8 settembre e patatrach

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1 8 settembre 1943 e patatrach in quei giorni, prima settimana di settembre, viene l a... l armistizio, una pagina vergognosa. L Italia che alla chetichella e alle spalle dell alleato firma l Armistizio di Cassibile. (Anonimo ) Alle 19,45 dell 8 settembre, la radio trasmise la voce di Pietro Badoglio che annunciava l accoglimento dell armistizio richiesto dal governo italiano alle forze alleate anglo-americane nell intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione. Qualche ora dopo il maresciallo era già pronto alla fuga. Tutto era già stato predisposto fin dai primi di agosto e due cacciatorpediniere si tenevano pronte, nel porto di Civitavecchia, per trasportare la corte ed il governo in Sardegna. Quella notte però tutto andò storto e i tedeschi invece di ritirarsi pacificamente verso il nord Italia, come ingenuamente si era sperato, cominciarono ad attaccare. I tedeschi erano già a conoscenza dell armistizio sin dal primo pomeriggio dell 8 settembre. La notizia era stata captata attraverso un intercettazione telefonica e venne confermata ufficialmente all ambasciatore tedesco Rudolph Rhan dal ministro degli esteri Raffaele Guariglia, attorno alle 17. Alle 16 e 30, comunque, era già stata resa pubblica da Radio New York e più o meno alla stessa ora, i due marescialli che si dividevano il comando delle armate tedesche in Italia, Albert Kesserling ed Erwin Rommel, avevano ricevuto l ordine di dare attuazione al piano d invasione della penisola italiana. Il piano Alarico, già pronto da mesi in previsione di un eventuale tradimento. Il piano si articolava in quattro operazioni distinte: Schwarz per il controllo delle posizioni militari italiane e la smilitarizzazione dell esercito; Achse per impadronirsi della flotta italiana, Student per l occupazione di Roma, l arresto del re e la restaurazione del governo fascista; Eiche per la liberazione di Mussolini. Kesserling, che comandava le forze tedesche dislocate nell Italia centrale e meridionale, sapeva fin dal giorno 6 che gli anglo-americani stavano preparando uno sbarco fra Napoli e Salerno e ne temeva altri in altre località. Aveva paura di essere preso in trappola e prima di incominciare un ripiegamento verso il nord, per attestarsi sulla linea degli Appennini che precedono la pianura padana (come era nei piani di Rommel e dello stesso Hitler), decise di compiere alcune operazioni per saggiare il terreno. Ordinò di occupare Civitavecchia e tutta la costa tirrenica sino a Formia e bloccare così la fuga al sovrano, di cui era già da tempo al corrente. Contemporaneamente manovrò le proprie divisioni per liberarsi le spalle e per accerchiare la capitale. L iniziativa di Kesserling sconvolse i piani di Badoglio e della corte che si videro perduti. Questa era la situazione che si presentava attorno all una di notte del 9 settembre Non si sa nulla di certo su quanto avvenne nelle ore che

2 seguirono, sino alle 4 e 30 circa, ora della partenza del sovrano. Un ipotesi, che seppure avvalorata da una gran numero di indizi, resta pur sempre tale, è quella dell accordo segreto con il maresciallo Kesserling. Accordo che avrebbe garantito al sovrano, a Badoglio e ai maggiori capi militari italiani la fuga verso il sud, in cambio della piena libertà di manovra per consolidare le posizioni delle divisioni tedesche nell Italia centro-meridionale. La fuga veniva permessa, anzi agevolata, purché non fossero impartiti ordini di attacco contro le forze germaniche. Cosa che puntualmente avvenne e che in seguito si cercò di imputare ad una dimenticanza dovuta alla confusione del momento. Probabilmente nell accordo si trattò anche della persona di Mussolini, che invece di essere consegnato agli anglo-americani, come era nelle clausole dell armistizio, doveva essere lasciato dov era. Badoglio, il sovrano, la corte, il comando supremo e gli stati maggiori dell esercito partirono, come si è detto, alle 4 e 30 del 9 settembre diretti verso Pescara, dove una corvetta era ad attenderli, già pronta a salpare per un porto sicuro dell Italia meridionale, in mano agli alleati. Le truppe tedesche, che incontrarono più volte lungo tutto il percorso, non fecero difficoltà a lasciarli passare. Kesserling aveva giocato le poche carte che aveva a disposizione con astuzia e quando la mattina del 9 settembre furono attaccate le prime caserme dei reparti italiani, senza trovare alcuna resistenza, capì di aver vinto la prima mano della partita. L esercito italiano, senza ordini, era nel caos più completo. I pochi ed esemplari tentativi di resistenza furono inutili nella loro sporadicità. In seguito, anche Hitler riconobbe a Kesserling il merito della vittoria e rimosso Rommel dal comando delle armate che occupavano l Italia settentrionale, il 21 novembre 1943, gli affidò a il comando di tutto lo scacchiere italiano. io ero in piazza Oberdan, proprio nel centro di Trieste. In piazza Oberdan, sulla destra del marciapiede c era una casa dove c erano le finestre blindate mezze aperte e si vedeva, passando, che di fronte a questa finestra c era una mitragliatrice e così la porta, che era mezza aperta con una catenina e anche lì si vedevano due mitragliatrici. Lì c era un comando tedesco. Io camminavo per piazza Oberdan per andare verso il centro e tutto in un momento si spalancano le finestre La guerra è finita! La guerra è finita! Badoglio ha annunciato così! Questi tedeschi brum, brum Sentii chiudere porte e finestre e sprangare tutto... Io mi ritirai subito in caserma e da quel momento il comando del Corpo d armata non diede più notizie di sé. Riuscimmo a parlare con il Capo di stato maggiore e dice: Da ora in avanti il comando del Corpo d armata è in movimento vi sapremo dire dove andiamo. Lo debbo ancora sapere. (Werter Soldati ) E siamo quindi all 8 di settembre. All 8 di settembre io mi trovo a Lavezzola, ecco e sto acquistando il grano perché sia inviato all armata che si trova sul Don, in Russia. E sono investito così improvvisamente della responsabilità di disporre di quintali di grano che erano pronti a partire ma che non potevano più andare in Russia. (...) il colonnello Alvernia che è comandante [della direzione di commissariato] del gruppo di Bologna (...) abbandona la sede. Io telefono per avere ordini da Bologna non trovo nessuno (...) E quindi, ecco, ho presentato al Podestà di Lavezzola ho presentato i quintali di grano, ecco e questo è il documento. 10 novembre Io a nome della Commissione consegno questo grano al popolo. E qui c è la ricevuta. (Michele Massarelli )

3 Da Campoformido poi sono stato trasferito a Treviso. A fare un corso (...) i tedeschi i radar li avevano... perché io andai a Treviso a fare un corso per i radar. Io li ho visti (...) Il corso non lo abbiamo fatto perché il tempo non c era... perchè io son stato trasferito alla fine d agosto a Treviso al Secondo Capta, si chiamava [così] questo corso che si doveva fare (...) Io ho visto questi radar. Li ho visti che eran lì pronti. Li ho visti ma non sono andato nemmeno a provarli. Invece cera chi a andava a provarli (...) e arrivò l 8 settembre (...) Gli istruttori erano tedeschi lì. All 8 settembre i tedeschi sparirono completamente. Andarono via. Rimanemmo solo noi italiani. Sparirono, sparirono completamente. Il giorno dopo il comandante, che era un colonnello di aviazione, ci riunì sul piazzale e ci fece tutta una paternale... Ci disse che avremmo dovuto depositare tutto il nostro... che avevamo un fucile... il nostro fucile. Quindi siamo stati disarmati completamente. E che sarebbero venuti i tedeschi e che noi avremmo dovuto fargli buon viso... erano i nostri amici... era... uno di quelli che non aveva obbedito al... coso... di Badoglio. Voleva consegnarci ai tedeschi. Non c era proprio possibilità di dubbio (...) Uno... era un sergente, gli disse Lei c ha quel nastrino (...) che era uno (...) della marcia su Roma noi invece siamo dei ragazzi che.... Insomma, lì ci fu il primo... Questo sergente si ribellò al discorso che fece il comandante. Poi come sia andato a finire io non lo so perchè poi le cose precipitarono. Il giorno dopo, consegnati tutti i fucili... ai carabinieri eh! (...) quando è alla sera arrivano i tedeschi. Arrivarono camion di tedeschi. E io che ero lì che feci? Scappai. In pochi siamo scappati. Siamo scappati perchè nelle baracche... era contornate da (...) una muratura di cemento (...) però sotto era stato fatto (...) un buco (...) dove si poteva passare (...) quando si entrava dalla libera uscita e si rientrava tardi. E siamo usciti lì, in cinque o sei da questo buco. C era anche un carabiniere che faceva la guardia lì a questo buco. Il carabiniere ci voleva prima impedire, poi, dopo, parlando (...) ci lasciò andare e noi (...) ci siamo dispersi nella campagna. Quando siamo stati un po lontani abbiamo sentito sparare al campo... ma io non ho saputo più niente. (Giorgio Dragoni ) Kesserling, comandante del gruppo armate sud, stanziato nell Italia meridionale, sia perché direttamente impegnato con il nemico, sia per paura di scatenare una possibile reazione degli italiani che avrebbero ancora potuto tagliargli la ritirata, decise di favorire, in tutti i modi, l esodo dalle caserme. Si giunse finalmente a Caselle, a un chilometro da Sibari, furono schierati i cannoni puntati verso il mare a lato di una risaia (...) Cominciò la malaria (...) su 110 soldati e ufficiali, solo 17 non prendemmo la malaria. Si diceva che fumare era un antidoto, e così cominciai anch io (...) Si diceva ancora che facevano bene i peperoni in umido, così, qualche sera, li preparava il cuoco Carrer. (...) Ai soldati non dispiaceva trascorrere qualche settimana fuori, e non davano importanza alle infezioni. Non c era il chinino da prendere, sostituito con pastigliette del tutto inutili. Cominciarono le incursioni notturne dei caccia con i mitragliamenti: un proiettile e un razzo luminoso alternati per scoprire gli insediamenti militari da bombardare. Quando capitava, subito i compagni si addossavano ai muri, e si rifugiavano dentro, mentre io me ne stavo all aperto in attesa di essere colpito, stanco come ero della vita delusa. (...) Pervenne l ordine della ritirata (...) il trasferimento, con tanto materiale; durò più giorni, schierammo i cannoni poi sotto Doria presso un bosco, ora non più scoperto come prima. (...) in mezzo al bosco trovai la grande capanna trasformata in polveriera con sei settemila proiettili. Solo che, lasciate alcune cassette, con la targa Skoda, sulla strada presso la fureria, un ufficialetto tedesco le notò. - Nostre, nostre. - esclamò. Presente anche il capitano Datola se ne preoccupò. Non ci voleva niente che i tedeschi requisissero i cannoni. Io non avevo più la radio, in quanto il soldato in licenza non era tornato, e così il Comando di gruppo mi portò via l apparecchio. Tuttavia, verso sera dell 8 settembre 1943, seppi che era avvenuto l armistizio tra l Italia e gli Alleati; noi eravamo traditori verso i tedeschi. Infatti i nostri soldati si nascondevano quando vedevano i tedeschi. Il mattino dopo, vidi un curioso fenomeno. Lungo la ferrovia transitavano centinaia di soldati italiani, alcuni vestiti già in borghese, in fuga verso il nord. Per la strada passarono alcuni semoventi tedeschi con lunghi cannoni, con a cavallo e sopra tanti nostri

4 disertori. Anche a Doria c era il presidio militare comandato da un colonnello, tutti i soldati in fuga, rimasero solo alcuni. Verso sera ne arrivò uno in fureria dicendo che il suo comandante voleva il capitano Datola a rapporto. C era il collegamento con la linea pezzi, ma non funzionava. Visto un nostro conducente, lo chiamai dicendogli di recarsi alla linea pezzi per avvertire il nostro capitano. Quello corse via a nascondersi. Anche Zanin, l attendente del capitano fece lo stesso. Che potevo fare? Dovevo andarci io. (...) Lungo la strada c erano circa venti carri armati tedeschi fermi; erano stati accesi dei focherelli al margine per riscaldare qualcosa. Se fossi stato aggredito ero pronto a sparare, non importava se ci avessi rimesso la vita, tanto... Guten nacht. Guten nacht, kamarad dissi loro. Nessuno mi disse niente (...) Quando fui vicino, all imbrunire, scorsi schierate davanti una decina di autoblinde tedesche coi cannoncini puntati. Mi arrampicai su per la scarpata, ma subito il cric crac di un fucile e un alt di intimidazione! - Sono il furiere - gridai - Non sparate. - La parola d ordine - pretese il soldato di guardia. - Non è arrivata - precisai. (...) trovai Datola tutto nervoso. Gli dissi che doveva recarsi a rapporto, ma lui... - E che comanda più quello là, con tutti i soldati in fuga? Se vuole, venga lui da me, la mia Batteria è ancora intera. - (...) Stetti lì tutta la notte, non successe niente. Il capitano mi disse che non avrebbe mai ceduto le armi ai tedeschi, caso mai avrebbe fatto saltare i cannoni e incendiare la polveriera. (...) Nel pomeriggio Datola mi mandò a dire di bruciare la documentazione, ma non il rolino di marcia, e di fare saltare i cannoni. Ero lì di fuori a bruciare le carte quando comparvero gli amici. Perché non darcela a gambe anche noi come gli altri soldati? (...) Dissi di sì (...) Essendo ormai buio, entrai in fureria, fracassai il centralino telefonico, misi nello zaino solo il necessario, il resto lo posi sotto le tavole, mentre si udivano i colpi dei cannoni saltati. Allora ci pensai sopra. Ero un maestro, e una volta disertore, avrei poi ottenuta una scuola? Non volevo restare contadino. Decisi di raggiungere il capitano e quindi di tradire i compagni. (...) trovammo i cannoni saltati, ma uno no, ancora tappato, subito fu tolto il proiettile. Si apprese che, dalla buca, il caporal maggiore Schiffini non aveva tirato la cordicella nel modo giusto. (...) Dov era la polveriera, di certo scoppiata durante la notte, per mezzo chilometro il bosco era raso al suolo, si era formato una specie di macero. (...) Il mattino dopo, finalmente giunsero a Doria i liberatori con le macchine e l altoparlante a tutta voce senza che capissimo una parola. Dovevano essere di sicuro dei canadesi. Fecero conto che noi, soldati, non esistessimo. Poi se ne andarono. Nel pomeriggio, al di là della ferrovia, scorsi a cavallo il nostro maggiore e il suo aiutante che stavano osservando. Poi scesero giù con le rivoltelle in mano. Ma i tedeschi non c erano più. Legati i cavalli, si arrampicarono su per una scarpata, giunti sulla strada: - Adunata! - gridò il tenete. Avvenne nella piccola spianata dietro al filare dei cavalli, il capitano Datola davanti a noi. Giussani forse era andato a vedere i cannoni con le bocche da fuoco a pezzi. Quel maggiore si fece avanti rabbioso e se la prese con Datola che aveva rovinato i cannoni e le munizioni dicendo che lo avrebbe denunciato per tradimento. Ora il Gruppo non era più in grado di continuare la guerra contro i tedeschi. Sarebbe stato degradato. Cosa emerse? I soldati si resero conto che con il suo gesto valoroso il capitano ci aveva salvati, altrimenti si sarebbe dovuto andare al fronte a combattere e a rischiare la vita. Come poi appresi, i soldati schierati ebbero la tentazione di assalire il maggiore che, invece di elogiare il capitano, riuscito a non cedere le armi ai tedeschi, lo trattava come un cane. Datola non fiatò, poi quei due andarono via. (Da: Le mie memorie di Lazzaro Rossi. - Cesena : Wafra, stampa 1993) Eravamo militari in Jugoslavia, poi siamo arrivati a Roma e quando abbiamo visto che la situazione si stava sfasciando siamo andati via. Anche altri. Si cominciavano a buttare le armi nel Tevere, c era lo sfasciamento dell esercito, così ci siamo allontanati. (...) a Roma prima dell 8 settembre non abbiamo trovato nessuna organizzazione al di fuori di qualche pallottino di carta che arrivava nei tram, era propaganda, parlo di una settimana prima dell 8 settembre. Ci fu un combattimento fra tedeschi ed esercito italiano, ci fu un reparto italiano che resistette. In quell occasione si sono visti ufficiali vestiti da marinaio, vestiti alla buona, che scappavano e noi siamo venuti a casa. Io sono arrivato da solo, da Roma mi sono trovato a Sarsina. Ho marciato in treno, in corriera, in camion, a piedi. Da Sarsina siamo venuti giù in corriera, abbiamo sentito una professoressa che delirava, che

5 insultava questa gente che scappava, che eravamo noi, ma lei non lo sapeva... La volontà c era di prenderla per il collo, ma era vecchia e poi c era da rischiare e non l abbiamo fatto. (Edoardo Gazza dattiloscritto 1984) Mi trovavo a Roma allo Stato Maggiore (...) Io facevo il servizio informazioni militare, il marconista, l intercettazione militare a Roma. (...) [Dopo l annuncio dell armistizio] Prima di tutto scomparvero gli ufficiali. Nel mio reparto non vedemmo più nessun ufficiale. Poi, siccome io mi trovavo in quel momento all ospedale militare Buon Pastore... Il fatto è che i tedeschi dopo il breve combattimento di Roma, a Porta San Paolo (...) arrivarono all ospedale e lo vuotarono perché ne avevano bisogno loro, per i loro feriti, i loro soldati. Per cui, a casa... Fummo spediti... In questo caso fui proprio spedito regolarmente a casa con armi e bagagli (...) Quando arrivai in piazza Saffi [a Forlì] (...) due persone, io sotto il campanile di San Mercuriale (...) e una seconda al Rialto piazza, che era un mio amico. Mi prese sulla canna della bicicletta e mi portò a casa a Caiossi... Due persone alle cinque, le quattro, del pomeriggio del 12 settembre 1944 [1943]. (Luciano Marzocchi ) Prema a s era militer pó cun la sfata ad Roma a sò vnù ca (...) [dalla Jugoslavia] i s à rimpatriè tot e regiment. Ch ema d andè zó int e sberch, quand i sbarcheva a Napoli, là zó Che invece pó a ngn i sam rivat. A sam rivat a Roma e pó j ot ad setembar l è avnù e patatrach. Pó a s sam sbandè e a sam avnù ca da Roma. (...) un po pè, un po in treno. Dop a ot dé ch a sò stè ca i m à mandè la cartulina ch aveva d andè in Germania e me, invece d andè in Germania a sò andè a la Calabrina, no? A sò stè qué. Ma degh No! A vagh a la Calabrina da Campena [Alvaro Campana]. E ò fat e partigien. (Pio Tamburini 1983) Rommel, invece, applicò alla lettera gli ordini di Hitler. Per questo, nell Italia del nord e in quella parte dell Italia centrale che ricadeva sotto la sua giurisdizione, si aprì la caccia all uomo. I militari italiani furono braccati e una volta catturati, messi di fronte all alternativa di arruolarsi nell esercito tedesco o di essere deportati in Germania. [Subito dopo l 8 settembre] la gente scappava chiedevano vestiti andavano dai contadini Mi dia un paio di pantaloni per fare Perché l esercito tedesco si era già mosso ma erano pattuglie, pattuglie che se trovavano dei soldati ( ) li convogliavano Adesso lei vada là ma dopo non lo controllavano più... questi scappavano via e era un caos.. un caos che durò sette, otto giorni ma anche più. Ma quando poi l esercito tedesco cominciò a organizzarsi e piantare [dei posti di blocco] alla porta delle città [e la] gente che scappava la convogliava la portava in campo di concentramento... e allora la cosa si fece seria e quindi chi scappava scappava con delle difficoltà non indifferenti e si nascondeva bene ( ) c era il pericolo di essere presi e mandati mandati anche fuori. (Ferruccio (Rino) Biguzzi 1999) [A Santa Colomba vicino a Siena] avevamo un campo armato di tedeschi ch l era a 5-6 chilometri. (...) e avema l aeroporto di sotto (...) a tre chilometri, a gema avei, tre chilometri e mez, con duemila reclute u j era (...) J i era andè da poch. E lè cun di mutur, cun i cavel, cun di sumer, j è ciapè via tot. (...) Io suggerii col nostro capitano, al pruvet in che mument che lè, Adesso cosa facciamo?, u i ciapet la tremarela. L aveva fifa, parché i tedesch u l saveva che j era cativ. Cosa facciamo? (...) avete i carri armati. A j andem [a] ocupè, quii che lè i n sa zà ancora gnent lor. Andiamo a occupare? (...) Nun a avama parec cararmè. Eravamo armati. (...) Lou [gli ufficiali] j è andè via tot. E noi, a i sam andè nenca nun. E a la porta u j era j antifascesta ch i tuleva agli ermi. Prelevavano le armi e i fucili e nun inveci andesm a tó delle vivande par magné. Andesm a tó dal vivandi e pó quand a j em mandè vi tot a avdesum una sera che venne su... ch l avniva só al

6 camiuneti di tedesch. Parché là j eva ocupè prema che da noi. E alora noi eravamo su un cocuzzolo a sandesum zó. Andesum nel monte di là, a fasesum temp.(...) A sama du e du quatar. A stasesum me, un ent rumagnol e magazinir, un ad Ronta, ma Ronta lè sora da Modigliena e un tuschen (...) e faseva l autista, era più anziano di me (...) [prima di partire] noi dormimmo, a s cambiesum tot la roba (...) [Per la strada] vendevamo le coperte per far quattrini (...) a pè fino a Certaldo.(...) Avam durmì nei fienili noi. (...) Eravamo sempre in quattro fino a Prato. Mantenevamo sempre quei cento, duecento metri [fra noi] (...) Col magazziniere avem fat un po ad pruvesti. Poi avevamo le nostre bombe a mano s u j era bisogn. Perchè i carabinieri non da tutte le parti j era antifascesta (...) Comunque a Certaldo (...) c era il treno, ma là l era un brulichio ad zenta ch j andeva e... I ciapeva via tot sti suldè. Te pensa un po duemila! Cun tot i servizi! (...) A sam muntè só in treno. E dopo c erano gli ufficiali, j aveva ancora la divisa e nun a i ragnema parché gli ufficiali era[no] un pericolo [per] rientrare alle nostre case. Ah! dico Fate come noi, andate alle famiglie e vuit a v fasì dè i quel... da boghese e acsé avete la possibilità di arrivare a casa anche voi. Quii ch i n scalet zó me a i get acsé, ch j andes in clet vagon, che nun a vlema stè tranquel. Perché noi siamo armati e se capita degh qualcadun nun a fasem saltè pr aria gnaquel! Quindi a i trasferesum (...) Fuori stazione (...) [i tedeschi] j eva fat un campo di concentramento (...) di raduno. Du ch j eva cunvugliè tot i militari. Amo, u i n è che j i à freghè. Alora, io ero esperto di ferrovie (...) e a s farmesum la stazione prima e andesum a esplorè. U j era i tedesch, j era ad sarvizi. Alora a s mitesum a distanza, a staseum a spitè la nostra coincidenza perché c era il bando che dovevamo consegnare tutte le armi (...) a ciacaret e nench cun di tedesch, ch i faseva sarvizi (...) e loro tutti tranquilli. (...) A s trasferem a Prato e dop da Prato a muntesum só e a lé la fu piò dura, perché dovevi prendere quei treni che erano affollatissimi e me, ch u ngn era e post da muntè só, a m faset tiré só da i finistrin. E qualcheduno a stasesum, a s dasemi e cambi, nei respingenti e int e quel... Avem fat tot (...) la Porrettana (...) dop a scalet zó (...) ad ciora da Bologna (...) la stazione prima (...) [a] la faset a pè, ch a scavidet nench Bologna, ch u j era un gros quel ad concentrament ch j eva ciapè una masa ad militer (...) Arivet a ca (...) una smena dop, gnenca. Me u m pè i treg ad setembar (...) quand a sandesum a Bologna (...) [la situazione] era normale. A là [in Toscana] l era tot tedesch cun tot i canun (...) j eva ocupè tutti i punti strategici nelle strade. Li vedevi tutti. Nun quand andema zó a Siena a e regimént j era tot a lé. J era indipartot, negli ultimi momenti. Inveci a que, liberi!. (...) me a faset djit ot dis chilometri a pè e poi a ciapet [e treno] (...) a Mirandola. (Otello Sbrighi- 1998) Dopo l 8 settembre scappammo [da Fossano], eravamo in cinque, ci portammo vicino alla Maddalena nei pressi di Cuneo dove ci ospitò un contadino e ci invitò a raggiungere il grosso di un corpo di armata della zona di Cuneo, che si era rifugiato sulla Maddalena e invece di aderire decidemmo di ritornare alle nostre case. Dopo una serie di peripezie per riuscire a sfuggire alla cattura dei tedeschi e dei fascisti, attraversammo tutta la campagna arrivando fino ad Asti, dove trovammo la casa di un industriale della Simmenthal. Il padrone della Simmenthal. Che ci ospitò perché anche lui aveva un figlio che era rimasto prigioniero in Russia. Dormimmo lì nel cascinale, ci diede da mangiare e poi ci diede anche i vestiti, permettendoci così di toglierci la divisa e di vestire abiti civili. Mi diede un vestito bellissimo, da signore, con la cravatta. Ognuno di noi scelse poi la strada che riteneva più opportuna. (...) io, così vestito, non davo nell occhio e potevo attraversare i posti di blocco e passai sul ponte di Voghera. Nessuno mi fermò. Presi la mia corriera ed arrivai fino a Piacenza. Di qui presi il treno ed ebbi la fortuna di incontrare una ragazza di Ancona. Mi sedetti vicino a lei e le dissi di dire che era la mia fidanzata per sfuggire eventualmente ad un controllo da parte dei tedeschi. Infatti, quando arrivammo a Modena, dove c era un forte concentramento di tedeschi, tutti i passeggeri che avevano scarpe da militare o che erano vestiti da militare furono portati al campo di concentramento di Fossoli. A me invece andò liscia, perché ero vestito con abiti civili. Mi fermai addirittura a Bologna, dove c era ancora un forte concentramento di tedeschi. Scesi dal treno, perché c era da aspettare la coincidenza, mangiammo, poi ripartii ed

7 arrivai a Cesena senza avere avuto nessuna noia da parte dei tedeschi e dei fascisti. (Luciano Rasi - dattiloscritto Ero all ospedale di Modena perché avevo la malaria. Davano le licenze di convalescenza ma io ero lì da pochi giorni, quindi scappai via con un contadino che era ricoverato con me, era di Modena, mi ospitò tre giorni a casa sua. Poi mi misi in viaggio. A piedi fino a Bologna e lì presi il treno per Cesena. Dopo ci hanno richiamato... mi sono presentato a Varese e da lì sono scappato e ho aderito alla resistenza. A Varese sono stato due giorni... non ricordo il mese, erano gli inizi del 44. (Armando Gardini - dattiloscritto )... sono andato via, avevo 18 anni [nel 1940] e all 8 settembre... a San Pietro del Carso (Trieste)... e son rimasto prigioniero a San Pietro del Carso e lì io vidi che mi portavano via in Germania. Io e altri cinque militari italiani... e siamo scappati via e dopo sono riuscito a venire a casa. Quando sono stato a casa ho collaborato insieme con il gruppo di Mazzini e gli altri. (Romeo Motta ) E [prima del]l 8 settembre tornai a Forlì dove era stata costituita la compagnia per la difesa antiaerea; naturalmente non avevamo né un cannone antiaereo, né batterie, ma solo un telemetro e con quello andavamo lungo il fiume... praticamente non facevamo niente. Quando venne data la comunicazione [dell armistizio] rientrai in caserma. Due giorni dopo la caserma era stata abbandonata completamente dagli ufficiali e noi ci trovammo in balia... C erano già le notizie che arrivavano i tedeschi che avrebbero occupato la caserma. Insieme al caporale Lucchi presi la decisione di uscire dalla caserma. Allora ero nell ufficio della nostra compagnia, con due permessi falsi uscimmo dalla caserma e andammo a casa di mio cugino che abitava a Forlì e ci vestimmo in borghese. Tornammo a casa in due su una bicicletta. (Scevola Franciosi - dattiloscritto ) Sono partito militare nel 41 (...) l 8 settembre ero a Milano (...) io, in un primo tempo fui preso dai... dai tedeschi. Che Milano doveva essere una zona libera e invece a un dato momento la occuparono i tedeschi e fui preso in un bivio, in una via, però riuscii a scappare e mi rifugiai presso una casa di Milanesi. Rimasi lì tre o quattro giorni poi presi il treno e... arrivai a casa. (Antonio Ballani ) Io son andato militare a diciannov anni del 42. L 8 settembre mi trovavo a Faenza, ero nei bersaglieri (...) La gente... ce l han detto la gente, perché noi eravamo tutti chiusi. Quando siam scappati, la gente Eh! E finita la guerra! (...) Però non ci han lasciato liberi,ci hanno mandato a Brisighella un paesino in mezzo a Faenza e Forlì. Ci han mandato là in un castello, che stavano arrivando i tedeschi. Per la paura che ci prendessero i tedeschi ci han mandato là e poi di là siam scappati tutti. Ci han mandato i nostri comandanti lì. Ma loro dicevano, chi lo sa i nostri comandanti com erano, dicevano Aspettate qui, dopo vi diamo il congedo. Col fucile [e] bombe a mano siam scappati in tre o quattro di qui e siamo venuti a casa a piedi. Uno era di Ronta, uno di Diegaro, uno di coso... lassù vicino a Borello. Noi siamo tornati a piedi. Abbiamo scavidato il coso... il campo di aviazione di Forlì perché era circondato dai tedeschi. E alora siam passati un po più lontano, un po più sui monti e siam venuti a piedi. (Sergio (Savolino) Mazzotti ) Lo stesso avveniva fuori d Italia nei paesi occupati dalle forze dell Asse: Grecia, Albania, Jugoslavia. Mi ero reso conto da tempo che noi di fronte ai tedeschi non eravamo [incomprensibile]. Non c era anche la mentalità, anche i mezzi non c erano. Loro erano motorizzati, noi tutti a piedi. Su qualche camion... Ma c era proprio un altro modo di concepire la guerra, di sentirla (...) Loro si muovevano sempre (...) noi si rimaneva in un posto dei mesi, poi si creava con la popolazione qualche rapporto (...) Quando ci fu l armistizio io mi feci subito il bagno perché Chissà quando potrò farlo ancora?

8 [pensai] (...) Ero a Gianina, a un certo punto tutti a brindare Eh! Ma be. Ma desso viene il bello! [pensai]. Ad un certo punto improvvisamente è arrivato... è arrivato una squadra... non lo so... un manipolo tedesco per portare via i nostri apparecchi di comunicazione. Subito, subito, la sera. C è stato un intervento del colonnello Conti. Comandante capo (...) E riuscito a intervenire. Ha fatto tempo a intervenire e a impedirlo. E dopo lui ha mandato lì una compagnia di alpini (...) Poi ho dormito [incomprensibile] con le giberne, proprio vestito, pronto. E al mattino (...) dalle finestre del mio ufficio ho visto (...) i cannoni tedeschi puntati su di noi, a zero. E allora, proprio per sfida, per reazione, me ne andai subito a Gianina (...) Ci sarà ancora l alzabandiera? [pensai] (...) Tutto deserto (...) arrivo in piazza (...) io solo in piazza, per sfida. Dico La guerra è persa ma l Italia continua. Poi ho gironzolato un poco (...) I comandi non han fatto niente (...) c è stata proprio un abulia, un accidia (...) c è stato l immobilismo (...) una stanchezza (...) Questo è successo la mattina del 9. (...) I tedeschi (...) disarmavano i titubanti, gli incerti. Questo al mattino. Poi, mi pare il pomeriggio, o il giorno 10 o il giorno 9, al pomeriggio verso sera, sono andato in piazza (...) Ho visto [che] avevan creato una specie di impalcatura, non so, un ufficio. I tedeschi. Un ufficio per l iscrizione dei volontari italiani (...) Un ufficio provvisorio creato sul momento. E ho visto qualche soldato arrivare. (...) Quando imparai che alla sera dell 11 c era un incontro con il generale [di corpo d armata] Dellabona [Guido], il nostro comandante [andai ad attendere notizie, aspettando fuori dalla porta] (...) imparai subito che il giorno dopo alle due c era la resa. (...) Al mattino ho lasciato il fucile in una casa (...) ho potato tutta la roba (...) lì (...) e dopo mi sono affidato a loro (...) Dissi Voglio andare in montagna (Pietro Vaenti ) Al otto settembre noi ci trovavamo dislocati nel isola del Egeo Idra, eravamo uomini rimasti smarriti dalle voci che giungevano, e ancor di più da quello che non veniva detto dai comandi superiori. Siamo rimasti qualche giorno in attesa, una mattina presto suona l'allarme si stavano avvicinando delle imbarcazioni, dato che diversi ufficiali non volevano continuare la guerra per i tedeschi schierarono gl'alpini di cui facevo parte attendendo lo sbarco degli sconosciuti. Apena sulla spiaggia inalzarono lo stemma delle camicie nere, erano i fascisti che venivano a prendere [l ]isoletta nelle loro mani, gli uomini schierati al ordine degl'ufficiali aprirono il fuoco con fucili mitragliatori e armi leggere, presi alla sprovista i fascisti i più caddero sulla spiaggia, gl altri si diedero alla fuga ritornando sulle loro Barche. Il tempo stringeva e ci sarebbe stato un altro tentativo e sarebbe stata la fine per tutti noi, fu fatta l'adunata e un ufficiale disse che ci rimaneva solo una selta quella di allearci ai partigiani greci presenti nel isola la stragrande maggioranza segui la scelta degl[i] ufficiali passando coi partigiani dopo brevi coloqui, la notte stessa raggiungemmo la terraferma, appena in tempo, gl'stucas tedeschi bombardavano e mitragliavano mettevano tutto ferro e fuoco, poco tempo dopo i soldati e ufficiali rimasti furono massacrati. Noi seguimmo la sorte di tutti gl'italiani che si affiancarono ai partigiani fatte di azioni contro i tedeschi e poi la ritirata fra i monti in zone sicure, la popolazione ci a aiutato come aiutava i suoi figli, gli scontri si ripetevano sempre con maggior violenza, i nazifascisti erano in ritirata imboscate, far saltare i ponti, Raccogliere le armi che gli alleati lanciavano col paracadute, medicinali e viveri. La Resistenza diventava sempre più forte, ma le perdite fra di noi della Brigata Garibaldi fu altissimo, Viene descritto in diversi libri, si calcola che solo il 30/35 [per cento] arrivo a Belgrado, voi sapete liberata la Grecia le forze si unirono per sconfiggere e cacciare i nazifascisti dai Balcani, Ritornammo in Italia alla fine del 1945 e dai mie[i] seppi che la nostra casa era una Casa sicura per i GAP, e tutta la resistenza della Bassa Cesenate. (Ottavio Sbrighi - testo manoscritto da Vittorio (Quarto) Fusconi, 2001) Nel 41 andai militare in Jugoslavia e stetti due anni. Mi trovavo lì l 8 settembre. Quando sapemmo che il governo era caduto fummo titubanti. C era il compagno Migliozzi, sergente della mia

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