A tutti i bambini adottati. C'erano una volta due donne che non si erano mai incontrate. Una che tu non ricordi L'altra che tu chiami " mamma ".

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1 A tutti i bambini adottati C'erano una volta due donne che non si erano mai incontrate. Una che tu non ricordi L'altra che tu chiami " mamma ". Due vite differenti nel completamento di una sola : la TUA. Una era la tua buona stella, l'altra era il tuo sole. La prima ti diede la vita la seconda ti insegnò come viverla. La prima creò in te il bisogno d'amore la seconda era qui per colmarlo. Una ti diede le radici l'altra ti offrì il suo nome. La prima ti trasmise i suoi doni la seconda ti propose un obiettivo. Una fece nascere in te l'emozione l'altra calmò le tue angosce. Una ricevette il tuo primo sorriso l'altra asciugò le tue lacrime. Una ti offrì in adozione, era tutto quello che poteva fare per te. L'altra pregava per avere un bambino e Dio la portò verso di te. E ora, quando piangendo tu mi poni l'eterna domanda. Eredità naturale o educazione, di chi sono il frutto? Né dell'una né dell'altra, mio bambino. Semplicemente di due differenti forme d'amore. Anonimo

2 INTRODUZIONE Gli studi antropologici hanno dimostrato che in molte società il bambino viene allevato da persone diverse dai genitori biologici. Queste pratiche adottive differiscono a seconda del sistema di parentela in vigore in ogni comunità. La concezione di famiglia varia da un continente all'altro, da un paese all'altro ed a volte persino da una regione all'altra. Le società occidentali ad esempio hanno oggi un approccio indivisibile e biologico di filiazione: il bambino appartiene "naturalmente" ai suoi genitori, solo loro ne assumono la responsabilità assoluta con i tutti i diritti ed i doveri che ne derivano. In Africa, invece, coesistono delle modalità di filiazione molto diverse che relativizzano la posizione dei genitori a favore della famiglia allargata o del gruppo. Infatti, in certe tribù africane, come i Samo del Burkina Faso, la modalità di filiazione è patrilineare: il bambino appartiene al "gruppo" del padre e viene affidato, per la sua educazione, al fratello più vecchio o al nonno paterno. Al contrario, nella tribù degli Ouolof del Senegal regna un sistema di parentela matrilineare, e il bambino viene affidato allo zio materno. La progenie di una coppia può anche essere rivendicata dalla generazione precedente, quella dei nonni: è il caso degli eschimesi Inuit del Canada. Questa circolazione di bambini può essere spiegata dall'intento di ripartire in modo equilibrato la discendenza in seno al gruppo: "chi ne ha troppi ne dà a chi non ne ha per niente"; o anche per la semplice soddisfazione del desiderio di genitorialità. Può accadere come in Oceania dove l'adozione risponde ad un ideologia di scambio: il bambino è un bene culturalmente valorizzato che deve circolare. Un buon numero di adottati cede i suoi stessi figli ad altre famiglie. E' anche un bene che si deve meritare: nelle paludi del Sulka, una coppia sterile non può adottare; la donna infeconda, o presunta tale, viene giudicata socialmente incapace di allevare un bambino. Questi esempi mostrano che l'adozione, nelle società tradizionali, non è un concetto legato a quello di abbandono, anzi, è spesso vissuto come un dono e non come una risposta al disagio. Nella maggior parte dei casi, il bambino conserva la sua identità iniziale e mantiene dei legami con la sua famiglia d'origine. Si instaura quindi una co-parentalità di fatto. Per questo voglio analizzare, con particolare attenzione, un momento considerato"topico" nell'esperienza adottiva, momento che richiede di essere affrontato con lo spirito ed il coraggio di chi, genitore adottivo, deve dimostrare che, avendo superato le sue ferite emotive, accetta senza riserve né timori il passato di quel figlio nel rispetto della sua storia personale: mi riferisco alla comunicazione della realtà adottiva. Questo lavoro, che dedico affettivamente a tutti coloro che vivono direttamente la splendida esperienza dell'adozione, intende sostenere ed avvalorare la tesi secondo la quale contribuire opportunamente alla costruzione dell identità dell adottato non è solo un atto d amore, indispensabile da parte dei genitori adottivi, ma è anche un atto dovuto in quanto rappresenta una tappa di fondamentale importanza per il successo del rapporto adottivo e soprattutto per la crescita e la maturazione psichica di ogni individuo. Inoltre vorrei perseguire uno scopo informativo e sensibilizzante, nella convinzione che sia un dovere pag.1

3 dell'intera società quello di prepararsi all'accoglienza, superando la sacralità che da sempre riveste il legame di sangue, a favore della comprensione e dell integrazione di forme diverse di legami familiari 1. L EVOLUZIONE DEL CONCETTO D ADOZIONE L interpretazione del concetto d adozione è mutata considerevolmente nel tempo. Innanzi tutto l adozione non è sempre esistita: Napoleone, infatti, l aveva proibita poiché riteneva che si trattasse di un istituto che metteva a rischio l integrità e l unità della famiglia legittima. Solo chi non aveva figli, e nemmeno ragionevoli speranze di averne in futuro, poteva pensare all adozione, ma l adottante non poteva avere meno di cinquant anni e l adottato non meno di diciotto. Si trattava quindi di un adozione fra adulti, dove ciascuno decideva personalmente circa la convenienza economica che ne derivava. Chi adottava, lo faceva come estremo rimedio per non lasciare estinguere un casato. I giuristi definivano quell adozione un negozio giuridico bilaterale di diritto familiare e, quindi, un accordo privatistico non molto dissimile da un normale contratto. Il modello di adozione del codice Napoleonico fu introdotto in Italia nel 1865 attraverso il codice civile del Regno promulgato da Vittorio Emanuele II, che proibì l adozione di bambini fino al 1939, quando fu promulgato il codice civile attualmente in vigore. Esso abolì il divieto di adottare i minori, anche se il vecchio schema privatistico e consensuale dell adozione rimase immutato, con la sola differenza che il consenso dell adottando minorenne doveva essere dato in sua vece dal genitore. Era quindi nuovamente un accordo tra adulti: l adottante, che doveva avere almeno cinquant anni, ed il genitore del bambino da adottare. Non occorreva che l adottante fosse sposato, poteva benissimo essere un single perché l adozione era percepita come atto del capofamiglia e non della coppia. Anche questo tipo di adozione mirava prevalentemente a soddisfare le esigenze degli adulti. Dopo l adozione i legami fra il bambino adottato e la sua vecchia famiglia non erano interrotti ma rimanevano diritti e doveri reciproci, sia pure attenuati, ed anche i rapporti personali potevano continuare. Le norme sull adozione dei due codici civili sono state alquanto longeve, solo nel 1983 è stata infatti abolita ogni possibilità di adozione non legittimante per i minori in abbandono. Evidentemente non si avvertiva il bisogno di cambiare le regole del gioco, questo perché il modello di famiglia si era mantenuto abbastanza stabile nel tempo. Questo modello di adozione, chiamato privatistico perché interamente basato sul consenso delle parti e sugli schemi del diritto privato, entrò in crisi in Italia all inizio degli anni sessanta, per vari motivi. Aumentava la sensibilità e l informazione nei confronti dei bambini abbandonati, e progredivano le conoscenze scientifiche sulla psicologia dell età evolutiva. Sempre più evidenti apparivano inoltre i guasti che quel tipo di adozione provocava sui bambini adottati. Gradualmente si è avvertita sempre più forte l esigenza di un adozione di tipo nuovo, che avesse come fine primario quello di dare una famiglia ai bambini pag.2

4 che ne sono privi e, solo come fine secondario, quello di soddisfare il desiderio di un figlio da parte degli adottanti. Si prese coscienza del fatto che il sistema privatistico precedente non era in grado di proteggere gli interessi del minore in quanto era l interesse dell adulto che prevaleva a scapito del bambino che ne rappresentava l oggetto. Solo un completo capovolgimento delle finalità dell adozione, insieme ad un massiccio intervento pubblico in tutta la procedura, poteva garantire i diritti del minore, diritti che già da allora erano considerati come situazioni soggettive da proteggere e da sottrarre alla libera disponibilità degli adulti. Questo movimento di idee si basava inoltre sulla presa di coscienza che nei brefotrofi erano ospitati, all inizio degli anni sessanta, circa duecentomila minorenni privi di famiglia o da tempo privi di contatti familiari. Gli effetti della lunga permanenza in istituto, studiati da psicologi e neuropsichiatri infantili anglosassoni e francesi, si rivelarono devastanti; la carenza prolungata di cure materne, produce nel bambino in tenera età danni gravi e permanenti che ne modificano il carattere, pregiudicando la sua vita futura. Evoluzione scientifica, aumentata sensibilità sociale ed i modelli familiari dominanti, generarono così un forte movimento di opinione che in breve trovò larga rispondenza a livello politico e parlamentare, portando alla legge n. 431 del 5 giugno 1967 sull adozione speciale. Il concetto di base, che era promosso dai trenta articoli della nuova legge, appare oggi banale ma a quel tempo incise profondamente nel costume e nel modello di famiglia: il bambino senza famiglia ha diritto ad averne una nuova; l adozione serve a dare una famiglia al bambino abbandonato e non per dare un bambino ad una coppia senza figli. Il cambiamento era totale. Non c era più un nonno ultracinquantenne, ma una giovane coppia di sposi anche con figli propri, scelta dai giudici in collaborazione con i servizi sociali. Pieno inserimento nella famiglia adottiva in qualità di figlio legittimo ed interruzione di ogni rapporto e legame giuridico con la famiglia d origine. Si assiste alla nascita di un essere genitori socialmente pieno, fondata sulla superiorità del legame affettivo sul vincolo di sangue. La coppia, desiderosa di adottare, è una risorsa da utilizzare a favore del protagonista della procedura che diventa, finalmente, il bambino. Nel 1975 la riforma del diritto di famiglia promuove il diritto della donna all anonimato del parto. Lo spirito è quello di contrastare fenomeni quali infanticidi, abbandoni e parti realizzati in condizioni tali da mettere in grave pericolo la vita di madre e figlio e forse anche per tentare di limitare il ricorso all aborto. Diventa quindi possibile per ogni donna usufruire dell assistenza sanitaria presso l ospedale in cui decide di partorire e lasciare il figlio, segnalando le informazioni che le vengono richieste riguardo al proprio profilo sanitario, ma omettendo i propri dati anagrafici. Questo quadro ha resistito per più di trent anni subendo lievi mutazioni dall introduzione delle innovazioni apportate nel 1983 dalla legge 184, che ha disciplinato anche l affidamento familiare e l adozione internazionale, continuando a considerare reato i tentativi di figli adottivi e genitori naturali di ritrovarsi. pag.3

5 2. TRA BISOGNO E DESIDERIO Una coppia che decide di adottare un figlio dovrebbe sempre chiedersi con tutta sincerità: "Desideriamo veramente un bambino, o ne abbiamo bisogno? Siamo spinti anche da un desiderio, o unicamente da un bisogno? Il bisogno, infatti, si muove sul filo della necessità da soddisfare, non può aspettare, ha le caratteristiche dell urgenza appartenendo ad un mondo legato alla soddisfazione fisica, dove non c è posto per la mentalizzazione, per il pensare. Il desiderio, invece, si muove nell ambito della libera scelta nella ricerca dell oggetto appagante. Il desiderio si muove su un piano fondamentalmente mentale di pensiero. Il desiderio prevede necessariamente la sua rappresentazione mentale, l immaginarselo, l assaporarlo nella mente prima ancora che nel corpo, perché l appagamento di un desiderio può anche prescindere da un appagamento fisico. Il desiderio però, a differenza del bisogno, può spesso generare un conflitto. Entra allora in gioco il nostro senso morale: ci chiediamo se sia giusto o meno realizzare il nostro desiderio, se trasgrediamo a qualche legge o a qualche principio, se, peggio, danneggiamo qualcuno. Il bisogno, invece, non ha senso critico; non conosce né legge né morale. Se una madre desidera il figlio, allora, può essere un buon contenitore per le sue angosce ed i suoi bisogni; se però una madre ha bisogno del figlio, sarà lei a cercare, inconsciamente, nel figlio l appagamento dei propri bisogni. Si ha così un inversione nel rapporto, dove il bambino è costretto a diventare, suo malgrado, un contenitore delle angosce e dei bisogni della madre, con gravi danni per il proprio sviluppo ed equilibrio psichico. E anche vero, però, che un bisogno che nasce nel corpo, impellente ed inderogabile, può, col tempo, trasformarsi in desiderio, in qualcosa di mentale, appagante ed al tempo stesso evolutivo: se immaginiamo una coppia che ha atteso per tanto tempo l arrivo di un bambino, che si è sottoposta ad analisi cliniche, esami, visite mediche, quando arriva alla decisione di adottare è prevalentemente spinta dal bisogno, così a lungo frustrato, di avere un figlio, piuttosto che dal desiderio. Il più delle volte nel colloquio d idoneità ciò che appare evidente è proprio questo bisogno; il desiderio è sullo sfondo, sopito, mortificato, spento. La capacità di distinguere tra bisogno e desiderio rappresenta il presupposto fondamentale per il superamento delle difficoltà che la coppia incontra nel cammino verso la formazione del nucleo familiare unito, di un legame profondo basato sull accettazione e la fiducia reciproca. 3. LA VERITÀ RACCONTABILE La letteratura sull adozione segnala come centrale la rivelazione, in quanto momento topico in cui possono emergere le questioni irrisolte della coppia. La rivelazione dello stato d adottato, infatti, l educazione alla verità, è uno degli aspetti fondamentali per la buona riuscita di un rapporto adottivo. Innanzi tutto si deve tener presente che non si tratta di un rivelazione vera e propria ma semplicemente di un informazione graduale. Generalmente le coppie pag.4

6 adottive pensano ad un informazione diretta, da dare in momenti ben definiti con modalità accuratamente programmate: l ansia e l alone di mistero che circonda il momento dell informazione fornisce la misura di quanto sia preferibile, per i genitori adottivi, che il passato resti fuori dal presente e che l incontro tra loro e il bambino possa avvenire come se un passato non fosse mai esistito. Un simile modo di affrontare la rivelazione dell origine del bambino è legata, evidentemente, al desiderio di considerarlo nato al momento dell adozione e quindi anche alla difficoltà ad accettare gli aspetti meno gratificanti della sua realtà. Alcuni autori hanno, infatti, evidenziato che metà delle coppie adottive desidera conoscere la storia precedente del bambino non per conservare il suo passato ma, semplicemente, per avere informazioni sulla sua salute. Le difficoltà affettive, i vissuti di frustrazione e perdita derivanti dalla incapacità a procreare originano le difficoltà dei genitori adottivi a rivelare al bambino l adozione. La maggioranza delle coppie desidererebbe inventare il suo passato, ricostruirlo cioè in funzione delle proprie esigenze. L atteggiamento verso la rivelazione, le modalità con cui è affrontata, modalità che vanno dal silenzio alla riproposizione continua, si ritengono in molti casi indicatori delle problematiche emotive dei singoli e della coppia e causa di loro vissuti rispetto alla maternità-paternità non biologica. Il non parlare o l evadere le domande del bambino fa passare una serie di messaggi non verbali incomprensibili ed ansiogeni; risposte poco chiare possono originare nel bambino il dubbio che la sua nascita sia legata a qualcosa d oscuro che si riflette anche sull immagine di sé, costringendolo a pensarci ossessivamente. La ricostruzione della verità narrabile risponde pertanto a due bisogni. Il bisogno del genitore adottivo di essere legittimato come l unico e vero genitore di quel figlio non partorito, e il bisogno del bambino di essere figlio di quel genitore e non di quello biologico. Si ritiene generalmente che, a seconda dello sviluppo mentale del bambino, l età più adatta per introdurre il racconto delle sue origini sia tra i tre ed i quattro anni. Infatti, durante il secondo/terzo anno di vita, si sviluppano i processi di individuazione di sé nella separazione dall altro, processi che costituiscono il nucleo della propria identità durante i quali risulta indispensabile il sostegno dell adulto. Il compito del genitore, in questa fase, è di accompagnare tale evoluzione, con il suo amore verso la comprensione della realtà e la scoperta di sé rappresentando la fonte della sicurezza del piccolo, nel cammino verso l autonomia. Importante è far apparire l adozione come un fatto normale, non eccezionale: dare al bambino il senso di essere particolarmente desiderato dai suoi genitori adottivi, quello che ogni bambino vorrebbe e dovrebbe percepire è: Ti abbiamo desiderato, voluto e ti amiamo. Sei nato da una donna ed un uomo che non potevano crescerti ma che ti hanno tanto amato da volere che lo facessimo noi, noi ti abbiamo voluto ed ora sei il nostro tesoro 6. Solo così egli potrà sentirsi pienamente accolto e vivere quindi serenamente il cammino di individuazione. pag.5

7 4. LE PAROLE PER DIRLO Il linguaggio delle metafore e delle favole si rivela un utile strumento comunicativo poichè cattura l immaginario di un individuo e risulta anche efficace nel dar voce a disagi, bisogni, sentimenti ed emozioni che altrimenti rimarrebbero inespressi ed involuti, permettendo a ciascun soggetto di elaborare a modo proprio i messaggi comunicati, cogliendo i significati ed i pensieri che gli sono più consoni e che può elaborare autonomamente. Saranno dunque le più adatte a stabilizzare quel rapporto di empatia e di fiducia, fra genitori e figli, e anche per gli operatori che accompagnano in affido preadottivo i genitori. Per illustrare come può essere utilizzato in modo efficace il linguaggio metaforicoconnotativo, si può ricorrere ad un esempio concreto. Una mamma ha riportato all assistente sociale che la accompagnava, questa conversazione tra lei ed il suo bambino di quattro anni: Mamma, perché quella signora ha la pancia?. C è dentro il fratellino di Marco e quando è cresciuto abbastanza, esce e viene a giocare con te. Allora anche io ero nella tua pancia?. No, io ti ho tenuto nel mio cuore. Questa risposta, che a prima vista può sembrare semplice e non rispondente ad un preciso fatto di realtà, proprio perché metaforica, ha fatto sì che il bambino abbia riportato alla scuola materna, dove si faceva un lavoro sulla nascita, e dove avrebbe trovato sicuramente difficoltà a collocarsi, un disegno in cui altre mamme avevano pancia e bambino, e la sua mamma con un grande cuore dove lui stesso si era posto. Una risposta così chiara ed immediata ha evitato dunque il sorgere di ansie relative ad un altra figura materna sconosciuta, in un momento in cui il bambino ha solo bisogno di rassicurazione. 5. L ESPERIENZA DI... VIRGINIA, 36 ANNI Figlia Adottiva Impiegata La mia personale esperienza di adozione è simile a quella di molti altri figli adottivi: non riconosciuta alla nascita, adottata a pochi mesi, ho saputo dell adozione prima dell ingresso alle scuole elementari. I miei me lo dissero per evitare che ne venissi a conoscenza in altro modo (e ci fu chi me lo disse) e considerato che parlo di 30 anni fa, non posso lamentarmi del loro comportamento. Molti figli adottivi miei coetanei o anche più giovani (io ho 36 anni) hanno scoperto dell adozione per puro caso e non riesco ad immaginare comportamento più scorretto da parte di un genitore. La mia storia prima dell adozione è un buco nero; i pag.6

8 miei genitori dicono di non saperne nulla e non essendo stata riconosciuta alla nascita non ho nessuno a cui chiedere, ma sia chiaro ciò di cui sento il bisogno non è tanto conoscere i miei genitori naturali, a cui peraltro non saprei neanche cosa dire, quanto conoscere quel pezzo di storia che ha preceduto la mia adozione e che andrebbe a colmare quel vuoto odioso nella mia identità. Il vero problema, ai miei tempi come in quelli odierni, non nasceva solo dalla situazione all interno della nuova famiglia, ma anche e soprattutto all interno della società. Lo scoglio più difficile da superare per me è stato il confronto con gli altri. Adesso in parte le cose sono cambiate; io stessa con mio figlio di tre anni e mezzo cerco già di spiegare, in maniera adeguata alla sua età, che è mio figlio ma che non è nato da me. Devo dire che tutte le coppie di genitori adottivi che conosco si comportano così e, per quanto piccoli siano i loro figli, cercano di raccontargli da subito la loro storia. MONICA, 27 ANNI Figlia Adottiva Studentessa in Scienze del Servizio Sociale Riguardo alla rivelazione della mia situazione, non posso dire assolutamente che i miei siano stati indelicati o poco tempestivi l ho saputo verso i 5 anni, credo sia un età giusta per iniziare a raccontare ad un bambino la sua storia, ovviamente sotto forma di favola, l unico problema è che i miei si sono disinteressati dell impatto che questa rivelazione ha avuto sul lungo periodo, durante il mio sviluppo. Ricordo che a 5 anni non avevo capito nulla del significato d essere figli adottivi, anzi, ero un po confusa all idea di essere stata per mesi nella pancia di un altra donna, poi, però, nel corso degli anni comprendendo che l essere stati accolti da una famiglia adottiva coincideva con l essere stati prima abbandonati dalla mamma naturale e soffrendo per questo, ho iniziato a negare il problema incoraggiata in questo dai miei genitori, percependo come colpevole il desiderio di conoscere le mie origini. I miei genitori, nel tentativo di rispondere ai miei perché sull abbandono e nel desiderio di trasmettermi il loro affetto, sono incorsi nell errore di descrivere la mia mamma naturale come una persona senz altro in serie difficoltà e di far sentire me troppo fortunata e privilegiata per avere trovato una famiglia che mi amava e per il tipo di vita agiata che mi era consentito fare, facendo così emergere in me enormi sensi di colpa verso di loro se sentivo il desiderio di cercare la mia mamma naturale e verso di lei per la vita perfetta che stavo facendo. Quando, verso i 18 anni ho deciso finalmente di cercare mia madre naturale, ammettendone la necessità anche con me stessa, i miei genitori mi hanno appoggiata all inizio ma poi hanno percepito il mio desiderio e la mia frustrazione per il fallimento della ricerca come un ossessione ed io ho smesso di parlarne con loro, aumentando però il mio distacco da loro. Non li accuso di avermi raccontato la mia storia in modo sbagliato ma solo di aver smesso troppo presto di farlo e di non aver considerato una verità importante: che pag.7

9 un bambino abbandonato seppure da neonato e pur essendo stato solo 5 mesi in istituto, ha subito in ogni caso un trauma enorme da elaborare e che le difese psicologiche in un neonato sono debolissime e le conseguenze dell abbandono vanno valutate seriamente e non ignorate pensando tanto era piccolo e non ricorda. La ferita resta incisa ad un livello così profondo che poi, a distanza di anni, emerge dolorosamente e percepire che questo aspetto viene sottovalutato, porta pesanti conseguenze emotive. Per questo penso che i miei genitori adottivi e forse anche gli insegnanti, che alle elementari ricordo di aver spesso provocato in cerca della loro attenzione, avrebbero dovuto capire che dietro ai miei atteggiamenti provocatori e alla freddezza di una bambina apparentemente senza problemi, si nascondevano forti sofferenze emotive. 6. LA FIABA COME RISORSA La fiaba risulta essere uno strumento utile per favorire la proiezione di desideri profondi che vengono realizzati e delle ansie più segrete che così vengono superate. La fiaba si distingue dalla favola perché quest ultima ha una funzione prevalentemente moralistica in cui viene insegnato che colui che trasgredisce alle regole morali, sociali e religiose, va incontro a punizioni; invece la fiaba privilegia l autodeterminazione, risaltando l importanza dell affermazione individuale a volte anche in contrapposizione ai valori espressi dalla collettività di adeguamento e normalizzazione tipici della favola. Nel nostro contesto raccontare una favola serve a rappresentare una storia, in cui vengono narrate in modo magico e simbolico vicende che prendono spunto da una situazione realmente accaduta. L ideale è la favola personalizzata nata dall amore e dalla fantasia di chi la racconta ma anche la letteratura in materia ci viene in aiuto. Si può prendere spunto partendo dalle fiabe tradizionali come Pinocchio o Pollicina, per continuare con la storia di Mowgli, il cucciolo d uomo protagonista del Libro della giungla che viene allevato nella giungla da un branco di lupi senza dimenticare, poi, Superman, anche lui è stato adottato ed è sicuramente un personaggio sufficientemente speciale da rendere efficace il messaggio che vogliamo trasmettere ad un bambino. 7. RACCONTARE L ADOZIONE: I LIBRI PER L INFANZIA I libri per l infanzia nascono come direttamente rivolti ai bambini stessi e affrontano temi su misura: l amicizia, la natura, la scuola, le paure o su conflitti rappresentati, per esempio, dalla nascita del fratellino, le relazioni all interno della famiglia... Un universo poco esplorato, e solo recentemente preso seriamente in considerazione, è il tema dell adozione e quindi il rapporto con i genitori adottivi, il riconoscimento della diversità, il rapporto con i coetanei... L obiettivo è quello di sostenere il bambino nel riconoscimento delle sue paure e di comprendere che esse esistono al di là del fatto che si sia stati o meno adottati. I pag.8

10 genitori vorrebbero dare delle risposte sincere, fin da subito, come il bambino vuole e come ha assolutamente il diritto d avere, ma nella sua storia c è una parte facile, quella che riguarda la vita con i suoi attuali genitori, una storia vera e definitiva, e una storia più difficile, della quale generalmente si sa molto poco. È la storia del pezzo di vita che il bambino ha vissuto con i suoi genitori d origine, o con un solo genitore, o parente, forse in una casa ed infine in istituto. Quando il bambino comincia a fare domande sulle sue origini, sul suo passato, sul colore della sua pelle, potrebbe cogliere i genitori impreparati, perché non è facile parlare di questi argomenti. La lettura di un libro diviene, pertanto, lo strumento consigliato, il mezzo attraverso il quale le paure vengono affrontate e gestite, insieme all adulto, fino alla loro scomparsa. In questa sede ho analizzato i contenuti di alcuni libri adatti ai bambini prendendo in considerazione le seguenti tematiche: l incontro tra la coppia e il piccolo e il dialogo liberatorio che deve crearsi con i genitori per l accettazione del proprio passato; l accoglienza senza riserve del diverso, che non deve sentirsi estraneo, ma parte integrante della famiglia; le vie per rendere consapevole il bambino della sua appartenenza, della sua storia, delle sue radici e quindi offrirgli le ali per iniziare a volare verso il suo cammino di individuazione. L obiettivo del c era una volta di Una mamma di cuore: una storia di adozione (Lewis, 2001) è quello di presentare una realtà dalle mille sfaccettature e piena di emozioni e di trasmettere al bambino sensazioni, immagini e strumenti utili per iniziare a conoscere la propria storia di adozione. I protagonisti di questa storia sono sia una piccola bimba che vive in Cina, che la sua futura mamma adottiva. Questa storia è molto simile a tante altre storie di vita e quindi, nel leggerla, molti genitori e bambini possono identificarsi e percepirla come la loro storia d adozione. C era una volta in Cina una bimba che stava dentro a una grande stanza, insieme a tante altre bambine. Ogni piccolina divideva la culla con un altra ed erano tutte grandi amiche... A prendersi cura di loro c erano le didi... Lontano lontano, dall altra parte dell oceano, c era una donna, anche lei aveva molte amiche, ma le mancava qualcosa: una bambina. La donna scrisse una lettera alle autorità in Cina e chiese il permesso di adottare una delle bambine che stavano dentro alla grande stanza. Dopo qualche mese ricevette una lettera con la foto di una bambina bellissima... Viene quindi presentata sia la situazione della bambina che vive in istituto con altri bambini e con sole figure di riferimento che abbia mai conosciuto: le didi. Sia il desiderio della donna di diventare madre e il procedimento burocratico che deve seguire per giungere laddove il suo cuore da sempre le diceva d andare. pag.9

11 Nel giro di poche settimane, la donna fece la valigia riempiendola di giocattoli, libri, pannolini, cibo e vestiti: tutto solo per la bambina e prese l aereo per affrontare il lungo viaggio fino in Cina. C erano anche molte altre famiglie nell attesa di conoscere i loro bambini; la donna era molto emozionata e nervosa, perché non vedeva l ora di stringere la bambina tra le sue braccia. Il giorno dopo le didi portarono la bambina e le piccole amiche in città perché potessero incontrare i nuovi genitori. La donna era tanto felice che scoppiò a piangere appena la prese in braccio, anche la bambina pianse: era da una vita intera che l aspettava. Raccontare l adozione in questi termini aiuta il bambino a farsi pian piano un quadro chiaro della sua realtà, del forte desiderio e amore dei genitori nei suoi confronti, che li ha spinti a superare ogni tipo d ostacolo e di difficoltà, che li ha incoraggiati a prendere l aereo e a fare un lungo viaggio faticoso, ma che li ha portati fino a lui. Nel sentirsi raccontare questa storia il bambino potrebbe percepire le attenzioni prestate dalla donna, come quelle della propria madre ed immedesimarsi con la protagonista del libro. Questa storia potrebbe diventare lo spunto per poter creare una propria storia personale, unica ed irripetibile da raccontare al proprio bambino. Il piccolo, grazie ad essa, potrà apprendere i particolari della sua nascita e delle difficoltà che ha affrontato, nonché di tutto l amore che i suoi genitori, da qualche parte del mondo erano pronti a donargli. Un altro libro: Doremì è stato adottato (De Pressensè, 2000) narra la tenera favola di un piccolo orsacchiotto adottato da una coppia di draghi; una favola che sa parlare ai bambini e che trasmette un messaggio importante: l accettazione della diversità vissuta come elemento positivo. La storia di Doremì è la storia di migliaia di bambini, accolti con amore da altrettante famiglie, ma anche accettati. La serenità e la consapevolezza di essere profondamente amato, rappresenta il punto di forza su cui Doremì potrà contare per superare difficoltà e problemi: non ho bisogno di assomigliargli perché mi vogliano bene. Papà e mamma mi amano perché sono io, Doremì, e hanno scelto proprio me. pag.10

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