Resistenza, guerra totale e stragi in provincia di Pisa: risultati e ipotesi di ricerca

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1 Resistenza, guerra totale e stragi in provincia di Pisa: risultati e ipotesi di ricerca Paolo Pezzino (Università di Pisa) Ormai da un paio di decenni e in modo più consistente dopo la pubblicazione del libro di Claudio Pavone Una Guerra Civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza lo studio di quanto avviene tra 1943 e 1945 in Italia ha assunto una serie di parole chiave come cardini intorno ai quali far ruotare sia la ricerca che la discussione pubblica. La prospettiva del vissuto della popolazione civile quindi di una storia sociale, dal basso, della società italiana di fronte alla guerra è divenuto l angolo visuale assunto da un numero consistente (e crescente) di ricerche che, attingendo anche agli strumenti dell antropologia e della psicologia sociale, hanno iniziato a valutare l impatto del conflitto non più solo nei termini dei grandi eventi, della politica e della diplomazia o della lotta armata e della contrapposizione ideologica, ma anche come sconvolgimento delle strutture di base della vita e del quotidiano (fame, miseria, sfollamento, il confronto continuo con la morte, sperimentato a livello individuale e collettivo e accompagnato dalle potenti emozioni della paura, della disperazione, dell odio, e infine del sollievo di fronte alla liberazione) e, di conseguenza, hanno contribuito a restituire un immagine più complessiva di quel biennio, snodo fondamentale della storia del nostro paese nel Novecento e della transizione del fascismo alla democrazia. Non si è trattato di una monumentalizzazione delle vittime, a vario titolo definite, quanto dell assunzione di una prospettiva plurale 1. In quei mesi, un ampia fascia della popolazione ha seguito comportamenti estremamente diversificati, sulla base di un ventaglio di motivazioni e obiettivi: dalla sopravvivenza all indifferenza, dal sostegno alle due minoranze in armi (partigiani e fascisti) al mero calcolo opportunistico, dall indifferenza all atteggiamento solidaristico verso i ricercati, spesso però scevro da convinzioni politiche. L utilizzo delle fonti orali, ma anche delle scritture private, in particolare nel corso di ricostruzioni microstoriche a carattere locale, ci restituisce sempre più spesso questo intreccio di storie e motivazioni, che finisce per rappresentare un superamento, o meglio, un integrazione e un completamento di una lettura del passato che per anni si è agganciata ad una contrapposizione troppo netta tra fascismo e antifascismo. In questo modo la stessa categoria di zona grigia è venuta perdendo i suoi caratteri di omogeneità e quella accezione prevalentemente negativa con la quale è stata lungo utilizzata 2. Emerge ad esempio anche un insieme frastagliato di piccole e grandi disobbedienze, che hanno avuto il merito di favorire in ogni caso il superamento dell esperienza bellica e, in molti casi, anche sottratto forza all occupazione tedesca e ai suoi alleati, e che sono ascrivibili a quel concetto di resistenza civile che, elaborato sul finire degli anni Ottanta da Jacques Sémelin (studioso dell azione non violenta), viene a definire proprio quel «processo spontaneo di lotta della società civile con mezzi non armati, sia attraverso la mobilitazione delle sue istituzioni, sia attraverso la mobilitazione delle sue popolazioni, oppure grazie all azione di entrambi gli elementi», che è servito come strumento per «preservare l identità collettiva delle società aggredite, cioè i loro valori fondamentali» e porre comunque uno spazio, una interposizione (fattuale, ma anche morale) «fra la dominazione militare, che era uno stato di fatto, e la sottomissione politica, che è una disposizione di spirito» 3. 1 G. LUZZATTO, La crisi dell antifascismo, Einaudi, Torino Per una critica, si veda la mia recensione in «La Rivista dei Libri», febbraio 2005 (anche on-line, 2 Le prime indicazioni a riguardo ancora nel citato libro di Pavone. Per un esempio di questo utilizzo quasi spregiativo della categoria, alla quale contrapporre l etica delle due minoranze che scelsero, vedi R. VIVARELLI, La fine di una stagione. Memoria , Il Mulino, Bologna J. SEMELIN, Senz armi di fronte a Hitler. La resistenza civile in Europa, Sonda, Torino 1993.

2 Anche in Italia l indagine dei fenomeni di lotta non armata autonoma o integrata con la Resistenza militare, individuale o di gruppo, istituzionale o popolare ha rivelato la bontà di questo approccio, con ricerche che ad esempio hanno messo in luce il ruolo svolto dalle popolazioni nel Mezzogiorno 4, hanno restituito la dovuta importanza alla scelta degli Internati militari italiani in Germania, e gettato uno sguardo diverso sulle manifestazioni di disobbedienza di massa (disertori, renitenti alla leva e al lavoro coatto imposto dai tedeschi, spesso nascosti e alimentati dalle famiglie contadine); sugli impegni quotidiani di singoli cittadini, nel sostegno offerto ai prigionieri di guerra evasi e agli ebrei perseguitati; sull azione protettiva svolta soprattutto dalle donne nella ricerca del cibo e nell assistenza di malati e feriti, nelle proteste per il pane e contro l evacuazione forzata di migliaia di persone dalle zone prossime al fronte; ancora, sul ruolo di difesa delle comunità dalla violenza e dalla spoliazione degli occupanti assunto dalle istituzioni ecclesiastiche. Insomma, un ventaglio di comportamenti che rientrano nella categoria del soccorritore descritta da Tzvetan Todorov (anche se, nella sua interpretazione, forzatamente contrapposta ai resistenti in armi), che sceglie la strada della non violenza dimostrando che essa non significa automaticamente la non resistenza o l accettazione passiva del male e della violenza 5. Misurarsi con il vissuto bellico delle popolazioni ha portato anche ad una più ampia riflessione sull esperienza della violenza di guerra, di un conflitto mondiale che ha acquisito le caratteristiche di una guerra totale, come emerge chiaramente dai dati quantitativi sulle vittime civili, dalle ricostruzioni degli innumerevoli crimini di guerra e crimini contro l umanità compiuti in questi anni, dai perturbamenti della memoria sia delle vittime che dei carnefici, sia di coloro che combattevano dalla parte sbagliata sia dei liberatori 6. Emergono una serie di caratteristiche del conflitto che, sedimentatesi nei decenni precedenti, a partire forse già da alcune delle guerre tardo-ottocentesche, alimentano questo di più di violenza: la dimensione politica (la violenza come strumento del conseguimento di obiettivi bellici), quella ideologico-culturale (la guerra civile europea 7 ), quella più propriamente bellica (la dimensione totale del conflitto che rende sempre più evanescente la distinzione fra la prima linea e il fronte interno), quella tecnologica (l evoluzione degli armamenti e l estensione progressiva del loro raggio di azione hanno condotto ad un coinvolgimento sempre più massiccio dei civili nel ruolo di vittime predestinate). In Italia, durante l occupazione tedesca la popolazione civile diventa un obiettivo esplicito della repressione: disprezzati come razza geneticamente inferiore e traditrice, da depredare e usare come manodopera nei campi di lavoro, percepiti in toto come nemico potenziale (sempre più senza alcuna differenza rispetto a partigiani e collaboratori della resistenza) i civili diventano il bersaglio di una strategia punitiva e di una violenza quotidiana e capillare che, radicalizzata dall invisibilità della guerriglia la difficoltà cioè, per i soldati tedeschi, di individuare e colpire le formazioni partigiane si accanisce su di loro con i modi della rappresaglia o del rastrellamento. Il massacro di civili non è allora, quasi mai, un azione irrazionale e senza senso, ma diviene uno strumento di potere, funzionale alla condotta del conflitto ed alla lotta contro i partigiani, ma anche al controllo totalitario della popolazione civile e della società occupata e all attuazione di un preciso disegno predatorio delle sue risorse materiali e umane 8. Con la metà degli anni Novanta, in concomitanza con alcune ricorrenze (il Cinquantenario di questi episodi, celebrato ad Arezzo con il convegno internazionale In memory. 1944/94, e più in 4 G. GRIBAUDI, Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, L Ancora del Mediterraneo, Napoli T. TODOROV, Di fronte all estremo, Garzanti, Milano 1992; A. BRAVO - A.M. BRUZZONE, In guerra senza armi. Storie di donne , Laterza, Roma-Bari J. BOURKE, Le seduzioni della guerra. Miti e storia di soldati in battaglia, Carocci, Roma C. PAVONE, La seconda guerra mondiale: una guerra civile europea? in G. RANZATO (cur.), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp M. BATTINI - P. PEZZINO, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944, Marsilio, Venezia 1997; P. PEZZINO, Guerra ai civili. Le stragi tra storia e memoria, in P. PEZZINO - L. BALDISSARA (curr.), Crimini e memorie di guerra. Violenze contro le popolazioni e politiche del ricordo, L Ancora del Mediterraneo, Napoli 2004, pp. 5-58; G. FULVETTI, Le guerre ai civili in Toscana, in G. FULVETTI - F. PELINI (curr.), La politica del massacro. Per un atlante delle stragi naziste in Toscana, L Ancora del Mediterraneo, Napoli 2006, pp

3 generale quello della fine del conflitto e della Liberazione), e grazie anche all impulso di avvenimenti pubblici (la scoperta a Roma di 695 fascicoli di inchiesta insabbiati dalla Procura militare generale nel 1960, e i due processi a Priebke per l eccidio delle Fosse Ardeatine, nel 1996 e nel 1997), è iniziato un percorso di rilettura della storia delle stragi, l avvio di quella che a ragione è stata definita come una vera e propria stagione storiografica che ha visto, a fianco degli studiosi italiani (chi scrive, Michele Battini, Leonardo Paggi, Carlo Gentile, solo per citarne alcuni), anche l importante contributo di storici tedeschi (Friederich Andrae, Gerhard Schreiber e Lutz Klinkhammer). Molti degli episodi più importanti, ricostruiti in quelle ricerche, erano avvenuti proprio in Toscana (ad alcuni ho anche dedicato degli approfondimenti monografici 9 ) e lo studio di quanto avvenuto in provincia di Pisa ha sempre rappresentato una importante cartina di tornasole. A fianco dell episodio più drammatico, la strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto 1944, nel corso della quale la guerra ai civili espressione che ha fornito il titolo alla mia ricerca, condotta insieme a Michele Battini, e che è stata poi usata anche dagli altri studiosi sino a diventare una categoria storiografica di uso comune si manifesta tra la fine di giugno e la fine di agosto del 1944 una lunga scia di sangue che accompagna la dislocazione e lo spostamento delle truppe tedesche. Questa violenza, affatto irrazionale o casuale, serve a reprimere il movimento partigiano (in particolare la zona del Monte Pisano, ove opera la formazione Nevilio Casarosa, inquadrata nella XXIII Brigata Garibaldi Guido Boscaglia ); a mantenere un ferreo controllo del territorio, in un area che si trova subito dietro la linea del fronte (assestato lungo il corso dell Arno per circa quattro cinque settimane, dal 20 luglio alla fine di agosto); a garantire l adesione della popolazione ad un preciso disegno che, con un mix di azioni violente sul campo e di bandi di sfollamento coatto, vuole perseguire l intento di fare terra bruciata. La strage della Piavola di Buti del 23 luglio, anche se non ascrivibile entro la categoria di rappresaglia, si inserisce in un contesto che vede la 65 a divisione di fanteria della Wehrmacht che insieme alla 16 a divisione Reichsfüher-SS si divide il controllo della zona di Pisa alle spalle del fronte fronteggiare una serie di azioni e sabotaggi compiuti dai gruppi partigiani che operano sul Monte Pisano: si tratta insomma di un rastrellamento antipartigiano 10. Quella della Romagna del 6 agosto riassume in sé le diverse caratteristiche e finalità della guerra ai civili, visto che all obiettivo immediato del dar la caccia ai partigiani della Casarosa si affianca quello di catturare e inviare al lavoro coatto gli uomini in grado di lavorare raccolti nel corso del rastrellamento, compiuto in una zona del Monte ove da settimane si è creata una vera e propria comunità di sfollati, composta da diverse centinaia di persone. A fare da contorno a questi due episodi, una serie di violenze, magari di dimensioni minori, che da San Piero a Grado (25 luglio) a Vicopisano (il 25 luglio e ancora il 19 agosto, con l uccisione di 5 donne), da San Rossore (9 agosto) al padule di Vecchiano (14 agosto), e altre ancora, disegnano una sorta di caccia all uomo messa in piedi in particolare dalla XVI SS del generale Simon nei confronti della popolazione civile. La conclusione avverrà con la strage di Laiano di Filettole, del 29 agosto, al confine con la provincia di Lucca, quando già i soldati alleati hanno varcato l Arno e ripreso la propria avanzata verso nord 11. Alla fine, le stragi saranno 21 e le vittime oltre 300, tra le quali un centinaio tra donne, bambini e uomini con più di 55 anni di età. La violenza sperimentata dalle popolazioni civili in questi mesi non si esaurisce però in relazione all occupazione e alla presenza dell esercito tedesco (affiancato naturalmente dai fascisti, che concorrono nella realizzazione delle stragi e, soprattutto tra marzo e aprile 1944, mettono in 9 P. PEZZINO, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca, Bologna, il Mulino 1997; IDEM, Storie di guerra civile. Il massacro di Niccioleta, Il Mulino, Bologna Sia per questa pluralità funzionale della violenza, che per le tipologie, rimando a quanto scritto da me in Guerra ai civili, cit. e da Fulvetti in Le guerre ai civili, cit. 11 Per la ricostruzione di questi episodi rimando alle schede consultabili sul sito dedicato alle stragi naziste del gruppo di ricerca del Dipartimento di storia dell ateneo di Pisa,

4 piedi una vera e propria caccia ai renitenti alla leva). Individuata e ricostruita la specificità ideologica della violenza nazista, l approccio globale alla guerra impone un confronto critico anche con i bombardamenti degli Alleati. La guerra totale è connaturata all evoluzione tecnologica degli armamenti tipica del XX secolo. L accresciuto potenziale di devastazione, la capacità di movimento e mobilità degli eserciti, l estensione sempre maggiore del raggio d azione delle armi offensive hanno reso sempre più labile la distinzione tra fronte (la prima linea ) e fronte interno (la società che sostiene i combattenti), dilatando progressivamente i territori sottoposti alla pressione militare indiretta, in primo luogo proprio con l offesa portata dal cielo che, sperimentata per la prima volta nel corso della guerra , testata durante la guerra civile spagnola con i primi bombardamenti a tappeto di città (tragicamente famoso resta il caso di Guernica), assume progressivamente il profilo di uno strumento strategico di primo piano. La sua rilevanza si rivela con la Seconda guerra mondiale, che vede il ricorso sempre più esteso al bombardamento aereo come mezzo per colpire il nemico nelle retrovie, danneggiando l apparato produttivo ed infrastrutturale necessario per sostenere lo sforzo bellico, ed al contempo mirando a fiaccare lo spirito pubblico delle popolazioni, con l obiettivo di sottrarre consenso politico-sociale ai governi avversari. Ed ancora oggi l evento-bombardamento da quello tedesco sulle città inglesi nel 1940 a quello giapponese di sorpresa su Pearl Harbour nel 1941, sino a quello alleato che in forma sempre maggiore colpisce le città italiane e tedesche a partire dal 1943, per sfociare infine nel 1945 nei massacri di Dresda e di Hiroshima e Nagasaki mantiene, nella memoria individuale e collettiva, una straordinaria valenza simbolica che, spesso, finisce per inglobare l intera esperienza del conflitto. Nonostante queste considerazioni, in Italia ma anche nel resto d Europa, mancano ancora studi d assieme in grado di restituire sia l entità del fenomeno, sia gli effetti economico-sociali dei bombardamenti, sia l orizzonte strategico-militare entro cui il bombardamento ai danni dei civili assume una rilevanza sempre crescente, sia, infine, la dinamica del ricordo di quei fatti e la sua rilevanza nella ridefinizione di una memoria individuale e collettiva della guerra, nonché nella sua rappresentazione letteraria e cinematografica. La provincia di Pisa viene colpita ripetutamente, in maniera incidentale e quindi sempre più spesso, e con maggior intensità, dall estate del 1943 in avanti, con una cronologia che rispecchia quanto avviene a livello nazionale. La violenza dal cielo resterà compagna di quella tedesca anche per buona parte del 1944, ma l apice della violenza, del dramma e della sofferenza (fisica e della memoria) viene raggiunto con il bombardamento del 31 agosto 1943 in relazione al quale ho scritto alcune righe di presentazione di un libro che contiene una serie interessante e toccante di testimonianze 12. L altro capitolo, necessario se si vuole addivenire alla ricostruzione complessiva della storia della guerra in provincia di Pisa, riguarda la ricostruzione di quella molteplicità dei piani di risposta al conflitto e al suo portato violento: risposta politica degli antifascisti, risposta anche militare dei partigiani, risposta solidaristica di settori della società occupata (donne, clero, ecc.). Anche nel caso di Pisa, in relazione al movimento resistenziale, emergono molti di quegli elementi che Claudio Pavone ha messo in luce nel suo studio sull «ethos resistenziale», cioè l insieme delle motivazioni che hanno determinato la scelta partigiana, e delle analisi del rapporto con il nemico (il tedesco occupante e i fascisti italiani della RSI). Ad esempio, la saldatura tra generazioni, tra il vecchio antifascismo politico rinato dalle ceneri delle tradizioni familiari e ravvivato dall azione di piccoli gruppi di militanti, e il nuovo antifascismo figlio della disfatta militare, rivelatrice della tragica pochezza del regime fascista. O ancora l importanza della componente dei renitenti alla leva, di quei giovani per i quali la scelta politica venne preceduta da una fuga, una ribellione istintiva contro un ordine tedesco e fascista che sostanzialmente si identificava con la continuazione della guerra e quindi con i bombardamenti, il razionamento alimentare, il lavoro forzato e soprattutto la coscrizione obbligatoria. Certo, una ribellione morale, 12 P. PEZZINO, Prefazione, in E. FERRARA M. STAMPACCHIA Il bombardamento di Pisa del 31 agosto Dalle testimonianze alla memoria storica, Tagete, Pontedera (Pi) 2004.

5 ma intrapresa con una notevole percentuale di necessità personali e persino di casualità. Se si guarda al taglio anagrafico ad esempio della Nevilio Casarosa o dei diversi Gap che facevano comunque riferimento, seppur a fatica, alla XXIII Brigata Garibaldi Boscaglia, emerge la presenza di giovani che avrebbero dovuto entrare a far parte dell esercito fascista. A fianco, anzi come guide, troviamo naturalmente esponenti di quei primi gruppi clandestini di antifascisti, formatisi soprattutto nelle settimane successive al 25 luglio, anche se sono convinto che molto ci sia ancora da studiare in relazione all attività clandestina sviluppatasi durante il Ventennio, in particolare nei centri minori del territorio provinciale. A fianco di questa presenza, sappiamo ancora davvero troppo poco delle strategie di risposta talvolta connotate come assistenza e integrazione con l attività dei resistenti messe in piedi dalla popolazione civile. Per certi versi, si tratta di ampliare i confini della resistenza, non solo sul piano di ciò che si è fatto, ma anche del perché lo si è fatto, restituendo quindi una specificità anche motivazionale alle attività di resistenza civile. E non si può non iniziare parlando delle donne, il cui campo di azione «può essere descritto come una pratica non armata di lotta, condotta con gli strumenti del coraggio morale, dell inventiva e della duttilità e funzionale alla tutela e trasformazione dell esistente vite, rapporti, cose che si contrappone sul piano sia materiale che spirituale alla terra bruciata perseguita dagli occupanti» 13. Soltanto l ampiezza di tale categoria interpretativa può consentire alla resistenza femminile, armata e disarmata, di emergere nella sua ricchezza e trovare una più adeguata rappresentazione storiografica. L 8 settembre è evento di rottura anche per ciò che concerne i rapporti di genere. Il conflitto, da affare di eserciti, si trasforma in problema quotidiano, impone scelte e assenze agli uomini, impone scelte e quindi nuova e maggiore visibilità e mobilità alle donne. La protezione ai soldati sbandati, l assistenza agli sfollati in attesa del trasferimento al nord, la difficile lotta per il sostentamento delle famiglie e delle comunità, certamente anche il sostegno ai gruppi partigiani, sono solo alcuni dei terreni sui quali la presenza femminile apporta un contributo centrale 14. Un capitolo importante all interno delle ampie manifestazioni di Resistenza civile spetta poi all azione svolta da molti religiosi e sacerdoti in seno alle comunità colpite dal conflitto. Su questo rimando agli interventi che seguiranno di Sodi e Fulvetti. Per parte mia, prima di lasciar loro la parola, rimarco ancora una volta la straordinaria ricchezza di particolari e di storie che emerge dai Libri Cronici delle parrocchie, ove essi siano disponibili, e rinnovo quindi l invito anche ai responsabili della Chiesa di Pisa affinché questo materiale sia al più presto reso fruibile per i ricercatori. 13 BRAVO - BRUZZONE, In guerra senz armi, cit. 14 Per un esempio di applicazione di queste chiavi di lettura ad un contesto cittadino, vedi F. PELINI (cur.), Le radici della Resistenza. Donne e guerra, donne in guerra, Atti del Convegno di studi, Carrara 7 luglio 2004, Edizioni Plus, Pisa 2005.

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