Paolo Pedrazzini. Cinquanta più di te

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1 Paolo Pedrazzini Cinquanta più di te

2 Chi avrebbe mai pensato che una persona così piccola potesse viaggiare portandosi dietro una tale quantità di roba. Sei arrivata con un bagaglio capace di bloccare una dogana per ore, e non sto parlando di pannolini e corredino. Non appena entrata nella mia vita hai aperto il tuo baule e una caterva di cose ha cominciato a riversarsi tutt intorno. Un vero prolasso. Non sono ancora riuscito a dividerle per genere, figurati a metterle in ordine. C è sempre qualcosa di nuovo che salta fuori e c è sempre qualcosa di già visto che si trasforma in qualcos altro proprio nel momento in cui sono convinto di averlo compreso. Perché tu, nel frattempo, cresci a una velocità impressionante, sempre sulla corsia del sorpasso, e mi lasci come un cretino a guardarti filare via. Io non voglio e non posso vederti sparire all orizzonte, così mi tocca schiacciare sul pedale e starti sempre dietro, senza soste, anche se non sono abituato a certe andature e il mio motore non è più tanto elastico. Certe volte è divertente, altre una specie di incubo, talvolta gioia. Tutte le volte è comunque una fatica. Forse perché, come si dice di altri con mal celato piacere, non sono più un ragazzino. Ho un età in cui si può cominciare a buon diritto a trastullarsi con le somme di un primo vero bilancio o, volendo, a spaventarsi sul serio col fantasma della cessazione attività. Due esercizi comunque difficili da fare al volante. Ma la mia età rimane quella. Ho l età che ti concede di chiamare esperienze le cose che hai fatto perché ormai cadute in prescrizione, dandoti l ingannevole sensazione di possedere d ufficio qualcosa d interessante da raccontare. Come se quantità e qualità fossero la stessa cosa. Ma va così, per cui io posso permettermi di raccontare con l aria di chi ha piena facoltà di farlo. Una cosa che dovrebbe riuscirmi anche mentre t inseguo. Per questo ho deciso di provarci. Con molta calma, ma anche con la presunzione necessaria all ipotesi di un risultato finale che si possa chiamare senza vergogna libro. Un capitolo alla volta, senza sapere ogni quanto, senza poter scommettere per quanto. Quel tanto o quel poco che ne verrà fuori è tutto tuo, anche se adesso sai leggere soltanto le O. Tuo padre

3 Uno Quando a tua madre si ruppero le acque Quando a tua madre si ruppero le acque, come volgarmente si usa dire, si ruppero per davvero. Anzi, a voler essere precisi, esplosero. Se ne stava sdraiata sul divano quando improvvisamente si udì distintamente un pop (o forse uno skiop, non ne sono sicuro) che non proveniva dalla tivù accesa sul circo come qualche ora prima, anche se avrebbe potuto essere il rumore di un palloncino pieno d acqua scoppiato in faccia a un clown. Tua madre fece un salto, mentre il cuscino del divano s inzuppava come un biscotto nel tè. Esclamò «occazzo!» e poi corse in bagno. Anch io dissi qualcosa di simile e poi corsi a mettermi le scarpe. Il momento di andare in ospedale era arrivato. Che fossimo vicini all inizio del gran finale lo si era capito da un po. Prima di cena t eri messa a dar di calci e pugni con particolare violenza, piazzando micidiali serie di colpi contro qualunque parete del tuo alloggio ti capitasse a tiro. Poi giù altre botte mentre cenavamo, tanto da costringere il tuo provato contenitore a gettare il tovagliolo come fosse la spugna e ad andare a cercare un po di requie in posizione orizzontale. Ma invece della requie trovava le prime contrazioni, da manuale per frequenza, intensità e compagnia bella. Te lo posso dire con assoluta certezza perché l addetto al cronometraggio ero io, per la prima volta in vita mia completamente calato nel melenso personaggio del marito zelante formato per l evento. Nella scatola delle sacre reliquie si conserva il foglietto su cui annotavo diligentemente le scosse telluriche di cui tu eri l epicentro. Eccolo qua. Incolonnati in modo via via sempre più sbilenco, a partire dalle 21.30, i minuti e i secondi d intervallo tra un espressione normale e una decisamente meno sulla faccia di tua madre, con tanto di durata delle fitte tra parentesi: 3.10 (36 ), 4.16 (51 ), 1.58 (41 ), 2.11 (36 ) e via così fino all esplosione di cui stavo dicendo, preceduta e agevolata da un bagno caldo rilassante come da manuale. 1

4 L esplosione era il segnale convenuto. Le istruzioni parlavano chiaro: andare in ospedale solo dopo la rottura delle membrane, senza bisogno di scapicollarsi se il liquido che ha inzuppato il divano è limpido, ma di corsa se invece si presenta giallognolo, verdognolo o di qualunque altro colorognolo. Fortunatamente, il controllo limpidezza non rivelò problemi, per cui salimmo in macchina con una fretta adeguata alle circostanze, e la giusta dose di adrenalina di chi ha una missione importante da compiere. Percorrere la quindicina di chilometri che separa casa nostra dall ospedale alle due del mattino è ben diverso dal farlo di giorno. Magari lo sapevi, per questo decidesti di suonare l allarme proprio quando il varesotto dorme il suo sonno più profondo, quello biologico che si pratica di notte, nel silenzio interrotto soltanto dal passaparola dei rottweiler di ronda nei giardini delle ville. A quell ora, in macchina si scivola via senza intoppi di rotatoria in rotatoria, passando i semafori lampeggianti giallo semplicemente rallentando per guardare il nulla e il nessuno in arrivo. Con nessuno davanti e nessuno di dietro. Non ci sono pick-up di vivaisti con svolazzo di foglie secche al seguito, né plotoni di allegri ciclisti sovrappeso e sovraetà. Nessun camion targato chissaddove alla ricerca della fabbrichetta infrattata tra le colline e nessuna vecchia panda bianca che viaggia a trenta all ora. La coppia d anziani che la tiene come un gioiello adesso respira pesante nel suo letto di noce massello firmato Il Regno del Mobile, vegliata dai sorrisi di padre pio nella sua cornice e delle dentiere nei loro bicchieri. È l ora in cui gli unici occhi aperti da queste parti sono quelli piccoli e rossi degli antifurto messi a guardia delle villette con taverna. Quindi, nei limiti delle circostanze, viaggiamo che è un piacere: tua madre, seduta sopra un asciugamano (che non basterà a evitare di macchiare per sempre il sedile) soffre il casino che stai facendo con ammirevole dignità, la valigia sta di dietro e io al volante, impegnato nella guida più morbida di cui sono capace, zigzagando dolcemente tra le buche e i tombini. In condizioni di traffico normale, questi stessi quindici chilometri di strada provinciale sono lunghi almeno il doppio. Ricordo bene l ultima volta in cui li abbiamo fatti noi tre insieme. Stavamo andando in ospedale a una puntata speciale del corso pre-parto, una delle tre che mi hanno visto tra i partecipanti seduti in cerchio sugli enormi cuscini. Stai pensando che tre volte sono troppo poche e che non mi sono certo sprecato. Hai ragione. Mi sono limitato allo stretto indispensabile, che finiva per essere trattato solo negli ultimi incontri del corso, quelli in cui si sarebbe affrontato il clou di tutta la faccenda, quando si comincia a far sul serio ed è meglio per tutti gli interessati avere almeno una vaga idea di come converrà comportarsi. Mica perché i duri cominciano a giocare solo quando il gioco si fa duro, ma semplicemente perché non volevo fingere di condividere con le aspiranti puerpere tutte quelle mamma-sensazioni, a noi maschi precluse d ufficio, di cui abbondavano le prime lezioni. Una volta appurato che la tua non si sarebbe sentita una ragazza 2

5 madre a causa della mia assenza, avevo serenamente bigiato buona parte del tutto. Ma quella volta ci volevo essere. E allora eccoci in macchina nel primo pomeriggio, diretti all ospedale lungo l interminabile sequenza di paesi dal nome che finisce in ate, al ritmo di un paese un semaforo e di un semaforo una coda, lunga e indolente quanto basta per rimanerci per un paio di rossi almeno. Quando quello nel centro di Gavirate si fa finalmente verde, io e tua madre prendiamo il suo stesso colore nel vedere un gattino sbucato dal nulla correre sotto l auto davanti alla nostra nel preciso momento in cui questa sta partendo. Hai presente il gato che tempo fa è entrato a pieno titolo nella compagnia di peluche con cui passi le notti? Ecco, un affare così, grande così, ma molto più espressivo e mobile del tuo. Una palletta di pelo con due occhi fuori misura che anch io ci passerei le notti a stringerlo. Una piccola cosa nata da poco che non ha ancora avuto il tempo di sapere che con il verde le macchine partono, le ruote girano e se ci stai davanti ti schiacciano e ti lasciano a zampettare nell aria i tuoi ultimi istanti prima di rimandarti nel posto da dove sei venuto. Senza nemmeno accorgersene. E senza che noi, spettatori impotenti sull auto che segue, possiamo farci qualcosa, se non gridare una sfilza di inutili no, no, no! La morte non è mica bella, credimi. Basta che ti sfiori leggermente e ti senti aprire un buco dentro. Tutto quello che hai intorno si svuota all improvviso come un palloncino gonfiato da qualcuno con l alito pesante. Tu resti lì, quel niente che sei, a reagire per quello che sei. Tua madre scoppiò a piangere. L avrei fatto volentieri anch io, ma c era un auto da guidare, un ospedale da raggiungere, una lezione del corso pre-parto a cui assistere. E c era soprattutto una donna incinta da consolare, da allontanare il più velocemente possibile da ogni possibile equazione sulla fragilità dei cuccioli. Rimasi in silenzio perché non sapevo cosa dire di buono. Guidai fino al parcheggio dell ospedale, buttando qua e là qualche sù, dài e incerte carezze sulla sua testa. Nello stanzone c erano già tutte, le future mamme stravaccate con la pancia a mongolfiera in mezzo alle gambe e il marito, chi ce l aveva, appollaiato premurosamente al fianco. L ostetrica iniziò la lezione annunciando la novità del giorno: un breve momento di rilassamento per tutti, secondo un utilissima tecnica che certa tizia ci avrebbe illustrato. Prese la parola una panza tra le altre, plurimamma di quelle entusiaste, felice impasto di serene certezze new age. Questo non è il momento di spiegarti che cosa voglia dire new age: per adesso accontentati di sapere che tuo padre si augura che nella tua vita tu ne possa fare felicemente a meno, un po come per dio e le sigarette. Ispirati dalle note di un cd di quelli che trovi nelle librerie, ordinati in un apposito espositore per un trascendentale assaggio in cuffia, con titoli che vanno da Serenity a Chakra Music passando per InSPAration, noi mariti, quelli che c erano, avremmo dovuto cominciare a massaggiare ognuno la propria signora alla base del collo con movimenti 3

6 lenti e circolari. Al lodevole scopo, come annunciato, di provocare in lei un profondo e salutare rilassamento. Lentamente, ecco, così, bravi. Bravi che? Il collo di tua madre è tirato come una corda di violoncello sulla quale le mie mani abbozzano goffi arpeggi senza convinzione. Penso che potrei rendermi più utile se cominciassi a rilassarmi io, ma l insopportabile arpa in sottofondo me lo impedisce tassativamente. Guardo la nostra guida spirituale: con gli occhi chiusi e il sorriso beato sta massaggiando una donna senza partner, molto meno rilassata di lei. Torno a tua madre e al mio incerto lavoro e vedo goccioloni scivolare giù dai suoi occhi. Si alza di scatto, singhiozzando uno scusate... ed esce dalla stanza, accompagnata dalle imperterrite note dell arpa lagnosa. Rimango lì quel tanto che basta per vedere la santona pregna girarsi verso di me al colmo di un inaspettata gioia: «È bello, quando succede. È liberatorio, butta fuori tutta la negatività!». La lascio a godersi il suo miracolo e raggiungo tua madre nel corridoio. Che l estatica cretina pensasse pure quel che preferiva, tanto non avrebbe nemmeno lontanamente sfiorato la verità. Quel pianto che non voleva smettere non era quello di una donna rilassata. Era quello di mamma gatta per il suo bambino morto. 4

7 Due Ci sono luoghi dove la notte non arriva mai del tutto Ci sono luoghi dove la notte non arriva mai del tutto. C è sempre una luce accesa da qualche parte e qualcuno che fa qualcosa circondato dal silenzio. Perché è a guardia di un posto quando tutti gli altri se ne sono andati, oppure perché il lavoro che fa è di quelli che non ammettono chiusure, dal momento che la gente, sebbene sia notte, non smette di far del male e di farsi male, di ammazzarsi e di ammazzare, di nascere e di morire. Senza dimenticare che al nemico piace notoriamente approfittare delle tenebre per dare l assalto. In questi luoghi la notte non spegne tutte le luci, è un rarefarsi di presenze in un silenzio mai del tutto completo. Trovi una porta aperta su un atrio deserto o un campanello al cui suono qualcuno dovrebbe prima o poi reagire. Che sia un custode dalla faccia stropicciata o un piantone disturbato nel punto più delicato delle parole crociate facilitate, lì c è qualcuno. Dammi pure del cretino, ma questi posti talvolta esercitano su di me un fascino perverso. Mi repellono e mi attraggono insieme. Mi repelle la luce tremolante dei neon che illumina a stento le pareti verdoline segnate da impronte e strisciate nere di scarpe. Mi repelle l enorme macchina a gettoni del caffè che ronza nel silenzio di un androne in compagnia del cestino dei rifiuti sbrodolato e appiccicoso. Il linoleum che si solleva a bolle, le sedie sgangherate, gli avvisi, gli orari, le comunicazioni più disparate che si mummificano a strati sulle porte a vetri, trattenute da pezzi di scotch secco e ingiallito. Accuso l effetto insano di quel fisiologico squallore proprio dell edificio pubblico, che si manifesta con una coerenza impressionante in ogni singolo dettaglio dell avvilente insieme. Anche perché quando mi ci trovo non è mai per diletto. Ma se supero l impatto e mi rassegno definitivamente all idea di non essere dove dovrei, ovvero nel mio letto, mi succede di cominciare ad avvertire un incomprensibile sensazione di adeguatezza al luogo 5

8 e al momento, che a volte riesce persino a trasformarsi in una sottile euforia. Mi sento in un avamposto della realtà, con tutte le rogne del caso ma anche con la pacificante consapevolezza di essere nel posto giusto al momento giusto per affrontare lo schifo che mi tocca. È il momento in cui tutti gli altri, quelli che dormono, si stanno perdendo qualcosa. E mai come in quella lunga e afosa notte d estate, quando tua madre e tuo padre varcano la porta aperta dell ospedale e attraversano l ingresso illuminato dal tremore dei neon morenti sul verdolino delle pareti segnate da impronte e strisciate nere di scarpe eccetera eccetera. L unica luce che interrompe la penombra nel corridoio del reparto maternità proviene da una porta aperta che ha appena inghiottito un infermiera apparsa dal nulla. Ci infiliamo anche noi per dire ecco, ci siamo, diteci, fateci. Nel microscopico ambulatorio, un medico che ricorda in modo impressionante il maggiordomo di casa Addams comincia a interrogare tua madre e le scartoffie al suo seguito, una cartelletta gialla lievitata insieme a lei nel corso dei mesi, visita dopo visita, esame dopo esame, che esattamente come tua madre fa sempre più fatica ad abbottonarsi. Nella cartelletta gialla c è tutto, anche le stampe delle tue ecografie tridimensionali di ultima generazione, tecnologia avanzata e godimento puro per il ginecologo a pagamento quando accende il megaschermo davanti alla gestante, con un coup de théâtre di sicuro effetto che finisce per agevolare in parte la digestione del costo della visita. Le prime ti ritraggono in fase girino, e richiedono uno sforzo che non è da tutti per riuscire a suscitare un vero moto d affetto. Seguono quelle che tua madre ha guardato la prima volta e poi più per evitare di procurarsi incubi cronici, come succede regolarmente alle portatrici di forme di vita aliena in certi film di fantascienza. Difficile darle torto, provando ad immedesimarsi e a pensare che le fotografie di quell effetto speciale a cui puoi contare le dita adunche sono state scattate in un set budelloso allestito dentro la tua pancia. Infine le ultime, quelle che a guardarle non potevo crederci, dove ti si vede incredibilmente grande, nitida e già in possesso di una tua faccia, di una tua espressione, nonché di un paio di guance di considerevoli dimensioni. Il dottor Lurch scartabella, legge qua e là, chiede conferme e compila stancamente con l aria di chi non ha mai fatto altro nella sua lunga vita, anche se in realtà dev essere più giovane di quanto sembri. Quando finisce con le scartoffie, la sua attenzione si sposta al tuo contenitore e soprattutto alle sue movimentate intimità. Così si unisce l utile al dilettevole e mi si manda via, a sbrigare burocrazia in accettazione, giù al pianterreno deserto dove, cercando bene, alla fine trovo qualcuno in grado di accettarci, se non per quello che siamo, almeno per quello che le carte dicono di noi. 6

9 Svariate firme distribuite qua e là tra le pagine degli incartamenti sanciscono ufficialmente che da questo momento non siamo più la coppia in dolce attesa: ora siamo una partoriente che deve partorire. Una delle tante di ogni giorno che, come tutte, si sente a buon diritto l unica. Un po meno unici riusciamo a sentirci invece noi, mariti, compagni, fidanzati o comunque si vogliano chiamare i corresponsabili dell evento in corso che padri ancora non possono dirsi. Siamo semplici gregari improvvisati, che nella migliore delle ipotesi si limiteranno a passare qualche borraccia al campione, incoraggiandolo a tenere duro per la volata. Questo almeno ci chiedono i tempi moderni, che non sono più quelli in cui per fare il proprio dovere d imminente padre era sufficiente starsene in una sala d attesa a fumare quantità industriali di sigarette. C è tanto di letteratura al riguardo nelle barzellette della Settimana Enigmistica e nei film americani degli anni cinquanta, dove, a cose fatte, il neo-padre offre sigari a manciate per festeggiare. Oggi non si può fare nemmeno un tiro di sigaretta, ma in compenso si partecipa molto, volenti o nolenti, entusiasti o meno del posto in primissima fila che ci è stato riservato per assistere a tutto il parto minuto per minuto. Oggi si usa così, malgrado sopravvivano ancora sacche di resistenza maschile dove il biglietto per il lieto evento viene generosamente girato alla suocera o alla cognata, perché tutta la faccenda è sempre stata cosa da donne ed è giusto che resti tale. Nel corridoio semibuio, a qualche sedia di distanza da quella su cui sto aspettando di veder ricomparire tua madre, un altro sta vivendo la mia stessa avventura. Quando mi sono seduto ci siamo sentiti in dovere di biascicare un saluto vagamente complice, ma fortunatamente ci siamo fermati lì, senza che a nessuno dei due venisse in mente di dar vita a un qualsiasi tentativo di conversazione. Se al nostro posto ci fossero state le nostre altre due metà, queste starebbero già amabilmente conversando di emorroidi e di strane perdite. Noi no. Siamo uomini, noi. Non capisco se il compagno d attesa adesso stia dormendo o se invece si sia semplicemente afflosciato su se stesso col passar del tempo, entrando in una specie di stand-by a risparmio energetico. Devi sapere che la grande attesa è composta a sua volta da un insieme di tante altre attese minori, che noi gregari impariamo a consumare dove ci dicono di stare. In questo momento io attendo che il dottor Lurch finisca di visitare tua madre, cosa stia attendendo l altro non so. Non so in quale delle apparentemente innumerevoli fasi che precedono il dire - è fatta - si trovi al momento la donna che dovrà renderlo possibile. Che sia arrivato prima di me non significa granché. La coda per partorire è per definizione una delle più indisciplinate che si possano immaginare persino in questo paese, dove superare il prossimo è da sempre un autentica forma d arte. 7

10 In ogni caso non sono più l ultimo arrivato: la luce dell ascensore si è aperta sul buio, illuminando una coppia che viene ad aggiungere a questo turno di notte la sua personale attesa. Onestamente, il suo ingresso risulta ben più suggestivo di quello dei tuoi genitori: seduta sulla carrozzella spinta da lui, una lei di molto gradevoli fattezze scivola silenziosamente preceduta soltanto dal suo sferico ventre, che esplode nudo in tutta la sua tensione tra la canottiera troppo corta e i pantaloni troppo bassi. Altezzosa come sanno esserlo solo le regine mitologiche nelle parodie di Totò, fiera della sua nuda protuberanza come un attrice americana alla sua terza gravidanza, questa donna è l immagine della rivincita femminile sui tremendi scamiciati a sacco che occultavano le carni, la femminilità e le decine di chili di troppo delle gestanti d una volta. Lui, dal canto suo, nei pantaloni bianchi a mezzo polpaccio pieni di tasche e stringhe, la magliettina aderente del villaggio vacanze, il marsupio e le scarpe ginniche con gli ammortizzatori, è invece la conferma che il genere maschile ha conosciuto tempi assai migliori. Lui parcheggia la carrozzella, lei scende con affaticata grazia, guardandosi intorno con un paio di gelidi occhi azzurri di probabile importazione. L unica concessione che il suo corpo ha fatto alla gravidanza è concentrata là dove non se può proprio fare a meno. Lui le zampetta intorno premuroso, lei ha l aria seccata di chi vorrebbe tanto trovarsi altrove. Adesso sono certo che l altro non sta dormendo: i suoi occhi hanno seguito la scena tanto quanto i miei, e ora che la regina straniera ci sfila davanti mirano ad alzo zero un culo di tutto rispetto. Esattamente come ho fatto io, te lo confesso. In fondo, sono anch io un maschio fecondatore. 8

11 Tre Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Questa perfida minaccia la potrai leggere nella prima parte di un librone che da parecchi secoli è solidamente piazzato nella classifica mondiale dei best sellers. Il suo autore è un perfetto sconosciuto che, come puoi ben vedere, nutriva un evidente risentimento nei confronti del genere femminile. Io sono a favore della libertà di stampa, per cui mi sta anche bene che il vendicativo scrittore abbia potuto sfogarsi trattando le donne come cagnotti per centinaia di pagine. Il punto è che tutte queste carinerie il furbacchione le ha messe in bocca al protagonista del libro, un supereroe locale (l azione si svolge in medio oriente) dall incazzatura facile quanto micidiale, che i lettori, presi dall entusiasmo, hanno cominciato a ritenere reale. Anche qui nulla da dire, ognuno è libero di credere in ciò che preferisce. Quando però i fans più sfegatati hanno iniziato a pretendere che ogni frase del tomo, debitamente numerata per praticità, venisse considerata legge da qualunque essere vivente sulla faccia della terra, allora sono cominciati i problemi. Oggi, per fortuna, quasi nessuno può più prendersi la libertà di strapparti le unghie o altri pezzi più o meno necessari del corpo se ti permetti di sollevare qualche dubbio in proposito, ciò nonostante sentenze come quella di cui sopra hanno lavorato così a fondo nei secoli che ancora ne portiamo visibilmente i segni. Tanto che il legittimo desiderio di un parto il meno doloroso possibile spesso viene ancora guardato con sospetto. C è da rallegrarsi al pensiero che il libro non si sia ugualmente espresso in merito alle cure odontoiatriche. Fatto sta che il partorire con dolore sembra venir considerato come una solidissima tradizione, di quelle che suona da stronzi cercare d evitare, un po come succedeva una volta per il servizio militare: si è sempre fatto così da che mondo è mondo, e che diamine, 9

12 che sarà mai? E malgrado poche cose al mondo siano tanto soggettive come la soglia del dolore, lo svolgimento di un parto e la scelta del primo pasticcino del vassoio, nell anno duemilasei, nel paese in cui viviamo, tua madre può ritenersi fortunata a potersi giovare, per giunta gratuitamente, di una stregoneria chiamata a piacere epidurale o peridurale. Un anestesia parziale, in poche parole, somministrata goccia a goccia da un sondino infilato tra le vertebre lombari. Una scelta che le ostetriche non gradiscono molto. Ci vuol poco a scoprirlo, frequentando il corso che è cosa loro. Bastano pochi incontri per veder tracciarsi una linea che divide in due distinte fazioni chi si occuperà di far nascere la tua progenie. Da una parte ci sono loro, le vestali del Parto Naturale, riconoscibili per il sesso, rigorosamente femminile, il camice giallo e la pacata gentilezza vagamente ispirata con cui ti trattano, che ha il potere di farti sentire immediatamente inadeguato, non si sa bene se per la tua ignoranza in materia o per la colpa di esserti occupato fino a quel momento di cose molto più banali del rituale della nascita. Dall altra parte dello schieramento i medici, maggioranza maschile in camice verde, gente di poca poesia che pare viva il parto altrui alla stregua di un qualunque altro evento ospedaliero di routine, tanto quanto l asportazione di un unghia incarnita. Non a caso, la fazione gialla accusa la verde, più o meno apertamente, di voler medicalizzare il parto e di non vedere l ora di poter immobilizzare la partoriente a gambe aperte, covando sotto sotto la speranza di risolvere ogni eventuale impiccio con un bel taglio cesareo. Riguardo al sentirsi inadeguati a contatto dei verdi, valgono anche in questo frangente i tradizionali rapporti con i rappresentanti della categoria: è dai tempi in cui portavano tabarri e cappelloni neri e parlavano tra di loro in latino per non farsi capire che noi umani stiamo cercando il dialogo. Talvolta si ha l impressione d avercela fatta, ma sono casi piuttosto rari. Chiedendo l epidurale (o peridurale, a seconda dei gusti), tua madre ha compiuto un passo significativo: ha messo un piede oltre la linea di demarcazione verso il territorio dei verdi, un gesto che le ha precluso l ingresso e la possibilità di partorire nella Stanza della Cicogna, il Tempio del Parto Naturale, un luogo bello e colorato che non ha nulla d ospedaliero, dove l ospite può scegliere se partorire in acqua, in poltrona, per terra, seduta, in piedi, attaccata a una liana e probabilmente anche a testa in giù, se le garba. Ma non solo. In quella specie di miniappartamento insonorizzato, dotato pure d impianto stereo e di televisore, la futura mamma gode della massima libertà di scelta anche per quanto riguarda gli invitati, per cui può decidere di partorire in compagnia delle amiche del corso di pilates come dell intera sezione ottoni della banda comunale. Certe scelte si pagano, anche se non pesantemente come succede nelle pagine del librone, così in questo momento tua madre e io non ci troviamo nel magico, protettivo 10

13 mondo della Stanza della Cicogna, bensì nell austera e promiscua Sala Travaglio, posta esattamente di fronte, come a ribadire l irrimediabile separazione tra i due pianeti del parto. Il nostro non concede nulla né all estetica né all intimità: più scarno ancora di una camera d ospedale, contiene quattro lettini e un paio di paravento. Le finestre dai vetri lattiginosi sono chiuse davanti alle tapparelle abbassate sulla notte afosa. L unica musica di cui disponiamo è quella ossessiva dei cardiotocografi, sensori che avvolgono le pance come potrebbe farlo una cintura da campione del mondo di boxe intorno a un cocomero, incessantemente impegnati a monitorare tre piccoli cuori e le contrazioni uterine delle rispettive madri, riproponendo i loro battiti amplificati in un ritmo costante di vuuu vuuu vuuu, che invece di rassicurare con la sua regolarità angoscia come un antifurto che non vuole smettere di suonare. Su questa base ritmica s inserisce di tanto in tanto qualche intervento vocale che non migliora l insieme: spossati lamenti o urletti improvvisi come le fitte che li hanno causati. Siamo in buona compagnia e, se è vero che il mal comune è mezzo gaudio, possiamo stare allegri. E in effetti si può dire che lo siamo. Tua madre si sta rilassando grazie alla pozione magica, l ostetrica passa, guarda, controlla, sorride e sembra soddisfatta della situazione. Sono quasi le quattro del mattino e tutto va bene. Dagli addetti ai lavori, tua madre viene data come favorita nel toto-parto. Per cui dovrebbe sgravarsi prima delle sue due compagne di travaglio, una ragazzona bionda dall aria simpatica e l algida regina arrivata in carrozzella, che è effettivamente straniera. Da quando è entrata nella stanza non ha fatto altro che lamentarsi con il marito in una lingua che ci è sembrata russo. Così noi l abbiamo battezzata l ucraina. Lui è rimasto l anonimo di prima, con i suoi calzoni da pinocchio pieni di stringhe e il marsupio intorno alla vita. A un certo punto, lei s è messa a piangere e a frignare senza sosta ripetendo qualcosa. Lui cercava di calmarla fino a ottenere dei da da non troppo convinti. Finché non è arrivato un trio duemedici-un ostetrica ed è cominciata una questione. Per quello che abbiamo potuto capire, era da un po che lei giocava a tira e molla con l epidurale (o peridurale, a seconda delle stagioni), prima chiedendola, poi rifiutandola, poi ancora chiedendola quando i dolori quelli veri hanno cominciato a farsi sentire. La qual cosa ha innervosito i camici, di cui il più alto in grado a un certo punto tagliava di netto la questione dicendo adesso basta, l anestesia non gliela si fa più e che s arrangi così impara a decidersi. A dirla in parole molto povere, era evidente che l ucraina si stava cacando sotto, malgrado non fosse al suo primo parto. La ragazzona invece è sola: ha pietosamente esonerato il suo compagno dal servizio lei stessa, mandandolo a casa a dormire ufficialmente, visto che fino a quel momento era riuscito a farlo comunque e dovunque, senza esserle di aiuto alcuno con la sua presenza 11

14 semi-comatosa. L uomo in questione era il mio brillante compagno di corridoio di un paio d ore fa. Anzi, di due ore e mezza fa. Perché anche qui il tempo scivola via, malgrado sembri congelato in un attesa senza soluzione per l assenza di novità sostanziali in grado di scandirlo. Di tanto in tanto un passaggio dell ostetrica, un occhiata tra le gambe, un controllo al tracciato, una visita in bagno trascinandosi appresso il trespolo dell anestetico e tutto torna come prima. Procediamo verso il gran finale in tutta tranquillità, chiacchierando per ingannare l attesa, sempre accompagnati dalla colonna sonora di vuuu vuuu vuuu alla quale non facciamo ormai quasi più caso. Siamo anche allegri, ci diciamo cazzate e io penso in quel momento che per vivere quel momento non ci sia una donna al mondo con cui farlo migliore di tua madre. È una piacevole sensazione che si dilata in sincrono con il suo utero. Mi scuserai se non ti voglio altrettanto bene, ma ti conosco ancora troppo poco. L alba è già arrivata da un po, quando la bionda ragazzona mette il turbo alle sue contrazioni e sorpassa tua madre a tutta velocità, alla faccia dei pronostici. Il suo passaggio al livello successivo anima improvvisamente la stanza: arriva un ostetrica con un paio d infermiere che spostano il paravento e la spingono a bordo del suo lettino nella stanza di tutte le stanze, la Sala Parto. Quando mi passa accanto, cado nel banale filmico americano alzando il pollice dal pugno stretto e sorridendole, come fa il buon allenatore di baseball commosso quando alla fine il suo ragazzo torna a lanciare dopo una devastante sequela di sfighe. Eppure funziona, e lei ricambia il sorriso, credo perché, al di là del gesto un po da coglione scelto per esprimerli, ha capito che i miei auguri erano davvero sinceri. Con dolorosa dignità, la donna esce dalla nostra vista e va a fare i conti con la jattura del librone, faccia a faccia, eroicamente sola e armata soltanto della sua pozione. La guardo come potrei guardare qualcuno che si butta prima di me da un trampolino alto trenta metri, indeciso se tenermi stretti i miei ultimi istanti prima del salto o se invidiarlo perché buttandosi prima ne uscirà prima. È l eterno conflitto tra il via il dente, via il dolore e il lasciatemi ancora un po qui col mio dolore e il mio dente. E dire che non sarò io a partorire. Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Ma no, tutto andrà bene, tra poco toccherà a noi e tutto andrà bene. Non è il caso di agitarsi. Il misogino scrittore non aveva previsto l epidurale (o peridurale, a seconda dell umore) che ancora tiene tua madre in grado di sostenere una conversazione, mentre tu ti dai da fare, ma ancora non abbastanza. Per questo l ostetrica ha reso la sua presenza più assidua. È sempre sorridente e rassicurante, ma si capisce che vorrebbe qualcosa di più da voi. La dilatazione c è, ma sembra che di questo a te non possa fregare 12

15 di meno. Intanto, dalla sala parto, ci raggiunge qualche strillo di donna in crescendo, poi niente, poi lo strillo incerto di un neonato, secondo la migliore delle tradizioni. E brava la ragazzona. Ecco, vedi, non ci vuole poi molto. Tieni duro, panciona, che tra poco finirà così anche per noi. Questi, sono gli esempi che ci servono, mica i lamenti incessanti dell ucraina al di là del paravento. Hai voglia a metterli insieme ai vuuu vuuu vuuu impacchettando il tutto in un unico sgradevole sottofondo e dimenticandoselo, quasi fosse una radio che non si può spegnere. I lamenti continuano a ripeterci che tutta questa faccenda è semplicemente drammatica, malgrado gli sforzi che sto facendo per pensare che invece il tutto sia naturale, spremendo dall aggettivo il suo meglio e cercando di vedere la natura così come si direbbe la vedano le ostetriche, buona e pacioccona come nel giardino dei Teletubbies. Ma se davvero è così buona, non si capisce per quale motivo non sia più sollecita nell aiutarti ad uscire da dove ormai non puoi più stare, invece di lasciare tutto il compito a tua madre, che adesso viene incalzata dagli inviti a spingere dell ostetrica tanto quanto un vogatore spronato dal timoniere. Lei ci prova, s impegna con tutte le sue forze, ma sembra non riesca a stanarti dal tuo nascondiglio. Allora le propone di mettersi in qualunque posizione possa sembrarle più agevole e propizia, come si fa nella Stanza della Cicogna. Ma niente. Quando, ad un certo punto, fa la sua comparsa un medicone con i capelli bianchi e la faccia simpatica, tua madre è in piedi a gambe divaricate, appoggiata con le braccia al lettino, così come usano fare con la cattedra le professoresse nei film porno. «Come siamo messi, qui?» chiede il camice verde. «A novanta gradi, come può ben vedere», risponde quella gran donna di tua madre. Puoi credermi, se ti dico che senza il suo gusto per la gag io adesso non sarei qui a raccontarti questa storia. Dopo un attimo di sbandamento, anche il medico apprezza la battuta e ricambia con un sincero interessamento alla tua fuoriuscita. Ha tutta l aria di voler passare a un azione più concreta, ma l ostetrica difende il lasciar fare e lo costringe alla ritirata a colpi di naturale ottimismo, lo stesso con cui, poco dopo, prova a galvanizzarci: «Dài che ci siamo quasi! si vede la testa! ancora un po di spinte fatte bene ed è fatta. Guardi anche lei: vero che si vede la testa?». Ciò che vedo tra le gambe di tua madre è ancora ben lontano dal sembrare una testa che preme per uscire, io lo so bene, perché quella la vidi al cinema una quarantina d anni fa. Una domenica pomeriggio come tante, con il mio amico Ivano, tanto per cambia- 13

16 re in cerca di una pellicola che ci regalasse la celestiale visione di qualche tetta vietata ai minori di anni 14, cioè a noi. Superare indenni la cassa (o peggio, la cassiera) senza che ci chiedessero i documenti e ritrovarsi con il biglietto strappato in mano davanti ai pesanti tendoni di velluto rosso che si aprivano sul proibito dava un brivido di puro piacere. Quella domenica, i tendoni si aprirono su Helga, un nome che evocava in noi teutoniche abbondanze di carne nuda, ma che si rivelò essere un gelido documentario d educazione sessuale, che si concludeva con la dettagliatissima sequenza di un parto, per la prima volta sullo schermo. La curiosità e il disgusto ci tennero incollati davanti all inedita visione di un organo sessuale femminile (anche se noi non lo chiamavamo così) nel pieno di quella funzione che per ultima avremmo voluto vedere. Il nostro sogno più nascosto si presentava di fronte ai nostri occhi spalancati, per la prima volta e senza alcun ritegno, in modo abnorme, grottesco. Una ferita pulsante che si allarga all inverosimile, fino a mostrare una palla sanguinolenta che si fa strada spingendo, tanto da schizzare fuori, in compagnia di liquidi vari, come un occhio dall orbita. Ci fece un certo effetto, ma non mi occorse molto tempo a riconciliarmi completamente con l oggetto della scena. «Vero che si vede la testa?» e manca solo che l ostetrica mi strizzi l occhio, per evitare che io dica, pur con tutta la buona volontà, che della tua testa non ne vedo neanche l ombra. Sto al suo gioco, e annuisco decisamente guardando tua madre, sperando di essere abbastanza convincente. Dalla sua faccia non riesco a capirlo, capisco solo che sta cominciando a soffrire. E adesso anche l ucraina ci sorpassa. Dai lamenti è passata agli strilli, e dagli strilli agli urli, così viene portata anche lei in sala parto, sovvertendo completamente le previsioni di qualche ora fa e lasciandoci ultimi e soli qui nel limbo della sala travaglio. Stavolta non ho dubbi, e la guardo trasferirsi di là semplicemente invidiandola, perché mi sembra che questa storia stia cominciando ad andare un po troppo per le lunghe. Gli altri bambini nascono, tu no. Ma io non posso pensare che qualcosa stia andando storto, non voglio cominciare ad aver paura, perché la paura è incredibilmente contagiosa e diffonde i suoi bacilli a una velocità impressionante attraverso qualunque veicolo trovi. Adesso sta cavalcando le urla dell ucraina, che dalla sala parto arrivano in tutta la loro potenza. Urla così non le avevo mai sentite, nemmeno nei peggiori film splatter. Sembra che la stiano scannando, ma piano piano, con sadica sapienza di torturatori professionisti. Vedo ogni suo urlo riflettersi sulla faccia di tua madre e lasciarle negli occhi uno smarrimento che non c era. Lentamente ma sicuramente comincio ad odiarla. Fatela smettere, cazzo. Datele il colpo di grazia, per favore. Ci penso io, se volete. 14

17 Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Chissà come sarebbe contento, lo scrittore, ora che l effetto dell epidurale (o peridurale, chi se ne frega, l importante è che funzioni) è praticamente svanito, non si capisce bene se perché la sostanza è finita (versione ufficiale) o perché l ago si è spostato, come ho colto casualmente da un pissi pissi tra l anestesista e il medicone dai capelli bianchi chiamati dalla solerte ostetrica. Sarebbe per lui un vero godimento, osservare con quale dolore tua madre non riesce a partorirti, giusta e divina punizione per aver cercato di evitare ciò che sta scritto, per omnia saecula saeculorum. Poi certamente riderebbe di me, mezzo maschio degenere del secolo ventesimo, preso come una femmina da faccende che un uomo vero non ha da toccare. Punito anch io ma in altro modo: dai miei stessi i pensieri, che si fanno pesanti di pari passo con la concitazione dei presenti. È così, che succede. Di punto in bianco le cose precipitano, poi ne leggiamo sui giornali il giorno dopo, quando capita agli altri. Prima che precipitino, stanno camminando come tutte, tranquille e beatamente incoscienti. Come lungo un sentiero in cresta. Un inciampo e giù, tutto cambia. Vuoi vedere che stavolta è toccata proprio a noi? Non alla ragazzona bionda che adesso starà già allattando, non alla stramaledetta ucraina, che dopo uno straziante acuto ha smesso finalmente di urlare, ma a noi. Queste cose succedono, e non sta scritto in nessun librone che tu, tua madre e io ne siamo immuni. Ecco, la mia punizione. Farmi attraversare dalle più nere visioni senza darlo a vedere, ma rimanendo calmo, sereno, positivo come è giusto che io appaia. Nonostante davanti a noi la storica disputa tra le due fazioni sia per forza di cose entrata nel vivo, e la poca naturalezza della situazione stia favorendo un colpo di mano da parte dei camici verdi, e nonostante io abbia captato un brandello di frase che non mi piace per niente: sofferenza del feto... L ostetrica è alle corde, e con lei la natura pacioccona col suo bel vestitino di foglie e fiorellini, tornata prepotentemente nei miei cupi pensieri ad essere quella di sempre, una tipa che non guarda in faccia a nessuno, i cui scopi contemplano solo grandi numeri e non certo casi personali. Una che, casomai le tornasse comodo per la propagazione di una specie, sarebbe pronta ad organizzare le cose in modo che qualcuno ci lasci le penne senza pensarci un secondo. La presa del potere si compie definitivamente quando il medicone sentenzia: «Insomma, questa donna non può più andare avanti così!». Lo abbraccerei per il suo buon senso, e penso anche tua madre, se non avesse altro a cui pensare. «Dite al dottor Bianchi di venire subito in sala parto» ordina poi, e tutta la compagnia si mobilita per il trasferimento. 15

18 Ci siamo, panciona mia. Eccoci tra le piastrelle, i tubi, le valvole e gli acciai e la gente intorno che si dà da fare come in E.R., anche se lì non mi pare che capiti mai che qualcuno si lamenti perché la ciabatta delle prese elettriche non va bene per l ecografo e giù conseguenti cristi. Io che non prego, posso solo sperare. E non sai quanto sto sperando. Guardo l orologio: sono ormai le dieci del mattino e l inizio di questa avventura mi sembra lontanissimo. Tua madre adesso è immobilizzata sul lettino. Io sto alle sue spalle, dove mi hanno detto di stare, con le mie scarpe da ginnastica e la maglietta che puzza di sudore. Nessuno ha pensato di darmi camice e copriscarpe, temo per non perdere neanche un minuto. Le tengo una mano, le sussurro di stare tranquilla. Lei me la stritola, mentre butta fuori il suo male bestia con un pianto rabbioso, incredulo: «Aiaaaaaaa maccazzooo!». In quel momento entra nella sala il medico chiamato d urgenza per un motivo che non conosco e in ogni caso non mi rassicura affatto. Sembra il prototipo dello specialista di successo: bell uomo sulla cinquantina, abbronzato, dall aria danarosa e l espressione arrogante. Dà l impressione di sapere il fatto suo, e speriamo che non dia solo quella. Si avvicina al collega e confabula brevemente con lui, mentre tua madre continua la sua lotta rabbiosa con il dolore. Poi si mette di fianco al lettino, osserva la situazione, mi dice senza nemmeno guardarmi di tenere forte le braccia di tua madre e infine afferra con entrambe le mani una cinghia di cuoio fissata al lettino, fatta un po come quelle per appendersi nei vecchi autobus, al di là della panciona. Irrigidisce le braccia abbronzate e compie con una decisione impressionante l atto di forza per cui è stato chiamato. Mio padre faceva così con i tubetti di dentifricio quasi finiti: per non lasciarne nemmeno un po all interno, spianava il tubetto schiacciandolo col manico dello spazzolino dal fondo verso l apertura. La stessa operazione eseguita sulla pancia di una partoriente, non con lo spazzolino ma con le braccia, per spingere il suo contenuto verso l uscita è chiamata Manovra di Kristeller, e ti garantisco che è molto più spettacolare. È un attimo, che non basta nemmeno per considerare la violenza di quanto sta accadendo. Alla seconda energica spinta, in perfetta sincronia con l esecuzione di un episiotomia (un sapiente colpo di forbici al povero perineo di tua madre per evitare che si laceri più di quanto comunque farà), finalmente schizzi improvvisamente al mondo, inondando di sangue e altro materiale chiunque si trovi sulla tua traiettoria per accoglierti, nonché le piastrelle bianche sul muro di fronte. Ci sei, per quanto rossa e impiastricciata di schifezze, e hai una testa, hai due braccia, due gambe e due occhi, e nessuno sembra preoccuparsi per qualche tua mancanza. E piangi, giustamente. E piange tua madre. E piango anch io, adesso che il groppo che tene- 16

19 vo in gola da un po mi è salito di colpo agli occhi, spinto fuori anche lui dalla manovra. Concedimelo, anche se di noi tre sono il solo che non ha provato dolore. Presto o tardi, imparerai anche tu che non si piange soltanto quando ti fa male qualcosa. Sono le dieci e diciassette del ventisette luglio duemilasei. Benvenuta sulla terra, Cecilia. Mi ci sono voluti solo cinquant anni, quattro mesi, venti giorni, un ora e cinquantasette minuti per poterti conoscere. 17

20 Quattro Milano, È una bella giornata, non più piovosa, non ancora troppo calda Milano, È una bella giornata, non più piovosa, non ancora troppo calda. Semplicemente una bella giornata di maggio. Un vento leggero carica l azzurro del cielo e pompa ottimismo nei corpi di chi è uscito vivo dalla guerra da qualche anno appena. È lo scenario ideale per quella lontana voglia di ricominciare a vivere che troverai in un qualsiasi libro di storia del nostro paese. Un mito semplice, struggente, mai come in questi anni malati capace di suggerire una nostalgia, se non addirittura l insano desiderio di poter provare a viverla per una volta, fosse anche al folle prezzo di una nuova tabula rasa. Giselda e Gianfranco non hanno alcun motivo per sottrarsi all umore del momento. Si sono sposati l anno precedente, con una cerimonia magra sotto ogni punto di vista. Se tu sfogliassi l album fotografico di quel giorno per loro memorabile, poche pagine di cartoncino nero separate da fogli di carta velina lavorata a rilievo, troveresti i ritratti di una felicità quasi incredula fissati nei sorrisi in bianco e nero dei pochi presenti, un po impacciati nei vecchi abiti buoni ormai troppo larghi e certamente fuori moda. Vedresti Giselda di fronte all altare guardare il prete con aria attenta, nel suo vestito da sposa che non è bianco di seta e tulle, ma di un colore che il grigio fotografico non può raccontare e che io non so dirti, e ha le forme di un modesto soprabito sistemato per l occasione. Nessun velo né strascico, solo un bel cappellino con veletta sopra i capelli ondulati dal ferro. Nelle mani guantate di bianco un piccolo bouquet. Accanto a lei vedresti Gianfranco, che non sapendo bene dove mettere le mani magre che sbucano dal paletot di una taglia di troppo, finisce per stare su un moderato attenti, anche se sono passati già diversi anni dall ultima volta che ha indossato la divisa di capitano. Pochi scatti essenziali, tra i quali non può mancare il fatidico momento dello scambio delle fedi, che li vede sorridere nell impresa, e la firma del solenne contratto, 18

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