Oggetto: Osservazioni sul Progetto di regolamento generale di esenzione per categoria

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1 European Commission Directorate General for Competition State aid Registry HT 364 B 1049 Brussels Prot. N. BLD/im 474/07 Milano, 1 giugno 2007 Oggetto: Osservazioni sul Progetto di regolamento generale di esenzione per categoria La (FIS-CdO) è un associazione senza scopo di lucro iscritta all Albo delle Associazioni di Promozione Sociale nel Registro Nazionale in merito alla legge 383/00 con il n. 47 e ha come oggetto la promozione, il sostegno, lo sviluppo e il coordinamento delle attività delle Imprese sociali associate (art. 4 dello statuto). Attualmente la Federazione è composta da una rete che comprende oltre 1050 realtà associate distribuite su tutto il territorio nazionale, rappresentando tutti i settori dell area sociale di primo e di secondo livello. Molteplici sono i settori di intervento: educazione e istruzione, disabilità, anziani, lotta alle dipendenze, inserimento al lavoro, cultura, sport, comunicazione, ambiente, famiglia e minori, assistenza e accoglienza, lotta alle dipendenze, lotta alla povertà, aiuto agli stranieri, cooperazione internazionale, nuove risposte al disagio, in particolare giovanile. Nel settore della disabilità è attivo il Tavolo-Disabili posto come punto di riferimento nazionale per le realtà aderenti a FIS-CdO che si occupano di questo settore (circa 140).

2 Nel merito del Progetto di regolamento, FIS-CdO valuta positivamente la scelta della Commissione Europea di confermare, unificandoli in un unico regolamento, le disposizioni relative ai regimi di aiuti di stato esentati, attualmente previste da diversi regolamenti comunitari. Ritiene inoltre opportuna per una migliore e più corretta realizzazione delle specifiche finalità di quei regimi la semplificazione procedurale. Le osservazioni che seguono riguardano la bozza di regolamento nella parte relativa agli aiuti all occupazione, con specifico riferimento alla categoria dei lavoratori disabili. A Fis-CDO aderiscono numerose cooperative sociali di tipo b), di cui all art.1 della legge n. 381 del 1991, la cui finalità è l inserimento lavorativo di persone svantaggiate, tra cui anche le persone disabili. Si tratta imprese in cui almeno il 30% dell organico deve essere costituito da persone svantaggiate. In particolare, un certo numero di cooperative nostre aderenti è nata per dare lavoro a persone con disabilità di natura psichica (in senso generico), che presentano una ridottissima capacità lavorativa e sono, di norma, esclusi dai normali circuiti occupazionali. Peraltro le cooperative sociali, quali imprese operanti sul mercato, risultano meno competitive delle altre imprese, a causa dei maggiori costi legati all occupazione di queste persone. Costi, tanto maggiori quanto più elevata è la loro percentuale rispetto all organico complessivo e quanto più grave è il grado di disabilità. Il sostegno economico pubblico a favore delle suddette cooperative sociali, nella forma dell integrazione dei costi salariali e della copertura dei costi aggiuntivi, consentirebbe loro di realizzare condizioni di equlibrio con le altre imprese sul mercato, senza cancellarne, al contempo, la genuina natura imprenditoriale, che, anzi, solo attraverso l intervento riequilibratore sarebbe messa in grado di esplicarsi effettivamente.

3 Tenendo conto di quanto premesso si esprimono le seguenti considerazioni. A) Considerando n. 50. È l unico considerando della bozza di regolamento che si occupa specificamente dei lavoratori disabili. Si ritiene opportuno recuperare alcune importanti indicazioni offerte dal regolamento n del 2002: 1) la minore produttività è indubbiamente l ostacolo principale all occupazione di tali lavoratori. Ad essa faceva espresso riferimento il considerando 23 di quel regolamento, poi ripreso anche nell art. 6 dell articolato, così chiarendo che i regimi d aiuto per tali lavoratori si collocavano nella prospettiva di compensare tale minore produttività. Ciò appare necessario soprattutto quando la condizione di disabilità determina una accentuata riduzione della capacità lavorativa, che preclude al soggetto la possibilità di accedere ad un normale contratto di lavoro - i cui costi sono parametrati su un lavoratore normodotato - sospingendolo nell ambito degli interventi di natura assistenziale. Tuttavia, rispetto all approccio assistenziale, alcune esperienze sviluppatesi in Regione Lombardia nell ambito della cooperazione sociale hanno dimostrato la maggior rispondenza, in termini di sviluppo della personalità e di soddisfazione delle esigenze del disabile, del suo inserimento in una organizzazione produttiva quale lavoratore a tutti gli effetti. Per questo motivo che andrebbe ripreso e, se mai, specificato, nel nuovo regolamento il richiamo alla minore produttività ed alla sua compensazione tramite regimi di aiuti, invece totalmente negletto nel considerando n. 50; 2) quest ultimo ribadisce, con formula di poco difforme da quella contenuta nel considerando 16 del regolamento n del 2002, che il costo del lavoro rientra nei normali costi operativi di ogni impresa. Per questo motivo gli aiuti dovrebbero avere un effetto positivo sui livelli di occupazione e non limitarsi a permettere alle imprese di ridurre costi che dovrebbero altrimenti sostenere integralmente. Tuttavia, questa impostazione appare troppo generica e

4 generalizzante, finendo per riflettersi a danno delle persone disabili. La variabilità del grado e della tipologia di disabilità e, per conseguenza, la sua incidenza sulla capacità lavorativa fanno si che non sempre si possa ritenere che l impresa debba sostenere integralmente quei costi. Quest ultima, comunque, tenderà ad occupare soltanto soggetti disabili le cui condizioni assicurino una buona capacità produttiva ed inoltre in un numero limitato, di modo che la loro minor produttività ed il maggior costo possa essere compensato dagli altri lavoratori. In questo modo, però, il sistema escluderà dal lavoro le persone con disabilità più gravi. E questa conclusione è destinata a valere anche per quei soggetti imprenditoriali la cui precipua finalità fosse la promozione umana e l integrazione sociale di persone disabili da realizzarsi attraverso l inserimento lavorativo, quali sono nell ordinamento italiano le cooperative sociali di cui all art. 1, comma 1, lett. b), legge 8 novembre 1991, n Perché già solo l elevato numero percentuale (30%) di lavoratori disabili da occupare, rispetto all organico complessivo, determina uno svantaggio competitivo rispetto alle altre aziende sul mercato, che spinge ad inserire in cooperativa solo i disabili meno gravi. In questo quadro, ed almeno per le cooperative sociali, contrapporre così rigidamente livelli occupazionale e costi d impresa, come fa la bozza di regolamento appare contraddittorio con le finalità perseguite. 3) su questa linea, inoltre, per il considerando 25 del regolamento 2204 del 2002, poteva rendersi necessario un aiuto permanente al fine, si specificava, di consentire al disabile la permanenza sul mercato del lavoro e, se possibile, la partecipazione al lavoro protetto. Il carattere permanente dell aiuto si giustifica in considerazione del fatto che non sempre le misure di adeguamento dei locali, dell organizzazione e del posto di lavoro consentono di eliminare o, quantomeno, ridurre la minor produttività del disabile. La bozza di regolamento non è chiara sulla possibilità di aiuti di carattere permanente: si prevedono aiuti

5 che consentano di rimanere nel mercato del lavoro, ma la formula adottata è molto meno esplicita e più ambigua di quanto previsto in precedenza. Anche in questo caso sarebbe opportuno recuperare la formulazione precedente; B) Art. 2, n. 18. Definizione di posto di lavoro protetto. Il n. 18 dell art. 2 innova rispetto alla definizione di lavoro protetto offerta dall art. 2, lett. h) del reg. n del Tre sono i profili di novità: 1) è aumentata, dal 50% al 75%, la percentuale di disabili sul totale dei lavoratori occupati nello stabilimento; 2) è introdotta una soglia di disabilità, che deve essere almeno del 50%; 3) è espunto, per contro, il riferimento alla circostanza che i disabili non siano in grado di esercitare un occupazione sul mercato del lavoro aperto. Peraltro, con la previsione di una soglia di disabilità si vuole probabilmente rendere oggettivo il più generico criterio di cui al punto 3, riducendo gli spazi di discrezionalità nell attivazione di regimi di aiuto. In tal senso dovrebbe ravvisarsi una sostanziale continuità tra i due criteri, entrambi confermando la funzione dello speciale regime previsto per il lavoro protetto, di compensare i maggiori costi legati all occupazione di un numero elevato di lavoratori la cui capacità produttiva è, a causa della condizione di disabilità, così ridotta da rendere difficilmente ipotizzabile, se non esclusa, la loro assunzione in una normale impresa. In questo senso, occorre notare che questi regimi di aiuto sono destinati non già a distorcere il mercato, ma a garantirne il corretto funzionamento, assicurando identiche posizioni di partenza (o chances), attraverso il riequilibrio dei costi sopportati da quelle imprese o aziende che operano con lavoro protetto. Rispetto a questa finalità, tuttavia, ci pare che l effetto complessivo delle modifiche proposte è di rendere più rigida la definizione, riducendo

6 l ambito dei possibili beneficiari e rendendo più difficoltosa l occupazione dei disabili. In particolare, nell ordinamento italiano non esistono realtà cui sia richiesto di occupare una così elevata percentuale di disabili, essendo quella prevista per le cooperative sociali del 30%. Tuttavia, già questa percentuale, se rappresentata da soggetti con scarse capacità lavorativa, determina gravi problemi nella gestione economica dell impresa. In ogni caso, nel contesto normativo italiano, una situazione quale quella paventata dalla bozza di regolamento, sarebbe di fatto destinata al fallimento. Paradossalmente, dunque, l approvazione dei nuovi requisiti richiesti dalla bozza di regolamento sortirebbe indirettamente l effetto opposto a quello voluto, precludendo la possibilità di usufruire di regimi di aiuto. Si propone, pertanto, di ridurre la quota percentuale dei lavoratori disabili occupati al 30 % oppure di rinviare alle autorità dei paesi membri, sulla base della normativa interna, la definizione dei requisiti per il lavoro protetto. C) Art. 32 e 33. L art. 32 sostituisce ai regimi di aiuto alla creazione di posti di lavoro, di cui all art. 4, Reg, n del 2002, un integrazione salariale. L integrazione può spettare per l intero periodo in cui il lavoratore è stato impiegato, periodo comunque non inferiore a 12 mesi. Tuttavia, ai sensi del 4 l integrazione spetterebbe solo nel caso in cui l assunzione rappresenti un incremento netto del numero dei dipendenti o in alcuni altri casi specifici. Resterebbero pertanto esclusi dal regime di aiuto tutti i disabili già occupati anteriormente all entrata in vigore del regime stesso.

7 L art. 33 esclude, invece, i costi salariali da quelli costituenti sovracosti connessi all occupazione, compensabili mediante regimi di aiuto. Peraltro le voci di costo compensabili hanno, in alcuni casi, carattere di durata e sono applicabili per tutti i lavoratori disabili, quale che sia il momento della loro assunzione. La limitazione dell integrazione salariale ad alcuni lavoratori, anche alla luce di quanto prevede l art. 33, appare irragionevole e potenzialmente pregiudizievole per i lavoratori disabili già assunti, se non discriminatoria nei loro confronti anche in relazione all art. 3, d.lgs 9 luglio 2003, n. 216, di attuazione della Dir. 2000/78 Ce. 1) Si propone di estendere l integrazione salariale a tutti i disabili occupati al momento di entrata in vigore del regime di aiuti. 2) In ragione del tipo e/o del grado di disabilità si propone di lasciare alle autorità degli stati membri la possibilità di incrementare, anche in modo modulare, l intensità dell aiuto, fino al massimo del 100% dei costi salariali. Cordiali saluti, Il Direttore Generale Dott. Guido Boldrin

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