Linguistica Romanza Corso introduttivo Alberto Varvaro

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1 Parte A Introduzione 1 che COSA È LA LINGUISTICA ROMANZA La linguistica romanza studia in ogni loro aspetto tutte le parlate che hanno origine da una evoluzione della lingua latina. Proprio per questo le lingue romanze si chiamano anche neolatine. Secondo la distinzione delle lingue che risale a August Wilhelm Schlegel si possono distinguere lingue isolanti, agglutinanti e flessive. Le prime sono le lingue in cui ogni parola corrisponde ad uno e un solo morfema, le agglutinanti sono quelle in cui in una parola si combinano più morfemi invariabili e ben distinguibili tra di loro, le lingue flessive sono quelle in cui ogni parola combina più morfemi non necessariamente distinti e di forma variabile, come accade per il latino. In realtà i tre tipi isolante, agglutinante e flessivo non si trovano mai in forme pure; le lingue reali si approssimano più ad uno o ad un altro ma con gradazioni molto sottili. Tutte le lingue romanze rientrano con modalità varie nel tipo flessivo, ma l identificazione di tali lingue non è tipologica, bensì genealogica: si fa riferimento ad una famiglia linguistica, che ha a capo una lingua madre. All inizio del XIX secolo fu riconosciuta la fondamentale affinità di un gruppo assai cospicuo di lingue che include il latino, il greco, il tedesco, il russo, l albanese, l armeno, il persiano e il sanscrito. Questa affinità fu dimostrata non sulla base di evidenze, ma di rigorose corrispondenze tra morfemi e suoni. Essa fu spiegata con la comune origine di tutte questa lingue da un capostipite unico: l indoeuropeo. Postulando cioè una lingua di cui non si ha alcuna traccia, ma è l unico strumento possibile per spiegare tali affinità. Poco a poco la metafora genealogica fu utilizzata anche per ipotizzare fasi intermedie anch esse scomparse, per spiegare la somiglianza tra loro di alcuni gruppi di lingue indoeuropee rispetto alle altre. Le lingue romanze sono dunque una ramificazione particolare della famiglia indoeuropea; il solo caso conosciuto e documentato in cui da una lingua ben attestata come il latino sia nata un intera famiglia. Può accadere però che i dati siano contraddittori. Accade che ci siano lingue in cui il lessico è in maggioranza romanzo ma il sistema grammaticale no. Come accade per l inglese, considerata per questo lingua germanica. Analogo è il caso del romeno che consideriamo lingua romanza anche se gran parte del suo lessico non è latino. La linguistica romanza include dunque lo studio di ogni aspetta, antico e moderno delle lingue romanze. Essa ha un versante diacronico ed uno sincronico, oltre ai settori tradizionali come la fonetica, la morfologia, la sintassi e la lessicologia include anche la dialettologia, la sociolinguistica, la pragmatica e la tipologia delle lingue romanze di ieri e di oggi. 2 BREVI CENNI DI STORIA DELLA LINGUISTICA ROMANZA Conosciamo già dal medioevo riflessioni sulle lingue romanze. I collezionatori sei e settecenteschi di campioni di lingue non avevano riconosciuto però l appartenenza al gruppo romanzo di numerose varietà europee. Mancava un Pagina 1 di 38

2 metodo che permettesse una sistemazione scientifica delle ricche conoscenze in questo campo. È l acquisizione del metodo comparativo elaborato dalla linguistica indoeuropea a fornire la consapevolezza che le corrispondenze devono essere regolari, costanti e verificabili. Ciò permette al tedesco Diez di produrre una grammatica comparata delle lingue romanze e poi un vocabolario etimologico della famiglia. Nella seconda metà dell 800 si realizza un gran numero di edizioni scientifiche di testi letterari e non letterari medievali; parallelamente si sviluppa l attenzione ai dialetti parlati soprattutto ad opera del goriziano Isaia Ascoli. Tra il il tedesco Schuchardt mise in rilievo la complessità dei rapporti con il latino, indagando di questa lingua non i testi normalizzati dalla letteratura, ma le innumerevoli deviazioni della norma documentale degli scritti più umili o rozzi. Ci si rendeva così conto che le lingue romanze non sono lo sviluppo dell uso scritto di Cicerone odi Virgilio ma del complesso delle forme del latino parlato nell impero romano. Egli metteva in rilievo l importanza della variazione continua e della diffusione della innovazioni nello spazio e sottolineava il peso della mescolanza linguistica. Diventò così centrale il problema dell esistenza o meno di confini linguistici sul terreno, problema che dette la spinta alla realizzazione di atlanti linguistici basati su inchieste dirette. Il francese Jules Gilléron fu autore del primo atlante linguistica nazionale, nasce così la geografia linguistica. Alla metà del novecento la linguistica romanza soffre molto il trionfo della linguistica strutturale che si richiama a Saussure. La linguistica romanza ormai si è comunque estesa a tutti i paesi romanzi europei ed extraeuropei, e alla maggior parte di quelli non romanzi. Parte B Le lingue romanze oggi 3 GEOGRAFIA ED IDENTITÀ DELLE LINGUE ROMANZE ATTUALI Oggi le lingue romanze occupano, in primo luogo, un area geografica continua nell Europa occidentale, ad ovest di una linea che va dal Canale della Manica al mare adriatico. A occidente di questo confine, all interno dell area romanza, ci sono sparse isole linguistiche alloglotte, soprattutto in Italia. Ma vanno segnalate soprattutto due cospicue aree: la Bretagna francese è in parte di lingua celtica, vi sono poi zone basche nel sud della Francia e in Spagna. In queste aree, come nelle isole alloglotte minori, la maggior parte della popolazione è bilingue e non mancano coloro che non parlano la lingua locale. Le grandi lingue romanze sono il portoghese, lo spagnolo, il francese e l italiano, ma alcune lingue come il catalano, il galego e l asturiano hanno riconoscenza romanza. In Europa esiste però un altra importante area romanza, ad oriente del confine che abbiamo tracciato e senza continuità con l aria principale. Nei Balcani c è una massa compatta che copre gran parte della Romania e della Repubblica Moldava, ambedue di lingua romena. Fino ai primi anni del novecento c era nei Balcani un altra parlata romanza, un linguaggio ibero-romanzo degli ebrei espulsi nel 1492 dalla Spagna e rifugiatisi nell impero Ottomano. Le stragi della seconda quella mondiale, nel Pagina 2 di 38

3 Balcani e l immigrazione in Israele hanno fatto quasi scomparire questa varietà romanza dalla nostra area. In America vi è una vastissima area romanza, così come in Africa, dove nessun paese è propriamente di lingua romanza, ma la maggior parte degli stati di recente indipendenza ha conservato come ufficiale la lingua dell antico colonizzatore perché non c è una lingua locale dominante. In Asia vi sono delle piccole aree portoghesi e spagnole, mentre in Oceania usano il francese solo alcuni gruppi di isole. Non è facile alla luce di tutto ciò dire quanti siano i parlanti di lingua romanza. In ogni caso non meno di mezzo miliardo di persone. Delle lingue principali il più diffuso è lo spagnolo, seguito dal portoghese, dal francese e per ultimo l italiano. 4 POLITICHE LINGUISTICHE IN AREA ROMANZA Per politica linguistica si intende tutte quelle decisioni prese a livello governativo e simili che interessano l ambito della lingua di un paese. Nella storia delle lingue romanze alcune di queste decisioni sono rimaste memorabili. Nell anno 813 un concilio di vescovi dell impero carolingio, riunito sulla Loira decise che nelle chiese dell Impero, mentre la liturgia rimaneva in latino, le omelie dovessero essere formulate in lingua volgare, romanza nelle aree romanze e germanica in quelle germaniche, affinché i fedeli potessero intenderle. Questa decisione dava soprattutto legittimità alle lingue volgari modificandone quindi non la diffusione ma lo status. Nel 1539 il re di Francia Francesco I con l ordinanza di Villers-Cotterêts segnò un altro storico momento. Per evitare gli equivoci e le difficoltà che nascevano dall uso del latino nei tribunali del regno il re decise che fosse obbligatorio l uso del francese. Questa norma era fatta per agevolare tutti quanti disconoscevano il latino ma di fatto assegnò al francese uno status che riduceva quello di tutti gli altri dialetti del regno. Da qui ha inizio una politica di unificazione linguistica della Francia che sarà portata alle estreme conseguenze dalla Rivoluzione, per cui l uguaglianza tra i cittadini implica l uso di una stessa lingua, il francese. La storia del Ducato di Savoia, e quindi del Piemonte, ebbe una svolta quando dal 1560 in poi il duca Emanuele Filiberto adottò l italiano nell amministrazione e nella giustizia della parte italiana dei suoi possedimenti Il decreto de Nueva Planta, emanato nel 1707 ed esteso nel 1716 ai paesi catalani dal re di Spagna Filippo V (il primo della dinastia dei Borboni) introduceva l obbligo dello spagnolo nell uso dell amministrazione e giudiziario, risolvendo a sfavore delle altre parlate del regno, soprattutto del catalano. Non meno importanti in campo di politica linguistica sono le fondazioni di associazioni cui si assegna il compito di regolare l uso linguistico; come ad esempio l Accademia della Crusca,fondata nel 1582, l Académie Française, del 1636, e la Real Accademia de la lengua, del Nel mondo romanzo attuale solo in Francia è considerato normale che il governo intervenga sull uso linguistica, non solo combattendo l introduzione di termini stranieri, ma anche stabilendo che le insegne dei negozi debbano Pagina 3 di 38

4 essere in francese e perfino legiferando su usi grafici come la dieresi o l accento circonflesso. Il campo più importante della politica linguistica è sempre stato la scuola perché è il luogo in cui bisognerebbe insegnare ai giovani come si scrive e si legge. In Italia, dall unità (1861) in poi, salvo brevi periodi nelle scuole il dialetto è stato sanzionato, obbligando i bambini all uso dell italiano. 5 LA VARIAZIONE L unita linguistica non è la condizione naturale della lingua. La variazione è del tutto normale non solo tra le diverse comunità ma all interno di ciascuna di esse ed è limitata soltanto dalla necessità di comunicare. Già Dante aveva osservato che in una stessa città non si parla in tutti i rioni alla stessa maniera e che la lingua del passato era certamente diversa da quella del presente. I dialettologi dell 800 assumevano che in ogni località esistono usi linguistici sostanzialmente omogenei e prendevano in esame solo pochi campioni, ma quando le inchieste sul terreno si espansero fu inevitabile constatare che non era così. La prima spiegazione fu affidata al passare del tempo, ipotizzando che la lingua originale fosse quella degli abitanti più anziani, mentre i giovani la cambiavano col passare del tempo. Furono quindi presi in esame solo gli abitanti più anziani, dando per scontato che almeno in una famiglia l uso linguistico fosse omogeneo. Successivamente risultò invece che i parlanti studiati differivano gli uni dagli altri nel modo di parlare a seconda del sesso, dell età, dell occupazione. Ritenendo necessario non rinunciare all idea di omogeneità linguistica, i linguisti si convinsero che essa esistesse almeno all interno di un singolo individuo. Più tardi fu ripreso il concetto con il termine di idioletto, con cui si indica l insieme degli usi linguistici propri del singolo parlante. Ma essendo la variazione un carattere intrinseco della lingua, di ogni lingua, anche l uso linguistico di un singolo parlante risulta incostante e ricco di variazioni. Le dimensioni della variazione sono molteplici. Le principali sono la diatòpica, diafàsica, diastràtica e diacronica. Per variazione diatòpica si intende quella che si realizza nello spazio. Tale variazione include sia la differenza tra le famiglie linguistiche, che può essere grandissima, sia quella tra le parlate dei rioni di una stessa città, che può essere minima. Per variazione diastràtica intendiamo quella che si realizza all interno di una comunità sociale in rapporto al variare delle condizioni sociali stesse. Per variazione diafasica si intende quella che si realizza in rapporto ai registri espressivi. Per variazione diacronica si intende quella che avviene nel tempo, per esempio quella che è avvenuta in italiano tra l 800 e il LA VARIAZIONE DIATÒPICA: I DIALETTI E LE VARIETÀ REGIONALI La forma più evidente di variazione linguistica è quella diatòpica, che si realizza nello spazio. Queste varietà vengono detti dialetti. Nella Romània antica i dialetti sono in linea di principio la continuazione diretta del latino parlato nella stessa area, trasmesso di generazione in generazione. In ogni caso è errata la convinzione diffusa che i nostri dialetti siano forme corrotte della lingua nazionale, al contrario essi derivano direttamente dal latino, Pagina 4 di 38

5 proprio come le lingue romanze, le quali per altro si sono formate sulla base di un dialetto. Se si prende ad esempio la città di Siviglia, essa è rimasta per secoli in mano ai musulmani e alla fine di questa dominazione la popolazione era in maggioranza araba. Il Sivigliano moderno non è dunque lo sviluppo del latino in Italica ma la conseguenza della Reconquista e del ripopolamento della città con immigrati. Nello spazio la variazione è costante ma in genere modesta: gli abitanti di una località sono quasi sempre in grado di comprendere il dialetto usato nelle località circostanti; solo ad una certa distanza la somma delle differenze da luogo alla convinzione che sia intervenuta una differenziazione più radicale. I dialetti regionali presentano fenomeni di convergenza: usandoli i parlanti evitano fenomeni strettamente locali, che sono generalmente considerati più rustici. I dialetti locali vengono così sottoposti all influsso livellatore dei dialetti regionali e a quello della lingua di cultura. Essa è ritenuta indispensabile per acquisire uno status sociale alto e per accedere ad una serie di attività professionali, specialmente se si lavora fuori dal luogo di origine. Chi parla solo il dialetto è condannato all emarginazione. In Francia questo processo è iniziato prima ed è molto avanzato. I patois resistono solo in zone e strati sociali molto marginali, soprattutto se non sono originariamente affini dal francese. In Italia i dialetti sono molto più forti che in Portogallo, Spagna o Francia, ma da tempo se ne paventa la morte. In realtà questo inarrestabile processo di variazione non si arresta, ma cambia, si formano così quelli che vengono chiamati italiani regionali. Nella fonetica spesso si distinguono ad esempio la presenza o l assenza del raddoppiamento fonosintattico, ma anche nella sintassi possiamo riscontrare piccole variazioni a seconda delle diverse regioni. Sono numerosi anche i geosinonimi, cioè le parole che in aree diverse esprimono lo stesso concetto. 7 LA VARIAZIONE DIATÒPICA: I PIDGINS ED I CREOLI Un caso estremo di variazione diatòpica si è realizzata negli empori commerciali creati dall espansione oceanica degli europei dal medioevo in poi e più tardi nelle colonie basate sul lavoro degli schiavi. Nel primo caso, piccoli gruppi di europei, soprattutto portoghesi e poi spagnoli e francesi, quasi esclusivamente maschi, gestivano sulle coste dell Africa e dell Asia stazioni commerciali. Gli europei avevano limitate necessità di contatto linguistico con gli indigeni e non imparavano la lingua di costoro, ma semmai ricorrevano alla mediazione di servitori locali. A questo fine si creavano lingue semplificate, dette pidgins, caratterizzate da una grammatica ridotta all essenziale e da un lessico funzionale ai rapporti commerciali e a forme ridotte di convivenza. La stabilità di un pidgins è limitata: esso nasce e muore in rapporto al bisogno di comunicazione. Alcuni di questi empori rimasero attivi per secoli e vi si creò una mini-società gli europei si univano a donne indigene e i figli nati da queste unioni erano detti meticci. Il pidgins diveniva così la lingua materna. A questo punto, però, non parliamo più di pidgins ma di creolo privo di limitazioni funzionali alle relazioni commerciali ed è appunto lingua materna e spesso unica. Pagina 5 di 38

6 Nelle colonie commerciali non mancavano schiavi ma la situazione cambia quando la richiesta continua di braccianti genera la tratta. Le masse razziate sulle coste e nell interno venivano concentrate negli empori costieri d africa e poi imbarcate per la traversata. In questa fase gli indigeni venivano mescolati e dovevano così adottare una nuova lingua per comunicare tra loro e con i padroni; questa era di norma una lingua creola.. Le lingue creole, romanze e non romanze, sembrano costituire una categoria linguistica ben individuabile. Tutte hanno una grammatica molto semplificata, tendenzialmente di tipo isolante. Caratteristica è la morfologia verbale: il tempo e l aspetto sono espressi non da desinenze ma da particelle che precedono il morfema lessicale del verbo. Ne diversi creoli le particelle cambiano, ma il sistema è analogo. Il lessico è formato per la maggior parte da parole della lingua europea anche se modificate nella forma, quindi un creolo è differente dall altro ma le forme grammaticali presentano somiglianze anche se non sembrano in relazione con la stessa lingua europea di base. Di norma il creolo può accrescere o diminuire l incidenza della lingua di base e al limite può essere riassorbito da questa. Considerare i creoli come generati dalla lingua romanza di cui portano il nome (il creolo di haiti come neo-francese così come il francese è neo-latino) non è possibile, perché i due processi di formazione sono differenti. Ma è ugualmente inadeguato considerare i creoli come risultato di mescolanze linguistiche perché l apporto delle lingue non europee risulta modestissimo e marginale. 8 LA VARIAZIONE DIASTRÀTICA In Italia, più che negli altri paesi romanzi, la prima forma di differenza nell uso linguistico è quella tra chi usa il dialetto e chi usa lingua. Fino al pieno 800 la maggioranza degli italiani apparteneva al primo gruppo; De Mauro ha calcolato che gli italiani che parlavano italiano erano il 2.5% degli abitanti. Con i successivi rilevamenti statistici compiuti fino alla fine del 900 si constata che il numero dei dialettofoni aumenta tra le persone di condizione bassa rispetto a quelli di condizione medio alta, tra gli anziani rispetto ai giovani,nei piccoli centri rispetto alle città. Ecco perché possiamo dire che l opposizione tra uso della lingua e dialetto diventa correlativa di una stratificazione sociale. Più in generale, parlando di stratificazione sociale dell italiano, si è elaborato nei decenni scorsi il concetto di italiano popolare, una varietà che rappresenterebbe il livello socio linguistico basso della nostra lingua e che sarebbe influenzata dall area regionale di provenienza del parlante. Vi sono inoltre differenze sistematiche tra il parlato e lo scritto; il congiuntivo, ad esempio, è raro nel parlato piuttosto che nello scritto; in francese il parlato usa quasi esclusivamente il passato prossimo, o il futuro composto, la negazione semplice e l interrogazione espressa dal tono di voce. Lo scritto invece utilizza il passato remoto, il futuro semplice, la doppia negazione, l inversione interrogativa. Stratificazioni analoghe esistono in tutti i paesi romanzi, in forme diverse ma del tutto comparabili. Pagina 6 di 38

7 9 LA VARIAZIONE DIAFÀSICA: DIFFERENZE DI SESSO, ETÀ E PROFESSIONE Tra le forma di differenziazione diafasica ci sono anzitutto quelle collegabili al sesso e all età del parlante. Si ha spesso l impressione che le donne usino la lingua non esattamente come gli uomini. Non è stato facile per gli studiosi definire in cosa consista il linguaggio femminile, gli autori di ricerche sul terreno tendono a ritenere che la lingua delle donne sia più conservatrice di quella degli uomini. In passato questa caratteristica sarebbe stata associata alla minore mobilità della donna che aveva meno contatti con estranei. In verità, per quanto riguarda la Francia alcuni studi hanno portato alla conclusione opposta, nelle aree occitane e franco-provenzali le donne sono passate all uso del francese abbandonando il dialetto prima e con più attenzione alla correttezza rispetto agli uomini. Assai più netta è la specificità della lingua dei giovani. In realtà si tratta sempre di innovazioni lessicali di vitalità effimera. Nelle sue forma più spinte il linguaggio giovanile diventa un gergo cioè una forma linguistica usata da un gruppo con la specifica finalità di non essere compresi da chi non fa parte del gruppo. Il gergo è un fenomeno antico, specialmente nei gruppi che hanno specifiche ragioni per non farsi comprendere. Esso incide in generale soltanto sul lessico e presenta una forte differenziazione nel tempo e nello spazio. Una caratteristica del lessico gergale è la ricchezza di sinonimi per le parole chiave. Il gergo più anticamente documentato è quello furbesco usato dalla malavita. In Francia il gergo, chiamato jargon e poi argot, è documentato fin dal medioevo, in particolare si conosce bene nel 400 quello dei coquilards. Il lessico dei coquilards è registrato in atti processuali. Oggi l argot, dopo aver contribuito al francese popolare, è in via di estinzione. Dal gergo alle lingue speciali quelle legate ad una specifica professione, il passo a volte è breve. Anche in questo caso si tratta soprattutto di fenomeni lessicali che danno origine a neo formazioni. 10 LO STUDIO DELLA VARIAZIONE: GLOSSARI, VOCABOLARI E GRAMMATICA La coscienza della variazione è nel mondo romanzo assai antica, intrinseca all esperienza dei parlanti. Il più antico segno di una attività culturale legata alla variazione è l attività di glossatura, cioè la pratica di accompagnare un testo in una lingua poco familiare con annotazioni interlineari o marginali che rendono una o più voci della lingua del testo con parole di un altra lingua più familiare a chi scrive. La pratica delle glosse è diffusissima e molto produttiva. essa era normale per la bibbia, sia in ambiente ebraico che latino, e produceva migliaia di voci, che spesso era comodo utilizzare senza ricominciare da capo la lettura, si capisce dunque come sia nata l idea di staccare le glosse dai testi e raggrupparle in glossari che fossero sistematici. La più elementare forma di organizzazione dei glossari è quella ideologica, in cui le parole sono raggruppare per campi concettuali. Ciò rende difficile la ricerca di una parola, si passa così al glossario alfabetico che in una prima fase raggruppa le parola solo in base alla lettera iniziale, poi assume un ordinamento propriamente alfabetico. Pagina 7 di 38

8 Solo con la dialettologia moderna, dalla fine dell 800 e soprattutto nel 900, appaiono vocabolari dialettali di concezione diversa. Basati sulla varietà di piccoli centri o di aree molto vaste, essi mirano a raccogliere l intero lessico di un dialetto per permetterne non la traduzione ma la conoscenza, e quindi in tutta la sua varietà formale e semantica. Dalla stessa esigenza nascono, già nel medioevo, le prime descrizioni grammaticali del francese ad uso di chi era di lingua madre inglese. Una lingua può essere descritta affinché sia parlata correttamente oppure affinché chi non la conosce ne apprenda almeno i rudimenti. 11 LO STUDIO DELLA VARIAZIONE: DIALETTOLOGIA ED ETNOLINGUISTICA Tradizionalmente, lo studio dei dialetti mirava a dimostrare che la loro dignità linguistica non era minore di quella delle lingue letterarie del tempo. Si tratta dunque di grammatiche normative che definiscono come si dovrebbe scrivere in dialetto e non descrivono come si parlava effettivamente. La dialettologia moderna invece, (dalla seconda metà dell 800) è descrittiva. Essa non si concentra sullo studio di un dialetto in particolare, ma sulla sua metodologia. È basata sulla raccolta diretta, sul terreno, dei dati da parte dell autore; i dati sono di norma tratti dal parlato e non dallo scritto o dalla letteratura dialettale. Lo studioso, dopo aver scelto la zona da analizzare, vi si reca per svolgere inchieste personale, trascrive il dialetto locale attraverso risposte alle sue domande o alla conversazione spontanea e poi studia e sistema i dati così raccolti. In passato si mirava a raccogliere e studiare il dialetto nella sua forma più pura e arcaica; a questo fine si selezionavano soggetti quanto più anziani e incolti possibile, senza esperienza di altre parlate. Poi ci si è resi conto che il dialetto puro è inesistente, poiché da nessuna parte esiste perfetta omogeneità. Il dialettologo mira dunque a raccogliere tutte le modalità di una parlata locale, sia in funzione dello studio della variazione diatòpica che di quelle diafàsica e diastràtica. Così la dialettologia diventa sempre di più sociolinguistica. Mentre quest ultima era nata come studio della varietà nelle parlate urbane e l altra si occupava dei piccoli paesi e dei villaggi, ora le metodologia convergono. I dialettologi non trascurano quasi mai il lessico, anche se non hanno come scopo la confezione di un vocabolario, ma poiché il fine dello studio è evidenziare le variazioni, queste sono sottolineate con maggiore rilevanza nel lessico. In ogni caso la descrizione di una rete di dialetti porta alla constatazione di differenze e somiglianze che permettono di tracciare delle aree geografiche separate la linee dette isoglosse. La constatazione di una rete di dialetti permette di tracciare un gran numero di isoglosse, ma si constaterà che assai di rado esse si sovrappongono. Lo studio dei dialetti non investe solo le forme, ma anche i loro usi. Se si considera ad esempio il caso dei pronomi personali le cui forme nei dialetti regionali non presentano molte particolarità, si trova interessante, invece, il loro uso ad esempio come allocutivo che varia a seconda delle regioni: nella zona appenninica si usa quasi sempre il tu anche con persone del rango superiore, mentre nel sud Italia si usa il voi. Pagina 8 di 38

9 Lo studio del lessico dialettale può avere un altro sviluppo, quello etnolinguistico. Spesso, infatti, per tradurre una parola non basta specificarla con un altra parola della lingua standard, a volte sono necessarie ulteriori definizioni che concernono questa parola o in alcuni casi disegni. Questo tipo di studio fu sviluppato all inizio del Novecento nel metodo parole e cose e poi esteso a termini che designano cose astratte che illustrano ideologie e valori di una cultura. Si è così realizzata una dialettologia che ricostruiva non solo le forme di espressione ma anche i contenuti della cultura di una comunità contadina e artigiana, assai diversa dalle culture urbane e borghesi. Si tratta dunque di una linguistica etnografica, non molto diversa da quella che si suole realizzare quando si descrivono lingue e culture extraeuropee di popolazioni in via di sviluppo. 12 LO STUDIO DELLA VARIAZIONE: GLI ATLANTI LINGUISTICI Verso la fine dell 800 si pensò in Germania che la soluzione del problema dell esistenza o meno di confini dialettali precisi potesse essere travata in indagini sistematiche che accertassero la distribuzione nello spazio di determinati fenomeni linguistici. Su questa base fu elaborata più tardi la tecnica di produzione degli atlanti linguistici. Un atlante linguistico è una raccolta di carte il cui fondo è costante: la rappresentazione schematica e muta (senza nomi di località, monti, fiumi..) dell area studiata, con la sola indicazione dei punti d inchiesta, cioè le località nelle quasi è stata condotta la ricerca. Le carte sono onomasiologiche, basate cioè su concetti e non su parole, ed ogni concetto corrisponde ad una domanda fatta in modo analogo in tutti i punti d inchiesta sulla base di un questionario predeterminato. Una singola carta può riportare forme diverse di una stessa parola, oppure forme diverse di parole diverse. I concetti sono scelti in modo che le parole che si ottengono documentino la variazione fonetica, morfologia, lessicale e qualche volta sintattica. La preparazione di un atlante implica una scelta di domande che dovranno comporre il questionario, i concetti da indagare devono essere tali da corrispondere alla cultura del luogo e da illuminare il maggior numero possibile di fenomeni linguistici. Preparato il questionario si scelgono i punti di inchiesta, in un primo momento si sceglievano le località più isolate e fuori mano, alla ricerca delle forme più arcaiche, poi ci si è accorti che anche i grandi centri e le vie di comunicazione erano importanti. In ogni punto bisogna scegliere più soggetti, quanto più ampio è un atlante e ricco il suo questionario, più diventa necessario utilizzare più soggetti. Il soggetto dovrebbe conoscere bene il dialetto ed essere poco o per niente influenzato da altre varietà. Una volta fatto il questionario, le domande verranno trascritte con un alfabeto fonetico adatto e spesso foto e disegni di oggetti faranno parte della documentazione. Fin dai primi atlanti, le carte hanno mostrato che le isoglosse che dividono l area in cui un fenomeno si realizza dall area in cui questo non si realizza in genere non si sovrappongono. Viene così confermata l ipotesi dell inesistenza di netti confini dialettali e dell esistenza di un continuum. Si intravede che il mutamento linguistico si diffonde non solo nello spazio ma nello stesso luogo, da parola a parola, fino a diventare generale. Pagina 9 di 38

10 Si vede, in Francia, che il quadro dialettale è fortemente influenzato dal prestigio, e quindi dalla capacità di diffusione delle innovazioni non sempre avviene da una località a quelle vicine, bensì dalla località di maggiore prestigio ad una di prestigio intermedio. Esistono oggi atlanti nazionali, ma si prediligono quelli regionali per la possibilità di prendere in analisi un numero maggiore di punti. 13 LO STUDIO DELLA VARIAZIONE: LA SOCIOLINGUISTICA Dopo il 1950 è stata costituita la sociolinguistica, volta allo studio delle variazioni nei grandi centri urbani. Le prime indagini adottarono il metodo delle sociologia, distinguendo inchieste macro (che interessavano un largo numero di individui) e inchieste micro (più approfondite su una cerchia ristretta di individui analizzati). Nel primo caso il campione studiato deve rappresentare adeguatamente l universo corrispondente: i soggetti esaminati devono proporzionalmente rispettare le caratteristiche della popolazione nel suo insieme. Un tipo di ricerca esemplare è stata condotta dai coniugi Milroy, i quali hanno dimostrato l importanza delle reti di relazioni sociali di ogni individuo per quanto riguarda le variazioni linguistiche: le comunità a relazioni forti (in cui gli individui sono in continuo contatto tra di loro) sono più restie alle innovazioni rispetto a quelle comunità con relazioni deboli. Gli studi anglosassoni hanno poi influenzato lo studio di alcune città italiane, come Napoli, nella quale si trovano diverse variazioni diastràtiche. Si è così giunti alla conclusione che la sociolinguistica non è in una posizione antagonistica rispetto agli studi linguistici romanzi, anzi essa può essere utile nell integrarsi con la dialettologia tradizionale. Per uno studio sociolinguistico non occorre un questionario; bisogna tener conto di tutte le forme di uso parlato in tutti i ceti sociali ed in tutte le località dell area studiata, possibilmente nella loro espressione spontanea, raccolta mediante registratore, senza che i soggetti si rendano conto di essere osservati e limitino la loro spontaneità di espressione. Il tentativo di inserire negli atlanti tradizionali la dimensione diastràtica, è limitata appunto alla bidimensionalità della carta stessa che non permette di esprimere tutti gli approfondimenti degli studi. Ciò ha portato a nuove necessità di studio, scaturite dalla coscienza che in tutte le comunità linguistiche non esiste omogeneità, ma bisogna tener conto che in una identità individuale entrano in gioco anche fattori sociali. La correlazione tra debolezza delle reti di relazione e propensione per un mutamento chiarisce perché le parlate sono molto stabili dove esiste stabilità demografica, mentre i grandi fenomeni migratori facilitano il mutamento linguistico: chi rimane nel gruppo originario ha legami forti con la famiglia, chi si sposta ha sempre difficoltà a creare nuove relazioni altrettanto solide. Ecco perché la dove i dialetti romanzi continuano la parlata di insediamenti antichi e stabili, il dialetto è più conservativo e le differenze diatoniche sono più forti, mentre nelle aree di nuovo popolamento ed in tutte le situazioni coloniali il dialetto è più innovativo e meno differenziato. In Italia, per ragioni simili i dialetti siciliano sono meno differenziati di quelli peninsulari. Pagina 10 di 38

11 14 DIGLOSSIA E LINGUE IN CONTATTO ALL INTERNO DELLA FAMIGLIA ROMANZA Si è già visto che è molto raro che una comunità usi compattamente una sola varietà linguistica. La situazione più comune è quella in cui più varietà, della stessa famiglia o di famiglie differenti, sono usate in concorrenza o con una ripartizione sistematica delle rispettive funzioni. Nel prendere in analisi le diverse varietà appartenenti tutte alla famiglia linguistica romanza, bisogna innanzitutto distinguere due concetti: diglossia e bilinguismo. La diglossia è un fenomeno sociale in cui si attribuiscono a due varietà linguistiche funzioni comunicative di livello diverso, vale a dire un particolare ambito comunicativo; una delle varietà di solito è legata agli usi bassi, l altra agli usi alti. Il bilinguismo è, invece, un fenomeno individuale e si manifesta quando un individue è in grado di usare due o più varietà. Alla luce di questa distinzione è chiaro quindi che possono esserci sia situazioni di compresenza di entrambi i fenomeni, che situazioni di assenza. Può inoltre essere presente solo uno dei due: si ha diglossia senza bilinguismo là dove i gruppi sociali che usano le due varietà sono nettamente divisi, come accadeva nelle colonie europee in cui il bilinguismo era assente e per la comunicazione tra gli europei e gli indigeni ci si serviva di un ristretto numero di traduttori; si ha bilinguismo senza diglossia là dove vi sono parecchie persone che conoscono due o più varietà, ma non esiste una differenziazione sistematica del loro uso. Quest ultima situazione, di solito presente nelle comunità a mobilità sociale, è quella dell Europa romanza di epoca moderna. I casi più studiati sono forse quelli dei conflitti tra castigliano e catalano in Catalogna e francese e occitano nella Francia meridionale. Sia il catalano che l occitano hanno goduto nel medioevo di prestigio paritario rispetto alle varietà che sono poi diventate le loro antagoniste. Ma in epoca moderna hanno perso terreno sia sul piano sociale che in quello culturale; le classi alte della Catalogna e della Francia hanno preferito il castigliano ed il francese. Il processo si realizza a livello collettivo, come affermazione di una varietà sull altra in un dominio dopo l altro e, a livello individuale, porta al cambio di lingua. La conseguenza del processo è talvolta la scomparsa totale della varietà privata di prestigio. I casi analoghi non sono pochi, spesso anche al di fuori dell Europa. Sono simili, infondo, le dinamiche che si realizzano in Italia, dove la lingua standard si trova di fronte ai suoi dialetti. Il veneziano, il napoletano, il siciliano, avevano prestigio nell uso amministrativo e letterario, eppure, ai confronti con l italiano anch essi sono scivolati verso le funzioni basse, sempre più limitati ad usi informali e familiari. In questo processo, però, si è determinata di rado una vera e propria situazione diglottica, cioè con distribuzione sistematica delle funzioni e dei domini. Il parlante non produce più enunciati solo in una delle due varietà, ma le mescola continuamente, in ragione delle sue capacità, dell ascoltatore, dell argomento, del luogo. Un insieme di enunciati si dispone così in un continuum di gradazioni da una lingua all altra. Si parla allora di basiletto, varietà linguistica considerata di livello più basso, e acroletto, varietà linguistica considerata di livello più alto. Quando un parlante passa da una varietà all altra avviene quello che si chiama commutazione di codice, Pagina 11 di 38

12 questo si intende all interno di uno stesso enunciato o discorso. Nel caso dell italiano, il dialetto si identifica con il basiletto, la lingua standard come acroletto. Il parlante cercherà di dirigersi maggiormente verso l acroletto, non solo per sentirsi meno rozzo, ma anche quando, nel dover comunicare con una persona che non appartiene allo stesso dialetto, cerca di rendersi più comprensibile. 15 LINGUE ROMANZE E NON ROMANZE IN CONTATTO Le lingue romanze non sono in contatto solo con altre lingue romanze, nel mondo contemporaneo, così come in quello medievale e moderno, esse hanno rapporti con numerose altre lingue che appartengono a famiglie differenti. Non si tratta solamente di rapporti orizzontali, ovvero di tipo adstratico, ma anche di veri e propri casi di diglossia, in cui la lingua romanza gioca il ruolo di varietà alta. A loro volta però, in alcuni gruppi come quello daco-romanzo, funzionano come varietà basse. Il bretone attuale, varietà celtica, è conseguenza dell immigrazione delle popolazioni celtiche dalla Gran Bretagna al ducato di Bretagna, in Francia. Il ducato comprendeva tanto zone abitate da popolazioni bretoni, tanto zone di lingua francese. Pertanto il bretone rimase sempre la parlata dei contadini, fino ad epoca moderna, senza produzione letteraria né normalizzazione e con forti differenze dialettali. Tra i secoli X e XIII la frontiera linguistica è arretrata verso occidente ma poi è rimasta sostanzialmente stabile. Essa divide una Bretagna brétonnante (di dialetto bretone) e una Bretagna gallo (di dialetto francese). In realtà anche nella prima zona il francese è usato da quasi tutti i parlanti e gode di prestigio sociale superiore. Un caso diverso si trova nelle Fiandre, fino al 1900 il francese era considerato varietà alta rispetto al fiammingo, mentre a partire dal 1900 da un lato il Belgio fiammingo ha avuto un fiorente sviluppo demografico, dall altro la zona francese ha subito una crisi economica. Il fiammingo ha dunque acquisito maggior prestigio sociale e funzioni alte. Oggi nelle città delle Fiandre sembra più diffuso il bilinguismo fiammingo-inglese che non quello fiammingofrancese. Se osserviamo il caso dell America latina, è bene ricordare che il castigliano e il portoghese sono in contatto con un centinaio di lingue amerindiane, quasi sempre rilegate ai più bassi livelli sociolinguistici. Ci sono però due eccezioni rilevanti. La prima è quella del Paraguay che ha una storia fondata sulle missioni dei gesuiti dei sei-settecento; lo status che aveva la lingua indigena (il guaranì) ha fatto si che esso sia parlato dalla maggioranza della popolazione, in tutti i ceti sociali, e sia considerato un tratto distintivo dell identità nazionale. Da qualche tempo il guaranì è affiancato allo spagnolo, lingua dell istruzione, ma questo è parlato spesso male, con forti influenze del guaranì. Diversa è la situazione del quechua in Perù. La lingua è legata al ricordo del glorioso passato degli Inca ed è parlato da milioni di persone, ma il tentativo di renderlo paritario con lo spagnolo, anche nell insegnamento, fallì nel Più in generale, il rapporto con l inglese è oggi in tutto il mondo la più rilevante forma di contatto tra lingue romanze e non romanze. L uso dell inglese come lingua universale di molte scienze, della tecnologia, della politica e del commercio, producono nelle lingue romanze un altissimo Pagina 12 di 38

13 numero di prestiti lessicali, spesso neppure adattati alle consuetudini della lingua romanza che li accoglie. Per non dimenticare, poi, gli influssi sul sistema delle lingue romanze: grazie ai prestiti è diventata normale l uscita consonantica delle parole (gol, film), sono diventati accettabili i nessi sostantivo + sostantivo (conferenza stampa, musica jazz) e si ammette un ordine capovolto determinante + determinato (radiocronista, nordeuropeo). 16 PRAGMATICA, TRADIZIONI DISCORSIVE E TRADIZIONI TESTUALI La moderna pragmatica studia la lingua nei suoi contesti ed in relazione con le circostanze del suo uso, e soprattutto con le dinamiche relazionali. La filosofia analitica inglese di Austin e Searle, ai quali risale l intera teoria degli atti linguistici, considera gli enunciati non in rapporto alla loro grammaticalità ma come azione governata da regole tanto linguistiche che socioculturali. A seconda della sua natura un atto linguistico può essere realizzato in enunciati diversi, con diverse modalità linguistiche. Si osservi la distinzione tra enunciati constativi, che descrivono o constatano (e che quindi possono essere veri o falsi come oggi fa caldo l idraulico ha finito il suo lavoro ) ed enunciati performativi, che compiono essi stessi l azione: la frase la proclamo laureato in lettere non può essere valutata vera o falsa, è la frase stessa che compie l azione di trasformare lo studente in laureato. Chi pronuncia enunciati performativi non asserisce qualcosa, ma la fa. Naturalmente ci sono casi in cui l azione non riesce o non sono sinceri. Pragmaticamente queste frasi sono diverse da quelle semplicemente constative, che posso essere vere o false. Più in generale, gli enunciati hanno una forza illocutoria: se il parlante compie un atto del genere, ad esempio un affermazione, gli ascoltatori gliene attribuiscono la responsabilità e ne attendono la coerenza; se invece il parlante produce degli effetti sugli interlocutori, come avviene quando si da un ordine, si parla di atto perlocutorio. Una ricerca interessante è anche quella che mira a definire le condizioni in cui si realizza una conversazione: secondo il filosofo americano Grice la logica che governa la conversazione è fondata sul principio di cooperazione. Un aspetto molto importante del parlato è la deissi cioè l insieme dei riferimenti allo spazio, al tempo e alle persone. Già la differenza tra i pronomi e gli aggettivi dimostrativi è di carattere deittico: questo si riferisce a cosa o persona vicina a chi parla, quello si riferisce a cosa o persona lontana da chi parla. Deittica è anche la differenza tra gli articoli determinativi o indeterminativi, in quanto i primi si riferiscono ad una cosa o persona nota all ascoltatore, mentre gli indeterminativi ad una cosa sconosciuta. Questa distinzione ci porta a contrapporre due concetti molto importanti per l analisi pragmatica del discorso: dato e nuovo, di solito l analisi procede per aggiunta progressiva di elementi nuovi a quelli già conosciuti. La distinzione si sovrappone parzialmente ad un altra: quella tra tema e rema (topic e coda). I nostri enunciati sono costruiti su qualcosa, in genere dato, che ne costituisce il tema, di cui si afferma qualcos altro, che in genere è nuovo. Il tema non deve per forza coincidere con il soggetto, ma in italiano, grazie ad un processo chiamato dislocazione a sinistra, di solito si trova all inizio della frase. Pagina 13 di 38

14 Sotto questo profilo di analisi, gli enunciati orali sono considerati ed analizzati come quelli scritti. Un testo orale o scritto si definisce in ragione della sua coerenza rispetto ai codici linguistici ed extralinguistici. La linguistica testuale studia i fenomeni di testualità, cioè le regolarità e le condizioni che trasformano una serie di frasi in una successione coerente che chiamiamo testo. Rientra qui anche lo studio dei generi letterari, che sono una specifica categoria di testi per i quali sono state già individuate delle specifiche caratteristiche. 17 CORPORA DI TESTI ORALI E SCRITTI La variazione non si può studiare nel suo aspetto macro, perché sarebbe necessaria una quantità molto vasta di materiale. Si ricorre allora ad alcuni insiemi di testi (enunciati tanto orali che scritti), che forniscono il materiale per ricerche di taglio svariato, senza che ogni volta sia necessaria la raccolta personale del materiale di base. Fin dagli accademici della Crusca, i lessici e le grammatiche sono stati basati su un corpus di testi considerati autorevoli. La raccolta di enunciati orali e la loro archiviazione è stata resa possibile dall invenzione di forme di registrazione della voce (il grammofono, il registratore). Per la realizzazione di un corpus si è cominciato dai più semplici corpora letterari; in Italia l opera canonica è ormai la LIZ (letteratura italiana Zanichelli), un cdrom in cui sono raccolti oltre 800 opere di letteratura italiana. Una prima limitazione di tali corpora è rappresentata dalla finezza dell analisi informatica dei testi stesi e dalla funzionalità dei motori di ricerca: se un testo è rimasto grezzo, pura trascrizione della pagina a stampa,l analisi che se ne può fare sul disco o sulla rete è sostanzialmente la stessa che è permessa dal libro. Dall altro la raccolta non ha opere letterarie che non siano di pubblico interesse, anche se molto ricche dal punto di vista linguistico. Il Centro dell Opera del Vocabolario del nostro Consiglio Nazionale delle Ricerche, riprendendo i precedenti lavori dell Accademia della Crusca, sta realizzando un vocabolario dell italiano antico basato su un corpus tendenzialmente completo di testi anteriori al Molto più complesso è il problema dei corpora di lingua parlata. Anche se accettiamo di produrre un corpus che rifletta il parlato di una sola località le difficoltà sono alte. Di fatto finora ci si accontenta di corpora di parlato rappresentativi di situazioni particolari. In conclusione, è molto probabile che la linguistica venga a dipendere sempre più dalla disponibilità di corpora. 18 TIPOLOGIA DELLE VARIETÀ ROMANZE La linguistica moderna, come abbiamo già detto, ha sviluppato molto l analisi tipologica. Da molto tempo, ad esempio, si è osservato che i principali elementi costitutivi della frase, cioè il soggetto (S), l oggetto (O) e il verbo (V) nelle diverse lingue si dispongono reciprocamente in maniera diversa e che questo ordine è connesso ad altre caratteristiche della lingua. Le lingue romanze si norma prescrivono l ordine SVO, ma questa non era la norma del latino, dove S e O potevano stare in qualsiasi ordine e V era solitamente alla fine della frase. L efficienza del sistema dei casi rendeva Pagina 14 di 38

15 possibile, certamente più in sede letteraria che nel parlato, di separare il sostantivo dall aggettivo ad esso coordinato. La perdita delle definizioni casuali dovette essere in relazione con un irrigidimento dell ordine delle parole, perché altrimenti la comunicazione sarebbe stata seriamente compromessa. Se nelle proposizioni principali le lingue romanze condividono l ordine SVO, non è sempre così negli altri casi. Nelle interrogazioni, ad esempio, il francese standard richiede l inversione obbligatoria del soggetto rispetto al verbo. Alla luce di questa osservazione si possono ricercare altre lingue romanze con l obbligo di inversione e creare così un analisi tipologica. Si è osservato che nelle lingue romanze delle origini la prima posizione della frase deve essere occupata da un elemento accentato (un pronome personale tonico come me piuttosto che uno atono come si ). Questo obbligo si è attenuato nel corso del medioevo, ma in momenti diversi da lingua a lingua. Le lingue romanze sono passate lentamente dal tipo che all inizio della frase non accettava i pronomi atoni a quello che ammette un attacco atono. Per l antico francese e l antico provenzale è stata avanzata l ipotesi che si trattasse di lingue tipologicamente verb second ovvero con il verbo obbligatoriamente nella seconda posizione della frase. In italiano questa collocazione è stata debolmente obbligatoria. La situazione del francese antico si può definire come tendenza a mettere ad inizio della frase il tema, cui seguiva subito il verbo. Da alcuni secoli il francese non solo ha abbandonato l obbligo di avere il verbo in seconda posizione, ma ne ha assunto un altro: il soggetto deve essere sempre espresso, se non è costituito da un sostantivo, deve esserci almeno un pronome. Il soggetto è obbligatorio anche se generico. L italiano non ha condiviso questa caratteristica né in passato né oggi. Questa situazione è analoga a quella delle altre lingue romanze standard. Vi è dunque all interno della Romània una contrapposizione tra lingue a soggetto obbligatorio (francese) e lingue a soggetto non obbligatorio (tutte le altre). Il panorama tipologico, a livello dialettale, è diverso da quello a livello standard ed il tipo a soggetto obbligatorio è molto più diffuso di quanto si possa pensare. Un altro esempio dell importanza di includere i dati dialettali nel nostro quadro è quello dell oggetto marcato. Quando l oggetto è un essere umano definito, lo spagnolo lo fa precedere da a (Pedro quiere a Dolores Pedro ama Dolores). Nulla di simile si ha in italiano o in francese, ma è errato pensare che lo stagnolo sia un tipo isolato, i dialetti italiani meridionali hanno infatti lo stesso fenomeno. Questi esempi ci permettono di capire come la tipologia sia per definizione un sistema classificatorio senza necessaria relazione con l origine e la storia delle lingue interessate. Ma se noi consideriamo congiuntamente tipologia e storia, viene alla luce un ulteriore dimensione dinamica della linguistica. Pagina 15 di 38

16 Parte C La storia delle lingue romanze 19 LE LINGUE ROMANZE NEL 1600 E NEL 1100 Nell analisi storica della distribuzione geografica delle lingue romanze prendiamo in esame due momenti importanti: il 1600 e il Attorno al 1600 l isoglossa che separa le lingue romanze da quelle non romanze non doveva essere molto diversa da quella odierna dalla Manica fino all Istria, ma nell ultima sua parte meridionale includeva anche la fascia dell Istria ed almeno una parte di quella della Dalmazia, sino a Dubrovnik. Quest area, successivamente passata allo sloveno e soprattutto al croato, usava o il dalmatica o il veneziano, portatovi dal dominio politico della Serenissima. Attorno al 1100 l isoglossa romanzo-germanica era invece diversa. Ad oriente e a nord rimanevano ancora isole linguistiche romanze, anche se l antico confine romano lungo il Reno e il Danubio era stato perduto da tempo. Al Nord in Germania, Austria e Svizzera; ancora più a nord l Inghilterra che era stata conquistata dai Normanni (anglo-normanno). È probabile che alcune città fossero ancora in parte bilingui e che nelle campagne ci fossero nuclei di contadini di lingua romanza. La penisola Iberica era dominio arabo e la lingua romanza era ridotta alla minoranza. Nel levante esistevano stati latini a seguito delle crociate, in cui il romanzo conviveva con le lingue indigene, soprattutto arabe. Infine nella Tunisia centrale vi era una parlata afroromanzo. 20 LA RICONQUISTA DELLA SPAGNA E DELLA SICILIA Nell alto medioevo l espansione rapidissima dell Islam ha eroso molta parte della Romània meridionale. L antica Africa romana, invasa dagli arabi fin dal sec. VII, sembra aver perduto abbastanza rapidamente l uso di un afroromanzo che certamente era in formazione. Nel sec XII ne rimaneva una piccola isola attorto a Gâfsa, nella Tunisia centrale interna. In Africa accanto all arabo è sopravvissuto il bèrbero, che continua la lingua parlata anticamente dai Libici e dai Nubidi. Nel 711 un esercito musulmano, formato da arabi e berberi, traversò lo stretto che sarà chiamato di Gibilterra e vinse in battaglia l esercito del re visigoto di Spagna; il re scomparve in battaglia l esercito e il regno cedette completamente agli spauriti ma arditi gruppi di invasori. In circa 20 anni gli arabi avevano conquistato non solo la penisola iberica, ma avevano lanciato numerose incursioni nella Francia meridionale; furono fermati solo nel 732 da Carlo Martello. La Francia rimase così cristiana, malgrado i transitori insediamenti musulmani in Provenza e nella Alpi. L Islam avrebbe conservato, invece, parte della Spagna fino al La conquista musulmana non comporto comunque né conversione all Islam né la perdita della parlata romanza. Tutto ciò ch imponevano i nuovi padroni era una tassa, per il resto gli spagnoli si limitavano a vivere la vita di tutti i giorni. Per chi decideva di convertirsi il solo problema linguistico era che la lingua del testo sacro da latina diventava araba. Malgrado ciò la situazione linguistica andò mutando. L arabo godeva del prestigio dato dall essere la lingua del potere e quella di una civiltà divenuta Pagina 16 di 38

17 splendida in breve tempo, inoltre continuavano a giungere immigrati da tutte le regioni dell Islam, soprattutto di lingua araba o berbera. Poiché le popolazioni cristiane delle montagne del nord della penisola si erano dopo poco tempo ribellate ai musulmani ed avevano formato i primi nuclei di ciò che saranno gli staterelli dell Asturia, Castiglia, Navarra, Aragona e della Catalogna, i cristiani delle vaste aree dominate dai musulmani avevano anche la possibilità di emigrare verso nord, ritornando tra i propri connazionali. Chi restava in paese arabo continuando a professare la religione cristiana veniva chiamato mozàrabo, continuando a parlare le loro varietà romanze. Vi era dunque una situazione di convivenza tra gente che parlava arabo, gente che parlava berbero e gente che parlava dialetti mozaràbici. Intanto il romanzo era rimasto negli stati cristiani del nord, che si erano formati proprio nelle regioni più marginali, più arretrate, meno latinizzate e meno colte dell antica Spagna visigota. Poiché si trattava di una zona montagnosa, in cui le comunicazioni erano difficili, questi dialetti presentavano differenze. Si tratta, da occidente a oriente, del galego, dell asturiano, del leonese, del castigliano, del navarro, dell aragonese e del catalano. Tra il castigliano e il navarro si trova l area basca, un area allora più estesa di quella attuale. I regni cristiani del nord hanno combattuto con gli arabi e a poco a poco sono riusciti ad espandersi verso sub. La riconquista fu lenta, ma attorno al 1250 agli arabi non restava altro che il piccolo regno di Granada, che sarà conquistato dai re cattolici nel I moriscos, musulmani rimasti in terra cristiana e battezzati furono espulsi solo dopo il Poiché la Riconquista avvenne in fasi che corrispondevano allo spostamento verso sud di uno spazio sostanzialmente disabitato e poiché nel sud la popolazione cristiana e romanza diminuì sempre più fino a scomparire del tutto in Andalusia, le parlate romanze dei territori riconquistati non continuano quelle degli indigeni. Ne risulta che il tipo linguistico romanzo che finì per dominare fu quello castigliano. Dalla Galizia si estese verso sud il portoghese; asturiano e leonese rimasero chiusi nell area originale, come il navarro; l aragonese occupò una striscia di poco spessore dal nord al sud e fu presto invaso di tratti castigliani; solo il catalano conservò una sua autonomia dai Pirenei fino ad Alicante. Il castigliano era il più originale dei romanzi del nord, quello che si distaccava da tutti gli altri. Si creò così un cuneo linguistico tra i dialetti iberoromanzi occidentali e quelli orientali, che non erano privi i affinità. Non conoscevano ad esempio il dittonga mento spontaneo, mentre il castigliano si: [portoghese novo, catalano nou, castigliano nuevo da latino novu; portoghese e catalano pedra mentre castigliano piedra da latino petra]; conservavano la f iniziate latina mentre il castigliano la trasformava in aspirata h e poi in Ø e così via. In generale i dialetti mozaràbici condividevano i tratti conservatori, ma essi sono scomparsi ed il tipo castigliano è diventato dominante. Particolarmente importante è il caso dell Andalusia, riconquistata tardi e quando le relative parlate mozarabiche erano ormai scomparse. La romanizzazione della regione è dunque dovuta ad immigrazione dal nord: si è determinato un gruppo di dialetto di base castigliana ma non privi di innovazioni importanti. Poiché l America fu scoperta nello stesso 1492 ed è stata colonizzata da spagnoli che potevano partire solo dal porto andaluso di Siviglia, la lingua romanza che si è diffusa in America è proprio uno spagnolo di timbro andaluso. Pagina 17 di 38

18 Per quanto riguarda il caso della Sicilia, l invasione araba dell isola ha inizio nell 827 e si conclude con la conquista completa nel 902. L isola, appartenente all impero bizantino, era di lingua greca nella parte orientale e latina in quella occidentale. Come in Spagna vi furono emigrazioni di cristiani e immigrazioni di arabi e berberi e soprattutto conversioni. Quando, nel XI secolo i bizantini e poi i normanni intrapresero la riconquista completata nel 1091, rimanevano ad oriente popolazioni di lingua greca, specialmente nella zona di Messina, ma non si è sicuri che ad occidente vi furono popolazioni di lingua romanza. Alla riconquista solo una parte dei ceti alti musulmani si trasferirono in Africa. All immigrazione di nuovi signori si aggiunse quella di numerosi contadini ed artigiani. Mentre i dominatori erano spesso galloromanzi, questi immigrati provenivano dall Italia meridionale ed anche centrale e in buon numero anche dal nord. Alcune colonie hanno conservato fino ad oggi un dialetto di tipo settentrionale, come appare a Piazza Armerina e Nicosia. Nell isola si è formata una varietà romanza che probabilmente è coagulata attorno alla parlata degli indigeni, ma con apporto degli immigrati e le conseguenze di una generale mescolanza. Il dialetto siciliano appare meno differenziato di quanto ci si possa aspettare in un isola molto vasta e montagnosa. 21 COME FURONO SCRITTE LE LINGUE ROMANZE Tutto quello che sappiamo delle lingue romanze antiche lo apprendiamo dai testi scritti, dal momento che le varietà parlate sono andate perdute per sempre. Lo studio delle lingue nel passato deve cercare in primo luogo di interpretare correttamente i testi scritti e di ricavarne informazioni sul parlato corrispondente. Sorgono in questo caso alcune problematiche, la prima di queste riguarda la corretta corrispondenza delle grafie. I primi scrittori romanzi avevano di certo imparato a scrivere in latino ed è dunque ovvio che ne seguissero le consuetudini. Il latino utilizza un alfabeto di 23 lettere (A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V X Y Z) a cui, nell are anglonormanna si aggiungeva la W per rendere la bilabiale che esisteva nei nomi anglosassoni. Il problema della mancata espressione della quantità vocalica non aveva più importanza, dato che le lingue romanze non sfruttavano le opposizioni di durata, ma restava l uso ambiguo di V sia per la vocale [u] che per la semiconsonante [w]; e di I sia per la vocale [i] che per la semiconsonante [j]. Molto tarda è stata la normalizzazione degli accenti, che risalgono all apex che i latini ponevano a volte sulla vocale per indicare che era lunga. Nella grafia delle lingue romanze (escluso il francese), l accento segnala solo quale sia la vocale tonica e viene usato, secondo regole fissate tra il sei e il settecento, soltanto quando la posizione dell accento non è quella normale. Il francese fa invece dell accento un uso diacritico (per distinguere tra e ed ε toniche, per indicare che la e atona non è ə, e così via). La più semplice via di uscita dal problema dei rapporti tra grafia tradizionale (latina) e lingua evoluta (romanza) era di conservare le grafie, mutandone il valore. In francese tutte le u lunghe erano diventate [ʯ] e le u brevi [o]: per la prima vocale non c era nessun segno disponibile, ma bastò lasciare la grafia u che veniva letta come [ʯ]. Pagina 18 di 38

19 Il latino aveva una sola s, quella sorda, ma le lingue romanze possedevano ora anche la corrispondente sonora [z], che si trova solo all interno di parola. In mancanza di segni appositi o la differenza rimase inespressa o si usò -ss- per indicare la sorda. I romani per scrivere le consonanti nasali M ed N usavano una abbreviazione: il titulus (un trattino più o meno curvo sulla lettera precedente) così annus si poteva scrivere ānus e poi anūs. Nello spagnolo antico la doppia n era diventata [ɲ] e così le grafie nn e n furono usate come grafie della palatale e la seconda divenne generale nel XVI secolo. Anche nel caso delle consonanti palatali provenienti dagli sviluppi di C e G seguite da vocale anteriore, di norma si sono seguite le grafie che per parole corrispondenti usava il latino, che però leggeva queste consonanti come velari. In Italia si scrive Cicerone ma non si legge, come avrebbero fatto i latini, [kikerone]. Poiché gli sviluppi romanzi sono stati divergenti, queste antiche grafie hanno assunto valori diversi nelle diverse tradizioni scrittorie romanze. Così la grafia ci, ce vale [ʧ] in italiano, valeva [ʦ] in francese, in spagnolo e in portoghese antichi e poi è diventata [s] in francese e portoghese moderni mentre è [θ] in spagnolo moderno. Nel sistema grafico latino X serviva poco. Il francese antico usò x come abbreviazione per us e ne resta ancora oggi traccia nei plurali -eux, -aux. In altre tradizioni grafiche x fu usata normalmente per il suono romanzo [ʃ], mentre nei latinismi era letta [ks]. Nel cinquecento in spagnolo [ʃ] è diventata [χ], così come [ʤ] che era scritto j e dopo un periodo di oscillazione nella grafia spagnola ha sostituito x, salvo che nel nome Mexico. Per le velari palatali [k] e [g] davanti ad e, i il francese, lo spagnolo e altre varietà hanno trovato una soluzione comoda. Poiché le consonanti labiodentali antiche [kw] e [gw] erano quasi sparite, le grafie que e qui potevano essere usate per [k + e, i] e gue, gui per [g + e, i]: così in francese antico abbiamo que [ke]. Lo spagnolo ha avuto il problema dell oscillazione grafica tra b e u, v dovuta alla confusione degli esiti di B e V latine. Nei testi antichi si trova spesso b quando ci si aspetteremmo v. Il problema è stato risolto nel 1726 generalizzando la forma latina corrispondente a ciascuna parola. Un altra soluzione possibile era l uso di qualche segno grafico inutile dell alfabeto latino con funzione diacritica, cioè per indicare il valore di altri segni vicini. Nell alfabeto latino H non corrispondeva ad un suono, come tale essa fu usata in romanzo per indicare, in combinazione di altre lettere, suoni estranei al latino. Così dh esprime la d fricativa [δ], sh esprime [ʃ],invece ch è usato in francese antico per esprimere [ʧ]. Il toscano e poi l'italiano hanno fatto la scelta opposta: ch e gh esprimono rispettivamente le velari sorda [k] e sonora [g] e non le palatali. Restava infine la possibilità di usare combinazioni di antichi segni grafici per realizzare nuovi suoni. Il latino aveva una sola s, quella sorda, ma le lingue romanze possedevano ora anche la corrispondente sonora [z].l'italiano non intervenne ma altrove si ricorse alla soluzione che -ss- = [s] mentre -s- = [z], soprattutto in spagnolo. Per esprimere invece le nuove affricate [ts] e [dz] l'italiano ricorse a z senza distinzione tra sorda e sonora, altrove si usarono ts e tz, la distinzione fu resa possibile dall'introduzione di una piccola z sottoforma di cediglia sotto la c (ç). Pagina 19 di 38

20 Non vennero invece inventati nuovi simboli grafici, fatta eccezione per w e ç. Il che dimostra quanto la scrittura sia conservatrice. Il sommarsi di interventi etimologici e di mutamenti fonetici che la grafia non seguiva, ha prodotto un sempre maggiore distacco tra grafia e pronuncia. 22 I PRIMI TESTI ROMANZI Nell'alto medioevo la lingua normalmente scritta è il latino, ma può capitare che, in riferimento alle competenze di chi scrive questi testi tradiscano fenomeni romanzi. Capita spesso che nomi di luogo o di oggetti avessero di latino soltanto le desinenze e qualche aggiustamento grafico, ma siano di fatto romanzi. Il primo caso in cui sia sicuro che chi scrive abbia piena coscienza di opporre due sistemi linguistici è quello dei Giuramenti di Strasburgo. Nell'alleanza stipulata tra i due fratelli Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo contro l'altro fratello, ognuno dei due sovrani aveva usato, per meglio farsi comprendere la lingua prevalente nell'esercito dell'altro. È importante notare che fosse chiaro per Ludovico e Carlo quanto diversi fossero dal latino il francese e il tedesco. In italiano il primo caso in cui è certo che chi scrive vuole opporre al latino il volgare come due sistemi distinti è quello della testimonianza capuana del 960, in cui il giudice trascrive nel suo testo latino la testimonianza così come è stata espressa. Nella penisola iberica l'uso scritto del volgare appare per la prima volta in un documento molto modesto in cui un frate annota una lista di formaggi che aveva concesso in cambio di alcuni lavori. Verso l'anno mille troviamo, invece, un testo in cui frasi intere romanze si inseriscono in un testo latino, nelle Glosse emilianensi. Si susseguono poi, nella storia, testi in cui iniziano a comparire le varie lingue romanze, sia in compagnia al latino, sia da sole. 23 LE TRADIZIONI SCRITTORIE (LETTERARIE E NON) La Paleografia è la scienza che studia le scritture, essa è in grado di individuare con una certa approssimazione il tempo e l'ambiente in cui un manoscritto è stato prodotto. Ciò è possibile grazie alla natura tradizionale della scrittura, tanto meglio che nel medioevo le persone in grado di scrivere erano ben poche e si riunivano negli stessi luoghi, gli scriptoria, in cui si diffondevano le stesse norme e convenzioni. Così, una volta individuata una tradizione grafica, basta trovare un testo scritto in quel modo, di cui si sia certi della provenienza e della datazione per collocare nel tempo e nello spazio l'intera tradizione. La constatazione dell'esistenza di scuole di scrittura può indurre a pensare che esistessero tradizioni riguardo la forma linguistica, e che venissero tramandate parallelamente. I linguisti si sono interessati a trovare tradizioni nei testi, ma anche in quelli già datati, collocati geograficamente era difficile rintracciarne. Si partiva dall'ipotesi che ogni autore avesse usato la propria varietà locale, ma si è dovuto ammettere che chi scrive non traduce sulla carta il proprio idioletto e neanche il dialetto, ma si inserisce in una tradizione più ampia, che Pagina 20 di 38

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