IL CASTELLO DI AMANTEA: alla ricerca di un perché. Alessandro Tedesco

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1 IL CASTELLO DI AMANTEA: alla ricerca di un perché di Alessandro Tedesco Amantea, città prima chiamata Napatia, o città del Pizzo detto Napitia; e da Nepetiam denominato il golfo Nepetino sino al Capo Vaticano. Al contrario alcuni chiamanla Napetia, il golfo Napetino. Trovasi anche detta in latino Amantia o Amanthea. Credesi dal P. Fiore fondata da Focesi dopo le rovine di Troia passati in quella riviera di Calabria. È stata Vescovado, e per le rovine succedute in tempo dell incursioni fatte da Saraceni, fu unita con quella di Tropea da Normanni, come si dirà appresso. L armi di detta Città sono un mare con sopra una torre, e la corona fassi in cima del campo. Sta ella sita al posto, come vedi, nella marina bagnata a pié dell onde, in un luogo ripido sopra un brezzo di pietre: sopra di essa avvi un Castello fortissimo, la dove soglionsi incatenare alcuni carcerati per maggior sicurezza. È stato prima infeudato ad alcuni, come più giù, e poi fatta demaniale dal Re Ferdinando II, e concedutole che per l armi potesse detta città aggiunger la corona. Ha patito le sue disgratie nei tempi antichi, mentre per le stesse scorrerie fatte dai Saraceni, in tempo che risedevano nella Sicilia, fu da loro occupata. Ma poscia ricuperata dai Greci con Niceforo Foca nell anno 884. Alcuni dicono che fosse recuperata insieme a Tropea e S.ta Seve.na nell anno 890 da Niceforo Foca cap.no fatto dal Imp. Basilio. Ma poi ricaduta nuovamente in potere di d.i Saraceni, né poté più ritirare sicchè fiorisse come p.ma. Nelle guerre sotto al Re Carlo p.o il vecchio, venne dopo (un) certo assedio presa da Adimboldo Cambrese, e passò alla dinastia del Re di Sicilia Giacomo: e poi nel 1269 da Pietro Ruffo Conte di Catanzaro restituita alla grazia di Re Carlo. Nell altre guerre il Re Ferdinando Secondo e sotto il Principe Federico furon l altezze a riconoscerlo. Non così fé al Re Ferrante 2 il giovane figlio d Alfonso, il quale ritrovandosi sequestrato nell isola di Ischia, Nicola Baldacchino sindaco di detta città con un vascello carico di rinfreschi passò a riverirlo a dimostrazione della fede di d.a sua patria: e in siffatta maniera come benemerita, fu dal med.mo Re dare della girata all armi con la Corona, privilegiata ancora del Regio Demanio e dichiarata a lui e ai suoi heredi immediatamente soggetta: e che in ogni caso di contrasto si potesse difendere coll armi in mani, senza traccia di ribellione. Gode detta città altri privilegi da me veduti, e riferiti dagli altri, per essere franca delle collette fiscali e di altri pesi: e gode del pari, come l Isola di Lipari, e di altre prerogative per concessioni fattele da Re Alfonso d Aragona figlio ed altro Re Giovanni 2 e 4 dì febbraio 1456, di Ferdinando 2 a 17 di Marzo 1495, a 22 di Luglio 1496 e da Ferdinando Re d Aragona a 29 di febbraio 1507, e del Viceré [ ] a febbraio di [ ] a 3 di Gennaio Vi ha alcune famiglie nobili, come nel proprio Cat.o XV. Vi fiorirono personaggi di varie cariche nella Real Corte di Napoli. Vi ha Chiese e Conventi, e fra gli altri dell Ordine francescano, come di frati Conventuali, di Minori Osservanti nella cui Chiesa riposano i Corpi del B. Giosuè vescovo già di detta città, e del B. Antonio Scozzetta di d. Città e Ordine, e anche il Convento di Frati Cappuccini, il Coll.o del Gesù e un Convento di Monache. Abbonda il territorio di detta città di frutti diversi, d olio e capperi; vi cresce la lunaria e la scorpionara, spezie d aconito, vi scorre il fiume Catocastro. Manca un sol Casale chiamato S. Pietro il quale era al passato con Belmonte posseduto [ ].

2 Questa splendida descrizione di Amantea risale alla seconda metà del XVII sec. ed è tratta dall opera enciclopedica Calabria Sacra e Profana del frate osservante Domenico Martire, riferimento basilare per chi voglia intraprendere studi storici sulla Calabria del passato. Mi trovai a ricercare e trascrivere questa descrizione storica qualche anno fa, agli inizi dei miei studi universitari quando molti fatti e personaggi richiamati nel testo, legati alla storia del luogo, non erano da me ancora conosciuti. Mi ricapitò tra le mani solo la scorsa estate e rileggendola mi accorsi che tale descrizione, estremamente sintetica, non aggiungeva niente di sostanziale rispetto a quanto già noto attraverso i mille studi prodotti dagli storici locali sulla storia amanteana, ma ciò che mi colpì furono le parole Castello fortissimo, quel castello sito sulla roccia scoscesa che fu protagonista della maggior parte degli accadimenti storici significativi della città. Allorché, riflettendo su tali parole, iniziai a pensare di non conoscere affatto la struttura fisica del castello amanteano; poche volte era salito fino alla torre Civita ma mai avevo continuato quel faticoso cammino che consente, qualche centinaio di metri più avanti, di raggiungere il castello. Così, sul finire del mese di ottobre dello scorso anno, facilitato anche da un provvidenziale incendio che ha interessato la piana del castello, rendendo accessibile l area, ho affrontato un sopralluogo critico dei ruderi con tanto di copia della pianta storica del castello, di Giuseppe Bardet di Villanova (risalente al 1799, quindi rappresentante l impianto, eccetto alcune mancanze nel disegno da me riscontrate, così come appare oggi, in virtù del fatto che il castello venne dismesso in seguito all assedio napoleonico conclusosi nel 1807), alla mano. Durante la salita, all altezza del complesso di San Francesco d Assisi, incontrai una coppia di ragazze, credo inglesi, impegnate nella discesa che si stavano riposando appoggiate alla parete rocciosa. Incrociandole, mi fecero un segno di saluto, io ricambiai e le augurai una buona discesa; e loro con area di disappunto mi dissero: It s a real shame! a place so beautiful but abandoned. Too bad... and then this fantastic view. how much money lost!. L ascolto di quelle parole mi fecero tornare alla mente tanti discorsi fatti per strada o con amici sulla nostra incapacità di sfruttare le bellezze di cui è ricco il nostro territorio, ma in un primo momento non volli associare i contenuti di quei discorsi alle parole delle due ragazze, che avevano tutta l aria di due turiste occasionali quindi, con molta probabilità, approcciatesi a quel panorama e a quelle rovine consistenti solo in quell occasione; anche se l affermazione fatta da una delle due ragazze mi colpì particolarmente, sia per la gravità delle parole che per l amarezza trasmessa dal viso di chi parlava. Io, rimasi in silenzio, le salutai e continui a camminare verso il castello. Il sopralluogo è durato un intera giornata, dalla mattina presto fino al tramonto, tempo durante il quale ho fotografato i ruderi e ho appuntato una serie di considerazioni su una preziosa agendina. Vorrei qui riportare alcuni stralci, riorganizzati in maniera discorsiva, di quelle pagine: Dall esterno, sul fronte occidentale, si può osservare un maschio murario isolato che fa parte del muro perimetrale dell ala del castello lungo la quale erano disposte le stanze dei soldati qui di stanziamento. Si osserva come già altri crolli hanno interessato la parete su entrambe i lati del maschio murario in esame in epoche non note, ma è evidente come questo maschio murario sarà la prossima porzione del castello a crollare perché si può notare, guardandolo attentamente, come questo sembrerebbe essere interessato dalla preparazione ad un meccanismo di collasso. Infatti, questo maschio murario isolato, non ammorsato ad altre pareti, nella parte bassa è interessato dalla formazione di un ideale cerniera cilindrica costituita dalla lesione che, seguendo precise vie preferenziali tra gli elementi resistenti della muratura, taglia l intero maschio e presenta un andamento approssimativa-

3 mente orizzontale. Nel caso in cui si venisse a generare una spinta orizzontare (dovuta all azione del vento, o ad una scossa sismica anche di bassa intensità, come quelle che quotidianamente interessano la Calabria) che superi una certa intensità, si verrebbe ad innescare un meccanismo di collasso per ribaltamento del maschio murario verso l interno del castello (I meccanismo di collasso di Rondelet). È la stessa situazione che negli ultimi anni, qualche metro più giù rispetto al castello, si è verificata presso il convento del San Francesco d Assisi, dove uno stralcio di parete della chiesa ha subito la stessa sorte sotto i nostri occhi, come si evince osservando la foto contenuta nel libro di Enzo Fera Amantea del In tale foto è presente una parete, lunettata alla sommità, che già nel 2006 come documentato da personali foto risultava quasi totalmente crollata: un pezzo del patrimonio architettonico della città perso per sempre. Quindi, la storia sembrerebbe si stia preparando a ripetersi sul maschio murario del castello, le leggi della statica, tra non molto, avranno la meglio. Entrando all interno della struttura si vede ben poco perché fondamentalmente si possono osservare su tre dei quattro lati (nord, ovest, sud) solo cumuli di sassi e detriti delle parti alte dei paramenti murari che delimitavano i locali del castello [(lato sud: chiesetta, sagrestia, carceri, ambienti di deposito), (lato ovest: locali destinati ad uso proprio del castellano),(lato nord: locali destinati agli alloggiamenti dei soldati)]. Questo però non esclude ciò che credo fortemente: ovvero, in alcune porzioni di questi tre lati, sotto le macerie delle parti alte dei paramenti, si trovano sepolti importanti spazi posti al piano di campagna, spazi non visibile allo stato attuale. Questa ipotesi diventa certezza lungo il lato est dove è possibile scrutare, tra l erba alta e le macerie, ambienti piccoli, integri o parziali, posti al livello del piano di campagna con copertura a volta; e per continuità spaziale, altri locali simili è ipotizzabile pensarli laddove gli accumuli di macerie rendono impossibile la vista e il sopralluogo. Oltre a questo, però, è necessario porre l attenzione sull elemento esistente ancora oggi più importante tra tutti gli spazi interni del castello, ovvero la torre a pianta quadrata che nell antica piantina veniva indicata come battaria con artiglieria ; questa era la torre maestra che, dall interno delle mura perimetrali, dominava il castello e dal quale si sparava con i cannoni. Questa torre era a pianta quadrata, era alta 2 o 3 livelli (sono certo dei due più alti perché ci sono stato dentro, forse c è anche un terzo piano, o verosimilmente un piano interrato scendendo verso il basso; ma lo stato e la disposizione degli accumuli di detriti non permettono di intuire molto di più). E indubbio il valore di questa porzione del castello in quanto l antica torre è l unico spazio dello stesso che contiene ambienti chiusi ancora dotati delle loro coperture, mantenutesi integre, anche se una serie di dettagli lasciano pensare che tali coperture possano crollare da un momento all altro; infatti, gli ambienti interni coperti, posti ai diversi livelli della torre, sono caratterizzati da una superficie calpestabile di 40 mq circa, da qui la straordinaria importanza di tali volte a botte in muratura di copertura. Dalle scritte lasciate sui muri dei locali interni alla torre maestra è evidente che altre persone negli anni vi sono entrate. Almeno due piani della torre conservano le loro volte, anche se critica è la salute della volta a botte che caratterizza l ambiente interno posto all ultimo piano (secondo livello). Infatti, osservando l intradosso della volta si può notare un rigonfiamento accompagnato da vistose crepe, segno questo che nel tempo i crolli verificatisi in adiacenza alla torre, e alla sua sommità, hanno comportato nuovi assetti in termini di carichi gravanti sulla volta; questi nuovi assetti hanno provocato, evidentemente, nella zona della volta rigonfiata delle eccentricità di carico che mandano in trazione la muratura, questa si lesione e lentamente si prepara al collasso. Dalla semplice osserva-

4 zione, non si può valutare l esatta causa che comporta l abbassamento della volta, però per qualche motivo sollecitativo la volta tende ad aprirsi, quindi a collassare; a me sembra che la volta si trovi in una condizione di equilibrio limite. Inoltre, al di sotto del piano di calpestio di questo ambiente se ne trova uno identico al primo livello, quasi completamente colmo di detriti, con la stessa copertura voltata a botte, sempre delle stesse dimensioni, nel quale si accede sembrerebbe solo attraverso un foro posto ad un angolo del pavimento dell ambiente al secondo livello; strisciando, sono entrato anche in questa stanza colma di detriti e ne ho constatato la presenza. Questi sono solo alcuni stralci degli appunti presi quel giorno, relativi alle criticità più imminenti riscontrate, alleggeriti da dettagli ingegneristici incomprensibili ai più e, quindi, poco consone alla rivista e ai lettori. Ma ciò da me riportato basta abbondantemente a denunciare un caso di abbandono che svilisce la memoria delle nostre origini e depauperizza il valore del nostro patrimonio architettonico-paesaggistico, appartenente non solo alla sfera culturale amanteano, ma calabrese. Quando si giunge in prossimità delle mura perimetrali presso il fronte nord, ai piedi della torre circolare dell angolo nord-ovest, oppure si ammira l edera scenografica che avvolge e arricchisce l ormai impraticabile ponte sopraelevato di accesso al castello che sovrasta il fossato dal lato settentrionale, il primo sentimento che assale il visitatore alla vista di quegl imponenti ruderi avvolti dalla vegetazione è quello di tristezza, una tristezza legata all immagine di una traccia della memoria storica calabrese fatta pietra che lentamente perde pezzi e si cancella, visti gli evidenti e numerosi acciacchi, nonché menomanze, che presenta la struttura. La vista del complesso, sia esternamente che internamente, richiama alla mente la visione romantica del paesaggio antropizzato, caratterizzato dai ruderi di antiche costruzioni, che in più luoghi calabresi è stato immortalato nelle iconografie storiche dei viaggiatori in terra di Calabria a cavallo tra i secc. XVIII-XIX, come quelle ritratte nei disegni di Ignazio Stile e le incisioni di Antonio Zaballi; o le descrizioni crude ma autentiche di letterati come Alexandre Dumas o Claude Dundas, ai cui occhi si manifestò subito una Calabria straordinaria, dai colori intensi e dai paesaggi struggenti, una parte di quella che definisce l Esperia favolosa, contrada prediletta da Dio e dalla Natura. E come non provare questa sensazione di bellezza alla vista di tale paesaggio, completato dalle tinte chiare del cielo e il blu del mare che alla sera offre tramonti mozzafiato alle spalle delle Eolie, il tutto confinato a Sud dal Golfo di Sant Eufemia che sembra voler chiudere, come ad incorniciarlo, un quadro già perfetto. Le rancie tinte del crepuscolo spandevano una mesta luce paonazza sulla costa scogliosa e le montagne boscose della Calabria, nido dei briganti più feroci del mondo. La bandiera tricolore sventolava sulle torri di Sant Amantea, cittaduzza al nord della baia, signoreggiata da un castello, sopra una roccia scoscesa, occupata dal nemico, e il fumo del cannone della sera alzatasi in candida nuvoletta dai lontani bastioni, quando l ultimo legno della nostra squadra ebbe appunto gettata l ancora. Questo era l immagine spettacolare nell ultimo giorno di giugno del 1806 quando, già verso sera, una piccola flotta inglese approdò poco più a Sud della baia di Sant Eufemia con a bordo il luogotenente Claude Dundas del 62 reggimento di Sua Maestà Britannica e aiutante di campo di Sir Giovanni Stuart, comandante del corpo inglese inviato ad aiutare i Borboni contro i Bonaparte; giunto alla fine della mia lunga escursione, non riuscii ad esimermi dal non ricordare questa bellissima descrizione, letta tempo fa, mentre scattavo l ultima fotografia di quel posto magico prima di riscendere verso casa alla sera, ricco di tanti elementi di studio e riflessioni appuntate al momento.

5 Ormai sera, sotto una luce che diventava sempre più rossastra, date le spalle al castello iniziai la discesa verso il quartiere Catocastro, ma prima di uscire dalla cinta difensiva della piana mi fermai ad osservare un altro pezzo pregiato del patrimonio architettonico amanteano, la torre d avvistamento Civita. La cosa che più mi colpi fu l accumulo di sassi che, distaccatisi dai paramenti murari, si andarono progressivamente ad accumulare ai piedi della torre stessa, accumuli di cui si poteva apprezzare la consistenza in virtù dell erba bruciata dall incendio dei giorni prima. La torre, risalente all età sveva (XIII sec.), è perfettamente cilindrica e poggia su un importante basamento poligonale; la sua posizione ne garantiva la relazione visiva a Nord con la torre di Camoli, a Sud con la torre di Coreca (e, di conseguenza, con quella di S. Giovanni sita a Campora). La torre presenta una sempre più grande porzione muraria mancante, in corrispondenza dell originaria porta sopraelevata attraverso il quale si accedeva all interno della torre (suddivisa in più livelli come testimoniano le buche pontaie in cui si inserivano le teste delle travi in legno di sostegno dei vari impalcati interpiano) e attraverso scale a spirale, interne al doppio paramento murario caratterizzante lo spessore della torre stessa, all impalcato praticabile di copertura dal quale si espletava la funzione di vigilanza propria della struttura difensiva. Ma il sentimento di tristezza, che prima provai alla vista delle mura del castello, si trasformò in rabbia alla vista di quei conci lapidei, caratterizzanti i contorni delle porzioni murarie ormai perdute della torre, che privi dell azione collaborante della malta, disgregatasi, stavano pronti a venire giù non appena l equilibrio precario concesso loro dal mutuo contrasto reciproco sarebbe stato vinto dalla forza di gravità; senza parlare della sensazione di impotenza provata alla vista, tra le pietre accumulatesi alla base, dei conci lapidei lavorati che costituivano alcune tra le mensole di coronamento a tre masselli della torre. Era ora di riprendere la strada di casa e di continuare a scendere verso la marina, ripercorrendo le caratteristiche scale scavate nella roccia tufacea secoli prima. Mentre camminavo non potei fare a meno di analizzare mentalmente ciò che avevo veduto durante l intera giornata e più riflettevo e più lo sdegno in me cresceva, raggiungendo la soglia massima quando lessi, sul fianco del piedritto del piccolo arco aperto tra la cinta muraria del pianoro che da l accesso al castello, un tabella rettangolare metallica, infissa al muro, che lascia leggere in scritta bianca Proprietà Privata Folino. Sapevo già che l intera area fortificata è di proprietà privata di questa famiglia stabilitasi oggi, da quanto appreso, nel napoletano; però, fino a quel giorno non conoscevo né l entità reale del sito costruito, né tantomeno conoscevo lo stato dei luoghi. Solo a fine giornata ho fatto mia l importanza del luogo e la magnificenza che solo il connubio testimonianza storica natura può regalare e trasformare nel concetto di paesaggio, sicuramente tra i più belli da me visti almeno in Calabria. Pertanto, mi chiesi e mi chiedo, tra me e me, come sia possibile che un bene culturale così importante nel panorama regionale sia ancora oggi, XXI sec., di proprietà privata. Non che questo non sia fattibile in termini di titolarità del diritto di proprietà sul bene architettonico in sé, ma che tale diritto poi non sia accompagnato dall azione di cura e tutela del bene stesso (come avviene, ad esempio, per il castello di Roseto Capo Spulico, tanto per rimanere nella provincia di Cosenza) da parte del titolare che, in quanto proprietario di un bene rappresentativo di una testimonianza della memoria collettiva, non può rimanere impunito di fronte al suo immobilismo che, anno dopo anno, provoca un danno su una traccia del passato che appartiene a tutti noi. E sempre, tra me e me, mi chiedo come sia possibile che un bene culturale di tale portata non sia stato oggetto, già da decenni, non tanto di interventi strutturali di consolidamento, perché per questi il bene deve essere rimesso in mano pubblica e ciò non è ancora avvenuto, piuttosto di interventi

6 provvisori di puntellamento o concatenamento che, quanto meno, avrebbero cristallizzato quanto possibile lo stato dei luoghi e bloccato provvisoriamente l avanzata e lo sviluppo dei dissesti cause dei progressivi crolli succedutisi negli anni. Eppure, questo dovrebbe essere compito della Sovrintendenza, così come leggo da una generica fonte: le attività delle soprintendenze si esplicano nell'individuazione dei beni e indagine conoscitiva e successivo iter vincolistico sui singoli beni, nonché nella protezione dei beni, ovvero controllo, attraverso specifici permessi, sui lavori di restauro [ ] Infine, valorizza il patrimonio, ovvero promozione e sviluppo di attività culturali necessarie a diffondere i valori dei beni. Insomma, posso tranquillamente affermare che sul territorio amanteano di tutto ciò la Sovrintendenza ha fatto veramente poco; inoltre, dovrebbe essere l ente che, a prescindere dalle gerarchie, anche di proprietà sui beni stessi, interviene in caso di pericolo e conservazione del bene stesso, in virtù del fatto che la Sovrintendenza è un organo periferico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali al quale viene attribuita la potestà della tutela e valorizzazione di un interesse pubblico sovraordinato rispetto al diritto di proprietà del singolo cittadino, ovvero la tutela del bene culturale che è per l appunto un bene a tutela rafforzata. Mi chiedo perché la giurisprudenza non consente a nessuno, almeno fino a quando il procedimento d esproprio non giunga definitivamente a concretizzarsi nel relativo provvedimento che sancirà il passaggio del diritto di proprietà all ente comunale, di intervenire sulla struttura fortificata al fine quanto meno di arginare i dissesti in atto. E infine, mi pongo la domanda forse più importante tra tutte le altre: perché tutto ciò avviene nella completa indifferenza della comunità amanteana? Quali sono i motivi per i quali alcuni presunti dotti della città preferiscono attribuire connotati culturali ad una squallida e orribile casa cantoniera, sita nella fraz. di Campora San Giovanni, piuttosto che interessarsi delle criticità che caratterizzano il vero patrimonio culturale locale? eppure i temi da trattare sarebbero numerosissimi: la totale assenza di percezione su ciò che sta accadendo tra le rovine della fortificazione antica (castello, torre Civita e cinta muraria difensiva); mancanza di finanziamenti per completare i lavori di consolidamento strutturale del Complesso di San Francesco d Assisi o per continuare gli scavi presso il sito termale di età romana a Campora; mancanza di una sala espositiva o, comunque, di un locale i- doneo dove esporre gli oltre 4000 reperti (tanti sembrerebbero essere da quanto mi è stato riferito da un membro dell amministrazione comunale) provenienti dal territorio di Temesa; la necessità di riconsolidare le torri costiere di Coreca e della Principessa; ect ect Da laureando in ingegneria edile/architettura, mi rattristo profondamente quando appuro, toccando con mano, quanta poca attenzione venga da troppo tempo destinata alla sfera culturale della mia città. Spesso, quando si parla di cultura, si pensa a qualcosa di astratto, a qualcosa di non proficuo, di qualcosa di inutile e fine a se stessa. Ma purtroppo, quando si pensa così si è enormemente fuori strada. Infatti, non ci si sforza di capire che un bene culturale non è solo un oggetto che induce, con il suo valore storico ed artistico, all appagamento dei sensi dei più sensibili, ma è prima di tutto un bene economico e come tale può, se valorizzato, portare benefici economici alla collettività; e non si capisce nemmeno che il territorio amanteano, da questo punto di vista, ha ereditato un patrimonio storico, architettonico ed artistico tra i più ricchi in terra calabrese. Infatti, si dovrebbe pensare che il territorio di Amantea è interessato dalla presenza di testimonianze che abbracciano un arco temporale vastissimo che supera i 3000 anni; tutto questo tempo ci ha lasciato in eredità tesori importantissimi di cui noi cittadini, presi dalla vita apparentemente concreta del quotidiano, spesso ci dimentichiamo mentre in altri posti, con molto meno, si mandano avanti intere economie. Purtroppo

7 in Calabria le cose da questo punto di vista non funzionano affatto, se si pensa che solo Amantea beneficia, tra le tante cose, anche della presenza della Temesa Omerica; di una villa romana che, alla luce di quanto scavato finora, non ha eguali in Calabria; di un centro storico tra i più incantevoli della regione; del Convento di San Bernardino che rappresenta un unicum architettonico emblematico per l intero filone architettonico francescano; del Convento di San Francesco d Assisi, da poco oggetto di interventi di consolidamento strutturale ma già nuovamente avvolto dalla vegetazione, rappresentante uno dei tre insediamenti più antichi del francescanesimo in Calabria; di una statua di Antonello Gagini, aiutante dell immenso Michelangelo (e facciamo finta di non vedere le macchie di ruggine che da anni sporcano il candore del marmo carrarese che la compone); di una pala marmorea attribuita a Pietro Bernini, maestro della scultura tardo-rinascimentale; per finire con il regio castello, oggetto principale del presente saggio, che fu uno dei più importanti dei regni monarchici succedutisi, in passato, in terra calabrese e noi contemporanei ci prendiamo il lusso di tenerlo nell abbandono più assoluto. Ma vi sembra poco? Vi rendete conto con che facilità stiamo dimenticando una fortuna così grande ereditata dai nostri antenati facendo finta di niente? In altri luoghi, soprattutto da Roma in su, si sarebbe capito da decenni che investire nella valorizzazione di queste ricchezze è prioritario al fine di rinnovare l immagine della città, per creare nuovi posti di lavoro soprattutto tra i giovani e per offrire un alternativa al solo mare in ambito turistico. Invece né una mostra, né un museo, né un laboratorio didattico, eppure si potrebbe vivere anche di questo. L immobilismo culturale non deve essere erroneamente attribuito alla crisi economica odierna che taglia i fondi alla cultura, ma all ignoranza e all inettitudine delle classi politiche che si sono succedute nella nostra città e che avrebbero potuto, con un po più di lungimiranza, competenza e cultura, capire che investire dei soldi pubblici (quando questi non mancavano) in operazioni qualificate di recupero e valorizzazione del patrimonio storico, artistico ed architettonico della città avrebbe portato benefici per la comunità, anche se per cogliere tali frutti bisognava fare scelte politiche i cui risultati si sarebbero registrati a medio, lungo termine piuttosto che entro la fine del mandato amministrativo. Ma purtroppo, la cittadinanza ha sempre concesso alle amministrazioni comunali una politica di rendiconto, e oggi ne paghiamo le conseguenze. E scandaloso pensare che i reperti della Temesa omerica, la cui valorizzazione per la nostra comunità potrebbero rappresentare ricchezza, sono chiusi imballati in casse ormai poste ad un angolo dei magazzini sotterranei della Sovrintendenza di Reggio Calabria quando potrebbero, invece, essere esposti richiamando, se pubblicizzati a dovere, un nuovo tipo di turismo finora non conosciuto da Amantea: il turismo culturale, quello che noi tanto apprezziamo quando ci rechiamo nelle rinomate città d arte. Puntare sulla valorizzazione culturale avrebbe dato qualità all offerta turistica, avrebbe portato posti di lavoro e certamente un appagamento spirituale di noi cittadini che non avrebbe guastato. Mentre scrivo, ripenso alle parole di quelle due ragazze inglesi, incontrate nel bel mezzo del cammino, che in maniera probabilmente involontaria mi avevano ammonito su ciò che avrei provato visitando quei luoghi incantevoli: vergogna; una vergogna specchio, però, di una società incurante dei valori culturali e della memoria storica, poco avvezza al bello e poco educata a riconoscerlo. E da aspirante ingegnere, un pensiero che ancora adesso mi assale: la statica di quelle strutture non aspetta nessuno, gli elementi murari del manufatto (muri e volte) si lesionano e crollano, alcune di quelle verosimilmente lo hanno già fatto; la storia di Amantea sta crollando sotto i nostri occhi e noi neanche ce ne rendiamo conto.

8 Torre d avvistamento Civita (XIII sec.) Fronte Occidentale delle mura perimetrali; si noti il maschio murario isolato citato

9 Ambienti interni alla torre maestra dotati di volte a botte in muratura Resti della torre maestra a pianta quadrata e mura adiacenti Resti dei locali posti sul fronte orientale

10 Resti dei locali interni posti sul fronte meridionale Resti dei locali interni sul fronte orientale

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