL pro capite a prezzi correnti in PPA, anno 2005 e Tasso di crescita reale rispetto al La composizione del Valore Aggiunto Dalle precedenti edizioni dell osservatorio è emersa una tendenza comune fra le regioni incluse nel nostro benchmark, ovvero la crescita del peso percentuale del settore dei servizi sul totale dell economia. Pur partendo da livelli differenti tutte le regioni hanno registrato negli ultimi anni una crescita del settore terziario. Già nel 2003 le 14 regioni presentavano, infatti, un contributo superiore al 50%, da parte del settore dei servizi, alla composizione del valore aggiunto totale (Molaro, Flaibani, Muzzi 2006). In particolare il Friuli Venezia Giulia deteneva la quinta quota percentuale più elevata per questo indicatore, con il 71% di valore aggiunto proveniente dal settore dei servizi. Nel 2004 la quota percentuale dell economia dei servizi sul totale del valore aggiunto regionale è ulteriormente aumentato, arrivando alla quota del 72% Fig. 3 - Incidenza percentuale del valore aggiunto prodotto da ciascun settore, sul totale, anno IT - Liguria 17,4 80, NL - Gheldria 21,9 75, IT - FVG 26,1 72, UK - Irlanda del Nord 25,8 71,5 0 0 FR - Borgogna 24,5 70, IT - Basilicata 25,3 69,3 HU - Transdanub. occ. CZ - Slesia e Moravia IT - Basilicata GR - Macedonia Centrale DE - Turingia SI - Slovenia UK - Irlanda del Nord FR - Borgogna IT - Marche IT - Liguria NL - Gheldria AT - Stiria IT - FVG ES - Paesi Baschi DE - Turingia IT - Marche GR - Macedonia Centrale SI - Slovenia 30,6 32,1 29,2 33,2 67,9 65,8 64,8 64,2 Pil pro-capite in PPA, 2005 Tasso di crescita reale del PIL rispetto al 2004 AT - Stiria ES - Paesi Baschi 35,4 39,5 62,0 59,2 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat Il buon risultato della nostra regione spicca nel confronto con le altre regioni che hanno sperimentato una fase di stagnazione se non di vera e propria recessione. Tra le regioni con una crescita economica stagnante nel 2005, rispetto al 2004, troviamo la Borgogna, le Marche, la Turingia, la Liguria mentre la Basilicata e la regione transdanubiana occidentale hanno registrato una contrazione del livello del PIL, rispetto al 2004, rispettivamente dello 0,2% e dell 1,1%. Anche se la nostra regione presenta un livello di ricchezza pro capite superiore alla media europea è importante che essa mantenga la capacità di crescere ulteriormente: solo a queste condizioni è, infatti, possibile accrescere l occupazione e compiere gli investimenti strategici per poter accrescere ulteriormente la competitività. HU - Transdanubiana occ. CZ - Slesia e Moravia 42,4 50,4 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat Come possiamo osservare dalla Fig. 3 il processo di terziarizzazione delle economie regionali è ulteriormente avanzato: se si escludono le regioni con un economia fortemente industriale come la Slesia e Moravia, la regione transdanubiana occidentale e i Paesi Baschi, tutte le restanti regioni hanno visto aumentare il peso percentuale detenuto dai servizi sulla composizione complessiva del valore aggiunto, rispetto al Il Friuli Venezia Giulia è stato particolarmente coinvolto da questo processo poiché ha visto crescere il peso percentuale dei servizi di 1,3 punti percentuali 52,1 47,8 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% Agricoltura Industria Servizi 34 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 35

21 rispetto al 2004 e, grazie a tale incremento, si posiziona al terzo posto fra le regioni con il maggior contributo derivante dal settore dei servizi. A tale proposito è opportuno sottolineare come la crescita del peso percentuale del settore terziario rispetto al primario e al secondario è dovuto al ritmo di crescita superiore del valore aggiunto sviluppato dai servizi rispetto agli altri due settori. In particolare il settore industriale ha registrato un incremento dell 1,4% del volume del valore aggiunto prodotto rispetto al 2004, mentre il settore dei servizi ha registrato una crescita del 6,6% rispetto al Soltanto il settore agricolo ha registrato un decremento del valore aggiunto prodotto rispetto al 2004; tale calo è imputabile, secondo i dati forniti dalla Banca d Italia, all anomalo andamento meteorologico che ha causato la contrazione delle produzione arboree, in particolare la produzione di uva e di vino (Banca d Italia 2006). La crescita del settore industriale, nel 2005, è stata trainata dai buoni risultati del settore siderurgico, che ha beneficiato di una domanda estera molto forte, mentre permangono le difficoltà delle industrie del legno e del mobile (Banca d Italia 2006). Il settore delle costruzioni, dopo diversi anni di crescita costante della produzione, ha registrato nel 2005 un primo rallentamento a causa della fine del ciclo espansivo del mercato residenziale e della mancanza di appalti per le grandi opere. All interno del settore dei servizi i tassi di crescita sono stati differenti nei diversi comparti, in particolare si sono distinti i macrosettori dell intermediazione finanziaria, della gestione immobiliare, degli studi professionali e degli altri servizi privati e alle imprese che complessivamente hanno registrato una crescita del 10,1% del valore aggiunto prodotto, rispetto al volume del Più limitata è stata invece la crescita del settore del commercio, del turismo, della ristorazione, delle comunicazioni e dei trasporti che, complessivamente, hanno visto accrescere il valore aggiunto prodotto del 5,4% rispetto al Il processo di terziarizzazione dell economia, registrato in Friuli Venezia Giulia, nel triennio , si inserisce in un contesto macroeconomico che accomuna le economie dei paesi più sviluppati: la fase finale della produzione viene sempre più delocalizzata in paesi con un costo del lavoro inferiore, mentre vengono mantenuti in patria tutti i servizi di ricerca e sviluppo, di promozione e commercializzazione dei prodotti. Soltanto le produzioni industriali a più alto valore aggiunto possono affrontare la crescente concorrenza globale. Le imprese stesse hanno aumentato il loro ricorso ai servizi presenti sul mercato, esternalizzando quelle attività che venivano condotte in proprio, ma che non costituivano il core business dell azienda. La crescita dei servizi è stata poi ulteriormente accelerata dal positivo andamento del mercato immobiliare e finanziario che ha favorito la crescita dei servizi di intermediazione. Molto probabilmente la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 sortirà degli effetti negativi su questo tipo di servizi anche in Friuli Venezia Giulia, con un ridimensionamento dei volumi di affari e quindi del reddito prodotto. Tuttavia la crisi scoppiata all interno del settore finanziario avrà probabilmente degli effetti negativi anche all interno dell economia reale: l industria regionale, caratterizzata da una domanda estera molto forte, appare molto esposta agli effetti negativi di una crisi economica internazionale. Chiaramente la crisi internazionale non coinvolgerà soltanto le imprese del Friuli Venezia Giulia, ma anche i principali competitors sul mercato internazionale. Soltanto le imprese più competitive e più innovatrici riusciranno a superare l attuale fase di crisi, nel paragrafo sull innovazione analizzeremo le risorse a disposizione delle singole regioni comprese nel nostro osservatorio Il mercato del lavoro Durante il Consiglio Europeo di Lisbona del 23 e 24 Marzo 2000 è stata delineata la strategia che l Unione Europea, gli stati e le regioni membri avrebbero dovuto seguire nel seguente decennio per fare dell Europa l economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale. (Consiglio Europeo 2000). Dall analisi dei punti di debolezza dell Unione Europea sono stati individuati degli obiettivi primari da raggiungere entro il Per quanto riguarda il mercato del lavoro i punti di debolezza individuati nel 2000 riguardavano il basso tasso di partecipazione della popolazione al mercato del lavoro, in particolare per alcuni gruppi come le donne e gli anziani, e l elevato livello di disoccupazione. Sulle basi di tali considerazioni, durante il Consiglio Europeo di Stoccolma del 23 e 24 marzo 2001 sono stati individuati e confermati gli obiettivi da raggiungere per il mercato del lavoro entro il 2010: un tasso di occupazione totale (15-64 anni) almeno del 70%, quello femminile del 60% e un tasso di occupazione per la fascia degli old workers (55-64 anni) del 50% (Consiglio Europeo 2001). Dopo una verifica dello stato di avanzamento verso gli obiettivi del 2010, condotta nel 2004 e dai risultati deludenti, la strategia di Lisbona ed in particolare gli obiettivi per il mercato del lavoro, sono stati rilanciati durante il Consiglio Europeo di Bruxelles del Marzo 2005 (Consiglio Europeo 2005). Nella Fig. 4 abbiamo visualizzato lo stato di avanzamento delle regioni del benchmark all obiettivo complessivo del 70% del tasso di occupazione. Il Friuli Venezia Giulia con il 65,5% si colloca al settimo posto fra le regioni con il tasso di occupazione complessivo più elevato, a 4,5 punti percentuali dal raggiungimento dell obiettivo di Lisbona. Anche nel 2007 è continuato il progressivo trend di avvicinamento all obiettivo di Lisbona per la nostra regione: rispetto al 2006 il tasso di occupazione ha registrato un incremento di 0,7 punti percentuali. Oltre al buon risultato registrato nel 2007 è però importante sottolineare come tale risultato si inserisca in una dinamica di più lungo periodo di 36 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 37

22 crescita dell occupazione in Friuli Venezia Giulia: ricordiamo come nel 2005 il Friuli Venezia Giulia presentasse un tasso di occupazione inferiore alla media europea con il 63,2% di occupati fra la popolazione attiva, mentre la media europea a 27 era pari al 63,5%. Nel 2007 il valore del tasso di occupazione del Friuli Venezia Giulia è risultato essere superiore alla media europea, che si attestava al 65,3%. Possiamo quindi concludere affermando che, negli ultimi 3 anni, l occupazione è cresciuta in Friuli Venezia Giulia ad un ritmo superiore rispetto alla media europea. Fig. 4 - Tasso di occupazione in età attiva, anni, anno ,6 IT - Basilicata GR - Macedonia Centrale Obiettivo Lisbona 70% 60,0 61,4 63,4 63,7 64,8 65,0 65,5 66,7 67,4 67,8 68,5 70,7 77,3 CZ - Slesia e Moravia HU - Transdanubiana occ. IT - Liguria IT - Marche FR - Borgogna Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat IT - FVG UK - Irlanda del Nord ES - Paesi Baschi SI - Slovenia DE - Turingia AT - Stiria NL - Gheldria Guardando il valore del tasso medio dell occupazione in Friuli Venezia Giulia nel 2007 e il positivo trend di crescita in cui era inserito, era immaginabile un ulteriore avvicinamento all obiettivo di Lisbona entro il Tuttavia la crisi economica globale scoppiata alla fine del 2007 e i cui effetti si stanno protraendo nel 2009, rende sicuramente più difficile mantenere la crescita del livello di occupazione registrato nel Alcuni segnali del mercato del lavoro testimoniano già la difficoltà del mercato del lavoro regionale nel 2008: le ore complessive di cassa integrazione guadagni hanno superato la quota dei 4,2 milioni, in Friuli Venezia Giulia, nel 2008, totalizzando un aumento del 54,0% rispetto a quanto registrato nel 2007 (Molaro 2009). Considerata l attuale congiuntura economica negativa appare, quindi, prioritario l obiettivo di preservare i livelli occupazionali raggiunti nel 2007, piuttosto che concentrarsi su obiettivi più ambiziosi difficilmente raggiungibili. Ritornando all analisi del trend storico di crescita dell occupazione in Friuli Venezia Giulia, al 2007, è opportuno rilevare come uno dei fattori principali dell aumento dell occupazione totale in Friuli Venezia Giulia sia stata sicuramente l aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Si tratta di una tendenza sociale di lungo periodo: tra il 1951 e il 2001 la popolazione femminile attiva è, infatti, cresciuta di quasi il 40% (Capellari 2008). La Fig. 5 ci permette di visualizzare il tasso di occupazione femminile nel Anche in questa figura abbiamo tracciato l obiettivo posto a Lisbona per il 2010, ovvero un tasso di occupazione femminile pari almeno al 60%. Confrontando la posizione del Friuli Venezia Giulia all interno della Fig. 5, con quella della Fig. 4, notiamo come il Friuli Venezia Giulia detenga una posizione più arretrata nell indicatore dell occupazione femminile (nono posto) rispetto al dato sull occupazione complessiva, che vedeva il Friuli Venezia Giulia in settima posizione. Possiamo notare come ben sei regioni (Borgogna, Irlanda del Nord, Slovenia, Stiria, Turingia e Gheldria) abbiano già raggiunto l obiettivo fissato per il La nostra regione sconta ancora un ritardo, per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro, rispetto alle altre regioni del benchmark. Il ritardo della nostra regione per tale indicatore è confermato anche dal confronto con il dato medio europeo che vede un tasso di occupazione femminile pari al 58,3%, valore superiore di 2,6 punti percentuali rispetto alla media regionale. Fig. 5 - Tasso di occupazione femminile anni, anno ,1 IT - Basilicata GR - Macedonia Centrale Obiettivo Lisbona 60% 46,3 52,4 54,8 55,0 55,7 56,0 58,1 60,4 60,4 62,6 63,3 64,6 CZ - Slesia e Moravia IT - Marche IT - Liguria IT - FVG HU - Transdanubiana occ. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat ES - Paesi Baschi FR - Borgogna UK - Irlanda del Nord SI - Slovenia AT - Stiria DE - Turingia NL - Gheldria Ciononostante le donne del Friuli Venezia Giulia stanno rapidamente colmando questo gap storico accrescendo la loro partecipazione al mercato del lavoro. Negli anni duemila la componente femminile è stata quella più dinami- 70,9 38 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 39

23 ca all interno del mercato del lavoro regionale, con un significativo aumento dell attività e dell occupazione femminile (Cristini e Molaro, 2008). Se prendiamo come indicatore la distanza rispetto ai diversi obiettivi fissati a Lisbona, ci accorgiamo come l occupazione femminile sia l indicatore del mercato del lavoro più vicino all obiettivo posto a Lisbona: la nostra regione dista, infatti, soltanto 4,3 punti percentuali dal target fissato contro i 4,5 punti percentuali dell indicatore relativo all occupazione totale. È interessante notare questa differenza, poiché nel 2006 i due indicatori registravano la medesima distanza dai rispettivi obiettivi, con un differenziale di 5,2 punti percentuali. Nel 2007 l occupazione femminile è cresciuta ad un ritmo superiore rispetto a quella totale, contribuendo anzi al recupero del tasso di occupazione totale. La crescita dell occupazione femminile è stata determinata dall aumento della partecipazione al mercato del lavoro delle donne soprattutto all interno della fascia d età anni (Cristini e Molaro 2008). L aumento della partecipazione femminile in questa fascia d età è dovuto a cambiamenti che hanno agito favorevolmente sia sul lato dell offerta che su quello della domanda di lavoro femminile. Dal lato dell offerta di lavoro femminile si è probabilmente verificato un passaggio generazionale di donne, che, rispetto al passato, sono riuscite a mantenersi attive nelle fasce d età under 45, dove si verifica un aumento considerevole del lavoro di cura famigliare in seguito alla nascita dei figli. Rispetto al passato si è però verificato anche un significativo reingresso nel mercato del lavoro da parte delle lavoratrici che in precedenza ne erano fuoriuscite spesso per esigenze famigliari. In passato era molto difficile il reingresso nel mercato del lavoro, dopo un lungo periodo di inattività. Alcune recenti evoluzioni normative hanno probabilmente favorito il reingresso nel mercato del lavoro delle donne con più di 40 anni, in particolare la flessibilizzazione dei rapporti lavorativi e dell organizzazione lavorativa, con la progressiva diffusione dello strumento del part-time (Cantalupi 2008). La possibilità di rientrare nel mercato del lavoro, una volta che i figli sono cresciuti, potrebbe però diventare nuovamente in futuro un opzione difficile da perseguire, per le donne del Friuli Venezia Giulia. La letteratura ci insegna che in periodo di crisi economica sono spesso i settori più deboli del mercato del lavoro, (le donne, gli stranieri, i giovani alla ricerca della prima occupazione, i lavoratori anziani) a subire le conseguenze più negative della crisi (Reyneri 2003). Potrebbero quindi ricrearsi delle barriere al reingresso delle donne ultraquarantenni nel mercato del lavoro. Anche per questa ragione sarebbe opportuno cercare di favorire ulteriormente le esigenze di conciliazione tra lavoro di cura familiare e carriera professionale delle donne. In questo modo le donne potrebbero consolidare la propria professionalità e scongiurare quindi il rischio di una prematura espulsione dal mercato del lavoro. Offrendo dei servizi adeguati per il sostegno al childcare si limiterebbe il rischio che le donne debbano rinunciare o limitare il numero dei figli, a causa degli impegni lavorativi. Tali rinunce, sicuramente difficili sul piano individuale, comporterebbero a livello complessivo un ulteriore calo del tasso di natalità e una conseguente accelerazione del processo di invecchiamento della popolazione, che abbiamo illustrato nel secondo paragrafo. La Fig. 6 ci mostra chiaramente l indicatore del mercato del lavoro più problematico per la nostra regione: il tasso di occupazione degli old workers (55-64 anni). In questo caso il Friuli Venezia Giulia, oltre a trovarsi all ultimo posto fra le regioni del benchmark presenta anche una distanza considerevole dall obiettivo fissato dalla strategia di Lisbona: oltre 20 punti percentuali. Nella nostra regione è quindi ancora diffuso il fenomeno dell early retirement ovvero la fuoriuscita anticipata dal mercato del lavoro per il sistema pensionistico. Tale tendenza è stata favorita da una pluralità di fattori che hanno agito sia a livello macro - la conformazione del sistema pensionistico - sia a livello micro - la preferenza delle imprese per i lavoratori giovani e la propensione dei lavoratori anziani all uscita anticipata dal mercato del lavoro - (Corvino 2006). La preferenza individuale del lavoratore anziano per l inattività, dipende, in molti casi, da un reddito individuale (pensioni, rendite ecc.) o famigliare tale da considerare conveniente l uscita anticipata dal mercato del lavoro (Chies 2008). Se da un lato potremmo leggere in maniera positiva questo dato, che testimonia un buon livello di ricchezza diffuso tra le famiglie del Friuli Venezia Giulia, tuttavia l effetto aggregato di queste scelte individuali è chiaramente negativo per il sistema economico e sociale della nostra regione. Fig. 6 - Tasso di occupazione, persone tra i 55 e i 64 anni, IT - FVG Obiettivo Lisbona 50% 29,8 33,5 34,2 35,1 35,3 36,5 38,6 38,8 39,2 40,2 SI - Slovenia AT - Stiria CZ - Slesia e Moravia IT - Liguria IT - Marche HU - Transdanubiana occ. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat FR - Borgogna IT - Basilicata GR - Macedonia Centrale ES - Paesi Baschi 44,2 44,9 49,3 52,1 UK - Irlanda del Nord DE - Turingia NL - Gheldria 40 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 41

24 Nel secondo paragrafo abbiamo analizzato il progressivo allungamento delle aspettative di vita della popolazione e il conseguente processo di invecchiamento della popolazione regionale. All interno di questo contesto diventa sempre più insostenibile la fuoriuscita dal mercato del lavoro di persone che possono offrire ancora molto alla società. Se l attuale tendenza si manterrà anche ne prossimi anni, il sistema di retribuzione del reddito fra gli attivi e la popolazione dipendente potrebbe entrare in crisi, dato che il processo di invecchiamento allargherà ulteriormente la quota di popolazione anziana. L early retirement potrebbe mettere in crisi anche il mercato del lavoro, visti gli attuali tassi di struttura e di ricambio della popolazione attiva: i giovani che si affacceranno nei prossimi anni al mercato del lavoro saranno numericamente inferiori agli old worker in procinto di ritirarsi dal mondo del lavoro. L attuale tendenza genera anche un depauperamento della forza lavoro, con la perdita prematura di personale, che ha sviluppato competenze importanti e raccolto esperienze significative. Per queste ragioni diventa prioritario favorire l invecchiamento attivo della popolazione, valorizzando i lavoratori anziani nelle imprese e rendendo più gratificante e meno onerosa l attività lavorativa per i seniors. Fig. 7 - Tasso di disoccupazione totale, DE - Turingia 13,7 9,5 8,9 IT - Basilicata GR - Macedonia Centrale CZ - Slesia e Moravia 8,5 FR - Borgogna 7,0 ES - Paesi Baschi 6,1 HU - Transdanubiana occ. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 5,0 4,8 4,8 IT - Liguria SI - Slovenia IT - Marche 4,2 3,9 3,7 3,4 UK - Irlanda del Nord AT - Stiria IT - FVG NL - Gheldria Molto probabilmente le recenti modifiche introdotte al sistema pensionistico produrranno un allungamento dell attività lavorativa in età anziana, tuttavia 2,7 oltre al vincolo normativo sarebbe forse utile cercare di motivare i lavoratori senior e le aziende stesse in modo tale che l allungamento della vita lavorativa non sia vissuta in maniera punitiva, ma come un importante opportunità, sia per il lavoratore che per le imprese stesse. I buoni risultati registrati sul fronte dell occupazione nel 2007, in Friuli Venezia Giulia, hanno avuto un risvolto positivo anche sul fronte della disoccupazione che raggiunge il livello minimo degli ultimi anni con il tasso che si ferma al 3,4%. Anche nel 2007 si è confermato il trend di decrescita della disoccupazione per il Friuli Venezia Giulia (nel 2006 il tasso era pari al 3,5%), inoltre il buon risultato della nostra regione in questo indicatore spicca ulteriormente nel confronto con la situazione registrata nelle altre regioni del benchmark: soltanto la Gheldria presenta un tasso di disoccupazione inferiore a quello del Friuli Venezia Giulia, con il 2,7%. Il dato del Friuli Venezia Giulia si mantiene anche sensibilmente al di sotto dei valori medi dell Unione Europea (7,2%) e dell Italia (6,1%). Tuttavia, anche se molto positivi, i dati relativi al 2007 non ci permettono di trarre delle previsioni confortanti per l andamento del fenomeno per il futuro. Abbiamo già visto come uno dei principali indicatori di crisi del mercato del lavoro, il ricorso alla cassa integrazione guadagni abbia registrato, nel 2008, una crescita del 54%, rispetto al Anche un altro indicatore di crisi, l ingresso dei lavoratori in mobilità, non porta indicazioni confortanti per il 2008, in questo anno si contano, infatti, lavoratori in ingresso nella mobilità, con un aumento del 24% rispetto al volume registrato nel 2007 (Molaro 2009). La mobilità è una condizione che precede il licenziamento del lavoratore e quindi l entrata nella condizione di disoccupazione. Solo una rapida e significativa ripresa dei livelli produttivi e di consumo nel corso del 2009 saranno in grado di evitare che l utilizzo degli ammortizzatori sociali si trasformi in una perdita netta e permanente di posti di lavoro. Disponiamo però di altri segnali negativi che fanno prefigurare una crescita della disoccupazione in Friuli Venezia Giulia: sono già disponibili i dati ISTAT sui primi tre trimestri del 2008 della rilevazione continua sulla forza lavoro. Già nel quarto trimestre del 2007 si è registrata una crescita significativa del tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 4,5%, contro il 2,8% del trimestre precedente e il 3,2% del IV trimestre Nei primi trimestri del 2008 il tasso di disoccupazione è leggermente calato, mantenendosi comunque ad un livello superiore al 4% (4,4% nei primi due trimestri e 4,3% nel terzo), con valori superiori di un punto percentuale rispetto ai corrispondenti periodi del È probabile quindi che il valore medio della disoccupazione nel 2008 registri un incremento rispetto a quanto registrato nel Questa dinamica non riguarderà però soltanto la nostra regione, dato che la presente crisi ha assunto dimensioni globali, ed è quindi probabile che anche le altre regioni europee, per non parlare dei competitors extraeuropei, subiscano un aumento del fenomeno della disoccupazione. 42 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 43

25 Di fronte a questa crisi, il Friuli Venezia Giulia parte comunque da una posizione di vantaggio, poiché può contare su un tasso di disoccupazione limitato, sintomo della buona situazione di partenza dell economia regionale e di una tensione sociale circoscritta. Ciononostante non bisogna sottovalutare i rischi di una crescita della disoccupazione, fenomeno che può generare diversi problemi sociali. Sarebbe opportuno cercare di evitare che la crescita della disoccupazione colpisca in misura eccessiva i segmenti deboli del mercato del lavoro, quelli che più difficilmente riescono a ricollocarsi e che possono cadere all interno del fenomeno della cosiddetta disoccupazione di lunga durata, condizione che spesso comporta delle dinamiche individuali e famigliari di difficile gestione. Abbiamo già citato quali siano gli attori generalmente più deboli all interno del mercato del lavoro: le donne, i giovani con poche esperienze lavorative oppure i lavoratori anziani con competenze diventate obsolete. Oltre a questi attori bisogna prestare molta attenzione anche ai lavoratori i cui contratti di lavoro non prevedono l applicazione degli ammortizzatori (lavoratori a termine, parasubordinati). Per contrastare il fenomeno della disoccupazione e, in particolare, la disoccupazione di lunga durata si possono mettere in campo diverse azioni, che vanno dall orientamento, all aggiornamento e formazione fino al ricollocamento dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. Innanzitutto appare strategico il monitoraggio costante degli effetti della crisi economica sul tessuto economico regionale, nei diversi settori economici e nei diversi territori che compongono la regione. Un secondo contributo importante appare quello di valutare in termini qualitativi l evoluzione e gli effetti della crisi in modo da discriminare tra motivazioni congiunturali e strutturali, che devono ovviamente essere affrontate con strumenti di intervento differenziati. Tale lavoro produrrà probabilmente una verifica delle diverse situazioni di crisi economica e occupazionali, che potranno permettere la revisione degli attuali piani di gestione delle situazioni di grave difficoltà occupazionale riconosciute dalla Regione. Tale revisione permetterà poi l utilizzo concreto dei diversi strumenti previsti dalla Legge regionale 9 agosto 2005, n.18: l erogazione dei servizi di orientamento e di riorientamento lavorativo, l erogazione di vaucher formativi per aggiornare le proprie competenze professionali, le azioni di accompagnamento al lavoro. Questi interventi potranno sicuramente limitare l impatto negativo della presente crisi economica sull occupazione regionale. In questa direzione appare di fondamentale importanza l aspetto temporale: solo una attivazione tempestiva degli strumenti indicati sarà in grado infatti di garantire effetti positivi e stabili nel mercato del lavoro locale. La presente crisi economica potrebbe sortire un ulteriore effetto negativo all interno del mercato del lavoro della nostra regione, ovvero l ulteriore crescita delle disparità di genere presenti in questo campo. I gap all interno del mondo lavorativo sono presenti sia nell area della partecipazione che in quella delle opportunità (Lopez-Claros e Zahidi 2005). Per quanto riguarda i gap partecipativi abbiamo riportato nella Tab. 2 i differenziali fra i tassi maschili e femminili, per quanto concerne l attività, l occupazione e la disoccupazione, misurati in punti percentuali, per le 14 regioni dell osservatorio e per la media europea. La prima colonna ci mostra il minore grado di partecipazione delle donne rispetto agli uomini, per tutti i territori considerati. Tali disparità trovano origine molto spesso dall ineguale distribuzione del lavoro di cura all interno delle famiglie: tocca ancora alle donne sobbarcarsi gran parte del lavoro di cura famigliare. Quando cresce la domanda di lavoro di cura famigliare (alla nascita dei figli, ma anche per accudire una persona anziana) le donne si trovano spesso in difficoltà a conciliare tali attività con la propria carriera lavorativa, a causa dell indisponibilità maschile a coprire parte di questi bisogni e/o alla mancanza di servizi sul mercato che offrano un sostegno a queste attività. Per queste ragioni molte donne sono spesso ancora spinte all inattività. Tab. 2 Gender Gap, differenza in punti percentuali fra i tassi maschili e femminili per i principali indicatori del mercato del lavoro, anno 2007 Attività Occupazione Disoccupazione AT - Stiria 14,7 14,7-0,9 CZ - Slesia e Moravia 15,9 17,8-5,0 DE - Turingia 7,0 7,6-2,0 ES - Paesi Baschi 17,6 18,6-3,0 FR - Borgogna 8,6 9,2-1,9 GR - Macedonia Centrale 24,3 27,6-8,6 HU Transdanub. occ. 14,6 14,9-1,5 IT - Liguria 17,5 17,6-1,5 IT - FVG 18,6 19,5-2,3 IT - Marche 18,3 19,9-3,4 IT - Basilicata 29,0 30,8-9,0 NL - Gheldria 12,6 12,8-0,8 SI - Slovenia 9,2 10,1-1,8 UK - Irlanda del Nord 13,9 12,8 0,9 UE 27 Unione Europea 14,3 14,1-1,3 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat Tuttavia la disparità di genere non si esaurisce nella diversa partecipazione al mercato del lavoro: possiamo infatti notare come il gender gap del tasso di occupazione risulti generalmente maggiore rispetto a quello dell attività. Tale differenza si deve, in parte, alle diverse coorti d età su cui vengono calcolati i due tassi 10, ma soprattutto per il fatto che le donne ricadono in misura maggiore, rispetto ai colleghi maschi, nella condizione di disoccupazione. Possiamo, infatti, notare come i gender gap del tasso di disoccupazione siano tutti nega- 44 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 45

26 tivi con l unica eccezione dell Irlanda del Nord dove il tasso di disoccupazione maschile è maggiore rispetto a quello femminile. Con l eccezione dell Irlanda del Nord le donne, pur partecipando di meno al mercato del lavoro, sono generalmente più esposte, rispetto agli uomini, al rischio di disoccupazione. Nel confronto con le altre regioni il Friuli Venezia Giulia presenta dei gap di genere significativi in tutti e tre gli indicatori: la nostra regione figura al terzo posto per il gap più elevato nel campo dell attività, con 18,6 punti percentuali, preceduta soltanto dalla Basilicata e dalla Macedonia Centrale. Per quanto riguarda l occupazione, il Friuli Venezia Giulia presenta un differenziale di genere di 19,5 punti percentuali, preceduta solamente da tre regioni con un differenziale maggiore: Basilicata, Macedonia Centrale e le Marche. Relativamente migliore, per la nostra regione, la situazione per quanto riguarda le disparità di genere all interno della disoccupazione: in questo caso il Friuli Venezia Giulia si posiziona al sesto posto. Il dato positivo per il Friuli Venezia Giulia risiede nel fatto che tutti e tre i gender gap del mercato del lavoro sono calati rispetto al 2006: quello relativo all attività ha visto un decremento di 3 decimi di punto, quello relativo all occupazione di 2 decimi di punto mentre il differenziale della disoccupazione ha registrato un calo di un decimo di punto rispetto al Tali risultati positivi si devono soprattutto al trend di crescita considerevole dell occupazione femminile negli ultimi anni, tendenza che si è confermata anche nel 2007, come abbiamo già avuto modo di commentare. La strada per una affermazione delle pari opportunità all interno del mercato del lavoro regionale appare però ancora lunga per la nostra regione: in particolare sarà importante scongiurare il rischio che l attuale crisi economica abbia degli effetti negativi anche sui differenziali di genere all interno del mercato del lavoro regionale, tenendo presenti gli aspetti di genere anche nel varo delle politiche anticrisi. 1.4 LA SOCIETÀ DELLA CONOSCENZA La strategia europea, concepita a Lisbona, mira a fare dell Europa l economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo 11. Per raggiungere tale importante macrobiettivo è necessario operare a diversi livelli per diffondere fra la popolazione determinate conoscenze e competenze. Innanzitutto bisogna scongiurare o limitare il rischio degli abbandoni scolastici prematuri fra le nuove generazioni, inoltre si deve cercare di allargare la partecipazione alla formazione scolastica superiore e a quella universitaria, in particolare, per quanto riguarda le discipline tecnico-scientifiche. Per poter favorire un clima positivo verso l innovazione, fra la popolazione, è necessario sostenere la capacità di apprendere durante l intero arco della vita, per aggiornare le proprie competenze professionali, ma anche per poter utilizzare strumenti sempre più indispensabili come i moderni mezzi informatici o le lingue straniere. Nella Fig. 8 abbiamo riportato la suddivisione percentuale della popolazione in età attiva suddivisa per il titolo di studio più elevato. Per standardizzare i diversi sistemi scolastici, l EUROSTAT ha adottato la classificazione ISCED (International Standard Classification of Education) ovvero sistema internazionale di classificazione standard dell istruzione. Questo sistema messo a punto dall Istituto di Statistiche dell UNESCO, definisce i programmi e standardizza i livelli dei sistemi d istruzione di diversi paesi al fine di renderli comparabili sia dal punto di vista statistico che dal punto di vista degli indicatori. I concetti di base e le definizioni di ISCED 97 sono validi per qualsiasi sistema nazionale d istruzione. Nella Fig. 8 abbiamo suddiviso i 7 livelli ISCED in 3 categorie ordinate: il primo gruppo, ISCED 0-2 comprende le persone senza titolo di studio, con licenza elementare fino alle persone che hanno conseguito la licenza media, il secondo gruppo, ISCED 3-4 comprende le persone con un diploma di maturità o con una specializzazione post-diploma, infine l ultimo gruppo ISCED 5-6, si riferisce a persone con una formazione universitaria o equivalente oppure un titolo post-laurea. Fig. 8 - Composizione percentuale della popolazione (25-64 anni) per titolo di studio secondo la classificazione ISCED 97, anno 2007 CZ - Slesia e Moravia IT - Basilicata IT - FVG HU - Transdanub. occ. IT - Liguria IT - Marche AT - Stiria FR - Borgogna SI - Slovenia GR - Macedonia Centrale DE - Turingia UK - Irlanda del Nord NL - Gheldria ES - Paesi Baschi 10,8 8,3 20,2 17,7 18,2 49,7 44,1 39,6 34,5 29,2 41,6 45,5 42,9 37,9 64,5 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 59,6 20,3 Grazie a questa rappresentazione grafica possiamo notare come il Friuli Venezia Giulia presenti la terza quota percentuale più limitata di laureati, fra la popolazione in età attiva (13,2%), preceduta soltanto dalla Slesia e Moravia 77,9 65,9 41,4 66,5 38,0 41,2 34,8 42,7 43,7 39,3 38,9 41,8 27,2 27,6 29,4 19,2 22,2 22,2 11,4 11,4 13,2 13,4 14,6 15,2 16,4 0% 20% 40% 60% 80% 100% levels 0-2 (ISCED 1997) levels 3-4 (ISCED 1997) levels 5-6 (ISCED 1997) 46 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 47

27 e dalla Basilicata. All opposto la nostra regione presenta la terza quota percentuale più elevata di persone che hanno raggiunto al massimo il diploma di scuola media, 44,1%, soltanto la Basilicata e le Marche presentano quota percentuali superiori per questo livello di studio. La situazione del Friuli Venezia Giulia deriva da due fattori principali intrecciati fra loro: una minore scolarizzazione rispetto alla media europea, soprattutto negli anni passati, e un peso percentuale più elevato degli old workers fra la popolazione in età attiva. Nel secondo paragrafo abbiamo rilevato come il tasso di struttura della popolazione attiva fosse pari a 121, indicando quindi come fra la popolazione attiva sia maggiore il peso degli ultra quarantenni rispetto ai giovani lavoratori. Dato che la generazione degli old workers è stata socializzata in un epoca in cui la scolarizzazione era sensibilmente inferiore alla media attuale, capiamo come il Friuli Venezia Giulia presenti un livello di istruzione della popolazione attiva sensibilmente inferiore alle altre regioni del nostro benchmark. A tale proposito è importante però rilevare come negli ultimi anni ci sia un trend di crescita della quota percentuale di persone laureate e una contemporanea contrazione della quota percentuale di persone con un livello di istruzione più basso. Ciò si deve al fatto che le nuove generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro hanno, in media, titoli di studio più elevati rispetto a chi fuoriesce dal mercato del lavoro. Negli ultimi due anni, in Friuli Venezia Giulia, la quota di attivi che hanno concluso almeno la scuola media è calata di 2 punti percentuali, mentre la quota dei laureati è cresciuta di 1,2 punti percentuali. Questa dinamica è sicuramente positiva, dato che avvicina la nostra regione agli obiettivi di Lisbona, per quanto riguarda la diminuzione degli abbandoni scolastici prematuri e la crescita del numero di laureati. La crescita dei livelli di istruzione e quindi del capitale culturale della forza lavoro rappresenta un importante risorsa ed un opportunità per le imprese locali che potranno così competere in maniera più efficace sul campo dell innovazione. Tuttavia tale tendenza richiederà probabilmente anche una riflessione sulle dinamiche di domanda e di offerta del lavoro in regione, con la necessità di favorire un processo generale di upgrading della domanda di lavoro, con una crescita del peso percentuale dei profili professionali medio alti, rispetto alla situazione attuale. Una modifica più rapida di tale quadro chiama inevitabilmente in causa il ruolo della formazione permanente e della formazione continua, rivolta cioè ad adulti in condizione lavorativa o no, che intendano migliorare il loro livello di studio, anche attraverso procedure e sistemi per il riconoscimento delle competenze acquisite in contesti non formali (ad esempio il luogo di lavoro) attualmente inesistenti. La Fig. 9 ci permette di valutare la diffusione del cosiddetto analfabetismo informatico, misurato in questo caso con la quota percentuale di persone che non ha mai utilizzato un personal computer. Tale fenomeno appare molto diffuso all interno del nostro paese, quasi la metà della popolazione nazionale (49%) ricade in questa condizione, inoltre le quattro regioni italiane all interno del nostro osservatorio presentano i valori percentuali maggiori. Il Friuli Venezia Giulia presenta per questo indicatore una quota inferiore alla media nazionale, con il 44% della popolazione che non ha mai utilizzato un computer. Sicuramente è una buona performance, dato che, all interno del panorama nazionale, solo il Trentino Alto Adige e la Lombardia presentano valori percentuali inferiori, rispettivamente con il 39% e il 42%. A livello europeo l indicatore raccolto dalla nostra regione in tale settore è però ancora insufficiente. Molto probabilmente la struttura demografica del Friuli Venezia Giulia incide negativamente su tale indicatore: abbiamo visto nella Fig. 1 come il 22,9% della popolazione della nostra regione avesse un età superiore ai 64 anni. Questa quota della popolazione è stata socializzata ed ha iniziato la propria carriera professionale, in un epoca in cui l informatica compiva i primi passi. Solo una ristretta cerchia di programmatori aveva accesso ai pochi computer presenti nelle grosse organizzazioni. I computer sono diventati personal soltanto negli ultimi 20 anni e una quota consistente della popolazione regionale non ha mai sentito la necessità, per motivi di studio o di professione, di utilizzare un personal computer. Possiamo notare però come la quota percentuale di analfabeti informatici nella nostra regione (44%) sia superiore alla quota di persone anziane (22,9%) e ciò è più grave poiché significa che una porzione considerevole di popolazione in età attiva e di occupati non sa utilizzare correttamente gli strumenti informatici. Questo dato appare più preoccupante per il fatto che le competenze informatiche sono sempre più richieste all interno del mondo del lavoro. Fig. 9: Percentuale di persone che non hanno mai usato un computer, IT - Marche IT - Basilicata IT - Liguria IT - FVG Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 44 CZ - Slesia e Moravia 42 ES - Paesi Baschi 35 SI - Slovenia 31 UK - Irlanda del Nord AT - Stiria DE - Turingia NL - Gheldria 48 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 49

28 L ignoranza informatica potrebbe pregiudicare questi lavoratori nel momento in cui venisse introdotto il computer nella loro pratica lavorativa quotidiana, oppure potrebbero trovarsi in difficoltà nel momento in cui dovessero cercare una nuova occupazione. Non saper utilizzare un computer può sicuramente incidere negativamente nella carriera professionale, a tutti i livelli. Inoltre anche i privati cittadini che non sanno utilizzare i moderni mezzi informatici possono trovarsi in difficoltà: ad esempio non possono accedere a tutti i servizi telematici che la nuova carta regionale dei servizi mette loro a disposizione, su tutti la possibilità di prenotare esami e visite mediche 13, alle opportunità formative ed informative che Internet offre. È probabile che in futuro una parte sempre maggiore di servizi e di opportunità diventi accessibile attraverso Internet, è quindi importante che si riesca a ridurre la quota di popolazione che non sa utilizzare i moderni mezzi informatici. La nostra regione su questo terreno si trova comunque in una posizione di avanguardia nel nostro paese il quale complessivamente presenta un digital divide molto accentuato a livello europeo - anche grazie all impegno dell amministrazione regionale, che, a tale scopo, ha previsto una legge specifica che comprende una articolata serie di interventi: la Legge regionale n. 8 del 18/05/2006 Interventi speciali per la diffusione della cultura informatica nel Friuli Venezia Giulia. Questa legge regionale agisce su due fronti : aumentando la disponibilità di personal computer liberamente utilizzabili nei luoghi pubblici (biblioteche, comuni, informagiovani ) promuovendo dei corsi di formazione specificamente rivolti a persone che non abbiano alcuna competenza informatica. I corsi di formazione un computer utile per il cittadino sono espressamente rivolti a gruppi di persone ad alto rischio di analfabetismo informatico: persone di età superiore a sessanta anni, popolazione femminile in condizione non professionale (casalinghe), persone occupate in età lavorativa per le quali non è richiesto l uso di strumenti informatici, soggetti appartenenti a categorie sociali svantaggiate e ai detenuti. Ai corsisti che frequentano positivamente il corso vengono rilasciati buoni per l acquisto di materiale informatico. Tale iniziativa ha avuto un notevole successo, dato che nel primo biennio sono stati organizzati complessivamente 562 corsi per un totale di allievi 14. Questo intervento dell amministrazione regionale ha raggiunto il risultato concreto di allargare la quota di popolazione che sa utilizzare un personal computer e che in questo modo può beneficiare delle numerose opportunità offerte dall informatica. Tuttavia, data la posizione ancora in ritardo della nostra regione, a livello europeo, appare opportuno che tale iniziativa venga riproposta e sostenuta anche nelle prossime annualità. Il computer permette di svolgere molte operazioni utili (scrivere, compiere operazioni matematiche e logiche, memorizzare una grossa mole di informa- zioni ) anche se viene utilizzato in locale, senza cioè alcun accesso a una rete interconnessa a server o ad altri computer. Tuttavia è evidente che per beneficiare al massimo delle opportunità legate ai moderni personal computer, essi dovrebbero essere connessi ad uno dei nodi della rete Internet. In questo modo il personal computer permette di comunicare con altri utenti della rete e consente l accesso e la navigazione su portali e su siti Internet. In questi luoghi virtuali l utente può trovare numerosissime informazioni e può accedere a diversi servizi. Per queste ragioni è importante che la popolazione sappia non solo utilizzare il mezzo informatico, ma che disponga anche della possibilità di accedere alla rete del world wide web. La diffusione dell utilizzo anche domestico della rete è una prerequisito fondamentale per il raggiungimento di una società europea dell informazione per tutti 15. Solo se Internet si diffonderà fra la popolazione avranno successo i moderni servizi pubblici on line: e-government (amministrazioni), servizi di e-learning (istruzione), servizi di e-health (sanità), e potrà avere successo un ambiente dinamico di e-business. Fig. 10: Percentuale totale di famiglie con accesso domestico alla rete e percentuale di famiglie con collegamento di tipo adsl, CZ - Slesia e Moravia IT - Liguria IT - Basilicata Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 15 IT - FVG IT - Marche ES - Paesi Baschi Totale famiglie accesso alla rete Nella Fig. 10 abbiamo visualizzato, a tale proposito, due informazioni: la percentuale di famiglie che dispongono di un qualsiasi tipo di accesso alla rete internet, sul totale delle famiglie residenti, e la percentuale di famiglie con un accesso di tipo ADSL 16, sempre sul totale delle famiglie residenti AT - Stiria UK - Irlanda del Nord SI - Slovenia DE - Turingia NL - Gheldria Famiglie con connessione di tipo adsl IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 51

29 Anche in questo campo emerge chiaramente il ritardo delle regioni italiane: soltanto la Slesia e Moravia presentano una quota percentuale inferiore di famiglie con un accesso domestico alla rete. Chiaramente la quota elevata di analfabeti informatici contribuisce a far si che la diffusione di Internet sia relativamente limitata nella nostra regione e più in generale in Italia. La nostra regione presenta valori percentuali leggermente superiori alla media italiana (rispettivamente 43% di famiglie con un accesso alla rete e 25% di famiglie con un accesso ADSL), tuttavia in un ottica europea il Friuli Venezia Giulia presenta un valore di penetrazione di internet fra le famiglie ancora insufficiente, addirittura quasi la metà del valore della regione più virtuosa, ancora una volta la Gheldria. I benefici legati all utilizzo domestico della rete sono molteplici: dalla possibilità di consultare siti di informazione alla possibilità di accedere ai servizi della pubblica amministrazione o ai servizi privati (si pensi all e-banking), con un notevole risparmio di tempo e di costi rispetto ai servizi erogati in maniera tradizionale. La connessione di tipo ADSL, oltre a fornire una velocità di navigazione nettamente superiore rispetto alle connessioni tradizionali dial up, permette l accesso a servizi avanzati della rete come la possibilità di scaricare documenti, programmi, contenuti multimediali, poter visualizzare video in streaming, utilizzare servizi di video-conferenza e voip. Non tutto il territorio risulta essere però coperto dalla rete DSL, alcuni comuni sono di fatto esclusi da questo tipo di servizio. Per definire questa situazione è stato coniato il termine digital divide o divario digitale. A soffrire di tale divario sono spesso i piccoli e medi comuni, dove risultano spesso antieconomici gli investimenti privati necessari per poter offrire il servizio DSL. Tuttavia la popolazione di questi comuni si trova di fatto esclusa dalla possibilità di accedere ai servizi più avanzati offerti dalla rete e quindi in una situazione di evidente svantaggio. Per poter beneficiare dei moderni sistemi di telecomunicazione la regione Friuli Venezia Giulia ha definito il programma ERMES (an Excellent Region in a Multimedia European Society), con l obiettivo di potenziare la rete in fibra ottica, ad elevata velocità, e aumentare il grado di copertura dei servizi dsl nei comuni della regione attualmente esclusi, anche attraverso l utilizzo del wi-fi, utilizzando quindi a questo scopo collegamenti alternativi a quelli telefonici come le frequenze radio. Per sostenere la competitività della regione è importante che vengano potenziate le infrastrutture delle telecomunicazioni, per le imprese e per le famiglie. Solo in questo modo, infatti, la regione potrà essere inserita efficacemente nel mercato e nella società europea. A tale scopo appare strategico l investimento sulla rete regionale Internet, per migliorare gli attuali parametri di utilizzo e per ridurre il fenomeno del digital divide. D altro lato è opportuno continuare con le azioni di formazione rivolte alla popolazione in modo tale che si diffondano sempre più le conoscenze e quindi l utilizzo dei moderni mezzi informatici. Un importante campo correlato, finora sostanzialmente trascurato dalle politiche nazionali e regionali, è quello relativo all uso sicuro del personal computer, in particolare durante la navigazione in Internet. È noto infatti come l aumento dell uso di Internet nel campo delle transazioni finanziarie e commerciali (ebanking, e-commerce, ecc.) porti ad un parallelo aumento dei rischi di truffe informatiche sotto diverse vesti. Su un altro versante l esposizione sempre più precoce di bambini e giovani ad Internet rende necessario prevenire possibili contatti con persone e siti potenzialmente pericolosi per la sicurezza personale dei giovani e per la loro evoluzione psicologica. In entrambi i casi esiste una potenziale domanda inespressa e inevasa di formazione dei genitori e degli adulti in generale relativamente ai temi della navigazione sicura su Internet (parental control, ecc.) e più in generale di come comportarsi rispetto alle sempre più elevate richieste di consumo del tempo libero su Internet da parte dei giovani, evitando processi generali di criminalizzazione da un lato ma anche la mancanza assoluta di controlli e di regole che possono favorire un più maturo e consapevole utilizzo delle potenzialità informatiche. La formazione è quindi uno strumento indispensabile per la diffusione delle competenze informatiche fra la popolazione, tuttavia essa detiene un ruolo più complesso all interno della strategia europea. Per raggiungere gli obiettivi di Lisbona è necessario, infatti, che si attivi fra la popolazione l apprendimento costante durante l arco della vita (lifelong learning). Si deve, infatti, superare il ruolo tradizionale, che veniva assegnato alla formazione, come strumento per favorire sostanzialmente il primo ingresso nel mondo del lavoro. Il lifelong learning è un attività che salvaguarda l occupabilità e l adattabilità professionale delle persone lungo tutto l arco lavorativo: La formazione professionale continua è una componente importante della flessicurezza, in quanto potenzia la mobilità da un lavoro all altro all interno dell azienda o fra aziende diverse, e sostiene la progressione di carriera dei lavoratori COM (2007) 733/F del 20/11/2007. Nella società della conoscenza risulta fondamentale che il capitale umano aggiorni continuamente le proprie competenze tecniche e trasversali. Le imprese possono, infatti, competere soltanto se dispongono di risorse umane motivate, specializzate, aperte e positive verso l innovazione. La formazione non è però importante solo per le imprese e i lavoratori, essa è un elemento fondamentale per poter garantire l autorealizzazione, la cittadinanza attiva e l inclusione sociale per ciascun cittadino. La strategia di Lisbona ha riservato un obiettivo specifico per il lifelong learning, considerata l importanza fondamentale che riveste la formazione per la creazione della moderna società della conoscenza. Per verificare lo stadio di 52 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 53

30 avanzamento verso l obiettivo fissato a Lisbona, l EUROSTAT monitora la partecipazione alla formazione continua e permanente, durante le indagini sulle forze lavoro nazionali, chiedendo agli intervistati se nel mese precedente alla rilevazione abbiano svolto attività di formazione. La quota percentuale di intervistati che affermano di aver svolto almeno un azione formativa nel mese precedente l intervista, è diventato uno degli indicatori strutturali forniti dall EUROSTAT. L obiettivo fissato all interno della strategia di Lisbona, per tale indicatore, è di avere almeno il 12,5% di intervistati che abbiano partecipato alla formazione continua e permanente, nel mese precedente all intervista. Nella Fig. 11 abbiamo riportato i singoli valori dell indicatore del lifelong learning calcolati per le regioni del nostro benchmark per l anno Possiamo così notare come la Gheldria, la Slovenia, i Paesi Baschi e la Stiria abbiano già raggiunto l obiettivo fissato per il Nel ranking delle regioni comprese nell osservatorio, il Friuli Venezia Giulia detiene la settima posizione con il 7,8% di intervistati, che hanno dichiarato di aver partecipato alla formazione continua e permanente. Fig Percentuale di partecipanti (25-64 anni) ad attività di formazione/istruzione, sul totale degli intervistati, ,0 16,0 14,0 12,0 10,0 8,0 6,0 4,0 2,0 0,0 HU - Transdanub. occ. 2,5 2,7 GR - Macedonia Centrale Obiettivo Lisbona 12,5% CZ - Slesia e Moravia 4,3 IT - Marche 5,7 IT - Liguria Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 6,7 6,9 7,1 7,8 7,8 FR - Borgogna IT - Basilicata IT - FVG DE - Turingia UK - Irlanda del Nord La nostra regione dista quindi 4,7 punti percentuali dall obiettivo di Lisbona. A tale proposito è importante sottolineare il trend positivo registrato negli ultimi anni: l indicatore regionale ha, infatti, registrato un incremento di 0,5 punti percentuali rispetto a quanto rilevato nel 2006 e di 1,2 punti percentuali rispet- 10,4 AT - Stiria 12,5 ES - Paesi Baschi 13,2 14,8 15,4 SI - Slovenia NL - Gheldria to al 2005 (le quota percentuali di partecipanti erano pari rispettivamente al 6,6% nel 2005 e al 7,3% del totale, nel 2006). Gradualmente si sta quindi diffondendo la consapevolezza dell importanza della formazione all interno sia delle imprese regionali che fra i lavoratori e i cittadini del Friuli Venezia Giulia, anche grazie alla maggiore disponibilità di opportunità di finanziamento delle attività di formazione continua pensiamo all importanza crescente assunta dai Fondi interprofessionali per la formazione dei lavoratori, ad esempio. Nel panorama europeo, il Friuli Venezia Giulia si pone, per tale indicatore, al di sotto della media europea, che è pari al 9,5%, mentre in un ottica nazionale il valore regionale risulta essere molto elevato, visto che il dato medio dell Italia si ferma al 6,2%. Possiamo quindi rilevare come negli ultimi anni si stia progressivamente affermando, in Friuli Venezia Giulia, un clima favorevole nei confronti del lifelong learning. A questo proposito sarebbe opportuno che si sfruttasse il clima favorevole per cercare di allargare la base dei cittadini che partecipano a tali iniziative. Attraverso la formazione si possono perseguire svariati obiettivi: innanzitutto si può diffondere tra i lavoratori la cultura della sicurezza e una maggior consapevolezza dei rischi legati alla professione o all ambiente di lavoro che costituiscono elementi imprescindibili al fine di prevenire e contenere il fenomeno infortunistico; si può favorire la mobilità verticale dei percorsi professionali individuali; si possono prevenire fenomeni di obsolescenza delle competenze e di espulsione dal mercato del lavoro. La formazione rivolta alle risorse umane è fondamentale per sostenere la competitività delle imprese regionali, inoltre solo attraverso la formazione si possono combattere alcune situazioni di svantaggio, in cui versa parte della popolazione regionale, come la già citata computer illiteracy o la mancata conoscenza delle lingue straniere, competenze sempre più importanti per poter esigere i diritti di cittadini europei. 1.5 L INNOVAZIONE Di fronte alla crescita della competizione accentuata ancor di più dal periodo di crisi economica internazionale, l Europa ha deciso di puntare strategicamente sull innovazione. Tale decisione si basa sulla considerazione che il maggiore costo del lavoro e del sistema sociale europeo non può sostenere una competizione con i paesi in via di sviluppo che si basi unicamente sui costi di produzione e sui prezzi di vendita. L Europa può mantenersi competitiva soltanto se offre sul mercato prodotti innovativi o se introduce, nella produzione di beni, innovazioni di prodotto o di processo tali da aumentarne il valore aggiunto e da limitarne il prezzo di produzione e di vendita. In questo contesto appare fondamentale il ruolo svolto dalla Ricerca e dallo Sviluppo, funzione svolta sia da organismi pubblici, tipicamente le Università, sia dalle imprese. 54 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 55

31 È attualmente aperto un dibattito per modificare alcuni parametri fissati dagli obiettivi di Lisbona, tuttavia finora rimane valido l obiettivo concreto fissato dal Consiglio di Barcellona e da raggiungersi entro il 2010 per quanto riguarda la ricerca: almeno il 3% del PIL nazionale dovrebbe essere destinato alla spesa per la Ricerca e i due terzi di essa dovrebbe provenire dal settore privato. Il sostegno del settore privato alla ricerca è fondamentale per due motivi: innanzitutto per limitare il peso della spesa pubblica, in secondo luogo perché la ricerca privata è per sua natura maggiormente orientata al mercato, rispetto a quella universitaria, che spesso è maggiormente interessata ai risultati teorici della ricerca, piuttosto che a quelli pratici. Non vogliamo assolutamente addentrarci nel dibattito sulla maggiore o minore utilità della ricerca di base rispetto a quella applicata, che anzi dovrebbero cooperare fianco a fianco, vogliamo però ricordare come molti studiosi abbiano utilizzato la formula del Paradosso europeo per indicare l incapacità, da parte dell Europa, di far derivare dalle numerose scoperte scientifiche utili ricadute concrete. In questo paragrafo cercheremo pertanto di valutare, attraverso gli indicatori che ci fornisce EUROSTAT, sia le quantità di risorse economiche e umane che ogni regione destina alla ricerca sia alcuni risultati pratici che tale investimento produce in termini di innovazione. Per quanto riguarda l investimento economico abbiamo considerato il rapporto tra spesa per la ricerca e PIL di ciascuna area, per relativizzare i diversi pesi economici e demografici delle varie regioni e per valutare il grado di attuazione degli obiettivi di Lisbona. Fig. 12: Peso percentuale della spesa in Ricerca e Sviluppo sul PIL, Analizzando la Figura 12 che utilizza i dati del 2005, osserviamo come soltanto la Stiria abbia raggiunto gli obiettivi di Lisbona, con una percentuale del PIL destinata alla spesa in ricerca del 3,3%. Fra le regioni in esame, oltre alla Stiria, soltanto la regione olandese della Gheldria, con il 2,1% del PIL destinato alla ricerca, superava il valore medio europeo dell 1,8%; tutte le altre regioni si posizionavano al disotto della media europea, con 5 regioni sopra l 1%, Turingia, Slovenia, Paesi Baschi, Liguria e Friuli Venezia Giulia, e 7 regioni con un livello di spesa inferiore o uguale all 1%. La nostra regione superava di poco questo limite con l 1,2% di spesa in ricerca sul PIL pareggiando la performance della Liguria. Ci teniamo a dire che il dato del Friuli Venezia Giulia è in leggero aumento, nel 2003 era infatti di 1,1% (Molaro, Flaibani, Muzzi 2006). Se si esclude quindi la Stiria e la regione olandese, il livello generale delle regioni incluse nel nostro osservatorio è abbastanza basso e sarà difficile che vengano raggiunti gli obiettivi di Lisbona entro il Fig. 13: Contributo percentuale dei singoli settori alla spesa totale in Ricerca e Sviluppo, anno 2005 ES - Paesi Baschi CZ - Slesia e Moravia FR - Borgogna AT - Stiria SI - Slovenia IT - Liguria DE - Turingia 58,8 54,7 52,9 68,4 66,2 77,8 77,1 20,4 21,0 7,6 24,4 29,8 24,9 26,2 18,1 19,4 24,0 16,7 3,5 3,0 Obiettivo Lisbona 3% 3,2 IT - FVG IT - Marche NL - Gheldria 45,9 43,3 42,9 7,1 14,5 20,7 49,5 39,6 36,4 2,5 2,1 2,0 1,8 1,5 1,5 1,5 1,2 1,2 0,9 1,0 0,7 0,5 0,5 0,6 0,5 0,3 0,0 HU - Transdanub. occ. GR - Macedonia Centrale IT - Basilicata IT - Marche CZ - Slesia e Moravia FR - Borgogna Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat IT - FVG IT - Liguria SI - Slovenia ES - Paesi Baschi DE - Turingia NL - Gheldria AT - Stiria HU - Transdanubiana occ. IT - Basilicata GR - Macedonia Centrale 22,5 42,0 37,0 17,1 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat La cosa più preoccupante, al di là dei valori attuali, è il fatto che non è facile innescare cambiamenti tali da poter innalzare in maniera consistente questi valori. Infatti, rispetto al 2003 (Molaro, Flaibani, Muzzi 2006) si registra per lo più una staticità dei valori dell indicatore considerato. Le uniche eccezioni sono costituite da aumenti di un decimo di punto dei Paesi Baschi, della Liguria e del Friuli Venezia Giulia, ma purtroppo rispetto al dato del 2003 dobbiamo registrare anche le flessioni della Borgogna, delle Marche e della Macedonia Centrale. Certamente, in un periodo economico difficile e di conti pubblici da 13,8 18,5 60,4 44,2 44,4 0,0% 33,3% 66,7% 100,0% Imprese Amministrazioni pubbliche e non profit Università 56 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 57

32 tenere sotto stretto controllo, non è facile investire risorse in attività che daranno risultati tangibili soltanto nel lungo periodo, però le amministrazioni pubbliche e le imprese dovrebbero capire che non si possono più rimandare le scelte strategiche per il futuro. Per quanto riguarda invece il secondo obiettivo individuato nel Consiglio di Barcellona, ovvero un contributo da parte delle imprese alla spesa in ricerca pari ad almeno i due terzi del totale, possiamo rilevare, osservando la Figura 13, come soltanto in quattro regioni tale obiettivo sia già stato raggiunto: Paesi Baschi, Slesia e Moravia, Borgogna e Stiria. Anche la Slovenia è vicina al raggiungimento di questo obiettivo con il 58,8% di spesa per la ricerca, sostenuta dalle imprese. Fra le altre regioni soltanto la Turingia e la Liguria contano con un contributo delle aziende private superiore alla metà, pari rispettivamente a 52,9% e 54,7%, mentre le ultime sei regioni presentano un contributo percentuale alla spesa in ricerca, da parte delle imprese, inferiore al cinquanta per cento. Fra queste sei regioni si situa anche il Friuli Venezia Giulia, che nel gruppo under 50% è la regione con la prestazione migliore (45,9%) e che, rispetto al 2003, evidenzia un incremento di oltre tre punti scavalcando così diverse regioni (con i dati del 2005 il FVG passa all ottavo posto mentre nel 2003 era all undicesima posizione). Il contributo, ancora insufficiente, delle imprese friulane alla spesa in ricerca può essere in parte spiegato dalla peculiarità del sistema produttivo regionale, che conta una quota molto elevata di piccole e medie imprese, le quali, singolarmente, non possono investire nella ricerca quelle risorse che sarebbero necessarie per produrre idee e prodotti innovativi. In questo senso bisognerebbe favorire quelle iniziative, per altro in parte già avviate in regione, che incentivano la cooperazione tra università e imprese private: i parchi scientifici, gli spin-off industriali, gli incubatori per imprese innovative, ecc. Sarebbe anche utile favorire il superamento della logica competitiva fra le singole imprese della regione e incoraggiare la collaborazione e cooperazione, in modo tale che anche le piccole aziende, associandosi, possano sostenere le attività di ricerca e beneficiare dei risultati che essa produce. La spesa in ricerca e sviluppo non è però l unica risorsa che le imprese, le università e l amministrazione pubblica devono allocare per produrre innovazione: per raggiungere tale scopo è necessario anche un forte investimento in risorse umane. Per valutare tale investimento abbiamo confrontato le percentuali di addetti occupati in ricerca e sviluppo sul totale della forza lavoro, per le singole regioni, illustrate nella Figura 14. Nel confronto con le altre regioni, il Friuli Venezia Giulia colleziona, per questo indicatore, un valore sensibilmente migliore rispetto a quello della percentuale del PIL destinata alla ricerca. La nostra regione, infatti, si posiziona al terzo posto fra le regioni con la quota percentuale più elevata di occupati in Ricerca e Sviluppo, sul totale della forza lavoro, con l 1,6%. Questo valore è molto significativo perché risulta essere superiore rispetto a quello di altre regioni che destinano una quota di PIL alla ricerca maggiore rispetto a quella del Friuli Venezia Giulia, come la Slovenia, la Turingia e la Gheldria. Da tale dato deriva però anche la considerazione che i ricercatori del Friuli Venezia Giulia dispongono, in media, di una quota di PIL regionale e quindi di risorse economiche, minore rispetto a quelle dei ricercatori delle regioni sopracitate. Possiamo pertanto supporre che il sistema della ricerca, in Friuli Venezia Giulia, sia piuttosto labour intensive, sia cioè basato prevalentemente sul lavoro intellettuale dei ricercatori, piuttosto che capital intensive, basato cioè sul capitale fisico investito in tale settore (laboratori, biblioteche, centri di ricerca ). Questo dato, a primo avviso, non parrebbe negativo poiché la capacità di innovare si basa principalmente sul capitale sociale, sulle idee proposte dai ricercatori, tuttavia queste idee abbisognano degli strumenti necessari per essere testate ed implementate: un rapporto squilibrato tra risorse umane e strutture rende più elevato il rischio di presenza di sacche di improduttività e di uno scarso livello qualitativo della ricerca stessa. Le risorse economiche sono pertanto fondamentali per il buon fine della ricerca, soprattutto nel campo della tecnologia avanzata. Fig. 14: Percentuale degli occupati in Ricerca e Sviluppo, sul totale della forza lavoro, ,5 2 1,5 1 0,5 0 HU - Transdanub. occ. 0,6 0,6 IT - Basilicata CZ - Slesia e Moravia 0,7 0,8 IT - Marche FR - Borgogna 1,0 IT - Liguria 1,2 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat SI - Slovenia Ci preme sottolineare alcune differenze delle percentuali di addetti, occupati in ricerca e sviluppo, sul totale della forza lavoro nel 2005 (Figura 15) rispetto ai dati del 2003 (Molaro, Flaibani, Muzzi 2006). Gli addetti in ricerca e sviluppo sono in aumento in tutte le regioni considerate, gli aumenti sono per lo più nell ordine di un decimo di punto. È promettente il dato del Friuli Venezia Giu- 1,3 NL - Gheldria 1,4 DE - Turingia GR - Macedonia Centrale 1,5 1,6 1,6 IT - FVG ES - Paesi Baschi 2,1 AT - Stiria 2,5 58 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 59

33 lia che fa segnare un incremento di tre decimi di punto, uno dei progressi più significativi assieme a Stiria, Paesi Baschi e Turingia. Fig. 15: Richieste di brevetto depositate all EPO, per milione di abitanti, GR - Macedonia Centrale 5,2 6,5 IT - Basilicata SI - Slovenia 24,1 UK - Irlanda del Nord 32,5 34,7 IT - Liguria ES - Paesi Baschi Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati Eurostat 44,1 44,3 FR - Borgogna IT - Marche Per valutare il livello di efficacia ed efficienza delle risorse economiche ed umane, investite nella ricerca, abbiamo utilizzato un particolare indicatore fornitoci da EUROSTAT: il numero di richieste di brevetto presentate all European Patent Office (EPO), dai ricercatori delle singole regioni. Per rendere confrontabili i dati di regioni demograficamente dissimili, l EUROSTAT ha relativizzato il numero assoluto di richieste, indicizzandolo al milione di abitanti. Dalla Figura 15, si noterà il buon risultato del Friuli Venezia Giulia che presenta il secondo valore più elevato con 88,7 domande presentate per milione di abitante. Questo risultato testimonia il grado elevato di efficacia e di efficienza del sistema della ricerca regionale, a tale proposito basta considerare il fatto che, regioni con una quota del PIL regionale destinata alla spesa in ricerca superiore rispetto a quella del Friuli Venezia Giulia, depositavano un numero anche di molto inferiore di richieste di brevetto: 44,1 per i Paesi Baschi e 24,1 per la Slovenia. L elevata efficienza del sistema della ricerca regionale è confermata anche dal confronto con le regioni più virtuose in questo campo: il Friuli Venezia Giulia presentava un numero di richieste superiore rispetto a quello della Turingia, 88,7 domande contro 70,5, anche se la Turingia destinava 0,7 punti percentuali di PIL regionale in più a favore della ricerca. Dalla regione olandese di Gheldria provenivano 83,8 richieste di brevetto; questa regione, però, destinava una quota del PIL regionale alla ricerca quasi doppia, rispetto a quella della nostra regione. Tuttavia le risorse economiche relativamente limitate, 49,9 DE - Turingia 70,5 NL - Gheldria 83,8 IT - FVG 88,7 AT - Stiria 104,6 con cui devono lavorare i ricercatori della nostra regione, hanno impatti notevoli sulla realizzazione operativa della ricerca: per esempio se si analizza la distribuzione per settore di queste domande di brevetto, si noterà come soltanto il 7% delle richieste provenienti dalla nostra regione coinvolga il settore high tech, fatto spiegabile in parte come conseguenza del basso rapporto tra capitale fisso e capitale umano che contraddistingue il sistema regionale della ricerca, in parte come conseguenza della scarsa incidenza del settore hi-tech nell economia regionale. Si tratta di una quota forse troppo contenuta perché le regioni più avanzate presentano per questo indicatore delle percentuali molto superiori: 18% per la Turingia, 15% per la Gheldria e 12% per la Stiria. Ma anche regioni con un numero totale di richieste di brevetto inferiore a quelle del Friuli Venezia Giulia, presentavano una quota percentuale di brevetti high tech superiore: per esempio 15% per l Irlanda del Nord e 14% per la Liguria. Produrre innovazione nel settore high tech abbisogna di un livello di risorse da spendere nella ricerca, molto superiore rispetto ad altri settori, tale campo costituisce, però, anche quello in cui le innovazioni si traducono in un maggiore vantaggio competitivo per le imprese. Per riassumere le caratteristiche del sistema regionale dell innovazione e della ricerca, emerse nel confronto con le altre regioni europee, possiamo sottolineare in prima istanza il livello ancora insufficiente di PIL regionale destinato alla ricerca e sviluppo. La spesa contenuta si deve anche agli investimenti ancora troppo contenuti delle imprese regionali in questo campo, poiché esse coprono soltanto il 45,9% della spesa totale in ricerca e sviluppo. La limitatezza delle risorse economiche sembra produrre un effetto zavorra non tanto sulle risorse umane impiegate in questo settore, che sono relativamente numerose, quanto piuttosto sugli strumenti di cui i ricercatori possono disporre. La produttività dei nostri ricercatori è buona poiché essi presentano un numero di idee innovative superiore a quello di altre regioni che spendono di più in ricerca. A causa però delle scarse risorse economiche e infrastrutturali a disposizione dei tecnici, la percentuale di idee innovative che trovano applicazione concreta nel settore dell high tech è molto bassa. Sarebbe pertanto auspicabile un maggiore coinvolgimento delle imprese nella ricerca, soprattutto nel settore più competitivo dell high tech. Forse per ovviare ai costi elevati di questo tipo di ricerca, non sempre sostenibili da un unica impresa, bisognerebbe impegnarsi ancora di più nella nascita e nello sviluppo di sinergie tra diverse aziende e tra mondo imprenditoriale e universitario. 1.6 CONCLUSIONI In sede conclusiva non possiamo non fare un accenno alla presente crisi economica globale, che ha investito pesantemente anche il Friuli Venezia Giulia. Tale crisi ha avuto un origine esogena, rispetto al tessuto economico regionale tuttavia, date le forti interdipendenze dei mercati e l importanza molto elevata della domanda estera per le imprese della nostra regione, questo shock ester- 60 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 61

34 no sta avendo delle ripercussioni significative anche per il Friuli Venezia Giulia. La crisi, scoppiata all interno del mondo della finanza, si sta progressivamente spostando verso l economia reale, diffondendo un pessimismo che limita i consumi e che deprime la domanda mondiale di beni e servizi. In termini temporali la crisi economica internazionale si è manifestata sul finire del 2007, ma si è sentita ancor più pesantemente nel corso del 2008 ed attualmente non sembra esserci una ripresa, anzi la Banca Centrale Europea ha recentemente rivisto al ribasso la stima del PIL europeo per il 2009, prevedendo un calo dell 1,7% nel primo quadrimestre del 2009, rispetto al medesimo periodo del Tutti i dati che abbiamo illustrato nel presente osservatorio fanno però riferimento alla fase precedente alla crisi, poiché anche i dati presentati per il 2007 sono ancora poco influenzati dalla congiuntura negativa. Inoltre la necessità di armonizzare i dati raccolti dai diversi paesi richiede all EUROSTAT un notevole lavoro che comporta a volte uno scostamento significativo tra la pubblicazione del dato e l anno cui fanno riferimento i singoli indicatori. Il nostro lavoro non consente di leggere dei segnali di crisi e quindi di flessione degli indicatori. Anzi possiamo affermare che la nostra regione, al 2007, migliora la sua posizione rispetto agli anni precedenti su tutti gli indicatori presi in considerazione. Vi sono alcuni indicatori dove l incremento è più deciso (crescita economica, partecipazione femminile al mercato del lavoro, capacità brevettuale del sistema della ricerca) ed altri dove l incremento è meno deciso o i livelli rimangono ancora insufficienti (tasso di occupazione degli old workers, diffusione delle competenze informatiche tra la popolazione, quota limita del PIL regionale investita nella ricerca e sviluppo), tuttavia non si segnala nessuna variazione con segno negativo. Ciò sta a dimostrare dei trend complessivamente positivi per la nostra regione in settori economici e sociali strategici. L attuale crisi determinerà probabilmente una battuta d arresto, se non una inversione di tendenza, per quanto riguarda gli andamenti illustrati in queste pagine. Tuttavia è importante rimarcare la buona posizione di partenza del Friuli Venezia Giulia, poiché le posizioni raggiunte sui diversi fronti permetteranno di affrontare in maniera più solida la crisi e consentiranno un uscita più rapida dall attuale situazione negativa. L attuale scenario di crisi non ci deve però distogliere dagli obiettivi di lungo periodo che la nostra regione deve perseguire per sostenere la competitività all interno dell Europa delle regioni. Molto probabilmente nei prossimi mesi si renderanno necessari degli interventi straordinari per il sostegno dell occupazione e per minimizzare gli impatti sociali negativi della crisi (disoccupazione, calo dei redditi famigliari). Tali interventi saranno sicuramente importanti per superare le difficoltà contingenti, tuttavia anche in questa situazione difficile, non bisogna dimen- ticare di perseguire gli obiettivi di Lisbona, investendo risorse nel capitale sociale della nostra regione e sul sistema della ricerca e dello sviluppo. Da questi settori possono, infatti, sorgere quelle idee innovative che possono dare un nuovo slancio ai prodotti e ai servizi delle imprese regionali sul mercato internazionale, generando quel positivo processo di miglioramento delle aspettative dei consumatori e degli imprenditori, che può rimettere in moto l economia regionale. Un altro rischio della presente crisi economica è quello che si possano acuire le attuali disuguaglianze presenti nella società regionale. La crisi può colpire in misura maggiore i settori deboli del mercato del lavoro (donne, stranieri, lavoratori anziani non specializzati) che hanno maggiori difficoltà a una ricollocazione lavorativa. Gli interventi che la Regione metterà in atto in questo campo dovranno quindi tenere in considerazione anche questi aspetti per evitare l insorgere di problemi sociali di maggiore dimensione. 1.7 BIBLIOGRAFIA Banca d Italia (2005) Note sull andamento dell economia del Friuli Venezia Giulia nel 2004, Trieste Banca d Italia (2006) Note sull andamento dell economia del Friuli Venezia Giulia nel 2005, Trieste Cagiano de Azevedo R. e Cassani B. (2005) Invecchiamento e svecchiamento della popolazione europea ; in Quaderni Europei sul nuovo Welfare, n.2/2005 Cantalupi M. (2008) Il mercato del lavoro del Friuli Venezia Giulia nel 2007, in Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale del Friuli Venezia Giulia, 2008, Il mercato del lavoro in Friuli Venezia Giulia. Rapporto 2008, Franco Angeli, Milano Castagnaro C. e Cagiano de Azevedo R. (2008) Allungamento della vita: scenari per uno svecchiamento della popolazione ; in Quaderni Europei sul nuovo Welfare, n. 10 / 2008 Commissione europea (2001) Realizzare uno spazio europeo dell apprendimento permanente COM(2001) 678 Commissione europea (2002) eeurope 2005: una società dell informazione per tutti, Piano d azione da presentare per il Consiglio europeo di Siviglia 21 e 22 giugno 2002 Commissione europea (2005) Crescita e occupazione Il rilancio della strategia di Lisbona, Lussemburgo: Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee 62 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 63

35 Commissione europea, Direzione generale dell Occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità, (2005) Una nuova solidarietà tra le generazioni di fronte ai cambiamenti demografici, LIBRO VERDE Commissione europea (2007) Un quadro coerente di indicatori e parametri di riferimento per monitorare i progressi nella realizzazione degli obiettivi di Lisbona in materia di istruzione e formazione COM(2007) 61 definitivo Commissione europea (2007) Conclusioni fondamentali della relazione sull occupazione in Europa 2007 COM(2007) 733 Consiglio Europeo (2000) Conclusioni della Presidenza, Consiglio Europeo di Lisbona 23 e 24 Marzo 2000 Consiglio Europeo (2001) Conclusioni della Presidenza, Consiglio Europeo di Stoccolma 23 e 24 marzo 2001 Consiglio Europeo (2005) Conclusioni della Presidenza, Consiglio Europeo di Bruxelles marzo 2005 Corvino C. (2006) L invecchiamento della forza lavoro in Friuli Venezia Giulia: tendenze strutturali, rappresentazioni sociali e gestione delle risorse umane in IRES FVG (2006), Osservatorio sulla trasformazione economica e sociale del Friuli Venezia Giulia. Un analisi comparata Cristini C. e Molaro R. (2008) L evoluzione del mercato del lavoro del Friuli Venezia Giulia negli anni Duemila: un analisi di genere in Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale del Friuli Venezia Giulia, 2007, Lavoro femminile e politiche di conciliazione in Friuli Venezia Giulia. Rapporto 2007, Franco Angeli, Milano EUROSTAT (2007) Eurostat Regional Yearbook 2007, Luxembourg: Office for Official Publications of the European Communities, 2007 EUROSTAT (2008) Eurostat Regional Yearbook 2008, Luxembourg: Office for Official Publications of the European Communities, 2008 Flaibani M. e Muzzi F. (2007) Friuli Venezia Giulia, regione d Europa. Un analisi di benchmarking in IRES FVG (2007), Una Regione per tutti. Le pari opportunità in Friuli Venezia Giulia. Osservatorio sulla trasformazione economica e sociale del Friuli Venezia Giulia ISTAT (2005) Principali aggregati dei conti economici regionali Anno 2004, Statistiche in breve, 20 dicembre 2005 ISTAT (2007) Conti economici regionali Anno 2005, Statistiche in breve, 4 Ottobre 2007 ISTAT (2008) Principali aggregati dei conti economici regionali Anno 2006, Statistiche in breve, 3 gennaio 2008 ISTAT (2008) La partecipazione degli adulti ad attività formative, Statistiche in breve, 10 gennaio 2008 Lopez-Claros A. e Zahidi S. (2005), Women s Empowerment: Measuring the Global Gender Gap, World Economic Forum Molaro R. (2009) Gli indicatori di crisi nel Friuli Venezia Giulia nel biennio , Agenzia regionale del lavoro Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Molaro R., Flaibani M. e Muzzi F. (2006) Friuli Venezia Giulia, regione d Europa. Un analisi di benchmarking in IRES FVG (2006), Osservatorio sulla trasformazione economica e sociale del Friuli Venezia Giulia. Un analisi comparata Zenarolla A. (2006) La ricchezza della vecchiaia: come sfruttarla e metterla a ricavo in IRES FVG (2006), Osservatorio sulla trasformazione economica e sociale del Friuli Venezia Giulia. Un analisi comparata 1.8 NOTE 1 Gli Autori desiderano ringraziare Marco Bertoni per il confronto e per le riflessioni sulla metodologia del Benchmarking. 2 Per un analisi più approfondita della metodologia e dei principali contributi che hanno utilizzato il benchmarking in un ottica regionale rimandiamo alla precedente edizione dell Osservatorio (Molaro R., Flaibani M. e Muzzi F. 2007). 3 Rimandiamo il lettore al capitolo 2 per un illustrazione delle fonti europee sul tema della sicurezza. 4 Per un excursus della densità abitativa delle 14 regioni dell Osservatorio rimandiamo il lettore alla prima edizione dell Osservatorio (Molaro R., Flaibani M. e Muzzi F. 2006). 5 Secondo i più aggiornati dati Demo ISTAT, nel 2007, il numero medio di figli per donna, nel Friuli Venezia Giulia, è stato pari a 1,29, dato che è risultato inferiore alla media italiana (1,34) e a quella del Nord-est (1,39) 6 Il dato dell Irlanda del Nord fa riferimento al 2004, quello della Borgogna, della Gheldria e della Stiria al I dati dell Irlanda del Nord fanno riferimento al 2004, quelli della Stiria, della Gheldria e della Borgogna al 2006 Indice di Dipendenza Giovanile = [P(0-14) / P(15-64)* 100] Indice di Dipendenza Senile = [P(65 e oltre) / P(15-64)* 100] Indice di Struttura pop. Attiva = [P(40-64) / P(15-39)* 100] Indice di Ricambio pop. Attiva = [P(60-64) / P(15-19)* 100] 64 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 65

36 8 A tale proposito si veda Commissione europea, Direzione generale dell Occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità, (2005). 9 Il dato dell Irlanda del Nord fa riferimento al Il tasso di occupazione viene calcolato facendo riferimento alla popolazione d età compresa fra i 15 e i 64 anni, quello di disoccupazione e di attività sulla popolazione d età maggiore o uguale ai 15 anni. 11 COM(2001) I dati dell Irlanda del Nord e della Turingia fanno riferimento al 2006, non sono invece disponibili dati per la Borgogna, la Macedonia Centrale e la regione Transdanubiana occidentale. 13 Per l elenco completo dei servizi accessibili attraverso la carta regionale dei servizi si veda il sito: <http://cartaservizi.regione.fvg.it/> 14 FONTE: / cms/rafvg/at2/arg10/foglia6/ in particolare sono stati avviati 58 corsi in Provincia di Gorizia per un totale di 946 allievi, 131 corsi per 2214allievi in Provincia di Pordenone, a Trieste i corsi avviati sono stati 191 per 2871 allievi, infine nella provincia di Udine sono stati attivati 182 corsi per 2684 allievi. 15 Commissione europea (2002) 16 La tecnologia ADSL (acronimo dell inglese Asymmetric Digital Subscriber Line), facente parte della famiglia di tecnologie denominata DSL, permette l accesso ad Internet ad alta velocità (si parla di banda larga o broadband). La velocità di trasmissione va dai 640 kilobit per secondo (kb/s) in su, a differenza dei modem tradizionali di tipo dial-up, che consentono velocità massime di 56 kb/s in download e 48 kb/s in upload (standard V.92), e delle linee ISDN che arrivano fino a 128 kb/s (utilizzando doppio canale a 64kb/s) simmetrici. 17 I dati della Stiria e della Borgogna fanno riferimento al 2004, non sono invece disponibili dati aggiornati per l Irlanda del Nord. 18 I dati della Borgogna fanno riferimento al 2001, quelli della Stiria al 2004, non sono invece disponibili dati aggiornati per l Irlanda del Nord. 19 FONTE: 66 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA

37 Capitolo 2 La sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro in Friuli Venezia Giulia: un quadro generale di Tatiana Benedetti, Pamela Mason, Filippo Muzzi e Alessandro Russo

38 2.1 INTRODUZIONE La sicurezza sui luoghi di lavoro è in Italia un obiettivo di fondamentale importanza in quanto riguarda un bene costituzionale che trova tutela anche nelle normative comunitarie e nelle convenzioni internazionali. A livello mondiale, secondo le statistiche dell ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), ogni anno circa 2,2 milioni di lavoratori muoiono per incidenti e malattie professionali, un dato in continuo aumento. Tale organismo internazionale stima che si verificano ogni anno 160 milioni di casi di malattie professionali e circa 264 milioni di incidenti sul lavoro non mortali. Tutto ciò rappresenta un costo per la società pari a circa il 4 per cento del PIL mondiale, che è assorbito dai costi diretti e indiretti determinati da incidenti sul lavoro e dalle malattie professionali (a causa di assenze dal lavoro, indennità, interruzione della produzione, cure mediche, ecc.). Non si può inoltre sottovalutare la rilevanza dell economia sommersa dove gli incidenti, le malattie e le morti sul lavoro non vengono registrati. Il fenomeno rappresenta un serio problema anche in Italia, nonostante sia avvertibile una tendenza alla riduzione degli infortuni negli ultimi anni, le cui cause non possono che essere di ordine sostanziale e derivare da un insieme di fattori organizzativi, culturali e comportamentali. In Italia in seguito ai recenti fatti di cronaca (tra cui il rogo e la morte di ben sette operai presso l acciaieria ThyssenKrupp di Torino), si è verificata un importante accelerazione del processo verso il riordino del complesso e articolato quadro legislativo relativo alla tematica. Grazie anche al raggiungimento del consenso da parte delle Regioni, necessario per una materia come quella della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro che rientra nella competenza concorrente tra Stato e Regioni, è stato infatti approvato il nuovo Testo Unico (dlgs n. 81 del 9 Aprile 2008) di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, in attuazione della delega conferita al Governo dalla Legge 3 agosto 2007, n. 123, in vigore dal 15 maggio Il T.U. è comunque soggetto ad ulteriori modifiche sulla base dello Schema di decreto legislativo recante disposizioni integrative e correttive del D.L. 9 aprile 2008, n.81, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri in data , attualmente al centro di una fase di discussione e confronto con Regioni e parti sociali, che ha evidenziato l emergere di molte riserve e posizioni contrastanti. Un aspetto della tematica a cui si farà espresso riferimento nel capitolo è quello delle malattie professionali che viene posto spesso in secondo piano, rispetto a quello degli infortuni, sia per la carenza delle informazioni di natura statistica ed epidemiologica, sia per la difficoltà a correlare l evento morte o inabilità di oggi ad una patologia la cui insorgenza passata sia riconducibile al luogo di lavoro. Il presente capitolo si propone di esaminare la situazione italiana relativa agli infortuni sul lavoro nell ambito europeo, confrontare la realtà regionale con 71

39 il contesto italiano ed infine approfondire alcuni aspetti caratterizzanti la situazione relativa alla struttura produttiva del Friuli Venezia Giulia (ad es. una analisi della situazione per Sistemi Locali del Lavoro e distretti industriali). Il capitolo vuole offrire semplicemente un quadro di insieme introduttivo della dimensione quantitativa del fenomeno, senza intenzione di voler essere esaustivi su tutti i diversi aspetti della questione e rimandando per questo a lavori più approfonditi di analisi in corso da parte dell Agenzia Regionale del Lavoro del Friuli Venezia Giulia. 2.2 PROBLEMATICHE RELATIVE ALLE FONTI STATISTICHE E RELATIVA METODOLOGIA A LIVELLO EUROPEO Una premessa appare utile al fine di inquadrare in maniera corretta i dati a livello europeo che verranno successivamente presentati e dar conto delle difficoltà metodologiche cui si va incontro nell utilizzare i dati relativi al fenomeno. Le statistiche europee relative ai dati infortunistici e alle patologie professionali risentono infatti di una serie di problematiche dovute alla diversità delle definizioni, risultanti da differenti normative e sistemi di gestione vigenti in ciascun Paese, sia in materia assicurativa (collettività e limiti di indennizzo) sia di previdenza sociale. A queste difficoltà si aggiungono poi i diversi sistemi di rilevazione dei dati statistici che presentano, ovviamente, livelli di affidabilità non sempre adeguati. Ci sono quindi ostacoli nell aggregazione ma soprattutto nel confronto puntuale dei dati, in quanto i singoli Stati sono caratterizzati da composite strutture produttivo/occupazionali e demografiche. Per rendere confrontabili le statistiche infortunistiche dei diversi Paesi che fanno parte dell Unione Europea, l EUROSTAT (l ufficio centrale di statistica dell Unione Europea) ha avviato, dagli anni Novanta, un importante programma di normalizzazione statistica contraddistinto dall acronimo ESAW (European Statistics on Accidents at Work ovvero Statistiche europee degli infortuni sul lavoro), sviluppato in tre fasi distinte. La prima fase del progetto (ESAW/1) ha interessato l impostazione generale, le definizioni, l area di interesse e la normalizzazione delle nomenclature relativamente ad un gruppo di variabili fondamentali: attività economica e località geografica dell azienda, professione, età e sesso della vittima, sede e natura della lesione, data e ora dell infortunio 1. Nella seconda (ESAW/2), iniziata nel 1994, è stato ampliato il set di variabili precedentemente considerate con le seguenti: nazionalità e posizione nella professione della vittima, dimensione dell impresa, numero di giorni persi. L ultima (ESAW/3) ha inteso evidenziare le cause, le circostanze e le dinamiche dell evento infortunio attraverso la normalizzazione di alcuni aspetti relativi alle modalità di accadimento dell infortunio (sistema utilizzato da anni anche dall INAIL): tipo di luogo, tipo di lavoro e attività fisica specifica, deviazione e contatto e i relativi agenti materiali (in tutto 8 variabili principali). La definizione di infortunio sul lavoro è rimasta quella adottata fin dall inizio dal sistema ESAW; oltre alla caratteristica fondamentale di assenza dal lavoro superiore a 3 giorni, nelle statistiche vengono inclusi gli eventi causati da avvelenamenti acuti, da atti volontari di altre persone e quelli avvenuti nel corso del lavoro 2 ma all esterno dell impresa. Sono esclusi, invece, gli infortuni che determinano lesioni intenzionalmente autoprocurate, gli infortuni in itinere 3, le malattie professionali e gli infortuni dovuti esclusivamente a cause mediche. Per infortunio mortale si intende invece un infortunio che conduce al decesso della vittima entro il periodo di un anno a decorrere dalla data dell infortunio. La metodologia ESAW considera la distorsione nella frequenza degli infortuni sul lavoro dovuta alla struttura occupazionale di un Paese; per rendere pertanto i dati più coerenti, omogenei e confrontabili definisce un tasso di incidenza di infortunio, dato dal rapporto fra il numero degli infortuni sul lavoro (distinguendo tra mortali e non mortali) per occupati nella popolazione di riferimento 4. I tassi sono calcolati per tutti gli Stati membri della UE considerando le 9 sezioni NACE comuni 5, escludendo gli incidenti stradali e a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto durante un viaggio effettuato nello svolgimento dell attività lavorativa. Nonostante il programma europeo di normalizzazione, le statistiche espresse in valori assoluti presentano ancora oggi problemi di completezza dei dati, per una serie di motivi: alcuni Paesi membri (Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia), non disponendo di un sistema assicurativo specifico, presentano livelli di sottodichiarazione compresi tra il 30% e il 50% del totale 6 ; in molti Paesi membri i lavoratori autonomi (una categoria quasi ovunque molto consistente) e relativi coadiuvanti non sono coperti dai sistemi di dichiarazione nazionali e quindi sono esclusi dalle rispettive statistiche, o totalmente o parzialmente 7 (in Italia tale categoria è coperta); in alcuni Paesi membri diversi importanti settori non vengono considerati nelle statistiche; in Germania vengono presi in considerazione solo i decessi avvenuti entro 30 giorni (non entro l anno). In relazione alle malattie professionali, la definizione maggiormente condivisa considera le patologie che si contraggono per esposizione a determinati rischi in modo prolungato nel tempo. Gli agenti responsabili sono correlati al tipo di produzione (ad esempio presenza/uso di polveri e sostanze chimiche nocive o cancerogene), a fattori legati all organizzazione del lavoro (ambienti di lavoro sovraffollati o non del tutto igienici, ritmi di lavoro elevati e mansioni ripetitive, scarsa manutenzione degli impianti) e a fattori legati specificatamente al lavoro d ufficio (esempio uso prolungato e ininterrotto del computer o utilizzo non adeguato degli impianti di condizionamento). Anche per le malattie professionali, così come per gli infortuni sul lavoro, EUROSTAT sta realizzando (il primo progetto pilota risale al 1991) un progetto in ambito EODS (European Occupational Diseases Statistics), per armonizzare le statistiche delle malattie professionali rilevate negli Stati membri e migliorare i dati. Nel 2001 EODS ha provveduto alla raccolta sistematica dei 72 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 73

40 dati relativi alle patologie riconosciute dagli Istituti nazionali responsabili dei vari Stati membri, individuando 8 variabili: paese, età, sesso, numero di riferimento dell elenco europeo, diagnosi, professione, attività economica del datore di lavoro e disabilità. Allo stato di aggiornamento attuale (anno 2005), solo 12 Stati membri sono stati in grado di fornire le informazioni richieste per le tecnopatie in complesso (tra i quali l Italia); sono, invece, soltanto 8 gli Stati che hanno trasmesso i dati delle malattie che hanno causato il decesso del lavoratore (tra i quali l Italia). Per questi motivi è molto difficile operare dei confronti tra i singoli Stati membri dell UE. Oltre al problema di non completezza dei dati, sussistono altri fattori che limitano la comparabilità dei dati e la possibilità di elaborare indicatori statistici (i c.d. tassi di incidenza standardizzati come per gli infortuni sul lavoro) che consentano di valutare e confrontare il fenomeno nei diversi Stati membri. I principali ostacoli si riscontrano nella definizione della popolazione di riferimento, nell eterogeneità dei criteri di rilevazione, nella codificazione della diagnosi medica e nelle differenze di riconoscimento dei casi di lieve entità. 2.3 IL CONTESTO EUROPEO Nell Europa a 15 nel suo complesso gli infortuni in valore assoluto sono diminuiti del 17% tra il 2000 ed il Dalla Tab. 1 si evince un calo di importanza diversa a seconda della fascia d età considerata: la fascia d età tra i 18 ed i 24 anni è stata quella che ha registrato una variazione più consistente e comunque costante di anno in anno (-27,8% nel quinquennio considerato), quella tra i 45 ed i 54 anni è stata interessata dalla combinazione di un miglioramento della situazione fino al 2004 e da un peggioramento nel 2005, ed infine la fascia d età che presenta la diminuzione degli infortuni meno elevata è quella tra 55 e 64 anni (-4,2%). Una conferma del processo di miglioramento della qualità dei dati proviene dall analisi della consistenza nel tempo degli infortuni che non riportano dati relativi all età dell infortunato: dal 2000 si registra a riguardo una variazione negativa del 30,5%. I lavoratori che maggiormente si sono infortunati nel 2005 sono quelli con un età compresa tra i 25 e i 34 anni (25,8%) e tra i 35 e i 44 anni (26,7%) che nel complesso rappresentano più della metà dei soggetti interessati, con una incidenza nel tempo crescente per la seconda fascia; seguono i lavoratori con età compresa tra i 45 ed i 54 anni (20,2%). La struttura percentuale per classe d età evidenzia un innalzamento dell età degli infortunati a partire dal Infatti mentre tra il 2000 e il 2003 la classe modale è la fascia d età tra i 25 e i 34 anni, per gli anni 2004 e 2005 si passa alla classe successiva. Per tutti e sei gli anni considerati gli infortunati tra i 25 e i 44 anni rappresentano comunque oltre la metà dei casi. Si tratta peraltro di un fenomeno che va di pari passo con l innalzamento medio complessivo della quota di lavoratori senior. Tab. 1 - Andamento infortuni nell UE a 15 (v.a. in migliaia) rispetto alla struttura per età, Classe di età Var. % < , , , , , ,2 >= ,7 N.D ,5 TOTALE ,3 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati EUROSTAT Tab. 2 - Andamento degli infortuni nell UE a 15 (v.a. in migliaia) nei principali settori NACE, Sett. ACE Var.% A ,0 D ,8 E ,6 F ,0 G ,0 H ,7 I ,5 J-K ,8 Resto ,5 TOTALE ,3 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati EUROSTAT Legenda: A: Agricoltura, silvicoltura e pesca; D: Industria manifatturiera; E: elettricità, gas e acqua; F: Costruzioni; G: Commercio e servizi privati; H: Turismo; I: Trasporti e comunicazioni; J-K: Intermediazione monetaria e finanziaria, attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, altre attività professionali ed imprenditoriali La struttura percentuale di incidenza dei principali settori NACE sul totale degli infortuni evidenzia la netta predominanza, come intuibile, delle attività manifatturiere (24,4% nel 2005); seguono le costruzioni e il commercio rispettivamente con il 18,3% ed il 12,5%. Dal punto di vista dell andamento nel tempo degli infortuni nei settori considerati, i comparti agricoltura, caccia e silvicoltura (A) e trasporti, magazzinaggio e comunicazione (I) migliorano il bilancio degli infortuni (rispettivamente -32,0% e -29,5% nel quinquennio), mentre il settore della produzione e distribuzione di energia elettrica (E), comunque di 74 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 75

41 rilevanza residua sul totale delle attività, è l unico nel quale aumentano i casi di infortunio sul lavoro (cfr. Tab. 2). L analisi degli infortuni per classe di numero di addetti per azienda non fornisce dei risultati attendibili dal momento che vi è un elevato numero di infortuni non collegabili alla dimensione dell impresa. L analisi per il solo anno 2005, quando la percentuale dei dati non noti è più che dimezzata rispetto al 2000 e pari al 22,1%, evidenzia un andamento in linea con la struttura produttiva dei diversi settori: infatti nelle costruzioni (settore con una consistente presenza di microimprese) le classi maggiormente interessate, con il 32% di infortuni circa, sono quelle tra 1 e 9 addetti e tra 10 e 49 addetti; mentre nel settore della produzione e distribuzione di energia elettrica, gas, vapore e acqua calda gli infortuni occorrono maggiormente tra i 250 ed i 500 addetti (31,9%) e oltre i 500 addetti (24,1%). Nei cinque anni considerati l incidenza degli infortuni riguardanti gli uomini rimane sostanzialmente stabile, dopo aver raggiunto l apice nel 2002, e corrisponde al 76,4% nel 2005 con il massimo nel settore delle costruzioni (98,5%) ed il minimo tra gli alberghi e i ristoranti (50,1%). L analisi del trend nel tempo degli infortuni maschili, pone in evidenza quali siano i settori più virtuosi che concorrono ad una diminuzione, complessivamente pari al 17%: l agricoltura registra una diminuzione degli eventi corrispondente al 30%, il trasporto, magazzinaggio e comunicazioni al 28% e le attività manifatturiere al 24%. Gli infortuni in rosa diminuiscono molto meno rispetto ai casi afferenti al genere maschile (-4,3%). I cali maggiori si osservano nei settori delle costruzioni (-51%), dell agricoltura, pesca e silvicoltura (-34%), dei trasporti, magazzinaggio e comunicazioni (-25%) e delle attività manifatturiere (-21%). Nel commercio, settore sempre più costituito da forza lavoro femminile, gli infortuni aumentano del 10%, cioè di circa 14 mila casi, arrivando a raggiungere quasi 156 mila occorrenze. Tab. 3 - Andamento degli infortuni mortali nell UE a 15 (v.a. in migliaia) nei principali settori NACE, Sett. NACE Var.% A ,5 D ,8 E ,0 F ,6 G ,0 H ,4 I ,2 J-K ,4 TOTALE ,4 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati EUROSTAT Dall analisi degli infortuni mortali nell Europa a 15 nel 2005 (il 23% dei quali si registrava in Italia) emerge un dato significativo: il 95% colpisce la componente maschile della popolazione. I settori più interessati sono quello delle costruzioni (dove si verifica il 26,3% delle morti bianche), dell industria manifatturiera (18,1%) e dei trasporti, magazzinaggio e comunicazioni (16,3%). Tra il 2000 ed il 2005 si osserva una diminuzione del 23,4%, determinata da un calo molto marcato nel commercio (pari al 33%) e nel settore dei trasporti e delle comunicazioni (-26,2%), in parte attenuata dall andamento di segno opposto del settore dell intermediazione finanziaria, delle attività immobiliari ed altre (+0,4%), settore che determina il 7% delle morti nel Tab. 4 - Andamento (v.a.) delle principali malattie professionali nell UE a 15, Tipo malattia Var.% Infezioni ,7 Tumori ,8 Malattie neurologiche ,7 Malattie degli organi sensoriali ,7 Sindrome di Raynaud ,0 Disagi respiratori ,3 Affezione epatica tossica Malattie della pelle ,0 Malattie muscolo-scheletriche ,5 Colica ,6 TOTALE ,5 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati EUROSTAT L altra tematica importante, spesso sottovalutata, riguardante la sicurezza nei luoghi di lavoro, concerne le malattie professionali che tra il 2001 ed il 2005 aumentano notevolmente in conseguenza dell aumento del numero delle malattie tabellate 9 (dal 2004 al 2005 passano da 52 a 61) e al miglioramento del sistema di rilevazione delle denunce di malattie professionali. Le tecnopatie per le quali si verificano dei consistenti aumenti di casi nel quadriennio sono: le malattie degli organi sensoriali che passano dai casi ai (+131%); in misura lievemente minore, lo stesso avviene per le malattie muscolo-scheletriche (+102,5%) che passano dai casi ai e per le malattie neurologiche (+99,7% pari a ). Diminuisce lo sviluppo di infezioni (-26% circa) e della Sindrome di Raynaud (-67%) 10. Le malattie professionali più diffuse in Europa sono quelle che interessano l apparato osteomuscolare (38,1% del totale nel 2005 determinate in particolare dalla tenosinovite e dall epicondilite), tra l altro in aumento dal 2001, e il sistema neurologico (20,9%) che assieme costituiscono più della metà dei casi; seguono le malattie respiratorie (14,3%). Nel complesso vengono interessati dal fenomeno prevalentemente gli uomini con un incidenza del 66,5%; per la componente femminile si ha una prevalen- 76 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 77

42 za di genere (63,2% dei casi) solo per le malattie neurologiche, che coincidono per la quasi totalità con il tunnel carpale. Dall analisi per attività economica emerge che nel manifatturiero si sviluppa la maggioranza dei casi e di tipologie di malattie professionali: questo dato è facilmente comprensibile dal momento che l incidenza del settore in termini di occupati è sicuramente elevata. Il secondo settore per malattie professionali è quello delle costruzioni dove oltre la metà dei casi che insorgono (circa il 65%) appartiene alle tipologie muscolo-scheletriche e degli organi sensoriali. Lo studio approfondito delle singole macro tipologie di malattie professionali evidenzia che altri settori sono coinvolti in modo significativo: il minerario, per quanto riguarda sia la sindrome di Raynaud sia le malattie respiratorie, e il commercio per quanto riguarda i disturbi neurologici. Occorre sottolineare che la lettura dei dati presentata potrebbe non riflettere in maniera esauriente il problema, in quanto per il 17,5% delle malattie non è noto nel complesso il settore. denziando un ulteriore miglioramento della situazione infortunistica. La stessa affermazione si può ripetere sia per gli infortuni occorsi alla componente maschile dei lavoratori (71 contro 79,9) sia a quella femminile (76 contro 82,4) ma anche per gli infortuni mortali complessivi (52 contro 78,3). Si può quindi concludere che la diminuzione degli infortuni in Italia dal 1998 al 2005 (complessivi, mortali e per genere) è stata superiore a quella europea (UE a 15). Fig. 1 - Numeri indice relativi al tasso di incidenza degli infortuni nei Paesi Membri dell UE a 15 (1998=100), 2005 La categoria professionale maggiormente interessata dallo svilupparsi di malattie professionali è quella degli operai specializzati (43,6%), in particolar modo per le malattie degli organi sensoriali (57,4%) e per i tumori (55,3%). Le altre due categorie che risultano particolarmente affette da patologie lavoro-correlate sono quella dei conduttori di impianti, operatori di macchinari e operai addetti al montaggio industriale (21,1%) e quella del personale non qualificato (18,7%). Un primo confronto tra la situazione italiana e quella dell Europa a 15 nel 2005, attuato prendendo in considerazione i tassi di incidenza standardizzati per 100mila occupati degli infortuni nel complesso, evidenzia che l Italia si colloca in una buona posizione rispetto alla media europea e ai Paesi più grandi come Spagna, Francia e Germania. Il nostro Paese presenta, infatti, per il 2005 un indice pari a infortuni per occupati, al di sotto sia del valore riscontrato per l area Euro (3.545), sia per quello dell UE a 15 (3.098). In particolare presenta un tasso più basso di Spagna (5.715), Francia (4.448), Portogallo (4.056), Lussemburgo (3.414), Germania (3.233), Belgio (3.167), Finlandia (3.031). Questo risultato risulta comunque condizionato dal peso che ha l economia sommersa nel nostro Paese, che porta inevitabilmente ad una significativa sottostima del fenomeno infortunistico. Infatti per i casi mortali, per i quali in massima parte si attiva una denuncia anche per i lavoratori in nero, con un indice nazionale di 2,6 decessi per occupati, l Italia si colloca in una posizione più sfavorevole rispetto alla media UE a 15 (2,3), anche se quasi in linea con quello registrato nell area Euro (2,5), che comprende Paesi assimilabili al nostro sia dal punto di vista dei sistemi assicurativi, sia di quello della omogeneità e completezza dei dati. Vi sono comunque Paesi con un tasso molto più alto come il Portogallo (6,5), l Austria (4,8) e la Spagna (3,5). Facendo riferimento ai numeri indice relativi al tasso di incidenza degli infortuni complessivi con anno di riferimento il 1998 (cfr. Fig. 1), l Italia si colloca nel 2005 al di sotto della media dell Europa a 15 (71 contro la media di 79,6), evi- Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati EUROSTAT Fig. 2 - Numeri indice relativi al tasso di incidenza degli infortuni mortali dell UE a 15 (1998=100), 2005 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati EUROSTAT 78 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 79

43 2.4 IL CONTESTO ITALIANO Le fonti ufficiali nazionali Passando alla situazione italiana, l INAIL, Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, rappresenta la fonte statistica istituzionale per gli infortuni sul lavoro in Italia. Essa opera secondo una pluralità di obiettivi, mirando al contenimento del fenomeno infortunistico, all assicurazione dei lavoratori che svolgono attività rischiose, nonché al reinserimento in attività dei lavoratori infortunati. A tali scopi l Istituto gestisce iniziative rivolte al monitoraggio continuo dell andamento dell occupazione e degli infortuni, alla formazione e consulenza delle piccole e medie imprese in materia di prevenzione, al finanziamento di iniziative rivolte alla sicurezza sul lavoro. In seguito alla firma del Protocollo d Intesa del 25 luglio 2002, le Regioni assieme alle Province Autonome e agli Istituti INAIL e ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) hanno convenuto sull esigenza di creare un sistema informativo nazionale unico ed integrato per la prevenzione degli infortuni, allo scopo di approfondire e migliorare la conoscenza del fenomeno infortunistico. Accanto all INAIL 11, perciò, l ISPESL mette oggi a disposizione una banca dati interattiva, che consente la consultazione delle serie storiche degli infortuni sul lavoro dal 1994 al 2006, delle caratteristiche delle aziende interessate per gli anni 2003, 2004 e 2005 e degli infortuni mortali. Le serie storiche degli infortuni sul lavoro sono costruite a partire dai dati forniti dall INAIL per le tre principali gestioni: Industria, Agricoltura e Conto Stato. Nello specifico, gli infortuni dal 1994 al 1999 fanno riferimento a dati definiti con indennizzo entro il 31 dicembre dell anno successivo a quello di riferimento, mentre le statistiche per il periodo sono relative ad infortuni con e senza indennizzo. Per quanto riguarda, invece, i dati relativi ai luoghi di lavoro, questi sono il risultato finale dell integrazione di diversi archivi: i Registri delle Imprese delle Camere di Commercio, gli archivi INPS delle aziende, i Censimenti delle attività produttive dell ISTAT. Le variabili disponibili consentono di realizzare un analisi territoriale del fenomeno infortunistico sotto due principali punti di vista: quello del lavoratore, per il quale è possibile tracciare un profilo generale dei caratteri, verificando eventuali correlazioni con la tipologia di infortunio, e quello dell infortunio vero e proprio, descrivendone la tipologia di danno provocato, la rischiosità legata al settore economico e la tipologia di luoghi a maggiore rischio sicurezza in un azienda. Il limite dell analisi, però, risiede nell incompletezza dell informazione, ossia nella presenza di dati mancanti a diversi livelli di dettaglio. Ai fini di una corretta interpretazione dei risultati, è utile ricordare alcune importanti definizioni attorno alle quali ruotano le principali elaborazioni statistiche. Le statistiche INAIL si suddividono in Infortuni sul lavoro, comprensive dei casi mortali, e Malattie professionali. Per quanto riguarda i primi, si rammenta che le norme legislative sull assicurazione obbligatoria contro gli infor- tuni prevedono la denuncia all INAIL di tutti gli infortuni, accaduti a lavoratori dipendenti o autonomi, che siano stati ritenuti non guaribili entro tre giorni, indipendentemente da ogni valutazione circa la ricorrenza degli estremi di legge per l indennizzabilità. Tali denunce giungono all INAIL attraverso la compilazione degli appositi moduli accompagnati dal certificato medico. Accanto a queste denunce, l Istituto viene a conoscenza di una parte degli infortuni con prognosi inferiore ai 4 giorni (le franchigie) attraverso i certificati medici che vengono inviati all INAIL dal medico curante o dal pronto soccorso. La banca dati dell INAIL contempla anche questa tipologia di casi per i quali, però, mancano alcune informazioni (es. il settore lavorativo, tipo di azienda, le modalità di accreditamento), presenti invece nei casi avvenuti e indennizzati dall INAIL. Infine, per le gestioni Industria, Servizi e Commercio sono riportati anche i casi mortali, ossia quelli in cui il decesso è avvenuto entro i 180 giorni dalla data dell infortunio (esclusi i casi per cui, in tale periodo, sono state verificate cause diverse da quelle professionali). Le malattie professionali, invece, sono denunciate dal datore di lavoro all Istituto assicuratore (denuncia corredata da certificato medico) entro i 5 giorni successivi alla manifestazione della malattia Il contesto nazionale Il quadro statistico nazionale relativo agli infortuni è stato di recente aggiornato e gli ultimi dati disponibili fanno riferimento al Verranno presi in considerazione e rielaborati i dati presenti sul sito dell INAIL. Tab. 5 Numero di infortuni e casi mortali, RIPARTIZ. INFORTUNI CASI MORTALI Nord Ovest Nord Est Centro Sud Isole Italia Fonte: dati INAIL banche dati statistiche Gli infortuni nell ultimo triennio hanno registrato in Italia una diminuzione del 2,9%, più accentuata nel Sud Italia (-6,2%) e al Nord Est (-3%) e in parte bilanciata dalla tendenza di segno opposto che ha interessato le Isole (+2,2%). Le regioni più virtuose sono state il Molise (-12,8%) e la Valle d Aosta (-10,3%); l unica regione dove il fenomeno ha subito un deciso aumento è la Sicilia (+4,9% nel triennio). Le morti bianche sono diminuite molto più degli infortuni (-5,7%); tale risultato dipende in particolar modo dalle dinamiche registrate nelle ripartizioni del Centro e del Sud (rispettivamente -17,3% e -15,5%), men- 80 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 81

44 tre le regioni del Nord nel complesso presentano un numero pressoché costante di casi mortali, anzi in lieve aumento specie al Nord Ovest. Tab. 6 - Numero degli addetti assicurati, Ripartiz Numero addetti Var. % Nord Ovest ,4 Nord Est ,2 Centro ,9 Sud ,8 Isole ,6 TOTALE ,5 Fonte: dati INAIL banche dati statistiche Per inquadrare meglio il fenomeno degli infortuni sul lavoro, occorre però rapportare i dati alla situazione occupazionale in termini di addetti 12, come riportato nella Tab. 6. Come si nota esiste un forte aumento degli assicurati al Sud/Isole, conseguenza sia di un allargamento della base occupazionale ma anche del recupero progressivo di una quota di irregolarità ed evasione degli obblighi contributivi. Anche il Nord Est mette a segno un aumento significativo. In questo senso le diminuzioni degli infortuni denunciati all INAIL diventano in termini relativi (se confrontate cioè con l andamento del numero degli addetti assicurati all INAIL preso come indicatore, per quanto approssimato, dell universo dei lavoratori) ancor più rilevanti nel territorio nazionale ed in particolare al Sud (+5,8% addetti ma -6,2% infortuni) e al Nord Est (+3,2% addetti e -3% infortuni). Ciò è ancor più comprensibile ed evidente se si rapporta direttamente il numero degli infortunati al numero degli addetti assicurati INAIL attraverso la costruzione del relativo indice; nella Tab. 7 si può osservare come il Nord Est sia il territorio con una maggior incidenza di infortuni, seguito dal Sud e dalle Isole a livelli nettamente più bassi. Nel triennio considerato il Nord Est fa rilevare perlomeno una riduzione significativa del tasso, che cala del 6,1%: solo il Sud, con un calo dell 11,3%, ha fatto meglio. Oltre al livello occupazionale, influiscono sul primato del Nord Est vari fattori come la specializzazione economica, la dimensione aziendale (con la prevalenza di aziende di piccole e piccolissime dimensioni), la conseguente cultura organizzativa aziendale prevalente, la tipologia di lavoratori sottoposti a rischio (elevata presenza di lavoratori stranieri regolari, per esempio). Infatti, in relazione alla specializzazione produttiva, il Ministero della Salute individua espressamente i settori a maggior rischio di infortuni: le costruzioni, l industria metalmeccanica 13 e i trasporti. Inoltre per quanto riguarda gli infortuni mortali, i settori dei trasporti e delle costruzioni risultano ai primi posti (più alto numero di morti in assoluto, un terzo dei quali dovuto a cadute dall alto); ma anche l agricoltura presenta un altissimo grado di rischio, con tutti gli indici di frequenza che si collocano a ridosso dei settori industriali più pericolosi (Ministero della Salute, 2006). Tab. 7 - Numero di infortuni per 100 addetti assicurati INAIL, per macroripartizione territoriale, Rapporto Infortuni/Addetti Ripartizione Nord Ovest 4,62 4,58 4,44 Nord Est 7,83 7,66 7,35 Centro 4,30 4,21 4,16 Sud 5,49 5,16 4,87 Isole 4,81 4,64 4,70 TOTALE 5,39 5,27 5,11 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Da questo punto di vista l analisi dell incidenza dei tre settori più a rischio sul totale dell occupazione evidenzia il primato in classifica del Nord Est, con uil 32,6%, dato che va messo in parallelo con il primato nel tasso di infortuni ma che da solo non è in grado di spiegare totalmente il forte evidenziato da quest ultimo indicatore. Infatti mentre per il tasso di infortuni il differenziale tra il valore del Nord Est e quello più basso (Centro) è del 77%, l analogo differenziale tra le quote di occupati nei settori a rischio scende solo al 37,5%. Dunque una parte della spiegazione del fenomeno va ricercata anche negli aspetti organizzativi aziendali e di cultura della sicurezza aziendale e personale dei lavoratori. Da non dimenticare anche il maggiore rispetto delle norme di legge e delle procedure relative alla denuncia degli infortuni in quest area rispetto ad altre aree ove invece esiste una maggiore evasione dagli obblighi di legge e quindi anche dalla denuncia degli infortuni, in particolare quelli di minore gravità. Tab. 8 - Incidenza degli addetti dei 3 settori più a rischio sul totale delle attività economiche, 2007 Settori economici Ripartiz. Metalmeccanica Costruzioni Trasporti Somma dei 3 Nord Ovest 14,9 10,0 5,3 30,2 Nord Est 16,9 11,0 4,7 32,6 Centro 7,4 9,2 15,3 31,9 Sud 9,8 13,4 5,7 28,9 Isole 5,1 13,0 5,6 23,7 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Tale quadro si modifica sostanzialmente se si considerano esclusivamente gli infortuni mortali, quelli cioè di maggiore gravità. In questo caso la fre- 82 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 83

45 quenza maggiore di incidenti (espressa sotto forma di tasso di incidenti mortali ogni assicurati) si verifica al Sud e nelle Isole, mentre il Nord Est scende al terzo posto in questa poco invidiabile graduatoria. Tale fatto sembrerebbe confermare la tesi della presenza di una sottostima del numero totale di infortuni soprattutto al Sud e nelle Isole, a causa di una maggiore quota di lavoro irregolare, che non è però in grado di nascondere gli incidenti più gravi come quelli che portano alla morte di un lavoratore. Dal punto di vista temporale va comunque segnalato il forte recupero in positivo del tasso di infortuni mortali che riguarda l area del Centro-Sud, con un calo costante nel tempo e dell ordine del 20% in un triennio. Il dato del nord-est resta invece sostanzialmente stazionario, dopo un picco nel Analogo l andamento del Nord Ovest, che però incrementa a fine triennio il valore del tasso del 2,8%, unico caso a livello italiano e che almeno simbolicamente trova rappresentazione nella tragedia della Thyssenkrupp di Torino, avvenuto alla fine dell anno. tano una diminuzione delle denunce in tale gestione, a dispetto della media nazionale, sono la Liguria (-14,5%) e il Veneto (-9,9%); quelle che al contrario registrano un aumento importante di casi sono le Marche (+45,5%), l Emilia Romagna (+22,1%) e la Toscana (+15,5%). Fig. 3 - Andamento delle malattie professionali denunciate all INAIL per macroripartizione, gestione Industria e Servizi Tab. 9 - Numero di infortuni mortali per addetti assicurati INAIL, per macroripartizione territoriale, Ripartiz Rapporto Inf. mortali/ Addetti Var. % Nord Ovest 5,6 6,6 5,8 2,8 Nord Est 7,2 7,6 7,2-0,4 Centro 6,3 6,2 5,2-18,1 Sud 12,3 11,1 9,8-20,2 Isole 10,8 10,7 9,9-7,6 Italia 7,3 7,6 6,8-8,0 Fonte: dati INAIL banche dati statistiche L altra tematica importante riguarda le malattie professionali che, grazie anche ad una maggior definizione, presa di coscienza e sensibilizzazione, negli ultimi anni sono state denunciate in numero sempre maggiore all INAIL: dal 2003 al 2007 l aumento in Italia è stato del 13% (+7% solo tra il 2006 e il 2007) e ha interessato in particolar modo le gestioni dell Agricoltura (+51,2%) e dei Dipendenti conto Stato le cui denunce sono passate da 229 a 391 (+70,7%). L analisi geografica consente di individuare andamenti distinti nell ultimo quadriennio a livello di macroripartizione territoriale e incidenze che in parte si discostano da quelle che caratterizzano gli infortuni. La Fig. 3, che riporta le malattie professionali della gestione Industria e Servizi, la più importante per significatività del fenomeno (incidenza al 2007 del 93%), evidenzia come al Nord Ovest ci sia addirittura un calo delle denunce tra il 2004 ed il 2006 mentre nelle altre ripartizioni il segno finale della variazione sia positivo con andamenti in parte altalenanti e un aumento di addirittura il 22,8% al Centro. Le regioni con un numero significativo di malattie professionali che presen- Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Tab Incidenza % del numero di denunce delle malattie professionali, gestione Industria e Servizi Ripartizione Nord Ovest 24,6 24,3 23,4 22,0 21,1 Nord Est 27,6 28,2 25,8 27,1 27,2 Centro 21,5 22,4 23,8 24,2 23,9 Sud 19,8 18,6 20,5 20,5 21,2 Isole 6,5 6,4 6,6 6,1 6,6 Italia 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Agricoltura e Dipendenti conto Stato, gestioni minori, si caratterizzano invece per il notevole aumento delle denunce, in misura significativamente maggiore che nell Industria e Servizi. In Agricoltura nell ultimo biennio, le malattie professionali denunciate aumentano del 14% (200 casi), localizzati per la quasi totalità al Sud e nelle Isole, solo in parte al Centro (e compensati dal calo verificatosi al Nord Est) IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 85

46 Tab. 11: Andamento del numero di denunce delle malattie professionali, gestione Agricoltura Ripartiz Variaz. % Nord Ovest ,5 Nord Est ,2 Centro ,0 Sud ,0 Isole ,5 Italia ,2 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Entriamo adesso nel dettaglio delle informazioni disponibili. Come si può vedere nella Fig. 4, gli infortuni complessivamente considerati (somma di temporanei, permanenti e mortali) dal 2000 decrescono in tutte le macroripartizioni italiane indicativamente della stessa misura tranne che nelle Isole, dove il fenomeno presenta un andamento altalenante con una variazione positiva nell insieme dei 6 anni considerati (+2,5%). Si tratta peraltro di un dato che va letto in parallelo con il fatto che tale ripartizione abbia fatto registrare nel medesimo periodo una delle crescite più elevate di occupati iscritti. Va segnalata invece la performance virtuosa ottenuta dalla ripartizione Sud che, pur in presenza di un forte aumento dei lavoratori assicurati, registra un calo del numero di infortuni. Fig. 4 - Numeri indice degli infortuni (temporanei, permanenti e mortali) per ripartizione geografica, Anno base=2000 Per un analisi più approfondita della situazione infortunistica nazionale è possibile utilizzare la banca dati interattiva dell ISPESL, consultabile sul sito internet dell istituto, le cui interrogazioni restituiscono dati aggiornati al La Tab.11 riporta la composizione degli infortuni per tipologia di evento: eventi in franchigia, eventi regolari senza indennizzo, eventi temporanei, eventi permanenti, eventi mortali. Gli eventi regolari senza indennizzo costituiscono una parte dei casi di invalidità temporanea, per i quali, pur trattandosi di eventi riconoscibili come veri e propri infortuni sul lavoro, l INAIL non ha erogato prestazioni economiche; quelli in franchigia comportano un assenza dal lavoro inferiore ai 3 giorni, quindi rappresentano un evento di gravità inferiore. Tra gli infortuni indennizzati, il 95,4% è costituito dai casi di invalidità temporanea; questo dato non varia molto nelle diverse ripartizioni territoriali. Tab Infortuni per tipologia di evento e per macroripartizioni geografiche, 2006 Ripartiz. Invalidità Invalidità Regolari Morte Franchigia temp. perman. senza inden. Totale Nord Ovest Nord Est Centro Sud Isole Italia Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL L analisi delle singole tipologie di infortunio evidenzia degli andamenti distinti: a diminuire di meno solo le invalidità permanenti che dal 2000 al 2006 registrano un calo dell 1,5%, precedute dalle morti (-9,7%) ed infine dalle invalidità temporanee (-11,5%). A livello territoriale si caratterizzano per discostarsi dal trend medio: le Isole che, come già affermato in precedenza per la totalità degli infortuni, presentano addirittura delle variazioni positive; le regioni del Sud per quanto riguarda le invalidità permanenti (-10,1%); per quanto riguarda i casi mortali sia il Nord Ovest (+4,4%) che il Nord Est (-25,1%). Dalla Tab. 13 si può notare come nell ultimo biennio diminuiscano maggiormente gli infortuni che riguardano lavoratori maschi (con l eccezione del Centro dove si verifica la stessa variazione percentuale) e, se si prende in considerazione l andamento degli infortuni per genere partendo dal 2000, si rileva addirittura una tendenza di segno opposto tra i generi (in Italia gli infortuni che riguardano le donne aumentano del 4,8%, a dispetto della diminuzione dell 11,1% di quelli che riguardano gli uomini). Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL 86 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 87

47 Tab Infortuni sul lavoro temporanei, permanenti e mortali (somma) per genere e per ripartizioni in Italia Ripartiz. Genere Nord Ovest Nord Est Centro Sud Isole TOTALE Var. % Var. % Femmine ,2-1,8 Maschi ,0-3,8 Totale ,1-3,3 Femmine ,7-0,7 Maschi ,0-2,4 Totale ,0-2,0 Femmine ,0-4,4 Maschi ,8-4,4 Totale ,3-4,4 Femmine ,3-5,5 Maschi ,7-6,5 Totale ,2-6,3 Femmine ,6 0,3 Maschi ,9-3,5 Totale ,5-2,8 Femmine ,8-2,4 Maschi ,2-3,9 Totale ,1-3,5 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Come già evidenziato per il contesto europeo, studiando l andamento dell età degli infortunati si osserva come dal 2002 al 2006, il peso percentuale dei lavoratori con meno di 34 anni che si infortunano diminuisce a discapito dei lavoratori con più di 35 anni e questo fenomeno risulta ancor più evidente al Sud e nelle Isole. Complessivamente si infortunano maggiormente i lavoratori che hanno tra i 25 e i 49 anni ed in particolar modo chi ha tra i 30 e i 39 anni (le stesse considerazioni valgono per il Nord Est). Approfondendo la tematica dei settori a rischio, si osserva un elevata incidenza degli infortuni (temporanei, permanenti e mortali) nel comparto manifatturiero pari al 30,5% nel 2006, in diminuzione però rispetto a quella esistente nel 2000 a favore di altre attività produttive per lo più rientranti nella macrocategoria dei servizi, che presentano quindi un incidenza maggiore. Nello specifico l incidenza per il settore delle attività immobiliari, noleggio e informatica aumenta dell 1%, dello 0,9% per i trasporti e la sanità, dello 0,8% per gli altri servizi ed infine dello 0,7% per le costruzioni. Risulta interessante approfondire la distribuzione degli infortuni per settori produttivi a livello territoriale in quanto emergono delle sostanziali differenze tra le macroripartizioni: per il solo comparto manifatturiero si passa nel 2006 dall incidenza del 15,8% delle Isole al 35,3% del Nord Est. Ciò si deve ad una diversa specializzazione e caratterizzazione produttiva del territorio, in termini di addetti impiegati: infatti l incidenza degli addetti al Nord Est per il manifatturiero è del 35% e nelle Isole del 15,1% (in questo caso in linea con l incidenza degli infortuni). Tab Composizione % degli infortuni sul lavoro temporanei, permanenti e mortali (somma) per settore produttivo, 2006 Nord Ovest Nord Est Centro Sud Isole A Agricolt., caccia e silvicolt. 0,4 0,8 0,6 0,8 0,7 B - Pesca 0,0 0,1 0,0 0,2 0,1 C Estraz. minerali 0,2 0,2 0,4 0,2 0,5 D Attiv. manifattur. 34,4 35,3 25,5 25,2 15,8 E Produz. e distribuz. energia, gas e acqua 0,6 0,6 0,8 0,6 1,3 F - Costruzioni 13,8 14,6 14,9 14,4 16,3 G - Commercio 10,2 10,2 11,4 10,1 12,3 H Alberghi e ristor. 3,9 4,6 5,1 3,7 4,7 I Trasporti, magazzin. e comunicaz. 10,1 8,5 10,1 9,9 9,8 J Intermediaz. monet. e finanziaria 0,9 0,6 0,9 0,5 0,6 K Attiv. immobil. noleggio, inform., altro 7,7 6,3 8,4 6,3 6,8 L Pubbl. amministraz. e difesa 2,9 2,8 3,1 3,5 6,1 M - Istruzione 0,5 0,4 0,3 0,4 0,9 N Sanità e altri servizi sociali 4,5 3,5 3,8 5,0 5,4 O Altri servizi pubbl. sociali e personali 3,6 2,5 5,1 5,8 5,5 P Servizi domestici - 0,0 0,0-0,0 Q Organizzaz. ed organismi extraterrit. - 0,0 0,0 0,0 0,0 Dato assente o errato 6,5 9,1 9,7 13,5 13,3 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL I principali agenti di infortunio in Italia, che nel complesso rappresentano più della metà dei casi (tra quelli determinati) del complesso degli infortuni temporanei, permanenti e mortali nel 2006 sono gli ambienti (33,8%), i mezzi di sollevamento (18%) e i materiali, le sostanze e le radiazioni (17,2%). Lo studio delle principali cause infortunistiche a livello di macroripartizioni territoriali evidenzia una netta predominanza al Centro, Sud e Isole degli ambienti di lavoro, con percentuali superiori al 35,5%, raggiungendo il 43,9% nelle Isole. Per quanto concerne gli infortuni in itinere 15, che sono stati adottati dalle statistiche dell INAIL solo a partire dal 2000, sono rapidamente cresciuti negli ultimi anni fino ad arrivare nel 2006 all 11,7% del totale degli eventi temporanei, permanenti e mortali (9,3% se si considerano anche gli eventi in franchigia 88 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 89

48 e quelli regolari senza indennizzo). L aumento più consistente del peso degli infortuni in itinere si verifica per i casi mortali (anche se il raffronto con il 2000 può essere un po falsato dal fatto che è stato il primo anno di rilevazione da parte dell INAIL di tali eventi); i permanenti aumentano del 9,8% e i temporanei del 7,9%. La fotografia degli incidenti in itinere occorsi nel 2006 evidenzia come l 87,6% abbiano conseguenze temporanee, il 5,8% siano permanenti ed il 5,3% rientrino tra i casi regolari senza indennizzo. Osservando invece il peso relativo degli incidenti in itinere sul totale dei casi per tipologia di evento definita dall INAIL, emerge come incidano significativamente tra gli eventi mortali (con il 21,4%, anche se in calo rispetto al 2003 di 4,4 punti percentuali) ed in particolare al Nord Est (cfr. Tab. 15). Inoltre si può affermare in generale e per tipologia di eventi che il massimo di incidenza si registri al Nord Ovest ed il minimo al Sud. Fig. 5 - Composizione % degli agenti di infortunio, 2006 La lettura dei dati dal punto di vista degli incidenti stradali (Tab. 16) mette in evidenza come più dei tre quarti di questi ultimi con conseguenze temporanee o permanenti siano in realtà incidenti in itinere. Invece il peso degli infortuni in itinere sul totale dei casi mortali si attesta al 2006 al 40% (in deciso calo rispetto al 2004). I settori più a rischio in merito agli infortuni in itinere, ossia dove l incidenza sul totale degli infortuni temporanei, permanenti e mortali è maggiore, appartengono tutti al terziario: l intermediazione monetaria e finanziaria (nel 2006 pesano addirittura per il 50,9%), l istruzione e le attività immobiliari, noleggio, informatica e ricerca (con poco più del 20%) e la sanità e gli altri servizi sociali. Tab Incidenza degli infortuni considerati in itinere sul totale degli incidenti stradali, Ripartiz. temp perm mort temp perm mort temp perm mort Nord Ovest 83,7 80,2 60,1 81,0 85,6 43,2 85,6 91,7 43,5 Nord Est 83,9 79,8 64,1 76,6 78,5 50,0 77,9 80,6 47,5 Centro 81,2 75,5 67,5 71,5 75,3 39,0 74,3 79,3 28,6 Sud 67,7 61,1 50,7 64,4 65,8 37,0 67,0 73,6 37,6 Isole 64,7 59,7 67,5 55,6 60,9 28,1 64,2 69,1 33,3 Totale 81,2 75,3 62,0 74,8 76,8 41,4 77,9 81,6 39,8 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL 2.5 GLI INFORTUNI IN FRIULI VENEZIA GIULIA: UN QUADRO GENERALE Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Tab Incidenza percentuale degli infortuni in itinere sugli infortuni complessivi per ciascuna tipologia di evento, 2006 Ripartiz. Eventi temporanei Eventi mortali Eventi permanenti Eventi in franchigia Eventi reg. senza indennizzo Nord Ovest 13,5 24,5 20,1 0,7 4,9 Nord Est 12,1 26,8 17,5 0,4 5,1 Centro 11,7 15,3 18,0 0,8 6,8 Sud 6,4 16,7 9,6 0,2 4,0 Isole 8,4 19,4 11,9 0,3 5,8 Totale 11,5 21,4 16,4 0,5 5,2 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Il Rapporto dell INAIL per l anno 2008 fornisce dati di sintesi sull andamento infortunistico nelle diverse regioni italiane, offrendo anche quadri di confronto interregionali sulla base dei principali indicatori del fenomeno. La frequenza infortunistica viene calcolata come numero di infortuni indennizzati per addetti INAIL, esclusi i casi in itinere; il dato è calcolato come media dell ultimo triennio consolidato, ossia Nella graduatoria delle regioni italiane, stilata rispetto a tale indice di frequenza per il settore industria e servizi, il Friuli Venezia Giulia occupa il secondo posto preceduto dalla regione Umbria, riportando un indice di frequenza di inabilità temporanea pari a 41,65, di inabilità permanente pari ad 1,91 e di morte pari a 0,05, contro una media italiana che segnala un indice di frequenza di invalidità temporanea uguale a 29,03, permanente pari a 1,69 e di morte pari a 0,06. Si tenga conto che l ultima posizione è occupata dalla regione Lazio con i migliori valori dell indice: 19,37 per l inabilità temporanea, 1,31 per quella permanente e 0,05 per l infortunio mortale. Nel 2007, invece, si segnala un lieve calo degli infortuni registrati in Friuli rispetto al 2006 (-0,6%), con un passaggio da eventi a Tale 90 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 91

49 diminuzione è comunque esigua se confrontata con la maggior parte delle regioni italiane e con la variazione media (-1,7%) registrata sull intera penisola. Solo la Sicilia (+4,1%) è interessata da un deciso incremento dei casi infortunistici, mentre sono in aumento, ma con un incidenza sicuramente inferiore, i casi avvenuti nella Provincia Autonoma di Bolzano (+0,4%), nel Lazio (+0,5%) e in Calabria (+0,4%). Spostando l attenzione sugli infortuni con conseguenze mortali, le cosiddette morti bianche, la lettura delle variazioni registrate nel periodo pone in evidenza che la diminuzione dei casi in regione (-16,7%) è di 4 punti superiore a quella osservata per l Italia (-12,8%) e di circa 10 punti superiore al calo registrato nell intero Nord-Est (-7,0%). Per quanto riguarda invece un confronto basato sull indice di gravità degli infortuni 16 che misura in maniera confrontabile l entità complessiva del danno infortunistico, il Friuli Venezia Giulia occupava nel 2006 la ventesima posizione, con un indice pari a 3,6 (al primo posto la Calabria con 9,4). La posizione risulta migliorata rispetto al 2001 (quando era diciassettesima), e il Friuli Venezia Giulia è oggi la seconda regione in Italia per indice di gravità minore, così come riportato in Tabella 17, preceduto solo dalla Provincia Autonoma di Trento (3,56). Tab Posizionamento delle regioni italiane in base all indice di gravità, Regione Posizione 2000 Posizione 2006 Confronto posizione Piemonte 3,2 3, Valle D Aosta 4,4 5, Lombardia 3,4 3, Liguria 4,4 4, Totale Nord-Ovest 3,5 4,0 Veneto 3,2 3, Friuli Venezia Giulia 3,7 3, Emilia Romagna 3,9 3, Prov. Aut. di Bolzano 3,7 4, Prov. Aut. di Trento 3,5 3, Totale Nord-Est 3,6 3,8 Toscana 4,6 5, Umbria 5,1 5,5 8 8 = Marche 5,0 3, Lazio 4,3 5, Totale Centro 4,7 5,3 Abruzzo 4,8 4, Molise 5,9 6,2 5 5 = Regione Posizione 2000 Posizione 2006 Confronto posizione Campania 7,1 7,8 2 2 = Puglia 5,1 4, Basilicata 5,5 6, Calabria 7,2 9,4 1 1 = Totale Sud 5,9 6,0 Sicilia 6,1 7,8 3 3 = Sardegna 5,9 5, Totale Isole 6,0 7,0 Totale Italia 4,2 4,6 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Valutando gli infortuni sulla base dei giorni di lavoro persi e il monte ore annuale di lavoro in regione, il Friuli Venezia Giulia riporta risultati sicuramente migliori se confrontati con le altre regioni italiane, nonostante un indice sintetico che lo colloca al secondo posto in Italia per frequenza degli infortuni. Questi risultati, apparentemente contraddittori, portano in realtà a concludere che il fenomeno infortunistico in regione è caratterizzato da un alta frequenza di eventi, ma da un ridotto indice di gravità: ossia, tenendo conto della dimensione occupazionale regionale (misurata in numero di operai per anno oppure numero di ore totali lavorate), le giornate perse per infortuni sono relativamente inferiori alle altre realtà regionali. Da ciò ne discende che per contenere ulteriormente il fenomeno in Friuli Venezia Giulia appare necessario operare su due versanti secondo strategie diversificate ma coordinate: da un lato appare prioritario diminuire il numero degli incidenti nel loro complesso, che risulta particolarmente alto in termini relativi e che si concentra soprattutto nelle categorie di danno infortunistico più lievi. Se il problema da affrontare è quello di una elevata diffusione di incidenti di limitata gravità media, appare necessario operare attraverso una azione capillare di costruzione di una maggiore e più cosciente cultura della sicurezza presso tutti i lavoratori, concentrandosi soprattutto su quegli atteggiamenti di base legati all attenzione costante verso il proprio ambiente di lavoro e verso le regole generali dell operare in sicurezza: saper identificare in anticipo possibili ambienti, attività e momenti a rischio di infortunio; mettere in atto strategie preventive elaborate anche a partire dall analisi dei quasi incidenti che rappresentano delle vere e proprie spie in grado di individuare possibili rischi ma soprattutto di elaborare modalità pratiche ed operative in grado di evitare il ripetersi di tali situazioni che potrebbero dare origine ad incidenti più gravi e a conseguenti infortuni dei lavoratori; dall altro lato appare necessario operare per contenere in maniera ancora maggiore il numero degli infortuni: se è ben vero che rispetto ad altre situa- 92 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 93

50 zioni regionali il quadro è favorevole, sappiamo anche che il peso sociale ed economico degli infortuni più gravi è tale che appare necessario perseguire come obiettivo finale il livello zero, anche per ottenere quegli obiettivi intermedi posti dall Unione Europea e che prevedono una forte riduzione dai livelli attuali. In questo caso è necessario concentrare l attenzione verso i settori ed i comportamenti più a rischio di infortuni gravi, come ad es. le lavorazioni in altezza, quelle in scavo, quelle in ambienti con presenza di sostanze altamente infiammabili o ad alta temperatura, ecc. Fondamentale diventa in questo caso il possesso di specifiche competenze, ai diversi livelli di responsabilità, tese ad organizzare il lavoro e l ambiente di lavoro in maniera adatta a prevenire gli infortuni, come pure il rigido rispetto di regole di lavoro ben precise e l utilizzo sistematico dei previsti dispositivi di protezione individuale. infortunistica, si registra nel 1993, con un calo di infortuni dal 1992 e un immediato incremento di nel 1994; si tratta infatti di un anno particolarmente critico per l economia nazionale e regionale, in cui si è registrata una forte diminuzione dell attività produttiva. In Fig. 7, invece, è riportato un confronto dei numeri indice a base fissa degli infortuni nelle regioni del Nord Est: il grafico indica un andamento decrescente per tutte le regioni, anche se la Provincia Autonoma di Bolzano si discosta dalle altre realtà locali per una fase crescente tra il 2002 e il 2004 ed una successiva fase di declino, non particolarmente accentuata, nel biennio successivo. Il Friuli Venezia Giulia si colloca tra le regioni più virtuose del Nord Est. Fig. 7- Numeri indice degli infortuni (temporanei, permanenti e mortali) nel Nord Est. Anno Base=2000 Fig. 6- Infortuni avvenuti e denunciati all INAIL in FVG, gestione Industria e Servizi, Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL La serie storica degli infortuni denunciati all INAIL relativi alla gestione Industria e Servizi 17 (Fig. 6), pur essendo il risultato di diverse fonti statistiche non perfettamente omogenee, conferma un andamento particolarmente oscillante nel tempo, quasi ciclico: il 1977 registra il valore massimo della serie, contando infortuni, mentre il valore minimo è riferito al 1985 con infortuni. Si osservi, comunque, che gli infortuni subiscono una forte diminuzione nel periodo 1979/85: essi, infatti, calano di anno in anno e in maniera piuttosto lineare negli anni, raggiungendo il minimo proprio nel 1985 e riportando una variazione complessiva pari a -45,4% nel periodo; una seconda fase che va dal 1985 al 2001 vede complessivamente una crescita degli infortuni, sia pur con trend non costanti; una terza fase, dal 2001 al 2005, evidenzia invece la ripresa di un costante trend negativo. Si noti che le variazioni osservate dal fenomeno negli ultimi dieci anni risultano molto più contenute che in passato; un dato anomalo, nell osservazione della dinamica Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Entrando nel merito delle caratteristiche generali del fenomeno infortunistico in regione, la Tabella 18 evidenzia l andamento degli ultimi tre anni del fenomeno infortunistico distinguendo i casi di infortuni mortali. Il numero complessivo di infortuni è tendenzialmente stabile, mentre purtroppo il numero dei casi mortali è complessivamente aumentato. Da punto di vista territoriale la maggioranza dei casi si concentra, in valore assoluto, nella provincia di Udine, seguita al secondo posto da quella di Pordenone e quindi da Trieste e Gorizia. 94 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 95

51 Tab. 18 Numero di infortuni e casi mortali in FVG, Provincia Infortuni Casi mortali GORIZIA PORDENONE TRIESTE UDINE FVG Fonte: dati INAIL banche dati statistiche Ovviamente tale ripartizione segue a grandi linee la ripartizione del numero degli occupati (Tab. 19), che indica anche il costante trend positivo del numero degli addetti assicurati che nel triennio cresce di oltre il 4%, anche se scostamenti significativi emergono da una analisi dei dati normalizzati, espressi nella Tabella 20 sotto forma di infortuni ogni 100 addetti assicurati. Da essa emerge in maniera incontrovertibile la maglia nera rivestita dalla Provincia di Gorizia, che presenta un tasso di infortuni per 100 addetti pari a circa 10, rispetto ad una media regionale oscillante attorno al valore di 7. Al secondo posto viene la Provincia di Pordenone, con valori prossimi alla media regionale, che però sale al primo posto se si considera la variazione temporale: è infatti l unica provincia regionale con un tasso in crescita nel triennio, a differenza delle altra che hanno fatto segnare dei cali anche di un certo valore. Udine e Trieste presentano dati molto simili e inferiori a quelli medi regionali. Appare evidente il peso che in tali andamenti assume la diversa composizione del tessuto produttivo locale: in particolare la Provincia di Gorizia viene penalizzata dalla presenza di un grande polo della navalmeccanica che tradizionalmente presenta rischi di infortunio molto elevati, per la compresenza di molteplici condizioni di rischio. Anche il secondo posto di Pordenone può essere certamente posto in relazione con la sua forte vocazione industriale, in particolare nel settore metalmeccanico. L ultimo posto di Trieste va invece posto in relazione con la forte presenza di attività terziarie che presentano oggettivamente minori rischi infortunistici. Tab Numero degli addetti assicurati in FVG, Provincia 2005 Numero addetti Var. % GORIZIA ,9 PORDENONE ,8 TRIESTE ,6 UDINE ,2 FVG ,4 Fonte: dati INAIL banche dati statistiche Tab Numero di infortuni per 100 addetti assicurati INAIL, per provincia, Rapporto Infortuni/Addetti Provincia GORIZIA 10,35 10,06 9,68 PORDENONE 6,96 6,99 7,08 TRIESTE 6,52 6,30 6,08 UDINE 6,93 6,76 6,50 FVG 7,20 7,06 6,89 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Tab Frequenze relative d infortunio per addetti, per provincia, regione e tipo di conseguenza. Media triennio 2004 / 2006 Tipo di conseguenza Provincia Inabilità temporanea Inabilità permanente Morte Totale GORIZIA 55,3 2,38 0,05 57,73 PORDENONE 36,89 1,44 0,08 38,42 UDINE 34,57 2,14 0,04 36,75 TRIESTE 29,97 2,07 0,03 32,07 FVG 36,46 1,95 0,05 38,46 ITALIA 27,67 1,77 0,07 29,52 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche In modo ancora più approfondito possiamo considerare i dati relativi agli indici di rischio, calcolati dall INAIL su base triennale, utilizzando dei dati più consolidati sia per quanto riguarda gli infortuni che per il calcolo degli addetti assicurati (mutuando anche la metodologia utilizzata a livello europeo). Possiamo così notare come il Friuli Venezia Giulia presenti complessivamente un tasso di rischio superiore alla media italiana, in particolare per quanto riguarda l inabilità temporanea, mentre il tasso di rischio per quanto attiene agli infortuni mortali è per fortuna più basso in regione, rispetto alla media nazionale. Tuttavia il rischio infortunistico non si distribuisce omogeneamente su tutto il territorio regionale, come abbiamo già visto prima in termini generali. Possiamo infatti notare dei valori di rischio molto elevati riscontrati all interno della Provincia di Gorizia, con un valore complessivo che risulta quasi doppio rispetto alla media italiana (57,73 contro 29,52). In particolare in questa provincia risulta molto significativo il rischio di inabilità temporanea (55,3 contro la media regionale del 36,46) mentre l inabilità permanente presenta sì il valore più elevato a livello regionale, tuttavia lo scarto tra il valore provinciale e quello medio regionale risulta più contenuto (2,38 contro 1,95). Più significativo invece il rischio di infortuni mortali all interno della Provincia di Pordenone, che presenta il valore più elevato in regione con 0,08 infortuni mortali per 1000 addetti nel triennio , valore superiore a quello medio nazionale. 96 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 97

52 Infine le Province di Udine e Trieste presentano un tasso di rischio inferiore rispetto alla media regionale (rispettivamente 36,75 e 32,07 il valore complessivo dell indice), tuttavia anche in queste province il rischio di infortuni complessivo risulta superiore rispetto alla media nazionale. Tab. 22 Posizione nelle graduatorie nazionali di frequenze relative d infortunio per provincia, regione e tipo di conseguenza. Confronto Media triennio 2004/2006 e 2003/ Provincia Inab. Temp. Inab. Perm. Morte Totale GORIZIA PORDENONE UDINE TRIESTE FVG Inab. Temp. Inab. Perm. Morte Totale GORIZIA PORDENONE UDINE TRIESTE FVG Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Il tasso di rischiosità elevato registrato in Provincia di Gorizia è confermato anche dalla posizione detenuta nel ranking delle province italiane: Gorizia figura, infatti, al primo posto per il tasso complessivo di rischiosità e rimare stabilmente a tale posto nel corso degli anni Nella Tab. 22 abbiamo riportato le posizioni detenuti dalle Province del Friuli Venezia Giulia fra la graduatoria delle 103 province italiane, per i diversi aspetti di conseguenza dell infortuni e per l indice complessivo di rischiosità, per due differenti trienni il e il Dato che il tasso viene elaborato dall INAIL su base triennale, le differenze temporali riportate all interno della Tab. 22 sono da imputarsi esclusivamente alle differenze registrate nei due anni estremi, il 2003 e il In questi due trienni c è stata una generale tendenza alla riduzione del tasso di rischio, a livello nazionale, il tasso di rischio complessivo passa, infatti, dal 30,79 del al 29,52 del Benché il Friuli Venezia Giulia partisse da una posizione più critica con un tasso di rischio complessivo pari a 43,61, nel la nostra regione ha registrato un decremento ancora più significativo con un calo complessivo di 5,15 punti per mille, attestandosi ai 38,46 infortuni per mille addetti. Questa buona performance ha permesso alla nostra regione di scalare una posizione fra le regioni con un più elevato tasso di rischio, posizionandosi al terzo posto (mentre nel figurava al secondo, preceduta solo dall Umbria) nel , la nostra regione è stata sopravanzata dall Emilia Romagna, fra le regioni con il più elevato tasso di rischio infortunistico. Vi è stato un calo in tutte e quattro le province del tasso complessivo di rischio, in termini assoluti, dal al , anche se tale calo ha avuto delle conseguenze sulla posizioni detenute dalle singole province soltanto per le Province di Udine, Pordenone e Trieste, che hanno sensibilmente migliorato il loro posizionamento all interno di questa graduatoria, mentre la Provincia di Gorizia, pur abbassando il suo tasso di rischio dal 61,24 del al 57,73 del , rimane ancora la provincia italiana con il più elevato rischio di infortuni sul lavoro. Anche in questo caso possiamo notare come il fenomeno infortunistico si caratterizzi in regione per la preponderanza degli infortuni che hanno come conseguenza soltanto un inabilità temporanea, mentre la nostra regione e le quattro province presentano posizioni più favorevoli per quanto riguarda gli infortuni che hanno come conseguenze inabilità permanenti o la morte dell infortunato. Tab Frequenze relative d infortunio per provincia e per settore di attività economica, media triennio 2004/2006 (evidenziati in grigio gli scostamenti più significativi dalla media regionale) Settori di Attività Economica Gorizia Pordenone Udine Trieste FVG A AGRINDUSTRIA 34,88 35,4 49,93 61,54 41,72 B PESCA ,33 C ESTRAZ. MINERALI 37,91 27,56 34,34 61,9 35,03 DA IND. ALIMENTARE 36,66 29,73 32,92 22,22 30,56 DB IND. TESSILE 54,56 47,03 22,86 72,15 42,02 DC IND. CONCIARIA - 74,07 29,5-31,44 DD IND. LEGNO 52,58 51,41 53,03 51,03 52,33 DE IND. CARTA 80,9 29,14 35,64 28,06 36,05 DF IND. PETROLIO ,09-10,14 DG IND. CHIMICA 46,15 42,12 30,29 12,84 29,68 DH IND. GOMMA 55,49 51,76 51,82 65,48 52,5 DI IND. TRASFORMAZ. 83,89 71,09 65,2 47,14 68,91 DJ IND. METALLI 97,11 62,15 73,01 112,05 72,53 DK IND. MECCANICA 52,8 48,56 31,31 72,94 45,32 DL IND. ELETTRICA 27,73 16,31 19,13 29,67 20,95 DM IND.MEZZI TRAS. 166,57 59,7 62,5 17,63 106,36 DN ALTRE INDUSTRIE 61,82 40,11 35,78 33,35 39,2 D TOT. IND. MANIF. 89,48 48,52 44,65 43,18 50,71 98 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 99

53 Settori di Attività Economica Gorizia Pordenone Udine Trieste FVG E ELET. GAS ACQUA 25,97 20,99 24,14 63,64 25,32 F COSTRUZIONI 67,49 59,93 54,13 56,34 57,43 G50 COMM. RIP. AUTO 27,97 28,83 31,78 24,82 29,52 G51 COMM. INGROSSO 28,02 19,31 19,76 15,28 19,66 G52 COMM. DETTAGLIO 25,53 20,33 21,57 27,25 23 G TOT. COMMERCIO 26,7 21,51 22,96 23,59 23,08 H ALBERG. E RIST. 31,86 26,93 29,86 39,78 31,45 I TRASPORTI 42,69 40,65 37,56 33,14 37,42 J INTERM. FINANZ. 2,05 2,9 1,76 3 2,29 K ATT.IMMOBILIARI 30,87 17,99 20,31 27,07 22,49 L PUBBLICA AMMIN. 18,83 15,28 18,46 16,52 17,29 M ISTRUZIONE 14,44 8,55 7,35 4,5 7,63 N SANITÀ 62,21 23,21 31,1 34,99 31,42 O SERV. PUBBLICI 27,17 22,22 21,45 29,76 24,33 X ATT. NON DETER. 55,66 33,39 112, ,51 - TOTALE 57,73 38,42 36,75 32,07 38,46 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL banche dati statistiche Per investigare l origine delle differenze riscontrate a livello territoriale abbiamo analizzato i tassi di rischio all interno dei diversi settori economici. In questo caso bisogna porre particolare attenzione alla qualità dei dati: si può infatti notare come fra le diverse categorie economiche, alcuni infortuni non siano attribuibili ad un determinato comparto economico (categoria X). Tale situazione, che coinvolge mediamente un quarto di tutti gli infortuni avvenuti in regione, è spiegabile, secondo le pubblicazioni dell INAIL, dal fatto che amministrativamente non vi è l obbligo di comunicazione dell infortunio per tutti gli infortuni che hanno, come conseguenza, un assenza dal lavoro non superiore ai 3 giorni. Si tratta quindi generalmente di infortuni abbastanza lievi, tuttavia bisogna considerare anche questo importante limite conoscitivo, che potrebbe causare alcune distorsioni nella lettura dei dati. In particolare tale fenomeno pare abbastanza diffuso all interno della Provincia di Udine, dove le attività non determinate presentano un tasso di rischiosità significativamente molto elevato rispetto alle altre province, 112,92 infortuni per mille addetti, nel triennio Chiaramente imporre alle aziende tale comunicazione, anche per infortuni di lieve entità, potrebbe comportare un ulteriore aggravio amministrativo, difficilmente accettabile, tuttavia sarebbe importante cercare di limitare il numero di infortuni di cui non si conosce il settore economico di provenienza, perché questa mancanza potrebbe inficiare non solo la qualità degli studi in questo settore, ma anche l efficacia delle politiche intraprese per la sicurezza. Una seconda attenzione particolare va riposta sulla consistenza dei singoli settori in termini di occupazione: in settori con un numero relativamente contenuto di occupati, anche pochi infortuni sul lavoro possono determinare un incremento significativo del tasso di rischiosità. Tale fenomeno parrebbe essere il caso del settore della pesca in provincia di Pordenone, rappresentato da poche aziende di piscicoltura, di dimensioni contenute in termini di occupati, sulla base dei quali, probabilmente, anche pochi infortuni hanno determinato un indice di rischiosità relativamente molto elevato, addirittura il più elevato di tutto il quadro regionale; tuttavia il dato appare chiaramente distorto a livello locale, dato che la media regionale in questo settore è decisamente più contenuta e non risulta quindi influenzata dal valore della provincia di Pordenone. Venendo all analisi dei dati medi regionali troviamo conferma di quanto già espresso nei precedenti paragrafi sulla situazione europea e nazionale, e cioè che il settore delle costruzioni presenta il tasso di rischiosità più elevato fra i diversi macrosettori economici (escludendo le attività non determinate), con un indice di 57,43 infortuni su 1000 addetti nel triennio Dopo il settore delle costruzioni, l industria manifatturiera presenta, a livello regionale, il secondo indice di rischiosità più elevato con un valore di 50,71 infortuni per addetti. Tuttavia il settore manifatturiero è al suo interno molto eterogeneo, anche per quanto attiene alla rischiosità dei singoli comparti economici: andando a leggere i valori di rischiosità dei singoli comparti industriali notiamo, infatti, come alcune manifatture presentano dei tassi di rischio molto contenuti come ad esempio il settore petrolchimico (10,14 l indice dell industria petrolifera e 29,68 per l industria chimica), mentre all opposto l industria pesante (lavorazione dei metalli, costruzione dei mezzi di trasporto) insieme all industria di trasformazione, presenta indici di rischiosità decisamente elevati, superiori non solo alla media industriale, ma anche all indice di rischiosità del settore edile. Considerando sia i macrosettori che i settori, la graduatoria delle attività maggiormente rischiose vede quindi al primo posto l industria di produzione dei mezzi di trasporto, tra cui spicca in regione la cantieristica, con un valore di oltre 106 (il che significa che in media un lavoratore su 10 si infortuna ogni anno), seguita dall industria metallurgica con oltre 76, al terzo posto l industria di trasformazione dei minerali non metalliferi (ad es. lavorazione della pietra) con quasi 69, e infine solo al quarto posto l industria delle costruzioni. Seguono poi quasi appaiate le industrie del legno e della gomma, con 52 (che significa comunque un infortunio denunciato all anno ogni 20 lavoratori). Dopo il settore industriale anche quello agricolo presenta un tasso di rischiosità superiore alla media dell intera economia con 41,72 infortuni su mille addetti. Anche se in misura più contenuta, il settore agricolo conferma quindi anche in regione un incidentalità tradizionalmente piuttosto elevata. 100 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 101

54 Possiamo infine notare come il settore del commercio e dei servizi presentino dei tassi di rischiosità relativamente più contenuti con valori significativamente inferiori al valore medio complessivo. All interno del settore dei servizi soltanto i trasporti presentano un tasso di rischiosità superiore agli altri comparti, con valori che si mantengono comunque al di sotto del valore medio complessivo. Scendendo a livello provinciale risulta interessante investigare in primo luogo la composizione del rischio all interno della Provincia di Gorizia dove, ricordiamo, il rischio infortunistico non solo è il più elevato in regione, ma addirittura a livello nazionale. In questa Provincia diversi sono i settori economici che presentano degli indici di rischio sensibilmente superiori alla media regionale: ad esempio la carta (80,9 contro una media regionale di 36,05) le costruzioni (67,49 contro 57,43), la sanità (62,21 contro una media di 31,42) e i trasporti (42,69 rispetto alla media regionale di 37,42); ma appare evidente come la cattiva performance della Provincia di Gorizia sia trainata soprattutto dall elevato tasso di rischio dell industria manifatturiera con un indice complessivo di 89,48 infortuni su 1000 addetti, nel triennio , valore dell 80% superiore a quello medio regionale di comparto. La Provincia di Gorizia, rispetto alle altre tre province del Friuli Venezia Giulia, è l unica che presenta al primo posto, per indice di rischiosità, proprio la manifattura, con un indice complessivo superiore rispetto al comparto edile, che invece a livello regionale risulta essere quello con una maggiore frequenza di infortuni. Tuttavia anche all interno della Provincia di Gorizia il rischio infortunistico non si distribuisce in maniera uniforme all interno delle diverse manifatture: possiamo notare come in particolare 2 settori si caratterizzino per indici di rischio sensibilmente elevati: l industria dei metalli con un tasso pari a 97,11 e l industria dei mezzi di trasporto con un valore pari a 166,57, valore molto elevato, che probabilmente influenza anche la media regionale in questo settore industriale: notiamo, infatti, che questo comparto economico presenti dei valori sensibilmente inferiori nelle altre tre province. In Provincia di Gorizia si sommano in questo caso due fattori che contribuiscono ad elevare il tasso di rischio industriale e quindi quello complessivo: vi è una maggiore rischiosità delle imprese dell industria pesante, rispetto alla media regionale, probabilmente legata a determinati tipi di produzione che si svolgono in questa provincia, e contemporaneamente c è una maggiore occupazione all interno di questi settori a maggior rischio infortunistico, cosa che determina una crescita degli avvenimenti infortunistici, sia in termini assoluti che relativi. Secondo i più recenti dati ASIA, nel 2005, il settore della fabbricazione dei mezzi di trasporto occupava, in Provincia di Gorizia, il 21,1% degli addetti del settore manifatturiero, contro una media regionale del 3,9%. È chiaro quindi che la combinazione di questi due fattori determini la crescita del tasso di incidentalità della Provincia di Gorizia: tuttavia tale concentrazio- ne potrebbe facilitare anche l adozione di politiche preventive più efficaci, se concentrate in maniera prioritaria su questi pochi settori, che combinano un maggior rischio infortunistico con un più forte tasso di occupazione, piuttosto che diffuse sull intera economia. Peraltro anche tali riflessioni non sono in grado di spiegare esaurientemente i maggiori tassi di rischiosità rilevati in provincia di Gorizia anche in settori extra-industriali come quelli relativi alla sanità, ai servizi privati, all istruzione: sembra quasi che l area si caratterizzi per una minore diffusione di una cultura generale della sicurezza, che si esplicita in una maggiore infortunistica anche in settori complessivamente a rischio molto basso (ad es. l istruzione). La posizione transfrontaliera della Provincia potrebbe essere chiamata a parziale spiegazione di tale differenziale generale, nel senso che in tale provincia esiste certamente un maggiore flusso di lavoratori transfrontalieri per i quali l acquisizione di una adeguata cultura della sicurezza potrebbe essere più difficoltosa. Per quanto riguarda le altre province, merita mettere in evidenza alcuni significativi fenomeni. In primo luogo la Provincia di Trieste, pur facendo rilevare i tassi complessivi di infortunistica più bassi della regione, presenta curiosamente in alcuni comparti dei picchi dei tassi che raggiungono valori significativamente superiori a quelli delle altre province. Va in particolare segnalata la condizione dell agricoltura (che presenta un tasso superiore del 50% a quello medio regionale), dell industria estrattiva, dell industria tessile e di quella metallurgica, che raggiunge addirittura il valore di 112, della distribuzione di energia elettrica, gas e acqua. Anche in questo caso quindi degli interventi mirati su un numero piuttosto ristretto di imprese sarebbero in grado di tagliare ulteriormente i già bassi indici di infortunio. Le Province di Pordenone e di Udine si caratterizzano invece per il fatto di non far rilevare picchi particolarmente significativi dell infortunistica per comparto, se confrontati con le rispettive medie regionali. Solo nel caso dell industria conciaria Pordenone raggiunge un valore notevolmente elevato, per il resto si tratta di valori che si aggirano sulle medie regionali. Come esistono comparti in cui si rileva una significativa variabilità territoriale negli indici infortunistici, esistono all altro estremo anche comparti ove invece i dati sono particolarmente omogenei e livellati: è il caso ad esempio dell industria del legno che non presenta distinzioni tra province. Conclusa l analisi dei dati relativi ai singoli comparti e province, passiamo ora ad esaminare altri aspetti del fenomeno infortunistico, come quello legato agli infortuni relativi ad incidenti in itinere. Una difficoltà nella lettura di tali dati deriva dal trattamento degli incidenti accaduti in itinere 18 che, come è stato osservato, in sede europea non vengono generalmente considerati nelle statistiche ufficiali. A tal proposito, nella Tab. 24 viene riportata l incidenza degli infortuni in itinere in regione e il posizionamento del Friuli Venezia Giulia nell ambito del Nord-Est. 102 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 103

55 Tab Incidenza % degli incidenti in itinere sul totale, per tipologia di evento nelle regioni del Nord-Est, 2006 Fig. 8 - Composizione % degli infortuni mortali suddivisi per infortuni in itinere e non in itinere in FVG, Regioni Temporanei Mortali Permanenti In franchigia Reg. senza indennizzo Veneto 14,2 35,5 18,3 0,4 5,3 Friuli Venezia Giulia 9,4 28,6 12,6 0,3 6,1 Emilia Romagna 12,0 23,1 19,4 0,5 5,5 Prov. Aut. di Bolzano 5,6 11,1 10,1 0,0 2,2 Prov. Aut. di Trento 8,4 5,3 11,8 0,1 3,5 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Come si può osservare circa il 29% degli infortuni mortali del 2006 in Friuli Venezia Giulia è avvenuti in itinere, che si traducono in 8 eventi su 28 complessivi. Tale incidenza è risultata altalenante negli anni: il 2000 faceva riscontrare un peso del 3,2%, mentre il 2004 registra il massimo dell incidenza con il 40% degli infortuni mortali avvenuti in itinere (Fig. 8). Il dato è intermedio tra la posizione ricoperta dal Veneto (35,5%) e quella dell Emilia Romagna (23,1%). Tab Incidenza degli infortuni in itinere sul totale degli incidenti stradali, Provincia temp perm mort temp perm mort temp perm mort GO 84,5 94,7-65,9 50,0-66,8 57,1 100,0 PN 88,9 80,9 66,7 77,8 69,4 0,0 79,1 70,8 100,0 TS 88,2 88,2 66,7 56,7 61,5 100,0 58,2 61,9 - UD 80,4 80,2 100,0 68,0 63,5 66,7 70,5 60,8 37,5 FVG 84,6 83,4 83,3 68,3 63,3 50,0 70,4 63,1 61,5 Fonte: Elaborazione su dati ISPESL Oltre l 80% degli incidenti stradali del 2004 sono propriamente classificabili come infortuni in itinere, ossia solo il 20% di essi avviene come infortunio propriamente riconducibile allo svolgimento di attività lavorative (es. trasportatori, corrieri, ecc.). La percentuale si riduce nel 2006, attestandosi al 70% con conseguente invalidità temporanea e al 60% con invalidità permanente e morte. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Tab Incidenza % degli infortuni in itinere sul totale (temporanei, permanenti e mortali) per settore, FVG SEZIONE ECONOMICA A - Agricoltura, caccia e silv. 0,0 4,3 10,3 4,3 3,9 1,2 2,7 B - Pesca, piscicoltura e servizi connessi 0,0 0,0 25,0 20,0 0,0 0,0 0,0 C - Estrazione di minerali 0,0 0,0 8,3 0,0 6,7 8,7 4,3 D - Attività manifatturiere 2,6 6,3 7,8 7,7 8,2 7,7 7,7 E - Produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua 2,4 5,3 10,2 10,7 9,3 9,3 6,7 F - Costruzioni 1,4 4,6 4,4 4,4 4,0 4,4 4,3 G - Commercio all ingrosso e al dettaglio; riparazione di autov., mot. e di beni personali e per la casa 5,4 12,4 14,8 14,2 14,7 14,4 14,2 H - Alberghi e ristoranti 4,1 9,6 13,4 11,7 12,2 11,2 13,3 I - Trasporti, magazzinaggio e comunicazioni 2,8 6,0 6,4 7,5 6,8 7,5 8,2 J - Intermediazione mon. e finanziaria 15,1 47,4 36,4 36,2 42,5 43,8 44,3 K - Attività immobiliari, noleggio, informatica, ecc.. 5,8 11,7 13,8 15,0 16,8 18,3 15,4 104 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 105

56 SEZIONE ECONOMICA L - Pubblica amministrazione e difesa; assicurazione sociale obbligatoria 4,5 11,3 13,3 14,4 15,3 14,0 17,7 Fig. 9 - Confronto provinciale dei numeri indice per gli infortuni permanenti in itinere in Friuli Venezia Giulia (anno base = 2000) M - Istruzione 7,3 17,2 25,0 8,2 17,5 20,0 36,8 N - Sanità e altri servizi sociali 3,6 11,8 11,0 16,7 14,9 14,4 13,9 O - Altri servizi pubblici, sociali e personali 5,1 12,4 13,1 14,0 16,3 12,7 16,7 Q - Organizzazioni ed organismi extraterritoriali - - 0,0 28,6 0,0 16,7 0,0 [Dato assente o errato] 2,5 5,2 4,3 4,2 3,8 2,8 4,7 Totale infort. temp+perm+mort 3,1 7,6 9,1 9,3 9,4 9,2 9,5 Totale senza il dato assente o errato 3,2 7,8 9,4 9,6 9,7 9,6 9,8 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Il risultato suggerisce una riflessione sulla definizione di politiche e iniziative preventive rispetto all infortunio ed incentivanti comportamenti sicuri. È importante capire se discriminare tra incidente sul luogo di lavoro e incidente sul lavoro possa orientare diversamente la predisposizione di interventi a favore della sicurezza. Comprendere le cause che portano ad una delle due tipologie di infortunio, collocarle solo all interno del sistema organizzativo azienda oppure anche all esterno, è un passaggio fondamentale per avere una corretta lettura del dato, una giusta collocazione del fenomeno e per formulare una coerente ed efficace ipotesi di intervento 19. Gli infortuni in itinere presentano incidenze diverse a seconda dei settori economici. In generale, a partire dal 2000, in Friuli Venezia Giulia la maggior parte dei settori ha visto una crescita: il comparto che presenta la più elevata incidenza per il 2006 è quello dell intermediazione monetaria e finanziaria (44,3%), mentre il settore dell istruzione si posiziona al secondo posto (36,8%) a seguito di andamenti altalenanti tra il 2000 (7,3%) ed il 2005 (20,0%).In generale, comunque, si osserva che l incidenza maggiore di infortuni in itinere colpisce i settori dei servizi, mentre si attesta a livelli più bassi per il settore delle costruzioni (4,3%), per le attività manifatturiere (7,7%), per le attività di estrazioni minerarie (4,3%) e per la distribuzione di energia elettrica, gas e acqua (6,7%). Interessante evidenziare anche che il 14,2% degli infortuni registrati nel settore del commercio sono avvenuti in itinere, percentuale che è rimasta tendenzialmente invariata a partire dal Ovviamente nei settori in generale meno rischiosi l incidenza degli infortuni in itinere è più alta (ad es. intermediazione monetaria e finanziaria, istruzione) rispetto a quelli più rischiosi ove il peso il peso degli infortuni in itinere è più basso. (un esempio per tutti: l edilizia). Su tali dati incide ovviamente anche il livello di mobilità dei lavoratori sul territorio, ovvero la distanza tra luogo di residenza e luogo di lavoro che può variare sensibilmente da settore a settore. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL La lettura della Fig. 9 e della Fig. 10 consente di cogliere le dinamiche provinciali degli infortuni permanenti, evidenziando, in particolare, le incidenze degli eventi occorsi in itinere. In generale gli infortuni sul lavoro che vengono presi in considerazione e tutelati dall INAIL devono godere di particolari caratteristiche, quali la causa violenta e l aver provocato, come conseguenza, morte o inabilità di tipo permanente o temporanea (almeno tre giorni di astensione dal lavoro). Fig Confronto provinciale dei numeri indice per gli infortuni permanenti complessivi in Friuli Venezia Giulia (anno base = 2000) Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL 106 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 107

57 Gli infortuni permanenti accaduti in itinere registrano un evoluzione tendenzialmente simile nelle province di Gorizia, Pordenone e Udine, e anche rispetto all andamento complessivo dell intera regione, mentre si discosta in maniera marcata il comportamento della provincia di Trieste. Qui, infatti, a partire dai 4 infortuni permanenti per l anno 2000, si riscontra un deciso incremento nel tempo, registrando un picco (pari a 47 infortuni permanenti in itinere) per il 2003, e nuovamente una diminuzione per gli anni successivi. Il confronto del periodo mostra comunque, per tutte le province e, complessivamente, per la regione, un netto calo degli infortuni permanenti, tendenza generalizzata per il periodo Si noti anche che la provincia triestina registra il suo massimo valore di infortuni permanenti in itinere per l anno 2003, mentre il picco per le altre province corrisponde all anno Molto più ravvicinate le curve temporali relative ai numeri indice per gli infortuni permanenti complessivi, per i quali risulta essere Pordenone in testa rispetto alle altre province, mentre è Gorizia la provincia che registra variazioni inferiori. Tutte le province presentano una curva evolutiva prima crescente e poi decrescente, evidenziando, alla fine del periodo, una netta diminuzione del novero degli infortuni permanenti. In conclusione, si evidenzia che il numero degli incidenti permanenti occorsi in itinere ha subito un evoluzione altalenante non giudicabile del tutto positiva, anche se attestatasi a valori comunque inferiori al termine del periodo di analisi. Nel 2000, la percentuale di infortuni permanenti accaduti in itinere era pari al 7,1% degli infortuni permanenti complessivi, mentre nel 2006 era pari al 12,6%, passando cioè da 51 infortuni su 718 a 76 su 601. Aumentavano, dunque, a discapito di una netta diminuzione (16,3%) degli infortuni permanenti complessivi. Fig Confronto provinciale dei numeri indice per gli infortuni temporanei in itinere in Friuli Venezia Giulia (anno base = 2000) Fig Confronto provinciale dei numeri indice per gli infortuni temporanei complessivi in Friuli Venezia Giulia (anno base = 2000) Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL La Fig. 11 e la Fig. 12 mostrano un confronto, in termini di numeri indice, della variazione degli infortuni temporanei complessivi ed in itinere nelle province regionali. Per i primi si osserva un andamento molto più compatto e tendenzialmente in discesa negli anni più recenti per tutte le province e per la regione Friuli Venezia Giulia nel suo complesso. Si continuano però a riscontrare variazioni particolarmente differenziate tra le quattro province. Gorizia mostra indici inferiori rispetto alle altre province, mentre, anche in questo caso, Trieste continua a risultare la provincia che ha subito andamenti maggiormente altalenanti, con una crescita lineare dal 2000 al Il quadro generale definito suggerisce l esigenza di indagare i fattori principali che caratterizzano il fenomeno degli infortuni sul lavoro in regione, allo scopo di tracciare una caratterizzazione locale anche in ambito distrettuale. L ulteriore dettaglio di analisi consentirà di mettere in evidenza le eventuali differenze territoriali che concorrono a definire aspetti, cause, frequenza, incidenza e gravità degli eventi infortunistici in Friuli Venezia Giulia. 2.6 CARATTERISTICHE DEL FENOMENO INFORTUNISTICO IN FRIULI VENEZIA GIULIA: L INFORTUNIO E L INFORTUNATO Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL La caratterizzazione geografica del fenomeno infortunistico è legata alle dinamiche economiche e sociali del territorio oggetto d indagine. La specializzazione economica, il livello occupazionale, la cultura organizzativa aziendale, la cultura della prevenzione presente nei lavoratori, la tipologia di lavoratori sottoposti al rischio sono alcuni degli elementi che concorrono alla definizione di infortunio sul lavoro sotto i profili quantitativo e qualitativo. 108 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 109

58 L economia del Friuli Venezia Giulia ha conosciuto negli anni un processo di terziarizzazione: oggi, il 59,4% della Forza Lavoro assicurata presso l INAIL è occupata nell ambito dei Servizi, con una crescita registrata nel periodo pari al 4,2%. Rispetto ai dati INAIL del 2005, il comparto della Metalmeccanica occupa il 10% degli addetti INAIL totali, mentre le Costruzioni il 9,4%. Importante anche il ruolo economico del Commercio che impiega al suo interno circa il 7% della forza lavoro espressa in termini di addetti. Infine, anche l Industria del legno è una componente importante per l economia friulana, con un incidenza di occupati pari al 5,4% del totale 20. Le elaborazioni compiute impiegando l archivio ASIA 21 confermano la struttura economica regionale fotografata attraverso la lettura dei dati INAIL sugli addetti e le imprese. Nello specifico, l andamento quinquennale dell incidenza degli addetti (calcolata sul totale regionale) per i settori economici evidenzia chiaramente una forte ripresa delle costruzioni (F), che, dal 2001 al 2005, passa da un incidenza dell 8,93% ad una del 9,99%, e della Sanità (N), che cresce dal 2,89% al 3,73%. Per quanto riguarda quest ultimo settore, si consideri che in Italia esso è stato oggetto di attente analisi e valutazioni, legate, soprattutto, alla ricerca dei fattori di rischio che hanno gradualmente portato ad un aumento degli infortuni mortali denunciati all INAIL. Secondo quanto riportato in una ricerca dell INAIL, riguardo agli infortuni in ambito sanitario, si è assistito ad un aumento del 21% nell ultimo quinquennio, a fronte di una crescita, nello stesso periodo, degli addetti del 10% 22. Fig Numeri indice relativi agli infortuni denunciati INAIL in FVG per sezione ATECO 2002 (base mobile, intervallo temporale di un anno) Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati INAIL Diversamente da quanto accade in Italia per il settore della Sanità, il Friuli Venezia Giulia registra un andamento piuttosto altalenante. Il grafico in Fig. 13 mostra il comportamento degli infortuni denunciati all INAIL per sezione ATECO 2002, utilizzando i numeri indice su base Dal 2003 al 2005, gli infortuni subiscono una diminuzione, mentre, per il 2006, si osserva un nuovo aumento rispetto all anno precedente, per riscontrare un ulteriore calo tra il 2006 ed il Il settore delle costruzioni (F) registra comportamenti particolarmente virtuosi e antitetici tra l incidenza degli addetti e l andamento degli infortuni. Si nota infatti da una parte l aumento dell incidenza degli addetti del settore sul totale, dall altra la diminuzione continua, dal 2003 al 2007, degli infortuni denunciati all INAIL. È tra l altro l unico comparto a fare segnare un costante trend di discesa. Per quanto riguarda il commercio (G), l andamento risulta fluttuante negli anni, con un calo degli infortuni nel passaggio tra il 2006 ed il 2007, mentre segue un andamento simile il fenomeno infortunistico nell ambito del manifatturiero (D). Nel 2003 si contavano infortuni denunciati all INAIL, mentre il 2007 ha registrato una diminuzione del 12,3%, riportando un totale di infortuni. Il comparto manifatturiero misura una riduzione degli infortuni nell ambito di tutte le tipologie di attività, anche se di dimensioni differenti: tra il 2003 ed il 2007, ad esempio, nell industria alimentare si assiste ad un calo degli infortuni denunciati pari al 21,8%, del 9,4% nell industria del legno, del 4,6% nell industria dei metalli, del 7% nell industria meccanica. Inoltre, il fenomeno infortunistico nel settore tessile, in concomitanza con una crisi regionale e nazionale, è interessato da una flessione del 41,7% tra il 2003 ed il 2007, passando da 211 infortuni denunciati a 123. Il settore dell agricoltura, invece, si distingue dagli altri in quanto evidenzia un calo drastico degli infortuni tra il 2004 ed il 2006, mentre rileva un aumento incisivo tra il 2006 ed il 2007, unico settore a registrare tale comportamento. Considerando l aspetto legato agli agenti di infortunio (Fig. 14), si osserva che i materiali, le sostanze e le radiazioni assieme agli ambienti di lavoro sono tra le principali cause di infortunio (sempre in riferimento al complesso degli infortuni temporanei, permanenti e mortali). Focalizzando l attenzione sugli ultimi anni disponibili, nel 2006 oltre il 28% degli infortuni è legato ai rischi connaturati all ambiente di lavoro, mentre il 23% è provocato da materiali, sostanze e radiazioni. Il 13,5% è causato da mezzi di sollevamento e di trasporto e il 10% dall utilizzo di attrezzature ed apparecchiature. Nonostante le statistiche siano calcolate su un novero di infortuni che risente di una forte incidenza di dati assenti (incrociando i dati tra l agente di infortunio e il settore di attività si riscontrano oltre il 50% dei dati mancanti per ogni settore), circa il 60% degli infortuni (temporanei, permanenti e mortali) causati da materiali, sostanze e radiazioni si concentra nell attività manifatturiera, così come quasi il 30% degli infortuni causati dalle caratteristiche dell ambiente di lavoro occorre sempre nell industria. Secondo la classificazione adottata dall ISPESL, classificazione omogenea a livello europeo, le principali tipolo- 110 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 111

59 gie di fattori legate agli ambienti di lavoro riguardano la presenza di agenti atmosferici, superficie di lavoro e transito, scale e passerelle, aperture nel pavimento o nelle pareti, infissi, parti costitutive di edifici, arredi e impianti fissi, infortuni legati in qualche modo al microclima o al sotterraneo. La prima causa di infortunio per la maggior parte dei settori economici considerati (commercio, attività alberghiera e di ristorazione, attività di intermediazione finanziaria e monetaria, attività di noleggio, informatica e ricerca, pubblica amministrazione e sanità) è ancora una volta l ambiente di lavoro. È su questo quindi che appare necessario concentrarsi se si intende aggredire il fenomeno in maniera trasversale ai diversi settori. Viceversa, concentrandosi su fattori di rischio più specifici quali quelli legati a materiali, sostanze o a macchinari, si va ad incidere in maniera più efficace su specifici settori in particolare in area manifatturiera. Anche da questo punto di vista quindi è necessaria una politica coordinata in grado di agire sia su fattori specifici che su fattori generali. Fig Composizione percentuale degli agenti di infortunio in Friuli Venezia Giulia, 2006 ne regionale, che porta ad avere quote di lavoratori senior sempre più elevate rispetto a quelle dei junior workers 23. Parallelamente a questo progressivo invecchiamento del lavoratore, si osserva un cambiamento nella composizione percentuale degli infortuni per fasce d età. È interessante osservare la dinamica delle classi centrali: dal 2000 al 2006 si assiste, infatti, ad un innalzamento della fascia d età con l incidenza maggiore di infortuni; il 2000 ed il 2001 vedono, come classe modale, la fascia d età tra i 25 e i 39 anni; un passaggio alla classe successiva si ha per gli anni 2002, 2003, 2004, mentre si registra ancora un ulteriore slittamento alla classe d età successiva, ossia anni, per il 2005 ed il Per tutti e 7 gli anni, la percentuale che caratterizza la classe modale si attesta tra il 16 e il 17%. Nel 2006, oltre il 12% degli infortuni si concentrano tra i 25 ed i 29 anni e tra i 45 ed i 49 anni, mentre è attorno al 10% l incidenza degli infortuni all interno della fascia d età anni. Fig Composizione % degli infortuni in FVG (somma degli infortuni permanenti, temporanei e mortali) rispetto alle classi di età Parti macch. Macchine Contenitori Pers.-anim.- veg. Mezzi sollev. Imp.dist. Attrezzature Ambienti Dal punto di vista del soggetto che subisce l infortunio sul lavoro, il fenomeno tende a concentrarsi in maniera differente a seconda delle fasce d età, considerando anche la dinamica di partecipazione al mercato del lavoro. Tra il 2004 ed il 2006 in Friuli Venezia Giulia si è verificato un aumento complessivo della forza lavoro del 3,5%, con un incremento particolarmente accentuato per la classe d età anni che cresce del 13,6% (Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale, 2008a). Contemporaneamente, la fascia precedente, anni, registra un aumento delle forze lavoro del 7,4%. Questo effetto è fortemente connesso al progressivo invecchiamento della popolazio- Mat.-sost.- rad. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Passando alle tipologie contrattuali, il 3,4% degli infortuni complessivi (ossia temporanei, permanenti e mortali) del 2006 ha coinvolto lavoratori interinali, in crescita di quasi un punto percentuale rispetto all anno precedente (2,5%). Considerato che a livello nazionale la quota di lavoratori interinali sul totale varia dall 1 al 2% (dati Ebitemp), è evidente che questa categoria di lavoratori presenti una frequenza di infortunio nettamente superiore a quella dei lavoratori dipendenti, che potremmo stimare in circa il doppio. Si tratta di un dato in linea con quanto stimato da Ebitemp a livello nazionale 24. La provincia di Udine è in linea con la dinamica regionale, mentre l incidenza si abbassa notevolmente per le province di Gorizia (1,7%) e Trieste (1,9%). La 112 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 113

60 provincia di Pordenone nel 2006 contava il 6,1% di infortuni occorsi a lavoratori interinali. Nel corso dello stesso anno, quasi il 21% degli infortuni ha coinvolto lavoratori stranieri, incidenza coerente nelle diverse province, ma tendenzialmente in crescita tra il 2005 ed il Se si tiene conto che circa il 10% della forza lavoro regionale è composto da lavoratori stranieri, si può evidentemente notare come il tasso di infortuni per i lavoratori stranieri sia circa doppio rispetto a quello dei lavoratori italiani. Si osserva inoltre che più del 35% degli infortuni relativi a rapporti di lavoro interinale coinvolge gli stranieri, percentuale che si attesta al 20,3% per i lavoratori non interinali (Fig. 16). Quindi gli stranieri che operano nel settore interinale sommano una doppia caratteristica di rischio e presentano tassi di infortunio ancora più elevati. Fig Infortuni in Friuli Venezia Giulia per lavoratori interinali e non interinali e per nazionalità del lavoratore coinvolto, anno 2006 Per quanto riguarda, infine, i lavoratori parasubordinati, gli infortuni vedono un incremento del 16,2% tra il 2005 ed il 2007: la provincia di Trieste registra una diminuzione degli eventi del 2,8%, in controtendenza rispetto alle altre province. Udine, con un incremento del 34,5%, passa da 116 infortuni a 156 per i parasubordinati ed è la provincia che subisce il maggiore incremento 25. Una lettura di genere basata sui dati mensili INAIL per il periodo gennaiosettembre , restringendo il campo di osservazione alla gestione Industria, commercio e servizi, conferma che oltre il 70% degli infortuni denunciati in regione ha coinvolto lavoratori maschi, incidenza omogenea per tutte le province (la percentuale più elevata riguarda Gorizia, con il 78% di infortuni a lavoratori maschi per il 2008). Una differenza più accentuata, invece, si riscontra nelle variazioni (sempre in riferimento al periodo gennaio-settembre): gli infortuni che coinvolgono in regione lavoratori maschi riscontrano una diminuzione del 7,8%, mentre per le lavoratrici il calo si attesta attorno al 3%. Gli infortuni diminuiscono, per entrambi i generi, all interno di tutte le province, ma per la provincia di Udine gli infortuni femminili subiscono una flessione impercettibile, pari a -0,03%. Se si considera la nazionalità del lavoratore assicurato, l INAIL ha registrato infortuni occorsi a lavoratori stranieri, in aumento del 16,6% rispetto al La provincia di Pordenone, per motivi legati anche alla composizione della forza lavoro, registra nel biennio un forte incremento degli infortuni (27,6%), passando da eventi a Udine, invece, registra un aumento del 9,8% degli infortuni occorsi a lavoratori stranieri, raggiungendo la quota di eventi a fine Trieste, con un incremento percentuale pari all 11,3%, si trova perfettamente in linea con la tendenza del Nord-Est (11,52%). La gestione dell industria e dei servizi concentra al suo interno la maggior parte degli infortuni occorsi a lavoratori stranieri, sfiorando il 90% (con eventi) del totale. 2.7 L ANALISI DEGLI INFORTUNI NELL AMBITO DEI DISTRETTI INDUSTRIALI FRIULANI: ANDAMENTO E PECULIARITÀ Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Appare evidente come queste due categorie lavoratori (gli stranieri e gli interninali) si configurino come un area a forte rischio potenziale, e quindi si candidano come aree prioritarie di intervento per politiche formative e organizzative più incisive nel diminuire l infortunistica relativa. Il biennio vede una diminuzione del 3,3% degli infortuni per gli apprendisti e dell 8,3% per gli artigiani autonomi, mentre la dimensione del fenomeno rimane approssimativamente invariata per i dipendenti (considerati al netto degli interinali). Si evidenzia, invece, il forte incremento (51%) degli infortuni relativi a rapporti di lavoro interinali tra il 2005 ed il 2007, con un passaggio da 534 a 809 infortuni. La realtà produttiva regionale si caratterizza per la marcata incidenza di micro e piccole imprese, per la ricerca di specializzazione economico-produttiva e per il ruolo rilevante dei sistemi distrettuali. Sembra quindi interessante svolgere un analisi specifica nei confronti di quei comuni che appartengono ai principali distretti industriali riconosciuti in regione, allo scopo di evidenziare le dinamiche degli infortuni e l eventuale correlazione settoriale con la dimensione del fenomeno stesso. L approfondimento ha interessato, accanto al distretto della sedia, i distretti del mobile, del coltello e dell alimentare. Nell ambito del distretto industriale della sedia 26, i comuni di Manzano e San Giovanni al Natisone riportano la più elevata incidenza di infortuni permanenti per il 2006, anche se si nota una netta diminuzione degli stessi rispetto 114 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 115

61 al 2000, anno del confronto (Fig. 17). Gli infortuni con conseguenze temporanee, invece, trovano una maggiore incidenza distrettuale per i comuni di Pavia di Udine e ancora San Giovanni al Natisone ma, al contrario della situazione precedente, registrano un netto aumento nei due comuni rispetto all anno base (Fig. 18). Anche i comuni di Buttrio e di Moimacco sono interessati dall aumento degli infortuni sia permanenti sia temporanei. Gli infortuni complessivi sono comunque nettamente in diminuzione; dal 2000 i settori di specializzazione osservano un importante calo del fenomeno, anche a seguito del rallentamento che interessa le attività produttive del distretto. In particolare, gli infortuni occorsi nell industria del legno (codice Ateco DD20) diminuiscono del 58,6% tra il 2000 e il 2006 (tra il 2005 e il 2006 la variazione è pari a -18,5%, Fig. 19). Fig Distretto della sedia: confronto dell incidenza comunale degli infortuni permanenti, ,00 ti di specializzazione economica (Chiopris-Viscone, Premariacco, San Vito al Torre). L andamento delle incidenze è comunque molto altalenante negli anni, così come è visibile nella Tab. 27. Fig Distretto della sedia: confronto dell incidenza comunale degli infortuni temporanei, ,00 20,00 15,00 10,00 5, ,00 15,00 10,00 5, ,00 Aiello d. F. Buttrio Chiopris-V. Corno di R. Manzano Moimacco Pavia d. U. Premariacco S. Giov. Nat. S. Vito al T. Trivignano U. Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Fig Distretto della sedia: numeri indice degli infortuni complessivi (temporanei, mortali e permanenti) Anno base = ,00 Aiello d. F. Buttrio Chiopris-V. Corno di R. Manzano Moimacco Pavia d. U. Premariacco S. Giov. Nat. S. Vito al T. Trivignano U Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL La stessa tendenza interessa anche le attività del comparto dei mobili (DN 36.1), che vedono una diminuzione accentuata degli infortuni nel sestennio, pari al 43%, mentre tra il 2005 ed il 2006 il calo è decisamente meno importante attestandosi all 1,4%. Si deve comunque sottolineare una differenziazione nelle dinamiche dei diversi comuni, in quanto alcuni risultano in netta controtendenza rispetto all andamento medio definito (ad esempio Chiopris-Viscone misura un lieve aumento degli infortuni tra il 2005 ed il 2006). Come ci si attendeva, gli infortuni registrati a livello comunale nei settori di specializzazione produttiva del distretto hanno una forte incidenza rispetto agli infortuni complessivi occorsi. È ovviamente elevata nel caso di comuni molto più piccoli, nei quali le attività produttive sono concentrate solo nei segmen DD20 DN361 Tutti i settori DD20+DN361 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL 116 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 117

62 Per quanto riguarda i distretti del coltello e dell alimentare, questi registrano situazioni molto differenti: il distretto dell alimentare, infatti, segnala una crescita del numero complessivo degli infortuni (somma degli infortuni permanenti, temporanei e mortali) pari al 31,5% tra il 2000 ed il 2006, mentre il distretto del coltello osserva una flessione del 14,9%, passando da 599 infortuni a 510. Osservando, però, la struttura in termini di composizione percentuale per anno, si vedrà che i comuni contribuiscono, in entrambi i periodi, approssimativamente con la medesima incidenza. In realtà il distretto alimentare evidenzia contributi molto simili negli anni da parte dei comuni di Fagagna e San Daniele del Friuli, comuni che comunque registrano il 70% degli infortuni che avvengono all interno dell intera area distrettuale. Si noti, anche, che gli unici due comuni che registrano una flessione dell incidenza degli infortuni sul totale distrettuale sono quelli di San Daniele del Friuli e di Dignano. Per quanto riguarda, invece, il distretto del coltello, è il comune di Meduno a segnalare una maggiore incidenza di infortuni sul totale distrettuale (con una percentuale attorno al 57% in entrambi i periodi). Si evidenzia, inoltre, che i comuni di Fanna, Sequals e Vivaro mostrano un aumento del numero degli infortuni, incrementando l incidenza sul totale degli infortuni nel distretto. Infine, nel distretto del mobile sono i comuni di Fontanafredda (18,2% infortuni temporanei), Sacile (14,2% infortuni temporanei), Azzano Decimo (12,0%) e Prata di Pordenone (12,6%) ad incidere maggiormente sulla composizione percentuale dell evento infortunistico complessivo. Fig Infortuni temporanei nei distretti industriali, Sedia Mobile Aliment. Coltello Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Fig Infortuni permanenti nei distretti industriali, Tab. 27- Incidenza % degli infortuni complessivi nei settori DD 20 e DN 36.1 sugli infortuni totali per comune, COMUNI Aiello del Friuli 41,4 33,3 41,9 36,1 28,9 33,3 20,8 Buttrio 21,0 10,0 10,9 12,5 8,5 8,1 15,8 Chiopris-Viscone 52,4 59,3 66,7 69,2 50,0 100,0 66,7 Corno di Rosazzo 62,3 63,3 55,9 43,9 45,7 41,7 30,4 Manzano 49,4 52,9 52,8 59,2 50,8 42,7 40,4 Moimacco 17,5 21,7 27,0 28,6 18,8 24,6 5,7 Pavia di Udine 37,3 34,7 29,8 28,7 31,0 28,2 23,5 Premariacco 61,5 51,5 57,6 48,3 57,7 64,7 51,9 San Giovanni al Natisone 60,7 65,4 67,0 64,4 68,6 56,8 61,7 San Vito al Torre 47,1 68,8 56,7 73,1 50,0 62,5 56,5 Trivignano Udinese 30,3 53,6 30,0 41,9 35,0 42,1 22,7 Distretto Sedia 45,7 45,9 44,1 46,4 41,8 38,6 36,9 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Costruendo uno sguardo di sintesi sulle dinamiche dei distretti esaminati, come ci si poteva attendere le statistiche sugli infortuni di ciascun distretto rispecchiano le rispettive caratterizzazioni produttive. Le varie specializzazioni comportano tipologie di attività chiaramente differenti, legate alla presenza ed individuazione di rischi anch essi differenziati (cfr. Fig. 17). I comuni costituenti il distretto del mobile riportano il numero più elevato di infortuni, rispetto agli 118 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 119

63 altri distretti, sia per quanto riguarda gli eventi a carattere temporaneo, sia per quelli a carattere definitivo, anche se le dinamiche sono molto diversificate. Gli eventi temporanei, infatti, seguono un calo lineare nel tempo, ad eccezione del distretto alimentare che registra un aumento degli infortuni a partire dal 2005, mentre gli eventi permanenti mostrano una dinamica altalenante, con anni di maggiore intensità (in particolare l anno 2002 per i distretti del coltello, del mobile e dell alimentare) e diminuzioni improvvise (si osservi il distretto del mobile nel periodo particolarmente difficile relativo agli anni ). 2.8 L ANALISI DEGLI INFORTUNI NELL AMBITO DEI SISTEMI LOCALI DEL LAVORO REGIONALI La scelta di condurre un analisi più approfondita della caratterizzazione infortunistica all interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL) trova la sua principale motivazione nella metodologia di costruzione degli stessi. I Sistemi Locali del Lavoro vengono infatti individuati dall ISTAT in seguito alle elaborazioni dei dati censuari (dati sul pendolarismo casa-lavoro) e costituiscono uno strumento adatto ad indagare la struttura socio-economica di un territorio. I SLL sono costituiti da un aggregazione di comuni contigui, ossia sono generati a partire dalla definizione di una griglia sul territorio rappresentativa dei movimenti dei soggetti per motivi di lavoro. Tale griglia è individuata sulla base di tre principi fondamentali che devono caratterizzare il SLL: l autocontenimento dei flussi, la contiguità dei comuni interni che lo costituiscono, le relazioni spazio-temporali all interno della delimitazione territoriale. Il termine centrale per comprendere la funzione reale della partizione spaziale è l autocontenimento dei flussi: all interno del territorio si concentra la maggior parte delle attività produttive e di servizi in quantità tali da offrire opportunità di lavoro e residenziali alla maggioranza dei soggetti che vi sono insediati. Il territorio italiano, secondo quanto stabilito dall ISTAT in seguito al Censimento Generale della Popolazione del 2001, è suddiviso in 686 SLL, 11 dei quali riguardano il territorio del Friuli Venezia Giulia. Per un interpretazione più corretta della partizione amministrativa è fondamentale ricordare che il concetto di SLL va oltre i confini regionali, aggregando insieme comuni appartenenti ad aree omogenee dal punto di vista dell autocontenimento dei flussi di pendolarismo. Per gli scopi della presente analisi, tuttavia, i comuni regionali appartenenti a SLL di altre regioni verranno inseriti nel SLL immediatamente confinante (es. Erto e Casso in quello di Maniago, Pravisdomini, Cordovado, Sesto al Reghena in quello di Pordenone). Alcuni SLL sono caratterizzati da una specializzazione produttiva, evidenziata dalla stessa scheda descrittiva. Secondo quanto stabilito dall ISTAT, ad Ampezzo viene riconosciuta una specializzazione produttiva nel settore della meccanica, così come al SLL di Maniago, mentre a Pordenone viene individuata una specializzazione nel settore dei beni per la casa. Alcuni SLL, invece, coincidono per buona parte con i distretti industriali. In riferimento all attività produttiva, secondo i comparti di attività economica utilizzati dall INAIL, è possibile osservare una eterogeneità di contributi alla dimensione regionale del fenomeno infortunistico (Tab. 28). Nel comparto dell Industria, per l anno 2006, i SLL di Pordenone (21,41%), Udine (20,17%) e Trieste (18,36%) apportano la maggiore incidenza, mentre è ancora il SLL di Udine (22,83%) a registrare il maggior numero di infortuni, ed è infine Trieste (33,33%) al primo posto per gli infortuni della gestione in Conto Stato. Tab Incidenza percentuale degli infortuni (temporanei, permanenti, mortali) per SLL e settore economico INAIL SLL Industria Agricoltura C. Stato Industria Agricoltura C. Stato Ampezzo 0,30 0,69 6,90 0,26 1,17 0,00 Cervignano del Friuli 6,11 8,63 0,00 6,48 9,37 0,00 Gemona del Friuli 5,48 5,98 0,00 5,36 5,15 0,00 Latisana 2,76 5,18 3,45 3,01 5,62 0,00 Tarvisio 0,84 1,15 0,00 0,73 1,52 0,00 Tolmezzo 3,26 4,37 6,90 3,11 4,80 4,76 Udine 19,95 21,86 27,59 20,17 22,83 28,57 Gorizia 16,55 14,50 10,34 16,29 14,87 9,52 Trieste 19,16 2,76 31,03 18,36 2,69 33,33 Maniago 4,56 13,81 0,00 4,82 13,93 9,52 Pordenone 21,05 21,06 13,79 21,41 18,03 14,29 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL In particolare si rileva, tra il 2004 ed il 2006 un calo degli infortuni (Fig. 22) nell ambito dei quattro principali SLL regionali, con la migliore performance per il SLL di Gorizia, seguito, nell ordine, da Pordenone, Udine e Triste. Gli indici di gravità 27 confermano alcune situazioni positive rispetto all andamento medio regionale: i SLL di Gorizia (2,7), Pordenone (2,9), Maniago e Cervignano del Friuli (3,2), nonché Trieste (3,3) riportano indici inferiori non solo al dato complessivo regionale (3,6), ma anche all indice italiano (4,6) e a quello dell intero Nord Est (3,8). Appare invece significativo l elevato valore assunto dall indice di gravità nei SLL dell area montana regionale, con valori quasi doppi della media regionale. La presenza di attività a forte rischio di infortuni, le difficoltà climatiche ed ambientali, la piccolissima dimensione aziendale prevalente rappresentano i fattori in grado di spiegare tale situazione. Tale dato rappresenta un ulteriore elemento indicatore nella definizione di politiche di intervento che vogliano colpire in maniera selettiva le aree ed i settori dove si concentra il maggior rischio infortunistico. 120 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 121

64 Fig Numeri indice degli infortuni per SLL. Anno base = ,0 100,0 90,0 100,2 94,7 80, ,1 88,7 Udine Gorizia Trieste Pordenone Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Tab Indici di gravità degli infortuni per SLL, anno 2006 Sistema Locale del Lavoro Indice di gravità Gemona del Friuli 6,5 Tolmezzo 6,3 Ampezzo 5,7 Udine 4,2 Latisana 4,0 Tarvisio 3,7 Trieste 3,3 Maniago 3,2 Cervignano del Friuli 3,2 Pordenone 2,9 Gorizia 2,7 TOTALE FVG 3,6 Fonte: Elaborazione IRES FVG su dati ISPESL Gli infortuni di lavoratori stranieri, nell ambito dei SLL considerati, hanno composizioni molto differenti a seconda del tipo di specializzazione produttiva. Ciononostante, la ripartizione percentuale degli infortuni, intesi ancora una volta come complesso di eventi con conseguenze temporanee, permanenti e mortali, è piuttosto omogenea in tutti i SLL, anche se, come è prevedibile, è 90,9 95,0 86,6 strettamente legata alla dimensione delle economie dei diversi SLL. Così si registra che, in generale, gli infortuni che coinvolgono lavoratori stranieri gravano al massimo per il 26,2% per il SLL di Pordenone, perfettamente in linea con la tendenza provinciale, per scendere al 10,2% per il SLL di Tolmezzo; in termini assoluti, però, i valori si discostano fortemente, con 976 infortuni riguardanti lavoratori stranieri contro i relativi a lavoratori italiani per Pordenone, e i 57 infortuni a stranieri per Tolmezzo, contro i 503 a lavoratori italiani. Per concludere questa analisi sintetica della caratterizzazione del fenomeno infortunistico all interno dei SLL, si è effettuato un confronto tra le incidenze settoriali degli eventi, in termini di divisione economica rispetto alla classificazione ATECO 2002 per l anno Dall analisi è emerso che per i SLL di Ampezzo, Gemona del Friuli, Tolmezzo, Tarvisio, Gorizia, Maniago e Pordenone, oltre il 55% degli infortuni complessivi avvengono nell ambito delle attività manifatturiere e delle costruzioni. In particolare la quota maggiore di infortuni riguarda proprio il settore delle costruzioni: Ampezzo con il 26,4%, Cervignano del Friuli con circa il 14,1%, Gemona del Friuli con il 13,4%, Latisana con il 18,2%, Tarvisio con il 40,7%, Tolmezzo superando quota 18%, Udine e Trieste con il 13,7%, Maniago oltre l 11% e Pordenone quasi il 13%. Per il SLL di Gorizia, l attività che rileva il maggior numero di infortuni (15,4% del totale) è legata all industria cantieristica, mentre per il SLL di Maniago il settore a maggiore incidenza di infortuni per il 2006 è quello della fabbricazione di prodotti in metallo (attività legata ancora una volta alla specializzazione distrettuale). 2.9 CONCLUSIONI La sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro riveste oggi, ancora più che in passato, un importanza fondamentale e una condizione strategica nell ambito non solo delle scelte organizzative aziendali, ma anche a livelli più elevati di gestione e regolamentazione governativa del fenomeno. Per tali ragioni, i dati e le elaborazioni statistiche sugli infortuni, la caratterizzazione locale del fenomeno, la correlazione settoriale con la dimensione generale dell evento e i legami con la cultura socio-economica della realtà indagata diventano una risorsa informativa preziosa alla quale attingere per conoscere la situazione e proporre modelli di intervento a favore di politiche di sicurezza sul lavoro. La contrazione subita dal fenomeno infortunistico registrata tra il 2006 ed il 2007 (0,6%) è un punto di partenza, ma è chiaramente un dato medio riassuntivo di andamenti molto eterogenei all interno della nostra regione. La riduzione è infatti generale per il Friuli Venezia Giulia, per le gestioni Agricoltura, Industria e Servizi e Conto Stato, ma è evidente una controtendenza nella provincia di Pordenone, che ha mostrato un incremento degli infortuni a livello complessivo, dovuto, in particolare, all aumento subito nella gestione Industria e Servizi (5,2%). Nonostante l analisi svolta registri in generale una tendenza alla diminuzione del numero di infortuni sul lavoro denunciati negli ultimi anni, occorre però 122 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 123

65 concentrare l attenzione su alcune fasce del mercato del lavoro evidentemente più esposte, ossia i lavoratori interinali, i parasubordinati, gli stranieri, per i quali gli eventi infortunistici aumentano sia a livello nazionale che regionale. Occorre inoltre prendere atto del fenomeno dell invecchiamento dei lavoratori che ha un diretto riflesso sull aumento dell incidenza degli infortuni per le classi di età più elevate. Tale tendenza, come è stato osservato, si riscontra a livello regionale ma anche in ambito europeo. Le elaborazioni realizzate a livello comunale, per le quali i dati di fonte ISPESL erano disponibili solo fino all anno 2006, hanno infine chiaramente messo in evidenza che la caratterizzazione del fenomeno è fortemente legata alla tipologia di attività produttiva del comune e alla dimensione occupazionale, così come è emerso nell analisi comparativa dei distretti industriali e dei Sistemi Locali del Lavoro BIBLIOGRAFIA Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale (2007), Gli infortuni sul lavoro in Friuli Venezia Giulia Rapporto 2007 Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale (2008a), Il mercato del lavoro in Friuli Venezia Giulia, Rapporto 2008, 16 luglio 2008 Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale (2008b), Proposte di intervento in tema di sicurezza e salute sul luogo di lavoro Agenzia Regionale della Sanità, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Servizio Sanitario Regionale (2008), Gli infortuni sul lavoro in Friuli Venezia Giulia, Atlante e Analisi Preventiva ( ), Litho Stampa-Pasian di Prato (Udine) Commissione Europea (2001), Statistiche europee degli infortuni sul lavoro (ESAW) Metodologia Edizione 2001, Marzo 2001 ILO (2005), Introductory Report: Decent Work Safe Work, Geneva INAIL (2007a), Il fenomeno infortunistico nelle statistiche, Seconda Conferenza Nazionale Salute e Sicurezza sul Lavoro, Napoli, gennaio 2007 INAIL (2007b), Rapporto 2007 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro nel Friuli Venezia Giulia INAIL (2007c), Sanità, un settore da risanare, DATI INAIL, gennaio 2007 ISTAT (2008), Salute e sicurezza sul lavoro, II trimestre 2007, Statistiche in breve Ministero della Salute (2006), Indagine integrata per l approfondimento dei casi di infortunio mortale, Rapporto nazionale finale, Maggio SITOGRAFIA <http://europa.eu.int/comm/eurostat> <www.ispesl.it> <www.inail.it> <www.istat.it> <http://www.malattieprofessionali.eu/> <http://www.ministerosalute.it/> 2.12 NOTE 1 L oggetto delle statistiche venne definito come l insieme degli infortuni in occasione di lavoro (esclusi quindi quelli in itinere) che avessero comportato più di tre giorni di calendario di assenza dal lavoro (escluso il giorno dell infortunio) e che avessero quindi determinato una lesione fisica o mentale. 2 L espressione nel corso del lavoro significa mentre la persona è occupata in un attività professionale oppure durante il tempo trascorso al lavoro. 3 Gli incidenti stradali, e quindi quelli in itinere, vengono esclusi poiché in alcuni Stati Membri non vengono conteggiati come infortuni sul lavoro, in quanto rientrano nella tutela assicurativa prevista per i rischi da circolazione stradale. 4 La popolazione di riferimento, persone occupate di età superiore a 15 anni, viene ricavata dai dati dell Indagine sulle Forze di Lavoro dell Unione Europea (I.F.L.). 5 I 9 settori economici NACE sono: A - Agricoltura, caccia e silvicoltura, D Attività manifatturiere, E Produzione e distribuzione di energia elettrica, di gas, di vapore e acqua calda, F Costruzioni, G Commercio all ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli, motocicli e di beni personali e per la casa, H Alberghi e ristoranti, I Trasporti, magazzinaggio e comunicazioni, J-K Intermediazione monetaria e finanziaria e attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, altre attività professionali ed imprenditoriali. Alcuni settori importanti non vengono considerati nelle statistiche di tutti gli Stati membri: in particolare, parti del settore pubblico, dell estrazione di minerali e parti del settore trasporti, magazzinaggio e comunicazioni non sono coperti o sono coperti solo in parte. 6 Per gli Stati che presentano sottodichiarazioni, l Eurostat effettua una stima principalmente mediante suddivisione per branca di attività economica. 7 Totalmente: Belgio, Grecia, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Irlanda del Nord, parzialmente: Germania, Spagna, Austria, Finlandia. 8 La tabella risulta incompleta in quanto i dati relativi ad alcuni paesi non sono disponibili. Il simbolo - indica che il dato non è disponibile. 124 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 125

66 9 Nel sistema previdenziale italiano, la tutela assicurativa delle malattie professionali opera attraverso un sistema misto che attua la distinzione tra malattie professionali tabellate (contratte nell esercizio e a causa di determinate lavorazioni, elencate in tabelle allegate a specifici provvedimenti legislativi) e malattie professionali non tabellate (non elencate nelle tabelle e delle quali il lavoratore deve dimostrare l origine professionale). Con D.M. 14 gennaio 2008 è stato aggiornato l elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia/segnalazione, ai sensi dell articolo 139 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n Problema circolatorio rientrante, come patologia, tra le malattie professionali indotte da vibrazioni (compare generalmente dopo molti anni di esposizione alle vibrazioni di strumenti di lavoro). 11 Per ulteriori informazioni riguardo alle statistiche INAIL e al materiale informativo prodotto dall Istituto si rimanda a INAIL (2007a). 12 Gli addetti conteggiati dall INAIL non comprendono gli apprendisti e per i settori della pesca e dei trasporti, non comprendono gli associati di cooperative di pescatori e di facchini. 13 Nella metalmeccanica sono compresi i settori contraddistinti dai codici Ateco 2002 DJ, DK, DM e DN. 14 Per quanto riguarda la tipologia di malattie professionali che colpiscono maggiormente i lavoratori italiani, si rimanda al Rapporto INAIL L infortunio in itinere consiste nell infortunio occorso al lavoratore durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, oppure durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro e, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. 16 L indice di gravità è la principale misura del danno infortunistico (ovvero della serietà degli infortuni avvenuti sul lavoro) ed è previsto dalla norma UNI 7249, Statistiche degli infortuni sul lavoro. Esso viene generalmente calcolato sulla base di una delle seguenti formule: a. g T + g P + g M x b. g T + g P + g M ore operai Nella formula a. le ore sono intere come ore lavorate, mentre al numeratore si considera la somma di giorni di invalidità temporanea, permanente e mortale. Nella formula b. al denominatore si trova il numero di operai per anno. Per il calcolo dei giorni di invalidità, invece, vengono seguite le seguenti regole: per gli infortuni ad invalidità temporanea si considera l effettivo numero dei giorni perduti; per un infortunio con inabilità permanente si fa l ipotesi che ogni grado di inabilità corrisponda a 75 giorni perduti; per un infortunio mortale si ipotizzano giorni perduti. 17 L INAIL mette a disposizione i dati in serie storiche relativi agli infortuni denunciati ed indennizzati, statistiche rilevate da pubblicazioni dell Istituto. Per quanto riguarda, nello specifico, i casi denunciati, si riferiscono ai casi di infortunio avvenuti e di malattie professionali manifestatesi in ciascun anno e denunciati all INAIL. Fino al 1994 tali dati sono stati rilevati dai Notiziari statistici ; dal 1995, per motivi di uniformità e adeguamento rispetto alle statistiche attualmente diffuse, la fonte di riferimento è la Banca Dati Statistica. Questo significa che i dati dal 1995 non sono del tutto allineati con quelli precedenti che comprendono anche i casi in franchigia (prognosi inferiore non superiore ai 3 giorni). 18 Per infortunio in itinere si intende un infortunio occorso al lavoratore durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, oppure durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro e, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. 19 Per un approfondimento di queste tematiche si rimanda al capitolo di Bearzi D., Cicuttin R., Corvino C. dal titolo Costruire organizzazioni sicure: modelli di analisi e proposte di intervento. 20 Per approfondimenti sulla definizione di addetti INAIL e sulle dimensioni dell occupazione settoriale regionale si rimanda a ARS (2008), pp ASIA è l acronimo di Archivio Statistico delle Imprese Attive. L archivio è creato, gestito ed aggiornato annualmente dall ISTAT. Esso contiene informazioni di carattere statistico sulle imprese attive, consentendo un monitoraggio continuo sulle caratteristiche del tessuto produttivo italiano. Sono escluse le imprese relative ai settori dell agricoltura, caccia e silvicoltura, pesca, piscicoltura e servizi annessi, amministrazione pubblica, attività svolte da famiglie e convivenze, organizzazioni e organismi extra-territoriali, unità classificate come istituzioni pubbliche e istituzioni private non profit. 22 Per approfondimenti sul tema degli infortuni nella Sanità, si rimanda al n. 1 di Dati INAIL (gennaio 2007), consultabile all indirizzo nella pagina relativa alle Statistiche. 23 Per approfondimenti si rimanda a Il mercato del lavoro in Friuli Venezia Giulia, Rapporto 2008 a cura dell Agenzia regionale del lavoro e della formazione professionale, pp Cfr. EBITEMP, Gli infortuni sul lavoro nel Rapporto INAIL 2008 L andamento generale e quello del lavoro interinale, Osservatorio EBTEMP, luglio Per approfondimenti si rimanda a INAIL(2007b), pp IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 127

67 26 Le attività economiche di specializzazione che hanno consentito l individuazione del distretto sono, in riferimento alla classificazione ATECO 2002: DD 20 Industria del legno e dei prodotti in legno e sughero, esclusi i mobili; fabbricazione di articoli in materiali da intreccio ; DN 36.1 Fabbricazione di mobili. 27 In questo caso l indice di gravità è stato calcolato come rapporto tra la somma degli eventi mortali e permanenti sulla somma degli eventi mortali, permanenti e temporanei, così come indicato dall ISPESL nell ambito delle Note Esplicative (pag. 5) consultabili alla pagina web ISPESL_DWinf06_note.pdf. 128 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA

68 Capitolo 3 Costruire organizzazioni sicure: modelli di analisi e proposte di intervento di Davide Bearzi, Riccardo Cicuttin e Carlos Corvino

69 3.1 INTRODUZIONE Il verificarsi di un incidente o di un errore fatale dentro un azienda è sempre un evento drammatico che ha conseguenze penali, sociali e, in parte, organizzative. Si pensi all incendio alla Thyssen Krupp oppure agli innumerevoli casi di errori fatali negli ospedali, quando, ad esempio, scambiando le analisi di due diversi pazienti, viene sbagliata la prognosi e somministrato un farmaco non adatto che può cagionare danni irreversibili alla salute del paziente stesso. Immaginatevi, ora, in due ruoli differenti. Il magistrato che apre un istruttoria per capire come sono andate le cose e attribuire responsabilità e un dirigente di una di quelle due organizzazioni (un industria siderurgica e un azienda ospedaliera): come vi comportereste? In che modo cerchereste di analizzare la faccenda? In entrambi i casi si aprirà un indagine, l una di tipo giudiziaria l altra di tipo organizzativo. Il magistrato probabilmente è mosso più dall intenzione di attribuire colpe e responsabilità sul piano penale e amministrativo, mentre il manager probabilmente potrebbe/dovrebbe essere interessato oltre a difendersi da eventuali accuse nei suoi riguardi a capire esattamente quali sono le criticità organizzative di cui in precedenza non ci si è accorti, onde porvi in futuro rimedio. Nell uno o nell altro caso, che siate magistrato o manager, focalizzerete probabilmente l attenzione su alcune variabili individuali (chi o cosa ha cagionato l incendio? Chi ha sostituito le analisi? Come? In che modo?), su variabili tecnologiche (com era la situazione degli impianti? La manutenzione era corretta? Gli estintori erano funzionanti?), su variabili normative (in generale, erano rispettate le norme sulla sicurezza?). Difficilmente, probabilmente, vi chiederete in che modo lavorava il gruppo di infermieri e medici nella pratica, oppure il gruppo di operai che ha cercato di domare l incendio. Rimarranno sullo sfondo molte domande e variabili organizzative cruciali, senza le quali a nostro parere sarebbe difficile dare una risposta esaustiva sulle cause dell incidente e degli errori: in che modo il gruppo lavorava? Quale distanza c era tra la normativa sulla sicurezza e il modo consolidato di lavorare? In che modo veniva governato e coordinato il gruppo? Che rapporti c erano con gli altri reparti? E così via. Per attribuire colpe e responsabilità è sufficiente rimanere sulle variabili individuali, su quelle tecnologiche e su quelle normative, probabilmente. Ma per imparare dagli errori occorre allargare lo sguardo e capire che l evento di un incidente o un errore fatale ha una sua intrinseca struttura sociale e organizzativa che contribuisce a plasmarlo e a fare in modo che avvenga. Oltre a questo, per apprendere dagli errori, occorre uno sforzo collettivo e sociale, poiché 133

70 ognuno è portatore di informazioni e conoscenze utili sulle concrete pratiche lavorative quotidiane. In questo capitolo ci occuperemo prevalentemente di mettere in luce l importanza delle variabili sociali ed organizzative nello spiegare un errore o un incidente organizzativo e tenteremo di sviluppare un modello di diagnosi sui comportamenti (in)sicuri e una proposta di intervento nelle organizzazioni (formazione-consulenza), al fine di diminuire il rischio che un incidente avvenga e dotarsi di un sistema organizzativo capace di apprendere dagli errori. Prima di esporre i principali contenuti del presente capitolo, ci preme sottolineare che le variabili sociali e organizzative di cui ci occuperemo non sono ovviamente le sole implicate in un incidente o in un errore organizzativo, come abbiamo messo in luce in precedenza. L analista che si occupa di indagare e intervenire deve, ovviamente, prendere in considerazione le variabili individuali, tecnologiche e normative. Noi, tuttavia, sosteniamo che, seppur necessarie, tali variabili non sono sufficienti affinché dagli errori e dagli incidenti possa nascere una cultura organizzativa attenta ad apprendere dagli errori: è forse sufficiente rimuovere la persona cui abbiamo attribuito la colpa dell incidente o dell errore per garantirci che in futuro non ne accadranno di ulteriori? È sufficiente mettere mano agli impianti, sostituirli o ammodernarli per diminuire il rischio? È sufficiente verificare che le norme sulla sicurezza vengano comunicate e seguite, senza comprendere il modo in cui i gruppi lavorano concretamente? Senza capire come usano la tecnologia o come seguono le norme e quali sono le logiche organizzative sottostanti? Il capitolo si divide in tre paragrafi. Nel primo esponiamo una rassegna della letteratura scientifica sugli incidenti e gli errori nelle organizzazioni, in modo da fornire al lettore un insieme di termini e definizioni su cui occorre fare chiarezza; ci chiederemo, quindi, in che modo le organizzazioni affrontano un incidente, a partire dalla considerazione di alcuni casi; chiude il primo paragrafo una nostra sintesi sulle principali caratteristiche e fasi attraverso cui è possibile aumentare l affidabilità delle organizzazioni. Nel secondo paragrafo focalizziamo l attenzione su un modello di diagnosi del lavorare in sicurezza da noi sviluppato, il quale ha la finalità di esporre una tipologia per classificare, osservare e valutare le strategie decisionali e i comportamenti organizzativi (in)sicuri; tale modello verrà esemplificato analizzando alcuni casi di errori o incidenti. Nel terzo paragrafo, esporremo un approccio mirato di formazione-consulenza che, a partire dalla sintesi della letteratura e dal modello di diagnosi, consenta di intervenire in modo competente per costruire in modo incrementale organizzazioni via via più sicure. Il presente lavoro è frutto della collaborazione e della discussione fra i tre autori, i quali condividono nel complesso la responsabilità delle opinioni, dei modelli e delle proposte qui contenute. Tuttavia la paternità delle varie par- ti può essere così attribuita: Carlos Corvino ha scritto il primo paragrafo, le introduzioni e le conclusioni; Davide Bearzi ha scritto il secondo paragrafo; Riccardo Cicuttin il terzo. 3.2 ERRORI, INCIDENTI, DISASTRI E RISCHIO-SICUREZZA NELLE ORGANIZZAZIONI: UNA RASSEGNA DELLA LETTERATURA In questo paragrafo, attraverso la rassegna di una parte della letteratura organizzativa sui rischi e gli incidenti negli ambienti lavorativi, considereremo il modo in cui le organizzazioni affrontano, analizzano e tentano di risolvere i problemi legati alla gestione della sicurezza sui luoghi di lavoro, nonché la promozione di una cultura organizzativa attenta e sensibile a questo tema. Le pubblicazioni affrontano diverse tematiche. Noi abbiamo tentato di dipanare questa matassa cercando di rispondere soprattutto ad alcune questioni di fondo: è possibile eliminare o diminuire il rischio degli incidenti nelle organizzazioni? È possibile, e in che modo, costruire organizzazioni affidabili, comportamenti sicuri e, in generale, implementare una cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro? Quali e quanti sono i fattori su cui occorre intervenire, tanto attraverso degli strumenti di diagnosi, quanto di formazione e addestramento, quanto di modifica della struttura organizzativa? In estrema sintesi possiamo affermare che la letteratura (prevalentemente anglosassone) ha cercato di rispondere a tali interrogativi a partire da due approcci analitici generali (Catino 2006; Odella, Gherardi e Nicolini 1997b). Da un lato abbiamo la Normal Accident Theory caratterizzata da un certo pessimismo in merito alla possibilità di implementare sistemi di sicurezza sul lavoro pienamente efficaci. Questa prospettiva, infatti, assume che gli errori siano inevitabili e soprattutto che l apprendimento di comportamenti sicuri da parte degli individui e delle aziende sia difficile, se non impossibile, a causa di una serie di fattori organizzativi che, per così dire, remano contro la rilevazione dell errore, la sua analisi e la definizione di comportamenti sistematici che diminuiscano il rischio che gli errori si ripetano o che, uno dopo l altro, possano causare incidenti con conseguenze nefaste per il lavoratore e l azienda. Gli autori in questione (Perrow 1999) pongono enfasi soprattutto sulla mancanza di un sistema di rilevazione e analisi non solo dell incidente, ma anche di tutti quegli errori lavorativi quotidiani, spesso nascosti, che possono poi condurre ad un evento tragico. Gli errori vengono nascosti in quanto il sistema organizzativo tende a colpevolizzare le persone che li commettono. Gli sbagli sono visti solo come conseguenza di comportamenti individuali devianti rispetto a una normativa sulla sicurezza progettata e applicata a prescindere dalle condizioni organizzative concrete in cui agiscono i lavoratori. Le persone sono così spinte a nascondere gli errori, mentre il management non ha informazioni sufficienti per apprendere da questi e tenta di risolvere la questione solo attraverso le sanzioni, contribuendo così a creare un circolo vizioso. Tali 134 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 135

71 premesse organizzative sono viste dagli autori come relativamente inevitabili e ciò li spinge verso un certo pessimismo sulla possibilità di creare sistemi organizzativi affidabili, basati sull apprendimento dagli errori stessi. Al lato opposto si pone invece la High Reliability Theory che concentra l attenzione sulle cosiddette organizzazioni ad alta affidabilità (Weick K., Sutcliffe 2001). Questi autori assumono alcuni punti di vista del precedente approccio ma credono che l apprendimento per prova ed errore sia possibile, oltre che auspicabile, sempre se accompagnato dalla ricerca attiva del costante miglioramento delle pratiche di lavoro sicure e delle condizioni organizzative che le rendono possibili. È quindi possibile creare le basi dell apprendimento organizzativo dagli errori e dagli eventi imprevisti e costruire così una cultura della sicurezza, tanto in organizzazioni tecnologicamente complesse, ove i rischi sono oggettivamente alti (es. industria chimica, siderurgica, cantieri edili, aeronautica ecc.), quanto in organizzazioni che presentano tecnologie meno sofisticate, ma nelle quali il rischio del verificarsi degli incidenti, della diffusione di malattie professionali per i lavoratori o di rischi in capo anche ai clienti sono comunque presenti (es. ospedali, scuole, organizzazioni di servizi ecc.). In genere questo approccio pone grande enfasi sulla possibilità di apprendimento organizzativo incrementale e graduale, non solo individuale, e sulle condizioni sociali in cui questo può emergere 1. Per dare ordine ad un serie di articoli e testi piuttosto eterogenea e complessa, fornendo al lettore una chiave di lettura il più possibile ordinata e chiara, abbiamo suddiviso il paragrafo in diverse sezioni. In primo luogo cercheremo di fornire una sorta di mini glossario sulla sicurezza, focalizzando le definizioni più salienti, i dilemmi più rilevanti e le parole-chiave più importanti. Successivamente descriveremo il modo in cui le organizzazioni affrontano o possono affrontare le conseguenze di un incidente o di un errore organizzativo. Infine esporremo uno schema su quelle che sono le variabili, a nostro parere più rilevanti, per implementare un sistema organizzativo affidabile orientato a minimizzare i rischi di errori e incidenti e basato sull apprendimento organizzativo incrementale Definizioni, dilemmi e parole-chiave: un mini-glossario della sicurezza nel lavoro In precedenza abbiamo introdotto il lettore ad alcuni termini relativi alla sicurezza nei luoghi di lavoro dei quali occorre fare chiarezza attraverso opportune definizioni. Abbiamo parlato di rischio, di incidenti sul lavoro, di errori organizzativi e di cultura della sicurezza, accennandone il significato in modo ancora approssimativo, mentre è ora il caso di fornire delle definizioni più precise in modo da circoscrivere l argomento di questo capitolo. Partiamo dal termine incidente organizzativo il quale indica un evento inatteso, non voluto, non desiderato e non desiderabile di azioni sociali che ha conseguenze sulla vita e sull integrità fisica e psichica di esseri umani e/o conseguenze economiche. Le conseguenze possono essere sia vicine al luogo dell evento, sia distanti (Catino 2006). Noi qui esaminiamo gli incidenti che avvengono nei contesti di lavoro organizzati, dentro le aziende o nelle relazioni tra più organizzazioni e attori, e che quindi hanno la caratteristica di verificarsi entro un sistema di azione collettiva basata sulla divisione del lavoro e su meccanismi di coordinamento, messi in opera in vista di un risultato o della realizzazione di un compito (Ferrante e Zan 2007). In effetti, gli incidenti in un luogo di lavoro pur potendo capitare a o essere cagionati da un singolo individuo accadono entro un contesto collettivo, nel quale il singolo lavoratore partecipa con un proprio ruolo definito ad un processo lavorativo progettato ad hoc, il quale organizza i ritmi di lavoro e stabilisce gli obiettivi verso cui lo sforzo del singolo e del gruppo deve dirigersi, coordinandosi con il resto dei suoi colleghi o dei superiori. Proprio per questo motivo, un singolo incidente in un luogo di lavoro deve essere sempre visto come evento che emerge in un sistema organizzato, caratterizzato da una certa struttura organizzativa, da una strategia di produzione, da tecnologie più o meno complesse, da una determinata cultura organizzativa e pratiche concrete di lavoro. Oggetto dell interesse delle aziende, in ogni caso, non sono solo gli incidenti veri e propri ma anche i cosiddetti near miss ovvero i quasi-incidenti, errori particolarmente evidenti che avrebbero potuto portare conseguenze negative per le persone e le risorse dell organizzazione. Gli incidenti e i quasi-incidenti possono essere visti come la conseguenza estrema di uno o più errori per così dire vicini o lontani dal momento in cui l incidente stesso, con tutte le sue conseguenze negative, avviene. Gli errori organizzativi, quindi, sono eventi che non hanno conseguenze negative immediate ma che di fatto costituiscono la particella elementare degli incidenti organizzativi. A tal proposito la letteratura distingue tra errori attivi e fattori latenti. I primi sono atti insicuri errori nell applicazione delle norme o violazioni nelle procedure stabilite commessi dagli operatori di prima linea, ossia dal nucleo tecnico dell organizzazione, i quali lavorano direttamente sulla linea produttiva o sono a contatto con la clientela (piloti, controllori di volo, medici, infermieri, operai specializzati e generici e così via). Gli effetti degli errori attivi sono immediatamente percepibili e, quindi, facilmente individuabili: il pilota d aereo che commette una manovra sbagliata e rischiosa; l operaio che manovra un macchinario non ponendo sufficiente attenzione alle persone che stanno attorno; il muratore che non indossa il casco; l infermiera che sbaglia a misurare la pressione o che scambia le cartelle cliniche e così via. Gli errori di questo tipo, in definitiva, sono facilmente ascrivibili all azione non corretta di un singolo individuo. I fattori latenti, invece, sono lacune nelle difese organizzative, debolezze o mancanze create involontariamente da decisioni prese da manager, regolatori, progettisti e, in generale, dai responsabili del sistema organizzativo entro cui i singoli lavoratori o le squadre agiscono. Gli esempi qui possono essere molteplici: l inadeguata manutenzione degli impianti e degli edifici; procedure di lavoro errate e non 136 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 137

72 modificate; consuetudine maturata nel tempo e socialmente accettata a lavorare senza osservare nella pratica le norme sulla sicurezza; difetti nella divisione del lavoro e delle responsabilità; difetti nel coordinamento tra posizioni e ruoli organizzativi; errori nella valutazione dei rischi comportamentali derivanti da una progettazione della logistica o dei layout fisici attenta solo agli aspetti funzionali legati ai processi di lavoro e così via. Le conseguenze prodotte dai fattori latenti sono più durevoli e, soprattutto, possono rimanere silenti e nascoste per lungo tempo, anche a seguito del manifestarsi di un singolo evento imprevisto o errore organizzativo. Si tratta, in altri termini, di condizioni organizzative entro cui si verificano incidenti ed errori, più che cause dirette di questi, e proprio i fattori organizzativi latenti sono (o dovrebbero essere) il target primario di un sistema di Safety Management (gestione della sicurezza), poiché possono costituire il terreno di coltura di errori e incidenti non voluti (Catino e Albolino 2008). Un sistema organizzativo che tenta di implementare una buona gestione della sicurezza nei luoghi di lavoro in genere si pone l obiettivo di ridurre al massimo i rischi del verificarsi di errori e incidenti. In effetti, in aziende dalla tecnologia complessa o caratterizzate da una organizzazione articolata, orientate all obiettivo di massimizzare la produttività, il verificarsi di determinati eventi presenta sempre dei margini di incertezza. Occorre quindi valutare il rischio, il quale può essere definito come il risultato di un calcolo o di una analisi o di una credenza in merito a ciò che una data organizzazione o gruppo di lavoro stabilisce come comportamento non conforme ad un qualche criterio di sicurezza 2. Questo è un punto chiave del nostro ragionamento. Le organizzazioni concrete in genere maturano idee e credenze diverse in merito a quali siano i comportamenti e le pratiche lavorative considerate sicure o non rischiose in un certo contesto sociale e organizzativo e, molto spesso, per dominare ansia e incertezza derivanti da una valutazione oggettiva dei pericoli e dei rischi non sempre perfetta e perfettibile, tendono a risolvere la questione sicurezza andando alla ricerca del colpevole, ossia attivando più o meno consapevolmente una dinamica ben nota agli antropologi: la colpevolizzazione sacrificale e la creazione di capri espiatori (Douglas 1996; Bonazzi 1983). Non solo: molto spesso gruppi organizzativi differenti percepiscono in modo differente l idea di lavorare in modo sicuro (Odella, Gherardi e Nicolini 1997a). Un esempio evidente di quest ultima affermazione deriva dall osservare (non giudicare) il fatto che molto spesso i manager o la legge prescrivono certe regole di sicurezza sui luoghi di lavoro e che molto spesso i lavoratori non le seguono o non le applicano concretamente nella pratica. Si pensi, inoltre, al diverso concetto di rischio e di sicurezza che possono avere manager, ingegneri, operai, capi reparto. Come molti autori hanno sottolineato, ciò che viene definito da un gruppo sociale come rischioso presenta sempre un margine di soggettività o co- struzione sociale o tollerabilità, derivante dalle condizioni concrete in cui si lavora, dai vincoli posti dai processi di produzione e dalla cultura organizzativa della sicurezza diffusa in una certa azienda. Se il nostro ragionamento è valido, allora non si dovrebbe parlare di sicurezza e rischio in termini assoluti, ma di percezioni e credenze che un certo gruppo organizzativo ha in merito a ciò che significa lavorare in sicurezza. In questo le organizzazioni concrete e i contesti di lavoro variano moltissimo (Gherardi 2004). Cosa può significare, allora, lavorare in sicurezza e dotarsi di una organizzazione che promuove comportamenti sicuri? In molti documenti programmatici, analisi e pubblicazioni recenti emerge l idea dichiarata che le aziende, oltre all implementazione di strutture organizzative sicure e all applicazione di specifiche procedure e regole di condotta normative, devono costruire una cultura organizzativa della sicurezza (Censis 2007; Inail 2001). Ciò significa che non è sufficiente implementare e prescrivere norme della sicurezza, dotarsi di impianti sicuri e continuamente revisionati, sistemi di rilevazione e analisi dei rischi, né organizzare corsi di formazione-informazione sulla sicurezza o informare i lavoratori sui rischi connessi al lavoro. Tutte queste cose costituiscono, per così dire, condizioni necessarie ma non sufficienti. Occorre che le prescrizioni, le informazioni e le conoscenze diventino apprendimenti attivi e che si trasformino in pratiche organizzative e lavorative concrete, diventino degli assunti dati per scontati di una certa cultura organizzativa della sicurezza (safety culture), termine oggi molto in voga. Seguendo la definizione di Turner e Pidgeon (2001) la cultura della sicurezza è un insieme di assunzioni e di pratiche a esse associate che consentono di costruire le convinzioni, da parte dei partecipanti di un organizzazione, sui pericoli e sulla sicurezza. Un efficace cultura della sicurezza si basa sulla credenza che quando gli obiettivi della sicurezza e quelli della produzione sono in conflitto, i manager dell organizzazione assicurano che gli obiettivi della sicurezza prevarranno. Si tratta di una definizione impegnativa, poiché ci dice che una cultura della sicurezza autentica si ottiene solo quando uno dei valori e degli obiettivi principali dell azienda è proprio quello di lavorare in sicurezza, minimizzando i rischi, i comportamenti insicuri, dotando delle risorse necessarie i lavoratori e garantendo un buon sistema di analisi e di apprendimento dagli errori, continuamente modificabile e perfettibile. Lavorare in sicurezza, quindi, significa costruire credenze e convinzioni date per scontate sul valore dei comportamenti e delle pratiche lavorative sicure. Anche noi siamo convinti che la cultura organizzativa giochi un ruolo fondamentale, ma occorre anche rilevare che ogni azienda e gruppo di lavoro presenta idee e credenze diverse in merito a ciò che significa lavorare in sicurezza. Proprio per questo siamo persuasi del fatto che il concetto di cultura organizzativa debba essere preso sul serio: seguendo, infatti, la definizione di Schein (2000) tra i più importanti studiosi di questo argomento nonché famoso consulente aziendale la cultura organizzativa è l insieme di assunti 138 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 139

73 di base inventati, scoperti o sviluppati da un gruppo determinato quando impara ad affrontare i propri problemi di adattamento con il mondo esterno e di integrazione al proprio interno che si è rivelato così funzionale da essere considerato valido, e quindi da essere indicato a quanti entrano nell organizzazione come il modo corretto di percepire, pensare e sentire in relazione a quei problemi. Se in una organizzazione si sono cristallizzate nel tempo pratiche di lavoro intrinsecamente non-sicure, in altri termini, è perché probabilmente quelle pratiche sono funzionali a sviluppare altri valori prioritari per il gruppo o per l azienda: massimizzare la produttività immediata; minimizzare i costi; resistere alle prescrizioni che derivano dall alto; lavorare con la massima flessibilità e velocità e così via. Nella misura in cui, quindi, è necessario diminuire gli errori organizzativi e minimizzare il rischio degli incidenti, occorre attivarsi per cambiare la cultura organizzativa dell azienda o di sue parti (reparti, gruppi di lavoro). Ma per farlo serve tempo, è necessario implementare gradualmente un sistema organizzativo e delle pratiche lavorative ispirate ai principi di sicurezza sul lavoro. La sicurezza, in effetti, è parte della cultura organizzativa generale di un azienda. Secondo gli studiosi delle organizzazioni affidabili (Catino 2004), infatti, la cultura organizzativa della sicurezza sembra essere caratterizzata dai seguenti elementi: esistenza di un etica della sicurezza: una delle priorità concrete del management è data proprio dal lavorare in sicurezza, cosa che diventa un valore importante per tutti; esistenza di fiducia nel gruppo di lavoro e tra i diversi gruppi dell organizzazione; i leader non sono superbi e non sottovalutano tutte le informazioni, i segnali deboli, oltre agli eventi manifesti. Se ne fanno carico, vi pongono attenzione e cercano di analizzarli; il gruppo non è permeato da sentimenti di onnipotenza, per cui se non succedono incidenti vuol dire che tutto è a posto, ma mantengono sempre attenzione a ciò che significa lavorare in modo sicuro; l azienda ammette che l errore è sempre possibile; è di vitale importanza mostrare gli errori, non imputare colpe, e imparare da questi; occorrono informazioni accurate sulla struttura degli errori, ossia sul contesto organizzativo che li ha generati. Esiste, quindi, una stretta correlazione tra cultura della sicurezza e informazioni a disposizione per apprendere dagli errori. Weick (1987) è particolarmente esplicito in questo e definisce la sicurezza come un non-evento dinamico : quando sono compiute azioni che non deviano dalle aspettative e dalle norme, non c è niente che catturi la nostra attenzione. Se le persone non vedono nulla, presumono che nulla stia accadendo e che nulla continuerà ad accadere se continueranno ad agire come prima. In assenza quindi di frequenti eventi imprevisti, il miglior modo per sostenere l affidabilità di un sistema è disporre di un giusto tipo di dati. Questo significa creare un sistema informativo sulla sicurezza che colleghi, analizzi e dissemini le informazioni relative agli incidenti e ai near miss e sviluppi un sistema di check-up proattivo sui segnali vitali del sistema. Sembra necessario, quindi, stare sempre all erta tanto più in organizzazioni tecnologicamente complesse. Per stare all erta in modo sistematico è opportuno sviluppare molte informazioni sulle pratiche lavorative e, a sua volta, è necessario che chi gestisce le organizzazioni e chi vi lavora costruiscano nel tempo quella fiducia necessaria a produrre tali informazioni sugli errori, e non a nasconderle. In tal modo è possibile sviluppare conoscenza corrente, aggiornata e veritiera sui fattori umani, tecnologici, organizzativi e ambientali legati alla sicurezza. Una cultura organizzativa della sicurezza, così come l abbiamo definita, è un prerequisito fondamentale per costruire sistemi organizzativi affidabili. Laddove, quindi, assumiamo che la cultura della sicurezza sia deficitaria, occorre procedere ad una diagnosi sui fattori organizzativi latenti e poi implementare una formazione sul lavoro che porti l azienda a creare i presupposti per costruire un sistema organizzativo sicuro e una cultura positiva della sicurezza. Nei prossimi paragrafi vedremo quali sono alcuni errori che le aziende commettono quando analizzano gli errori e come può essere invece costruita una organizzazione affidabile, attraverso una opportuna azione di analisi organizzativa e formazione sui luoghi di lavoro Come le organizzazioni affrontano un incidente o un errore organizzativo In che modo le organizzazioni affrontano un incidente o un errore organizzativo? In linea generale la letteratura distingue due approcci: la focalizzazione sulla persona e la prospettiva sistemico-funzionale (Catino 2003). Nel primo caso l azienda tende a focalizzarsi sugli errori attivi e le mancanze individuali, sottostimando le condizioni organizzative e i fattori latenti. L impegno per rimediare ai fallimenti è diretto ai soggetti che lavorano nel nucleo tecnico dell organizzazione, coloro che per così dire lavorano in prima linea, ossia sono impegnati direttamente nella produzione del bene e servizio tipico dell azienda (Mintzberg 1996). Tale approccio assume che se avviene un errore è perché le persone non prestano sufficiente attenzione al compito da realizzare secondo le norme prescritte; vi è la convinzione implicita che i professionisti e gli operatori responsabili non dovrebbero commettere errori. Una volta individuato, quindi, l errore umano e imputata la causa ad un atto insicuro commesso da una o più persone (attribuzione di colpa), vengono adottate ul- 140 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 141

74 teriori prescrizioni necessarie per eliminare l errore umano stesso. Le soluzioni tipiche di un simile approccio probabilmente diffuso relativamente di più in organizzazioni di medio-piccole dimensioni consistono nel rinforzare le misure disciplinari e le norme interne sulla sicurezza, nell attribuire colpe e sanzioni formali e informali e, al limite, nel rimuovere chi ha commesso l errore. Tale prospettiva presume che, una volta che il lavoratore è informato sulla normativa e sulle corrette procedure lavorative, allora l errore attivo è sempre frutto di negligenza, inaccuratezza, incompetenza, incoscienza. L approccio alla persona è tipico del sistema penale e del modo di funzionare di molte organizzazioni, poiché affronta l incertezza e l ansia derivante da un incidente riducendo la complessità dell analisi degli eventi, imputando ad un singolo le cause immediate; genera un senso di giustizia, è soddisfacente da un punto di vista emotivo e conveniente da un punto di vista legale (Catino 2006b). L azienda non mette in discussione l efficacia della progettazione dei processi di lavoro e le condizioni organizzative entro cui si lavora, se non in minima parte. In imprese che adottano un approccio simile è probabile che la formazione per la sicurezza quando è presente sia caratterizzata da una serie di sessioni meramente informative sulla normativa e sui comportamenti lavorativi rischiosi, senza andare in profondità addestrando concretamente nel tempo il lavoratore ad adottare pratiche lavorative sicure. Diverso è l approccio che abbiamo chiamato sistemico-funzionale poiché riconduce l errore a cause presenti (anche) nel sistema organizzativo di per sé. Esso si focalizza, quindi, sui fattori latenti degli errori e degli incidenti, sulle condizioni organizzative e sulle concrete pratiche lavorative degli operatori (Odella, Gherardi e Nicolini 1997b). Gli sforzi per rimediare agli eventi imprevisti sono diretti alle situazioni e alle organizzazioni. Questo modo di intendere gli errori organizzativi si basa su alcuni importanti presupposti. In primo luogo, si considera la fallibilità come parte integrante della natura umana: non potendo mutare la condizione umana si possono pur sempre modificare le condizioni in cui lavorano gli esseri umani. In secondo luogo, si è convinti che gli incidenti derivino, in ultima analisi, da una sequenza collegata (di solito rara) di mancanze e difetti in numerose difese e controlli organizzativi progettati per proteggere contro gli eventi rischiosi conosciuti: gli individui, in definitiva, sono solo gli eredi dei difetti del sistema. In terzo luogo, tale approccio non accusa di per sé i progettisti dell organizzazione o i lavoratori, ma si focalizza sull educazione all errore e sulla situazione organizzativa: adotta un approccio clinico diretto ad analizzare in profondità errori attivi, fattori latenti e condizioni organizzative, in modo da trarre tutte le lezioni possibili (apprendimento organizzativo), allo scopo di migliorare progressivamente le difese organizzative e rimuovere le trappole dell errore. Come vedremo in seguito, un approccio funzionale all errore dovrebbe implementare un tipo di formazione vicina alle pratiche lavorative degli operatori e concentrata sugli errori che si commettono e sulle loro conseguenze dirette e indirette (cfr. par. 4). Oltre a questo, la formazione dovrebbe man mano educare gli operatori, i supervisori e gli al- tri attori organizzativi a rilevare sistematicamente le informazioni rilevanti e a condividerle in sessioni di gruppo, onde socializzarle, creando così le basi per l apprendimento collettivo. La precondizione affinché le informazioni circolino, in ogni caso, è proprio la costruzione di un clima organizzativo fiduciario tra i lavoratori e tra i gruppi dell organizzazione, cosa possibile solo laddove si sia costruita una cultura organizzativa non-accusatoria (no-blame culture) ma analitica e partecipativa (Catino 2006b). Avvertendo che nelle organizzazioni concrete probabilmente gli atteggiamenti nei confronti dell errore variano molto e a seconda delle circostanze, gli studiosi dei disastri organizzativi valutano in modo differente le due prospettive testé tratteggiate rispetto alla capacità dell organizzazione di apprendere dai propri fallimenti. Il modello individuale-accusatorio, basandosi su un impianto sanzionatorio nei confronti dei singoli lavoratori, tende a generare un circolo vizioso: ognuno di fatto può commettere errori ed essere considerato colpevole e questo può portare a nascondere gli errori attivi e i near miss, la conoscenza sui fattori latenti e quindi tutte le informazioni necessarie a costruire collettivamente conoscenza e sapere pratico locale su quanto è accaduto, onde imparare dai propri fallimenti. In un modello funzionale di analisi degli errori e degli incidenti, invece, è possibile generare un circolo virtuoso di apprendimento incrementale: se si costruisce un clima di fiducia tra le parti, non colpevolizzando ma riflettendo accuratamente sull accaduto, è possibile produrre informazioni sugli errori commessi, le persone costruiscono man mano conoscenza sulle modalità di lavoro favorendo la costruzione di error reporting, sulla base del quale poi i responsabili dell organizzazione hanno la possibilità di creare e sviluppare un buon sistema di safety management. È, inoltre, importante sottolineare come introducendo pratiche di partecipazione dei lavoratori alla produzione di conoscenza sui processi lavorativi è probabile che ne tragga giovamento non solo la sicurezza, ma anche la produttività, l innovazione organizzativa, oltre al minor assenteismo e ad un miglior clima di collaborazione. Un esempio del passaggio da un modello accusatorio ad uno funzionale di rilevazione degli errori ci è offerto dal caso dell Aeronautica Militare italiana (Catino e Albolino 2008, pp ) il quale può essere considerato a tutti gli effetti come una buona pratica di management della sicurezza. Lo descriviamo qui di seguito, focalizzandoci sugli aspetti salienti. L Aeronautica militare ha sviluppato un sistema di gestione delle sicurezza basato su una cultura non punitiva per gli errori, implementando progressivamente un sistema di rilevazione anonima delle informazioni confluito in un error reporting system. Com è noto, si tratta di una organizzazione complessa, articolata in circa 20 reparti volo e con circa 1000 piloti, basata su una tecnologia sofisticata e intrinsecamente rischiosa. Nel 1991, in seguito a un grave incidente a Casalecchio di Reno avvenuto nel 1990 nel quale un aereo cadde su una scuola e morirono 12 persone, i vertici dell organizzazione decisero di 142 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 143

75 costruire un nuovo sistema di gestione della sicurezza dei piloti e del volo. L impatto dell incidente sull immagine dell Aeronautica fu fortemente negativo e questo dette il via a un forte investimento organizzativo finalizzato alla costruzione di una nuova cultura della sicurezza di tipo no-blame, fondata su un efficace sistema di rilevazione e socializzazione delle informazioni relativa a errori attivi, near miss e fattori organizzativi latenti. In estrema sintesi il processo che ha portato a un sistema organizzativo più sicuro è stato fondato su una precisa politica aziendale costituita sui seguenti elementi: costituzione di una unità organizzativa specificatamente progettata per la sicurezza e la gestione del rischio. Si tratta dell Ispettorato per la sicurezza del volo, il quale accentra a sé le funzioni di controllo e monitoraggio del sistema sicurezza avvalendosi, tuttavia, di una forte collaborazione multilivello (centrale e periferica), attraverso diverse unità presenti nei vari reparti di volo, con interscambi informativi continui; promozione di metodi di identificazione, analisi e contenimento-prevenzione del rischio. Si tratta di metodi che combinano la rilevazione sistematica delle informazioni di volo, la formazione in aula, la condivisione tra piloti e comando e così via. Nel complesso si tenta di introdurre delle pratiche di riflessione sui processi di lavoro (il volo; il coordinamento pilota-terra e così via) rispettose della complessità dei compiti e dell esperienza tacita degli operatori, volte a mettere in rilievo oltre agli errori attivi anche i fattori latenti; promozione di una nuova visione della gestione del rischio. Attraverso seminari di sensibilizzazione, riunioni di coordinamento e altri meccanismi si è introdotta una nuova sensibilità alla cultura della sicurezza da diffondere a tutti i livelli dell organizzazione e interiorizzata nelle pratiche di lavoro (costruzione di fiducia e pratiche lavorative sicure); sviluppo di una cultura non-accusatoria, finalizzata a diffondere fiducia e a favorire la segnalazione degli errori, i quali non devono essere visti come dei fallimenti personali e professionali 3, ma come occasione di sviluppo della propria professionalità e di innovazione per l impresa; creazione di una banca dati per l incident/error reporting. Importante sottolineare che la rilevazione e la comunicazione degli errori è di natura volontaria e anonima e si fonda su una descrizione sintetica della natura delle minacce e dei tipi di errori più probabili; formazione ed educazione continua alla sicurezza, fondata sull addestramento a riconoscere gli errori da parte dei piloti, basata su briefing pre-volo, pianificazione e programmazione partecipata dei processi lavorativi, debriefing post-volo e così via; condivisione delle norme sulla sicurezza e sulle sue modifiche tra operatori, piloti e direzione. In sostanza, queste buone pratiche hanno come effetto la creazione di fiducia e l aumento delle informazioni e della conoscenza sui processi lavorativi e sulle pratiche professionali concrete, stabilendo così l apprendimento collettivo e organizzativo a più livelli: un livello locale (es. gruppi di lavoro, reparti, unità organizzative), un livello manageriale (es. coordinamento delle interdipendenze tra gruppi di lavoro e con la dirigenza) e un livello di sistema (es. incident reporting, banca dati degli errori e delle soluzioni adottate, moduli e procedure di qualità concretamente applicabili, iniziative di miglioramento tecnico, sociale, procedurale e organizzativo). È in tal modo possibile creare una cultura autentica della sicurezza, dove alle dichiarazioni di principio seguono pratiche concrete di lavoro e reali cambiamenti organizzativi che confermano a tutti i soggetti implicati il valore primario del lavorare in sicurezza per sé e per gli altri. È interessante notare quali siano stati i risultati dell introduzione di queste buone pratiche nel breve e nel medio-lungo termine. In un primo periodo, prossimo all introduzione dei suddetti cambiamenti organizzativi, le informazioni sugli errori attivi, sui fattori latenti e sugli incidenti più o meno gravi sono aumentate proprio per effetto della fiducia maturata all interno di un modello non accusatorio. Pertanto si ipotizza che la rilevazione di incidenti ed errori nelle aziende sottostimi la loro reale entità, proprio perché, in mancanza di fiducia tra le parti, si tende a nascondere ciò che realmente accade in taluni procedimenti lavorativi. In un secondo momento, tuttavia, quando il sistema di analisi degli errori entra a regime e tra le parti viene consolidata la fiducia, i dati mostrano una diminuzione graduale degli errori e degli incidenti di grave e media entità, un aumento dell efficacia del volo, l introduzione di importanti innovazioni tecniche, una diminuzione dell assenteismo e dello stress complessivo (Catino e Albolino 2008, pp ). La fiducia organizzativa deve essere considerata come una precondizione e come una conseguenza dell introduzione di un safety management system come quello descritto in precedenza. È di fondamentale importanza, in ogni caso, che una volta introdotto non cali mai la tensione sui processi di apprendimento dall errore, affinché tutti gli attori organizzativi siano costantemente preoccupati e motivati a implementare comportamenti sicuri, prevenire gli errori, comunicare e condividere informazioni e ad analizzare particolari eventi critici. Cultura autentica della sicurezza, condivisione di informazioni e conoscenze, fiducia reciproca sono i fondamenti di un sistema organizzativo affidabile il quale, se ben progettato, allarga i suoi benefici anche oltre il tema della sicurezza sul lavoro, gettando le fondamenta per l innovazione organizzativa e un sistema di vero e proprio knowledge management (Nonaka e Takeuchi 1997). 144 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 145

76 3.2.3 Le caratteristiche delle organizzazioni affidabili: un approccio bottom-up Al fine di costruire organizzazioni via via più affidabili e sicure è necessario ricercare il coinvolgimento attivo delle persone a tutti i livelli dell azienda, dal top management ai quadri intermedi sino agli operatori del nucleo tecnico. In precedenza abbiamo descritto due diverse modalità con cui le aziende possono reagire agli incidenti e agli errori organizzativi, argomentando implicitamente a favore di un approccio non accusatorio e basato sulla gestione delle informazioni e sulla loro condivisione. È possibile, sulla base di quanto scritto sinora, fornire ora un quadro sintetico delle caratteristiche che deve avere un modello di intervento e formazione che si ponga l obiettivo di far passare un azienda da una cultura della sicurezza deficitaria ad un sistema organizzativo più affidabile. Proponiamo una prospettiva di natura bottom-up che valorizza al massimo la partecipazione dei lavoratori e le informazioni sulle loro pratiche lavorative concrete, spesso non visibili ad occhio nudo (Bruni e Gherardi 2004). Seguendo la traccia disegnata dalla figura n. 1, la finalità generale è diminuire il rischio degli incidenti e degli errori organizzativi, la quale deve essere vista come la conseguenza finale di un sistema che ha i suoi fondamenti in ciò che avviane nel nucleo tecnico dell organizzazione. Per questo, i passi da compiere sono, nell ordine, i seguenti: analizzare e conoscere i processi di lavoro e le pratiche lavorative concrete degli operatori. Una volta individuati i processi lavorativi-chiave in tema di sicurezza, è necessario osservare e analizzare le modalità concrete con cui lavorano gli operatori al fine di capire quale sia l impatto e la funzionalità delle norme attuali sulla sicurezza rispetto alle norme sociali caratteristiche di quella data unità organizzativa (cfr. par. 3.3) Nel compiere l analisi, inoltre, occorrerà valutare dettagliatamente le condizioni di lavoro di quel gruppo, unità o reparto aziendale, ponendo in particolare attenzione agli aspetti che producono stress individuale e collettivo (es. qualità della tecnologia, livello di innovazione e manutenzione degli impianti, ritmi di lavoro, interdipendenza con altri reparti dell organizzazione, frequenza degli straordinari), alla verifica delle condizioni di attenzione dei soggetti, agli aspetti ergonomici e al layout fisico degli ambienti di lavoro, al tipo di relazione con il capo reparto e al suo stile di leadership, alle interdipendenze con altri reparti e al modo di comunicare tra le unità organizzative stesse e così via; stimolare il gruppo di lavoro a produrre informazioni e conoscenza sulle pratiche lavorative quotidiane, sugli errori commessi e sugli incidenti occorsi. Attraverso l opportuno addestramento e formazione di operatori e capi-reparto (cfr. par. 3.4) è utile maturare le competenze necessarie e la necessaria sensibilità a produrre informazioni e analisi dettagliate su aspetti specifici delle pratiche lavorative rischiose o perfettibili, assicurando nel contempo i lavoratori sulle intenzioni di apprendimento organizzativo e non accusatorie nei confronti dei singoli; costruzione e implementazione graduale di un sistema di error reporting. L iniziativa sulle segnalazioni degli errori e dei meccanismi di miglioramento deve essere libera e possibilmente anonima (almeno inizialmente). Il capo reparto ne deve essere il collettore, l animatore e il supervisore, mentre spetta ad una unità organizzativa specificatamente creata o a questo dedicata (es. Ufficio sicurezza; Ufficio Gestione delle risorse umane) l implementazione di una banca-dati informatica condivisa tra tutti i reparti, facilmente accessibile e usabile, nonché il coordinamento dell intero sistema di safety management; socializzazione delle informazioni e della conoscenza sui processi lavorativi sicuri. È utile prevedere delle apposite sessioni di lavoro o di follow-up per verificare specifici aspetti del sistema di sicurezza, nelle quali attraverso l aiuto di un facilitatore una o più unità organizzative condividono tra loro specifiche informazioni e conoscenze salienti sui processi di lavoro critici o su eventi imprevisti e rischiosi (cfr. par. 3.4). Ognuno di questi step, naturalmente, dovrebbe essere visto come strettamente collegato a tutti gli altri. In questo modo è possibile creare gradualmente un sistema di apprendimento dagli errori, il quale ispirerebbe una cultura organizzativa autentica della sicurezza e un clima di fiducia tra le parti, favorendo la diminuzione del rischio incidenti. Una volta introdotte tali (impegnative) modifiche organizzative, il reparto responsabile del safety management deve procedere ad alimentarlo continuamente, motivando opportunamente i lavoratori e gli attori implicati, verificando l efficacia delle soluzioni adottate e apportando le migliorie del caso, anche attraverso nuove iniziative di formazione sul campo. Descritti gli elementi di questo approccio bottom-up alla sicurezza ci sembra qui utile sottolineare come sia altamente consigliabile, prima di introdurlo, procedere ad una progettazione dettagliata dell intervento condivisa con la dirigenza e i rappresentanti dei lavoratori, basata su una valutazione e diagnosi preventiva delle condizioni organizzative iniziali. In particolare ci sembra necessario, per una più efficace introduzione del sistema di safety management prospettato, procedere ad un check-up organizzativo iniziale sulle caratteristiche della tecnologia, sulla struttura organizzativa di base, sui processi primari e secondari di lavoro, sul layout fisico degli ambienti di lavoro, sulle caratteristiche del clima organizzativo e della cultura organizzativa aziendale. Tale diagnosi iniziale ci sembra tanto più importante, quanto più si ritenga che la cultura organizzativa della sicurezza iniziale sia deficitaria e occorra costruire, prima di tutto, quella fiducia sociale tra le parti fondamentale per far funzionare al meglio un sistema efficace di sicurezza sul lavoro. 146 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 147

77 Fig. 1 Fasi e variabili rilevanti nella costruzione di una organizzazione affidabile 3.3 ANALIZZARE LE PRATICHE LAVORATIVE (IN)SICURE: UN MODELLO DI OSSERVAZIONE E VALUTAZIONE In chiusura del precedente paragrafo (cfr. fig. 1), abbiamo individuato con chiarezza gli step necessari ad introdurre, secondo il nostro punto di vista, un sistema di safety management basato sulla partecipazione bottom-up dei lavoratori del nucleo tecnico delle aziende e, in particolare, sulla gestione delle informazioni e la costruzione di conoscenza organizzativa derivante dalle loro pratiche lavorative concrete. La valutazione del modo in cui soggetti e gruppi lavorano è estremamente importante e costituisce, per così dire, la base diagnostica su cui edificare qualsiasi tipo di intervento successivo, dalla formazione professionale al re-design dei ruoli e delle competenze sino all adeguamento ergonomico di spazi, impianti e tecnologie (Bruni e Gherardi 2007). In ciò che segue ci soffermeremo a delineare un modello di osservazione e valutazione dei comportamenti organizzativi relativi all organizzazione dei processi lavorativi quotidiani e tenteremo di applicare quest ultimo per valutare e classificare le pratiche lavorative connesse al lavorare in sicurezza. Avvertiamo, per completezza, che si tratta di un modello originale appositamente sviluppato per questo articolo, anche se si basa su una solida letteratura sociologica, psicologica ed economica che verrà opportunamente indicata Tipi di strategie e risposte comportamentali nei processi del lavorare in sicurezza Al fine di valutare le azioni e le pratiche lavorative sicure è possibile rappresentare l organizzazione del lavoro come un sistema complesso di comportamenti individuali e di gruppo, all interno del quale è distinguiamo due modalità con cui i soggetti (siano essi manager o operatori) affrontano i processi lavorativi in modo controllato e in modo automatico e due dimensioni fondamentali di questi, quella cognitiva-razionale e quella emotiva-motivazionale. I processi controllati sono seriali (sequenziali), usano procedimenti logicocomputazionali, tendono a essere attivati deliberatamente dall attore organizzativo quando incontra un problema o quando deve affrontare un compito e spesso sono associati ad una percezione soggettiva di sforzo. Normalmente gli attori organizzativi sono in grado di fornire un resoconto introspettivo abbastanza fedele dei processi controllati [Camerer, 2008]. Ad esempio, se si chiede ad un lavoratore come abbia risolto un determinato problema tecnico, un nuovo allestimento o la riparazione di una macchina, questi sarà in grado con buona approssimazione di riferire le considerazioni e i passaggi che lo hanno condotto ad una determinata scelta. I mansionari e le procedure di lavoro formali possono essere considerate rappresentazioni schematiche di processi controllati. Si tratta, in buona sostanza, di una specifica modalità di attivare una riflessione mirata sul modo in cui si lavora o si ritiene di lavorare. 148 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 149

78 I processi automatici, invece, sono il contrario dei processi controllati, agiscono in parallelo, sono difficilmente esplorabili dalla coscienza (assunti di base, sapere tacito) e non richiedono uno sforzo particolare. Il parallelismo di tali processi consente risposte più rapide da parte dell attore organizzativo, rende possibile l elaborazione multicompito su larga scala e consente ai soggetti coinvolti di eccellere nei compiti di routine. Poiché i processi automatici sono difficilmente accessibili alla coscienza, l introspezione dell attore organizzativo ci dice normalmente poco delle cause di una scelta o di un giudizio di tipo automatico. Un compito o una situazione di lavoro appare abituale o anomala automaticamente e senza sforzo. Solo in un secondo momento il sistema controllato riflette sul giudizio prodotto e cerca di giustificarlo logicamente [Camerer, 2008]. I processi automatici, razionali o emotivi che siano, costituiscono la modalità di default del funzionamento dell organizzazione. Sono costantemente all opera e da essi ha origine gran parte dell attività dell organizzazione. I processi controllati entrano in gioco in momenti particolari, quando i processi automatici subiscono una interruzione, che può verificarsi perché accade qualche cosa di inaspettato o perché l organizzazione ha di fronte una sfida esplicita, una decisione mai presa prima o qualche altro tipo di problema 4. strumenti che dovrebbero, secondo l organizzazione, guidare i comportamenti degli attori organizzativi. Ad esempio, la gerarchia (sistema dei capi) va intesa come lo strumento pensato dall organizzazione per garantire che gli sforzi dei suoi subordinati siano reciprocamente coerenti, le norme e le procedure forniscano ai membri dell organizzazione indicazioni su cosa fare e come comportarsi nelle diverse situazioni, le tecnologie impiegate definiscano la sequenza logica delle operazioni svolte dai lavoratori. La stessa funzione viene svolta anche dagli schemi operativi, dalla professionalità e competenze dei lavoratori e dal knowledge aziendale. Così, in caso di incendio, si attiverà un piano di evacuazione (norme e procedure) rispetto al quale i diversi attori coinvolti avranno ruoli e responsabilità diverse (gerarchia) nell utilizzo degli strumenti utili alla messa in sicurezza delle persone e delle risorse materiali proprie all organizzazione (tecnologie e schemi operativi). Fig. 2 Tipi di strategie e risposte comportamentali nell affrontare i processi lavorativi quotidiani La seconda distinzione proposta è quella riguardante la dimensione cognitiva/razionale e la dimensione emotiva/motivazionale. Si tratta di una distinzione largamente in uso nelle scienze sociali e la sua origine storica può essere ricondotta alla celeberrima metafora platonica dell uomo alla guida di un carro trainato da due cavalli, la ragione e la passione. La dimensione emotiva/motivazionale è il luogo dove maturano le tendenze all azione degli attori organizzativi. Stando alla definizione offerta da Zajonc i processi affettivi sono quelli che riguardano questioni della forma vado/non vado: essi, cioè, motivano il comportamento di avvicinamento o di evitamento. I processi cognitivi, per contro, sono quelli che affrontano questioni della forma vero/falso. (Zajonc 1998). Incrociando queste due dimensioni con le modalità di affrontare i processi descritte precedentemente otteniamo una tipologia con quattro quadranti (Fig. 2), ognuno dei quali individua particolari strategie e risposte comportamentali organizzative. Nel primo quadrante (processi controllati/dimensione cognitiva) troviamo le strategie comportamentali razionali fondate su attività decisionali esplicite e deliberative caratterizzate da razionalità formale, dal calcolo costi/benefici, ispirate alla causalità mezzi-fini e al sapere di natura tecnicoscientifica. Tali strategie con cui i soggetti affrontano i problemi organizzativi vengono in genere cristallizzate in un insieme di elementi tra cui gerarchie, norme e procedure, tecnologie e strategie operative che deve essere considerato come il prodotto dello sforzo dell organizzazione di munirsi di strumenti utili alla propria attività di decision-making. Si tratta di dispositivi progettati dall organizzazione come una risposta di tipo razionale-formale ai problemi di incertezza decisionale riguardanti le proprie attività lavorative. In altri termini abbiamo a che fare con l insieme di credenze, pregiudizi, conoscenze e 150 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 151

79 Nel secondo quadrante (processi controllati/dimensione emotiva) troviamo il sistema di valori ufficiale dell organizzazione, il quale dovrebbe essere in grado di stimolare nei soggetti strategie comportamentali e comunicative basate sulle teorie dichiarate dal management. Si tratta, com è noto, di messaggi diffusi formalmente dall organizzazione al fine di orientare il comportamento dei propri membri in merito a quali siano le azioni corrette e opportune da realizzare a partire dagli ideali e dalle prospettive finali dell organizzazione stessa 5. Ad esempio, una azienda che vuole raggiungere livelli di efficienza elevati attraverso scansioni di lavoro serrate, è probabile che, per adeguare i comportamenti dei propri membri, promuova una cultura del valore economico del tempo. Allo stesso modo una azienda che pensa di massimizzare il contributo singolare dei suoi membri attraverso la promozione di valori di tipo individualistico avrà la tendenza, in caso di incidenti, a focalizzare la sua attenzione sugli errori attivi e a rafforzare il quadro di prescrizioni necessarie all eliminazione dell errore umano per mezzo di sanzioni e misure disciplinari. Al contrario, laddove vengano diffusi valori cooperativi e si metta al centro dell azione organizzativa il gruppo inteso come squadra, l attenzione dell organizzazione sarà orientata verso i fattori latenti degli errori e degli incidenti e le misure di prevenzione saranno focalizzate più sulle condizioni di lavoro del soggetto che sulla prestazione di lavoro in sé. Nel terzo quadrante (processi automatici/dimensione cognitiva) troviamo le risposte comportamentali imitative ossia l insieme di comportamenti appresi che i membri di un organizzazione hanno messo a punto nella loro esperienza di lavoro, specificatamente attraverso l imitazione, la ripetizione e la conferma delle pratiche lavorative altrui. Si tratta di comportamenti interiorizzati a tal punto da divenire assunti impliciti, categorie della mente, qualche cosa di scontato che scompare dal controllo cosciente e consapevole dell attore organizzativo: esso rappresenta ciò che non ci sogneremo mai di mettere in discussione osservando il mondo che ci circonda e che, eventualmente, ci scandalizza nel comportamento degli altri: qualcuno che guida contromano in autostrada ci scandalizza, prima ancora di spaventarci, perché cozza contro un assunto radicato, e ormai inconscio, relativo a come ci si comporta in autostrada (Ferrante e Zan 2007). Questi comportamenti, a differenza di quelli riscontrabili nel primo quadrante, non sono il frutto di uno sforzo riflessivo e di astrazione sul modo corretto di fare le cose ma sono il prodotto di una dinamica adattivo/evolutiva di apprendimento. Sono comportamenti che vengono attivati in maniera reattiva, quasi istintuale, nel senso che non vengono anticipati da veri e propri processi riflessivi. L operaio che lavora sulla catena di montaggio, ad esempio, dopo un certo tempo eseguirà le operazioni proprie alla sua attività di default, senza dovere pensare, come gli accadeva all inizio, all ordine e alla sequenza dei movimenti che gli vengono richiesti. Il suo agire diventa automatico in tale senso e, con il crescere dell esperienza, probabilmente riuscirà ad operare correttamente anche indirizzando la propria attenzione su altre cose. Quando un individuo deve attraversare la strada compie una serie di operazioni piuttosto complesse: guarda a destra e a sinistra se sopraggiungono vetture ed effettua una stima eventuale sulla distanza e sulla velocità con la quale queste si muovono nella sua direzione. Compiere correttamente queste operazioni significa garantire la propria incolumità, tuttavia, la maggior parte degli individui le effettua con disinvoltura e senza rifletterci sopra molto. Questo dipende dal fatto che attraversare la strada è un esperienza abituale, di routine, altamente interiorizzata nella maggior parte degli individui che abitano i contesti urbani tanto da poter essere eseguita mentre si svolgono in contemporanea altre attività come, ad esempio, parlare ad un telefono cellulare. I comportamenti automatici (terzo quadrante) a volte non sono altro che il frutto dell interiorizzazione profonda dei comportamenti controllati (primo quadrante), tuttavia, non sono rare le situazioni in cui i comportamenti automatici di una organizzazione contraddicano o divergano dai comportamenti controllati. Se in un cantiere edile la maggior parte delle maestranze al lavoro non indossa i dispositivi di sicurezza individuale previsti, non è detto che questi non siano stati messi a disposizione dall organizzazione o che questa non tenti di imporli ai propri membri. È più probabile che questa modalità di lavoro sia il frutto di un processo di apprendimento informale, o non ufficiale, sul modo corretto di operare presente nel gruppo a prescindere dalla regole e dalle norme dichiarate dell organizzazione. Quando un comportamento diviene automatico, nel senso appena esplicitato, è difficile modificarlo attraverso gli strumenti propri al primo quadrante del nostro modello teorico, in linea con quanto afferma Camerer (2008): la competizione tra i processi di rilevazione di configurazioni, rapidi e inconsci, e la loro modulazione, lenta e faticosa, a opera dei processi deliberativi, non è una competizione leale; ne segue che le impressioni automatiche finiscono con l influenzare il comportamento per la maggior parte del tempo. Non è sufficiente dunque elaborare nuove e più razionali modalità comportamentali (primo quadrante) se si vogliono modificare assunti impliciti (terzo quadrante). È necessario, invece, comprendere quali percorsi adattivi gli attori organizzativi hanno intrapreso per maturare le modalità di comportamento che si vogliono riformare. Nel quarto quadrante (processi automatici/dimensione emotiva), infine, troviamo le risposte comportamentali basate sulle pratiche lavorative. Si tratta, in definitiva, dei valori e delle teorie in uso all interno dei gruppi e delle unità che compongono l organizzazione. Si tratta di quei principi e convinzioni comuni che si sono affermati nell organizzazione a prescindere dalle indicazioni di vision e mission aziendale e che effettivamente guidano e orientano il comportamento degli individui al suo interno. Questi valori, come gli elementi del terzo quadrante, non sono necessariamente progettati dall organizzazione ma sono appresi dai diversi attori per via adattiva, attraverso la concreta pratica di sopravvivenza del gruppo. Ad esempio, una azienda può avere una carta dei valori che promuove una cultura partecipativa ma al con- 152 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 153

80 tempo i suoi membri possono avere una cultura individualistica del lavoro fondata sul rispetto per la gerarchia e le competenze e sulla convinzione che una organizzazione tayloristica delle attività sia sempre e comunque quella giusta. In questo caso la carta dei valori di tipo partecipativo non è altro che un operazione di maquillage rispetto alla reale cultura dell organizzazione che si è sviluppata sul campo nell affrontare i propri problemi di sopravivenza. I valori in uso, dal momento che nascono dall esperienza del gruppo e sono interiorizzati nella pratica quotidiana, si attivano spontaneamente nell orientare i comportamenti degli individui in quanto costituiscono il loro reale modo di pensare. Se in un reparto produttivo si afferma, nella pratica di lavoro quotidiana, una cultura machista è probabile che gli individui siano più propensi ad assumere comportamenti di lavoro a rischio (issarsi su un ponteggio senza imbracatura), questo a prescindere dalle indicazioni di valore che provengono dal vertice aziendale che magari, nei suoi documenti di vision e mission (secondo quadrante), mette al centro la salute dei lavoratori ed i comportamenti sicuri di lavoro. Gran parte del comportamento di un organizzazione è il prodotto dell interazione di tutte e quattro i tipi di modalità comportamentali individuate. Quando ad un gruppo di lavoro viene assegnato un compito specifico, per primo si attiveranno gli elementi del terzo e del quarto quadrante. Il gruppo ricercherà automaticamente nella sua esperienza i modelli per decodificare il compito e le relative modalità di comportamento utili all esecuzione del lavoro (terzo quadrante). Sempre l esperienza pregressa fornirà le indicazioni sul valore di gratificazione del compito assegnato ovvero informazioni sull utilità del lavoro del tipo: questo lavoro mi piace, questo lavoro è importante o questo lavoro è facile o pericoloso (quarto quadrante). Spesso l elaborazione del comportamento ha termine prima che entrino in gioco i quadranti primo e secondo. Questi livelli di elaborazione superiore si attiveranno di fronte ad un compito insolito o del tutto nuovo oppure di fronte ad un compito conosciuto al quale si è di recente associata un esperienza inattesa come quella di un incidente o di un grave errore di realizzazione. In queste particolari circostanze è legittimo attendersi che anche le attività più conosciute, svolte abitualmente nella modalità di default, vengano rilette e ridefinite, almeno in un primo periodo, sulla base di quelle che sono le strategie operative formali dell organizzazione (primo quadrante) e che anche i giudizi di valore sull attività vengano temporaneamente riconcettualizzati facendo appello ai valori dichiarati ed ufficiali dell organizzazione stessa (secondo quadrante) I comportamenti (in)sicuri tra l organizzare, l auto-organizzazione e i processi imitativi Sosteniamo, quindi, che esista sempre una tensione tra l organizzare intesa come pratica riflessiva formale e l auto-organizzazione intesa come la capacità dei gruppi di organizzarsi da sé in base a esperienze e valori pregressi fortemente interiorizzati e impliciti. Per ipotesi, tuttavia, siamo portati a dare priorità logica e importanza diagnostica agli aspetti automatici e auto-organizzantesi del comportamento dei soggetti. Questa convinzione dipende dal fatto che la razionalità formale è una modalità di comportamento e di presa di decisione faticosa, lenta e spesso non più efficiente di altre strategie di apprendimento. Il più delle volte gli individui, i gruppi e le organizzazioni mettono in campo risposte ai problemi e ai compiti che devono affrontare che sono il frutto di processi molto più rapidi ed economici del calcolo o dell elaborazione logica, tra questi si possono annoverare l adattamento e l imitazione. La risposta adattiva delle organizzazioni ai propri problemi di sopravvivenza è quella che nasce dai percorsi riconducibili allo schema prova/errore. La maggiore parte delle pratiche di lavoro presenti in una organizzazione non nascono come uno sforzo di astrazione finalizzato alla miglior realizzazione possibile di un determinato compito, ma dalla capacità che l organizzazione ha di prendere delle decisioni semplici, di correggersi e di imparare. Si tratta di un processo per tentativi in cui è l interazione con il compito a definire il prodotto dell apprendimento. È, in ultima istanza, una forma di razionalità empirica. I comportamenti ed i valori che nascono da questo tipo di interazione con il mondo hanno una natura istintuale, sono di difficile introspezione, vengono socializzati dai membri del gruppo per via empirica e sono, quindi, riconducibili al terzo e quarto quadrante del nostro schema teorico. È possibile che l organizzazione, in seguito ad un processo di razionalizzazione formale ex post, elevi questi elementi ai primi due quadranti della nostra tipologia ma questo non ne modifica la natura originaria e, quindi, neppure il valore teorico e diagnostico intrinseco alla nostra ipotesi di ricerca. L imitazione è una forma di apprendimento sociale particolarmente efficace quando le informazioni scarseggiano o sono ambigue. In questi casi, gli individui agiscono secondo una razionalità limitata alle informazioni e conoscenze a disposizione (Simon 2001): raccolgono più frammenti possibili semplicemente osservando cosa fanno gli altri. Come fa notare il fisico sociale Mark Buchanan (2008): Noi in genere viviamo la nostra vita convinti di prendere in prima persona le nostre decisioni. Invece siamo molto simili ai pinguini: [ ] collettivamente, i pinguini si trovano ogni giorno di fronte a un dilemma. Sopravvivono mangiando solo pesce, che prendono dal mare azzurro e gelato. Ma nel mare non c è solo pesce. A volte, sotto forma di orche, è in agguato una morte violenta, perciò devono essere prudenti, entrare in acqua solo quando sanno che non c è pericolo. È qui che la situazione si fa spinosa. Finchè un orca non sale in superficie, un pinguino, da terra, non può accorgersi della sua presenza. Gli unici modi per scoprire se c è sono tuffarsi o prendere tempo e sperare che qualche altro pinguino più temerario si stanchi di aspettare e salti in acqua. Così i pinguini, specie all inizio della giornata, giocano ad aspettare come a una roulette, diciamo così, orchesca. Ciondolando intorno ore finchè, alla fine, qualche pinguino disperato si tuffa e, a quel punto, per l intero gruppo è o tutti o nessuno. Un lago di sangue, e nessuno si muove; non succede niente, e tutti si buttano in acqua alla ricerca di prede. 154 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 155

81 I comportamenti appresi mediante strategie di imitazione hanno anche essi le caratteristiche proprie ai quadranti terzo e quarto del nostro modello interpretativo ovvero sono automatici, inconsci ed istintuali. Non è certamente una scelta razionale, logica e ponderata quella che ci spinge a scegliere un ristorante solitamente affollato rispetto ad uno deserto, o quella che spinge le banche ad aprire nuove filiali dove vedono cha altre banche hanno filiali. Il meccanismo imitativo ci invita a credere che se gli altri fanno qualche cosa o si comportano in una determinata maniera ci deve pure essere un motivo. Si tratta di un processo decisionale altamente economico, in quanto si fonda sull esperienza altrui ma che nasconde diverse insidie. L imitazione, difatti, non produce nessuna nuova informazione, non fa altro che amplificare gli effetti che un frammento di informazione, vera o falsa che sia, può avere (Buchanan 2008). Questo rende difficile la ricostruzione del percorso fra causa ed effetto di un dato comportamento sociale, le azioni di pochi possono rapidamente trasformarsi nel modo di fare di molti senza che vi sia un reale atto deliberativo o una reale riflessione sul comportamento messo in atto. L assunzione, ad esempio, di un comportamento lavorativo a rischio può non dipendere dalla libera scelta dell individuo di mettere a repentaglio la propria incolumità sulla base di un calcolo di costi/benefici. La scelta, al contrario, può essere puramente imitativa del comportamento altrui e per questo di tipo reattivo, automatico, in qualche misura inconscia. Inoltre, alla semplicità e alla economicità della scelta imitativa va aggiunto anche l elemento della fisiologia della coesione, dell in-group inteso come fattore di coesione organizzativa. Riconoscersi in un gruppo è gratificante dal punto di vista individuale ed è un fattore di creazione e di sostegno dell identità. Ogni individuo cerca, almeno parzialmente, la conferma alla proprie scelte e alla propria visione del mondo negli altri. Sostiene, ad esempio, la Bombelli (2008): Per fare un esempio molti venditori di una stessa azienda hanno sviluppato modalità di comunicazione molto simili che sono ritenute il modo migliore per approcciare il cliente. Questo elemento può ritenersi interno alla prestazione. Ma nello stesso gruppo di venditori ci potrebbe essere una omologazione per quanto riguarda il modo di vestire, le barzellette che vengono raccontate, le modalità di affrontare il cliente se è maschio o femmina, insomma mille altre sfumature di comportamento che si trasmettono nel gruppo e che il gruppo ritiene adatte alla situazione la coesione culturale del gruppo espelle le persone diverse, senza interrogarsi se modalità di comportamento altre possano avere una analoga o superiore efficacia dal punto di vista del raggiungimento del risultato. L in-group, ossia la forza derivante dall identificarsi in modo peculiare rispetto all esterno, può trasformarsi in group thinking, ossia la tendenza a pensare in gruppo in maniera a-critica e conformistica: si tratta di un limite alla capacità del gruppo di accogliere idee nuove, posizioni differenti e non in linea con il dettame sviluppato nel corso della propria esperienza. Così, una nuova normativa sulla sicurezza o nuove disposizioni in merito alla profilassi dell inci- dente o dell errore possono essere interpretate dagli attori organizzativi come una minaccia al loro modo di operare anche se sono tecnicamente e razionalmente valide. In situazioni di questo tipo non sono rari atteggiamenti di vero e proprio boicottaggio delle teorie dell azione dichiarata dell organizzazione. La cultura che fa funzionare un gruppo, quindi, diventa una sorta di gabbia cognitiva : Proprio in quanto espressione di una risposta valida a un dato problema, la cultura organizzativa può essere interpretata come gabbia cognitiva, cioè come l unico modo adeguato di vedere, affrontare e risolvere i problemi. È esattamente questo il senso di termini come deformazione professionale o incapacità addestrata che possono portare molto spesso al paradosso del successo. In molti casi vediamo organizzazioni che hanno avuto successo in passato crollare repentinamente perché sono incapaci di spogliarsi della loro cultura, di leggere l ambiente in modo diverso, di ipotizzare nuove soluzioni a nuovi e vecchi problemi. Di fronte a un qualsiasi problema emergente tendono a dare sempre e comunque quelle risposte già date in passato e che in passato si sono dimostrate valide. (Ferrante e Zan 2007). Accettare questa prospettiva significa liberarsi dal presupposto falsificante che gli individui compiano solamente scelte razionali e che dispongano di capacità mentali infinite per farlo senza commettere errori. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti gli individui, i gruppi e le organizzazioni a volte non possono essere razionali, nella maggior parte dei casi non vogliono essere razionali e comunque questo non costituisce un problema perché per prendere delle decisioni sono a disposizione altri mezzi altrettanto, e spesso, più efficaci. Muovendo da questi presupposti, anche il tema della sicurezza e della gestione del rischio si sposta da una dimensione tecnico-normativa ad una socio-organizzativa. Il fatto di non disporre di criteri certi nella previsione dei comportamenti (teoria dell attore perfettamente razionale) non elimina la possibilità di studiare il fenomeno sociale degli incidenti e dei disastri sui luoghi di lavoro, ma, di fatto, impone di spostare l attenzione di ricerca dagli individui alle strutture (sistema delle interazioni). L idea al centro di questo articolo, in definitiva, è che l unico modo per capire cosa determini un incidente sul lavoro o un quasi incidente (near miss) consista nel pensare in termini di strutture e non di persone. Si tratta di indagare il difficile legame che si instaura fra le intenzioni individuali degli attori organizzativi e gli esiti sociali dei loro comportamenti (cfr. par. 2). Nessuno desidera provocare incidenti o commettere errori che mettano a rischio la propria incolumità fisica e quella del proprio gruppo di lavoro e non è nemmeno corretto pensare che gli incidenti o gli errori nascano esclusivamente dalla semplice incompetenza lavorativa degli operatori di prima linea (nucleo tecnico) o dei progettisti del sistema. Gli incidenti e i quasi incidenti devono essere considerati come l output di processi lavorativi le cui strutture (il termine struttura va inteso in questo caso come configurazione complessiva del sistema delle interazioni) emergono quasi spontaneamente dal complesso e caotico sistema delle interazioni tra le parti dell organizzazione, fino ad acquistare una 156 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 157

82 energia e un potere autonomo. La direttrice lungo la quale si muove il processo di lavoro, può benissimo non riflettere i desideri di alcun singolo attore organizzativo, e nemmeno i desideri della media degli attori organizzativi. Le azioni dei singoli soggetti penetrano, come fossero degli input, il contesto sociale nel quale questi sono inseriti e contribuiscono a creare una realtà che, a sua volta, retroagisce su di essi spingendoli in una direzione o in un altra, con conseguenze che possono essere positive o negative. Gli attori organizzativi vengono come attirati in correnti comportamentali e, in questo modo, ingrossando le loro fila, le rendono ancora più potenti e convincenti per gli altri. Senza volerlo, contribuiscono a creare stili, credenze e pratiche di lavoro che hanno un carattere non deliberato (non anticipato da processi riflessivi) e che possono, proprio per questa ragione, condurre, nel medio o lungo periodo, a conseguenze inattese come quelle dell incidente e del quasi incidente. Si tratta di fenomeni di auto-organizzazione (quadranti terzo e quarto) che sfuggono al controllo della tecnologia umana abituale e al suo tentativo di gestire in modo centralizzato i processi in atto (quadranti primo e secondo): Dobbiamo ancora una volta ricordare la relazione circolare tra parti e tutto, e nello stesso tempo ricordare che ogni organizzazione è anche auto-organizzazione. Questo non significa che ogni organizzazione sia spontanea e priva di progetto, ma piuttosto che essa è una organizzazione vivente, e che quindi, mentre produce beni e servizi, costruisce anche se stessa, e questa costruzione di se è in una relazione circolare con le parti che la costituiscono. Che cosa produce, infatti, l organizzazione? Certamente oggetti, servizi, o altro. Ma essa produce anche significati per l esperienza, significati che poi ciascuno fa propri attraverso questo circolo costruttivo: l organizzazione, dunque, si auto-produce. L organizzazione è una realtà che condiziona la mente dei singoli, anche se, circolarmente, l organizzazione stessa non esisterebbe senza le persone che la fanno nascere e vivere (Zanarini 1996). L essenza dell auto-organizzazione può essere così schematizzata: un determinato processo A porta ad un altro processo B, che a sua volta porta ad un più di A, che porta ad un più di B e così via in una spirale in crescendo di feedback. Il feedback è spesso di importanza cruciale, e tuttavia lo si nota soltanto se si focalizza l attenzione sulle interazioni fra le varie parti del sistema e non se ci si concentra sulle parti in sé (Buchanan 2008). Ad esempio, un lavoratore adotta un comportamento a rischio (processo A), un comportamento non conforme alla normativa di sicurezza, questo comportamento migliora in qualche termine la sua performance (processo B), a loro volta i vantaggi derivanti dal miglioramento della performance retroagiscono sulla decisione del lavoratore di reiterare il comportamento pericoloso (processo A) e di conseguenza aumenteranno i benefici di prestazione (processo B). Questa spirale di feedback va a definire una struttura comportamentale destinata a spezzarsi quando il ripetersi continuato di comportamenti rischiosi, ma vantaggiosi, sfocerà in un errore o in un incidente. Inoltre, se si aggiungono al caso gli effetti dei processi imitativi sopra illustrati, non è difficile immaginare come i benefici rica- vati dal lavoratore, ovviamente prima dell incidente, possano spingere i suoi colleghi ad adottare modalità operative simili, ingrossando la struttura comportamentale ed accrescendo esponenzialmente la possibilità che si verifichi l incidente. Nell ipotesi appena formulata, la normativa sulla sicurezza, quella che definisce come non conforme il comportamento del lavoratore e che noi abbiamo etichettato come processo A, è relegata esclusivamente nell ambito del primo o del secondo quadrante della nostra tipologia. Essa rappresenta la teoria dell azione dichiarata dell organizzazione ma non la teoria in uso, si attiva solamente ad incidente avvenuto, per l individuazione dei colpevoli, ma non agisce da elemento di prevenzione come invece dovrebbe fare. Questa situazione è determinata sostanzialmente da due ordini di fattori: da un lato gli attori organizzativi in prima linea (nucleo tecnico dell organizzazione) vivono il conflitto derivante dalla scelta fra l ottenere il vantaggio immediato e concreto di un comportamento potenzialmente rischioso e il dovere di rispettare le norme e le procedure di sicurezza stabilite dall organizzazione per evitare danni a persone o cose. Dall altro l organizzazione deve scegliere in che misura rinunciare ai benefici derivanti dall auto-organizzazione dei processi di lavoro (maggiore economicità, velocità, flessibilità, ecc.) a favore di una maggiore aderenza comportamentale dei membri alle regole del sistema. Soffermiamoci, per il momento, ad esaminare il primo fattore indicato, mentre il secondo verrà esaminato a chiusura di questo paragrafo. Il conflitto potenzialmente vissuto dagli operatori del nucleo tecnico tra l aderenza alla norma e i vantaggi immediati derivanti da un comportamento potenzialmente rischioso può essere descritto e spiegato da ciò che gli scienziati sociali definiscono problema della conoscenza induttiva o da meccanismi sociali simili. Per introdurlo facciamo ricorso alle parole di Nassim (2007): Pensate a un tacchino a cui viene dato da mangiare tutti i giorni. A ogni pasto si consolida la sua convinzione che una regola generale della vita sia quella di essere sfamati quotidianamente da membri amichevoli della razza umana che pensano solo al suo interesse, come direbbe un politico. Poi però, il pomeriggio del mercoledì che precede il giorno del Ringraziamento, al tacchino succede una cosa imprevista, che lo spinge a rivedere le sue idee. Per il lavoratore del nostro caso ipotetico, come per il tacchino di Nassim, l esperienza non è priva di valore ma ha un valore negativo. Il lavoratore ha imparato dall esperienza. La sua fiducia è aumentata man mano che accrescevano i benefici derivanti da suoi comportamenti non conformi alle norme di sicurezza; benché l incidente fosse sempre più prossimo, il lavoratore si sentiva sempre più convinto della correttezza e dell utilità del suo modo di comportarsi. L errore e l incidente, finché non si verificano, hanno una natura ipotetica, astratta, lontana e, per questo, esercitano una minore influenza sull attore organizzativo rispetto agli immediati benefici che possono derivare da determinati comportamenti, di cui si può fare un esperienza quotidiana e ripetuta (Weick 2001). Questo meccanismo rappresenta, dunque, una sorta 158 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 159

83 di normalizzazione della devianza 6 : le norme sulla sicurezza vengono sistematicamente aggirate, saltate, non seguite poiché i comportamenti devianti rappresentano un qualche beneficio di natura organizzativa e lavorativa, tanto per gli operatori quanto per i manager. In tal modo, la devianza stessa diviene normale poiché, sino a che non succede un incidente grave, l esperienza degli attori indica agli stessi che tutto, in fondo, sta andando per il verso giusto e funziona. In questo senso assume particolare importanza il ruolo ed il valore della formazione intesa come opportunità di vivere anticipatamente, anche se in maniera virtuale, simulata o simbolica, le possibili conseguenze di un incidente o di una prassi lavorativa non corretta. Ovviamente diventa cruciale la scelta delle metodologie formative più efficaci per raggiungere tale obiettivo e per mettere in discussione e cambiare comportamenti devianti ormai consolidati Paradosso dell induzione e normalizzazione della devianza: alcuni casi esemplificativi Al fine di sviluppare ulteriormente il nostro ragionamento, a conclusione di questo paragrafo, vorremmo descrivere alcuni casi, estrapolati dalla letteratura, e interpretarli attraverso lo schema di analisi e valutazione dei comportamenti organizzativi che definiscono il lavorare in sicurezza così come l abbiamo sinora presentato, soffermandoci in particolare a rinvenire gli aspetti funzionali e automatici (paradosso dell induzione). Partiamo con il caso dell incidente aereo dell ATR 72 avvenuto a Palermo nel mese di agosto dell anno 2005 e riportato da Catino (2008). L aereo ATR 72 finisce il carburante ma dagli indicatori non risultava: 16 morti e 23 feriti. Quale è stato l errore? I due indicatori dell ATR 72 sono stati sostituiti con quelli dell ATR 42. Com è stato possibile questo errore fatale? Per rispondere occorre ricostruire la sequenza che ha portato all errore finale e all incidente e valutarne i fattori organizzativi latenti. Ciò che è successo è descrivibile nei seguenti termini: il magazziniere non ha controllato il modello e il numero seriale del pezzo di ricambio; il meccanico ha montato il pezzo sul velivolo; l ispettore che verifica il numero seriale non ha riscontrato l errore; il tecnico di linea che fornisce il carburante e controlla le apparecchiature non si è accorto di nulla; il comandante, infine, dovrebbe controllare strumenti e tipo di carburante: nessun allarme da lui rilevato o segnalato. Se si guarda all incredibile sequenza di errori sopra riportata, focalizzando l attenzione sulle singole parti del sistema, si potrebbe giungere alla conclusione che l incidente è stato causato dall inefficienza o dall incompetenza propria di ben cinque soggetti diversi. Se così fosse, gli incidenti aerei come quello dell ATR 72 di Palermo sarebbero tutt altro che infrequenti e inattesi dato che lo stesso personale sicuramente è stato impiegato su molti altri voli. Tuttavia, spostando l attenzione dalle persone alla struttura delle interazioni ed osservando il caso alla luce del problema dell induzione le cose appaiono sotto una forma diversa. È molto probabile che magazziniere, meccanico, ispettore, tecnico di linea e comandante, proprio perché nella loro esperienza quotidiana di organizzazione del volo non si sono mai imbattuti in un incidente, abbiano imparato a fidarsi delle informazioni provenienti da coloro che li precedono nella catena degli eventi (processo di lavoro). Così facendo hanno sviluppato comportamenti automatici non conformi alle procedure di sistema e questi comportamenti hanno dato vita ad una struttura di lavoro che è sfociata nel disastro aereo del 6 agosto Una cosa che ha funzionato in passato inaspettatamente smette di funzionare e quello che si è appreso dal passato risulta nel migliore dei casi irrilevante o falso, e nel peggiore pericolosamente ingannevole. Nel tempo il magazziniere ha imparato a fidarsi della correttezza del numero seriale applicato sui pezzi di ricambio ed ha smesso di controllarli, il meccanico nel tempo ha imparato a fidarsi delle forniture del magazziniere, l ispettore a fidarsi del lavoro del meccanico, il tecnico di linea del lavoro dell ispettore e così via fino ad arrivare al comandante. È proprio il fatto che per lungo tempo le cose siano andate bene che spinge gli attori organizzativi a modificare i propri comportamenti non seguendo più le procedure codificate (non effettuare i controlli) e fino a quando i comportamenti modificati non genereranno errori ed incidenti, questi saranno reiterati in virtù dei vantaggi di cui sono portatori (minore fatica, maggiore velocità di esecuzione, ecc.). Un caso analogo, sempre riportato in Catino (2008), è quello denominato Il caso del signor X, che rappresenta un incidente occorso in ambito ospedaliero. Lo riportiamo per intero qui sotto: Il signor X è un uomo di 65 anni ricoverato d urgenza per frattura del femore (sabato mattina). Le sue condizioni generali suono buone anche se è affetto da molti anni da artrite reumatoide. All ingresso segnala al dottor Primo (medico accettante) di essere in trattamento con Methotrexate, due fiale da 500mg alla settimana. Il dottor Primo chiede al signor X e alla figlia (assistente sanitaria) di produrre documentazione medica della prescrizione e trascrive in cartella. Nella farmacia di reparto sono presenti solo fiale di Mtx da 5mg e si provvede a richiederlo dalla farmacia interna. La figlia del signor X conferma quanto detto dal padre senza portare documentazione scritta, ne le confezioni usate a casa. Il lunedì il dottor Primo va in ferie, lasciando il reparto al dottor Secondo che giornalmente visita il signor X. Il dottor Secondo trascrive correttamente la prescrizione (2 fiale da 500mg di Mtx alla settimana). Il mercoledì successivo si provvede alla prima somministrazione di Mtx. L anestesista visita il signor X, controlla la terapia e concede il nulla-osta all intervento. Il signor X viene sottoposto a trattamento chirurgico (endoprotesi), viene praticata la seconda somministrazione di Mtx. Le condizioni del Signor X progressivamente 160 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 161

84 deteriorano, gli viene praticata una terapia antibiotica a largo spettro. Continua il deterioramento delle condizioni generali del paziente: febbre oltre 38.5, astenia marcata, leucopenia, agranulocifosi. Il signor X viene trasferito nell unità operativa di malattie infettive, inizia il trattamento con acido folico. Setticemia, decesso (undicesima giornata). Quale è l errore? Il Methotrexate è disponibile in dosi da 5mg per il trattamento dell artrite reumatoide e in dosi da 500mg per il trattamento dei tumori maligni, in questa seconda indicazione va somministrato con farmaci in grado di ridurre l effetto lesivo sulla produzione di globuli bianchi (acido folico). Chi ha sbagliato? L errore di dosaggio non è stato rilevato: né dal dottor Primo; né dal dottor Secondo; né dai medici di guardia del pomeriggio; tanto meno dall anestesista; né dall internista o dalla farmacia.. Anche in questo caso, se ci si sofferma sulle parti del sistema, quindi sulle persone, dovremmo chiederci come mai di tanta impreparazione ed attenderci una casistica di errori in ambito ospedaliero molto più elevata di quella esistente. D altronde se si assume come alta l incompetenza del personale di un ospedale dovremmo, di conseguenza, dedurre che le probabilità che si verifichi un incidente sanitario siano molto elevate. Ma se si adotta, invece, la prospettiva strutturale e si applica, come chiave di lettura, il problema dell induzione anche il caso del signor X si trasforma da un problema di competenze in qualcosa di simile a quella che Merton (2000), con un illuminante espressione, ha chiamato incapacità addestrata, una incapacità addestrata proprio dalle precedenti esperienze di successo (paradosso del successo), la quale spinge a non mettere in dubbio e a non riflettere sulle proprie pratiche lavorative quotidiane (in)sicure, generando ciò che altrove abbiamo descritto come normalizzazione della devianza. Proprio per questo, tutti quelli che credono incondizionatamente nei benefici dell esperienza passata dovrebbero riflettere su quanto pronunciato dal comandante della più famosa nave della storia: Ma nella mia esperienza non sono mai stato coinvolto in un incidente degno di questo nome. Non ho mai visto una nave in difficoltà sulle rotte che ho percorso, non ho mai visto un naufragio né vi sono stato coinvolto io stesso, e neppure mi sono mai trovato in una situazione che minacciasse di trasformarsi in un disastro [E.J. Smith, 1907, comandante del RMS Titanic]. Stando le cose in questi termini, occorrerebbe fare appello alla capacità razionale dell organizzazione di rendere i comportamenti dei suoi attori aderenti alle regole progettate dal sistema. Il lettore potrebbe, infatti, affermare: se ci sono processi automatici e contro-intuitivi che sfuggono al controllo organizzativo, basterà riportare i primi nell alveo dei secondi per ripristinare comportamenti conformi alla normativa e alle procedure della sicurezza. Come si vedrà in seguito (cfr. par. 3.4), la logica di intervento da noi proposta e schematizzata va proprio nella direzione di far dialogare processi automatici e controllati, prescrizioni manageriali e pratiche lavorative concrete. Tuttavia dobbiamo avvertire il lettore, per onestà intellettuale ed efficacia reale degli interventi per la sicurezza sul lavoro, della presenza di alcune questioni basilari relative proprio al dilemma che si presenta ai manager tra rinunciare ai benefici derivanti dall auto-organizzazione e la maggiore aderenza comportamentale dei membri alle regole del sistema. La principale questione è che risulta quasi impossibile per un sistema azzerare quelli che abbiamo chiamato processi di auto-organizzazione. Per fare ciò l organizzazione dovrebbe investire per le attività di controllo risorse superiori che per le attività di produzione o di servizio, e questo è decisamente antieconomico. In secondo luogo, come abbiamo ripetutamente affermato, i criteri di decisione controllati, di tipo razionale-formale sono decisamente più faticosi, lenti e costosi rispetto ai processi di tipo automatico. Qualora un organizzazione riuscisse ad imporre ai propri membri un adesione totale alle regole progettate razionalmente dal sistema maturerebbe, probabilmente, uno stile comportamentale di tipo, per così dire, compulsivo: i gruppi di lavoro sottoporrebbero anche le più banali decisioni a interminabili deliberazioni e ragionamenti, anche nelle situazioni nelle quali sarebbe perfettamente appropriato prendere una decisione rapida, per esempio quando si tratta di scegliere in merito ad attività di routine. Infine, va ricordato che anche le norme comportamentali che nascono dall azione riflessiva dell organizzazione sono in qualche misura soggette al problema dell induzione. Infatti, anche il sapere di tipo tecnicoscientifico è inquadrabile all interno del più generale contesto della razionalità limitata (Simon 2001). Alla luce di quanto detto nelle pagine precedenti, il problema della sicurezza nelle organizzazioni di lavoro non appare più risolvibile sul piano ideale della perfetta progettazione tecnico-normativa. L idea di poter specificare in anticipo (astrattamente) i comportamenti effettivi che garantiscono sicurezza risulta essere debole (utopistica) rispetto alla reale natura della questione. Ciò che emerge è la necessità, da parte delle organizzazioni, di impegnarsi in un azione di guida dell evoluzione dei comportamenti e delle interazioni di lavoro che porti i diversi elementi che costituiscono il sistema azienda a dare vita ad una effettiva cultura della sicurezza capace di produrre soluzioni autonome e specifiche rispetto alla diverse situazioni di rischio che si possono generare nella quotidiana pratica lavorativa. Il modo concreto perché gli elementi del sistema impresa cooperino alla produzione della suddetta cultura è favorirne la partecipazione. La partecipazione deve essere vista come una fonte per migliorare le condizioni di lavoro e soprattutto come lo strumento per complessificare la risposta dell organizzazione alle sue esigenze di sicurezza. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, gli errori e gli incidenti non sono né eventi totalmente aleatori né eventi totalmente prevedibili, ma si collocano in situazioni intermedie, complesse, che non sconfinano né nel campo della stabilità né nel campo della casualità. Per far fronte a queste situazioni è fondamentale sviluppare processi di auto-organizzazione (risposte adattive) efficaci nei quali vengano valorizzate le differenze reciproche tra gli elementi del sistema al fine di 162 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 163

85 raggiungere una risposta integrata, capace di mettere in campo l esperienza di tutti e di tenere in considerazione, allo stesso tempo, le reali esigenze di ogni attore organizzativo coinvolto. I comportamenti di lavoro sicuri non devono rimanere delle prescrizioni esogene, progettate da qualche sapere esperto ed imposte agli attori organizzativi (quadranti primo e secondo), ma devono essere il frutto di una elaborazione collettiva dalla quale possano emergere anche quegli elementi impliciti, taciti, automatici che, come si è gia detto, giocano un ruolo così importante nella determinazione dei comportamenti organizzativi (quadranti terzo e quarto), specialmente in tema di sicurezza sul lavoro. Scopo del prossimo paragrafo sarà quello di delineare una strategia e metodologia di intervento generale, basata sul modello teorico e valutativo sinora descritto. Ci chiederemo, in particolare, quale ruolo possa giocare, nel quadro interpretativo sinora esposto, la consulenza-formazione professionale per la costruzione di un autentica cultura organizzativa della sicurezza la quale si basi sull osservazione e l esplicitazione delle pratiche lavorative delle unità organizzative e dei gruppi di lavoro. 3.4 LAVORARE IN SICUREZZA NELLE AZIENDE: UN APPROCCIO MIRATO DI FORMAZIONE-CONSULENZA Nei paragrafi precedenti abbiamo inquadrato la questione sicurezza come una variabile legata ai sistemi organizzativi, cioè come una condizione lavorativa che dipende da comportamenti individuali e collettivi maturati, diffusi ed integrati all interno di un ambiente organizzativo definito da elementi strutturali, tecnologici, culturali e relazionali (Fig. 1). Si è, inoltre, descritto un modello interpretativo (Fig. 2) e presentato dei casi in cui si dava rilevanza e spiegazione di come il livello di (in)sicurezza sul lavoro in una specifica organizzazione (intesa come sicurezza per chi lavora in quel dato luogo e sicurezza per chi usufruisce del prodotto e/o servizio dell organizzazione) possa essere diagnosticato a partire dalla valutazione delle concrete strategie decisionali e delle risposte comportamentali apprese dai soggetti. Di particolare rilevanza, come abbiamo visto, è la descrizione e valutazione delle pratiche lavorative quotidiane degli operatori del nucleo tecnico di un azienda, soprattutto per ciò che riguarda il rapporto dialettico tra conoscenza esplicita e conoscenza tacita. Obiettivo del presente paragrafo, pertanto, sarà quello di indicare e descrivere a carattere generale una metodologia consulenziale-formativa finalizzata a diffondere cultura professionale e buone pratiche che abbiano dei risvolti efficaci nel costruire incrementalmente un organizzazione affidabile, la quale sia costantemente impegnata a lavorare tramite pratiche e comportamenti sicuri. Tale metodologia intende coinvolgere i diversi livelli, funzioni e divisioni organizzative prendendo in considerazione alcuni passaggi chiave per implementare la consapevolezza dei fattori di rischio e per allargare la messa in atto di comportamenti sicuri. La proposta metodologica trova le proprie basi nell utilizzo di un sistema consulenziale e formativo parzialmente mutuato dal modello di knowledge management di Nonaka e Takeuchi (1997), seppur applicato alle nostre specifiche esigenze ed in linea con quanto sostenuto nei precedenti paragrafi. L approccio formativo, pertanto, si ispira ad alcuni principi di fondo: un concetto di cultura professionale che riguarda sia l insieme dei valori e delle credenze delle persone che lavorano, sia gli aggregati di capacità, abilità gestionali e tecniche che rendono il lavoratore un soggetto competente ; il coinvolgimento di tutti i livelli organizzativi pertinenti nella costruzione del sistema sicurezza (responsabilità e motivazione delle persone); l emersione e la circolazione della conoscenza e dei saperi intrinseci ai diversi ruoli e connessi con le pratiche lavorative quotidiane (competenze tecniche, gestionali e relazionali implicate nel lavoro specifico e nel funzionamento organizzativo); la focalizzazione sui comportamenti e sulle pratiche lavorative considerate più o meno sicure dal gruppo oggetto dell intervento. È nostra intenzione, in questo paragrafo, essere quanto più schematici ed operativi possibile in modo da far percepire al lettore le potenzialità del nostro approccio, il tipo e la modalità generale di intervento che qui proponiamo: una definizione più dettagliata necessiterebbe la conoscenza dei processi specifici di una determinata azienda o organizzazione sulla quale intervenire concretamente Partire dalla conoscenza: osservazioni preliminari Lavorare in sicurezza significa, in definitiva, realizzare comportamenti individuali e collettivi orientati alla prevenzione, alla riduzione ed all evitamento di eventi rischiosi e dannosi per la salute fisica e psicologica di chi opera direttamente nella situazione di potenziale rischio e di chi, pur non operando nella situazione, può subirne indirettamente le conseguenze. Per realizzare tali comportamenti occorre, tuttavia, che gli individui si rendano conto di lavorare con pratiche lavorative che, seppur funzionali, possono essere intrinsecamente rischiose. I comportamenti individuali e collettivi appena citati originano dalla consapevolezza di quali e quanti siano i fattori di rischio all interno di un ambiente o in un processo lavorativo: si tratta pertanto di comprendere quali siano le situazioni croniche, ossia stabili ed intrinseche al tipo di lavoro, ed eccezionali, la cui probabilità è reale ma ridotta, in cui può verificarsi un incidente (frequenza e probabilità dell evento). Oltre a questo occorre anche che individui e gruppi si rendano conto e sappiano nella pratica quali siano le conseguenze dei possibili incidenti o di eventi dannosi e le precauzioni da prendere. 164 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 165

86 Si può di conseguenza affermare che i comportamenti sicuri derivino da due ordini di fattori: il sapere legato al lavoro: i rischi dell ambiente, i rischi legati all utilizzo di materiali ed attrezzature, i comportamenti ed i dispositivi di prevenzione funzionanti e così via; la motivazione dei lavoratori ad attuare comportamenti sicuri (cfr. par. 3.2). Per poter operare a livello delle conoscenze lavorative pratiche è opportuno individuarne alcune caratteristiche di fondo e definire in che rapporto esse stiano con le informazioni che vengono fornite nelle organizzazioni in termini di utilizzo della tecnologia, di prevenzione del rischio, di istruzioni operative e di richieste. In altri termini occorre valutare il grado di allineamento e integrazione tra il sapere pratico dei lavoratori e le informazioni ufficiali derivanti dal resto dell organizzazione (norme e procedure formali). In linea con quanto esposto nel par. 3.1 (cfr. fig. 1), è utile in questa sede richiamare la distinzione tra informazione e conoscenza. Quest ultima può essere considerata come l insieme certo ed esaustivo delle informazioni, degli strumenti e delle competenze che occorrono per definire il saper fare e il saper essere di un lavoratore e di una specifica pratica lavorativa. Non si tratta solo di competenze e conoscenze di natura strettamente tecnica e individuale, ma hanno a che fare con i valori, la professionali e l identità di un lavoratore e di un gruppo di lavoratori. In particolare, alla conoscenza così definita è possibile attribuire tre caratteristiche fondamentali: la conoscenza concerne le credenze e il coinvolgimento motivazionale: è legata al punto di vista soggettivo di individui e di gruppi, alle convinzioni che determinano gli atteggiamenti, alla motivazione; la conoscenza è intrinseca all azione: è finalizzata ed orientata ad un risultato e si concretizza in un attività o in un processo di lavoro; la conoscenza concerne l attribuzione di significati: è quindi specifica del contesto e della cultura che caratterizza un gruppo o un organizzazione ed in tal senso è legata all attribuzione di valore. La conoscenza lavorativa e organizzativa, in altri termini, pur essendo composta anche da un insieme di capacità e abilità generalizzabili, è fortemente legata al concreto contesto lavorativo: è conoscenza pratica situata e specifica (Gherardi e Nicolini 2004). È possibile definire l informazione, invece, come l atto di dare forma a dati ed eventi considerati oggettivi. Tra informazione e conoscenza, in altri termini, esiste un rapporto parte/tutto: la conoscenza è composta da un insieme di informazioni e, contemporaneamente, le informazioni vengono acquisite e interpretate entro un corpus di conoscenze pratiche già formato, esplicito o tacito che sia. L incontro tra nuove informazioni e conoscenze consolidate dovrebbe stimolare, con i dovuti accorgimenti, una nuova interpretazione degli eventi (es. definire una pratica lavorativa ieri considerata normale come oggi intrinsecamente rischiosa); tale incontro, quindi, permette di cogliere significati in precedenza nascosti e relazioni inattese, rendendole esplicite ai soggetti. Da questo punto di vista, fare informazione in tema di sicurezza diventa pertanto necessario per descrivere i possibili fattori di rischio, anche quelli non immediatamente percepibili, descrivere le precauzioni da prendere e i comportamenti pertinenti da adottare. L informazione rappresenta dunque un fattore di mediazione, un materiale necessario a produrre e costruire conoscenze integrandole e ristrutturandole. Un materiale necessario, ma tuttavia non sufficiente: occorre infatti che tali informazioni diventino patrimonio individuale e collettivo e che si realizzino nelle pratiche lavorative quotidiane. Siamo in altri termini convinti, e il modello qui presentato va in questa direzione, che le informazioni e la nuova normativa in tema di sicurezza sul lavoro debbano essere diffuse e trasferite in modo da avere una evidente concretizzazione nel modo di lavorare e questo diventa possibile solo nella misura in cui queste vengano accolte, assorbite ed integrate nel sistema di conoscenze individuali ed organizzative: le norme e le informazioni devono trasformarsi in pratiche lavorative inserite in un pre-esistente sistema di conoscenze e prassi. Data questa premessa sul rapporto tra informazione e conoscenza, nel modello che si sta proponendo, la formazione alla sicurezza non coincide semplicemente con un processo di elaborazione delle informazioni provenienti dall esterno, diretto a risolvere problemi correnti e a favorire un adattamento a un contesto di rischio (sia di natura strutturale che contingente). L obiettivo è, piuttosto, di supportare l organizzazione a reperire al proprio interno nuove conoscenze, e di integrarle con nuove informazioni in merito a ciò che significa lavorare in sicurezza in uno specifico contesto lavorativo. L oggetto dell apprendimento in questo caso è l organizzazione stessa, le norme che ne regolano i comportamenti all interno, la sua specifica cultura organizzativa Costruire un organizzazione sicura La forma di apprendimento proposta dal modello si fonda sulla distinzione tra due tipologie di conoscenza compresenti e simultanee nei comportamenti delle persone (Nonaka e Takeuchi 1997): conoscenza esplicita : forma di conoscenza che può in qualche modo essere rappresentata e trasferita da un individuo ad altri tramite un supporto fisico, quale può essere un libro o un filmato, o direttamente, attraverso una conversazione o una lezione. Un documentario, un manuale, un corso, sono tutti contenitori di conoscenza esplicita. Può essere anche definita come ciò che è 166 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 167

87 consapevole al soggetto, la computazione dell informazione (la conoscenza dei rischi, la conoscenza delle conseguenze che ne derivano, la conoscenza dei comportamenti più o meno rischiosi e così via); conoscenza tacita (o implicita) : è una conoscenza non codificata, non scritta o contenuta in testi o manuali, non gestita attraverso flussi comunicativi strutturati; ma una conoscenza che esiste nella testa e nelle pratiche degli individui, che nasce dall esperienza operativa e che si collega alla capacità di comprensione dei contesti di azione, alle intuizioni e sensazioni che difficilmente possono essere comprese da chi non condivide tale esperienza. Si può definire la conoscenza implicita anche attraverso il saper fare e il saper essere, ossia guardando ai comportamenti concreti, alla pragmatica del lavoro: è pertanto un tipo di conoscenza molto soggettiva e legata all esperienza individuale, inconsapevole o semi-consapevole. Nell esecuzione di un compito operano entrambi i livelli di conoscenza, che tuttavia non sono completamente sovrapponibili, ma fanno riferimento a due aree peculiari, sebbene con reciproche (e più o meno ampie) influenze. A partire da una riflessione sulle attività di ciascuno di noi è possibile indicare la loro differenza sostenendo che, da un lato, il nostro fare non rispecchia esattamente quanto sappiamo sul come andrebbe fatto, e, d altro lato, non siamo sempre in grado di descrivere esattamente attraverso le parole le nostre modalità di lavoro, soprattutto in riferimento alle attività più radicate delle nostre professioni (Es.: sai descrivere esattamente come guidi la macchina?). Come sosteneva Polanyi (1990), sappiamo più di quello che riusciamo effettivamente e attualmente esprimere a parole. Possiamo di conseguenza affermare che la vera esperienza si manifesta più nei comportamenti e nelle pratiche lavorative che non a livello verbale ed esplicito: la conoscenza che può essere espressa in parole e in numeri (di tipo esplicito) rappresenta soltanto una minima parte dell intero corpo complessivo delle conoscenze a disposizione effettiva di individui, gruppi e organizzazioni. Tab. 1 Alcune caratteristiche della conoscenza tacita e di quella esplicita Conoscenza tacita Conoscenza esperienziale [appresa attraverso l attività diretta] Conoscenza simultanea [i suoi elementi costituenti si concretizzano simultaneamente in un azione] Conoscenza analogica [pratica] Conoscenza esplicita Conoscenza razionale [appresa attraverso processi logici] Conoscenza sequenziale [può essere esplicitata attraverso una narrazione o una descrizione che ne metta in rilievo il suo attuarsi attraverso una sequenza organizzata di fasi] Conoscenza digitale [teorica] Specificatamente il modello che qui presentiamo si propone di attivare processi di mobilizzazione e di conversione della conoscenza tacita verso un insieme di procedure a cui tutti i membri di una organizzazione o di un gruppo di lavoro possano attingere in quanto conoscenza esplicitata: il nostro interesse, infatti, va alla creazione di conoscenza nell organizzazione e non solo alla creazione di conoscenza nell individuo. Il passaggio dalla conoscenza tacita a quella esplicita è sempre un processo sociale che deve, in qualche modo, essere condiviso. In altri termini, noi sosteniamo che quanto più una conoscenza è esplicita o esplicitata, più è facilmente condivisibile e più facilmente diventa patrimonio di una società di riferimento, sia essa un gruppo di lavoro o un organizzazione o un consorzio. È possibile rappresentare quanto appena affermato nel seguente diagramma (fig. 3). Fig. 3 Livelli di trasformazione tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita Riassumiamo in una tabella alcuni aspetti che riguardano l uno e l altro tipo di conoscenze cercando di collocarle in una convenzionalmente ideale polarità reciproca che ne descriva sia la diversità che la necessaria integrazione. Nella seguente tabella (tab. 1) abbiamo sintetizzato le caratteristiche fondamentali della conoscenza tacita ed esplicita. Tra di loro non esiste un rapporto dicotomico, ma una relazione di integrazione. L una non può esistere senza l altra: il segreto delle innovazioni (anche per ciò che riguarda l apprendimento di comportamenti più sicuri) deriva proprio dal processo per cui la conoscenza tacita si trasformi man mano in conoscenza esplicita. 168 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 169

88 La conoscenza è il prodotto dei singoli individui, un organizzazione può al massimo mobilitare tali risorse. L azienda, se è interessata al patrimonio di know how dei suoi lavoratori, deve sostenere i suoi individui più generativi e offrire loro un contesto favorevole in cui creare e diffondere la conoscenza. Lo sviluppo di conoscenza organizzativa, perciò, va intesa come l interazione di due aspetti: la sistematizzazione della conoscenza creata dai singoli entro la rete dell organizzazione; la diffusione della conoscenza creata e sistematizzata. Questo processo di sistematizzazione e diffusione ha luogo dentro una comunità di interazione (gruppo di lavoro, organizzazione, distretto) e dentro un campo di interazione (spazio/tempo formale o informale: ad es: il setting formativo, le riunioni sul sistema qualità e così via). Per creare le condizioni che facilitano la trasformazione del sapere tacito in quello esplicito occorre, pertanto, specificare con precisione l unità organizzativa e il gruppo di lavoro su cui intervenire (comunità di interazione) entro specifiche e mirate occasioni di condivisione delle conoscenze e formazione sul campo (campo di interazione) La fasi fondamentali per la creazione di un sistema per la gestione della sicurezza sul lavoro L obiettivo di un sistema di knowledge management finalizzato a creare cultura della sicurezza (cfr. par. 2) deve essere pertanto orientato all esplicitazione del saper fare in sicurezza e del saper essere in sicurezza dei singoli individui in modo tale da renderlo patrimonio comune dell intero gruppo di riferimento. In altri termini, il saper fare di ciascuno diventa informazione per tutti e l informazione condivisa diventa, a sua volta, linea guida per l operatività e per il lavoro di ciascuno. Il processo diventa in questo modo rappresentabile come una spirale che si autoalimenta. Fig. 4 Il processo di progressiva trasformazione tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita. Parzialmente adattato da Nonaka e Takeuchi (1997). L ipotesi per cui la conoscenza si sviluppa a partire dall interazione tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita ci consente di postulare un modello con quattro distinte modalità di conversione della conoscenza. Un intervento di consulenza mirata e formazione specifica sulla costruzione di comportamenti lavorativi innovativi e sicuri deve prenderli in considerazione tutti e quattro. Vediamoli uno ad uno. 1. Nella modalità SOCIALIZZAZIONE si passa da una conoscenza tacita ad un altra conoscenza tacita (on-the-job). È il processo di condivisione di esperienze e di creazione di forme di conoscenza tacita quali modelli mentali ed abilità tecniche condivise. Un individuo può acquisire conoscenza tacita dalla relazione diretta con altri senza l intervento del linguaggio. Gli apprendisti lavorano con i maestri e apprendono le capacità artigianali attraverso meccanismi di osservazione, imitazione e mediante la pratica lavorativa. L On-the-job-training mediante affiancamento si avvale sostanzialmente di questo principio. 2. Nella modalità Esteriorizzazione si passa da una conoscenza tacita ad una conoscenza esplicita (verbalizzazione non formale e non formalizzata di un processo di lavoro). È il processo di espressione della conoscenza tacita attraverso processi espliciti: il sapere tacito diviene esplicito assumendo la forma di metafora, analogia, concetto, ipotesi o modello. L esteriorizzazione è innescata da dialoghi e discussioni collettive. Essa costituisce, più delle altre fasi, la chiave della creazione di conoscenza, perché crea concetti nuovi ed espliciti a partire dalla conoscenza tacita. Questo processo può essere utilmente governato da un leader e/o da un facilitatore-formatore appositamente preparato. 3. Nella modalità Combinazione si passa da una conoscenza esplicita ad un altra conoscenza esplicita. È un processo di sistematizzazione di concetti in un sistema di conoscenze: la realizzazione di questa fase implica la combinazione di corpi di conoscenza esplicita fra loro distinti. Gli individui scambiano e combinano conoscenza attraverso mezzi svariati (documenti, incontri, reti informatiche di comunicazione). 4. Nella modalità Interiorizzazione si passa da una conoscenza esplicita ad una conoscenza tacita. Si tratta di un processo strettamente apparentato a quello di apprendimento attraverso l azione (learning by doing o apprendimento esperienziale). Quando le esperienze maturate attraverso le modalità di socializzazione, esteriorizzazione e combinazione vengono interiorizzate nel substrato di conoscenza tacita dell individuo, in forma di modelli mentali condivisi o di know-how tecnico, allora le esperienze divengono beni utili e utilizzabili a vantaggio dell individuo stesso, del gruppo e dell intera azienda: la conoscenza esplicita si trasforma in pratica professionale ed il cerchio si chiude. La conversione della conoscenza esplicita in conoscenza tacita è facilitata quando la prima è verbalizzata o rappresentata graficamente in documenti, manuale e storie. Gestire la conoscenza significa governarne la socializzazione e pertanto andare oltre la sua diffusione spontanea. 170 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 171

89 La spirale della conoscenza che qui abbiamo esposto è, per ipotesi, sempre presente in qualsiasi azienda, nei suoi gruppi e individui. Il punto chiave di questa argomentazione, piuttosto, è comprendere il grado di governo che l impresa stessa è in grado di sviluppare per gestire la creazione e il trasferimento della propria conoscenza lavorativa, del proprio know how, tanto in tema di innovazioni organizzative quanto nel campo della creazione e diffusione di comportamenti e pratiche lavorative sicure. Non controllare e non gestire questo processo potrebbe tradursi, in modo più o meno diretto, in una perdita del vantaggio competitivo dell azienda oltre alla mancanza di promozione della cultura della sicurezza sul lavoro. Noi pensiamo, naturalmente, che lavorare in sicurezza e gestire in modo innovativo i processi di lavoro vadano inevitabilmente di pari passo. Noi pensiamo che i vari processi che sopra abbiamo esposto possano e debbano essere, in qualche modo, gestiti, accompagnati e controllati. Per questo, andremo ora a descrivere ciascun processo per la creazione della conoscenza ponendo a chiusura di ciascun passaggio le possibili modalità formative che potrebbero essere utilizzate per facilitare la creazione e l aggiornamento continuo di un safety management sistem basato sulla gestione della conoscenza delle pratiche lavorative dei lavoratori del nucleo tecnico. FASE 1 CONDIVISIONE DI CONOSCENZA TACITA Dal momento che la conoscenza tacita posseduta dai singoli costituisce la base della conoscenza organizzativa è naturale far partire il processo da qui, cioè da quella ricca ed inesplorata fonte di saperi e informazioni che la conoscenza tacita rappresenta. Essa non può essere comunicata facilmente ad altri poiché è acquisita attraverso l esperienza ed è difficilmente esprimibile in parole. Per realizzare questa condivisione è necessario creare un campo di interazione (una sorta di laboratorio, comunque uno spazio-tempo diverso da quello del lavoro) nel quale gli individui possano agire insieme, stimolando il continuo riferimento tra pratiche lavorative implicite e processi di riflessione e verbalizzazione, attraverso dialoghi faccia a faccia. Operativamente l interazione può essere facilitata da un animatore durante i processi lavorativi, o all infuori di essi. Si può pensare, ad esempio, a specifici processi di affiancamento in laboratori sperimentali, soprattutto per le pratiche lavorative considerate più rischiose o difficili da gestire. Alcuni interventi formativi e consulenziali a supporto della fase: identificazione di un lavoratore esperto che faccia da modello di riferimento operativo; osservazione e definizione delle modalità lavorative del modello esperto; discussione del gruppo osservatore sulle procedure utilizzate dall esperto ed eventuale intervista per il chiarimento sulle scelte operative compiute; l osservazione può anche essere sostituita da riprese video del modello esperto al lavoro. FASE 2 CREAZIONE DI CONCETTI Si realizza l interazione più intensa tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita: una volta che si sono formati e riconosciuti i know-how tecnici condivisi all interno del campo di interazione, il gruppo li articolerà attraverso ulteriori confronti in una riflessione collettiva. In tal modo, il know-how tecnico tacito viene perciò tradotto in parole e frasi ed alla fine in concetti espliciti. Si badi che i concetti di cui qui parliamo hanno un forte radicamento nell esperienza, non sono astratte deduzioni ma ricche ed intense induzioni fortemente radicate nelle pratiche lavorative concrete. Operativamente l animatore facilita la creazione di una rappresentazione condivisa di modalità operative e comportamenti da attuare sul luogo di lavoro, aiutando il gruppo a descrivere e verbalizzare processi, procedure e procedimenti in precedenza nascosti nelle pratiche lavorative quotidiane. La verbalizzazione e la scrittura permettono di osservare le fasi di lavoro e i comportamenti a questi associati ora etichettabili come non sicuri o sicuri. Emergono pian piano, in definitiva, le buone e cattive pratiche associate al lavorare in sicurezza. Alcuni interventi formativi e consulenziali a supporto della fase: individuazione dei comportamenti efficaci ed inefficaci, dei comportamenti a rischio e dei comportamenti sicuri da parte del gruppo in formazione rispetto a quanto osservato nella fase precedente; formalizzazione delle fasi operative e delle modalità corrette per lo svolgimento in sicurezza del lavoro; individuazione delle fasi critiche, ovvero delle fasi che presentano rischio maggiore o problematiche particolari rispetto ai parametri di efficienza e di efficacia; attuazione del problem solving per la soluzione degli inconvenienti di cui al punto precedente. FASE 3 GIUSTIFICAZIONE DEI CONCETTI I nuovi concetti creati dagli individui e dai gruppi devono ad un certo punto del processo trovare una giustificazione e devono essere valutati (assessment): 172 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 173

90 si tratta di determinare se le idee appena create attraverso particolari termini hanno un reale valore per l organizzazione nel suo complesso. I concetti emersi devono essere giustificati in base al grado in cui un dato comportamento può contribuire allo sviluppo della sicurezza, e come questo si integri con la strategia, la tecnologia e la struttura organizzativa preesistente. Questa è la fase dove il consulente-facilitatore aiuterà l azienda a confrontare sistematicamente le conoscenze emerse in uno specifico gruppo con le altre unità dell azienda e con le conoscenze organizzative consolidate. Occorre integrare le nuove informazioni con le procedure esistenti, procedere a valutare i costi/benefici di ogni azione, valutare sistematicamente se e in che misura gli aspetti tecnologici ostacolano o facilitano le buone o cattive pratiche e così via. Se si verificassero difficoltà o problematiche peculiari, l azienda può sempre decidere di tornare a fasi precedenti del processo, al fine di approfondire particolari aspetti. Nel caso in cui, invece, il confronto tra conoscenze emerse e conoscenze organizzative consolidate da luogo ad un buon apprendimento organizzativo, allora quest ultimo costituirà la base per ulteriore formazione e addestramento. Questa fase riguarda più da vicino il rapporto tra i vari livelli organizzativi, in quanto essi devono dialogare al fine di integrare quanto emerso nelle fasi precedenti con l organizzazione attuale individuando le concrete possibilità di cambiamento, le azioni da intraprendere in termini di formazione, addestramento, introduzione di soluzioni di altra natura. Si tratta probabilmente della fase del processo più delicata e relativamente imprevedibile, e che meno si presta ad una formulazione aprioristica. La lista degli interventi a supporto, di fatto, deve essere creata assieme con l azienda, in base alle specifiche esigenze del contesto. FASE 4 COSTRUZIONE DELL ARCHETIPO OPERATIVO Una volta che la nuova conoscenza esplicita è stata scoperta, confrontata e valutata, essa può essere declinata in termini di procedure, manuali operativi, introduzione di nuove regole, linee guida fondate sulle buone prassi, promozione di atteggiamenti giudicati positivi ed utili e così via. Parallelamente si viene a creare una base di nuovi saperi su cosa significa esattamente lavorare in sicurezza in quella specifica azienda. Tale base può costituire le fondamenta di un vero e proprio sistema di error reporting, utile al Responsabile per la sicurezza in azienda. L organizzazione qui può decidere di tenere distinto il livello delle procedure di qualità rispetto ad una vera e propria banca dati degli errori e near miss (cfr. par. 1). Tali informazioni, poi, possono costituire un ulteriore input per future sessioni di confronto con i lavoratori del nucleo tecnico, ritornando idealmente alla fase 1 del modello sinora descritto. È possibile, in questa fase, indicare alcuni interventi formativi e consulenziali a supporto: integrazione delle procedure operative e delle pratiche di lavoro con le nuove indicazioni emerse dalle fasi precedenti; analisi e revisione di manuali, protocolli, mansionari ed altra documentazione aziendale, elaborazione condivisa di check-list; progettazione di interventi formativi ad-hoc per l introduzione delle nuove modalità operative; eventuale aggiornamento tecnologico, organizzativo (sistema dei ruoli e competenze) e nella gestione delle risorse umane. L efficacia del processo descritto è direttamente proporzionale alla capacità che un azienda ha di governarlo e di formalizzarne gli output. Maggiore risulta essere la formalizzazione della conoscenza, la sua diffusione ed il suo incorporamento nella cultura aziendale e nelle sue procedure, maggiore sarà il valore aggiunto apportato da un sistema di knowledge management nel campo della sicurezza applicata. Inoltre, la conoscenza in emersione può contribuire a portare alla soluzione di vecchi problemi e alla possibilità di stimolare l innovazione anche a livello organizzativo e produttivo, non solo, dunque, in termini di sicurezza sul lavoro. Risulta necessario, pertanto, che all interno di un azienda trovi posto una figura deputata alla gestione del processo di gestione della conoscenza e che conosca in profondità e sia in grado di interagire efficacemente su tre livelli: i processi organizzativi e produttivi, sia quelli prettamente interni, sia quelli che collegano l organizzazione all ambiente esterno; la tecnologia utilizzata, tanto in termini di impianti e strumenti quanto in termini di competenze professionali e operative (know-how dei lavoratori); le caratteristiche dei processi di socializzazione ed i rapporti tra la persone: tra individui, intragruppo e intergruppi, a livello di organizzazione, formali e non formali. In effetti, un prerequisito fondamentale per far funzionare siffatto sistema è dato dalla fiducia tra le parti e dall esperienza condivisa. Occorre pertanto avere una idea precisa delle caratteristiche delle interazioni tra i soggetti e tra i reparti di un azienda. Generalmente la figura deputata alla gestione del sistema, ed all animazione delle necessarie interazioni tra gli operatori, sarà il Responsabile per la Sicurezza o una figura simile presente nell organizzazione. Data la complessità del sistema stesso, sarà opportuno che la figura deputata alla sua gestione possieda adeguate competenze integrabili nelle modalità e nelle fasi del processo: 174 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 175

91 Competenze comunicative e di mediazione; Gestione di gruppi di lavoro; Competenze di formalizzazione di concetti; Redazione di procedure; Valutazione dei costi degli interventi (sia in termini di tempo che di denaro): Questo gruppo di competenze può essere costruito ed implementato attraverso sessioni formative rivolte principalmente alle figure che si occuperanno direttamente del sistema sicurezza, tuttavia la partecipazione allargata rappresenta una notevole facilitazione alla creazione/implementazione del sistema stesso. Quali sono, più concretamente, i benefici che tale sistema può apportare alle pratiche lavorative quotidiane? Le ricadute sulla sicurezza al lavoro possono essere ricondotte ai seguenti esiti: l allargamento dei punti di vista di ciascun operatore sui rischi, sui danni, sulla prevenzione; la creazione di un know-how interno, specifico e migliorabile relativo alla sicurezza; il coinvolgimento degli operatori nel miglioramento della qualità del lavoro attraverso la creazione di legami tra la conoscenza di ciascuno e la sicurezza di tutti; l aumento della soglia di attenzione al lavoro (proprio ed altrui) conseguente all adozione del sistema e delle pratiche lavorative condivise. In definitiva, è proprio questo che intendiamo quando parliamo di organizzazione affidabile, di creazione di un autentica cultura della sicurezza e di apprendimento organizzativo incrementale. L adozione di un tale sistema interviene inoltre sui livelli motivazionali e sul senso di appartenenza, ossia sui fattori legati ai comportamenti concreti sul lavoro: l integrazione delle risorse umane all interno di un processo di gestione della conoscenza orientato alla sicurezza opera un azione motivante nella misura in cui ciascun operatore viene riconosciuto come esperto della propria mansione/compito/ruolo ed in quanto tale come detentore di un sapere specifico, potenzialmente formalizzabile ed utilizzabile ai fini dello sviluppo organizzativo. Volendo ipotizzare possibili arricchimenti delle mansioni più operative, il passaggio chiave consiste nella percezione di sé da esecutore di compiti a generatore di prodotto e di informazioni ad uso sia interno che esterno (aumentata percezione della finalizzazione del proprio lavoro). Si tratta di un sistema, pertanto, che: favorisce il cosiddetto empowerment: la coscienza della propria responsabilità nella creazione di prodotto e di sapere; favorisce, in generale, una maggiore integrazione tra individuo e organizzazione. Per quanto riguarda, invece, alcuni aspetti più strettamente legati alla crescita professionale dei lavoratori possiamo sostenere che il modello da noi presentato è potenzialmente in grado di: migliorare il livello delle competenze: nella misura in cui l expertise è legata al saper fare, al saper descrivere ciò che si fa e all adattamento delle proprie competenze alla concreta situazione lavorativa. In questo processo è implicato un salto di qualità nella consapevolezza del proprio operato, tanto più è elevata la consapevolezza e la chiarezza di come si esegue il proprio lavoro, tanto più è facile individuare punti di forza ed aree di miglioramento; introdurre ad una prassi di miglioramento continuo delle competenze: legato strettamente al punto precedente, l individuazione di come il prodotto/ servizio del proprio ruolo sia il risultato delle modalità attraverso cui vengono agite le proprie competenze, permette di individuare quali sono gli aspetti su cui migliorare; aumentare la capacità di autonomia e di problem solving: l accessibilità alle informazioni e la motivazione ad usarle facilita sia l autonomia degli operatori che i processi efficaci di delega da parte dei livelli organizzativi superiori. 3.5 CONCLUSIONI Poche righe dovrebbero essere sufficienti per chiudere questo capitolo. Abbiamo cercato di affrontare il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro attraverso un approccio prevalentemente organizzativo e sistemico, prospettiva ancora non sufficientemente diffusa e consolidata, a nostro parere, non tanto nella letteratura scientifica quanto proprio a livello delle logiche di indagine e di intervento nelle organizzazioni. Nel corso di questo capitolo si è tentato di dimostrare come la dimensione socio-organizzativa abbia una sua specificità ed autonomia e che, insieme con le variabili individuali, tecnologiche e normative, costituisca una chiave di lettura ed intervento di cruciale importanza. In particolare, considerare gli incidenti e gli errori che avvengono in azienda come il frutto non solo di una tecnologia rischiosa o come l esito di un errore umano, consente di impostare un sistema di diagnosi la cui finalità è quella di apprendere dagli errori, analizzandoli in profondità, in tutti gli aspetti legati alle pratiche lavorative concrete degli operatori di prima linea. Si tratta, quindi, attraverso un opportuna metodologia di formazione-consulenza mirata ad una specifica azienda (unità organizzativa, 176 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 177

92 reparto), di valorizzare al massimo il contributo di conoscenza (know-how) degli operatori a più stretto contatto con processi lavorativi intrinsecamente rischiosi, in modo da esplicitare i specifici comportamenti (in)sicuri e mettere in campo in modo condiviso e integrato il confronto su quelle che sono le migliori pratiche del lavorare in sicurezza per uno specifico gruppo di lavoro. In modo graduale, con la partecipazione organizzata di tutti e secondo una strategia bottom-up, il nostro auspicio è che in tal modo si arrivi a promuovere e consolidare nella pratica lavorativa quotidiana un autentica cultura organizzativa della sicurezza, la quale diventi parte viva di un più generale sistema di gestione delle risorse umane. Seppur il nostro lavoro si è focalizzato soprattutto sulla questione della sicurezza nelle organizzazioni, noi crediamo nella possibilità che il modello basato sulla conoscenza organizzativa da noi sviluppato possa essere utile per produrre informazioni e saperi sui processi lavorativi in generale, anche con lo scopo di migliorare la qualità dei prodotti e servizi dell azienda stessa, aumentando in tal modo le probabilità di introdurre tutte quelle innovazioni di prodotto, di processo e organizzative che costituisco il cuore del vantaggio competitivo di una azienda. Una volta descritti i meriti potenziali del nostro lavoro, ci sembra ora il caso di indicarne seppur sommariamente i limiti. Questi sono soprattutto legati al fatto che il nostro modello di analisi e intervento andrebbe opportunamente sviluppato e sperimentato, attraverso specifici interventi sul campo. Nonostante poggi su una solida base scientifica, occorre declinare questa modalità di diagnosi e consulenza-formazione secondo le peculiarità di specifici settori produttivi e di specifiche organizzazioni al loro interno. A nostro modo di vedere, sempre che i diversi attori del sistema produttivo e istituzionale ritengano meritevole quanto sinora sostenuto, la migliore strategia sarebbe quella di procedere a un progetto complesso che coinvolga un numero mirato di aziende campionate secondo diversi criteri: settore merceologico e tipo di attività (manifatturiera e servizi), tipo di tecnologia adottato, strategia di mercato, dimensione in termini di numero di dipendenti, parametri di rischio inerenti specifici processi lavorativi e così via. In tal modo, a partire dal modello qui esposto, si dovrebbe procedere a sviluppare in modo mirato una metodologia specifica di ricerca-intervento (action learning) precisando gli attori da coinvolgere nella sperimentazione (parti sociali, enti pubblici, esperti e consulenti-formatori, rappresentanti delle singole aziende), nonché gli strumenti specifici di rilevazione delle informazioni e le modalità di diffusione delle buone e cattive pratiche relative alla sicurezza che potranno emergere da tale sforzo collettivo. Vista l importanza dell argomento, ci sembra che sia un impegno che vale la pena d esser messo in campo. 3.6 BIBLIOGRAFIA Argyris C., Schon D. A., 1998, Apprendimento organizzativo, Guerini, Milano; Bombelli M. C., 2008, Diversity Management: motivazioni, problematiche e prospettive di utilizzo, Pubblicazione Internet; Bonazzi G., 1983, Colpa e potere. Sull uso politico del capro espiatorio, il Mulino, Bologna; Bonazzi G., 1999, Dire Fare Pensare. 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93 Nassim N. T., 2007, Il cigno nero. Come l improbabile governa la nostra vita, il Saggiatore; Nonaka I., Takeuchi H., 1997, The knowledge creating company. Creare le dinamiche dell innovazione, Guerini e associati, Milano Odella F., Gherardi S., Nicolini D., 1997a, La cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro in Sviluppo & organizzazione, 162 Odella F., Gherardi S., Nicolini D., 1997b, Dal rischio alla sicurezza: il contributo sociologico alla costruzione di organizzazioni affidabili in Quaderni di sociologia, n.2 Polanyi M., 1990, La conoscenza personale, Rusconi, Milano (ed. orig. 1958) Perrow C., 1999, Normal accidents: Living with High-Risk technologies, Basic Books, New York Schein E., 2000, Culture d impresa. Come affrontare con successo le transizioni e i cambiamenti organizzativi, Raffaello Cortina Editore Simon H., 2001, Il comportamento amministrativo, il Mulino (ed. orig. 1947) Turner B.A., Pidgeon N.F., 2001, Disastri. Dinamiche organizzative e responsabilità umane, Edizioni di comunità, collana Istud Vaughan D., 1996, The Challenger launch Decision. Risky technology, Culture and Deviance at Nasa, University of Chicago Press Weick K., 1987, Organizational Culture as a Source of High Reliability in California Management Review, 29, pp Weick K., 1997, Senso e significato nell organizzazione, Raffaello Cortina Editore Weick K., Sutcliffe K.M., 2001, Managing the Unexpected. Assuring High Performance in an Age of Complexity, Jossey-Bass, San Francisco Zajonc R. B., 1998, Emotions, in The handbook of social psychology, a cura di Gilbert D., Fiske S., Lindzey G., Oxford University press, New York, pp ; Zanarini G., 1996, Complessità come modo di pensare il mondo, in SISSA Laboratorio interdisciplinare laboratorio dell immaginario scientifico, Caos e complessità, CUEN, Napoli. 3.7 NOTE 1 Uno degli approcci organizzativi più fecondi degli ultimi anni è quello dell apprendimento organizzativo e della creazione di conoscenza nelle organizzazioni: queste (aziende, imprese ecc.) sono viste come contesti entro cui vengono prodotte informazioni sul processo lavorativo e manageriale che, se opportunamente trattate e condivise, possono dar luogo ad un vero e proprio sistema di gestione delle conoscenza (knowledge management). È oramai sufficientemente dato per scontato che la competitività e la capacità di innovazione di una impresa sia strettamente connessa al modo in cui viene gestito il knowhow specifico che essa è in grado di creare, di mantenere e di sviluppare (Gherardi e Nicolini 2004; Nonaka e Takeuchi 1997) 2 Sul sito del Ministero della Salute è disponibile, oltre ai riferimenti normativi ed altre informazioni, un glossario che contiene, fra gli altri, molti termini e concetti che stiamo qui sviluppando: vi si accede collegandosi alla pagina web e collegandosi al link sicurezza dei pazienti e gestione del rischio. 3 Come mostrato dall analisi del caso, la diffusione di fiducia e di una cultura non accusatoria è stata un punto nevralgico nello sviluppo di un efficace sistema di sicurezza per l Aeronautica militare (Catino e Albolino 2008, pp.127). In effetti era invalsa nel tempo una sorta di cultura machista (peraltro molto diffusa in molti gruppi professionali) per cui il bravo pilota non sbaglia mai. Si tratta di un assunto dato per scontato, che caratterizza la cultura organizzativa e influenza le pratiche professionali (Schein 2000), intrinsecamente competitivo individualmente, ma fortemente penalizzante da un punto di vista collettivo, soprattutto perché spinge le persone a nascondere i propri errori o la rilevazione e condivisione di importanti informazioni sulla struttura del volo, sugli eventi occorsi, su come si sono affrontate condizioni di volo e lavorative inedite e così via. Una cultura organizzativa basata sulla sfiducia tra le parti e fondata su un modello accusatorio-competitivo, quindi, bloccando le informazioni rilevanti, ha un impatto negativo non solo sull apprendimento dagli errori, ma per questa via penalizza in generale le capacità innovative aziendali (Nonaka e Takeuchi 1997). 4 Ci sembra opportuno specificare che un ampia e recente letteratura organizzativa sostiene l importanza della dimensione implicita, non-riflessiva, automatica delle pratiche organizzative e del suo rapporto con gli aspetti più manifesti e razionali. Un autore, a tal proposito, ci sembra particolarmente significativo: Karl Weick (1997) sostiene che i soggetti sono continuamente impegnati nel creare senso (sensemaking) e che tale attività corrisponde a ordinare e organizzare le pratiche lavorative quotidiane. Tale attività non è solitaria ma collettiva e, inoltre, subisce una particolare accelerazione proprio quando, nei nostri termini, i processi automatici incontrano delle eccezioni, degli errori, degli incidenti, delle ambiguità per cui appare necessario riflet- 180 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 181

94 tere deliberatamente proprio sulle pratiche lavorative automatiche. In questa prospettiva, la principale funzione dei manager sarebbe quella di curare l equilibrio e il collegamento tra la dimensione automatica/implicita dell organizzazione e quella controllata/esplicita. Lo stesso knowledge management rappresenta una modalità per osservare e rendere esplicite e condivise le informazioni e il know how che i singoli individui producono mentre lavorano (Nonaka e Takeuchi 1997). 5 Due sono i riferimenti teorici più importanti per giustificare l individuazione delle strategie comportamentali basate sulle teorie dichiarate. In primo luogo, Edgar Schein (2000) il quale individua come parte della definizione di cultura organizzativa di un gruppo proprio i cosiddetti valori dichiarati ufficialmente dal management. Nei termini di Argyris e Schon (1998), invece, vengono distinte le teorie dichiarate ossia ciò che i soggetti dicono di fare o voler fare dalle teorie in uso, ossia ciò che i soggetti fanno effettivamente nella pratica. 6 Il concetto di normalizzazione della devianza è stato coniato da una ricercatrice americana, Diane Vaughan, in occasione di una famosa ricerca sul caso del lancio del Challenger Nasa avvenuta nel 1986 che, come si ricorderà, finì drammaticamente con l incendio in volo e lo scoppio della navicella spaziale (Vaughan 1996). Un ottima e completa ricostruzione di questa ricerca si trova in Bonazzi (1999), dove sono descritti altri casi di incidenti organizzativi occorsi in azienda o in occasione di specifiche decisioni organizzative. 182 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA

95 Capitolo 4 Risk analysis by threshold evaluation (RATE): un nuovo metodo di analisi della sicurezza per le PMI di Marco Lirussi 1

96 Il presente capitolo costituisce una sintesi della tesi di laurea dal medesimo titolo, discussa dall autore nel 2008 presso l Università degli Studi di Udine Facoltà di Ingegneria, che è giunta al primo posto in graduatoria per la concessione del contributo previsto dal bando dell IRES FVG per la migliore tesi di laurea sul tema della sicurezza e della salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro. 4.1 INTRODUZIONE I recenti gravissimi e dolorosi fatti della Tyssen-Krupp di Torino, i 1225 infortuni mortali e gli 878 mila incidenti sul lavoro su 19,4 milioni di lavoratori del settore industria [media dei dati INAIL per il periodo ] che ogni anno colpiscono le famiglie in Italia, impongono di riflettere sulla grave situazione in cui versa il nostro mondo del lavoro. L analisi dei più recenti disastri, occorsi in impianti nella maggior parte dei casi correttamente progettati, mostra come anche la più corretta applicazione delle normative di legge non assicuri automaticamente un sufficiente livello di sicurezza. A fronte di questi rischi, da esercizio normale e straordinario, si pagano costi di tipo economico, diretti (possibili danni alle attrezzature, fermate dell impianto, danni in termini di immagine aziendale) ed indiretti (costi sanitari e sociali derivanti da infermità, malattie, ecc.) che è possibile ridurre sulla base di un analisi costi-benefici che faccia anche riferimento al grado di accettabilità del rischio stesso. In Italia, come in Europa, le Piccole e Medie Imprese (PMI) e, soprattutto, la loro aggregazione in distretti industriali, rappresentano un diffuso modello produttivo e rivestono fondamentale importanza per l economia nazionale. Nonostante sia stato constatato come le PMI abbiano problemi maggiori rispetto alle grandi imprese con l ambiente di lavoro, sia dal punto di vista del rischio vero e proprio, che dal punto di vista del controllo dei rischi stessi una volta individuati [Lamm, 2000; Walters, 2001], poca attenzione è stata dedicata alle particolari problematiche che questa tipologia di aziende presenta. Focalizzandosi sulla sicurezza sul lavoro, i metodi tradizionali per le safety analysis sembrano dunque non essere efficienti nell individuazione dei rischi potenziali nelle PMI. L approccio infatti si basa principalmente sull attestazione della disponibilità delle macchine che compongono l impianto: FMEA/FMECA [IEC standard, 2006], ad esempio, sono basate sul concetto di guasto, definito come il termine della funzionalità di un elemento. Pertanto, fintantoché l attenzione viene posta sull affidabilità del sistema, l OHS (Occupational Health & Safety) sarà sempre considerata come performance secondaria, anziché essere l oggetto di analisi vera e propria, con la 187

97 conseguenza di sottostimare quei rischi che non sono legati a significativi guasti delle macchine. Le grandi imprese inoltre hanno, rispetto alle PMI, molte più risorse e tempo da spendere per condurre le analisi di sicurezza: FMEA/FMECA, ad esempio, procedono in modo bottom up finché l effetto sul sistema non viene identificato. Possono dunque risultare time consuming e comportare un gran dispendio di risorse, come sottolineato anche nello standard IEC Ecco che allora, molto spesso, l analisi di sicurezza si riduce ad un applicazione non sempre ragionata della normativa e, anche in presenza di realtà articolate, l analisi del rischio viene ricondotta quasi generalmente all utilizzo delle check lists. 4.2 LA NASCITA DEL METODO RATE Per i fin qui menzionati motivi si è deciso di sviluppare RATE (Risk Analysis by Threshold Evaluation), un nuovo metodo in grado di fornire una safety analysis specifica per le PMI, che permette all analista di seguire un percorso standard, facile da comprendere e da applicare. RATE nasce con l intento di migliorare la gestione della sicurezza nella Piccola e Media Impresa (PMI): si constata, infatti, per realtà di piccola dimensione, la difficoltà oggettiva di applicazione dei metodi tradizionali di analisi del rischio, poiché questi richiedono spesso un onere non facilmente sostenibile da tali realtà industriali. RATE vuole aiutare l imprenditore a decidere se il livello di sicurezza del suo stabilimento sia effettivamente adeguato: non è detto infatti che un impianto considerato a norma sia effettivamente sicuro per l operatore. Si intende cioè fornire la possibilità di posizionare la sicurezza dell impianto rispetto ad obiettivi di sicurezza che l imprenditore stesso si pone: partendo dalla condizione prevista dalla normativa, Egli potrà decidere se aggiungere o meno ulteriori dispositivi di sicurezza all impianto. Questa valutazione potrà essere fatta andando a confrontare i valori degli indici che si ottengono come output dall analisi effettuata con una soglia oggettivamente definita, elaborata partendo dai dati degli incidenti sul lavoro effettivamente avvenuti e registrati dagli Enti Governativi nazionali. Ad analisi effettuata sarà possibile trovare risposta alle seguenti domande: quanto è distante l impianto dal valore soglia? quali azioni possono essere intraprese per avvicinarsi il più possibile alla stessa? la sicurezza dell impianto è soddisfacente o bisogna cercare di migliorarla ulteriormente? L obiettivo, infatti, non è identificare una gerarchia di criticità tra i diversi dispositivi, né quali siano i percorsi più probabili per il raggiungimento di un evento indesiderato: l obiettivo cardine è invece lo sviluppo di un metodo di semplice applicazione, che fornisca una misura globale della sicurezza dell impianto, con una veste grafica che consenta una visualizzazione semplice ed immediata dei rischi, e di cui sia possibile utilizzare i risultati a fini progettuali. Il principio che si introduce, e che sta alla base della possibilità di una progettazione operativa, è quello del confronto tra valori calcolati e valori limite. L approccio è stato mutuato dall ingegneria civile in cui, per il dimensionamento delle strutture, si utilizza la disuguaglianza: Azione Sollecitante < Azione Resistente Nel caso della sicurezza industriale l idea è di analizzare l impianto nella sua fase operativa, confrontare i risultati (azioni sollecitanti) con un valore soglia (azione resistente), e quindi introdurre dei dispositivi di sicurezza che consentano di ridurre i rischi d impianto per farli avvicinare il più possibile a questo valore, considerato l ottimo date la configurazione del processo e le tecnologie per la sicurezza disponibili. Il metodo fornisce inoltre un utile strumento decisionale a supporto dell imprenditore, che gli permette di scegliere quale sia la sicurezza aggiuntiva col miglior rapporto costo di introduzione/beneficio apportato alla sicurezza dell impianto. La semplicità di applicazione del metodo passa anzitutto attraverso la riduzione della mole di dati necessari all analisi, la cui disponibilità risulta essere il problema tipico degli altri metodi in letteratura, riduzione ottenuta attraverso l adozione di un approccio semi-probabilistico : la dicitura proviene dal metodo agli Stati Limite, in cui i valori di input relativi alle azioni sollecitanti una struttura e quelli relativi ai materiali di cui sono composte le sezioni resistenti non sono i valori realmente agenti, ma sono il risultato di un elaborazione di dati statistici e probabilistici che consentono al progettista di condurre i calcoli utilizzando valori e coefficienti tabellati. Gli obiettivi che ci si è posti per lo sviluppo di questo nuovo metodo sono quindi fondamentalmente: rendere più semplificata l analisi di sicurezza in modo che questa possa essere condotta, senza gravi errori od omissioni, da un unico soggetto e non da un team di esperti, con la conseguente riduzione dei costi; ridurre la mole di dati necessari all analisi, la cui ricerca comporterebbe un onere non giustificato per una PMI; porsi in una situazione intermedia tra la valutazione qualitativa della sicurezza e quella quantitativa, fornendo in output dei valori adimensionali che forniscono un ordine di grandezza del problema; focalizzare l attenzione della committenza sui principali punti critici; 188 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 189

98 fornire all imprenditore la possibilità di posizionare la sicurezza del suo impianto rispetto ad obiettivi di sicurezza che egli stesso si pone; rendere possibile l utilizzo dei risultati a fini progettuali. 4.3 RATE: DESCRIZIONE DEL METODO Nel seguito saranno esposte le fasi da seguire per l implementazione del metodo RATE, illustrando di pari passo anche la sua applicazione ad un semplice sistema, per facilitarne la comprensione. L impianto considerato è quello di una friggitoria, schematicamente rappresentato in figura 1: Fig. 1 Esempio di processo produttivo sezione: parte del processo che possa essere considerata indipendente da un punto di vista logico-funzionale; componente: componente impiantistica singola o complessa, componente geometrica o spaziale, fluido di processo, materiale trattato, operatore, ecc., che abbia una parte attiva all interno del processo. Importante segnalare che in questa fase non vanno considerati gli eventuali dispositivi di sicurezza già installati nell impianto. In questo primo step l attenzione va posta esclusivamente sulla bontà della schematizzazione, che non dovrà contenere sezioni particolarmente grandi (questo perché evidentemente i risultati ottenuti darebbero un indicazione troppo generica e non sarebbero utili a fini progettuali, causando una perdita di sensibilità dell analisi) o eccessivamente piccole (non è pensabile, per impianti di modesta complessità, andare ad analizzare il singolo componente elementare). Fig. 2 Schematizzazione dell impianto secondo logica di processo Il processo produttivo è il seguente: al termine delle operazioni di frittura un operatore, attraverso un cestello, raccoglie il prodotto e lo versa in una tramoggia posta in posizione raggiungibile attraverso una piccola rampa di scale. Il prodotto ivi scaricato cade su un nastro trasportatore che lo trasferisce verso un altro reparto non considerato nell analisi; il nastro ha inoltre la funzione di sgocciolare il prodotto dall olio di cottura e dispone pertanto di una vasca di raccolta dell olio stesso FASE 1 Suddivisione dell impianto secondo logica di processo Il primo passo consiste nella suddivisione dell impianto in sezioni funzionali, legate al processo e non a problematiche di sicurezza. Questo aspetto si rivela particolarmente importante per la semplicità di applicazione in quanto, la sistematicità che quest operazione richiede, non introduce particolari difficoltà operative. La prima cosa da fare è esplodere lo schema dell impianto: si va a suddividere l impianto, secondo gerarchia, nei suoi elementi componenti attraverso la tecnica del classico diagramma ad albero e tenendo ben presenti le seguenti definizioni: 190 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 191

99 La fase risulta importante anche ai fini della progettazione perché costringe il progettista ad una valutazione complessiva dell impianto. Dalle applicazioni effettuate emerge che la schematizzazione presenta un passaggio critico al momento dell individuazione dei componenti: istintivamente si tende a considerare i componenti da un punto di vista fisico, mentre evidentemente quello che va considerato è il componente dal punto di vista del processo. Ad esempio: se all interno di una sezione l intervento dell operatore riveste un ruolo importante per il processo, anch esso dovrà essere considerato come componente, pena il mancato rilevamento dell errore umano. Proprio il fatto di porre attenzione all operatore come fattore fondamentale per la sicurezza è una delle caratteristiche distintive e dei pregi del metodo RATE. L applicazione della fase 1 al sistema porta alla schematizzazione di figura 2. Il criterio di compilazione delle celle delle sezioni miste è analogo a quello descritto per la sezione singola: siano H e K due generiche sezioni, la cella (h,k) di interazione di un componente della sezione H con un componente della sezione K dovrà essere riempita se rappresenta un pericolo per l operatore. La versione grafica agevola le procedure rendendo snelli i documenti da gestire oltre a semplificare di molto l analisi in quanto l intera situazione, con i suoi elementi critici, è immediatamente visibile. Questo metodo di individuazione dei rischi risulta essere uno dei maggiori punti di forza di RATE in quanto costringe l analista a ragionare su tutte le possibili sorgenti di rischio. Fig. 3 Matrice delle correlazioni per i componenti FASE 2 - Matrice delle correlazioni Una volta individuati i componenti facenti parte delle diverse sezioni, suddivise secondo logica processuale, è necessario costruire la matrice delle correlazioni, grazie alla quale è possibile individuare i rischi derivanti dall interazione dei componenti individuati ed evidenziarli graficamente. Le celle della matrice triangolare che individuano i possibili rischi saranno compilate con il codice del rischio, definito dall analista al momento della compilazione della matrice: i rischi individuati saranno quindi riportati in una tabella riassuntiva nella quale si assoceranno al codice il relativo rischio ed il suo valore (si vedano i paragrafi e 4.3.5). I criteri di compilazione della matrice triangolare di correlazione, per celle di una stessa sezione, sono i seguenti: la cella ii verrà riempita solamente se il componente i-esimo rappresenta una fonte di pericolo per l operatore; la cella ij verrà riempita se dall interazione fra il componente i-esimo e il componente j-esimo può scaturire un rischio per l operatore. Si è ritenuto verosimile che i rischi da considerare non fossero solamente quelli da interazione di componenti appartenenti ad una stessa sezione, ma che anche le interazioni fra componenti di sezioni differenti rivestissero un ruolo importante nell analisi. Per cogliere questo fatto si è deciso di aggiungere alla tradizionale schematizzazione in sezioni chiave dell impianto anche le sezioni miste (figura 3): queste sono sezioni che non hanno un significato fisico vero e proprio, ma ne assumono uno molto importante ai fini della sicurezza per il lavoratore. È in questo modo che si identificano i cosiddetti hidden risks, ovverosia quei rischi che non risultano evidenti come gli altri proprio perché scaturenti dall interazione di componenti appartenenti a sezioni differenti: l operatore può infatti rimanere vittima di un evento originatosi nella sezione X, ma che lo investe dopo essersi propagato nella sezione Y. Dalla figura 3 si nota come gli elementi di criticità, e soprattutto le loro interazioni, vengano subito messi in evidenza: questo è di fondamentale importanza ai fini dell analisi Introduzione degli aspetti quantitativi L idea di un utilizzo progettuale di RATE ha portato all introduzione di parametri che potessero rendere il metodo quantitativo. La classica tecnica di quantificazione, così come tradizionalmente pensata negli altri metodi, passa attraverso la necessità di disporre di una serie di dati: questo è proprio uno degli aspetti che vuole essere ridotto ai minimi termini per il metodo in oggetto. Si è quindi pensato ad una quantificazione di tipo adimensionale: a ciascun rischio individuato viene associato un valore numerico che, opportunamente combinato con quello degli altri rischi, fornisce, per ogni sezione, un indicazione di rischio da confrontarsi con un valore limite ritenuto accettabile, anch esso adimensionale. 192 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 193

100 L impostazione è quindi prettamente progettuale: si impone il limite e si opera progettualmente sull impianto per ridurre i valori nelle sezioni che dovessero rivelarsi critiche. Fig. 4 Matrice di rischio FASE 3 Descrizione del danno atteso Dopo aver individuato tutte le celle della matrice che corrispondono a possibili sorgenti di rischio per l operatore, a ciascuna di esse andrà associata la descrizione del tipo di danno atteso per l operatore (tabella 1). Vediamo ora l applicazione delle fasi 2 e 3 al sistema friggitoria. A partire dalle sezioni e dai componenti individuati in figura 2 si ricava la matrice di rischio. La matrice compilata con i codici dei rischi che possono scaturire per il processo descritto è riportata in figura 4. I rischi individuati sono codificati come esplicitato in tabella 1. Tab. 1 Codifica dei rischi individuati 194 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 195

101 4.3.5 FASE 4 Assegnazione del valore ai rischi individuati Tab. 2 Dati INAIL Si tratta ora di andare a quantificare frequenza e magnitudo per assegnare un peso a ciascun rischio individuato. Per una PMI la determinazione delle frequenze di accadimento degli infortuni non corrisponde ad un dato normalmente disponibile o di rapida ricostruzione; essendo inoltre i dati eventualmente registrati in numero minimo rispetto al panorama infortunistico generale, avrebbero una dubbia valenza statistica. Per dotare l imprenditore di uno strumento di valutazione efficace anche per il benchmarking si è quindi ritenuto opportuno rifarsi ai dati del comportamento delle PMI appartenenti allo stesso settore industriale. Per questo motivo si è fatto riferimento alle frequenze di accadimento fornite dalle analisi delle Agenzie governative (nel caso italiano ci si è affidati ai dati presenti nel rapporto annuale 2006 dell Istituto Nazionale per l Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL)), questo principalmente per due motivi: basare l analisi su dati esistenti e immediatamente disponibili; favorire un aggiornamento dei dati per le analisi future. Poiché i reports governativi vengono rivisti con cadenza almeno annuale, i dati faranno riferimento alla situazione attuale e quindi saranno descrittivi anche dei possibili miglioramenti delle performances dovute a nuove tecnologie o sviluppo di nuove best practices nel settore. I dati di rischio sono stati normalizzati per ottenere una curva di rischio medio pari a 1 (si veda la tabella 3). Tale valore è molto importante in quanto funge da unità di misura: sta a rappresentare la possibilità che si verifichi un rischio all interno di una determinata sezione dell impianto; sarà quindi il valore di riferimento che permetterà di avere idea dell ordine di grandezza dei rischi che si andranno a calcolare in seguito. Ovvero, tutte le sezioni che presenteranno Actual RI (paragrafo ) inferiore al valore di riferimento saranno considerate sostanzialmente sicure. La scelta di uniformare il rischio è stata dettata dalla volontà di non decidere se sia migliore per l operatore una situazione in cui infortuni gravi accadono più raramente piuttosto che una situazione in cui infortuni lievi accadono più frequentemente: l accento vuole essere posto sulla capacità di impedire l evento danno all operatore indipendentemente dalla sua natura. Con riferimento per l Italia ai dati INAIL (tabella 2), che divide gli incidenti in tre fasce di gravità (infortunio temporaneo, infortunio permanente e morte), si sono quindi ricavati i pesi da assegnare ai vari rischi, come descritto in tabella 3. Fonte: Elaborazione dati INAIL Rapporto annuale 2006 Tab. 3 Creazione dei coefficienti di rischio Fonte: Elaborazione dati INAIL Rapporto annuale IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 197

102 FASE 5 - L indice di rischio (RI) di sezione Una volta valorizzati i rischi per le singole interazioni fra i componenti della matrice è necessario ricavare un indice sintetico per ogni sezione che permetta di effettuare un confronto oggettivo fra le varie sezioni e con il valore soglia. la maggior probabilità che, in una sezione in cui sono presenti molte correlazioni, vi sia un effetto catena e quindi più rischi possano coesistere in uno stesso istante. Tab. 4 Calcolo dei rischi di sezione (Ri) Tale indice prende il nome di Risk Index (RI) e si calcola nel modo seguente: RI i = CF i R i + Σ ( Ψ j CF j R j ) (1) i j dove: R = somma dei rischi della sezione; CF = fattore di contemporaneità di sezione; Ψ = fattore di contemporaneità di impianto; che vengono calcolati come esposto nel seguito. Il rischio di una generica sezione R i è la somma dei valori dei rischi delle celle presenti in quella specifica sezione. Si consideri ad esempio una generica sezione X, formata dai componenti A, B, C e D, in cui sono stati individuati, come spiegato ai punti precedenti, i rischi con i valori indicati in figura 5. Fig. 5 Rischi individuati per la generica sezione x Per la sezione x allora si avrà che R x = 0,5 + 0,5 + 0,5 + 0,5 = 2. Associando ai rischi individuati i coefficienti calcolati in tabella 3, nel caso della friggitoria si ottiene la tabella 4, in cui i rischi di sezione (R i ) sono riportati e sono appunto la somma dei valori dei singoli rischi individuati per ogni sezione. In una sezione con molte possibili cause di rischio, bisogna considerare l eventualità che queste si realizzino contemporaneamente. Il fattore di contemporaneità di sezione CF viene calcolato, di conseguenza, come rapporto tra il numero di celle identificate come sorgenti di rischio della sezione rispetto alle possibili (totale delle celle di sezione): CF esprime di fatto Da notare che l introduzione delle sole sezioni miste non sarebbe stata sufficiente per l individuazione delle catene di rischio in quanto in tali sezioni si possono individuare e quantificare solamente i rischi che scaturiscono dall interazione di due sezioni differenti; grazie al fattore di contemporaneità invece è possibile identificare i casi in cui i rischi si propagano coinvolgendo anche un numero maggiore di sezioni. 198 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 199

103 È importante sottolineare come l uso di coefficienti per la valutazione delle contemporaneità dia solo una stima del fenomeno e non indichi le reali catene che si possono verificare: tuttavia, in questo modo, si riesce a tener conto di tutte quelle situazioni che non sono immaginabili dall analista. Per il sistema friggitoria in esame si riassume il calcolo di R i, CF i, Ψ i e RI i, per ogni sezione, in tabella 5: Tab. 5 Esempio di calcolo dei RIi per le varie sezioni Sezione R i CF i Ψ i RI i 1 2,00 0,4000 0,0381 1, ,20 0,4000 0,0381 6, ,60 0,2381 0,0476 2, ,00 0,1250 0,0190 0, ,80 0,0417 0,0286 0, ,80 0,1250 0,0095 0,831 L analogia di composizione col metodo agli Stati Limite sta nel fatto di andare a comporre più rischi diversi, prendendo come principali quelli della sezione dominante: considerando dominante di volta in volta una sezione differente si fa un processo di permutazione che porta all individuazione di quale potrebbe essere la situazione peggiore. I coefficienti che si utilizzano per fare la combinazione, come già detto, sono CF e Ψ, che variano da impianto a impianto a seconda della sua struttura, e non sono fissi come quelli utilizzati nel metodo agli Stati Limite. Ecco perché è necessario calcolare CF e Ψ per ogni configurazione di impianto: di fatto, considerando di volta in volta diversa la sezione dominante, si va a verificare una serie di ipotetici scenari di partenza differenti e a valutare ognuna delle situazioni che si vengono poi a creare Basic RI, Actual RI e Potential RI Il metodo prevede il calcolo di tre Risk Indexes: 1. Basic RI: per l impianto senza alcuna sicurezza introdotta; 2. Actual RI: dopo aver introdotto le sicurezze già installate nell impianto; 3. Potential RI: dopo aver preso in considerazione le sicurezze installate, più tutte le possibili sicurezze addizionali. Il calcolo del Basic RI (BRI) consente all imprenditore, ma anche al lavoratore, di individuare quali sono le sezioni più pericolose dell impianto e quali pericoli per il lavoratore vi si possono originare. Il calcolo dell Actual RI (ARI), che considera le sicurezze installate, ha invece lo scopo di far comprendere l importanza che le sicurezze ricoprono in termi- ni di riduzione del rischio. Tale consapevolezza deve investire l imprenditore, responsabile della loro introduzione, ma anche il lavoratore che giornalmente deve implementarle. La sottovalutazione del pericolo, e di conseguenza la scarsa attuazione delle misure di protezione (ad es. il mancato utilizzo dei DPI), infatti rimane di per sé uno dei maggiori rischi per il lavoratore. La decisione di introdurre sicurezze al di là di quanto strettamente stabilito dalla normativa è una libera decisione dell imprenditore, che dovrà valutare i possibili interventi in termini di costi di introduzione e di beneficio atteso per i lavoratori e conseguentemente, per la natura intrinseca delle PMI, della stessa azienda. Il calcolo del Potential RI (PRI) rappresenta infine il valore soglia, ovverosia, per ciascuna sezione, il minimo valore di RI raggiungibile attraverso l introduzione di tutte le sicurezze disponibili sul mercato, senza modifiche al processo e/o al layout di stabilimento. Quest indice fornisce all imprenditore uno strumento di valutazione sulla capacità che ciascuna misura aggiuntiva di protezione (che comporta un determinato investimento) ha di ridurre il rischio ed innalzare il livello di sicurezza del sistema. È importante ricordare ancora una volta come l unità di misura di rischio 1, precedentemente definita al paragrafo 4.3.5, sia sempre il principale parametro con cui confrontare i tre RI calcolati, in quanto fornisce l idea dell oggettiva pericolosità dell impianto: tutte le sezioni con Actual RI inferiore all unità di misura sono da considerare sicure, in quanto al di sotto della probabilità dell accadimento di un singolo rischio per l operatore. L unità esprime di fatto il valore di sicurezza ottimale che si dovrebbe puntare a raggiungere per ogni Actual RI, anche se, per processi complessi ed impianti di grandi dimensioni, una riduzione del rischio al pari o al di sotto di tale valore risulta utopica: la spiegazione sta nella pericolosità intrinseca di alcuni processi e/o alla non eliminabilità di certi rischi (ad es. non si potrà mai essere certi dell eliminazione di una martellata su un dito, se non cambiando il processo di lavorazione, ad esempio automatizzandolo) FASE 5b Calcolo di Actual RI e Potential RI Si è assunto che le sicurezze vadano ad incidere diminuendo il rischio complessivo di sezione precedentemente calcolato secondo i seguenti fattori di sicurezza (safety factor - SF): 100% per l introduzione di una sicurezza che elimina il problema alla radice; 80% per le sicurezze che entrano in funzione automaticamente; 50% per le sicurezze la cui entrata in funzione dipende da un azione dell operatore. Si perviene dunque alla riduzione dei BRIs a seguito della riduzione del rischio di sezione (R i ) che porta alla seguente nuova definizione del RI: 200 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 201

104 RI i = CF i ( R i SF R i ) + Σ ( Ψ j CF j ( R i SF R i ) (2) i j Tab. 7 Riduzione dei Ri grazie alle sicurezze esistenti Una volta introdotte le possibili sicurezze esistenti può comunque accadere che, per alcune sezioni, il valore dell Actual RI non possa essere ridotto al di sotto del valore ottimo 1. È qui che entra in gioco il Potential RI, definito come valore soglia: anche tale indice viene calcolato con la formula 2, dopo aver introdotto, oltre alle sicurezze installate sull impianto, tutte le ulteriori sicurezze presenti sul mercato in grado di ridurre i rischi individuati dalla compilazione della matrice di rischio. Tale valore rappresenta il minimo RI, il valore obiettivo, raggiungibile per una certa sezione. L applicazione delle fasi 4 e 5 al sistema della friggitoria è di seguito esposta. I Basic Risk Indexes sono riportati in tabella 6: Tab. 6 Basic Risk Indexes Basic RI i Valore BRI 1 1,130 BRI 2 6,209 BRI 3 2,084 BRI 12 0,484 BRI 13 0,555 BRI 23 0,831 Come è logico aspettarsi non tutti i Basic RIs risultano essere inferiori ad 1. Ora, per il calcolo dell Actual RI, si rende necessaria l introduzione di sicurezze che vadano a ridurre il valore dei BRIs agendo, attraverso Safety Factors (SF) sugli R i precedentemente individuati nella seconda colonna della tabella 5. I safety factors assegnati alle sicurezze presenti sono riportati nelle colonne grigie di tabella 7. I valori degli Actual RIs cui si perviene sono riportati in tabella 8: Tab. 8 Actual RIs Actual RI i Valore ARI 1 0,926 ARI 2 6,197 ARI 3 1,981 ARI 12 0,471 ARI 13 0,543 ARI 23 0,819 Come si può notare, nonostante l applicazione delle sicurezze esistenti, non sempre si riesce ad andare sotto il valore ottimo di IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 203

105 Si riassume la situazione, confrontando BRIs e ARIs col valore soglia, in figura 6: Tab. 9 - Riduzione ulteriore degli R grazie all introduzione delle sicurezze aggiuntive Fig. 6 Confronto col valore soglia dei Basic RIs e degli Actual RIs Come si evince dal grafico sopra riportato può accadere che le sicurezze già installate sull impianto produttivo non abbattano in modo significativo il livello di rischio: è dunque bene considerare le sicurezze addizionali per verificare l impatto che possono avere sul sistema. Passiamo quindi al calcolo dei Potential RI, definiti come valore soglia. Le misure di sicurezza che si è ritenuto essere funzionali, oltre a quelle già presenti sull impianto, sono le seguenti: DPI anti scottatura; interruttore differenziale; superficie antisdrucciolo; protezioni per la scala; dispositivo anti gocciolamento cestello; protezione per gli spigoli; protezione fissa per il nastro trasportatore; spostamento della vasca di raccolta dell olio. Le sicurezze aggiuntive e i rispettivi safety factors sono riportati in tabella IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 205

106 I Potential RIs che si ottengono sono i seguenti: Tab. 10 Potential RIs Potential RI i Valore PRI 1 0,210 PRI 2 0,330 PRI 3 0,382 PRI 12 0,080 PRI 13 0,057 PRI 23 0,037 Da quest ultimo calcolo si evince come, con l introduzione di tutte le possibili sicurezze aggiuntive, in questo caso fortunato l imprenditore sarebbe in grado di riportare tutti i RIs addirittura al di sotto del valore unitario, ottenendo quindi il massimo livello di sicurezza possibile. Rappresentazione grafica dei PRI i per le diverse sezioni dell impianto è riportata in figura 7: Fig. 7 Potential RIs Scelta delle sicurezze più convenienti da introdurre RATE intende fornire uno strumento in grado di guidare l imprenditore nella scelta dell introduzione delle sicurezze aggiuntive, cioè di quelle sicurezze che, come già accennato, non risultano già installate secondo quanto previsto da normativa. Il processo risulta composto dai seguenti step , e FASE 6 - Ordinamento ed individuazione delle sezioni maggiormente critiche La prima operazione da fare è ordinare le sezioni secondo ordine decrescente degli Actual RIs. Questa è una fase importante in quanto permette l individuazione delle sezioni collo di bottiglia, ovverosia di quelle sezioni con Actual RI più elevato: maggiore è tale valore, maggiore dovrebbe essere la priorità di intervento per la sua riduzione compatibilmente con il budget a disposizione. Risulta evidente l analogia con l analisi per la produttività di impianto: agendo sul collo di bottiglia si ottiene il maggior beneficio, andando in tal modo ad individuare dove agire per ottenere la maggior efficacia. Una volta ordinate le sezioni salterà subito all occhio come alcune di queste presenteranno Actual RI inferiore all unità: queste sezioni saranno ritenute già sicure in quanto aventi probabilità di rischio inferiore ad 1, ovviamente sempre tenendo ben presente il fatto che il rischio 0 non è raggiungibile FASE 7 Calcolo del Δ di miglioramento Confronto che risulta di fondamentale importanza, in quanto permette la determinazione del massimo miglioramento ottenibile, è quello fra Actual RI e Potential RI (valore soglia). Da tale confronto è possibile valutare il Δ assoluto di miglioramento: Δ = RI actual RI potential (3) e il Δ percentuale di miglioramento: RI actual RI potential Δ % = RI actual 100 % (4) La percentuale ottenuta indica all imprenditore quale è il massimo miglioramento, in termini di sicurezza, che si potrebbe ottenere introducendo tutte le sicurezze a disposizione. A questo punto, evidenziate le possibilità di miglioramento, l imprenditore sarà libero di agire andando ad introdurre delle sicurezze addizionali a sua scelta per migliorare la condizione di sicurezza dell impianto. 206 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 207

107 Il risultato dell applicazione delle fasi 6 e 7 al sistema in esame è rappresentato dalla tabella 11: Tab Valutazione degli EIs Tab. 11 Ordinamento delle sezioni in base agli Actual RIs FASE 8 - Efficiency index L introduzione di sicurezze aggiuntive comporta dei costi legati ai loro acquisto ed installazione. Le PMI, come già evidenziato più volte di questa trattazione, dispongono di risorse limitate: risulta dunque fondamentale definire un indice che permetta all imprenditore di effettuare un ranking delle possibili sicurezze da introdurre, in base ad un rapporto costo/beneficio. Per far ciò è necessario andare a calcolare, per ogni sicurezza introducibile, il conseguente Actual RI. Dalla differenza fra questo nuovo Actual RI e l Actual RI di partenza, si ottiene il valore che rappresenta i punti RI recuperati per effetto dell introduzione dell i-esima sicurezza per ogni singola sezione. La formula di calcolo del RI (2), infatti, prevede la composizione di più RIs ridotti: l introduzione di una sicurezza va quindi a ridurre simultaneamente i RIs di tutte le sezioni dell impianto e, per tener conto di ciò, è necessario andare a sommare tutti i punti RI recuperati grazie all introduzione della sicurezza stessa. L Efficiency Index (EI) è così definito: Costo _ sicurezza EI = i Σ Punti_RI_recuperati Minore è il valore di EI, maggiore sarà l efficienza della sicurezza introdotta in termini di riduzione globale di RI. Compatibilmente con il budget a disposizione, quindi, l imprenditore sarà guidato nella scelta di quali sicurezze andare ad introdurre con maggior priorità. Il risultato della fase 8 per il sistema in esame è riportato in tabella 12: (5) Il ranking che emerge dal calcolo degli EIs è il seguente: 1. Dispositivo anti gocciolamento cestello (EI = 20); 2. Protezioni scala (EI = 63); 3. Protezione fissa nastro trasportatore (EI = 84); 4. Superficie antisdrucciolo (EI = 106); 5. Protezione spigoli (EI = 218); 6. Spostamento della vasca di raccolta dell olio (EI = 2704); 7. DPI anti scottatura (EI = 2860); 8. Interruttore differenziale (EI = 7550). Dunque, nell ipotesi che l imprenditore abbia a disposizione un budget di 200 da destinare al miglioramento delle performance di sicurezza, potrebbe andare ad introdurre, nell ordine: 1. Dispositivo anti gocciolamento cestello (50 ); 2. Protezioni scala (80 ); 3. Protezione spigoli (50 ). La scelta della terza sicurezza è stata determinata dal fatto che il ranking stabilito dall EI non sarebbe stato compatibile col budget a disposizione: l introduzione della protezione fissa per il nastro trasportatore sarebbe infatti costata 500. A questo punto la scelta della sicurezza da introdurre è ricaduta fra: Superficie antisdrucciolo (EI = 106; 500 ); Protezione spigoli (EI = 218; 50 ). Per rientrare nel budget previsto si è quindi scelto di inserire le protezioni per gli spigoli. 208 IRES ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE E SOCIALI FRIULI VENEZIA GIULIA 209

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