PRESENTAZIONE. Don Alberto Franzini. Direttore del Centro Pastorale Diocesano Maria Sedes Sapientiae Cremona, 7 giugno 1992, Domenica di Pentecoste.

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3 PRESENTAZIONE In occasione della visita di Giovanni Paolo Il il 20 e 21 giugno prossimo alle Diocesi di Lodi, Crema e Cremona, il Centro Pastorale Diocesano ha voluto celebrare l avvenimento affidando a mons. Giuseppe Gallina, docente di storia ecclesiastica presso la Facoltà Teologica dell Italia Settentrionale e di storia ecclesiastica e patrologia presso il nostro Seminario diocesano, il compito, non certo facile, di presentare ad un vasto pubblico i risultati più significativi delle indagini storico-archeologiche circa la scoperta della tomba dell apostolo Pietro in Vaticano. Se il ministero e le funzioni di Pietro e dei suoi successori sulla Cattedra romana trovano il loro fondamento teologico e dogmatico nella Parola di Dio, letta e interpretata nella e dalla Chiesa nel corso della sua storia di fede, è fuor di dubbio che la tradizione della morte e della sepoltura di Pietro a Roma - confermata dalla scoperta della tomba posta sotto l altare della Confessione nella Basilica di san Pietro in Vaticano - offre un fondamento storico alla successione apostolica dei Vescovi di Roma in quel primato che Gesù conferì a Simone chiamandolo roccia della Chiesa (cfr. Matteo 16, 18) e pastore del gregge (cfr. Giovanni 21, 15-17). Mons. Gallina, avvalendosi della sua competenza storica e di una ricca bibliografia di carattere archeologico, perviene a due conclusioni: si può parlare di certezza, per quanto riguarda l attribuzione della tomba all apostolo Pietro; e di alta probabilità, se non di quasi certezza, per quanto riguarda la identificazione delle ossa ritrovate nei pressi della tomba stessa. Ci auguriamo che il presente lavoro di mons. Gallina, al quale esprimiamo la riconoscenza del Centro Pastorale, possa incontrare l interesse di tanti lettori e contribuisca a un proficuo incontro con il successore di Pietro. Don Alberto Franzini Direttore del Centro Pastorale Diocesano Maria Sedes Sapientiae Cremona, 7 giugno 1992, Domenica di Pentecoste. N.B. : Il testo è stato digitalizzato e pertanto non mantiene l impaginazione originaria 3

4 1. Premessa Non è nostra intenzione addentrarci nella dimostrazione dottrinale del Primato di Pietro. Questo è compito proprio dei biblisti e dei teologi, che si avvalgono principalmente dei noti testi evangelici di S. Matteo, di S. Luca e di S. Giovanni. L indagine di carattere storico-archeologico, che stiamo qui per avviare, intende invece verificare la presenza, la morte e la sepoltura di S. Pietro a Roma e, implicitamente, la trasmissione del suo ministero ai successori, cioè ai vescovi di Roma, ai papi. A questo fine ci serviranno principalmente i dati emersi dalle esplorazioni sotto la basilica vaticana, effettuate per volontà di Pio XII dal 1940 al 1949, e concluse con la scoperta della tomba dell Apostolo. I risultati di quei lavori, resi noti al mondo con la pubblicazione dell opera capitale dei quattro archeologi direttori degli scavi 1, furono in seguito arricchiti da nuove scoperte e, quindi, da nuovi apporti. Tra l altro, merita particolare considerazione il contributo recato dalla Prof. Margherita Guarducci dell Università La Sapienza di Roma, alla quale è dovuta la decifrazione di molti difficilissimi graffiti, incisi nei pressi della tomba dell Apostolo e a lui direttamente o indirettamente riferibili. Di altri notevoli meriti della Guarducci tratteremo a parte. Ma, prima d iniziare il nostro viaggio sotterraneo, sarà utile dedicare un breve cenno ad alcuni dei principali documenti letterari, che l antichità cristiana ci ha tramandati e che, per se stessi, attestano con sufficiente sicurezza quel nesso Pietro-Roma, che gli scavi hanno poi decisamente confermato. 2. Le testimonianze letterarie. Sulla presenza di 5. Pietro a Roma, mai da nessuno messa in dubbio prima del basso Medioevo, non mancano testimonianze scritte risalenti al primo secolo, anzi all Apostolo stesso. Delle due lettere a lui attribuite, la prima - oggi comunemente ritenuta autentica, dopo alcuni dubbi sollevati in passato - reca nella chiusa un saluto dell Apostolo ai destinatari, anche a nome della Chiesa dimorante in Babilonia, dov egli stesso si trovava (cfr. I Pietro, 5,13). Che mediante quel termine simbolico di Babilonia s intendesse nella lettera indicare Roma, è ormai generalmente ammesso anche dagli esegeti più scrupolosi, in base a una nota terminologia rabbinica e giudeo-cristiana, abbastanza diffusa nel I secolo. Ne è riprova l uso identico che ne fece più volte anche l Apostolo Giovanni (cfr. Apocalisse, 14,8; 16,19; 18,2 ss.). Su ciò, Cullmann stesso - uno dei più insigni studiosi protestanti moderni - si dice sostanzialmente d accordo (cfr. O. Cullmann, Saint Pierre, Disciple, Apòtre, Martyr, Neuchàtel-Paris, 1952, p ). Evidentemente 5. Pietro non poteva, in quella lettera, parlare del suo futuro martirio e della sua sepoltura a Roma! Ma che non si trattasse per lui semplicemente di un fuggevole soggiorno provvisorio nella capitale dell Impero, è reso evidente dalla Lettera ai Corinti, scritta da Papa Clemente poco più di trent anni dopo quella di Pietro, e databile tra il 96 e il 98 dell era cristiana. Nel V capitolo Clemente, testimone quasi certamente oculare, e comunque coevo ai fatti narrati, non solo conferma la notizia della presenza, ma anche quella del martirio dell Apostolo durante la persecuzione neroniana e, implicitamente, quella della sua sepoltura a Roma. Analoghe testimonianze troviamo nella Lettera ai Romani di Ignazio vescovo di Antiochia 1 B.M. Apollonj Ghetti. A. Ferrua, E. Josi, E. Kirscbaum, Esplorazione sotto la confessione di S. OPietro in vaticano eseguite negli anni , con appendice numismatica di C. Serafini, 2 volumi in fol. Città del vaticano, volumi in-fol. Città del Vaticano,

5 di Siria, scritta verso il 110; in quella di Dionigi vescovo di Corinto a papa Sotero, inviata intorno al 175, e nel trattato Contro le eresie di Ireneo vescovo di Lione, composto verso il 185. Tra il II e III secolo, Tertulliano, il grande apologista cartaginese, ricorda gli stessi fatti in più d uno dei suoi scritti. In quello intitolato La prescrizione contro gli eretici, pubblicato intorno al 200, chiama beata la Chiesa di Roma, perchè irrorata dal sangue degli Apostoli e, soprattutto, perchè Pietro, subendovi la crocifissione, si è completamente adeguato alla Passione di Cristo. A queste più antiche, e perciò più autorevoli testimonianze, si potrebbero aggiungere quelle dei vescovi di Alessandria d Egitto Atanasio e Pietro, e di Gregorio vescovo di Nissa (tutti del IV secolo), di Giovanni Crisostomo vescovo di Costantinopoli (IV-V secolo) e di vari altri. Sono voci provenienti da tutte le principali provincie dell Impero - dall Italia alla Grecia; dall Anatolia alla Siria, all Egitto; dall Africa Proconsolare alla Gallia - che dimostrano una così grande unanimità e una così puntuale convergenza da rendere comprensibile come dai primi secoli cristiani fino al basso Medioevo non si sia mai registrato il minimo dubbio circa la romanità di Pietro, anche da parte di Chiese che furono talvolta in contrasto con Roma e avrebbero potuto cogliere l occasione per respingere quell autorità, che traeva origine dalla sua conclamata ascendenza petrina. Occorre, infatti, arrivare al secolo XIII per vedere gli eretici valdesi contestare per primi questa ascendenza, avanzando, come unico argomento, il silenzio, in proposito, della S. Scrittura. Abbiamo già visto, citando la prima lettera di Pietro, che la S. Scrittura ha invece parlato. Ma se anche fosse vero il contrario, apparirebbe evidentemente ridicola la pretesa che un fatto storico, per essere accolto come vero, debba richiedere, come unico e insostituibile appoggio, la 5. Scrittura. L esempio dei valdesi non mancò d influenzare, un secolo dopo, anche Marsilio da Padova, che nella sua requisitoria antipapale Defensor Pacis (1326) riproduceva più o meno i loro argomenti. Il problema lasciò invece indifferenti i riformatori protestanti del secolo XVI, a cominciare da Lutero e da Calvino. Stando ad essi, Gesù Cristo non conferì mai nessun primato a Pietro; perciò, fosse anche venuto a Roma, l Apostolo non avrebbe potuto lasciare al papa una eredità di cui, secondo loro, non era certo in possesso. Bisognerà giungere al secolo XVII per trovare nel calvinista Federico Spanheim un avversario deciso della romanità di Pietro. Ma egli, per provare la sua tesi, dovrà ricorrere a una serie di argomenti pseudoscientifici, non esclusa la ridicola favola della papessa Giovanna, che invece un altro calvinista suo contemporaneo, Davide Blondel, molto prima che apparisse il famoso studio del Dòllinger (1890), già relegava fra le più incredibili assurdità storiche. Tra il secolo XVIII e il XIX il preconcetto protestante, coniugato spesso a un accentuato atteggiamento anticattolico, tenta di conferire maggiore consistenza alla tesi negativa, in base ad argomenti di peso non indifferente, almeno in apparenza: Gibbon, Schleiermacher, De Wette, guidano il coro di chi sostiene che la leggenda del soggiorno di Pietro a Roma è assolutamente inverosimile. Una tendenza opposta è invece registrabile, tra gli acattolici, a partire dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri giorni. E sintomatico che un razionalista come Ernesto Renan considerasse almeno come probabile la tradizione del soggiorno di Pietro a Roma (cfr. il suo L Antéchrist, Paris, 1873, p Per Renan l Anticristo qui è Nerone). Di rincalzo, un protestante ben noto per la sua acutezza critica, Adolfo Harnack, nella sua Die Chronologie (Cronologia dell antica letteratura cristiana, uscita a Lipsia nel 1897) osservava che negare il soggiorno romano di Pietro equivaleva a un errore oggi riconosciuto come tale da ogni ricercatore che non si acciechi volontariamente. L evoluzione dell atteggiamento dei critici non cattolici, sempre più inclini ad ammettere la presenza e la morte dell Apostolo a Roma, si andò poi accentuando anche per merito di due famosi studiosi del problema: i protestanti Hans Lietzmann e Oscar Cullmann. Il primo - esperto archeologo e finissimo filologo, successore di Harnack alla cattedra di storia ecclesiastica a Berlino - nel suo grande studio su Pietro e Paolo a Roma, come anche in altri scritti usciti più 5

6 tardi, sostiene come verità superiore a ogni dubbio che i due Apostoli furono sepolti negli stessi luoghi dove ancor oggi sono venerate le loro tombe. (cfr. Petrus und Paulus in Rom, 2 ediz., Berlino-Lipsia 1927, specialmente pp ). Il secondo - uno studioso non meno autorevole del Lietzmann - nel suo commento alla lettera di papa Clemente ai Corinti, uscito nel 1930, concludeva che Roma era stata certamente il luogo del martirio di Pietro e Paolo, anche se nell opera sua più celebre su 5. Pietro, pubblicata un ventennio più tardi, manifesta forse un po troppa cautela, quando asserisce che il martirio dell Apostolo a Roma deve essere considerato un fatto quasi sicuro, al quale la storia del la Chiesa antica deve defmitivamente far posto (O. Cullmann, Saint Pierre, cit., p. 101). Questo scritto veniva composto negli anni in cui si effettuavano gli scavi sotto la basilica di S. Pietro: quegli scavi che, collegando le prove letterarie a quelle archeologiche, finiranno col far gradualmente svanire nell opinione della massima parte degli studiosi, anche non cattolici, quel timido quasi, non troppo in armonia, a dire il vero, con la solida e ben ragionata argomentazione che lo precede nell opera del Cullmann. L autorità di questi studiosi non riuscì a convincere tutti coloro che, in campo protestante, sia prima sia dopo la pubblicazione dei risultati degli scavi, si mantenevano ancorati alle vecchie posizioni negative. Fino a qualche decennio fa spiccava tra questi K. Heussi, autore di vari scritti, tutti tesi a negare non solo il martirio e la sepoltura di Pietro a Roma, ma anche semplicemente un suo qualsiasi temporaneo soggiorno. Il Lietzmann diede puntuali risposte ad alcuni di quegli scritti. L ultimo - che ribadiva tesi francamente antiquate sulla Tradizione romana di Pietro vista criticamente (Die römische Petrustradition in kritischer Sicht, Tubinga, 1955) - fu a sua volta oggetto di una serrata confutazione da parte di un altro protestante tedesco, il prof. K. Aland, autore di un lucidissimo articolo in difesa della realtà storica della presenza e della morte di Pietro a Roma (vedi il suo Petrus in Rom, pubblicato nella Historische Zeitschrift, 1957, n. 183, pp ). Oggi, anche se alcuni continuano a mantenere dubbi sui risultati degli scavi, ben pochi rifiutano di ammettere che Pietro abbia subito il martirio a Roma e vi sia stato sepolto. Osserviamo in proposito che, nonostante io stretto collegamento, si deve mantenere distinto il fatto del martirio romano di Pietro dal luogo o punto preciso nel quale, in Roma stessa, si possa trovare la sua sepoltura. 3. Il trofeo di Gaio. In realtà, tra i documenti da noi citati, nessuno di quelli anteriori al IV secolo ci indica l esatta ubicazione della tomba dell Apostolo, pur recando testimonianze sicure sul fatto del suo martirio nella capitale dell Impero. Ne esiste uno, però, risalente alla fine del li secolo, che fa eccezione e assume perciò un importanza particolare per chi s avvia a seguirci nel nostro viaggio archeologico alla ricerca di quella tomba. Si tratta di una famosa testimonianza di Gaio, un ecclesiastico dimorante a Roma, che intorno al 199/200 era entrato in polemica con un certo Prodo, seguace della setta eretica dei montanisti. Proclo, originario della Frigia, tentando di svalutare l autorità della Chiesa romana, vantava la nobiltà della sua Chiesa di Gerapoli, in quanto essa era in possesso, a suo dire, della tomba del diacono Filippo, citato negli Atti degli Apostoli come uno dei sette ordinati da loro (cfr. Atti degli Apostoli, 6, 1-5). Ora non importa che Proclo equivocasse tra il diacono Filippo e l Apostolo dello stesso nome, al quale tutta la tradizione antica è unanime nell attribuire l evangelizzazione della Frigia. Importa invece la risposta di Gaio al suo interlocutore: Ebbene, io posso mostrarti i trofei degli Apostoli. Se infatti vorrai recarti al Vaticano (per Pietro) o sulla via di Ostia (per Paolo), troverai i trofei di coloro che hanno fondato questa Chiesa (Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, in Patrologia greca del Migne, voi. XX, col. 208 s.). Ma cosa voleva dire Gaio con la parola trofei? Non mancarono coloro che, rifacendosi al significato greco di tròpaion (trofeo) - cioè seguo di vittoria innalzato sul nemico in fuga (in 6

7 greco, tropé) - pensavano che Gaio avesse simbolicamente usato quel termine nel senso di monumento onorario, commemorante la vittoria (spirituale) conseguita dai due Apostoli con il loro martirio. Questa è anche l opinione del Cullmann, espressa nell opera che abbiamo più volte citata. Ma, dopo di lui, studiosi quotatissimi ripresero in esame quel vocabolo, ricercandone il senso specifico che gli davano i cristiani e giunsero a ben altra conclusione. Citiamo anzitutto il risultato a cui pervenne una lessicografa di perizia eccezionale: la signorina Mohrmann dell Università di Nimega. Essa ha dimostrato, in base a numerosi argomenti, che quel termine non fu mai usato dai cristiani nel senso di monumento commemorativo innalzato a onore di un martire, ma venne costantemente riferito o alla vittoria di Cristo morto e risorto o, come nel caso nostro, al corpo e quindi alla tomba di un martire. Naturalmente questa tomba poteva anche essere decorata e salvaguardata mediante una piccola o grande costruzione a carattere funebre. Col termine trofeo, dunque, Gaio poteva anche alludere a un monumento funebre, ma legato a una tomba. (Lo studio della Mohrmann è pubblicato in Vigiliae Christianae, Amsterdam, 1954). I risultati della Mohrmann concordavano pienamente con analoghe ricerche condotte in proposito anche da J. Carcopino, il celebre latinista e archeologo specializzato nel campo delle antichità cristiane e professore nell Università parigina della Sorbona (cfr. il suo Etudes d histoire chrétienne, Paris, 1953, pp ; ). Non sarà diverso il parere di vari altri studiosi (il Bernardi, l Andrieu, ecc,), che pure esplorarono a questo fine gli scritti latini e greci degli antichi Padri della Chiesa. D altronde, per rispondere vittoriosamente alla sfida di Proclo, che vantava a favore della Chiesa di Gerapoli il possesso della tomba di Filippo, Gaio non poteva certo opporre, a favore della Chiesa di Roma, il possesso di un paio di... monumentini onorari, costruiti, chissà perchè, fuori dell abitato, ma, come appare logico, il possesso delle tombe (e dei corpi) dei due più grandi Apostoli. La prima conclusione importante è dunque questa: il testo di Gaio non solo conferma la venuta, il martirio e la sepoltura di Pietro a Roma, ma indica anche il luogo della sua tomba in quella zona oltre il Tevere, fuori della cerchia murale, punteggiata da piccoli colli e intervallata da spazi pianeggianti, denominata anche allora Vaticano. Sappiamo che nel I secolo dopo Cristo, all epoca del martirio di Pietro, si estendevano qui i grandiosi giardini di Nerone e vi sorgeva un Circo completato da lui dopo i primi lavori iniziati dall imperatore Caligola. La località era attraversata da tre vie, lungo le quali, secondo un diffuso costume romano, si allineavano tombe (cfr. G. Lugli, Il Vaticano nell antichità classica, in Vaticano Firenze, 1946, pp. 3-22). 4. La basilica costantiniana. Gaio poteva indicare con tanta sicurezza il luogo della sepoltura di Piero per il semplice fatto che quella tomba non era mai stata persa di vista. Quand egli polemizzava con Proclo, essa era già stata protetta e, insieme, decorata da un edicoletta funebre, che gli scavi rimettevano in luce, stabilendo, come vedremo, la data della sua costruzione intorno al 160: quindi a meno di un secolo dalla morte dell Apostolo, quando certamente vivevano ancora i nipoti, e forse in qualche caso anche i figli di quei cristiani, che avevano visto il suo martirio e sapevano bene dov egli era stato sepolto. E infatti notorio che, anche prima della diffusione del culto vero e proprio dei martiri (Il secolo), la comunità cristiana non lasciava mancare ad essi quegli onori che si solevano dare ai defunti, il cui ricordo fu sempre così vivo nell antichità. E come sarebbe stato possibile che la Chiesa romana dimenticasse il luogo di sepoltura dei suo glorioso Fondatore, quei Pietro che aveva ricevuto da Cristo le simboliche chiavi del Regno dei Cieli? Lo stesso si può dire dei tempi successivi a Gaio fino ai primi decenni del IV secolo quando, sul luogo indicato come tomba di Pietro, l imperatore Costantino innalzerà la famosa basilica. 7

8 Se quel luogo fosse stato scelto a caso, come qualche critico ha voluto insinuare; se fosse mancata una tradizione sicura, mantenuta viva nella comunità cristiana; se non fossero stati visibili tutti quei segni che ritroveremo quando scenderemo ad esplorare il sottosuolo, Costantino apparirebbe uno sconsiderato. Per fare spazio a una basilica di cinque navate, lunga 87 metri e larga 64, l imperatore dovette affrontare una serie di enormi difficoltà, che avrebbe potuto facilmente evitare, spostandola di poche decine di metri: per esempio, presso quel Circo di Nerone, che sorgeva dove è ora il lato sinistro del portico berniniano, e presentava un area già regolarmente pianeggiata e assai più adatta a ricevere un edificio di quelle proporzioni. Inoltre - come riferiva un testo greco risalente al III secolo: il Martyrium Petri dello pseudo Lino - il principe degli Apostoli sarebbe stato crocifisso proprio in quel Circo, e comunque è certo che non molto discosti di là si trovavano nel i secolo quei giardini neroniani che, anche secondo testimonianze pagane, furono bagnati dal sangue di tanti martiri (cfr. Tacito, Annales, XV, 44). Quali luoghi più convenienti di quelli per costruirvi una basilica a onore di S. Pietro? Invece l area scelta da Costantino risultava tra le più sfavorevoli. Sfavorevole, anzitutto, per motivi tecnici e finanziari, in quanto caratterizzata da due sensibili pendii, che richiesero immensi lavori di abbassamento e di livellamento del terreno e la costruzione di una enorme piattaforma, con fatiche e spese incalcolabili. Sfavorevole, inoltre, per gravissime ragioni di carattere legale e sentimentale. Come infatti apparirà dagli scavi, la basilica - iniziata intorno al fu costruita al di sopra di una necropoli, parte pagana e parte cristiana. Questa era, all epoca, ancora in funzione, come si rileva da una moneta coniata ad Arles fra il 317 e il 319, e introdotta nell urna cineraria di una certa Trebellena Flacilla, scoperta durante le esplorazioni del Ora l imperatore, per raggiungere il suo intento, dovette anzitutto far chiudere ogni accesso alla necropoli e - come apparirà dagli scavi - consentire la manomissione e, in certi casi, la completa distruzione di tutte le parti superiori dei mausolei che oltrepassavano il livello scelto per l edificio in costruzione, mentre venivano riempite con materiale di discarico le celle sepolcrali. Questo urtava profondamente la pietà dei familiari dei defunti (alcuni lutti erano recenti: vedi il caso di Trebellena Flacilla), e soprattutto comportava il rischio che venisse compromesso il prestigio del sovrano anche tra i ceti più alti (alcuni di quei monumenti funebri appartenevano a illustri famiglie romane: i Marci, i Matucci, i Popili, i Valeri, ecc.). Ma ancora più grave era il fatto che venissero violate in quel modo le più severe disposizioni di legge, che assicuravano il massimo rispetto alle sepolture. Vero è che Costantino possedeva autorità sufficiente per passare sopra a quelle leggi: era anch egli, come tutti gli imperatori precedenti, Pontifex Maximus, cioè Sommo Pontefice della religione pagana (il titolo verrà mantenuto anche dai successivi imperatori cristiani fino a Graziano, che lo deporrà nel 382). Come tale, Costantino poteva procedere in quel modo anche in deroga alle leggi funebri più severe. Tuttavia, da quel finissimo politico che era, non avrebbe mai preso risoluzioni così illogiche e insensate senza un motivo di estrema gravità. E questo non poteva evidentemente identificarsi con una scelta fatta a caso, ma in base a ragioni precise e impellenti: là, sotto gli occhi di tutti, appariva il trofeo di Gaio, la tomba dell Apostolo, il centro secolare del culto di Pietro. Di tutto ciò daranno testimonianza sicura le esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano, che noi stiamo ora per compiere, guidati dai quattro archeologi che le hanno dirette e portate a buon termine. 5. Quello che si sapeva. Naturalmente quegli archeologi erano bene al corrente di quanto l antichità ci aveva tramandato circa le particolari strutture della basilica eretta da Costantino. Possediamo infatti una lunga serie di testimonianze, che partono dal Liber pontficalis (biografie di papi redatte dal VI secolo in poi) e si concludono con le memorie lasciate da Tiberio Alfarano ( ) e da Giacomo Grimaldi ( ), l uno e l altro diligenti nel registrare le demolizioni degli 8

9 ultimi brandelli rimasti della vecchia basilica, per lasciare il posto alle possenti costruzioni di Michelangelo nel nuovo S. Pietro, e a quelle degli altri architetti che seguirono a lui fino al secolo XVII. Al nostro scopo risulta per ora particolarmente interessante la biografia di Silvestro I, pontefice dal 314 al 335, contenuta nel Liber pontficalis. L anonimo autore, che scriveva oltre due secoli dopo la morte del papa, si diffonde non tanto a parlare di lui, quanto invece della basilica che Costantino aveva fatto costruire in massima parte durante quel pontificato, e che ai tempi del biografo si presentava ancora sostanzialmente nel suo stato primitivo (cfr. Liber pontjficalis, ediz. Duchesne, 2 voli., Parigi Vedi vol. I, pp ). Ne ricaviamo che Costantino ebbe cura di adornare in vario modo il sepolcro dell Apostolo nello stato in cui si presentava nei primi decenni del IV secolo, cioè sotto forma di una edicoletta funebre addossata alla tomba e caratterizzata da due nicchie separate orizzontalmente da una lastra di travertino, che gli scavi identificheranno come il trofeo di Gaio. Gli architetti imperiali lasciarono sporgere la nicchia superiore dal livello del pavimento della basilica, in modo che fosse visibile a tutti, e così mettesse tutti in ideale rapporto con la tomba sotterranea. Tale nicchia era aperta in direzione est (cioè verso la facciata della basilica) e segnava il centro del giro arcuato dell abside, collocandosi a metà del suo diametro. L affiancavano colonne vitinee (colonne tortili, con rilievi e tralci di vite), raccordate da transenne. L insieme, coperto da una specie di baldacchino, dava l immagine di un ciborio sospeso al disopra della nicchia. Entro o presso quest ultima venne deposta una grande croce d oro, voluta da Costantino e da sua madre Elena. D oro era anche il lampadario a corona, con 50 lampade in forma di delfini, che illuminavano l intero complesso (cfr. Liber pontificalis, cit. voi. I, pp. 78 e 176). Il tutto segnava quell area sacra che, almeno del secolo VI in poi, verrà denominata la Confessione. Una sua fedele riproduzione sembra potersi ritrovare, secondo i più, in quel tipico presbiterio, intagliato sulla faccia posteriore di un prezioso cofanetto d avorio o reliquiario paleocristiano (secolo V), scoperto dallo Gnirs nel 1908 a Samaghen (Istria) e ora nel Museo Civico di Pola. Nel secolo VI il vescovo Gregorio di Tours ( ) riferiva la testimonianza di un suo diacono, Agiulfo, che aveva visitato Roma negli ultimi anni di Pelagio Il, pontefice dal 579 al 590, e gli aveva raccontato di devoti pellegrini che, attraverso un apertura o fenestella, calavano pezzi di stoffa dal piano della basilica fin sopra la tomba dell Apostolo, ritirandoli poi e conservandoli come sacri pegni, ai quali attribuivano anche effetti taumaturgici (cfr. Gregorio di Tours, Liber in gloria Martyrum, in M. G. H., Script. rerum Mer., Hannover, 1884, pp ). Siamo così informati che nella costruzione monumentale voluta da Costantino fu lasciata aperta una comunicazione con la tomba, o più esattamente con la lastra di pietra adattata alla base dell edicoletta funebre incombente sulla tomba, come confermeranno gli scavi. Si trattava infatti della lastra sepolcrale di un Elio Isidoro, sepolto nella necropoli vaticana: lastra reimpiegata in quel punto dagli architetti della basilica costantiniana. Più tardi (VI/ VII secolo?) quella lastra verrà sfondata nella sua parte centrale, in modo da creare un altra apertura che consentisse la vista diretta della tomba. Tale apertura esiste ancor oggi. Essa si prolunga fmo all attuale Nicchia dei Palli, cioè a quel vano in cui vengono conservati in un cofano le tipiche insegne che i pontefici conferiscono agli arcivescovi. Uno stretto pertugio mette in comunicazione la Nicchia dei Palli con una fossa sotterranea, su cui gli scavi faranno luce. Da quel pertugio Hertmann Grisar, verso la fine del secolo scorso, aveva gettato un primo sguardo esplorativo, con scarsi risultati. Ma nessuno aveva poi osato andare oltre, fino al (N.B. Va notato che parte delle notizie, che abbiamo riferito in questo paragrafo, sono soggette a interpretazioni divergenti, specie in rapporto ad alcuni particolari da noi qui trascurati, in quanto non essenziali ai fini del nostro discorso. Cfr., per es. J. Ruysschaert, Réflexions sur lefouilles vaticanes..., Lovanio, 1954, pp ; e M. Guarducci, Le reliquie di S. Pietro..., Città del Vaticano, 1965, pp ). 9

10 Nella primitiva basilica vaticana non esistevano altari. Essa, infatti, era nata come un glorioso Martyrium: un edificio sacro, destinato a custodire col massimo onore le reliquie d un martire. Se vi si celebravano Messe, si ricorreva ordinariamente a un altare mobile. Ma quando all epoca di Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, si costruirà un secondo presbiterio innalzando il pavimento dell abside, si penserà a edificare un altare fisso, posto perpendicolarmente al disopra dell edicoletta funebre, o più esattamente della sua nicchia superiore, fatta oggetto, come vedemmo, di tante cure da parte di Costantino (cfr. Liber pontjficalis, cit., biografia di Gregorio Magno, voi. I, p. 312). Quell altare verrà ripetutamente manomesso lungo il Medioevo, fmo a rendersi completamente inagibile. Perciò il papa Callisto Il ne costruirà uno nuovo, collocato sopra il precedente e inaugurato il 25 marzo 1123 (cfr. Liber pontficalis Dertusensis, Barcellona, 1925, pp ). Col passare dei secoli, non solo alcune singole strutture, ma l intera basilica si avviava alla rovina, L edificio strapiombava paurosamente. Si cominciò così a pensare a una sua ricostruzione. Fu il pontefice Nicolò V a dare incarico nel 1452 a Bernardino Rossellino di innalzare una nuova abside più ampia di quella costantiniana. Ma quando i lavori erano poco più che iniziati, il papa mori (1455). Analoghi tentativi dei suoi successori Paolo 11(1470) e Sisto IV (1479) approdarono a poco. Nel 1506 sarà invece Giulio Il ad avviare decisamente, anche se non definitivamente, la soluzione dell annoso problema, commissionando a Donato Bramante la totale demolizione del vecchio edificio, per lasciare il posto a quello nuovo. Fu merito grande del papa il suo netto rifiuto di spostare verso l abside il nuovo altare della Confessione, esigendo - contro le ripetute insistenze del suo architetto - che venisse invece innalzato esattamente sulla perpendicolare dei precedenti, perché si potesse mantenere anche in avvenire il contatto ideale e reale con la tomba dell Apostolo (cfr. L. Pastor, Storia dei Papi, trad. ital., nuova ed., Roma, 1959, vol. III, pp ). E noto che i lavori per il nuovo S. Pietro durarono molto a lungo, succedendosi architetti ad architetti, progetti a progetti; ma tutti i pontefici che seguirono a Giulio Il rispettarono, quanto al collocamento dell altare, la volontà del loro predecessore. Nel punto preciso voluto da lui sorgerà dunque - anche se a livello superiore - l attuale altare della Confessione, portato a termine durante il pontificato di Clemente VIII ( ) e coronato più tardi (1633) dal famoso baldacchino del Bernini, voluto da Urbano VIII, che già nel 1626 aveva consacrata la nuova basilica. Tutto questo era ben noto agli archeologi che nel 1940 si apprestavano a iniziare le difficili esplorazioni miranti a verificare i dati della tradizione, specie in rapporto al trofeo di Gaio - edicoletta funebre e tomba apostolica - e a ricuperarli alla vista. Non era però il caso di farsi soverchie illusioni circa il ritrovamento dei molti pregevolissimi ornamenti, che avevano impreziosito l antica venerata Memoria nell abside della primitiva basilica, grazie alla liberalità di Costantino e di altri imperatori e pontefici dopo di lui. Si sapeva delle devastazioni compiute a Roma dai Visigoti di Alarico nel 410, dai Vandali di Genserico nel 455, dagli Ostrogoti di Totila nel 546, ma soprattutto dai Saraceni. Questi ultimi, nella loro scorreria dell 846, si erano accaniti particolarmente contro le basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, orribilmente profanate da loro e totalmente saccheggiate (funditus depraedatae, come sottolinea nelle biografie di Sergio 11( ) e di Leone IV ( ) il Liber ponqficalis, ediz. Duchesne cit., vol. Il, pp. 101 e 106). I contemporanei Annali di Saint-Bertin - diario ufficiale della monarchia carolingia - precisano che i Saraceni e i Mauri (...) devastarono la basilica di S. Pietro (...) e asportarono l altare sovrapposto alla tomba del Principe degli Apostoli, insieme con tutti i suoi ornamenti e tesori (cfr. Annales Bertiniani, ed. Waitz, Hannover, 1883, p. 34). Se dunque qualcuno avesse pensato di poter ritrovare, per esempio, la croce d oro di Costantino e di Elena, o altri ornamenti preziosi, avrebbe dimostrato di dimenticare quante volte le mani dei predatori calarono avide su quei tesori, anche dopo le ruberie dei Saraceni, fino 10

11 almeno al secolo XII, cioè fino ai tempi dell antipapa Anacleto 11( ), un membro della famiglia dei Pierleoni, al quale venne attribuito il reato di essere tornato a spogliare la basilica di altri oggetti preziosi, offerti dalla pietà di papi, di sovrani e di fedeli (cfr. Liber pontificalis, cit. vol. TI, p. 121). In realtà, non era un eventuale ritrovamento di tesori lo scopo delle esplorazioni. Si intendeva invece identificare e ricuperare la tomba di Colui, sul quale Cristo aveva fondato la sua Chiesa. E il medesimo scopo che ci proponiamo anche noi, seguendo idealmente - nel viaggio archeologico che stiamo per iniziare - le orme dei quattro direttori degli scavi che condussero a buon termine la difficile impresa. 6. Una sorprendente necropoli del II secolo. Immaginiamoci ora di entrare nella basilica di 5. Pietro e di avanzare in direzione dell abside. All incrocio della grande navata centrale con i transetti, là dove sovrasta l immensa cupola michelangiolesca, vediamo dilatarsi - a un livello alquanto più basso del pavimento - il grande vano della Confessione. Sulla parete di fondo si apre, protetta da una grata, la Nicchia dei Palli. Essa è collocata sotto l altare papale, fatto erigere, come già s è detto, da Clemente VIII a ridosso di quello di Callisto Il, sovrapposto a sua volta all altro più antico voluto da Gregorio Magno. Di qui, scendendo in verticale, raggiungiamo un punto oltre il quale, agli inizi degli scavi del , si nascondeva l ignoto, fatta eccezione di quel poco che si era riusciti a intravvedere mediante qualche sguardo fuggevole, lanciato nel sottosuolo durante la costruzione del nuovo 5. Pietro, e particolarmente quando nel 1626 si gettarono le fondamenta del baldacchino del Bernini. Ma supposto che le notizie tramandate dall antica documentazione fossero sostanzialmente esatte, era lecito tuffarsi arditamente in quell ignoto, con la fondata speranza di squarciarne il velo in un punto almeno, ma essenziale: il ritrovamento del trofeo di Gaio, se era vero che i tre altari rigorosamente coassiali lo sovrastavano in linea retta e quindi si riallacciavano direttamente a quell area sacra, che Costantino aveva fatto oggetto di tante cure, come luogo di sepoltura dell Apostolo. Seguendo, dunque, quella linea, gli scavi dovevano verificare: - se vi si trovasse una costruzione identificabile con un edicoletta funebre del Il secolo, che richiamasse il trofeo di Gaio; - se questa edicoletta fosse strutturalmente e intenzionalmente legata a una tomba; - se questa tomba risalisse al primo secolo e fosse databile intorno agli anni 65/70; - se fosse identificabile con la tomba di S. Pietro. Parrà strano che, poco dopo avviata l esplorazione, i direttori degli scavi fossero assaliti da una specie di smarrimento, o almeno di forte sorpresa, per quanto si trovarono davanti. Il fatto è spiegabilissimo se si precisa che le notizie da noi anticipate sulle estreme difficoltà incontrate da Costantino per la costruzione della sua basilica, a causa della natura dell area prescelta (vedi sopra, n. 4), erano assolutamente ignorate prima che si effettuassero gli scavi. Si dava infatti credito all opinione di quanti pensavano che l imperatore avesse impiantato almeno una parte dell edificio sulle mura del circo di Nerone. Tale opinione sembrava trovare la sua conferma anche nelle memorie stilate nel 1621 dal già citato Giacomo Grimaldi. Si può quindi spiegare quella forte sorpresa degli archeologi, imbattutisi non in mura circensi, ma in una vasta necropoli, che si stendeva lungo l asse longitudinale dell antica (e della nuova) basilica. Essa si presentava allo sguardo come un enorme ammasso di terriccio, di detriti, di sepolcreti, quali più, quali meno diroccati o manomessi, frammisti a varie opere di sostegno, compiute all epoca della costruzione della basilica costantiniana (Tavola n. 1, B). Vediamo ora che cosa emerse da quel cumulo di rovine, in seguito a un lungo, delicato e faticosissimo lavoro, che le liberò dall interramento e le rese leggibili. 11

12 Noi limiteremo la descrizione della necropoli alla sua zona occidentale, sottostante all altare della Confessione, avvertendo che sarà necessario, a questo punto, seguire il discorso con l aiuto della Tavola n. 1, A. Si tratta della parte terminale di due file parallele di camere sepolcrali, disposte lungo un doppio pendio: uno risalente in direzione Ovest (cioè verso l abside dell attuale S. Pietro), l altro in direzione Nord (verso il fianco destro della stessa basilica). Prima della costruzione costantiniana i sepolcri si trovavano all aperto, su terreno demaniale, ai margini d una via d accesso. Vi sono stati individuati, fra l altro: un mausoleo appartenente alla ricca famiglia dei Matucci (indicato sulla Tavola n.1, A con la lettera O); un campo funebre a inumazione (lettera P), limitato a Sud da un sepolcro (lettera S), a Est da una parte del citato mausoleo Matucci, a Ovest da un muro a due sezioni che, dal colore dell intonaco, fu denominato dagli archeologi Muro Rosso (lettere MR); i resti di una edicoletta a due nicchie sovrapposte (lettera M), collocate sul punto del Muro Rosso in cui si congiungono le sue due sezioni. Oltrepassato in direzione Ovest il Muro Rosso, troviamo: a destra, un sepolcro a inumazione (Piano Q); a sinistra, un mausoleo della famiglia imperiale dei Flavi, probabilmente loro liberti (lettera R); un terrapieno dipendente da questo mausoleo (lettera R1), e inoltre, bloccato tra il Muro Rosso e le zone R-R1, un clivus, cioè una salita, in parte a rampa e in parte a scala. infine, ricavato sotto il clivus a m. 2,50 di profondità, un fognolo o canaletto (non visibile nella Tavola n. 1, A), costruito per lo scolo delle acque e protetto all interno da una serie di tegole. 7. Dalla descrizione alla interpretazione. Compiuta questa sommaria elencazione dei principali reperti della sezione occidentale della necropoli, passiamo ora a indagare il significato e la funzione dei due elementi più utili alla nostra ricerca: il Muro Rosso (MR) e l edicoletta (M). a) 11 Muro Rosso. Qual era la sua funzione? Dall esame altimetrico del complesso che si estende oltre quel muro (cioè a Ovest della necropoli), si rileva che il terra- piano R è più elevato del livello del suolo su cui è stato edificato il mausoleo R (già abbiamo notato che tutto il complesso si estende su un doppio pendio verso Ovest e verso Nord). Il suo accesso richiese quindi la sistemazione della piccola rampa (o clivus), di cui si è parlato. A sua volta il sepolcro del Piano Q si trova a un livello ancora più elevato, per cui l ultima parte del clivus fu trasformato in una ripida scaletta. In appoggio a questa si rese necessaria la costruzione della parte Sud del Muro Rosso (cioè della parte di sinistra per chi guarda la Tavola n. 1, A). Contemporaneamente veniva affidata al Muro Rosso anche la funzione di contenere le terre ammucchiate sul Campo P, man mano che si scavavano nuove tombe. Poco più tardi, in seguito alla sistemazione del Piano Q - concepito come un recinto murato - si dovette prolungare il Muro Rosso verso Nord, saldando le due sezioni in forma leggermente obliqua (vedremo presto la grande importanza di questi particolari, a prima vista insignificanti ai fini della nostra ricerca). b) L edicoletta a due nicchie. Fu ritrovata assai manomessa, ma non fino al punto da rendere inconoscibile i suoi elementi essenziali. Ricomponendola ricaviamo (Tavola n. 2): 12

13 - due nicchie sovrapposte; - separate da una tavola di travertino; - appoggiata su due colonnine; - sistemate sulla base di una piastra di marmo. Quello che nella ricostruzione acquista per noi, oggi, le apparenze di un altarino, è invece archeologicamente riconoscibile come una edicola sepolcrale. Ne sono stati scoperti vari consimili esemplari, sia nei sepolcri della Via Ostiensis sia in quelli dell Isola Sacra. In questo contesto è estremamente importante riconoscere il carattere funebre dell edicoletta. Su questo tutti i critici sono d accordo. c) Edicoletta e Muro Rosso sono contemporanei. L archeologo belga J. Ruysschaert ha messo bene in luce l inconsistenza degli argomenti avanzati da Cullmann (cfr. Saint Pierre..., cit., p. 129) e da altri, per negare quella contemporaneità. Egli sviluppa un argomento già abbozzato dai quattro direttori degli scavi (cfr. Esplorazioni..., cit. vol. I, pp ) e pone l accento sulla osservazione decisiva che la parte del muro, in cui sono collocate le due nicchie, non reca alcun segno di sbrecciatura, e tutto l insieme mostra chiaramente che l edicoletta non fu ricavata scalpellando il muro in un periodo posteriore, ma fu costruita contemporaneamente al muro stesso (cfr. J. Ruysschaert, Réflexions sur les fouilles vaticanes..., cit., pp ). d) Edicoletta e Muro Rosso sono databili. L esame archeologico (che noi qui non possiamo esporre in tutti i particolari) ha dimostrato la contemporaneità non solo dell edicoletta funebre e del Muro Rosso, ma anche di tutto il complesso Ovest, che abbiamo sommariamente descritto (Campo P; Piano Q; Sepolcreto R; Terrazzo R1 Clivus e Fognolo). Conseguentemente, verificata la data di uno di questi elementi, resta fissata anche quella di tutti gli altri. Qual è questa data? Abbiamo già accennato al fognolo o canaletto, ricavato sotto il clivus e destinato a convogliare sottoterra le acque piovane che scendevano dal doppio pendio, evitando così l inondazione dei sepolcri. Fra le tegole, di cui è foderato all interno, se ne trovarono cinque che recavano un bollo o marchio di fabbrica, con i nomi di Aurelio Cesare e Faustina Augusta. Ciò stava a indicare che quei laterizi erano usciti dalle fornaci imperiali quando Marco Aurelio era ancora soltanto principe ereditario (Cesare), mentre sua moglie Faustina (figlia dell imperatore in carica Antonino Pio) portava già il titolo di Augusta. E ben noto che Faustina ebbe questo titolo nel 147, quando mori la precedente Augusta, sua madre, anch essa di nome Faustina. Marco Aurelio invece rimase Cesare fino alla morte dell Augusto Antonio Pio nel 161. Risulta quindi logico concludere che la data delle tegole e quindi, per i motivi detti, di tutto il complesso funebre - edicoletta e Muro Rosso compresi - può essere fissata intorno al 160: data accolta senza esitazione dalla generalità dei critici. Senza poi trascurare il fatto che anche in R fu rinvenuto un laterizio con marchio di fabbrica identico a quelli del fognolo, aggiungiamo che la data 160 può essere indirettamente confermata anche da un altra considerazione. E certo che i due mausolei O e S sono anteriori al complesso occidentale (Campo P, Muro Rosso, ecc.), e, sono databili non prima del 123 (in base a un mattone con bollo di quell anno) e non dopo il 150 (date le caratteristiche di uno spiccato arcaismo nelle forme e nelle dimensioni). Tenendo conto che in una necropoli in via di sviluppo, situata presso una grande città, gli edifici funebri si susseguono con un ritmo alquanto rapido, si può tranquillamente ammettere che una decina d anni dopo - appunto intorno al fosse già costruito anche tutto il complesso occidentale, edicoletta compresa. Essa perciò era sotto gli occhi di Gaio quand egli, 13

14 poco più di trent anni dopo, parlava del trofeo di Pietro esistente in quella stessa zona del Vaticano, che poi Costantino, come s è visto, sceglierà per edificarvi la sua basilica. Di questa gli scavi hanno rimesso in luce il basamento dell abside (vedi Tavola n. 1, A). L edicoletta del Muro Rosso occupa esattamente il centro del suo diametro: il punto esatto, cioè, che sappiamo segnato con tanto splendore dal Ciborio costantiniano, cui furono sovrapposti in perpendicolare i tre successivi altari di cui si è parlato (vedi sopra n. 5). e) L edicoletta fa parte del trofeo di Gaio. Da quanto premesso risulterebbe legittimo far derivare una conclusione, che oltrepassa i limiti di una semplice verosomiglianza: l edicoletta è identificabile con il trofeo di Gaio, o almeno ne costituisce un elemento importante. Tuttavia da parte dell ipercritica potrebbe riaffacciarsi il dubbio che, invece, si tratti di un semplice cenotafio, costruito in quel luogo senza alcun diretto riferimento alla tomba di Pietro. Il dubbio è superabile se si osserva, anzitutto, che le nicchie del monumento non solo furono ricavate, come già abbiamo dimostrato, contemporaneamente alla costruzione del Muro Rosso, ma anche, aggiungiamo ora, nel punto meno adatto, per se stesso, a un operazione del genere. Esse, infatti, si trovano collocate là dove s incontrano le due sezioni oblique del Muro Rosso, cioè là dove la resistenza è meno salda e i piani superficiali meno adatti allo scopo: segno evidente che, nonostante questo, un serio motivo imponeva una tale scelta. E questo stava nel fatto che l edicoletta era stata costruita con lo scopo preciso di perpetuare la memoria di una tomba ad essa strutturalmente legata, come vedremo subito, e identificabile con la tomba di Pietro. Tutto questo, evidentemente, esclude che l edicoletta sia un semplice cenotafio. 8. Ed ecco profilarsi la tomba di Pietro. Teniamo ora sott occhio la planimetria disegnata nella Tavola n. 3. Essa ci fissa i contorni di quattro tombe (Numeri ), ritrovate sotto il livello di superficie del Campo P, e contornanti un altra tomba (n. 5), a livello più basso, protetta dalla base dell edicoletta. L accurata analisi archeologica compiuta dai quattro direttori degli scavi (analisi che, per la sua complessità, è qui impossibile esporre nei suoi particolari), ci dà la prova che quelle tombe sono tutte cronologicamente anteriori al Muro Rosso. Di esse la n. 3 è sicuramente databile all età dell imperatore Vespasiano (69-79 d. C.), come ci attesta il bollo di un suo embrice, che reca il nome di Marcio Demetrio: un noto industriale del mattone, contemporaneo di Vespasiano. Inoltre una lucernetta funebre, ritrovata vicinissima alla tomba, allo stesso livello archeologico e quindi contemporanea ad essa, è contrassegnata dal marchio di fabbrica L. Munazio Threpto: un ceramista operante anch egli all età vespasiana. Non risulta quindi azzardato datare quella tomba intorno agli anni 70. Ora la tomba n. 5 - evidentemente legata all edicoletta, che la sovrasta e la protegge - è leggermente anteriore a quella segnata col n. 3 in quanto si trova a un livello inferiore, Sarà quindi ragionevolmente databile a qualche anno prima, come a dire tra il 65 e il 70. Ricordiamo che S. Pietro subì il martirio durante la persecuzione di Nerone. Questa iniziò tra la fine del 64 e i primi del 65, e cessò con la morte dell imperatore nel 68. Il martirio dell Apostolo va dunque posto tra quegli anni, e quasi certamente nel 67. C è quindi un evidente coincidenza di date fra la sepoltura di S. Pietro e l età di quella tomba. La probabilità - per ora - che S. Pietro sia stato sepolto proprio qui non può certo apparire una fantasia campata in aria. Ma, a trasformare la probabilità in certezza non mancano seri argomenti, che noi ora cercheremo di esporre. 14

15 9. Un evidente continuità. Tra le varie tombe, di cui abbiamo fatto cenno, una sola, quella centrale (n. 5), sottostante all edicoletta funebre, mostra segni evidenti di continuità, cioè di una storia senza interruzione. Tale continuità è resa anzitutto evidente dal movimento di sviluppo delle altre tombe, che appaiono, entro certi limiti, subordinate a quella centrale. Infatti la contornano in modo da lasciarla libera alla vista, facendone una zona di rispetto, mentre esse, costruite in vari tempi e su un suolo a livello in continua elevazione, andarono in parte sovrapponendosi le une alle altre e finirono poi con l essere completamente sepolte. Per quella, invece, è palese un assidua attenzione perchè non scomparisse mai dalla vista, anche quando il terreno adiacente si andava alzando notevolmente di livello, a causa dell accumularsi del terriccio sul Campo P, per lo scavo di nuove sepolture. In un secondo tempo, però, risulterà sempre più difficile mantenere la visione diretta della tomba (quelle nuove sepolture si susseguiranno fino al II secolo): di qui la necessità di proteggerla, e insieme di assicurarne la memoria, mediante la costruzione dell edicoletta funebre. Con essa la continuità si fa ancor più manifesta. Vediamo infatti che, col passar del tempo, l edicoletta e la tomba sono fatte oggetto di cure sempre più attente. Vengono anzitutto difese con muretti di sostegno, contro le pressioni del terreno in continuo rialzo e contro eventuali croffi del Muro Rosso (Vedi Tavola n. 4). Più tardi i muretti saranno decorati con lastre di marmo; e lastre di marmo adorneranno anche le nicchie e la base dell edicoletta. Davanti a questa, un rivestimento a mosaico ammanterà l intero Campo P. Si rivela, insomma, da un lato lo zelo di chi non è mai soddisfatto e vuole sempre più abbellire, migliorare; dall altro lato la preoccupazione che l edicoletta conservi il suo carattere funebre, secondo il tipo tradizionale. E difficile trovare, in tutta l antichità, l esempio di una tomba che per secoli fosse sempre più curata, sempre più venerata, invece che lentamente abbandonata e dimenticata, come avviene per la massima parte dei casi. E il fatto appare tanto più singolare se si pensa che si trattava di una tomba originariamente poverissima, destinata a ospitare un defunto di infima condizione sociale. Se dunque, col passar del tempo, quella tomba - come dimostrano gli scavi - si rivela oggetto di crescente interesse, bisognerà ammettere che essa non era semplicemente legata a un individuo, a una famiglia, ma soprattutto a un idea, a una istituzione, a una società via via crescente di numero e di importanza. Pensare al cristianesimo, pensare alla Chiesa di Roma, pensare al suo Fondatore e alla sua tomba - date tutte le premesse fatte e l impressionante convergenza dei dati più svariati - non può che apparire la più logica e la più sensata delle conclusioni. Ma c è di più. 10. La conferma dei graffiti. Dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione a una serie di graffiti (scritture e disegni incisi sul muro con punte di ferro), che devoti visitatori tracciarono attorno o nei pressi di quella tomba in età precostantiniana: assai importanti, anche se pochi di numero, queffi sul Muro Rosso e sul sepolcro R; numerosissimi e altrettanto importanti queffi su un altro muro (muro G o dei graffiti), innalzato intorno al 250, con lo scopo, pare, di proteggere la zona di rispetto attorno al trofeo di Gaio e, insieme, di consolidare il Muro Rosso, nel quale si erano formate delle crepe (vedi Tavola n. 4, A). In aggiunta a quei graffiti, vanno pure segnalate iscrizioni tracciate con miio e ritoccate a carboncino, in una nicchia del sepolcro dei Valeri (uno dei più belli di tutta la necropoli), databile fra il 160 e il 180 circa, e posto a una ventina di metri dal trofeo di Gaio. La lettura dei graffiti - particolarmente quelli del muro O - risultò molto difficile e faticosa, sia perchè alcuni sono espressi mediante un sistema crittografico (la cui chiave di lettura era nota solo agli iniziati, cioè ai cristiani), sia perchè la gran parte di essi, incisi successivamente da vari devoti, si incrociano e si intrecciano in modo complicatissimo. 15

16 Il merito di averli sgrovigliati e decifrati spetta alla prof. Guarducci, alla cui perizia già abbiamo accennato. Sotto la sua guida noi riferiremo qui alcuni degli esempi più importanti (cfr. M. Guarducci, I graffiti sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano, 3 voll., Roma, Della stessa, La tomba di S. Pietro. Notizie antiche e nuove scoperte, Roma, 1959, specialmente pp ). a) Graffìti del Muro Rosso. Proprio nel punto in cui il Muro Rosso s incontra col Muro G, vennero trovati incisi due graffiti, uno dei quali è ancora in luogo, l altro - il più importante - è ora staccato e custodito in cassaforte negli uffici della Fabbrica di S. Pietro. Limitiamoci a quest ultimo, databile poco dopo il 160, e quindi vicinissimo alla costruzione del Muro Rosso. Esso reca una brevissima, ma importantissima indicazione in lingua greca, espressa in sole due parole, in parte mutile, ma facilmente ricostruibili (vedi Tavola n. 4, B). Lo trascriviamo qui, usando per comodità del lettore l alfabeto latino, in sostituzione di quello greco: PETROS EN I Se il primo termine (PETROS, forma greca di Pietro) non offre evidentemente nessuna difficoltà, le altre tre lettere che seguono hanno suscitato discussioni tra gli specialisti. Se infatti si leggono come un unica parola, cioè ENI - che è una nota forma contratta greca per ENESTI (è dentro) - l intera frase assume il significato di PIETRO E QUI DENTRO. Invece, nel caso si volesse tener conto che nell originale le lettere EN sono incise a una certa distanza dalla lettera I che le segue, si potrebbe pensare, dato che il graffito è mutilo, a completarlo così: PETROS EN (E) I (RENE), cioè: PIETRO (qui riposa) IN PACE. Si tratterebbe quindi di una tipica formula, che appare assai frequentemente nelle antiche iscrizioni funebri cristiane. Oggi si è generalmente d accordo nel dare la preferenza alla prima interpretazione, che è anche quella proposta a varie riprese dalla Guarducci (cfr. I graffiti sotto la Confessione di S. Pietro, cit. Il, pp ), mentre sembra meno fondata la seconda (sostenuta da J. Carcopino, Etudes d Histoire chrétienne, cit., p. 281). Ma il valore assoluto del graffito, si segua la prima o seconda interpretazione, sta nel fatto che, in quell area cimiteriale, su un muro strettamente connesso all edicoletta funebre, appaia il nome di Pietro, seguito da un espressione che allude evidentemente (la si intenda in un modo o nell altro) alla sua sepoltura esistente in quel luogo. b) Graffiti del Muro G. Quanto ai graffiti del Muro G (tutti incisi sulla sua parete Nord e tutti databili dalla seconda metà del secolo III al primo decennio, più o meno, del secolo IV), può essere interessante notare che essi furono sulle prime trascurati dai quattro direttori degli scavi. Questo dipese non solo dal fatto che, così aggrovigliati come si presentavano, scoraggiavano qualsiasi tentativo di lettura, ma anche dalla costatazione - così almeno sembrava -che non vi apparisse il nome di Pietro. Ma, dopo lungo pazientissimo lavoro, la prof. Guarducci seppe ben dipanare quella matassa, e dimostrare che il nome di Pietro vi figurava non una sola volta, anche se espresso in forma crittografica, Questa è frequentemente caratterizzata da una tipica legatura della lettera P con la lettera E, che sono evidentemente le iniziali di PE(TRUS), cioè di PIETRO, ma che in quella particolare composizione riproducono nello stesso tempo la caratteristica forma della chiave (vedi Tavola n.4, C), con evidente allusione alla promessa di Cristo: Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli (Matteo, 16,19). 16

17 Altro merito della Guarducci sta nell aver dimostrato che le frequenti sigle AP, APE, APET vanno lette AD PETRUM ( vicino a Pietro): e ciò rese possibile la lettura di varie iscrizioni, che parevano indecifrabili. Fra tutte scegliamo, come esempio, la seguente: integrata come segue: I VIVIS TU W APETR I(N) VIVIS TU V(I)V(E) A(D) PETR(UM) Cioè: Possa tu vivere tra i vivi accanto a Pietro (parole rivolte a una defunta cristiana di nome Leonia, alla quale si augura di entrare nel numero di quelle anime, che si trovano con Pietro nella vita eterna). c) Preghiera sul sepolcro dei Valeri. Un augurio, come quello che abbiamo ora letto, implicava talora anche una supplica rivolta direttamente all Apostolo, per chiedere la sua intercessione presso Gesù Cristo a favore delle anime dei defunti. E il concetto espresso in una iscrizione tracciata con minio, tra la fine del III secolo e gli inizi del IV, su una nicchia del sepolcro dei Valeri, poco distante, come già si é detto, dal Muro Rosso. Lo riferiamo, come ultimo esempio fra i tanti, direttamente nella versione italiana: PIETRO, PREGA GESU CRISTO PER I PII UOMINI CRISTIANI SEPOLTI PRESSO IL TUO CORPO Bastano, fra i tanti, questi pochi esempi per dimostrare che non solo i documenti muti degli edifici sepolcrali che abbiamo esaminati, ma anche quelli parlanti dei graffiti e delle iscrizioni confermano eloquentemente la presenza della tomba di Pietro in quel luogo e il culto di cui l Apostolo era oggetto. 11. Quasi duemila monete antiche. Un ulteriore argomento a favore del sicuro ricupero della tomba di Pietro è ricavabile dai ritrovamento di numerosissime monete, che ne gremivano lo spazio circostante. Gettate per devozione in quel luogo sacro lungo il corso dei secoli,prima e dopo la costruzione dell edicoletta funebre e della basilica costantiniana, esse recano anche testimonianza della vastità e della continuità del culto di Pietro nell antico mondo cristiano. Ne fece oggetto di studio scientifico Camillo Serafini, uno dei più quotati nostri specialisti in materia, che pubblicò i risultati del suo lavoro nell Appendice numismatica alle citate Esplorazioni sotto la Basilica di S. Pietro (vol. I, pp ). Egli identificò 1900 monete dai I ai XVI secolo: quante, più o meno, se ne salvarono dai numerosi saccheggi, di cui abbiamo parlato (vedi sopra n. 5). Vi ritroviamo monete romane dal I al V secolo; bizantine dal V al VI; pontificie dal IX (quando il neonato Stato della Chiesa cominciò a battere moneta propria) al XVI; di varie città e Stati italiani dal IX al XVI; francesi dal IX al XV; e poi inglesi, irlandesi, fiamminghe, scandinave, tedesche, svizzere, ungheresi, boeme, croate, spagnole, portoghesi, ecc.: monete, insomma, appartenenti a quasi tutta l Europa, e che vanno dalla fine di quel secolo che vide il martirio dell Apostolo e il suo seppellimento ai piedi del colle Vaticano, fino alla costruzione della nuova basilica di 5. Pietro nel secolo XVI, quando scomparve il contatto, più o meno diretto, tra quella tomba e il devoto pellegrino che veniva a visitarla. 17

18 Ma il linguaggio di quelle monete riafferma soprattutto ciò che abbiamo definito la continuità di quella tomba e il fatto che essa non fu mai, in nessun tempo, dimenticata. E questo assicura un ulteriore garanzia d autenticità ai risultati di quelle esplorazioni attuate, per volontà di Pio XII, con tanto coraggio e tanta perizia tecnica. 12. Ma... e le ossa di Pietro, le sue reliquie? Diciamo subito che ci troviamo di fronte a una questione alquanto complessa. Va infatti notato che nella tomba dell Apostolo non furono ritrovate ossa di sorta, presentandosi essa molto manomessa e completamente svuotata. Dove finirono, dunque, le preziose reliquie? La relazione ufficiale riguardante i risultati degli scavi non affrontò questo problema. L obiettivo essenziale d individuare la tomba di Pietro era stato felicemente raggiunto: e questo era già molto. Ci si accontentò, quindi, di segnalare la presenza di alcune ossa umane ritrovate sotto le fondamenta del Muro Rosso, nel punto in cui s incurva una nicchia sotterranea di discussa interpretazione, e di darne una fotografia. Ma non fu sollevato il problema della loro appartenenza o meno all Apostolo. Alcuni anni dopo, uno dei quattro direttori degli scavi vaticani, E. Kirschbaum, in una sua pubblicazione critico-illustrativa riguardante le tombe dei Principi degli Apostoli, specificò che si trattava in quel caso di ossa di un uomo di età senile e di robusta corporatura, senza però impegnarsi ad avanzare neppur lui attribuzioni di sorta (cfr. E. Kirschbaum, Die Graeber der ApostelJEirsten, Francoforte sul Meno, 1957, p. 406; e vedi ivi tavola 23). Fu invece J. Carcopino ad escludere decisamente ogni possibilità di prova circa l appartenenza di quelle ossa a S. Pietro (cfr. Etudes d histoire chrétienne..., cit., pp ). Al contrario, J. Ruysschaert si mostrava del parere che ci fosse «una seria probabilità che le ossa appartenessero alla tomba dell Apostolo» (cfr. Réflexions sur les fouilles vaticanes..., cit., p. 58). C è poi da aggiungere che i direttori degli scavi non credettero opportuno avviare una discussione neanche in rapporto a due altri ritrovamenti di resti umani assai vicini al trofeo di Gaio: uno nel Campo P, l altro in un ripostiglio (o nascondiglio?) ricavato nel Muro G, o Muro dei graffiti. Fu invece il Carcopino a pronunciarsi tra i primi a favore, questa volta, della probabilità che un autentico residuo di reliquie ci sia pervenuto grazie al nascondiglio (...), ricavato nel Muro G (cfr. Etudes d histoire chrétienne..., cit., pp ). La questione era rimasta così allo stato fluido, quando fu accuratamente ripresa in esame dalla prof. Guarducci, che già sappiamo tanto benemerita per la decifrazione dei graffiti. Essa, infatti, era venuta a conoscenza che tutto, o quasi, il contenuto del ripostiglio ricavato - come s è detto - nel Muro dei graffiti era stato raccolto in una cassetta di legno, per iniziativa dell economo della Fabbrica di S. Pietro, mons. Ludovico Kaas, e depositato in un ambiente della Confessione. Ottenuto il permesso di esaminare la cassetta, vi ritrovò un biglietto dello stesso mons. Kaas, che autentificava la provenienza dei reperti da quel ripostiglio. Si trattava di una certa quantità di ossa in frammenti, di minuscoli residui di stoffa intessuti di fili d oro, di briciole del Muro Rosso, di schegge del marmo che foderava l interno del ripostiglio, e perfino di avanzi di scheletri di animali. Di qui la spinta a un indagine più approfondita, condotta dall insigne studiosa con notevole rigore scientifico (cfr. M. Guarducci, Le Reliquie di Pietro..., Città del Vaticano, 1965; della stessa, Pietro fondamento della Chiesa..., Roma, 1977). L esame dei reperti domandava necessariamente un lavoro interdisciplinare, mediante la stretta collaborazione di vari specialisti. L onere maggiore fu assunto dal prof. Venerando Correnti, titolare della cattedra di antropologia dell Università di Palermo. Dei tre gruppi di ossa esaminati (quello sotto le fondamenta del Muro Rosso; quello del Campo P; quello del ripostiglio del Muro dei graffiti) risultò che nessuno di loro - tranne il terzo - offriva ragionevoli indizi per una eventuale identificazione con le reliquie di S. Pietro. Il primo gruppo, infatti, comprendeva i resti di almeno tre individui, tra cui due donne, e non lo scheletro di un solo uomo, com era sembrato a un primo sommario esame compiuto nel 18

19 periodo degli scavi. Al secondo appartenevano i resti di almeno quattro individui, due dei quali di sesso e di età non definibili, mentre gli altri due, di sesso maschile, rivelavano un età probabilmente inferiore ai 50 anni. Il terzo gruppo presentava invece caratteristiche tali che - in concomitanza con i risultati dell esame di tutto il materiale eterogeneo contenuto nella cassetta - consentiranno di arrivare a conclusioni apprezzabili circa l identificazione delle reliquie dell Apostolo. Le ossa appartenevano allo scheletro di un solo individuo, di sesso maschile, di età fra i 60 e i 70 anni e di robusta costituzione: caratteristiche bene applicabili alla persona di Pietro. Quelle ossa, inoltre, erano state certamente avvolte in panni preziosi. Di questi si erano rinvenuti nella cassetta alcuni importanti frammenti che, sottoposti all esame merceologico di due specialisti dell Università di Roma - la prof. Maria Luisa Stein e il prof. Paolo Malatesta - risultarono essere in parte fili di lana tinta in rosso (quasi certamente rosso porpora), avvolti a spirale in sottilissime làmine d oro; e in parte fibre vegetali, fasciate con lamine di rame placcato in oro. Frammisti alle ossa si trovavano anche residui terrosi: indice che esse erano state raccolte da una tomba a inumazione. L analisi petrografica, effettuata dal prof. Carlo Lauro dell Università di Roma, coadiuvato dal prof. Carlo Negretti, stabilì che la composizione di quella terra risultava costituita dagli stessi minerali presenti nella terra del Campo P: quello stesso nel quale era stata ricavata anche la tomba sottostante all edicoletta funebre, la tomba, cioè, che già abbiamo riconosciuta come quella di S. Pietro. Per quanto, infine, si riferiva ai resti scheletrici di animali, presenti in tutti e tre i gruppi, l esame osteologico del prof. Luigi Cardini certificava la loro appartenenza ad animali domestici, i quali si ritrovano normalmente in tutti i terreni rurali in prossimità di case coloniche o di fattorie (Vedi le relazioni dei suddetti specialisti nel vol. cit. Le Reliquie di Pietro..., pp ). Ma di chi erano i resti di quell uomo ritrovati in mezzo a così strano miscuglio? Una immediata risposta proviene - secondo la prof. Guarducci - da quel graffito del Muro Rosso, che abbiamo già preso in esame (vedi sopra n.10) e di cui si dovrebbe abbassare notevolmente la data fino a portarla dal 160 circa (come la stessa studiosa aveva proposto in un primo tempo) al 315/320, cioè ai prìmi anni dell età costantiniana. Quel Pietro è qui dentro 9 sarebbe quindi allusivo alle reliquie dell Apostolo contenute nel ripostiglio, al quale il graffito si trova vicinissimo (cfr. Le Reliquie di Pietro,.., cit., pp ), A questo punto tutto dovrebbe apparire più chiaro, lasciando comprendere perchè mai quelle ossa - per quanto provenienti da una povera tomba a inumazione, della quale portavano ancora tracce di terra - fossero state più tardi regalmente rivestite di porpora e d oro (come si usava di frequente per le ossa dei martiri) e collocate in un ripostiglio accuratamente decorato di marmi; perchè il muro nei quale fu ricavato questo ripostiglio venne in seguito compreso entro il recinto monumentale, folgorante di materiali preziosi, con i quali Costantino decorò il trofeo dell Apostolo; perehè l asse di questo complesso monumentale fu lievemente spostato verso Nord, in rapporto ai punto centrale del monumentino, allo scopo di non escludere il ripostiglio dall area della recinzione costantiniana; e perchè, infine, furono condizionati in tal senso anche i tre successivi altari di Gregorio Magno, di Cailisto li e di Clemente VIII. Tutto ciò, vale a dire questi vari argomenti strettamente collegati fra di loro e logicamente coerenti, convergono tutti - secondo il giudizio della prof. Guarducci - a un medesimo risultato, costituendo essi la prova che le ossa rinvenute nel ripostiglio del Muro dei graffiti provengono dalla tomba a inumazione esistente sotto l edicola del Muro Rosso, e sono quindi da considerarsi autentiche reliquie dell Apostolo (cfr. Le Reliquie di Pietro..., cit., p. 75). Nè questo sarebbe smentito dai fatto, apparentemente strano, della concomitante presenza - in quella cassetta - di ossa di animali domestici, evidentemente provenienti dallo stesso terreno di quel Campo P, nel quale, a poca distanza dalla tomba di Pietro, furono anche ricuperati gli altri agglomerati di residui umani, mescolati essi pure ad ossa di animali domestici. Nel primo 19

20 secolo, infatti, la zona vaticana era ancora in buona parte terreno agricolo, conglobante, come tutti i terreni agricoli, anche ossa d animali ivi abbandonate o sepolte, e mai rimosse da quel terreno, neppure quando s incominciò più tardi a ricavarne tombe a inumazione (cfr. la Relazione dell esame osteologico sui resti scheletrici di animali, ritrovati nel Campo P), compiuta dal prof. Luigi Cardini, nel cit. Le reliquie di Pietro..., pp ). Bisogna riconoscere che lo studio diligente e appassionato della prof. Guarducci, coadiuvata dagli specialisti citati, raggiunse risultati molto soddisfacenti. Non tutta la critica, però, è disposta ad ammettere che si sia pervenuti a un grado di certezza paragonabile a quello ottenuto con la scoperta della tomba. Non per questo siamo disposti ad accogliere senza beneficio d inventano alcune critiche - talora più malevole che fondate - piovute qua e là sul lavoro dell illustre studiosa. Non è questa la sede per esporre e discutere tali critiche. Ma se anche si volesse procedere con tutto l estremo rigore che esige la posta in gioco - specie per i suoi riferimenti alla devozione e al culto - bisognerebbe almeno parlare di altissimo grado di probabilità, vicinissimo alla certezza : il che non sarebbe poco, data la straordinaria difficoltà dell impresa. 13. E da chi, quando, perchè sarebbero state trasferite quelle ossa dalla tomba di Pietro al Muro dei graffiti? Se, come tutto lascerebbe credere, quelle reliquie appartengono all Apostolo, come mai non furono ritrovate nella loro tomba? La domanda è legittima. La risposta, o meglio le varie risposte possibili, appunto perchè varie, non permettono di giungere a una conclusione univoca e definitiva. La Guarducci difende con buoni argomenti la tesi che le reliquie di S. Pietro siano rimaste nella loro tomba originaria fino al quarto secolo, quando si diede mano alla costruzione della basilica costantiniana. Soltanto allora sarebbero state riesumate e collocate con onore nel vano del Muro dei graffiti. E questo per motivi eminentemente pratici, perchè soltanto così potevano essere protette dal pericolo di disgregazione, provocato in quella zona dalle acque sotterranee e da quelle piovane (cfr. Le Reliquie di Pietro, cit., pp ). Quest ipotesi è verosimile, ma urta contro difficoltà che non si possono ignorare. Esse emergono dai dati offerti dagli scavi condotti dal 1915 in poi nelle catacombe di S. Sebastiano sulla via Appia, oltre che da alcune espressioni contenute in una iscrizione poetica, che papa Damaso, negli ultimi decenni del IV secolo, aveva fatto immurare sul fianco sinistro dell abside della cosiddetta Basilica degli Apostoli, sorta in quella località circa cinquant anni prima. Gli scavi misero in luce una specie di cortile trapezoidale costruito nel III secolo e denominato Triclia. Era questo certamente un luogo di riunione cristiana, come dimostrano le sue pareti, gremite di graffiti in lingua greca e latina, quasi tutti riboccanti di espressioni devote e di preghiere a Pietro e Paolo. Questa scoperta complicò ancor più la già tanto complicata interpretazione della citata iscrizione di Damaso. In essa il papa si rivolgeva al pellegrino cristiano con queste parole: O tu, che vieni per ritrovare i nomi di Pietro e Paolo, devi sapere che qui dimorarono i santi ; e continuava esaltando il martirio dei due Apostoli nella città di Roma, che perciò li considerava suoi gloriosi concittadini (cfr. Epigrammata damasiana, a cura di A. Ferma, Città del Vaticano, 1942, pp ). Graffiti e iscrizione attestano, dunque, che quell area cimiteriale era stata nel III secolo un centro di culto verso i due grandi Apostoli. Ma in che senso, questi, vi avevano dimorato? La risposta non sembra difficile se si ricorda che tutte le fonti letterarie antiche (dal Liber pontificalis in poi) accennano unanimemente alla temporanea sepoltura di Pietro e Paolo in quelle catacombe. Ma è evidente che ciò non potè avvenire prima della metà del III secolo, perchè soltanto allora quell area diventò proprietà dei cristiani (cfr. O. Marucchi, Le catacombe romane, Roma, 1933, pp ). E questo implica un trasferimento dalle tombe che - 20

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