CLAUDIA PANCINO UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

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1 CLAUDIA PANCINO UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Quei dolori che l huomo patisce e fa patire alla madre nel suo nascimento. Uno sguardo storico 1. De morbis mulierum - Le malattie delle donne Da quando nel Cinquecento cominciano ad essere stampati dei libri di materia medica che parlano della cura del corpo femminile e quindi di argomenti ostetrici e ginecologici, quei testi si chiameranno de morbis mulierum, sulle malattie delle donne. Si tratta inizialmente soprattutto di edizioni di classici della medicina - greci e arabi oltre che latini - che tradotti nella lingua universale che era allora il latino, e diffusi tramite la stampa da poco inventata, divulgavano quelle conoscenze antiche nei luoghi del sapere e della formazione medica. La tradizione filosofico-medica delinea e definisce forme di pensiero di lunga durata sul corpo femminile, che marcheranno profondamente la mentalità dell occidente. Il pensiero medico per lunghi secoli ha infatti avuto come centro d interesse e di studio l uomo, maschio e adulto. Per differenza si sono definiti gli ambiti del sapere medico che si occupano di donne. La principale differenza fra uomo e donna medicalmente e storicamente riscontrata è sostanzialmente la capacità femminile di generare. La medicina dotta dalla classicità greca almeno fino al pensiero medico cinquecentesco ma in moltissimi casi per molto tempo ancora - non si distacca da questo modello (fatte salve alcune eccezioni, in particolare i testi di medicina scritti da donne). Le opere dei grandi medici dell antichità greca e romana, e le traduzioni e interpretazioni che ne portarono in Europa occidentale il pensiero islamico durante il Medio Evo, andarono ad incrementare la cultura dei sapienti e a formare i medici nelle università. Sono dunque i trattati medici ostetrico-ginecologici dotti, del Cinque-Seicento, a far emergere l immagine-modello di corpo femminile, e di donna, che caratterizzano la storia della medicina dotta e la cultura occidentali: è una donna fatta per procreare, da curare se non genera. Il ruolo della stampa è stato anche in questo caso fondamentale per la circolazione di opere dotte su le malattie delle donne; il precedente pensiero medievale occidentale generalmente non le aveva ritenute degne di interesse medicofilosofico. Ho voluto fare questa breve e per nulla esaustiva introduzione, solo per sottolineare che nella storia del pensiero medico la diversità femminile rispetto all uomo cioè, ripeto, quel giovane maschio adulto che è oggetto di studio e modello di umanità nel pensiero medico viene trascritta in termini di malattia. Malattie delle donne nei testi medici antichi per secoli si intendono: mestruazioni, gravidanza, parto, allattamento, puerperio (non solo le affezioni e le patologie legate a quei periodi/fenomeni del corpo femminile). È nel contesto di questa forma di pensiero che vanno inserite le mie riflessioni sul dolore del parto. È un dolore che si inserisce in un quadro che è per il pensiero medico - quello di uno stato di perenne e naturale malattia e, come vedremo, debolezza. Al tempo stesso però 1

2 il parto, e il suo dolore, sono manifestazioni di forza, potenza e violenza del corpo. «Questo dato di base, che è al centro dell esperienza del parto», che posto ha avuto storicamente nell idea e nella realtà del parto? «Dolore e parto si chiedeva Mireille Laget nel 1981 possono essere dissociati nelle strutture mentali?» (Laget 156). Detto questo, tuttavia, vorrei subito sfatare un luogo comune, e cioè che fosse realmente diffusa la concezione del dolore del parto come punizione divina inflitta al genere femminile in conseguenza del peccato originale, o del peccato sessuale della concupiscenza. Senza nulla togliere al significato religioso (e poi anche ideologicamente interpretato) della condanna biblica, dal punto di vista storico non va però confuso un monito che viene da un testo sacro con la pratica quotidiana dei parti, con il diffuso modo di pensare, non solo dei medici ma anche delle donne. Ciò non toglie che anche il parto felice secondo la morale tradizionale debba essere doloroso. Bisogna soffrire per diventare madre, si pensava e si diceva. Quel che emerge però dalla lettura di tante opere, soprattutto di ostetricia pratica, che più di altre lasciano trapelare tratti della vita reale delle donne, l avvicinarsi del parto era vissuto con timore e angoscia, paura del dolore e paura di non sopravvivere alla prova (e anche di non vedere sopravvivere il bambino). Quel dolore era accettato come la pioggia e la tempesta, perché era inevitabile; accettato con fatalismo, rassegnazione, e con la messa in atto di tecniche, pratiche, riti, preghiere. Perché era, oggi diremmo, naturale. Non ho trovato traccia nelle mie fonti di assunzione di colpa per il peccato originale. Le donne mi pare che avessero molto altro a cui pensare. Dico subito che nemmeno nel pensiero medico il dolore del parto veniva generalmente presentato come condanna biblica; benché mai ci si pose il problema, in ambito medico di poterlo diminuire. Solo in Francia, nel periodo rivoluzionario, si pensò, ma a livello del tutto teorico e non certo come vera preoccupazione medica, di sconfiggere generalmente il dolore: durante la Rivoluzione francese, che si poneva l obiettivo di distruggere tutti i miti sostenuti dalla cristianità, si arrivò a pensare che l uomo avrebbe avuto il sopravvento sulla sofferenza: grande utopia che consisteva nel credere nell abolizione della malattia e del dolore come testimonianza di giustizia sociale e di equilibrio nel mondo (Laget, 162). Tuttavia, invece, fino agli anni Cinquanta del Novecento, i progressi in campo ostetrico hanno mirato a rendere più sicuro il parto, per la madre e per il bambino, senza mai porsi l obiettivo di diminuire il dolore del parto; il dolore era considerato - come è stato detto - un «accessorio passeggero» (Laget), del parto stesso. La tradizione popolare consolava dicendo, come a Venezia: «el mal de partorir, xé un mal desmentegon». Un dolore molto umano, per questo anche simbolico della condizione umana, rappresentativo di altri sforzi dolorosi, e per questo il concetto di parto divenne luogo di usi metaforici. Anche ai giorni nostri usiamo il termine parto per un opera che è costata molta fatica, se non dolore, e ha dato un prodotto: un parto letterario, artistico e non solo. Molte sono le scene di parto nella storia dell arte. Ma il dolore della partoriente è stato descritto dai medici, dai letterati, non tanto dagli artisti. Con qualche eccezione. Alcuni di voi conosceranno la partoriente ritratta dal Bernini in un monumento al centro 2

3 del potere della cristianità. Le fasi del (dolore) del parto sono raffigurate in una sequenza di immagini del viso di una giovane partoriente, e con lo scatto conclusivo del volto del neonato. Otto facciate dei quattro basamenti su cui poggiano le colonne dell altare del Bernini in San Pietro, raffigurano i momenti salienti della gestazione. Fino al parto. Lo stemma di Urbano VIII, che commissionò l opera, si gonfia come un ventre gravido.una scena di parto rappresentata nel luogo sacro per eccellenza, la Basilica di San Pietro, sotto lo sguardo ignaro di milioni di fedeli. La scena è da considerarsi unica nel panorama scultoreo sacro. [In sequenza sono scolpite le diverse fasi della gravidanza, dal concepimento alla nascita di un neonato.] Una scena dall alta valenza simbolica, non a caso scolpita sui basamenti del baldacchino del Bernini, esattamene sopra la tomba dell apostolo Pietro. Un simbolismo tanto colto da non essere capito già dagli stessi contemporanei del Bernini che passarono sotto silenzio la scena considerandola scandalosa e scurrile. (Sabrina Corarze) Poco si sa della storia di questo bassorilievo. La più antica testimonianza che ho trovato è quella del medico Emilio Curatulo in un testo del 1901, dove afferma che l artista volle omaggiare l affezionata nipote che stava partorendo mentre lui si trovava impegnato nella costruzione del baldacchino di San Pietro ( ). Altri vogliono che si tratti della sua amante, o addirittura della papessa Giovanna. Poco importa. Importa invece che il genio dell artista abbia voluto di sottecchi inserire il tema delle doglie del parto in un monumento destinato alla somma potenza cristiana, nel centro del Vaticano. E il volto della partoriente è di una sconcertante e quotidiana umanità. 2. Il dolore del parto: come ne parlano le fonti di medicina pratica Come parlano gli scritti di medicina pratica del dolore del parto? Le testimonianze sui mali reali delle donne e gli atteggiamenti delle partorienti ci giungono più dai discorsi dei medici che da quelli delle donne. Racconti di medici che ci paiono tutto sommato credibili e fedeli testimoni. Non molti anni prima dei bassorilievi del Bernini, l autore di un famoso testo di ostetricia pratica, il secondo in lingua italiana (e che perciò poteva essere letto anche alle donne analfabete che non avrebbero inteso il latino, lingua allora..) apre appunto il suo libro sull assistenza al parto cominciando dal dolore. È il Il capitolo s intitola: Quei dolori che l huomo patisce e fa patire alla madre nel suo nascimento, insieme con l argomento dell opera. E inizia con l incipit: Gran meraviglia pare, che l huomo, per sua natura nobilissimo, e per la stupenda compositione del corpo detto dai greci picciolo mondo il microcosmo -, e per le rare qualità dell animo [ ] riputato imagine divina, nel suo nascimento nondimeno più di ogni altro animale infelice si scuopra, così per rispetto della partoriente, la quale soffre dolori quasi insopportabili, come per rispetto suo, che è concetto e nascente, oltre i dolori più che molti, incorre in pericoli infiniti di morte, cosa che non accade nel nascimento di altri animali [Mercurio, Comare, 1]. Gli antichi filosofi, sulla cui scia si inserisce il nostro testimone, attribuiscono i grandi dolori del parto alla natura stessa delle donne, che secondo la teoria umorale che resterà in auge dalla classicità fino almeno alla rivoluzione scientifica, le vedeva dotate di una struttura fisica «umida e fredda», con conseguenti caratteristiche di debolezza - «debole e fiacca» - (caratteristiche che giustificheranno per secoli nel pensiero occidentale la definizione scientifica dell inferiorità femminile). Tornando ai filosofi e ai dolori del 3

4 parto, è questa natura «umida e fredda» ad essere la causa «di tanti guai e affanni» della madre nel parto. Quella madre che È debolissima, e frigidissima, e il parto è attione faticosissima, nella quale ha bisogno di molta forza, e perciò non potendo ella con la forza contrastare a tanta fatica, è necessario che molto patisca.[ ] Sicché essendo la donna di natura debole, patisce estremamente nel parto tanto pieno di fatiche. [salto la questione ozio ]. Quest autore si dilunga sui pregi intellettuali e spirituali delle donne, non volendo infatti abbracciare il pensiero di molti che sostenevano un indiscussa inferiorità femminile; ma quanto alla potenza fisica, non c è dubbio che la donna sia debole, anche per lui. Come peraltro è il neonato, e parlando di quest ultimo viene introdotto un elemento che presto sparirà dagli scritti dei medici, rimanendo invece nel sottofondo della cultura popolare (per tornare molto tempo dopo nel dibattito scientifico), e cioè la convinzione che lo stesso bambino soffra nel venire al mondo. E infatti, Il patimento del parto è cagionato non solo dalla natura debole della partoriente, ma anco dalla natura della creatura, imperciò che [ ] ha l huomo nel ventre materno il capo (data la proporzione) più grossa [sic] d ogni altro animale, e questo è il primo a uscire fuori del parto naturale; però, essendo più grosso di ogni altro membro, e dovendo uscire per luoghi tanto angusti, e stretti, non può fare di meno, che non apporti dolori estremi a sé, come alla madre. Nell opera da cui ho letto queste citazioni, l autore ha dedicato fin qui quattro fitte pagine a descrivere i perché dei dolori nel parto. In una dozzina di righe riassume il pensiero di quelli che definisce i teologi. I teologi poi ancora essi hanno ragionato di questo fatto altamente, e hanno detto che la madre partoriente, e il figlio nascendo in questo atto, sono soggetti a mille pericoli di morte, e ad altrettanti affanni per il peccato originale, [ ] avendo detto il grande Iddio alla donna: nel dolore partorirai i tuoi figliuoli, e io moltiplicherò i tuoi parti, ma ancora moltiplicherò i tuoi affanni». Dodici righe contro quattro fitte pagine fanno propendere per l ipotesi che questo autore, peraltro molto religioso [ ], fosse più attento a un interpretazione medica e pratica che non alla condivisione della ricerca di cause ultime e punizioni divine. Soffre la madre e soffre il bambino. In un altro testo si parla del neonato come di un bambino stanchissimo «per gli enormi patimenti che soffrì nel nascere» (??). Non mi posso dilungare su questo punto, ma voglio almeno ricordare il saggio del 2010 La douleur du nouveau-né et du foetus del medico anestesista Jamil Hamza, professore universitario e responsabile del reparto di rianimazione dll ospedale st. Vincent de Paul di Parigi cito Il dolore del neonato è stato a lungo negato e a volte lo è ancora in certi dibattiti scientifici o in riviste prestigiose; il dolore del feto è messo in dubbio. E necessario avere conoscenze scientifiche e basi razionali per poter affermare che si tratta proprio di dolore, e è necessario identificare gli aspetti fisiologici per poterne parlare e per sapere come trattare. 4

5 Ma anche solo restando alle doglie delle donne, gli uomini del lontano passato in genere poco sanno, sia di quei dolori che di quei momenti d angoscia, perché come ben esprime il grande dotto bagnacavallese Tomaso Garzoni, nel 1586 gli uomini stanno fuori dalla porta, da dove «si sente lo strepito e i gridi sì della madre, come del bambino che esce fuori» [cit. in: Pancino/bambino]. 3. Buone pratiche Cosa si faceva di fronte ai dolori del parto? Come anche nel caso delle vere malattie i testi di medicina pratica testimoniano il ricorso a un insieme di risorse. Nel caso del parto troviamo unzioni e massaggi sul ventre della partoriente, la presenza di donne con il compito di «consolare» e aiutare fisicamente, reggendola, la gravida, di parole di incoraggiamento da parte dell ostetrica. Si trova l invito a non gridare e a controllare la respirazione. Stando accanto alla partoriente, la levatrice «l avertisca a non gridare o piangere, ma a trattenere il fiato più che sia possibile, perché il fiato trattenuto accelera e facilita il parto mirabilmente» [Mercurio, comare, 86]. Altri documenti consigliano di far tenere in mano alla donna in travaglio del sale grosso, dicendole di schiacciarlo nei pugni quando arriva una doglia. In sintesi, si può dire che i manuali d ostetricia per la preparazione delle levatrici fra Cinquecento e Settecento, sono pieni di consigli che mirano a soddisfare un esigenza che è stata definita di «pacificazione e serenità». Così sono state riassunte da una storica: -l ostetrica deve - avere un aria allegra; - adattarsi all umore dell ammalata, essendo la partoriente in tutti i testi nominata come malata; - incoraggiarla, rassicurarla, persuaderla che sta per partorire [ ] - evitare di parlare in disparte con le vicine, di sussurrare all orecchio, di avere atteggiamenti che possano indurre inquietudine; - parlare del bambino, assicurare che sta bene; - parlare di Dio, e dell utilità della sofferenza» (Laget 161). A volte tutto questo è espresso con un po di paternalistica ironia: Sia la commare affabile, allegra, gratiosa, burliera, coragiosa, e faccia sempre buono animo alle gravide col prometterle che partoriranno un filio maschio al sicuro, e che non sentiranno molto dolore, e ch ella ben lo sa, per molti segni che ha osservato in altre, il che quantunque sia buggia, non essendo detta per danneggiare altrui, ma solo per aiutare e innanimare le partorienti, credo si possa dire senza scropolo di peccato (Scip/comare, 72). Tanto più, aggiunge quest autore, che anche Platone nella Repubblica, dice che è concesso al medico dir bugie per consolare l ammalato. Il dolore c è, come la paura; si tratta di sensazioni e sentimenti che vengono accettati e nominati, ben di più e più tranquillamente di quanto si farà nel periodo della maternità felice mitizzata e pubblicizzata dalla seconda metà del Novecento. Anche nel passato le esperienze furono molto diverse, purtroppo della maggioranza dei parti più che vere informazioni abbiamo testimonianze indirette o deboli echi. 5

6 Ma già nei primi studi a largo raggio sulla storia del parto, pubblicati quasi trent anni fa, è stata messa in evidenza la peculiarità - la storicità - dell esperienza, del vissuto del dolore nel parto, da parte di donne di appartenenze culturali diverse. Uno studio francese del 1982 cioè esattamente di trent anni fa -, confrontava le informazioni che provenivano da documenti, sul dolore nel parto, in Francia e in occidente fra Seicento e Ottocento, con diverse esperienze e espressioni del dolore che si «confrontavano» già allora nei reparti di maternità francesi, con le ondate migratorie del secolo scorso (dunque, anni 70 e 80). In Italia queste tematiche sono state registrate e problematizzate con una ventina d anni di ritardo rispetto alla Francia. Lo storico in questione, parlando del Settecento, scrive [Laget ]: man mano che la donna si avvicina al termine del parto, grida. In una società in cui l espressione di se stessi è molto pudica, le donne gridano la loro sofferenza e il loro dolore: grida, urli che fanno parte del rituale. Questa esplosione, questa perdita di controllo si comunica alle persone circostanti. La donna che partorisce non è più un giocattolo in una celebrazione tragica del dolore o, fin dall inizio, è spiritualmente prigioniera del ruolo che le è stato assegnato; attorno a lei si condivide la sua infelicità con altri gemiti, altre grida. [...] Il grido diventa un modo di comunicare, e così anche esteriorizzare il dolore e superare l angoscia. Ma la donna meridionale non grida più delle altre? I medici del XX secolo che fanno partorire donne immigrate dicono volentieri di quelle che urlano: «è un iberica!». Oggi si legge negli studi e si sente raccontare da ostetriche e ginecologi quanto siano diversi i comportamenti delle donne in travaglio provenienti da culture e paesi diversi (perché le cinesi non gridano? Mi ha chiesto una giovane ostetrica durante un ncontro formativo in Friuli). La cultura del dolore, della sua espressione, non sono state e non sono tutte uguali, fanno parte della storia delle società e delle culture. Oggi la scienza fornisce spiegazioni. Voglio citare il saggio di Monique Valentino, altro medico anestesista, sulla percezione dolorosa durante il parto al di là dell innervazione. Dice: «I fenomeni meccanici non spiegano da soli i dolori provati dalle donne.ogni dolore è soggettivo, cioè è provato da un soggetto attraverso il filtro della sua storia personale, familiare, sociale, del suo gruppo culturale, e della sua appartenenza religiosa». Durante il parto, invasa dalla violenza delle contrazioni uterine che vengono dall interno del suo corpo «ogni partoriente produce un dolore che appartiene solo a lei». Società e culture che tuttavia in tempi lontani hanno saputo mischiare anche frammenti di tradizioni e riti, fra oriente e occidente, fra lato sud e lato nord del Mediterraneo, in modi per noi oggi impensabili. La rosa di Gerico C è un amuleto vegetale utilizzato nel passato come talismano per il buon andamento del parto, il cui nome più comune fra XVI e XIX secolo è «rosa di Gerico»; a Venezia si diceva «rosa della Madonna», altrove «rosa di Fatima». Il suo nome scientifico è anastatica hierochuntica. Si tratta di una infiorescenza che quando è secca ha l aspetto di un bocciolo legnoso di rametti che, chiusi su se stessi, producono una forma vagamente sferica. Se messa a contatto con l acqua l infiorescenza si schiude, si apre e rinverdisce. Per l analogia che suggerisce con l apertura della bocca dell utero durante il parto, l amuleto si diffuse 6

7 nell Europa d età moderna e rimase poi localmente nelle tradizioni fino a tempi recenti. Testimoni del Settecento raccontano di levatrici che all inizio del parto ponevano accanto alla partoriente un vaso con dell acqua dove, all inizio del travaglio, veniva appunto posta la rosa di Gerico. Col passare delle ore il suo dischiudersi avrebbe agevolato il buon andamento del parto. L habitat della rosa non è però l Europa - dove è stata appunto osservata dai medici nelle stanze delle partorienti - bensì il lato sud del Mediterraneo. Come avrà fatto a diffondersi l amuleto e il suo uso? Quali percorsi di navi, strade e culture, hanno portato in Europa quel «fiore» miracoloso? Potremmo chiamare questa una pratica transmediterranea, nell ipotesi (in realtà non dimostrata), che nel lato sud del Mediterraneo, da dove è stata introdotta in Europa la rosa di Gerico venisse utilizzata nello stesso modo. Com è potuto accadere che donne francesi o italiane, veneziane, volessero la «rosa di Gerico» accanto a sé nel travaglio del parto? (dato che, appunto, la «rosa» non cresceva il Italia, né il Francia, né in Spagna quella pianta, bensì in Nord Africa, in Asia Minore, Arabia, Israele ). Tracce di conoscenze e pratiche di paesi lontani che si affacciano sul mare Mediterraneo si trovano in usi e gesti di cui a volte non si conosce l origine. Il pensiero analogico, la conoscenza delle proprietà di erbe e minerali, il commercio in antico regime di amuleti, pietre e piante, parlano di percorsi di comunicazione che sono confluiti in diversificati modi di fare conoscenza. Avranno le donne dell Europa cristiana di tre secoli fa vissuto il travaglio del parto con la stessa sofferenza, le stesse manifestazioni di paura e angoscia, con richieste d aiuto simili a quelle espresse dalle partorienti coeve della Tunisia del Marocco dell Egitto, del Libano? Voglio concludere con un informazione che viene del presente, dall altro lato questa volta dell ocean. Sul quotidiano la Repubblica del (?) giugno 2012 in un trafiletto (che non sarà sfuggito a molti di voi) si legge: Una nuova figura professionale si sta facendo largo oltreoceano: il fotografo del parto, quello sì, più del matrimonio, un momento storico nella vita di una madre, bene o male anche di suo marito ma soprattutto del bimbo che viene ala luce. [ ] Ma esattamente di che cosa? Di quali primi piani di quali dettagli? Non dico da «schiaffare in Facebook» come chiede il giornalista, ma io più all antica mi chiedo: quale foto sarà incorniciata? Un immagine del tipo di quelle del Bernini? Il volto contratto dal dolore e la bocca aperta che emette un grido? (e la foto dove sarà collocata?) 7

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