magazine Skineco Makeup Henna teoria e pratica Igienizzanti mani la dermatologia incontra l'ecologia eco e makeup tradizionale a confronto

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1 magazine Semestrale n. 0 gennaio-giugno ,00 copia omaggio Skineco la dermatologia incontra l'ecologia Makeup eco e makeup tradizionale a confronto Henna teoria e pratica spiegate da voi Igienizzanti mani quanto servono?

2 Testata registrata presso il Tribunale di Pescara Registrazione n. 1 del 2 marzo 2009 Editoriale di Barbara Righini Direttore responsabile: Barbara Righini Redazione via B. Croce 115, Pescara tel/fax Barbara Righini, Loris D'Emilio, Manuela De Sanctis Hanno collaborato a questo numero: Loredana Antoniazzi, Renato Bruni, Cleo, Cristina Cleri, Loris D'Emilio, Manuela De Sanctis,Marina Montacutelli, Riccarda Serri, Elisabetta Tait, Fabrizio Zago Grafica e impaginazione: Angela Pepe I contenuti di questa rivista sono rilasciati con Licenza Creative Commons by-nc-sa Numero distribuito online da Aut. Min. delle Comunicazioni n. 473 Aiutaci a diventare di carta (ecologica) Saicosatispalmi Magazine nasce dall'entusiasmo verso un mondo poco e confusamente rappresentato nel panorama italiano. Il numero che stai leggendo è completamente autofinanziato. Tutti i redattori hanno prestato la loro opera gratuitamente e la spesa più consistente è dovuta alla grafica e all'impaginazione. Questo primo numero, a cui abbiamo lavorato per mesi, rappresenta una sorta di manifesto di quello che vorrebbe diventare un pgetto a largo respiro. La prima domanda che ci siamo posti è: una persona che non sa nulla di inci, petrolati, parabeni, una persona che non sa che c'è un altro modo di consumare un'altra faccia della bellezza, dove potrà trovare informazioni corrette a riguardo? Le edicole abbon dano di riviste, in genere femminili, dove i marchi bio compaiono mescolati ad altri tradizionali, creando nell'acquirente una grande confusione. Saicosatispalmi Magazine ambiziosamente vuole fare ascoltare la sua voce, nell'ottica di informare il consumatore affinchè possa compiere scelte il più possibili consapevoli. Consapevolezza nei consumi e anche consapevolezza di sé stessi. Perché il concetto di bellezza che viene continuamente pro osto dai media è ormai avulso da ogni realtà. Il famoso lipstick-effect che vedeva l'aumento delle vendite del rossetto durante i periodi di crisi, ora è stato sostituito dal foundation-effect. La nuova ossessione è la ricerca del fondotinta perfetto, quello che farà sembrare la pelle di noi donne come quelle levigate e inespressive della pubblicità. Ricerca vana, perché tutte le foto sono ormai ritoccate costantemente - e spesso grottescamente. Sforzarci di capire davvero cosa ci spalmiamo, di ascoltare gli effetti dei cosmetici sulla nostra pelle, di avere pazienza, di pensare oltre al nostro naso e immaginare il loro potere inquinante, forse potrà restituirci una dimensione più umana e più autentica anche di noi stessi. Se la pelle è il nostro organo di senso più grande, in dialogo continuo con l'ambiente, allora scegliere eco assume un significato che va oltre la moda, oltre l'effimero, per raggiungere una parte profonda di sé. Siamo fiduciosi che il nostro sia un approccio che incontrerà l'interesse di molti di voi. Purtroppo però stampare e diffondere una rivista cartacea ha dei costi al momento proibitivi. Quindi chiediamo il tuo aiuto! Se lavori nel bioeco, puoi scegliere Saicosatispalmi Magazine per la tua pubblicità. Devi lavorare davvero nel bioeco però, perché faremo una selezione approfondita a riguardo. Abbiamo l'utopia di veicolare pubblicità non incoerenti con i contenuti che proponiamo. E' anche a tuo vantaggio, d'altra parte! Se invece sei un semplice lettore e credi che questo primo numero abbia delle potenzialità: diffondi! Tutti i contenuti sono rilasciati con licenza creative commons: purchè citi la fonte e non li usi a scopo di lucro, puoi copiarli, stamparli, pubblicarli dove vuoi. Più persone ci saranno ad apprezzarlo, più il nostro lavoro potrà essere approfondito ed utile. Grazie, dal profondo del cuore, per il desiderio che hai di un mondo e di una vita più puliti.

3 Sommario 4. Una cosmesi negazionista? di Loredana Antoniazzi 6. CONSIGLI PRATICI 5 passi verso l eco-bio di Barbara Righini 8. LA STORIA DICE Il Re Sole, quello zozzone di Marina Montacutelli 10. Gli igienizzanti mani nel mercato italiano ed europeo di Fabrizio Zago 12. Scocca l ora della chimica verde? di Renato Bruni 21. BELLE DENTRO Il Pilates di Cristina Cleri Sommario 14. Pelle, ambiente e scienza: Skineco, una visione sul futuro di Riccarda Serri 16. Make-up a confronto: tradizionale vs eco-bio Loredana Antoniazzi 18. VOCI OFF-LINE Henna for Dummies di Cleo 24. STILI DI VITA E DI CONSUMO Creative Commons: una scelta sostenibile di Loris D Emilio 26. SUGGERITI Più marchio, meno prodotto di Loris D Emilio

4 Una cosmesi negazionista? di Loredana Antoniazzi esperta in autoproduzione cosmetica lola.forumup.it Perché si sceglie il cosmetico ecobio? O meglio perché non lo si sceglie? Spesso si sente enunciare la seguente frase: a me non interessa se è naturale, io guardo solo al risultato sulla mia pelle. L ecobio viene spesso pubblicizzato dagli stessi produttori come senza petrolati, SLS, siliconi, parabeni. Il risultato è che il consumatore pensa sia un prodotto privo di tante cose, e non un prodotto con una marcia in più. A questa credenza diffusa non contribuiscono di certo i produttori convenzionali, che lanciano anche linee ecobio insieme alle tradizionali perc hé il naturale è il nuovo trend, creando prodotti sostanzialmente vuoti e poco efficaci, il cui unico pregio è ancora una volta essere privi di sostanze inquinanti. Per fortuna il vero mondo ecobio è altro: è composto da piccole aziende all avanguardia, in cui i tecnici, non potendo attingere ad una consolidata letteratura e pratica nella formulazione ecocompatibile, devono letteralmente inventare consistenze e composizioni. È infatti importante ricordare che non esistono ancora testi che insegnino a creare prodotti davvero naturali, e anche nell'ambito della formazione universitaria o post-universitaria vengono riproposte sempre e solo ricette di tradizione. Le differenze formulative non sono di poco conto: l'ingrediente che le composizioni tradizionali inseriscono come funzionale a percentuali da principio attivo, quindi bassissime, non è presente in quelle ecobio allo 0,00025%, ma, ohibò è il corpo del cosmetico stesso, il costituente principale. La moderna cosmetologia sembra faccia di tutto per sostituire le sostanze naturali con quelle sintetiche: prima coi petrolati e poi con le nuove molecole siliconiche, salvo poi strombazzare in etichetta la presenza di un attivo vegetale, presente in realtà 4 solo in tracce. Il problema che il cosmetologo viene chiamato a risolvere dalle industrie cosmetiche è quello di creare un prodotto stabile, piacevole sulla pelle, che possa conservarsi anche anni e anni senza dare problemi, e possibilmente possa essere prodotto a bassi basso costo. I grassi vegetali sono pregiati, costosi, e non si conservano a lungo, ecco perché si è passati agli emollienti sintetici; questi però, a seconda del tipo, o creano una pellicola occlusiva sulla pelle, oppure sono talmente volatili che evaporano in pochissimo tempo (è il caso della maggior parte dei siliconi dei prodotti per il viso) e non nutrono affatto. La nostra pelle non li riconosce, non ne ha bisogno, non ne trae alcun vantaggio: è come se al posto delle mele, che hanno il viziaccio di andare a male in pochi giorni, tentassero di farci mangiare cartone aromatizzato alla mela: certo che non va a male, ma non ha nessun principio nutritivo! La cosmesi di lusso sforna continuamente nuovi attivi, ma andando a leggere l elenco degli ingredienti li ritroviamo sempre agli ultimi posti, e spesso purtroppo non servono a nulla. L ultimo trend sono i fantomatici estratti di pietre dure o preziose, come l ossidiana o il rubino, o di metalli preziosi come l oro e il platino: se nessuno è mai ringiovanito portando gioielli con pietre preziose, come potrebbe avere qualche speranza di spianare le rughe con una crema che contenga solamente tracce di questi elementi? Si è perfino raggiunta l assurdità di introdurre in alcuni prodotti cellule di DNA e dell RNA (acido ribonucleico, n.d.r.) pubblicizzandoli come in grado di riprogrammare le nostre cellule! Quando poi si utilizzano estratti vegetali, raramente vengono impiegati quelli di comprovata attività cosmetica, ma si preferisce scegliere la piantina più esotica e introvabile, che cresce in un posto irraggiungibile, attribuendole proprietà miracolose.e davvero cambiato qualcosa dall epoca in cui gli imbonitori arrivavano nella piazza del paese a vendere l elisir di lunga vita ed eterna giovinezza? Sembra proprio di no. E giunta l ora di pretendere che il cosmetico funzioni, che non sia solo un modo per guadagnare sulla nostra pelle e che ci offra quel benessere che è possibile avere. La risposta non è il costoso cosmetico da profumeria, ideato per essere piacevole al primo impatto ma che non dà nulla all epidermide, e neppure quello della grande distribuzione, formulato secondo gli stessi identici criteri ma con minore investimento pubblicitario e confezioni meno accattivanti, ma è il cosmetico ecobiologico. Pochi sanno che gli attivi davvero funzionali, quelli che rendono un prodotto cosmeticamente attivo, sono tutti ecobio: vitamine, betaglucano, resveratrolo, polifenoli del tè verde e tanti altri sono tutti derivati dal mondo vegetale, perfettamente naturali e, se veicolati da un prodotto che la pelle riesce a riconoscere ed assimilare, portano a dei risultati che un prodotto equivalente, con gli stessi attivi, ma affogati nel petrolio o nel silicone, non potranno mai aspirare.

5 CONSIGLI PRATICI 5 passi verso il consumo critico in cosmesi di Barbara Righini - Amministratrice di Saicosatispalmi La scena capita spessissimo: entri in erboristeria, compri la crema naturale alla malva selvatica, torni a casa convinta di aver fatto un acquisto completamente green. Cosa che non solo contribuisce ad alleggerire il pianeta di un già grave carico di inquinanti, non solo farà del bene alla tua pelle, ma diciamocelo: è anche terribilmente di moda. Apri la confezione tutta contenta e continui a pascerti nell'illusione, sinché qualcuno non ti mostra la verità: gli ingredienti (INCI) doverosamente riportati sull'etichetta hanno di verde solo l'inchiostro in cui sono stampati. A questo punto hai due possibilità: continuare a comperare fidandoti dei disclaimer pubblicitari, oppure addentrarti nel difficile ma appagante mondo del consumo consapevole. Che da qualche tempo non riguarda più solo cibo biologico e detersivi ecologici, ma è finalmente giunto anche alla cura e all'igiene della persona. Convinti che la soluzione migliore per il pianeta ma anche per te sia la seconda, ti offriamo un aiuto per iniziare: 1. Verifica cosa consumi Prendi i 3 prodotti che utilizzi di più e controllane l'inci sul biodizionario. L'INCI, International Nomenclature of Cosmetic Ingredients, non è altro che l'elenco degli ingredienti contenuti nel prodotto. Il biodizionario (www.biodizionario.it) è un motore di ricerca in cui puoi inserire un ingrediente e sapere che valutazione complessiva ha secondo il suo fondatore, esperto di formulazioni ecologiche, Fabrizio Zago. Hai trovato tanti pallini rossi? Non disperarti e vai al passo Scegli cosmetici certificati Il primo passo per chi non sa proprio da dove cominciare è semplice: scegliere cosmetici certificati da uno dei tanti enti che in Europa hanno sviluppato disciplinari per i cosmetici ecobio. I più importanti: Ecocert, Aiab-Icea, BDIH, da settembre 2009 riuniti dentro Cosmos e NaTrue. I cosmetici certificati sono facilmente riconoscibili da vari bollini. Negli ultimi anni si stanno rapidamente diffondendo, così non dovrebbe essere troppo difficile per te procurarteli. 4. Comincia la sostituzione Hai trovato cosmetici certificati? Benissimo. Allora puoi iniziare a sostituire uno alla volta i cosmetici petrol-based con altri sicuramente più green. Potrai scoprire che immediatamente ti trovi molto meglio, ma potrebbe anche capitare di avere un duro impatto. La pelle potrebbe faticare ad abituarsi, quanto ai capelli chiunque sia passato dalle consistenze plasticose ma setose di shampoo e balsamo tradizionali a quelle meno d'impatto ma assai più salutari ecobio, sa che un periodo di bad hair day è da mettere in conto. Resisti almeno un mese. Ascolta la tua pelle. Forse non riuscirai a fare a meno di qualche prodotto tradizionale, ma se sostituirai anche solo la metà di quello che utilizzi con la sua versione a basso impatto, avrai già fatto tanto per te e per l'ambiente. 5. Decifra l'inci Ci siamo quasi. Hai imparato a scegliere cosmetici certificati e hai scoperto molte valide alternative a quelli che utilizzavi solitamente. Già così sei ad un livello di consapevolezza del consumo molto alto! Complimenti. Ma puoi fare ancora di più. Puoi imparare, con calma, ad orientarti tra i termini difficili che costituiscono l'inci. Per esempio, puoi apprendere subito che quasi tutto ciò che finisce in -one è un silicone, molecola sintetica, non biodegradabile e quindi altamente impattante sull'ambiente. Perché la certificazione non basta? perché de-responsabilizza. Anche se l'ue ha lavorato per arrivare ad un disciplinare comune, le certificazioni sono rimaste molte e diverse tra loro. Potresti scoprire che alcune non ammettono sostanze che altre invece approvano, per esempio. Se vuoi essere in grado di scegliere sul serio, se vuoi ampliare il tuo livello di consapevolezza, la cosa migliore è conoscere il più possibile. Ecco perché leggere l'inci, anche a grandi linee, ti farà fare il salto di qualità. 2. Don't panic Ok, hai scoperto che quello che usi è in gran parte petrolifero. Calmati e respira. Se non è successo sinora: non ti cadrà la faccia. Ma potrebbe anche stare meglio. Così come potrebbe stare meglio il pianeta in cui anche tu vivi. Quindi cosa fare? Beh, siamo realisti e pratici: ormai l'acquisto è fatto. Ma mentre finisci di consumare il tuo shampoo e la tua crema, comincia a cercare. Cosa? Scoprilo al passo 3. Stampa e fotocopia questa pagina e distribuiscila ai tuoi conoscenti. 6 Diffondi la cultura della cosmesi ecobio!

6 LA STORIA DICE 8 Il re sole, quello zozzone di Marina Montacutelli Storica Facile: apro il rubinetto. Lascio scorrere l acqua (pocopoco ). Troppo calda? Troppo fredda? Dov è lo shampoo? Saponetta o bagnoschiuma? Ogni giorno, spesso più volte: e il lavarsi è necessità e bisogno, ma anche godimento; l entrare in bagno un momento e uno spazio intimi, necessariamente, piacevolmente tutto per sé. E non lo sappiamo, non ce lo ricordiamo che questa è proprio una rivoluzione. Che, nell orologio della storia, è così da un attimo. Che, in quello del futuro, chissà fin quando potrà essere così. E, in quello del presente, non ovunque si può Lavarsi con l acqua fa male alla vista, fa venire il mal di denti e il catarro, fa diventare pallido il viso e lo rende più sensibile al freddo d inverno e al calore d estate, si affermava nel Seicento. E, in un Occidente puzzolente, affamato e malato, la passeggiata nobiliare era in compagnia di una bottiglietta di acqua di cannella sotto le narici e l alito fetido pei denti marci si combatteva tenendo la bocca ben chiusa; i capelli maleodoranti e pieni di croste si incipriavano; le unghie gialle e dure, lunghe come artigli si nascondevano, come pure l odore caprino delle ascelle che si celava strofinandole vigorosamente con del tradisco di rose ; la tigna, la rogna e la lebbra si occultavano con la biacca; spidocchiarsi reciprocamente era segno come per i primati di tenerezza e deferenza: un modo di accarezzarsi, insomma. Perché l acqua appunto era considerata proprio pericolosa giacché si infiltra, si insinua ovunque mentre la pelle è fragile e porosa: da lì entrano i pericoli, veicolati dal liquido. Ed escono le pulci, che noi secerniamo. E Francesco Carletti, mercante fiorentino che viaggia tanto e tanto racconta alla fine del Cinquecento, osserva disgustato in India le abitanti che fanno vergogna, et trapassano tutte le donne del mondo di qualsivoglia nazione [perché] non fanno mai cosa di loro servizio naturale che non si lavino subito con acqua et se si trastullano con li loro mariti e innamorati subito si lavano [Figurarsi che] ogni sera inanzi che vadino a letto entrano nel bagno e lavansi tutta la persona. E così in Estremo Oriente, così gli Arabi che le terme non le avevano abolite ma fatte diventare hammam; così gli Aztechi, che conoscevano bagni e fognature e che fuggirono dagli spagnoli: non per la paura, ma per la puzza e il disgusto. Qui da noi, invece, i bagni - che non mancavano certo nelle città, ancora nel Duecento - li avevamo chiusi: anche perché, più che per il diletto di lavarsi, si offrivano ad altri, sempre più innominabili, piaceri. Qui da noi, in Occidente, al più distinguevamo il visibile dall invisibile: quel che non si poteva nascondere coi vestiti le mani e il viso veniva strofinato col profumo di muschio o di zibetto, sollazzandosi peraltro con rimedi cosmetici che contenevano secrezioni animali e umane di varia specie e natura, dai suggestivi nomi dati da una farmacopea ancora lontana dalla scienza e prossima al fantastico. E chi la biancheria non poteva cambiarla e il profumo permetterselo, puzzava e si grattava maggiormente e moriva un po prima. Qui, da noi, è un mondo che copre e nasconde, si veste sempre più e si lava sempre meno: si instaurano le distanze fisiche, tra sé e gli altri e tra sé il proprio corpo. Cresce la paura. E, soprattutto, il piacere quello dell acqua, quello del lavarsi, quello della pelle - è peccato. Certo, non siamo sempre stati così sudici e qualche eccezione c è pure Le terme, i romani, le hanno portate nel mondo: ma il sapone, che pure in Mesopotamia quasi tremila anni prima lo usavano per le abluzioni quotidiane, a Plinio serve per tingere i capelli e la pietra pomice, la soda e la creta le usa sì, ma senza l acqua Forse fu proprio il sapone, o per meglio dire i saponieri, a riabilitar l acqua. E quando il sapone di Castiglia e poi quello di Marsiglia che dal mondo arabo montavan su per tentar di ripulir l Occidente si approssimarono, fu per risanare sì: ma soprattutto i panni, ché gli uomini erano impegnati a salvar l anima e a temerne la corruzione. Il tempo, grande metronomo, ci ha messo dalla parte degli sozzoni. Così Luigi XIV, il re sole, di bagni in vita sua ne fece solo due e per tentare strade nuove alla sua malattia: il primo fu preparato con cura, con purghe ed enteroclismi il giorno prima per evitare rigonfiamenti che l acqua infiltrandosi poteva provocare e poi riposo, per preparare il corpo. Ma, nonostante queste precauzioni, Feci preparare il bagno. Il re vi entrò alle 10 e per tutto il resto della giornata si sentì appesantito, con un dolore sordo alla testa come non ne aveva mai avuti e un notevole cambiamento nello stato generale del corpo rispetto ai giorni precedenti. Non insistetti, rivela il medico. L anno successivo si ritentò, per la seconda e ultima volta: ma il paziente ha avuto dei sussulti, degli attacchi furiosi, movimenti convulsi seguiti da eruzioni: macchie rosse e violacee sul corpo. Davvero, l acqua fa male

7 Gli igienizzanti mani nel mercato italiano ed europeo di Fabrizio Zago chimico industriale e consulente Ecolabel Con l'arrivo dell'influenza cosiddetta suina, l'esigenza di disinfettare le mani anche in assenza di acqua e sapone è stata portata alla ribalta, col risultato di un'immediata proliferazione di svariati gel lavamani. Il mercato europeo ha tuttavia affrontato la loro produzione con una velocità enorme e questo, come accade inevitabilmente, non ha permesso una pacata ricerca e lo sviluppo di soluzioni volte a raggiungere il risultato che il prodotto prevede: l eliminazione della carica batterica e virale. Al contrario, i vari prodotti sono la copia l uno dell altro, mostrando di derivare dalla strada della copiatura piuttosto che da quella della ricerca. In buona sostanza i vari preparati presenti sul mercato sono appunto molto simili tra loro e si differenziano semmai per piccoli aspetti come il profumo o il colore. E anche vero però che in taluni casi si notano differenze di contenuto in alcool sensibili. La domanda del consumatore è chiara: il gel ha potere virocida, ovvero è in grado di eliminare i virus? Ottenere questo effetto è relativamente semplice aumentando la quantità di alcool, dato che questa sostanza è un ottimo denaturante proteico ed i virus sono formati proprio da una struttura proteica. Attenzione però tema battericida relativamente alle quantità di etanolo! Non sempre l assioma più alcool = più potere disinfettante è vera. Ad esempio l alcool puro non è disinfettante! Per comprendere questo tema è necessario conoscere il meccanismo d azione dell alcool. L alcool miscelato ad acqua comincia ad esprimere un buon potere disinfettante anche a percentuali del 20 30%, poiché l acqua aiuta a far penetrare l alcool all interno del batterio (attraversando la barriera citoplasmatica dello stesso microorganismo), le cui proteine vengono disgregate provocandone la morte. Usando alcool puro al 100%, invece, vengonodenaturate direttamente le proteine della barriera citoplasmatica, l etanolo non riesce più a penetrare ed i batteri, soprattutto quelli sporigeni, sopravvivono. Seguendo questo ragionamento è comprensibile come miscele di alcoli diano dei risultati molto più importanti che l uso di uno solamente. Classico è il caso della miscela tra etanolo ed isopropanolo o propanolo che fornisce probabilmente le performances migliori, sebbene introduca una sostanza sintetica quale è l'isopropanolo. Stabilito quindi che non è vero che un prodotto ad elevato contenuto di alcol (qualsiasi alcol o miscela di alcoli) sia necessariamente migliore di uno con un titolo inferiore, occorre ragionare anche in termini cosmetici o, se si vuole, di effetti secondari che il prodotto può a vere. E chiaro infatti che maggiore è la quantità di alcol maggiore è il suo potere sgrassante e quindi pessima sarà la ricaduta, in termini irritativi, che la pelle dimostrerà. Una pelle fortemente irritata è più facilmente attaccabile da germi e batteri. Oltre che dare enorme fastidio, con il risultato che il prodotto non verrà più usato o usato raramente. Un altro aspetto poco curato da parte dei produttori di questo genere di igienizzanti è la durata nel tempo di azione igienizzante. La maggior parte dei gel mani infatti, avendo attribuito all alcol l azione di disinfezione, terminano la loro efficacia con la sparizione dell alcol stesso, cioè dopo pochi secondi. In altre parole la situazione figurata è la seguente: ho le mani piene di batteri e virus, le tratto con un gel alcolico, dopo 30 secondi non ho più nessun germe. Appena tocco una maniglia di una porta ecco che le mie mani sono ancora piene zeppe di batteri. Non ho nessuna protezione a lungo termine! Anche questo aspetto andrebbe, a mio modo di vedere, affrontato e risolto. Alla luce di queste note e avendo espresso la mia personale posizione sui gel alcolici voglio provare ad immaginare quale potrebbe essere il gel mani perfetto. Contenuto alcolico massimo del 50%. Almeno l 1% di una sostanza surgrassante (un alcool grasso, un estere eccetera) che ripristini il corretto livello in grassi del film idrolipidico. Una o più sostanze residuali biocide in grado di fornire un azione long lasting al prodotto in modo che funzioni anche tra una applicazione e l altra. Eliminazione del profumo che, a pelle irritata o comunque aggredita, può penetrare molto più facilmente e causare allergie. Per certificare un prodotto come quello descritto servono le analisi batteriologiche tradizionali che si eseguono nel test noto come Challenger test mentre per la valutazione del potere virucida i test da adottare e riconosciuti dal Ministero della Sanità sono: EN EN Di cui uno è per valutare la capacità virucida generale, mentre l altro è quello specifico contro il virus dell influenza H1N1. 10

8 Scocca l ora della chimica verde? di Renato Bruni docente presso il corso di Laurea in Scienze Erboristiche e dei Prodotti della Salute dell'università di Parma meristemi.wordpress.com L'agenzia inglese Mintel ha da poco rilasciato i risultati di un'indagine sul rapporto tra donne, cosmetici ed etichette. Solo una donna su quattro controlla l'inci dei prodotti acquistati; ancor meno (circa una su cinque) quelle che si preoccupano dell'impatto ambientale dei cosmetici usati. Manca il tempo, le scritte sono piccole, talvolta nascoste; ma c è, anche, una certa pigrizia culturale: capire cosa contiene un prodotto è impegnativo in termini di studio ed attenzione. Certo ci sono le certificazioni, che nella loro accezione più positiva servono a questo: da consumatori cediamo - di fatto - la delega ad un ente che si propone quale garante di aspetti etici, ambientali o di composizione dei prodotti che compriamo. Ne esistono diversi, di questi certificatori. Pure troppi, per la verità: e ognuno ha regole diverse, limiti non uniformi, principi differenti, ispirazioni ambigue. Il regime di inflazione, in questi casi, può semplicemente trasferirsi da una parte all'altra, per il consumatore consapevole. Per fare ordine sull'argomento, l European Cosmetics Standards Working Group ha rilasciato lo standard COSMOS, entrato in vigore nel settembre Si tratta di una normativa condivisa dai principali certificatori europei di cosmetici bio, tra cui ICEA ed ECOCERT, tesa ad armonizzare le regole che definiscono questi prodotti, gli ingredienti verdi e le loro tecniche di produzione. L'azione presenta l'implicito vantaggio di uniformare il giudizio per merci sempre più transnazionali: si pensi, ad esempio, a cosmetici creati in Germania da piccoli produttori bio, certificati da un ente tedesco non conosciuto a livello internazionale ma venduti online in tutta Europa. A parte questi aspetti a favore del consumatore, è interessante osservare l aggiunta esplicita di un capitolo sulla Green Chemistry che punta a risolvere un punto critico nella formulazione cosmetica sostenibile introducendo nuove tipologie di ingredienti. Il disciplinare, seppur con qualche vaghezza, prevede infatti l inserimento di sostanze non 12 direttamente ricavate da fonti naturali, oggetto di modifiche da parte dell uomo o ottenute ex novo ma secondo criteri rigorosi di sostenibilità: un problema, questo, su cui spesso ci si accapiglia con scarse possibilità di decidere cosa è considerato adeguato ed accettabile e cosa no, specie se l'approccio è eccessivamente ideologizzato. L espressione Green Chemistry potrebbe essere tradotta in italiano con chimica sostenibile e, per quanto riguarda l'ambito cosmetico, comprende diverse tecniche di produzione di principi attivi, eccipienti ed ingredienti ottenuti riducendo o eliminando completamente, ad esempio, il ricorso a reagenti o solventi tossici. La sua filosofia è quella di realizzare prodotti utili alla vita quotidiana riducendo al minimo l'impatto ambientale non solo delle sostanze finali ma di tutti i passaggi che portano alla loro creazione; l'origine sostenibile della materia prima di partenza non è, infatti, un requisito sufficiente: occorre che tutti gli stadi che portano al prodotto finito siano ambientalmente accettabili: dunque, nessun solvente tossico, nessun intermediario nocivo, risultato col minor dispendio energetico possibile, sviluppo di strategie nuove che evitino la produzione di scarti e rifiuti pericolosi. In commercio, tra l altro, sono già disponibili per i formulatori diversi ingredienti realizzati seguendo questa filosofia : surfattanti, filtri solari, viscosizzanti. Non ci si era mai posti, però, il problema di riassumerla e farla diventare principio inderogabile e certificabile. Non tutti, però, hanno accolto l'apertura della cosmesi bio alla Green Chemistry: non si capisce se sia un gioco delle parti, un problema di posizionamento sul mercato e di concorrenza in una nicchia quella dei certificatori che si sta saturando alla velocità della luce. Certo è che, da quando è uscito lo standard COSMOS, i rivali europei della certificazione bio sono passati al contrattacco: ultimo nell ordine NaTrue, che ha apertamente attaccato il rivale di lacune, pecche e dell'immancabile vendita al nemico. L impressione è che i redattori di COSMOS abbiano optato per alcune aperture anche al mondo industriale, creando un disciplinare meno ideologico; per inevitabile riflesso, NaTrue ha deciso di approfittare dello spazio di mercato lasciato meno protetto dal concorrente. La cosa buffa è che, mentre il primo ente è formato da certificatori - quindi teoricamente da entità controllanti super partes rispetto al mercato cosmetico -, il secondo è invece nato direttamente da un board di aziende del settore. Il dodecalogo della Green Chemistry: 1. prevenzione: meglio evitare l'inquinamento, piuttosto che intervenire per ridurlo dopo che si è prodotto; 2. economia sulle materie prime: i metodi di sintesi vanno pensati per massimizzare l'uso dei materiali e minimizzare gli sprechi; 3. pochi rischi: la sintesi di prodotti chimici deve essere progettata con l obiettivo di prodotti ed intermedi con tossicità nulla o bassa per la salute umana e per l'ambiente; 4. sicurezza e funzionalità: la riduzione della tossicità non deve andare a scapito della funzionalità; 5. solventi e prodotti ausiliari più sicuri: è necessario evitare l'uso di solventi e di prodotti ausiliari (meglio fare le reazioni in acqua!); 6. efficienza: è doveroso non sprecare energia, lavorare a temperatura e pressione ambiente: meno si consuma, meno si inquina; 7. materie prime rinnovabili: se costi e tecnologie lo permettono, usare materie prime e risorse naturali rinnovabili; 8. non derivatizzare : bisogna progettare reazioni chimiche semplici, con pochi passaggi; 9. catalisi: si devono usare sistemi basati su microrganismi o su catalizzatori, che semplificano i processi e riducono gli scarti; 10. biodegradabilità: ogni prodotto, intermedio e scarto deve essere biodegradabile (ed il biodegradato non deve, a sua volta, essere volta tossico). 11. controllo in tempo reale: controllare tutto, controllare sempre, controllare prima, controllare durante la produzione e non ex post; 12. sicurezza sul lavoro: minimizzare il rischio di incidenti (chimici, ma non solo ).

9 Pelle, ambiente e scienza: Skineco, una visione sul futuro di Riccarda Serri Specialista in Dermatologia Presidente Skineco La pelle, dalla nascita in poi, entra continuamente in contatto con innumerevoli sostanze e materiali che, direttamente o indirettamente, impatteranno nello stesso tempo sull ambiente. Una vera cartina di tornasole per misurare realmente quanto una sostanza, un prodotto, o addirittura l intera filiera produttiva di un azienda possano incidere sull ambiente e sull essere umano. Al fine di trovare il giusto equilibrio tra uomo, ecosistema, produzione e consumo è sempre più importante che tutti si assumano la responsabilità di valutare, studiare e analizzare scientificamente l interazione tra pelle/sostanze/prodotti/ambiente e tutti i relativi collegamenti. In questo ambito opera Skineco, associazione a carattere internazionale e multidisciplinare dedicata allo studio delle tematiche dermatologiche in relazione alle condizioni del pianeta, fondata nel convincimento che la scienza possa far molto per migliorare le condizioni dell ambiente in cui viviamo, anche in rapporto alla salute dell universo pelle. che sia anche in grado di stabilire, al suo interno, una serie di interconnessioni tra questi sistemi. Tutte queste funzioni emergenti attribuitele, dunque, servono non solo a superare il concetto di so la promozione del confronto scientifico tra colleghi e cultori di altre discipline affini all ecologia, così come la divulgazione scientifica. organo di barriera e sensoriale, ma rivoluzionano la dermatologia. Infatti la pelle è come un attivissimo ed esteso laboratorio chimico, caratterizzato da sofisticati meccanismi di funzionamento e da un equilibrio complesso. Un ambiente, insomma, il cui equilibrio non deve essere turbato. In particolare, i cosmetici ed i prodotti per la detergenza personale, oltre che della casa, vengono costantemente in contatto con la cute umana e vengono riversati, attraverso tutta la filiera produttiva, nel nostro pianeta. E quindi importante una loro precisa valutazione, al fine di non turbare né l'ecosistema-pelle, né l'ecosistema-pianeta Terra. Si parla dunque di ecologia, tema di grande attualità e complessità che Skineco mira a fare emergere in tutta la sua rilevanza scientifica, mantenendo allo stesso tempo un approccio equilibrato, attraverconcretamente, Skineco si propone pertanto di valutare dal punto di vista dermatologico gli ingredienti cosmetici attualmente utilizzati, soprattutto quelli attualmente non ammessi nei disciplinari di ecobiocompatibilità, come i petrolati, i siliconi, gli etossilati che producono diossano, eccetera, e di contribuire alla ricerca di alternative compatibili ad entrambi gli ecosistemi, con attenzione al mantenimento di un razionale scientifico ineccepibile per ogni prodotto. Non ultimo, Skineco si impegna nella valutazione degli eventi indesiderati da cosmetici, integratori alimentari, medical device e trattamenti di dermatologia e medicina estetica in senso lato. La pelle ci avvolge letteralmente ed è quindi il primo organo a stabilire, controllare e trasmettere i contatti con il mondo esterno, dal quale, inoltre, ci protegge sia prevenendo l ingresso di sostanze potenzialmente nocive, sia evitando la perdita d acqua dell organismo. Parlare di barriera cutanea, allo stato attuale delle conoscenze, può tuttavia risultare riduttivo. La pelle, ad esempio, è in grado di sintetizzare, trasformare e/o metabolizzare una serie impressionante di composti chimici. Inoltre, è sempre più evidenziato dalla letteratura scientifica che essa rappresenti non solo una parte integrante dei sistemi immunitario, nervoso ed endocrino, ma Fondata nel 2008 dalle dermatologhe italiane Riccarda Serri, Pucci Romano e Adele Sparavigna, e avvalendosi di un pool di scienziati ed esperti che compongono il suo comitato scientifico, Skineco - per prima a livello internazionale - ha introdotto un nuovo approccio all eco-compatibilità: la dermatologia ecologica e il principio della dermo-eco-compatibilità. 14

10 Make up a confronto: tradizionale vs ecobio 16 di Loredana Antoniazzi esperta in autoproduzione cosmetica lola.forumup.it Molte donne si truccano. C è chi lo fa spesso, chi tutti i giorni. Il trucco diventa una seconda pelle, senza la quale non uscire nemmeno di casa e le suggestioni della pubblicità e della moda in questo campo sono notevoli. Il fondotinta, base per il trucco e uniformante del colore dalla carnagione, è il cosmetico che più di tutti può, se non ben scelto, creare problemi alla pelle. La cosmesi tradizionale offre prodotti fluidi o compatti tutti caratterizzati da un elevata percentuale di siliconi, che permettono un'agevole spalmabilità e danno un effetto setoso alla pelle. Spesso questi prodotti contengono anche dei filtri solari, che negli intenti dei produttori dovrebbero offrire un plus antiage, trasformando il cosmetico decorativo in un protettore dall invecchiamento fotoindotto. In realtà il loro impiego in questi cosmetici è più dannosa che altro, per una serie di motivi: spesso non sono fotostabili e colpiti dalle radiazioni luminose si trasformano in radicali liberi, irritanti e dannosi; il fattore di protezione solare (spf) di questi prodotti è sempre medio, intorno al 15, ma questo livello di protezione verrebbe raggiunto se il prodotto fosse applicato in strato ben più spesso di quello che normalmente viene fatto: il fondotinta viene invece spalmato in uno strato sottilissimo, per dare un effetto naturale, e l spf può raggiungere al massimo un livello 3-4; infine i filtri possono interagire negativamente con altri filtri solari presenti magari nella crema idratante usata precedentemente all applicazione. Le formulazioni dei fondotinta, anche quelli cosiddetti oil free (che poi non lo sono mai, perché sono sempre emulsioni e sostenze grasse di qualche tipo, fossero pure siliconi, ci sono sempre) tendono dopo poche ore a rendere più untuosa la pelle, a fare cioè comparire il cosiddetto effetto lucido sul viso, e se c è una situazione preesistente di pelle impura, a peggiorarla. La cosmesi ecobio risponde con fondotinta asciutti, senza siliconi, che lasciano respirare la pelle e non hanno filtri solari chimici. Oltre alle formulazioni in crema, l ultima novità è il mineral makeup, diventato così di moda che perfino le case di profumeria tradizionale tentano di imitarlo, purtroppo senza esimersi dall affogarlo almeno un pochino nel silicone. Il mineral makeup è composto esclusivamente da polveri minerali, pigmenti puri senza null altro, e offre fondotinta, ciprie e ombretti tutti da applicarsi con il pennello. Il risultato sulla pelle è naturale: la lascia respirare, non ne peggiora eventuali impurità, anzi offre un effetto assorbente che risulta in qualche modo curativo. Per quanto riguarda i cosmetici per labbra, anche qui la differenza tra quelli ecobio e quelli che non lo sono è davvero grande: non parliamo di tinte all ultimo grido oppure no, ma del comfort che danno ad una zona del viso così delicata e soggetta a screpolarsi. Pensiamo ad esempio agli stick emollienti, comunemente noti come burro cacao : la cosmesi tradizionale li propone quasi esclusivamente a base di petrolati, che costringono a continue applicazioni perché non sono affatto emollienti, ma anzi seccano la mucosa labiale sempre di più. Lo stesso accade con i rossetti, trionfo di derivati petroliferi e alcune volte di oli troppo leggeri, che dopo pochissimo tempo danno la sensazione di secchezza alle labbra. La cosmesi ecobio risponde con prodotti a base di olio di ricino - in assoluto l olio più emolliente ed adatto alle labbra - e cera d api, che è più morbida di altre cere usate per rendere rigidi gli stick. Se pensiamo poi che almeno una buona metà del rossetto o del burro cacao finisce nel nostro stomaco, volente o nolente, credo che nessuno desideri mangiarsi il petrolio, pure potendo sopportare di spalmarselo sulla pelle. Ricordiamo che la Commissione europea ha decretato che i petrolati sono cancerogeni di classe II, cioè non sicuramente pericolosi ma probabilmente pericolosi, per le impurezze che si portano dietro dalla produzione. Grazie all escamotage di dichiarare che il proprio petrolato ha una bassissima percentuale di impurezze, queste sostanze vengono ancora usate abbondantemente, specialmente nei cosmetici decorativi, soprattutto in quelli per le labbra. Esistono fior fiore di grassi vegetali di grado alimentare che possono sostituire senza rimpianti le paraffine, come il burro di cacao e l olio di ricino, i burro di karité e l olio di jojoba: davvero non si capisce per quale motivo continuino a formulare i prodotti per labbra con sostanze potenzialmente pericolose. Probabilmente la risposta sta nel costo superiore delle materie prime vegetali rispetto a quelle che provengono dagli scarti di lavorazione del petrolio. Vale quindi la pena controllare gli ingredienti, in modo da acquistare un prodotto che sia non solo gradevole, ma anche sano, più ecologico e non necessariamente più costoso di uno di marca famosa.

11 VOCI OFF LINE 18 Henna for Dummies: come tingersi i capelli naturalmente senza impazzire di Cleo frequentatrice del forum.saicosatispalmi.org Ci sono alcune meraviglie che la cosmesi eco-bio non ha ancora inventato. Una di queste è la tinta per capelli vegetale. Tutte le tinte in commercio contengono, infatti, numerose sostanze inquinanti e allergizzanti. Fortunatamente la natura ci mette a disposizione una pianta capace di conferire alle nostre chiome meravigliosi riflessi e anche di coprire perfettamente i primi capelli bianchi. Parliamo dell'hennè. Applicando con costanza l'hennè, i nostri capelli saranno più forti, spessi, lucidi, rimarranno puliti più a lungo e anche la nostra cute ringrazierà, soprattutto se problematica: ha infatti straordinarie capacità purificanti e fortificanti, penetra nel fusto del capello e si lega alla cheratina, contrariamente alle miscele chimiche che irritano la cute e danneggiano a lungo andare il fusto. Non ultimo, possiamo usarlo con tranquillità anche durante la gravidanza. Cos'è e cosa fa L hennè è una pianta originaria dell Africa settentrionale, dell Iran e dell India occidentale, da sempre usata dalle donne di questi paesi per la cura dei capelli e per decorare il corpo con splendidi tatuaggi. Il vero hennè è uno solo: il Lawsonia Inermis, quello che colora di rosso, donando diverse sfumature e intensità in base al colore di partenza. Esistono poi altri tipi di vegetali con effetti tintori, tra i quali l'indigo (Indigofera Tinctoria o hennè nero ), il mallo di noce (castano), camomilla, rabarbaro (biondo). Al momento dell'acquisto occorre verificare che vi siano vendute miscele senza sostanze chimiche aggiunte come per esempio il picramato, molecola spesso allergizzante e certo non ecologica. All inizio il procedimento per applicarlo come si deve sembra complicatissimo: ci s'immagina già disperate a pulire per ore il bagno e a correre dal parrucchiere con i capelli verdi! In realtà questi rischi non esistono. Con la pratica e una buona dose di pazienza tutto sarà più semplice, e ne varrà la pena perché i risultati saranno splendidi! Tanti capelli bianchi Il metodo migliore per avere una perfetta copertura dei capelli bianchi, in particolare per chi è mora o castana scura come me, è quello di fare un applicazione di lawsonia puro che renderà arancio intenso i capelli bianchi e in seguito una d'indigo, che coprirà l arancio di nero. Quest ultimo passaggio potete farlo il giorno stesso, se siete intrepide e coraggiose, altrimenti allo shampoo successivo. Il risultato finale sarà naturalissimo, ricco di riflessi e sfaccettature di colore, scordatevi il nero opaco e spento stile Moira Orfei delle tinte chimiche!! Pochi capelli bianchi, o come riflessante Per chi ha i capelli più chiari o ha davvero pochi capelli bianchi, potrebbe bastare solo una passata di lawsonia oppure di un mix di lawsonia con indigo o con mallo di noce. E' fondamentale non usarli da soli senza una base di lawsonia, perché l indigo colorerà di azzurro-blu i capelli bianchi, con un risultato insoddisfacente e innaturale, mentre il mallo di noce vi farà solo perdere tempo. Questi mix sono più veloci ma il colore finale sui capelli bianchi sarà un marroncino giallo, che scaricherà anche più velocemente. Non esiste una regola per tutte: dovete provare, provare!!! Preparare la miscela In base alla lunghezza e alla massa dei vostri capelli serviranno da un minimo di grammi di polvere fino a grammi; vi consiglio di partire da quantità maggiori per sicurezza ed eventualmente congelare poi quello che vi avanza: non si rovinerà e anzi colorerà ancora meglio una volta scongelato. Usate ciotole di vetro o ceramica e cucchiai di legno, evitate il metallo soprattutto per l indigo. Hennè (lawsonia) Alla polvere di Lawsonia aggiungete acqua, poi limone, o aceto, o succhi di frutta, che grazie alla loro acidità naturale aiutano a rilasciare la molecola colorante e a fissarla meglio, intensificando il colore finale. Al posto dell'acqua sono ideali anche infusi di karkadè o tè nero forte. L impasto così ottenuto va fatto ossidare per qualche ora a temperatura ambiente o ancora meglio tutta la notte. Io preferisco lasciare una consistenza inizialmente più liquida e aggiungere in seguito 2-3 cucchiai di farina di ceci (o avena, riso ecc.), e 1-2 di cacao amaro, fino ad avere un pastone denso. E utile incorporare un vasetto di yogurt che, oltre ad essere acido, combatte l effetto disseccante dell hennè, mentre oli, burri, o balsamo non sono adatti perché filmano il capello impedendo all hennè di penetrare. Infine, per coprire l odore un po forte, soprattutto se non ci siete abituate, si possono aggiungere due o tre gocce di oli essenziali come lavanda, arancio dolce, tea tree e limone per la cute grassa, o pimento, basilico, rosmarino, salvia, per rinforzare i capelli e aiutare la ricrescita. D estate poi, con 1-2 gocce di olio essenziale di menta il refrigerio dal caldo è assicurato grazie al suo effetto freddo!

12 Indigo (Indigofera tinctoria) Per l Indigo la preparazione è differente: non va fatto ossidare per ore e non servono sostanze acide per rilasciare il colore, basta aspettare che la superficie dell impasto passi dal verde al viola-blu -occorre una mezz ora circa e nel frattempo potete farvi lo shampoo! Potete aggiungere del sale per fissare il colore, nella misura di un cucchiaino per ogni 50 grammi di polvere. Lasciate molto liquido, altrimenti se non idratato adeguatamente è difficile applicarlo, i capelli letteralmente lo rifiutano. Correggetelo poi con farina, cacao, albume d uovo, pectina (quella che vendono per fare la marmellata va benissimo!) o un altro gelificante come la gomma guar o l idrossietilcellulosa. Aggiungendo qualche cucchiaiata di mallo di noce, si mitiga il colore nero dell indigo e si ottiene un color cioccolato molto caldo. Mix Indigo + Lawsonia Per il mix indigo + lawsonia, preparate separatamente il pappone di lawsonia come sopra, e a parte, all'ultimo momento, quello d'indigo con mallo o senza, per miscelarlo al lawsonia subito prima dell applicazione. Per le proporzioni potete fare 1:1 oppure 3:2, 3:1, ecc..ricordate che meno lawsonia c'è e minore sarà la copertura dei capelli bianchi! Applicare la miscela Il sebo ostacola la penetrazione del colore: fate uno shampoo leggero e molto diluito. Come per la tinta chimica, occorre partire sempre dalle radici: io inizio da sopra, divido le ciocche a libro e personalmente ho notato che applicandolo direttamente con le mani in quantità generosa insistendo sui punti critici, la copertura dei capelli bianchi è impeccabile, molto più che con il pennello da tinta. Se avete i capelli molto lunghi, cercate di arrotolare le ciocche sulla sommità del capo, in modo da creare una crocchia centrale (alla Marge Simpson! ): questa impalcatura avrà un suo equilibrio e non risulterà pesante sulla vostra testa, potrete muovervi liberamente e anche dormirci sopra se volete. Avvolgete benissimo tutta la testa con pellicola per alimenti, che preferisco alla stagnola perché più flessibile e leggera, poi coprite con una cuffia o un asciugamano, o un berrettino di lana se sentite freddo. Usate sempre i guanti per proteggere le mani e una mantellina da parrucchiere sulle spalle o una vecchia maglietta a cui avrete tagliato il collo a barchetta in modo da poterla sfilare comodamente con la cofana di hennè in testa. Il rischio di macchiare pelle e sanitari è molto basso, quasi nullo al confronto della tinta chimica che lascia macchie indelebili, ma potete usare un po di crema o olio all attaccatura e sulle orecchie e giornali per proteggere le superfici. I tempi di posa dipendono dalla vostra sopportazione: 2-3 ore è il minimo necessario. Una fonte di calore, come una passata di phon o un casco da parrucchiera, accelera il processo. Sciacquate benissimo, fino a quando l acqua diventerà limpida: ci vuole un po, ma ricordate santa pazienza! Potete usare solo acqua, uno shampoo leggero, o ancora meglio solo balsamo per non far scaricare troppo il colore e per districare bene. Eventuali residui verranno via durante l asciugatura, personalmente non mi è mai capitato di sporcare un cuscino di rosso o nero. Insomma, buon hennè a tutte! Il Pilates di Cristina Cleri strenua sostenitrice del benessere interiore Che fare ginnastica faccia bene alla salute e ci renda più belle, questo lo sappiamo bene. Ci fa stare in forma, ci permette di sfogare tensioni quotidiane ed emozioni negative e contribuisce a nutrire indirettamente il nostro amor proprio: più stiamo bene, più ci impegniamo per stare meglio e più ci sentiamo fiere di noi e in sintonia con il mondo. La relazione fra bellezza e movimento ginnico non è però di diretta proporzionalità, tant è che, talvolta, lunghe ed estenuanti sedute di aerobica o di altri sport tutti sangue e sudore non conducono ai risultati sperati e non fanno che aumentare la frustrazione per non essere state capaci di raggiungerli. È in questi casi allora che bisogna interrogarsi sull esistenza di altri percorsi estetici, meno battuti e popolari di quelli che ci vedono assidue frequentatrici di palestre e centri di estetica, ma più consapevoli e finalizzati a scoprire il meccanismo di funzionamento della nostra bellezza per poterla perseguire attraverso il lavoro sul corpo. Avete mai sentito parlare del Pilates, per esempio? Naturalmente sì, anche grazie alla nutrita serie di celebrity, per lo più americane, che dichiara di praticarlo e la cui pelle diafana e il corpo ultra-shaped sembrano rispondere a regole cronologiche tutte proprie, in barba allo scorrere convenzionale del tempo. La tecnica in effetti è veramente efficace: lavora sul corpo con la minuzia e pazienza che uno scultore riserva alla propria opera migliore. Anche noi possiamo diventare le artefici della nostra fisicità, le artiste della nostra bellezza e forma fisica. Il pilates, giorno dopo giorno, dona un tessuto muscolare più tonico, drena i liquidi, rinforza l elasticità e la flessibilità articolare, scioglie tensioni e blocchi muscolari, riallinea la postura, allunga la colonna vertebrale: permette quindi di costruire un corpo nuovo, perché più scolpito, agile ma soprattutto più consapevole di se stesso e delle proprie potenzialità. BELLE DENTRO 20

13 Certo, non accade dall oggi al domani, ma accade: questo è sicuro. L importante è, prima di tutto, affidarsi a un professionista in grado di trasmettere i principi che caratterizzano questa straordinaria tecnica che il suo fondatore - Joseph Hubertus Pilates ha tramandato in forma pratica e orale ai suoi allievi, senza però lasciarne una vera e propria letteratura, cosa che, oggi, ha generato diverse interpretazioni nel modo di fare pilates. Indipendentemente dalle diverse correnti e scuole di pensiero però, un punto cardine di questa disciplina, accostabile tanto alla ginnastica posturale quanto allo yoga, si chiama concentrazione. Il presupposto per praticarla è che mente e corpo lavorino in armonica sinergia, allo scopo di finalizzare gli esercizi nel modo più efficace possibile: ogni movimento deve essere controllato e consapevole - non caso in origine la tecnica fu battezzata Contrology e durante lo svolgimento la mente deve essere sempre presente a se stessa e sapere dove e come si stanno muovendo le diverse parti del corpo, dal centro alla periferia. Da parte sua il corpo è coinvolto e partecipa nella sua totalità alla ricerca dell equilibrio che molte posizioni del pilates richiedono: in modo particolare, è il baricentro del corpo, ovvero quella area muscolare compresa fra la parte finale della cassa toracica e quella più bassa del bacino - che Pilates soprannominò power house, casa della forza - a rivestire il ruolo di protagonista. In essa risiedono i muscoli stabilizzatori, quelli che stanno accanto alla colonna vertebrale e che, se rinforzati con esercizi specifici, la supportano e agiscono di conseguenza sulla postura modificandone in positivo l assetto. A tal proposito, va ricordato che il Pilates appartiene a tutti gli effetti alle tecniche propriocettive, ovvero quelle permettono di raggiungere una capacità percettiva del proprio corpo e delle sue posizioni abituali, insegnandoci a modificarle attraverso meccanismi auto-correttivi adottati di volta in volta in maniera sempre più automatica e autonoma. Ecco dunque perché si lavora sempre richiamando il centro, rimodulando la posizione assunta verificando prima che la power house sia correttamente impegnata in tal senso e gli arti siano di conseguenza liberi, fluidi e coordinati. Questo spiega dunque anche perché chi pratica costantemente il pilates, vede con inesorabile progressività snellirsi il giro vita, i fianchi, gli addominali alti e bassi (oltre che braccia, cosce, glutei etc etc) in un processo crescente di tonificazione olistica di tutto il corpo per il cui compimento un altro fattore non va trascurato: la respirazione. L attento funzionamento della respirazione è infatti conditio sine qua non per ossigenare il sangue e i muscoli (e la pelle!), espellere le impurità e immettere energia nuova nel corpo: ogni movimento deve quindi essere accompagnato da una precisa fase respiratoria, un alternarsi di in e out che cadenza la coreografia del corpo mentre si muove fluidamente sulle note del respiro. praticata e si addice a tutti: sia a chi la vede semplicemente come una ginnastica di mantenimento La fluidità è poi un altro concetto chiave del pilates: sono banditi i movimenti a scatto, spezzati, rigidi o affettati. Il pilates è, al contempo, forza, equilibrio, armonia che, con il tempo e la costanza, riescono ad essere acquisiti da chiunque vi si accosti. Questa disciplina non richiede una particolare preparazione per essere sia a chi la usa per integrare altre discipline più dinamiche, come il nuoto o la corsa, che beneficiano del lavoro sui muscoli stabilizzatori che il pilates compie. Pochi sanno però che, all origine, questa tecnica venne creata da Pilates come metodo prevalentemente riabilitativo dei soldati reduci dalle battaglie della Prima Guerra Mondiale, che egli curò o allenò durante il suo esilio forzato in Inghilterra. È in questo periodo infatti che Pilates, prendendo spunto da oggetti domestici quali i telai e le molle dei letti, i materassi e le sedie, mise a punto una serie di macchine finalizzate proprio alla riabilitazione fisioterapica e che tutt ora, modernizzate, vengono utilizzate per praticare i livelli più alti di questa ginnastica. Il livello base, da cui partire, è invece costituito dal cosiddetto matwork, ovvero un lavoro di numerosi e svariati esercizi a terra, incrementati nella difficoltà utilizzando successivamente semplici attrezzi quali palle di gommapiuma, il magic circle, il roll up etc etc. In realtà tantissime sono anche le potenzialità preventive del Pilates, oltre a quelle prettamente riabilitative e terapeutiche, tant è che rappresenta un allenamento propedeutico per la danza, a cui viene a ragione comunemente associato. Intorno agli anni 20, infatti, Pilates incontrò Rudolf Von Laban, un ballerino/coreografo di fama internazionale, con il quale stabilì un sodalizio professionale intrecciando il destino del pilates con quello della danza, in particolare contemporanea. Le due discipline infatti si contaminano e si arricchiscono a vicenda, condividendo principi basilari come l utilizzo attento delle fasi respiratorie durante il movimento o l alternarsi della contrazione e del rilassamento dell addome, concetti che la stessa Marta Graham, fondatrice della danza contemporanea appunto, aveva già messo a fuoco e codificato. Ma molti sono anche i punti in comune con lo Yoga, disciplina che altresì mette in gioco contemporaneamente il corpo, la mente e lo spirito nella ricerca di un armonia e di un beneficio tanto interiore quanto esteriore. Insomma, il Pilates rappresenta molto di più di una ginnastica apparentemente statica e a dire di alcuni che normalmente non l hanno provata anche un tantino noiosa. È una tecnica per certi versi rivoluzionaria, di rafforzamento muscolare ma anche di allungamento, di ricerca di equilibrio nello stesso momento in cui si investe forza, di mobilizzazione delle articolazioni e ma anche di concentrazione di energia a livello centrale, di lavoro esterno/estetico ma anche interno/interiore. Grazie alle posizioni assunte, si aiuta il sangue a circolare, fresco e ossigenato, verso tutti i distretti periferici, si stimolano i nervi, le ossa, i muscoli e il sistema endocrino e si tonifica e fortifica tutto il corpo, ricevendo energia e vitalità. Appare evidente come questa serie di benefici contribu isca dunque alla costruzione della bellezza, della propria bellezza, intendendo con questo termine l univoca e personalissima sensazione di sentirsi bene nella propria pelle. La carica di energia positiva, di buon affaticamento muscolare, il senso di rilassatezza interiore e flessibilità che si prova alla fine di una lezione di pilates non possono che migliorare la nostra vita, il modo di percepire il nostro corpo che diviene soggetto e non più oggetto. Puntiamo ad accrescere l autoconsapevolezza, a sentirci ogni giorno che passa sempre più forti, più sane, più in pace con noi stesse per rispondere, a un mondo che ci vuole esteticamente omologate, che sappiamo benissimo cosa vuol dire essere belle e che abbiamo intenzione di arrivare a questo traguardo ognuna a modo nostro. 22

14 STILI DI VITA E DI CONSUMO Licenze Creative commons: una scelta sostenibile Loris D'Emilio blogger Sul retro di copertina di questa rivista avete trovato un logo che forse risulterà sconosciuto ai più, questo: Si tratta della licenza di diritto d autore denominata Creative Commons Public Licenses (CCPL) by-nc-sa, cioè Licenze Pubbliche Creative Commons attribuzione-non commerciale-condividi allo stesso modo; da Wikipedia: le licenze di tipo Creative Commons permettono a quanti detengono dei diritti di copyright di trasmettere alcuni di questi diritti al pubblico e di conservare gli altri, per mezzo di una varietà di schemi di licenze e di contratti [ ]. L'intenzione è quella di evitare i problemi che le attuali leggi sul copyright creano per la diffusione e la condivisione delle informazioni. La scelta di Saicosatispalmi Magazine non è dunque casuale, ma ponderata e voluta: adottare una licenza di diritto d autore che permetta la libera condivisione dei saperi risponde alla logica di base usata da tutti i mezzi di comunicazione di Saicosatispalmi, dal forum al podcast, dal blog allo stesso e-commerce. D altra parte, soprattutto per settori quale l eco-bio, l equo-solidale, il consumo critico, più che il prodotto è l informazione ad essere uno dei beni più preziosi. L odierna logica di mercato mette al centro dell attenzione, infatti, il marchio, il logo, l idea del prodotto - spesso associata a quella di un determinato stile di vita - non (più) il prodotto stesso, inteso come bene fisico. Veicolo principale di questo modo di fare commercio è, naturalmente, la pubblicità, diventata una delle prime voci di spesa dei grandi marchi internazionali, dopo quelle dei settori legali, preoccupati soprattutto di brevettare e difendere a tutti campo i diritti delle aziende. Fare informazione dal basso, dal consumatore al produttore e non viceversa, diventa allora un modo ( il modo?) per cercare di cambiare le regole del gioco, per rendere il cittadino, prima ancora che consumatore, maggiormente consapevole dei propri diritti e dei doveri delle aziende; ma fare informazione dal basso significa, prima di tutto, avere la possibilità, la libertà, il diritto di veicolare l informazione stessa il più possibile, quasi in modo virale. E il principale ostacolo alla libera condivisione dei saperi è, appunto, il copyright. Ecco dunque il perché, i perché, della scelta di Saicosatispalmi di distribuire questo magazine con le licenze Creative Commons. Ma cosa significa ciascuno di quei simboli? E che potere acquisiscono se messi insieme? Andiamo per ordine. Un omino sull attenti, un dollaro sbarrato, una C rovesciata, messi insieme ad altre due lettere, CC, in un logo semplice, dal design accattivante, ma con un immenso potere dirompente: L omino, o (by), sta per attribuzione, ovvero Devi attribuire la paternità dell'opera nei modi indicati dall'autore o da chi ti ha dato l' opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l'opera. Il dollaro sbarrato, o (nc) significa noncommercial, ovvero Non puoi usare quest'opera per fini commerciali. La C rovesciata, o (sa), sta per share alike, Se alteri o trasformi quest'opera, o se la usi per crearne un'altra, puoi distribuire l'opera risultante solo con una licenza identica o equivalente a questa. Queste sono tre delle quattro condizioni previste dalle licenze Creative Commons, combinando le quali si ottiene una particolare forma di licenza di diritto d autore, detta appunto Creative Commons Public Licenses (CCPL) by-nc-sa : Licenze Pubbliche Creative Commons attribuzione-non commerciale-condividi allo stesso modo. Qual è la particolarità di queste forme di licenza? Proviamo a leggerle in altro modo, partendo dai cosiddetti permessi piuttosto che dai divieti : (by) attribuzione: permette che altri copino, distribuiscano, mostrino ed eseguano copie dell'opera e dei lavori derivati da questa a patto che vengano mantenute le indicazioni di chi è l'autore dell'opera; (nc) non commerciale: permette che altri copino, distribuiscano, mostrino ed eseguano copie dell'opera e dei lavori derivati da questa solo per scopi non commerciali; (sa) condividi allo stesso modo: permette che altri distribuiscano lavori derivati dall'opera solo con una licenza identica a quella concessa con l'opera originale. Detto in altri termini, gli articoli contenuti in questa rivista possono essere copiati, distribuiti, modificati rispetto all opera originale, a patto che si citi la fonte, non vengano usati a scopo di lucro e che siano rilasciati con la medesima licenza adottata in origine. Quindi, ciascuno di voi lettori può tranquillamente stampare e fotocopiare un articolo per farlo leggere ad un conoscente, scansionarlo per inserirlo nel proprio blog o social network, utilizzarlo interamente o in parte per elaborare altri lavori, purchè permetta a chiunque altro di fare lo stesso. 24

15 SUGGERITI Piu marchio, meno prodotto Loris D'Emilio Blogger No Logo, datato 2000 e uscito in Italia nel 2002, racconta di fatti risalenti fino al Nonostante possa quindi sembrare datato, è in realtà un testo di drammatica attualità, poiché quanto accaduto dieci-quindici anni fa in America sta accadendo oggi, qui in Italia. Secondo la giornalista canadese Naomi Klein, autrice del libro, negli ultimi vent anni avrebbe avuto luogo un radicale cambiamento nel capitalismo: se un tempo era basato essenzialmente sulla produzione di merci, ora questa è diventata un inutile orpello, un peso, una conduzione old-style che ormai ha fatto il suo tempo. Il nuovo motto è diventato quindi Più marchio, meno prodotti. Si impiegano sempre più forze e denaro sul marchio; il branding è la quintessenza del nuovo capitalismo e la pubblicità il suo strumento di diffusione, sempre più invasiva, sempre più permeante, sempre più aggressiva. Pubblicità, però, che non si limita più a proporre un oggetto, un prodotto, un servizio, ma deve stimolare un idea, stuzzicare un senso di appartenenza, promuovere uno stile di vita. Non sono (più) importanti i beni, ma i valori immateriali ed ideali da collegare ad essi. La produzione viene dislocata nei paesi del Terzo mondo dove l azienda può sfruttare impunemente la manodopera operaia. Nascono quindi le EPZ (Export Processing Zones) dell Asia e dell America latina, in cui gran parte delle imprese a cui i grandi marchi internazionali come Nike, Reebok, Adidas, Disney, Microsoft subappaltano gran parte della loro attività produttiva. Le EPZ erano in realtà uno strumento dell ONU per cercare di portare lavoro nel sud del mondo favorendo in qualche modo gli investimenti dei capitali stranieri. Ci si aspettava che, con posti di lavoro fissi a minimi garantiti cominciasse a circolare moneta tra la popolazione, che gli operai iniziassero ad imparare un mestiere trasportando poi questo know-how all esterno dell azienda, che nascesse un indotto intorno all azienda-madre, che introducendo un sistema graduale di tassazione si recuperassero i fondi necessari per lo sviluppo delle comunità locali (infrastrutture pubbliche, sanità, scuola etc). Nulla di tutto questo è avvenuto: le EPZ sono zone extraterritoriali in cui nemmeno le autorità locali possono intervenire. Le aziende trattano direttamente con i governi centrali, ed i governi centrali si guardano bene dal cambiare le cose. Venendo meno la centralità della produzione, anche l'impotanza della risorsa umana la segue a ruota. Occorre snellire, c è bisogno di elasticizzare ed ottimizzare i tempi dei lavoratori. Ecco quindi i part-time, i lavori a chiamata, a progetto, le consulenze esterne. L intera gestione viene esternalizzata, affidata a società terze che si occupano di tutto, fornendo un servizio all inclusive. Con la conseguenza di abbassare drasticamente i salari orari, di escludere i sindacati dalle contrattazioni, di azzerare sistematicamente ogni forma di tutela/diritto del lavoratore. D altra parte, se scompaiono operai ed impiegati, crescono i manager, persone che hanno come unico scopo quello di far salire il valore dell azienda in modo da far guadagnare soldi ai propri azionisti. L unico mezzo che i manager hanno impiegato finora è stato quello di chiudere intere fabbriche, licenziare migliaia di lavoratori nel nord del mondo, speculare sulla pelle degli operai del sud del mondo, ed investire praticamente tutto in pubblicità, fusioni, controlli diretti dell intera filiera. In pratica, monopolismo spinto, sulla pelle dei lavori del nord e del sud, e a scapito dei consumatori. E la politica in tutto questo? Letteralmente comprata. Fu Reagan, negli anni 80, a dare il via a questi cambiamenti attraverso una serie di leggi che limitavano fortemente la lotta al monopolio, e riducendo drasticamente la commissione anti-trust; quello che, per legge, fino alla fine degli anni settanta primi anni ottanta era praticamente impensabile, se non impossibile, dalla metà degli anni ottanta in poi è diventato l unico modello economico vigente: la Corporation. Dunque, i giochi sono fatti? Secondo la Klein, no. La giornalista ha impiegato diversi anni a scrivere il libro perché ha voluto documentare puntigliosamente i fatti e le circostanze, andando in giro per il mondo ed incontrando di persona gli agenti del cambiamento; così, nella seconda parte del libro descrive numerosi movimenti di reazione alle politiche applicate dai grandi marchi, da Reclaim the Streets alle pratiche del culture jamming. La Klein riporta anche delle storie di successo relative agli attacchi volti da questi movimenti ad alcuni marchi, nello specifico Nike, McDonald s e Shell. Il possibile cambiamento è dunque in mano ai cittadini? secondo la Klein, si. Sono i cittadini che hanno il compito di acquisire consapevolezza rispetto all invasione della pubblicità, al marchio osannato come un dio, ma che dietro le parvenze nasconde una realtà fatta di negazione di diritti umani e sfruttamento di risorse naturali. E sono sempre i cittadini che devono riappropriarsi di spazi liberi, difendere i beni comuni, far valere i propri diritti che attraverso la massima espressione della democrazia, il voto, possono far sentire l urgenza del cambiamento ai propri politici. SCHEDA LIBRO Titolo: No logo. Economia globale e nuova contestazione Autore: Klein Naomi Editore: Baldini Castoldi Dalai (collana I Nani) Premi: National Business Book Award (canada, 2000) 26

16 Hai o rappresenti un'attivita che ha a che fare con il mondo del bio-ecologico o del benessere? Vuoi promuoverla su Saicosatispalmi Magazine? Contattaci! Hai una passione per i cosmetici ecologici? Hai qualcosa da dire in merito? Sai scrivere bene e ti piace farlo? Vuoi raccontare la tua esperienza di consumatore critico? Scrivi di professione? Hai un argomento da suggerirci o una domanda da porci? Saicosatispalmi Magazine vuole dare voce anche a te. Se hai un articolo da prop orci, invialo a Lo valuteremo e se ci piacerà lo troverai nel prossimo numero.

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