IMMAGINI DI GUERRA O GUERRA DI IMMAGINI?

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1 REPORTAGE IMMAGINI DI GUERRA O GUERRA DI IMMAGINI? Sopra: gli avieri Eric Robinson e Stephen Bancher con il sergente Michael Hawkins caricano un missile AIM-9 (base Nato di Aviano, Italia): ph. by Senior Airman Jeffery Allen/U.S. Air Force photo). In basso a sinistra: immagine del dipartimento della difesa americano, trasmessa dalla CNN, che mostra due Mig-29 iugoslavi bersaglio (e sotto la mira) di un F-16 C6. In basso a destra: un F-16 CJ sgancia un missile AIM-120 (air intercept missile): U.S. Air Force photo.

2 Impossibile continuare a parlare di fotogiornalismo senza soffermarsi sugli eventi di guerra che ci hanno travolto e sulle immagini che ne sono derivate. Lo faccio nell'ambito di questa serie di articoli perché ritengo che l'analisi dei metodi utilizzati dalla stampa internazionale per illustrare fotograficamente il conflitto contenga degli aspetti interessanti per chi intende operare nel settore del fotogiornalismo. Purtroppo esigenze di spazio e di tempi di consegna mi impongono di prendere in esame solo la prima parte del conflitto (fino al 15 aprile circa) costringendomi a fornire un quadro della situazione probabilmente incompleto e sicuramente scollegato dalla stretta attualità. Fa niente, le considerazioni che ne derivano credo possano risultare comunque interessanti. Dico subito che è impensabile affrontare questa analisi senza entrare nel merito dei fatti (d'altronde questo vale per tutti gli argomenti da trattare fotograficamente: compito principale del fotogiornalista infatti non è solo quello di essere informato, ma anche quello di tenersi aggiornato e di approfondire le notizie). Aggiungo però che è altrettanto impensabile riportare la cronaca di guerra sulle pagine di questa rivista, soprattutto per ovvi motivi si spazio. Darò quindi per scontata, da parte vostra, l'indispensabile conoscenza degli eventi: senza di essa non solo è inutile continuare a leggere, ma è perfino inutile pensare di voler fare il fotoreporter (essere e tenersi informati deve anche essere una vostra passione, altrimenti cambiate mestiere: senza l'interesse per l'informazione non riuscirete a trovare tutte le energie necessarie per superare le innumerevoli difficoltà che incontrerete). Profughi kosovari: foto tratte dalla rivista Internazionale (foto M. Sciacca). Heather Velasquez mostra a suo figlio Skyler (di 13 mesi) suo padre, sul monitor. Usa il servizio videophone al centro di supporto per famiglie della R.A.F. di Lakenheath (R.A.F. Lakenheath family support center) per contattare suo marito sgt. Roselio Velasquez, in forza alla base nato di Aviano (ph. By tech. Sgt. Ann Bennett/U.S. Air Force photo). Profughi kosovari: foto tratte dalla rivista Panorama.

3 Copertine di settimanali italiani dedicate ai profughi. Due copertine del settimanale serbo Nin dedicate alla guerra. La guerra invisibile Da un punto di vista giornalistico una cosa è certa: almeno in questa prima fase, la completezza dell'informazione su questo drammatico conflitto è messa in discussione dalla mancanza di immagini. Ci sono pochi documenti visivi che descrivono la guerra vera e propria e non ci sono storie raccontate per immagini, se non quelle che riguardano il dramma dei profughi kosovari. Queste ultime sono infatti le fotografie che tutti ricordiamo a proposito di questo terribile evento. Giornalisti, fotografi, cameramen si sono occupati prevalentemente di loro. Infatti le decine di copertine o di servizi e le centinaia di foto raffiguranti i profughi, i loro volti, le loro sofferenze sono documenti dolorosi ma doverosi, traumatici ma inevitabili, drammatici ma assolutamente indispensabili ai fini di una corretta informazione. Ma tutti gli altri aspetti della guerra, dove sono? Numerosi sono stati gli episodi che rivelano le difficoltà dei mezzi di informazione nel reperire e verificare i documenti visivi di cui necessitano. La trasmissione televisiva Moby Dick è addirittura arrivata a chiedere di "segnalare o inviare" immagini sulla guerra; il settimanale Panorama ha pubblicato le fotografie di cadaveri di cittadini kosovari, massacrati da miliziani serbi, definendole inedite quando invece le stesse non solo erano già state pubblicate dal giornale albanese Koha Ditore e dalla rivista italiana L'Espresso, ma sono anche visibili da più di un anno sul sito Internet del Kosovo Crisis Center; la trasmissione radiofonica Zapping ha dedicato una puntata ai problemi che i cronisti incontrano come corrispondenti di guerra, e potrei andare avanti con altri esempi. Molti dunque parlano della difficoltà di Copertina del settimanale economico inglese The Economist. informare e delle problematiche condizioni in cui si è costretti a svolgere il lavoro di giornalisti, specialmente all'interno di un avvenimento bellico, ma pochi sono coloro che si avventurano sul terreno della spiegazione o dell'analisi e ancora meno sono quelli che cercano di descrivere queste difficoltà e di individuarne le cause. Per quanto riguarda le immagini poi il discorso si fa preoccupante. Immagini di guerra Fino al momento in cui scrivo (metà aprile 99) le prime pagine di quotidiani e periodici europei sono occupate quasi esclusivamente da immagini di profughi kosovari; nelle pagine interne il numero di immagini che li riguardano è enormemente maggiore di quello raffigurante gli altri aspetti della guerra. Molte anche le foto relative alle forze armate della Nato (armi e militari). Alcuni periodici pubblicano le fo-

4 Immagine dei numerosi fotoreporter intorno all'aereo Nato abbattuto, protagonista della copertina precedente. Copertina della rivista serba Politicka. Immagini tratte da quotidiani italiani raffiguranti militari insieme ai bambini profughi. to dei massacri che i serbi hanno perpetrato contro i cittadini di etnia albanese. Poche le immagini provenienti dalla Serbia. Le copertine e le pagine interne delle poche testate serbe che sono riuscito a guardare sono invece prevalentemente occupate da foto di incendi, esplosioni, bombe, macerie, simboli di bersagli, frammenti di aerei nemici abbattuti. Quasi inesistente la documentazione del dramma dei profughi. Nascosti gli orrori della pulizia etnica. Insomma una bella differenza, non c'è che dire! Una differenza che però rivela un'unica ispirazione: quella dell'utilizzo della fotografia a fini propagandistici. Purtroppo da entrambe le parti. Questo è il dato più evidente e preoccupante che si può cogliere: durante una guerra l'informazione libera ed autonoma è messa in serio pericolo (forse inevitabilmente, ma non è certo questa la sede per discuterne). Guerra di immagini in Occidente Fotografi ed agenzie fotografiche sono sempre andati e sempre andranno non solo dove è necessario documentare un evento, ma soprattutto dove è possibile realizzare immagini che abbiano un mercato, che siano vendibili. In Occidente, in questa prima fase della guerra, la fetta maggiore di mercato è occupata da testate che vogliono foto drammatiche e commoventi, immagini capaci di impressionare l'opinione pubblica, di dimostrare le crudeltà subite dai kosovari, di distogliere l'attenzione dalle tragiche conseguenze dell'intervento militare. Insomma, per farla breve, immagini che riescano a creare consenso intorno all'intervento militare (in questa sede ovviamente non voglio minimamente entrare nel merito dell'atteggiamento, mi limito soltanto a registrarlo e ad analizzarlo). Ecco quindi perché la maggior parte di giornalisti e fotoreporter si occupa dei profughi e si accalca nei vari campi di accoglienza. La rivista inglese The Economist ha avuto il coraggio di titolare la sua immagine di copertina, raffigurante la disperazione di un vecchio kosovaro, "Vittime dei Serbi o della Nato?". Tra coloro che potrebbero fornire una risposta a questo interrogativo ci sono i fotoreporter: ma ad essi si preferisce dare come possibilità di guadagno, e quindi di lavoro, la documentazione di uno degli aspetti (effetti?) della guerra presentandolo poi al pubblico esclusivamente come una causa. Pochissimi parlano delle vere ragioni di questo conflitto, moltissimi sono impegnati ad indirizzare giornalisti, fotografi e cameramen verso la testimonianza di ciò che è necessario a formare consenso intorno ad esso. Guerra di immagini in Serbia Qualcosa di peggiore avviene in Serbia. La possibilità di documentare visivamente gli effetti di un intervento militare di questa portata fornirebbe delle informazioni utili a descrivere il quadro della situazione. Ma la dittatura lo impedisce. E lo fa con modalità violente. Purtroppo infatti quello serbo è un regime che sta compiendo una vera e propria pulizia etnica (le immagini dei profughi kosovari ne costituiscono talvolta il trofeo, talvolta la prova da occultare) e non ha interesse a mostrare la sua debolezza con immagini di distruzione (né al suo popolo né agli avversari). Durante la precedente guerra nella ex-jugoslavia (come ci dice Marco Guidi nel libro "La sconfitta dei media") quel regime si è reso responsabile di "oltre 40 vittime tra giornalisti, cameramen, tecnici e fotografi: un numero maggiore di quello delle vittime tra le fila dell'informazione nelle più lunghe guerre del Vietnam ed Afghanistan". Nel corso del solo 1997 (come ci dice nel

5 Sopra: volantino affisso a Belgrado che vorrebbe essere un necrologio di Bill Clinton, con data di nascita, data di morte, la sua foto, ed una svastica che vorrebbe definirlo (AFP photo/the age). Copertina della rivista statunitense The Nation. Copertina del settimanale italiano L'Espresso. A destra: prima pagina del quotidiano italiano La Repubblica del 12/4/99. suo rapporto annuale l'associazione internazionale Reporters Sans Frontière) sono stati arrestati ed interrogati 9 giornalisti, aggrediti e percossi 11, minacciati e perseguitati 5, sono state esercitate pressioni giuridiche, economiche o amministrative nei confronti di molte testate di opposizione, infine sono stati posti ostacoli alla circolazione nazionale e internazionale di informazioni tramite azioni dirette anche verso cine-foto-operatori. La Serbia è insomma un paese che ha avuto tutte le intenzioni e nessuna remora nell'eliminare giornalisti e fotografi dal suo territorio (talvolta perfino fisicamente, come purtroppo tragicamente dimostrato dall'uccisione di Slavko Curuvija, direttore e fondatore del quotidiano indipendente "Dnevni Telegraf", avvenuta l'11 Aprile 1999). La guerra nascosta Ma nonostante ciò questa è soprattutto una guerra di immagini. Quello che conta non è il valore informativo delle fotografie, men che meno il loro valore estetico; ciò che è veramente importante è la loro funzionalità ad un utilizzo propagandistico, diverso a seconda dei contendenti. Ad esempio, se da un lato sulle testate occidentali, tra le poche foto dei militari impegnati nel conflitto, vengono messe in evidenza quelle con soldati insieme a bambini profughi (soldato con biberon che allatta un bambino: La Repubblica del 7/4/99 pag. 9; soldato con un bambino sulle spalle: Il Corriere della Sera del 14/4/99 pag. 9; soldato che gioca con un bambino: La Repubblica del 14/4/99 pag. 9, ecc. ecc.), dall'altro le copertine dei settimanali serbi sono dedicate a bambini che danzano sopra il relitto dell'unico aereo Nato abbattuto (esibito come trofeo, con tanto di civili che ci danzano sopra a disposizione dei fotografi). Se da una parte il giornale italiano L'Espresso esce con il titolo di copertina "Hitlerosevic" riferito al presidente serbo Milosevic, dall'altra giornali e volantini associano il presidente degli Stati Uniti, Clinton, ad una svastica. Quando i quotidiani europei titolano a tutta pagina "Fosse comuni in Kosovo" (basandosi su dichiarazioni del portavoce Nato che parla di fotografie che le individuano quando invece queste fotografie sono assolutamente inutili a tal fine: tanto che nessuno ha più sentito parlare di queste fosse), quelli serbi continuano ad ignorare il dramma dei profughi e a negare la pulizia etnica. Sono tutti casi in cui i due contendenti utilizzano la fotografia a fini propagandistici, ognuno ovviamente tirando l'acqua al proprio mulino. Questa è soprattutto una guerra di immagini: immagini da far vedere solo se servono a scopi ben precisi, immagini da didascalizzare o titolare opportunamente, presunte immagini, montaggi e collage di immagini. Ma soprattutto immagini da nascondere (completamente o sotto didascalie e titoli che ne impongono il significato). Dove sono infatti le foto della vita quotidiana tra le macerie di città distrutte? Oppure quelle realizzate all'interno dei rifugi? O le immagini dei militari serbi in Kosovo? O quelle della vita nelle basi Nato? Oppure quelle delle vittime dei bombardamenti? O dei missili sganciati? O dei

6 Manifestazione anti-nato a Belgrado. Manifestazione a favore dell'intervento militare della Nato. Montaggi grafici tratti da vari siti Internet di testate occidentali e serbe. Sopra: Pristina bombardata. A destra: vita sotto le bombe, tra le macerie, a Belgrado. militanti dell'uck? Per questo tipo di foto esiste pochissimo spazio: sia di esecuzione, che di diffusione. Almeno in questa prima fase del conflitto, almeno fino al momento in cui sto scrivendo. Come pensare di entrare da fotografi in un paese in cui i giornalisti occidentali vengono come minimo cacciati e minacciati perché considerati di parte? Perché d'altra parte rischiare tempo, denaro, energie e talvolta la vita, per realizzare immagini che poche testate pubblicherebbero? Le parole dell'inviato del Tg1 a Belgrado, Ennio Remondino, sono esplicative al riguardo: "I trucchi dell'informazione sono da tutte e due le parti e noi giornalisti siamo in mezzo"; e la scritta sul sito Internet della radio serba indipendente B92 le conferma: "Non credete a nessuno, neanche a noi". La guerra visibile Eppure le immagini esistono. E noi ve le proponiamo a corredo di questo articolo. Dove sono? Dove erano? Ovviamente sui numerosi siti Internet dedicati alla guerra. Ancora una volta la rete si rivela la principale fonte di informazione. E badate bene non sto parlando di immagini rese pubbliche da strane associazioni o da poco attendibili personaggi: queste sono foto visibili su siti facilmente accessibili, segnalati sui newsgroups dedicati all'evento (it.eventi.guerrakosovo) e molto frequentati (ad esempio quello della U.S. Air Force, quello della rivista australiana The Age, quelli di testate o istituzioni serbe, albanesi, kosovare, ecc. ecc.). Certo non esistono servizi completi realizzati da un solo autore, non esistono storie raccontate per immagini, ma ci sono comunque fotografie che nel loro insieme costituiscono un valido documento per sapere cosa sia veramente questa guerra. Sono immagini che proprio per questo, ed oltre a questo, la dicono lunga su cosa significhi fare il fotogiornalista oggi. Quale fotogiornalismo per quale guerra? Sicuramente un fotografo che vuole essere un corrispondente di guerra deve fare i conti con difficoltà di vario genere, non sempre semplici da superare. Prima di tutto difficoltà pratiche che riguardano le modalità di attuazione dei conflitti contemporanei: poche truppe di terra, bombardamenti chirurgici, computer, armamenti fantascientifici, ecc. Insomma, utilizzando un luogo comune, si potrebbe dire che le guerre non si fanno più come una volta. C'è poi il grosso problema della censura militare: sicuramente derivante dall'esperienza americana nel Vietnam (dove gli Stati Uniti hanno perso una guerra anche a causa delle crude ed impietose immagini che

7 Il ponte "Sloboda" (ponte della libertà) che collega Novi Sad con Sremska Kamenica, distrutto da un attacco Nato (AFP photo/the age). Cinecittà: foto dell'allestimento della scenografia per il set dello spot TIM (tratto dal settimanale italiano Il Venerdì di Repubblica). arrivarono dai luoghi degli scontri), messa a punto nella più recente guerra del Golfo (dove i giornalisti sono stati blindati in luoghi e tempi decisi dai militari americani) e violentemente utilizzata dai Serbi nella guerra della ex-yugoslavia (come già detto in precedenza); questa è forse la più grossa difficoltà oggettiva per la realizzazione di immagini giornalisticamente valide. Vi è infine il problema più sottile ma talvolta insormontabile della propaganda, e cioè della ricerca del consenso da parte della classe politica dominante: anch'esso sicuramente definibile come censura, assume forme e modalità differenti a seconda che ci troviamo in dittatura o invece in una situazione più democratica. Nel primo caso la creazione del consenso viene ottenuta con la violenza. Nel secondo caso lo si fa tentando di impedire la diffusione a largo raggio di certe notizie o di certe immagini e facendole arrivare poco alla volta (in modo da creare un consenso iniziale poi difficile da cambiare: com'è noto pochi sono coloro che cambiano idea nel corso del tempo!). In entrambi i casi il fotogiornalista può essere pericoloso per il potere costituito (tant'è vero che ultimamente si è creato un clima tale intorno ad esso che presenta come sciacalli tutti coloro che hanno una macchina fotografica al collo) perché potrebbe vedere e far vedere le cose come stanno, potrebbe essere destabilizzante. Fare il fotografo è difficile non solo operativamente (per evidenti difficoltà oggettive) ma anche perché la fotocamera potrebbe essere una pacifica arma da utilizzare contro ogni forma di censura imposta da ogni tipo di potere. Questo è sicuramente il fascino ed al tempo stesso il limite di questa professione: sapere di poter fare un mestiere utile alla scoperta o alla diffusione della verità, qualunque essa sia, consapevoli però - per un motivo o per l'altro, giusto o sbagliato che sia - di quanto questa verità sia talvolta difficile da far uscire allo scoperto. È il caso di questa guerra, dove i fotografi si sono trovati soffocati da due tipi di propaganda. Come già detto, se questo sia inevitabile o meno non è questione da discutere in questa sede. Io mi limito a proporvi un'ultima immagine. Non è una foto di guerra; è una ripresa della costruzione di una scenografia allestita a Cinecittà per la realizzazione di uno spot pubblicitario che sicuramente avrete visto in televisione. È una fotografia che fa riflettere perché è come minimo imbarazzante vedere un paese che prima costruisce finti ponti per scopi pubblicitari, e poi va latrove a distruggere quelli veri. Leonardo Brogioni

8 ESERCITAZIONE Il lavoro di questo mese è di Chiara Castello intitolato Un giorno con me e presumibilmente realizzato per l esercitazione n. 1. Diciamo subito che le inquadrature sono molto standard, non contengono particolari intuizioni compositive, sono semplici e quasi banali foto documentative che rivelano una certa paura nel lasciare libero lo sguardo, nell osare visivamente; e fin qui niente di male perché non si può pretendere molto da chi vuole e deve imparare; inoltre lo scopo dell esercizio era un altro, quello di raccontare una storia. Da questo punto di vista c è da dire che il racconto per immagini è ben svolto, la sequenza cronologica di una giornata tipo è perfettamente comprensibile, dall inizio alla fine; la scelta delle situazioni riprese dimostra una buona capacità di selezione dei momenti emblematici; anche i diversi tipi di luce, che raccontano le diverse atmosfere all interno di uno stesso giorno, sono ben sfruttati. Si nota insomma un valido lavoro di progettazione. Però, e qui veniamo al dunque, la stessa autrice ci rivela che il lavoro è stato realizzato non solo con una macchina fotografica compatta, ma addirittura con un cavalletto, con un cavo flessibile e con una pellicola professionale: disattendendo completamente le già scarse indicazioni date nella spiegazione dell esercizio. E su questo dobbiamo dire molte cose: 1) Innanzitutto riconosciamo l onestà di chi ha voluto agire con correttezza rivelandoci esattamente le modalità di esecuzione dell esercizio senza tentare di ingannarci. 2) Se seguite un corso, comunque, dovete fidarvi delle indicazioni che vi vengono date perché esse sono il frutto di un preciso programma didattico creato apposta per condurvi passo dopo passo ad una conoscenza della fotografia che potrete applicare ai vostri specifici interessi. E già difficile raggiungere dei risultati in questo modo, figuriamoci se vi mettete a saltare dei passaggi! 3) Le macchine fotografiche cosiddette compatte sono apparecchi, forse, esternamente simili alle usa e getta ma internamente assai più raffinate, con molte funzioni computerizzate ed in grado di correggere automaticamente eventuali condizioni di ripresa estreme. Fossero uguali non si spiegherebbe come mai una compatta può arrivare a costare più di mezzo milione di lire mentre una usa e getta la si trova a meno di quindicimila lire! Con una fotocamera usa e getta inoltre non potete usare né cavalletto, né cavo sensibile, né pellicola professionale, ma dovete adattare l intero lavoro al particolare strumento a disposizione, cosa che vi costringe ad una cura maniacale della fase di progettazione. Proprio quello che volevamo! Usare un tale tipo di apparecchio è una difficoltà in più non una facilitazione. Non potete farne neppure una questione economica, giacché se volete dedicarvi alla fotografia dovete mettere in conto l investimento di un po di soldi e quelli necessari per l acquisto di una macchina usa e getta sono gli stessi che servono per una pellicola profes-

9 sionale. Nei primi due articoli di questa serie abbiamo speso molte parole per spiegare i motivi che ci hanno spinto a farvi utilizzare una macchina del genere, a questo punto vi preghiamo di andarli a rileggere. In conclusione: se Chiara avesse usato una usa e getta il risultato della sua esercitazione sicuramente non sarebbe stato lo stesso, soprattutto sarebbe stato il frutto di uno sforzo molto più intenso e molto più mirato, perché le limitazioni di uno strumento così spartano avrebbero avuto delle evidenti ripercussioni sulla progettazione dell intero lavoro. ESERCITAZIONE n.1 Pensate, realizzate e spedite una serie di fotografie che raccontino la giornata tipo di un componente della vostra famiglia o del nucleo in cui vivete. Utilizzate solo una macchina fotografica usa e getta senza flash. ESERCITAZIONE n. 2 Come la precedente, ma usate una macchina fotografica usa e getta dotata di flash. ESERCITAZIONE n. 3 Pensate, realizzate una serie di fotografie che raccontino la giornata tipo di un vostro conoscente, che non sia né un componente della vostra famiglia né un appartenente al nucleo in cui vivete. Utilizzate la vostra macchina fotografica abituale, la luce ambiente, quanti rulli volete ma un solo tipo di pellicola ed inserendo obbligatoriamente nella storia le seguenti immagini: 1) una fotografia in cui la luce sia l elemento più evidente 2) una fotografia in cui il/i soggetto/i sia/siano su un unico piano 3) una fotografia con più piani ben evidenziati 4) una fotografia con un solo soggetto principale 5) una fotografia con più di due soggetti protagonisti 6) una fotografia con un punto di vista dal basso 7) una fotografia con un punto di vista ad altezza d uomo 8) una fotografia con un punto di vista dall alto 9) una fotografia con senso di staticità 10) una fotografia con senso di dinamicità ESERCITAZIONE n. 4 Progettate e realizzate un servizio che descriva l attività lavorativa di una persona che non conoscete. Utilizzate la vostra macchina fotografica abituale. 1) scegliete tra l utilizzo della luce ambiente e quello del flash abbinato alla luce ambiente 2) scegliete tra l uso del bianco e nero e l uso del colore 3) usate quanti rulli volete purché siano negativi e dello stesso tipo di pellicola 4) fate sviluppare il materiale sensibile da un laboratorio professionale richiedendo anche il provino (a contatto o in striscia) di ogni rullo 5) scegliete e fate stampare 10 foto formato 18x24 Inviare a: Progresso Fotografico Scuola di Reportage Viale Piceno 14, Milano Nome via CAP... Città... PV... N...Fotografie ESERCITAZIONE N... Le fotografie saranno restituite solo a coloro che ne fanno richiesta. Desidero la restituzione delle fotografie ed allego L in francobolli Non desidero la restituzione delle fotografie

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