1. L individualismo metodologico e il problema della doppia contingenza

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1 1. L individualismo metodologico e il problema della doppia contingenza 1.1 La teoria della scelta razionale come teoria generale della società Che la teoria della scelta razionale si proponga come teoria generale del comportamento umano o almeno aspiri ad essere tale, non vi sono dubbi. Così come non vi sono dubbi che essa si reputi come la fondamentale espressione teorica dell Individualismo Metodologico (IM) (Becker, 1976; Elster, 1983, Harsany, 1985 e 1989). Proprio per questo, come è noto, essa è stata oggetto di numerose critiche. Ma, sebbene molte di queste critiche, a volte provenienti dal suo stesso interno 1, siano in certi casi risultate così centrate da apparire devastanti, i suoi fautori hanno continuato ad andare avanti quasi come se niente fosse successo. O, meglio, una parte oggi non trascurabile della comunità scientifica (in prevalenza economisti e filosofi) ha reagito adattando il suo modello di base ad una versione per così dire più realista (come nel caso delle teorie neoistituzionaliste). La consapevolezza delle difficoltà interne al modello si è recentemente amplificata e diffusa con gli sviluppi dovuti alla teoria dei giochi e all introduzione di modelli d interazione strategica, che risultano particolarmente centrali quando si voglia fare della teoria della scelta razionale una teoria generale del comportamento umano e della società. La debolezza e la parzialità dei tentativi con cui si è cercato di ovviare ai ben noti problemi quali la mancanza in molte situazioni strategiche di equilibrio stabile, la presenza di molteplicità di equilibri o di equilibri non-cooperativi (come nel Dilemma del Prigioniero) (Kreps, 1991 e 1993; Binmore, 1994 e 1998; Binmore, Osborne e Rubinstein, 1992) e altre difficoltà ancora-, non può non rafforzare il sospetto che il vero nodo fondamentale sia altrove. La nostra idea è che molte di queste critiche e di questi sviluppi, pur individuando problemi assai seri, non abbiano potuto scalfire veramente questo paradigma teorico perché esse lo hanno soltanto sfiorato o toccato indirettamente, senza cioè colpire l idea fondamentale che sta alla sua base e che rinvia, appunto, all IM. Questa idea consiste nella tesi divenuta un classico delle scienze sociali a partire dalla fine del settecento - secondo cui le vicende sociali e la società stessa devono essere spiegate sulla base di azioni degli uomini, e che queste azioni devono essere intese come comportamenti intenzionali e razionali. A nostro parere il punto veramente critico di tutta la faccenda non è costituito dall intenzionalità e dalla razionalità come tali. Sebbene questi rappresentino indubbiamente due aspetti assai importanti e assai problematici della teoria, è stata proprio la critica che ha mostrato (da Simon a Williamson, North, March e Olsen fino alle moderne scienze cognitive) come sia possibile elaborare una versione più realista (ossia, in questo caso, con rappresentazioni della razionalità e della intenzionalità più complesse e probabilmente più prossime alla realtà dell attore concreto) dello stesso paradigma azionalista 2. Naturalmente, alcune di queste teorie si sono spinte così avanti da ridurre talmente il ruolo della razionalità e della intenzionalità da suscitare dei dubbi circa la loro aderenza ad una prospettiva propriamente individualista. Resta tuttavia il fatto, assai significativo, che queste critiche sbocchino comunque in teorie dell azione o del comportamento. È per esempio noto che molte di queste proposte partono dall idea che le istituzioni ed i grandi fenomeni sociali 1 È questo il caso assai noto di Elster (1983, 1989b, 1993 e 1995). 2 Il riferimento è a Simon (con March 1958) e (1984), March (1988) e (1994), March e Olsen (1989) e alla loro critica sia alla razionalità olimpica sia all idea che la razionalità consista in una procedura interna agli attori che calcola le conseguenze delle alternative di scelte, date certe preferenze soggettive e certi vincoli esterni. A ciò essi preferiscono l idea del processo decisionale come conformità a regole. Elster (1989b) ha poi mostrato i vari casi di fallimento della ragione, mentre una critica più recente colpisce al cuore il fondamento epistemologico dell idea di conoscenza come processo di rispecchiamento del reale e quella di informazione come mero dato computabile. Su questo torneremo e vedremo come si tratti di una critica che vada ben oltre le classiche tesi sulla razionalità limitata e l incertezza.

2 siano spiegabili come effetti inintenzionali di azioni intenzionali (Hayek, 1945 e 1952; Alchian, 1950; Schotter, 1981; Nozick, 1981; Coleman, 1990; Boudon, 1981) 3. Meccanismi come la mano invisibile sembrano tuttavia poco aderenti ad una idea costruttivista della società, come ad esempio lo sono le diverse versioni del contrattualismo filosofico e politologico. Qui in effetti ci si avvicina all essenza del problema, senza però chiarirlo nei suoi propri termini. Resta infatti un punto che è un vero tabù, mai veramente affrontato. Questo tabù, a nostro parere, è l azione (e la connessa idea di scelta) intesa come la fonte basilare della spiegazione dei fenomeni sociali, mentre buona parte delle critiche dovrebbe indurre a pensare che il problema fondamentale sia costituito proprio dalla nozione stessa di azione sociale. Per far emergere questo aspetto decisivo in tutta la sua chiarezza è però necessario rapportare la teoria della scelta razionale all IM, perché solo tramite questo raffronto risulterà evidente la natura logico-concettuale del problema dell azione sociale. Come mostreremo qui di seguito, esso è tale da avere ben poco a che fare con le tradizionali obiezioni poste sia dalle critiche appena citate sia dallo strutturalismo, mentre si riallaccia ad alcune idee del funzionalismo sociologico (ampiamente rivisitate). Il punto da cui partire è, crediamo, ben evidenziato dalla domanda (a suo tempo posta da Simmel): come è possibile la società? Ovvero, detto in un modo più rivelatore, quali sono le condizioni di possibilità dell azione sociale, cioè di quell azione che deve essere effettivamente capace di coordinarsi (ripetutamente) con altre azioni, a volte in modo cooperativo, così da dar vita a un ordine sociale autoriproduttivo? Tali domande rivelano come, nel porsi il problema di spiegare eventi e strutture sociali partendo dagli individui agenti, diventi assolutamente cruciale cogliere la natura del passaggio dalla logica e dalla semantica di Robinson Crusoe -dell agire, cioè, meramente individuale- alla logica e alla semantica dell azione sociale e dell interazione. L analisi di questa logica rivelerà che è proprio il concetto stesso di azione e il suo ruolo che devono essere abbandonati. Per questo il ragionare in termini di IM diviene epistemologicamente, e non solo teoricamente, illuminante. 1.2 L individualismo ontologico: com è possibile l ordine sociale? Prescindiamo per il momento dal problema più generale di chiederci se l elemento di base della società sia proprio l azione sociale oppure qualcos altro. La tradizione veteroeuropea da per scontato che l unità elementare per spiegare la società sia l azione, ma, per le ragioni che vedremo, è proprio questo dato apparentemente ovvio che dovrebbe essere messo in dubbio. Almeno nella forma in cui è tradizionalmente posto. Ad ogni modo, qui ci limiteremo a discutere la teoria dell azione sociale. Come è noto, la peculiarità dell agire sociale (al contrario dell agire non sociale) consiste nel fatto che esso coinvolge sempre anche almeno un altro individuo. Da questa circostanza strutturale sorgono due tipi di problemi. Il primo tipo nasce dalla domanda come sia possibile l agire individuale quando questo ha implicazioni su altri individui e questo sia vero in modo sistematico. Il secondo tipo di problema sorge dalla generalizzazione del problema precedente al livello globale. La prima questione può essere definita come un problema di cooperazione inteso come coordinamento dei comportamenti in situazione di interdipendenza. La seconda questione costituisce invece il problema dell ordine sociale complessivo. I due problemi sono spesso confusi, sebbene non sia necessariamente vero che l eventuale soluzione del primo assicuri la soluzione del secondo. Come infatti vedremo, la società globale non può in alcun modo essere intesa come un effetto di composizione (di interazioni locali, per esempio). Non si tratta soltanto del fatto (che per altro dovrebbe essere ovvio) che con riguardo alla costituzione, al cambiamento e al modo di operare delle strutture di significato in base alle quali gli attori orientano le loro scelte non ha letteralmente senso parlare di effetto di composizione (anche se volessimo usare, per esempio, fattori di moltiplicazione anziché di mera somma). Si tratta soprattutto del fatto che un fenomeno propriamente emergente 4 come la società acquista, dal momento in cui si costituisce, una sua peculiare autonomia e una dinamica autoriproduttiva. Come mostreremo, questo ha due conseguenze tra loro collegate: a) gli elementi della società non potranno più essere intesi indipendentemente dall unità che li comprende, ovvero la società non potrà essere concepita come costituita dagli elementi (gli attori) più le loro relazioni; b) gli attori (o soggetti), di conseguenza, non potranno essere considerati come componenti 3 Non a caso certi economisti che si richiamano alla mano invisibile sono arrivati a proporre di considerare le preferenze come date e sostanzialmente stabili nel tempo (Becker e Stigler, 1977). In tale teoria del consumatore, di conseguenza, il ruolo giocato dalla scelta individuale è minimo, perché le decisioni dipendono essenzialmente da parametri esogeni. Ma da cosa dipendono tali parametri? Evidentemente dalla società. Allora, qui non solo non è chiaro perché si continui a dare rilievo alle decisioni, ma non si fornisce neppure una teoria plausibile - compatibile con i presupposti individualisti e razionalisti della teoria stessa- dell equilibrio, che sostanzialmente dipende da un contesto sociale non spiegato. 4 Questo è proprio ciò che alcuni contestano, ma vedremo che si tratta di una tesi insostenibile.

3 della società. Quanto diremo qui di seguito preparerà la strada per arrivare a queste conclusioni. L ultima parte di questo lavoro abbozzerà una possibile soluzione del problema dell ordine sociale. Per intanto la tesi che intendiamo dimostrare può così essere sintetizzata: Se la moderna teoria della scelta razionale si autodefinisce come espressione teorica appropriata dell IM, allora essa lo contraddice; se invece si pone entro un diverso orizzonte metodologico (ma quale?), essa perde di rilevanza e in ogni caso non può più aspirare a divenire teoria generale del comportamento umano e dei fenomeni sociali. Questa tesi può anche essere espressa dicendo che il programma scientifico dell IM è impossibile e che la teoria della scelta razionale è paradossale. Mostreremo infatti che essa o non riesce a spiegare neppure l azione (sociale) in base ai suoi stessi presupposti, oppure che per spiegarla deve stravolgere questi stessi presupposti fino a modificare radicalmente il proprio significato. La chiameremo sinteticamente tesi d impossibilità. Chiarire quale sia il fondamento metodologico della teoria della scelta razionale significa interrogarsi sui suoi significati più profondi e generali; significa, perciò, illuminare anche la natura, la rilevanza e la portata euristica delle sue spiegazioni. Ci permette, insomma, di esplicitare che cosa stiamo veramente spiegando, e a quali condizioni, quando utilizziamo un modello di teoria della scelta razionale. La conformazione interna del modello, evidentemente, è qualcosa che viene dopo. Troppo spesso l esclusiva concentrazione su quest ultima ha impedito di guardare al primo aspetto, quello dei fondamenti. È vero che in passato vi sono stati roventi dibattiti metodologici che non hanno impedito che ciascuno continuasse a percorrere la strada che faceva prima. È però altrettanto vero che quel dibattito qualche risultato lo sortì (per esempio, per quanto riguarda le difficoltà logiche del riduzionismo nel caso delle scienze sociali 5 ). Ma il punto fondamentale è che esso, forse perché realizzato quasi esclusivamente da filosofi, si svolse più al livello di sistemi filosofici (per dire, tra liberali e storicisti, ecc.) che al livello dell analisi metodologica delle teorie sociali. Fu insomma soprattutto un confronto generale tra individualismo e olismo e assai meno un analisi puntuale dei requisiti metodologici presupposti o reclamati dalle effettive teorie in competizione 6. Più recentemente, tuttavia, qualche riflessione metodologica in quest ultimo significato non è mancata, e non a caso si è mostrata più fruttuosa, avvicinandosi parecchio al cuore del problema (Donzelli, 1986; Sawyer, 2005). Nei suoi elementi essenziali il modello esplicativo messo in campo dalla teoria della scelta razionale prevede i seguenti punti: a) un postulato di razionalità individuale; b) un insieme di vincoli e opportunità ambientali; c) un ordinamento di preferenze in grado di sintetizzare i desideri del soggetto agente e di renderli a lui trasparenti; d) un meccanismo che colleghi la razionalità individuale con, d 1 ) le condizioni ambientali, per mezzo di una costellazione di credenze da cui discendono le alternative di condotta ammissibili; d 2 ) gli esiti correlati a tali alternative; d 3 ) una regola di decisione che, nella forma di un calcolo massimizzante, vincolato alle specifiche condizioni ambientali della scelta (con o senza incertezza), permetta la determinazione (e, quindi, la spiegazione) dell esito finale delle scelte individuali 7. Quando tali scelte avvengono in situazioni d interazione (comunque definite) tra una molteplicità di attori, l esito deve configurare un ordine complessivo, inteso come quella combinazione degli esiti delle scelte individuali che è in equilibrio, cioè stabile e quindi ripetibile. Tale combinazione richiede allora: e) una regola di 5 Si veda Nagel (1968); Kemeny e Oppenheim (1970: ) e, con riferimento alla teoria del comportamento elementare di Homans, Webster (1973). 6 Su questo vedi Phillips (1976) e Fodor e Lepore (1992). I più classici testi del dibattito si trovano in Brodbeck (1968), Brody (1970), O Neill (1973), Nozick (1977). Vedi capp. 19 e 20 per una ripresa del dibattito in chiave di emergence di sistemi complessi. 7 Il riferimento alla logica del calcolo massimizzante va qui precisato. A seconda che si tratti di una scelta individuale, come quella del consumatore isolato, oppure di una scelta in condizioni di interdipendenza strategica (interazione fra più agenti), tale logica assumerà infatti caratteristiche diverse. In particolare, nel caso dell individuo isolato, il calcolo massimizzante viene usualmente formalizzato ricorrendo al cosiddetto metodo della massimizzazione vincolata di Lagrange, oppure a sue varianti derivate dal campo dei modelli di ottimizzazione. Viceversa, nel caso dell interazione fra più agenti, la logica soggiacente alla scelta è significativamente diversa da quella della massimizzazione vincolata, risultando uguale al prodotto di una peculiare combinazione di molteplici -e spesso contrapposti- problemi di massimo, in condizioni di interdipendenza reciproca. Nelle parole di von Neumann e Morgenstern (1953: 11-12): «each participant attempts to maximize a function [ ] This is certainly no maximum problem, but a peculiar and disconcerting mixture of several conflicting maximum problems. [ ] This is no conditional maximum problem». Questa logica è dalla teoria dei giochi colta attraverso il concetto di soluzione (equilibrio) di un gioco non cooperativo nel senso di Nash (1950). Caso ancora diverso è quello della scelta collettiva, inerente un comitato o un assemblea politica, dove la combinazione delle scelte individuali avviene secondo la tipica logica aggregativa del voto e nel rispetto della regola di maggioranza. Condizioni che modificano le caratteristiche del calcolo individuale, producendo una particolare combinazione fra le procedure del metodo democratico e la propensione strategica degli attori politici ad operare al fine di gratificare i propri interessi di parte. Resta inteso che, da un punto di vista sociologico, il modello di decisione più interessante è senza dubbio quello della teoria dei giochi, che in questo senso si propone come uno strumento formale particolarmente interessante per lo studio dell interazione sociale. Altra precisazione è invece imposta dai concetti di certezza e incertezza, a proposito dei quali differente è l assiomatica relativa al modello di scelta razionale. Nel caso delle scelte in condizioni di certezza, infatti, l ordinamento delle preferenze del soggetto agente deve soddisfare proprietà di riflessività, completezza, transitività e continuità. Nel caso delle scelte in condizioni di incertezza, invece, alle suddette proprietà, riferite in questo caso a funzioni di utilità attesa del tipo von Neumann- Morgenstern, si aggiungono le regole operative del calcolo probabilistico ed altre condizioni, come l indipendenza forte e la preferenza crescente con la probabilità. Per una sintetica quanto chiara esposizione della teoria della scelta razionale secondo la sua ordinaria partizione in scelta individuale, collettiva ed interdipendente, in condizioni sia di certezza che incertezza. Cfr. Hargreaves Heap et al. (1996).

4 composizione, che per lo più è proposta nei termini di una aggregazione dei relativi esiti decisionali, la quale è in equilibrio se e solo se essa è tale che nessuno ha un incentivo a modificare la propria scelta, posto che ciascun altro non lo faccia a propria volta. L equilibrio indica così un punto nello spazio dell insieme delle scelte ammissibili (date quelle condizioni), che è stabile in quanto configura quella sottoclasse di scelte individuali per le quali gli esiti sono tali da rendere massimo il guadagno per ciascuno degli attori agenti, relativamente a quello di tutti gli altri. In una prospettiva metodologica, la questione diviene allora di vedere se tale modello è coerente con l IM. Tuttavia, poiché sembrano esservi diversi tipi di IM bisognerà specificare a quale individualismo occorre necessariamente rivolgersi. Recentemente (Udehn, 2001) è stato proposto di distinguere la famiglia dell IM microriduttivista da quella dell IM microfondazionista. La prima famiglia comprenderebbe tutti quegli autori che ritengono che la spiegazione di qualsiasi fenomeno sociale debba e possa essere ridotta alla sommatoria o alla composizione di azioni individuali. La seconda famiglia, pur ritenendo che gli uomini costituiscano il primum movens della società, riconosce esplicitamente che, in concreto, l azione sociale avvenga con il concorso di necessari riferimenti a norme, strutture o istituzioni. Anche noi pensiamo che questo sia il fondamentale discrimine che divide il campo attuale dell IM, ma riteniamo anche che la relativa terminologia sia sbagliata e foriera di fraintendimenti. Proponiamo perciò di chiamare la prima famiglia dell IM individualismo ontologico, perché il suo assunto di fondo è che l uomo (o l attore) sia l unica realtà e che la società, al più, sia un epifenomeno, cioè una realtà derivata e spiegabile in base agli uomini e alle loro relazioni. Definiamo per contro la seconda famiglia d IM individualismo non-riduzionista (o, in alcuni casi, emergentista), perché non riduce la spiegazione dei fenomeni sociali alle sole intenzioni dell agire individuale 8. Oggi questa seconda famiglia è di gran lunga la più diffusa, e di essa ci occuperemo ampiamente in seguito. Per certi aspetti, però, essa è anche la meno interessante sul piano metodologico. Come mostreremo, infatti, il rilassamento che essa introduce nell impianto dell IM classico, ontologico, da un lato non raggiunge il suo scopo -pervenire a costruire una teoria generale dell azione e della società-, dall altro rinuncia proprio a ciò che fa dell individualismo ontologico un effettivo orientamento metodologico. Il risultato è che, soprattutto in certi casi, il suo riferirsi al campo dell IM figuri quantomeno incongruo, una sorta di omaggio alla credenza nella centralità dell individuo. In questo capitolo ci concentreremo perciò sulla quella versione dell IM che abbiamo chiamato individualismo ontologico. Teorie e autori che fanno capo alla seconda famiglia dell individualismo nonriduzionista saranno discussi in alcuni capitoli delle Parti successive. Ciò chiarito, riteniamo che per l individualismo ontologico la tesi fondamentale dell IM sia la seguente 9 : Nelle scienze sociali è richiesto che: a) l unità d analisi fondamentale sia l azione soggettivamente intenzionata di attori razionali e autointeressati; b) tutti i fenomeni sociali (incluse le istituzioni, le organizzazioni e i movimenti collettivi) siano spiegati nei termini di una teoria dell azione di tali attori; c) l agire individuale è riconducibile essenzialmente alla razionalità dell attore. Corollario di questa definizione è che la teoria dell azione (nel senso su definito) è il fondamento di una eventuale teoria della società (tesi della riducibilità generale) 10. Il significato di un tale assunto metodologico è dunque che la spiegazione di qualsiasi fenomeno identificabile come sociale deve essere ricondotta, nei termini di una appropriata teoria dell agire, ai comportamenti intenzionali di attori individuali. Per indagare se le tesi di fondo della teoria della scelta razionale, così come le abbiamo sopra riassunte, rispettino o meno l IM potremmo utilizzare il concetto di programma di ricerca (Lakatos, 1980) 11, ma per semplicità preferiamo ricorrere all idea di spiegazione fondamentale nel senso proposto da Nozick (1981). Questo ci porterà a chiarire ulteriormente il significato di termini quali individuale e 8 Il fatto che sia non del tutto riduzionista non deve trarre in inganno, perché a maggior ragione esso non è microfondazionista. Norme ed istituzioni non possono essere intese come micro anche se operano, nei modelli, a livello locale e, in tal senso, esso non fonda affatto la società solo sull individuo. Semmai microfondazionista è l individualismo ontologico. 9 Ci riferiamo ai testi di Hayek (1952), Popper (1975), Watkins (1952 e 1955), Harsanyi (1985 e 1989). Questa tesi, naturalmente, sarebbe accettabile anche dagli individualisti non-riduzionisti, i quali aggiungerebbero però nel punto c) anche le norme o le istituzioni sociali. I sociologi a volte sostituiscono l autointeresse con un più generale riferimento ai fini (scopi e valori) e sono più inclini ad un individualismo non-riduzionista (Boudon, Coleman). Un analisi sistematica che abbiamo tenuto in particolare conto è quella di Donzelli (1986). 10 Questo ci pare del tutto chiaro per autori come Harsanyi e altri che perseguono esplicitamente il programma di una teoria del comportamento umano. Di fatto, però, anche coloro che non si espongono così esplicitamente si comportano come se seguissero tale orientamento: quando si usa la teoria della scelta razionale per proporre una teoria (generale) dell interazione sociale (Becker) o per spiegare le più svariate forme di azione collettiva e persino le istituzioni e la formazione delle norme di fatto, si sta utilizzando quella teoria per spiegare i più importanti fenomeni che costituiscono la società, cioè si fa teoria della società. 11 In questo senso si veda, ad esempio, Gilli (1988) e Fasano (1998).

5 sociale, il che è basilare perché è proprio a causa dell ambiguità di tali termini che a nostro parere è stato possibile un uso incongruo dell IM per fondare la teoria della scelta razionale. Diciamo che una spiegazione fondamentale di un dominio (concettuale) è semplicemente la spiegazione di quel dominio nei termini di un dominio differente. Un dominio concettuale ha, secondo noi, la forma di una costellazione di proposizioni linguistiche, o enunciati, inerenti un certo fenomeno. Così un explanandum e un explanans sono, rispettivamente, asserti con la funzione di definire ciò che deve essere spiegato e ciò che spiega. L acqua, per esempio, è spiegabile come H 2 O (enunciato oggetto del dominio chimico) nei termini dei legami dei rispettivi elementi atomici (enunciato esplicativo appartenente al dominio atomico) 12. Diciamo allora che una spiegazione della società guidata dall IM dovrebbe essere una teoria nella quale la spiegazione di oggetti che appartengono al dominio del sociale dovrebbe avvenire tramite termini che appartengono al dominio dell individuale. Questa proposizione può essere ulteriormente chiarita richiamandosi ad un fondamentale principio universale dell inferenza logica, secondo il quale gli asserti relativi all explanans non possono contenere termini che appartengono all explanandum (Nagel, 1968). Per quanto ci riguarda, ciò significa che, se l oggetto che la teoria della scelta razionale deve spiegare (explanandum) appartiene al dominio del sociale, allora tale teoria deve avere nel proprio explanans termini appartenenti esclusivamente al dominio dell individuale. In tal senso risulta perciò decisivo definire con esattezza i domini individuale e sociale, e ciò riguarda anche il problema cruciale del meccanismo che spiega il passaggio dalla logica dell individuo isolato (asociale) alla logica dell interazione sociale. Anche un tale meccanismo deve contenere esclusivamente termini del dominio individuale, almeno nella misura in cui è parte dell explanans. Definire termini propri ed esclusivi del dominio individuale non è affatto semplice. Vi sono per esempio moltissime proprietà che sono attribuibili ai singoli individui sebbene siano nel contempo sociali. Molte idee, credenze, valori sono senza dubbio sociali, perché proprie di un periodo e di una data società, eppure sono detenute da numerosi individui di quella società. La stessa cosa vale per i beni materiali e cose simili. È indubbio che contenuti culturali specifici condivisi o comunque conosciuti (e più in generale prodotti) in comune debbano essere considerati sociali, per quanto siano pensati o prodotti da individui particolari. E infatti questa è la ragione per cui nei modelli economici neoclassici ci si è preoccupati di formalizzare il criterio della razionalità non soltanto tramite la regola della massimizzazione dei desideri (utilità), ma anche tramite l esplicitazione delle condizioni formali dell ordinamento delle preferenze o dell utilità attesa (in presenza di rischio o incertezza). Dove il termine formale intende appunto escludere contenuti culturali. Per la stessa ragione, da parte di molti si continua a postulare che le preferenze debbano essere intese come variabili dal punto di vista interindividuale, e sempre per lo stesso motivo si è ritenuto a lungo che il confronto interpersonale delle utilità soggettive fosse impossibile e che, di conseguenza, l economia ne dovesse fare a meno. Cosa che diventò possibile con il concetto di utilità ordinale e di curva di indifferenza, sebbene ciò abbia rappresentato solo un aggiramento del problema sostanziale di fondo 13. In conclusione, il punto è che caratteri o oggetti che sono sociali possono essere (e spesso sono effettivamente) posseduti dagli individui. Si noti un punto fondamentale: i pensieri di ciascun individuo sono indubitabilmente pensieri propri delle singole coscienze individuali, eppure gli oggetti e i significati semantici di tali pensieri sono, altrettanto indubitabilmente, del tutto sociali. Se non altro perché il linguaggio, quale medium per la determinazione d informazioni costitutive della relazione sociale, è una struttura sociale la quale, per poter funzionare come tale deve essere presupposta come costituita da generalizzazioni simboliche dotate di senso che sono oggetto di aspettative, anch esse generalizzate (ovvero: tali che ciascuno si aspetta che siano aspettate da tutti). Tutto ciò ci induce perciò a ritenere che il dominio individuale (nel senso di cui sopra) debba essere ristretto al fine di escludere tali caratteri o oggetti sociali (ossia in qualche modo almeno culturalmente condivisi). Il problema, allora, è di vedere se questo è possibile. Proponiamo di chiamare tale dominio ristretto dominio individualista. Appartengono a tale dominio caratteri o oggetti che sono peculiarmente 12 Per la precisione, la spiegazione chimica dell acqua si compone di proposizioni che hanno per argomento la molecola dell acqua (H2O), le quali sono connesse tramite particolari operatori a proposizioni che hanno per argomento i relativi componenti atomici (2H+ e O2-). 13 Come risulterà più chiaro tra poco, né i postulati sull ordinamento delle preferenze né il concetto di utilità ordinale rappresentano un reale superamento del problema. Essi si servono di un marchingegno per far finta di superarlo: il rinvio a ordinamenti di preferenze tramite il riferimento a cose come i prezzi o i beni di mercato sconta infatti il fatto che gli uni e gli altri sono già un meccanismo o un prodotto sociale e che proprio per questo diviene possibile fare dei confronti relativi a cui è possibile attribuire un significato unitario, da tutti compreso alla stessa maniera. Ma se questo è vero, allora avrebbe probabilmente ragione Harsanyi (1989) quando sostiene la possibilità dell uso del concetto di utilità cardinale e del confronto interpersonale delle utilità. Tutto ciò, tuttavia, ha un limite forte, che non è purtroppo colto da nessuno dei partiti in lizza: in ambedue i casi si ricorre necessariamente ad un qualche tipo di medium sociale (niente affatto formale) quale, per esempio, beni o servizi di mercato (che presuppongono la conoscenza diffusa della qualità dei beni da offrire) o la conoscenza comune del metodo per il calcolo della probabilità soggettiva. In breve, è il mercato che realizza una sorta di confronto interpersonale senza che gli individui ne siano coscienti.

6 idiosincratici nel loro significato individuale. Questo però significa che proprietà e/o beni individualisti non sono come tali né comunicabili né scambiabili 14. Solo in questo caso l insieme dei possibili attributi (o degli oggetti) riferibili agli individui (dominio individualista) non interseca mai l insieme dei possibili predicati (o oggetti) sociali (dominio sociale) 15. Così, gli individui possono condividere certe proprietà formali se e solo se la forma non include attributi dei singoli individui che essi possano conoscere l uno dell altro, in tal modo condividendola; ovvero una proprietà condivisa è appunto formale solo se al livello culturale o sociale essa non ha contenuti particolari. Sul piano epistemologico, è comunque richiesto che vi sia un altro livello (quello della costituzione biologica, per esempio) in cui tale proprietà abbia un contenuto comprensibile per gli osservatori (il che ovviamente richiede la società per il comune linguaggio biologico ecc.). È nostro parere che una tale proprietà (generalmente riferita alla mente dell attore: intenzionalità e razionalità) sia definibile, in quanto carattere psichico generale, soltanto al livello biologico della specie, perché soltanto a questo livello la psiche può essere definita senza impegnare termini con riferimenti sociali. Non appena si esca da definizioni biologiche per porsi problemi d interazione, questa è la nostra tesi centrale, la forma torna a riempirsi di termini sociali, perché l interazione tra soggetti autonomi richiede dei media come sua condizione di possibilità. Ora, sebbene questo non sia stato affatto notato dalla letteratura specialistica, una tesi di questo tipo è stata implicitamente formalmente dimostrata da una recente scoperta della teoria dei giochi 16. La teoria ha mostrato che la condizione di possibilità per la soluzione dei giochi di coordinamento (e, riteniamo, di tutti i giochi strategici) è costituita dalla common knowledge della razionalità da parte dei partecipanti. Condizione che vale nel caso dell equilibrio di Nash, così come per gli altri principali concetti di soluzione di un gioco in forma strategica o estesa, in strategie pure o miste, dalla backward induction agli equilibri correlati, fino alla rationability 17. Ora, e qui veniamo al punto, poiché la conoscenza comune della razionalità include l informazione relativamente alla situazione e alle alternative di scelta dei giocatori presenti, ciò dimostra che la forma della razionalità non sia definibile (nei giochi ) indipendentemente dai relativi contenuti informativi sociali, anzi li richieda esplicitamente. In breve, le proprietà psicologiche degli individui non sono definibili, nei modelli esplicativi dell interazione sociale (dove si cerca di pervenire all individuazione della socialità e delle istituzioni in termini di equilibri ), indipendentemente da espliciti riferimenti a una semantica sociale (condivisa), perché esse devono includere la conoscenza comune sia della razionalità sia della situazione. I tentativi che sono stati fatti per definire tali proprietà sulla base di argomenti sociobiologici (Frank, 1987; Hollander, 1990) non sono in realtà riusciti a fare a meno di una semantica sociale non appena hanno dovuto affrontare il problema della composizione delle scelte, ossia dell interazione 18. Il punto è per altro persino ovvio, se si considera che nell interazione cooperativa è in gioco l interdipendenza di punti di vista soggettivi e che questa deve poter convergere verso significati tali che ciascuno abbia dei buoni motivi per ritenerli con-divisi, come qualcosa di cui si possa pensare che è da tutti conosciuta. Dunque, nessun explanans può contenere soltanto termini del dominio individualista quando l explanandum è un sistema d interazione. È probabile che questo dipenda anche dal fatto che la psiche è un prodotto della co-evoluzione con la società e che essa sia perciò impensabile senza riferimenti sociali, non appena si esca dal dominio strettamente biologico. Ma la ragione strutturale di fondo sta proprio nell unicità e autonomia degli individui, nel fatto, cioè, che i soggetti, come chiariremo nell ultima parte, sono sistemi psichici autopoietici. Come sistemi autonomi e unici essi sono reciprocamente intrasparenti (l esatto contrario dell intersoggettività) e di conseguenza per interagire in modo ordinato -quindi prevedibile e ripetibile- necessitano di strutture di mediazione terze, indipendenti da ciascuno di essi. Se questo è vero, allora diviene evidente che, nell interazione, la decisione individuale stessa può acquistare le proprietà della scelta razionale soltanto 14 Anni fa Steven Lukes (1977) mostrò che l IM non riusciva ad assegnare proprietà agli individui che non comportassero predicati sociali. Il punto è che, a parte proprietà formali (sulle quali torneremo), solo attributi sociali sono predicabili degli individui, perché, direbbe Wittgenstein, solo questi sono comunicabili. Per ragioni simili Nozick (1993: e 41-63) propone il concetto di utilità simbolica (sociale, sia perché plasmata e condivisa socialmente sia perché considerata una norma condivisa) per ampliare la teoria standard della decisione. Un problema analogo è stato indicato da Pizzorno (1991) in termini di reciproca attribuzione di identità quale condizione di possibilità dell interazione. Questi sono tutti modi diversi per individuare il problema di fondo del riduzionismo ontologico (atomismo) nelle scienze sociali. Più avanti vedremo come tale questione sia strettamente connessa al problema della doppia contingenza. 15 Ciò può anche essere detto in questo modo: l estensione di una proprietà individualista (per esempio, un desiderio individualmente idiosincratico), è necessariamente parte dell individuo a cui essa si riferisce e solo di esso. 16 Per altro già nota, per certi aspetti, alla sociologia sin dai tempi di Durkheim. 17 Si veda a questo proposito Aumann (1976) e (1995), Aumann e Branderburger (1995), nonché Binmore e Brandenburger (1990) e Bacharach (1985) e (1987) e il capitolo Su questo torneremo tra poco.

7 nella misura in cui sia guidata da una conoscenza comune. Ma questo ha delle evidenti implicazioni sulla stessa razionalità individuale, nel senso che l attore può essere razionale, almeno in un contesto d interazione con altri attori, soltanto se è socialmente informato. Più precisamente, nell interazione sociale gli attori non possono essere razionali soltanto in un senso puramente formale (come stabilito dalle condizioni di coerenza degli ordinamenti delle preferenze o delle utilità attese e dalla procedura di massimizzazione): essi possono essere razionali soltanto in via sostanziale proprio perché non interagiscono in modo soltanto formale. Ciascuno deve sapere quali possono essere le scelte dell altro e ciò a sua volta presuppone la possibilità di significati condivisi, cioè di selezioni intese in modo identico. In quanto condizione necessaria dell interazione sociale, la conoscenza comune (che include, non a caso, la conoscenza della razionalità, delle credenze dei giocatori e dell insieme delle informazioni che definiscono il gioco) 19 implica dunque la riflessività della reciprocità delle aspettative, ossia: a) che ciascuno sa che ciascun altro è razionale; b) che ciascuno sa che ciascun altro sa che ciascun altro è razionale 20 ; c) e così via ricorsivamente (potenzialmente, all infinito). La conoscenza comune della razionalità include inoltre almeno la conoscenza comune della situazione, ossia dell insieme delle informazioni che formano il gioco e le associate credenze soggettive, dato che la razionalità è riferita a alternative di scelta: solo se e solo se questo insieme comune è dato, l interazione può trovare un esito d equilibrio 21. È per altro ovvio che la conoscenza comune presuppone la società, come condizione di possibilità per la produzione di significati identici (linguaggio) e come condizioni di possibilità per l apprendimento di tali condizioni di possibilità linguistiche (strutture di socializzazione) e specificatamente culturali (acculturazione normativa). Si noti come tutto ciò implichi che i primi quattro punti del modello della teoria della scelta razionale indicati in precedenza [sinteticamente: a) postulato di razionalità; b) filtro ambientale che vincola un ambito di possibilità praticabili; c) ordinamento preferenze; d) filtro soggettivo di scelta massimizzante] non siano condizioni sufficienti affinché l interazione sia possibile, se contengono esclusivamente termini formali individualisti. Insomma, se la razionalità individuale non comprende la conoscenza comune (nel senso visto), allora l interazione sociale non si da. Proprio per questo, si dirà, si aggiunge il quinto elemento, ossia una regola di composizione delle scelte individuali. Ma, e questo è il punto, questa regola di composizione non è affatto esprimibile in termini individualisti (nel senso precisato). Normalmente essa è infatti una regola che rinvia a meccanismi teleologico-funzionali o comunque sociali (meccanismo dei prezzi, moneta, tecnologia sociale, ecc.) (Donzelli, 1986). Spesso, per esempio, nei modelli economici ortodossi si introduce una regola di semplice aggregazione dei beni individuali. E tuttavia: a) una tale regola per valere per tutti deve essere condivisa, essa, cioè, proprio perché vale erga omnes non è affatto neutrale rispetto ai singoli attori e non può, dunque, non configurarsi che come una regola sociale; b) perché beni eterogenei siano sommabili è comunque richiesto che abbiano un comune criterio di confrontabilità, cioè ancora una volta una norma 19 D ora in poi parleremo semplicemente di conoscenza comune, intendendo con essa l insieme degli elementi appena richiamati. La rilevanza determinante della conoscenza comune ai fini della fondazione razionale del concetto di equilibrio nella teoria dei giochi è stata originariamente messa in luce, per quel che riguarda la soluzione di Nash (1951, in strategie pure e miste), da Luce e Raiffa (1957). La fondazione classica dell equilibrio di Nash in strategie pure prevedeva sia la conoscenza comune della razionalità dei giocatori, sia la conoscenza comune della soluzione del gioco. Le stesse condizioni possono essere riformulate alla luce della teoria della razionalità bayesiana (Aumann, 1987). Recentemente, la ricerca in logica epistemica sulle condizioni della fondazione razionale delle soluzioni di equilibrio in teoria dei giochi è riuscita ad indebolire parzialmente l argomento classico (Aumann e Brandenburger, 1995, vedi nota 27). Per una discussione critica di questi sviluppi si veda Sacconi (1995). Al di là dei dettagli tecnici, la logica dell argomento proposto da Aumann e Brandenburger per la fondazione razionale dell equilibrio di Nash è la seguente. Se assumiamo che ciascun giocatore è razionale, la strategia che esso sceglierà di giocare costituirà una risposta ottima alle strategie degli altri giocatori, date le proprie credenze iniziali. E poiché tali credenze sono sempre per assunzione coerenti con la conoscenza del giocatore stesso, esse riconoscono con certezza le scelte degli altri giocatori. Dato inoltre che ciascun giocatore conosce le alternative strategiche a disposizione dei suoi avversari e che una strategia di risposta ottima alle strategie altrui è per definizione un equilibrio di Nash, la strategia prescelta da ciascun giocatore, dato l insieme delle strategie prescelte da ciascun altro, è un equilibrio di Nash. Qui essenziale è il passaggio dalla conoscenza comune della soluzione del gioco alla conoscenza comune delle credenze iniziali (prior belief) dei giocatori. Ulteriori sviluppi della ricerca sulle condizioni epistemiche dell equilibrio razionale di un gioco hanno consentito l individuazione dei requisiti inerenti anche altri concetti di soluzione, come quella di induzione a ritroso (backward induction), degli equilibri correlati o, ancora, quella di rationalizability (Bonanno e Nehring, 1997). Sempre a questo proposito, può essere interessante notare come la centralità della conoscenza comune appaia in tutta la sua rilevanza soprattutto in presenza di una molteplicità di equilibri, come accade ad esempio nel caso dei giochi di coordinamento, la cui soluzione dipende dal generarsi di un sistema di aspettative reciproche convergenti per la realizzazione del quale la conoscenza comune della razionalità, nonché degli altri elementi menzionati in questa nota, risulta determinante (Lewis, 1974). Si veda il capitolo Per la precisione la riflessività è un processo che si applica a sé stesso, come conoscere la conoscenza, osservare l osservazione, ecc. In questo caso si hanno aspettative di aspettative di conoscenza della razionalità. Si noti: la conoscenza della razionalità genera l aspettativa della razionalità. Si conferma così l idea per cui le aspettative relative al mondo sono le previsioni che un attore può fare sugli stati possibili del mondo, date certe sue conoscenze. Le conoscenze, tuttavia, non sono mai il rispecchiamento (più o meno parziale) del mondo, ma una costruzione più o meno viable. Su questo punto torneremo diffusamente nel capitolo In alcuni casi tale condizione è stata indebolita. Per esempio, nel caso di equilibrio di Nash in strategie miste, per il quale, con almeno 3 o più giocatori, è richiesta soltanto l esistenza di common prior, conoscenza mutua delle funzioni di payoff e della razionalità e conoscenza comune delle congetture di ciascun giocatore relativamente alle strategie miste di ciascun altro. Con tutta evidenza si tratta di casi poco rilevanti che, soprattutto, non toccano la sostanza del nostro argomento. Cfr. Aumann e Brandenburger (1995).

8 sociale 22. In altri termini, la regola di aggregazione è un equivalente funzionale della conoscenza comune (o la include implicitamente). Inoltre, le norme culturali non sono in alcun modo un effetto di aggregazione 23. Tutto ciò dimostra chiaramente la verità della nostra tesi d impossibilità, dato che la teoria della scelta razionale si trova costretta a includere nel proprio explanans termini che appartengono al dominio dell explanandum. In altri termini, proprio nel tentativo di spiegare il passaggio dalla scelta individuale isolata a quella in contesti d interazione sociale essa deve presupporre come dato ciò che dovrebbe in realtà essere oggetto della sua spiegazione, ma con ciò contraddice l IM. Se, per altro, essa restasse fedele all IM non ammettendo né la conoscenza comune né la presenza nell explanans di meccanismi sociali di composizione, non sarebbe in grado di spiegare alcun tipo di azione sociale. Quando, per esempio, Gery Becker (1974) ha cercato di estendere la sua versione della teoria neoclassica del consumatore a teoria dell interazione sociale, ha pensato di introdurre la dimensione sociale della valutazione di status tra i criteri di scelta individuali. E lo ha fatto introducendo nella funzione di produzione (oltre ai normali beni e servizi di mercato Z 1.Z m collegabili ai desideri della funzione di utilità di ciascun decisore) una variabile ambientale (E, che include l educazione, l esperienza personale e altri fattori di contesto sociale) e delle variabili di status (R 1.R r ) relative alle caratteristiche delle altre persone che influenzano l output di beni di ciascun attore. Così se Z 1 (essendo Z J una delle funzioni di produzione dei desideri Z 1.Z m relativi alla funzione di utilità U i ) misura il prestigio della persona i nella sua occupazione, il valore di questa dipenderà oltre che da E i e t (il tempo impiegato) anche da R, ossia dalle valutazioni su i espresse dai suoi colleghi. R non è tuttavia del tutto esogena, perché può a sua volta essere influenzata dalla persona interessata. Ed è proprio così che Becker intende cogliere l interazione. È del tutto evidente in questo esempio la verità di quanto si diceva prima a proposito della presenza nell explanans di elementi che appartengono al dominio sociale, visto che il modello da per scontato che le persone condividano oltre ai beni di mercato anche una stessa scala di status e uno stesso significato di prestigio. Ciò avviene come se non si avvertisse affatto il problema della coerenza con lo statuto metodologico individualista. Becker non coglie che affinché si dia interazione nel suo senso tutti gli attori interessati devono condividere lo stesso concetto di status sociale, nonché la conoscenza dei modi appropriati per ottenere il prestigio desiderato (che, ovviamente, è sempre attribuito dagli altri) 24. Ora, è chiaro che se per i suoi fini Becker può per così dire accontentarsi di assumere tutte queste condizioni sociali come già date (sebbene ciò già infici il fondamento individualista della sua teoria), ciò non varrebbe affatto per chi si proponesse di spiegare quelle stesse istituzioni sociali. Per esempio, come si è prodotto quel determinato criterio di status sociale che Becker da per scontato? E come e perché varia nel tempo, o per generazioni, o per sesso? Queste, naturalmente, sono proprio le domande che interessano non solo il sociologo, ma anche chiunque voglia spiegare il formarsi e il mutare delle istituzioni. Sul piano generale, sembra dunque che l idea di base di coloro che ragionano come Becker sia che le istituzioni sociali siano spiegabili dalle azioni individuali e che, però, per spiegare come gli individui agiscono come agiscono dovendo interagire tra loro, si sia costretti a presupporre che gli individui ricorrano proprio a quelle stesse istituzioni che dovrebbero essere spiegate. È paradossale che essi non vedano il circolo vizioso e metodologicamente contraddittorio in cui si costringono. Forse ciò che veramente interessa a questi autori non è tanto l IM come tale (inteso in senso rigoroso), quanto: a) che le istituzioni e più in generale la società siano spiegate dall agire intenzionale degli attori; b) che questa intenzionalità umana sia riducibile alla razionalità economica. Ma, ammesso e non concesso che ciò fosse sufficiente, al massimo potrebbe spiegare perché, date quelle istituzioni, gli individui riescono a interagire in base alle loro preferenze. Ma non è questo il punto in discussione. Il punto è come e perché si sono prodotte proprio quelle istituzioni ecc.. Max Weber ha parlato di conseguenze inintenzionali dell agire intenzionale e Raimon Boudon, che a Weber si rifà esplicitamente, è noto per aver trattato questo problema in termini di effetti emergenti (perversi o meno). Ma la questione è tutt altro che risolta, perché, per così dire, cade proprio per il 22 Nel modello della scelta parametrica, ad esempio, l imprenditore si limita a decidere (data una certa funzione di produzione) la quantità da produrre in base all unica informazione rappresentata dal prezzo. Cioè, qui il prezzo è usato come portatore di tutta l informazione necessaria e sufficiente per scelte individualmente razionali e anche socialmente rilevanti. Il prezzo, tuttavia, è il prodotto del meccanismo sociale della concorrenza perfetta, che sta sullo sfondo e, per ogni singolo attore, opera come una black box che connette socialmente migliaia di scelte individuali. Nozick (1981 e 1977) è stato uno dei pochi (ultra)liberali a cogliere questo punto in termini generali: le strutture sociali sono spiegabili soltanto mediante processi filtro che sono essi stessi meccanismi sociali, mentre l IM richiede che non vi siano meccanismi di tale tipo. Sulle tesi di questo autore torneremo nel capitolo 2 paragrafo Autori come Coleman (1990) e Boudon (1979 e 1985) lo riconoscono esplicitamente. 24 Qui si vede che quando l economia cerca di spiegare direttamente l interazione, così che non basta più richiamarsi a meccanismi di mano invisibile, richiede quella circostanza che la teoria dei giochi ha mostrato essere la condizione di possibilità della formazione di equilibri: la presenza della conoscenza comune. Così, l attore di Becker non deve conoscere soltanto tutti i possibili stati dell ambiente, ma anche le valutazioni che gli altri daranno delle sue scelte e i modi con cui egli potrà a sua volta influenzare tali valutazioni.

9 fatto che non è possibile trovare un collegamento di senso tra le intenzioni individuali e gli effetti emergenti (che non a caso vengono definiti controintuitivi ). In altri termini: non si può ricavare la razionalità sociale partendo da razionalità individuali, persino quando, contraddicendo la logica dell IM, si introducono regole di composizione dell interazione che simulano, in realtà, strutture sociali. Questo dovrebbe chiarire la tesi sostenuta inizialmente e cioè che il problema dell ordine sociale (della sua costituzione e del suo mutamento) non è risolvibile a partire soltanto dalla risoluzione (non importa qui se in un modo che contraddice l IM) del problema della cooperazione in circostanze d interdipendenza. Il punto è che la società non è affatto un tipo d ordine compositivo che si possa ottenere partendo dagli individui e aggiungendo modelli d interazione, ma è un particolare tipo di sistema emergente complesso. Per cogliere questa complessità e la sua peculiare autonomia si dovrà procedere in altro modo, abbandonando comunque un tale tipo di riduzionismo. Classici come Spencer e Durkheim hanno cercato di descrivere questa dinamica in termini di differenziazione, un processo in un certo senso inverso a quello per composizione e che presuppone l abbandono dell individualismo riduzionista. Questa posizione verrà in un certo senso ripresa nell ultima parte, ma in modo del tutto nuovo. La fuoriuscita dall individualismo, infatti, se, da un lato, ci porterà a rifiutare il primato ontologico dell attore, dall altro lato, non comporterà affatto la rinuncia a un riferimento importante alla psiche umana. L alternativa, insomma, all individualismo, non è lo strutturalismo (del quale ci occuperemo più avanti). L alternativa non è neppure una soluzione alla Parsons. Più di tutti questo autore aveva chiarito (in buona parte inascoltato) i problemi di fondo dell approccio individualista, ma come vedremo la sua soluzione in termini di teoria del sistema d azione va incontro ad altri tipi di problemi. Per il momento intendiamo però fare un altro esempio di una teoria improntata al modello della scelta razionale. Si tratta di un caso particolarmente interessante perché attraverso un tipico ragionamento riduzionista si propone di spiegare l emergere di strutture sociali, per la precisione della cooperazione volontaria, sulla base di proprietà individuali che vengono ricondotte alla natura biologica dell uomo. Siamo quindi di fronte a una tentativo estremo di utilizzare il modello della teoria della scelta per spiegare l emergere del sociale, e che possiamo considerare, per così dire, prototipico. Riprendendo un idea già presente in Mandeville e Smith e poi formalmente formulata per la prima volta da George Homans (1961), Hollander (1990) ha cercato di mostrare come la cooperazione emerga spontaneamente dalla propensione degli essere umani a ottenere approvazione sociale 25. Egli assume che gli esseri umani abbiano un medesimo meccanismo emozionale che reagisce con favore ad atti che abbiano il carattere del dono, manifestando verso il donatore sentimenti di gratitudine, simpatia e simili. Hollander sottolinea come non si tratti di un calcolo razionale, ma di un carattere biologico (p. 1158) e aggiunge, correttamente, che l emozione, in quanto stato interno dell individuo, si esprime tramite attività esterne espressive, ad esempio verbali, che definisce sentimenti. I sentimenti sono dunque l espressione di stati emozionali biopsichici. Ora, sebbene questo non sia detto da Hollander, e non a caso, tale espressione non può non avere carattere simbolico, visto che essa di fatto consiste in una attività di comunicazione che deve essere compresa. Si tratta di un punto fondamentale in quanto riguarda già uno stato d interazione sociale, che Hollander trascura completamente. Vi ritorneremo tra poco. Naturalmente, vi sono molte classi di sentimenti, ciascuna delle quali è ipotizzato che vari tra un grado massimo di positività e un grado minimo di negatività, così che, almeno in linea di principio, la gente sia nella condizione di ordinare i sentimenti di una certa classe secondo il loro grado di approvazione. Inoltre, prosegue Hollander (1990: 1159), all agents are assumed to order the sentiments of any particular class by the same reflexive, transitive, and complete relation is at least as approving as, e che questi agenti abbiano poi preferenze identiche per il bene privato, quello collettivo e l approvazione sociale, nonché condividano i modi con cui le emozioni sono espresse. Sul piano formale, egli assume che lo schema di reazione emotiva sia descritto da una funzione di risposta f tale che, per ogni valore di stimolo s, assegna un fascio di sentimenti f (s) a s. Detto questo, non è poi difficile stabilire le condizioni per cui la funzione di risposta a s n (n=1, 2,..) sia continua e monotonicamente crescente, di modo che f assuma di fatto la forma di una scala ordinale di approvazione. È 25 In tal senso la sua vuole essere esplicitamente una spiegazione del tipo mano invisibile, in cui motivazioni individuali generano inintenzionalmente una norma sociale. La scelta di cooperare è così volontaria e individuale, ma la norma di cooperazione che emerge non è in quanto tale definita intenzionalmente dai vari individui. Essa è soltanto coerente con la massimizzazione delle funzioni di utilità individuali. Queste, naturalmente, includono le preferenze per il bene collettivo (c) e l approvazione sociale (a), oltre che per i beni privati usati individualmente (p). Il bene collettivo è descritto come la semplice sommatoria di tutti gli p individuali (per i quali, ovviamente, vale l obiezione vista in precedenza). La funzione di utilità è u= up (p) + uc (c) + ua (a), essendo p= k b (0 < b < k), con k i beni privati in dotazione e c= 1/nΣ1n bi l ammontare del bene collettivo. Ad ogni modo, se si ipotizza che gli uomini abbiano una propensione naturale a ricercare l approvazione degli altri, di fatto si dice che la socialità propriamente culturale degli uomini deriva da una socialità pre-culturale. Il problema dell interazione è così solo spostato indietro.

10 infatti chiaro che qui il valore di stimolo s che provoca il fascio emozionale f (s) misura l approvazione associata a f (s). Per i nostri fini possiamo fermarci qua, in quanto è già in questi fondamentali assunti iniziali che Hollander fallisce nel suo intento. In primo luogo, è chiaro che il fatto che gli uomini possano interagire in questo modo dipende essenzialmente dalla circostanza che condividono la stessa funzione di risposta agli stimoli (e che, ma Hollander non lo dice, abbiano tutti la stessa funzione di produzione degli stimoli comunicativi, che, come s è già notato, non possono non essere simbolici). Questa condizione di possibilità dell interazione non è però meramente formale, dato che essa deve includere una stessa scala di approvazione. Anche ammettendo, per il momento, che si tratti di una scala meramente biologica è evidente che tale proprietà comune è certo individuale nel senso di posseduta da tutti gli individui, ma non è affatto una scala individualista nel senso definito in precedenza. Si tratta, infatti, di una proprietà della specie per ordinare l interazione tra i suoi membri e, poiché si esprime tramite un correlato simbolismo (tale che permetta agli individui di realizzare una corrispondente attività comunicativa), essa riguarda già una forma di socialità, sebbene, diciamo, ad un livello meramente etologico (distinto dal livello propriamente culturale). Tanto più che, come abbiamo visto, si dice che gli agenti hanno tutti lo stesso tipo di preferenza per i beni sia privati che collettivi, nonché gli stessi modi di esprimere le emozioni. In altre parole, gli attori esprimono le stesse emozioni biopsichiche tramite sentimenti simbolicamente condivisi (almeno nel senso di da tutti compresi con significati identici ) e, proprio per questo, comunicabili. Parlando di attori, Hollander non può per altro limitarsi a sostenere che si tratti soltanto di comportamenti biologicamente determinati, e così ammette che almeno la funzione di risposta (ma noi abbiamo sostenuto anche la funzione di produzione dello stimolo) subisce una certa influenza culturale e educativa. Così, se si può sostenere che sul piano biologico della specie gli uomini condividano una stesso linguaggio delle emozioni, non appena si passi al livello della comunicazione simbolica culturale ci si deve chiedere: come fanno individui separati a produrre i simboli culturalmente appropriati? Come fanno a comprendere in maniera condivisa tali simboli? Ancora una volta la risposta può essere soltanto che, pur su una comune base biologica, gli uomini comunicano tra di loro in quanto sono già membri di società e culture particolari. L accoppiamento di uno stimolo simbolico con una risposta pertinente con l intenzione che ha prodotto il primo presuppone la presenza di uno stesso medium, in questo caso della cultura di cui si è parte. In conclusione, è del tutto evidente che non si possono risolvere i problemi dell IM tramite riduzione ulteriore a caratteri innati, se ciò che si deve spiegare è una qualche forma di interazione sociale. Nel frattempo abbiamo però anche appreso un punto veramente fondamentale, e cioè che la società è la condizione di possibilità dell interazione. C è dunque una relazione circolare (co-costitutiva) tra interazione e società e questo a sua volta implica che la società sia sorta da qualcos altro 26. Per cogliere le implicazioni profonde di ciò è utile prendere in considerazione la teoria dei giochi e in particolare il dilemma del prigioniero (DP). 1.3 Che cosa rivela realmente la teoria dei giochi? La teoria dei giochi è un formalismo matematico che permette di modellizzare in modo particolarmente efficace proprio le situazioni d interazione, in quanto essa rende esplicito che, nei ragionamenti che gli attori stessi devono fare, il loro agire consiste nel risolvere un problema di interdipendenza delle scelte. Problema che è a sua volta legato ai diversi modi in cui l interdipendenza è plasmata dal tipo di gioco in essere. Ora, nell ambito di questo approccio, si è soliti utilizzare il cosiddetto dilemma del prigioniero (DP) per rappresentare il problema dell ordine sociale. Questo perché si tratta di un gioco cosiddetto noncooperativo, ovvero di un modello formale d interazione che raffigura una situazione nella quale l esito mutuamente più vantaggioso non è in grado di trovare sostegno nelle strategie razionali ed autointeressate 26 Che tutto ciò implichi un abbandono della teoria della scelta razionale quale fondamento di una spiegazione della società non è spesso colto neanche da chi sembra seriamente intenzionato a far tesoro degli insegnamenti del DP. Per esempio, Bruno Frey e Iris Bohnet (1996) ritengono che vi siano due modi per riuscire a spiegare l agire cooperativo alla luce di un paradigma basato sulla razionalità individuale. Il primo è di accrescere con argomenti non considerati dall economia la funzione di utilità (per esempio endogenizzando i gusti); l altro è di introdurre vincoli sociali come le norme. Loro propongono di seguire questo secondo approccio, che ritengono comunque liberale nella misura in cui si ammetta che, nonostante le istituzioni, gli individui siano ancora in grado di scegliere tra alternative contrastanti. Ovviamente questo porrà il problema di spiegare come si compiano tali scelte e come da ciò emergano nuove norme. Come vedremo, questo è il problema centrale di un nuovo filone di teoria dei giochi e di teoria comportamentale neoistituzionalista (come in North). Non sarà per altro difficile mostrare come, mentre da un lato questi approcci non siano più riferibili al dominio dell Individualismo Metodologico (e anzi lo contraddicano), dall altro lato essi falliscano proprio rispetto al fenomeno cruciale dei cosiddetti effetti emergenti. Il primo punto è colto da Nozick (1981), ma non il secondo (a causa di un insoddisfacente teoria evolutiva, poi modificata). Vedi i capitoli 7, 9 e 15.

11 dei giocatori, che viceversa sperimentano un incentivo a deviare sistematicamente da esso 27. In breve, esso sembra riprodurre fedelmente la posizione originaria (o stato di natura ) presociale, in cui si sarebbero trovati gli uomini secondo la prospettiva assunta dall IM. Il DP, tuttavia, mostra, come è noto, che per attori strategici è razionale non cooperare, e che questa scelta rappresenti l esito di un equilibrio subottimale (l unico). La teoria dovrebbe perciò concludere che, sulla base di assunzioni individualiste, gli attori non sarebbero indotti, dalla loro stessa razionalità strategica, a sviluppare forme di cooperazione, ossia forme superiori di istituzioni sociali. I tentativi di risolvere tale problema in una prospettiva di gioco reiterato sono, a giudizio di molti, pseudosoluzioni (Kreps, 1993; Binmore, 1992 e 1994). Vi sono infatti due principali tipi di obiezioni. Il primo secondo noi decisivo - riguarda la legittimità stessa dell idea di supergioco ai fini del problema dell insorgenza dell ordine. Secondo la nostra opinione, se è in questione (come è in questo caso) un problema di origine dell ordine da uno stato presociale, il cosiddetto supergioco non è logicamente ammissibile come condizione della reiterabilità (per lo più infinita), dato che, essendo esso stesso un vincolo sociale andrebbe a sua volta spiegato. Inoltre il supergioco è empiricamente plausibile soltanto in presenta di circostanze inverosimilmente eccezionali e vincolanti 28. È vero che anche il gioco stesso è un costrutto sociale predefinito (dall osservatore) e si potrebbe perciò obiettare che il DP, come ogni altro gioco, viola il presupposto dell IM, ma esso può essere inteso come un caso limite, un caso di circostanze sociali minime, che, come vedremo, è utile per comprendere meglio la struttura profonda dell interazione sociale. Il secondo tipo di obiezione riguarda invece l emergere di limiti nella dinamica del gioco stesso. Il punto è che, com è noto, si determina una molteplicità di possibili equilibri senza che si disponga di criteri sicuri e logicamente accettabili per far emergere un esito stabile e cooperativo. In base al folk theorem, infatti, in qualsiasi gioco ripetuto un numero indefinito di volte qualunque strategia in grado di assicurare a ciascun giocatore un utilità attesa almeno pari alla massima punizione che gli avversari potrebbero razionalmente infliggergli, rappresenta un possibile equilibrio del gioco. Per dirla altrimenti, ogni strategia del supergioco che permette un guadagno superiore o al più uguale a quello associato alla strategia di maximin (che è la strategia correlata al massimo fra i minimi valori di utilità che il giocatore può ottenere, dato il profilo strategico dei suoi avversari) è tale da generare uno stato di equilibrio. Ma quale fra i diversi possibili esiti del gioco sarà quello più probabile? Il fatto nuovo, ma problematico per l IM, è che il supergioco introduce un elemento assente nel DP classico, e cioè una sorta di contrattazione implicita o, quanto meno, una forma di comunicazione, ovviamente senza costi (cheap talk), tra i giocatori. Esso, infatti, stabilisce che: a) un dato giocatore muoverà per primo (il che non è nel DP classico); b) questo stesso giocatore dichiara, ovvero seleziona una particolare strategia, per esempio la strategia occhio per occhio (tit for tat); c) infine, l altro giocatore deve credere a tale dichiarazione-selezione e sulla base di essa scegliere, a sua volta, la propria strategia. Tutti, poi, devono continuare a giocare indefinitamente fino all emergere di un equilibrio (sempre che questo esista). Il gioco, tuttavia, potrebbe arrestarsi in un qualsiasi punto (a meno che non vi sia una norma ulteriore che sanzioni fortemente l exit [Orbell e Dawes, 1993]). La dinamica potrebbe essere tale da dare ad uno dei giocatori un guadagno tale che, anche scontando le vincite future possibili, egli la consideri come massimizzante. Prima ancora, però, vi è il problema degli accordi sulle strategie da usare: per quanto tempo si può andare avanti 27 Riprendiamo questa definizione da Ullmann-Margalit (1977), che distingue analiticamente fra tre diverse classi di giochi, ciascuna delle quali riferita ad uno specifico problema, la cui soluzione richiede l introduzione di una norma sociale. Oltre alla classe dei giochi non-cooperativi, vi è la classe dei giochi di coordinamento e quella dei giochi di dominio. La prima si distingue in virtù della presenza di una molteplicità di esiti mutuamente vantaggiosi, rispetto ai quali i giocatori sperimentano una perfetta (o quasi) identità di interessi, che tuttavia rende difficile, se non addirittura impedisce, una comune convergenza su uno di essi. Questo è un tipico problema di coordinamento, la cui soluzione richiede l insorgenza di una convenzione sociale. La seconda classe si contraddistingue per l esistenza di una molteplicità di esiti parimenti instabili, poiché qualunque di essi venga selezionato, esiste almeno un giocatore che, a causa dello svantaggio che quell esito gli procura, ha interesse a modificare la propria condotta in favore di un altra strategia. Questo è un tipico problema di diseguaglianza, o asimmetria nella distribuzione del potere, la cui soluzione richiede l insorgenza di una norma di autorità. Questa classificazione mette chiaramente in evidenza come i giochi di coordinamento, a differenza dei giochi non cooperativi, presuppongano attori capaci di condividere uno stesso interesse (Schelling, 1960 e Ullmann-Margalit, 1977). Proprio per questo essi sembrano meno interessanti per la spiegazione dell insorgenza delle istituzioni e, più in generale, dell ordine sociale. Se infatti si presume di partire da un presupposto metodologico individualista, assumere l esistenza di interessi comuni risulta essere intrinsecamente contraddittorio con la spiegazione dell insorgenza di un agire cooperativo. I giochi di coordinamento presentano inoltre il problema di comportare sempre una molteplicità di equilibri, e ciò è indubbiamente un problema quando: a) la scelta casuale non è indifferente (perché concerne comunque un asimmetria tra gli attori); b) non si può ricorrere a una metaregola condivisa. Tuttavia, come mostreremo e come si dovrebbe già per altro intuire per quello che abbiamo detto precedentemente, anche tali giochi presuppongono un certo livello di istituzioni condivise e quindi forse questo primato del DP per il problema dell ordine sociale non si giustificherebbe più. Noi però riteniamo che il DP mostri delle proprietà che risultano particolarmente interessanti proprio sul piano della teoria della società. 28 Oppure, come nel caso di Axelrod (1985), nella circostanza rappresentata dalla metascelta di voler partecipare ad un torneo; ma questo non può provare affatto che, in situazioni naturali, si diano indefinite reiterazioni del DP. In una prospettiva di individualismo non riduzionista, naturalmente, il supergioco potrebbe essere accettato, ma non in ogni caso per spiegare l origine della società. Varrebbe inoltre sempre la seconda obiezione.

12 nella trattativa e come si fa a trovare un tale accordo? Anche ammettendo che tale implicita trattativa, o comunicazione, sia senza costi (cheap talk) non è forse questo un altro supergioco? Su tutto questo la teoria non dice nulla 29. Anche se per un attimo ammettessimo la possibilità del riferimento a norme o convenzioni (come quella: se defezioni anche solo una volta non coopererò mai più ), proprio la teoria ha mostrato che molte regole di questo tipo sono egualmente possibili (tutte cioè capaci di dar luogo ad un equilibrio). Per questo è stato detto che esistono troppe minacce fuori dall equilibrio che potrebbero giustificare l emerge di un certo equilibrio (Kreps, 1993: 559). Di conseguenza il problema è solo spostato di livello: come si fa a sapere quale potrebbe essere la norma capace di produrre proprio quel particolare equilibrio? C è infine il problema, non di poco conto viste le obiezioni sul supergioco, che se l orizzonte temporale del gioco è finito e specificato non si dà equilibrio cooperativo 30. Il punto è che in una situazione come quella del DP sarebbe irrazionale per attori strategici continuare a reiterare il gioco, se qualcosa non assicurasse tutti che è come se il gioco fosse temporalmente indefinito, sebbene l orizzonte di vita delle persone sia finito (per quanto non determinato) 31. Ma questo qualcosa può essere solo un qualche tipo di istituzione sociale particolarmente vincolante. In conclusione, si deve ammettere che, in primo luogo, anche nella prospettiva della reiterazione la teoria dei giochi non può spiegare l origine delle istituzioni e, a ben vedere, neppure il loro mutamento. In secondo luogo, che essa non è in grado di fornire alcuna spiegazione circa l origine delle aspettative di equilibrio (Kreps, 1993: 619). Tuttavia, la teoria dei giochi un merito non da poco ce l ha ed è di aiutare a comprendere che il problema di fondo dell interazione sociale è quello della doppia contingenza. Per evidenziare questo fondamentale punto dobbiamo tornare al DP classico. Qui la ragione dell esito sistematicamente non cooperativo dell agire strategico viene solitamente individuata nella presenza di una strategia dominante. Quella, cioè, non facendo la quale l attore risulterebbe non razionale e che, data la matrice dei guadagni, è rappresentata, per ciascuna parte, dalla scelta di defezionare. Un attento esame di tale struttura d interdipendenza rivela però dell altro, concettualmente più importante. Ci si deve chiedere, infatti: che cosa fa della scelta defezionaria l alternativa dominante e, nello stesso tempo, subottimale? O, meglio, che cosa impedisce di preferire la cooperazione ottenendo così un risultato migliore per tutti? Ci sono due possibili osservazioni a questo proposito. La prima è avanzare subito una risposta del tipo: se A e B potessero fidarsi l uno dell altro, allora essi potrebbero scegliere di cooperare perché potrebbero basarsi su una diversa razionalità tanto di sé quanto dell altro 32. Ciascuno, infatti, sarebbe consapevole del fatto che anche l altro (oltre a lui stesso) sa che, se ambedue decidono di cooperare, tutti guadagnano di più e che ci si può fidare a fare questa scelta perché anche l altro è in grado di fidarsi. Così, si sa che cooperando non si è certi, com era nell altra situazione, che l altro defezionerà, se la fiducia ha una dimensione normativa. Insomma la fiducia, se è sostenuta da una norma sociale che entra nelle aspettative reciproche e riflessive degli attori (per esempio, tramite una comune credenza etnica, magica o religiosa), determina uno stato di lock-in del rinvio reciproco di aspettative strategiche tale per cui diviene socialmente dominante (e razionale) la strategia cooperativa 33. In altre parole, tramite la norma fiduciaria diviene predicibile che anche l altro è probabile che sceglierà di cooperare, e, poiché in tal modo si può evitare la scelta subottimale, diviene razionale cooperare: Ego sa che anche Alter 29 L equilibrio di Nash non richiede di per sé che gli attori comunichino. Richiede però la conoscenza comune (così che quel dato modo comune di giocare razionalmente diventi autoevidente). In assenza di negoziazioni si potrebbe invocare l apprendimento comune di uno stesso contesto così che il gioco diventi per così dire ovvio. Ma, al contrario del DP, in cui l esito cooperativo è unico, molti giochi come i giochi di coordinamento- sono privi di un tale stato ottimale (senza contare che l apprendimento presuppone anch esso un mondo sociale condiviso). Si potrebbero invocare delle convenzioni o delle norme istituzionali. Ma queste o non potrebbero fare parte del gioco, oppure, se venissero considerate come parte del gioco, non potrebbero essere fatte valere ai fini del problema dell insorgenza dell ordine sociale, ma al più per spiegare l emergere di certi equilibri entro contesti sociali già dati. 30 Come conseguenza della logica di back-ward induction, secondo cui nessuno avrà un incentivo a cooperare nell ultima mossa. Ma questo implica che ciò varrà anche alla penultima, e così via retrogredendo fino alla prima. 31 Il modo in cui, da un punto di vista formale, si assolve a questo passaggio consiste nell assumere una probabilità diversa da zero che al turno di gioco successivo il gioco abbia termine. 32 A tale proposito Parsons (1968) ha parlato non a caso di estensione della razionalità quale condizione per la soluzione del dilemma utilitaristico. 33 In breve, il gioco muta natura. E stato osservato (Yamagishi e Cook, 1993) che l introduzione della fiducia fa diventare dominante la strategia cooperativa e il gioco diviene così quello dell Assicurazione. Occorre tuttavia osservare che, da un punto di vista formale, questo passaggio è tutt altro che aproblematico. Il gioco dell Assicurazione ed il DP sono infatti strutturalmente diversi. Il primo è un gioco di coordinamento con due equilibri, uno dei quali Pareto superiore rispetto all altro. Il secondo, com è noto, è un gioco con un solo equilibrio in strategie strettamente dominanti, che non coincide con l esito ottimale, nel senso di Pareto, del gioco stesso. Con ciò l introduzione della fiducia non produrrebbe soltanto un cambiamento di strategia da parte dei giocatori, ma, trasformando radicalmente il tipo di gioco in essere, equivarrebbe ad un vero e proprio mutamento di orizzonte per gli attori, che perverrebbero a percepire il loro problema alla luce di un interesse comune, com è appunto nel caso di un gioco di coordinamento. E come ciò sia possibile, ovviamente in una prospettiva compatibile con l individualismo metodologico, non è affatto chiaro.

13 sa che Ego sa che si può avere fiducia (perché ci si riconosce simili sotto un qualche aspetto normativo) e così tutti possono avere fiducia nella fiducia. Si osservi che non per questo gli attori sono diventati necessariamente altruisti, oppure ciechi. In questo caso essi possono ancora essere degli attori strumentali. Ma la cosa interessante è che proprio perché si fidano possono ottimizzare le proprie scelte strategiche 34. Questo fatto è rivelatore di come il dilemma fondamentale della teoria della scelta razionale non sia quello tra egoismo e altruismo. Poiché nonostante l egoismo dell uomo la società esiste lo stesso, allora egoismo e altruismo sono essi stessi attributi sociali. Ovvero, poiché la società è un vantaggio evolutivo e l interazione non può essere sistematicamente distruttiva (o subottimale, se non in modo discreto), normalmente la possibilità dell egoismo dell uno deve essere compatibile con la possibilità dell egoismo dell altro: così, se è il caso, si può essere o reciprocamente indifferenti o si può trovare un mutuo vantaggio dall interagire. Insomma, quello che intendiamo dire è che è proprio per la presenza di costumi e norme sociali che gli uomini possono continuare ad essere (anche) egoisti. Non solo le norme sociali realizzano questa reciproca compatibilità, ma vi sono casi (come appunto nel DP) in cui soltanto la loro presenza permette l ottimizzazione (in senso paretiano) delle scelte. Ovviamente vi sono altri casi in cui le libertà di scelta sono limitate, ma questo di per sé non vuol dire che fuori da un contesto normativo quelle stesse scelte sarebbero state libere di esprimersi. La soppressione della norma non elimina, infatti, il problema della presenza dell altro. Anzi, lo acuisce: come situazione di sfruttamento e schiavitù o come situazione di guerra di tutti contro tutti; e quindi anche come stato d indigenza (visto l assenza di divisione del lavoro). La seconda osservazione consiste nel porre un altra domanda. Cioè, nella sua forma più generalizzata: che cosa fa del DP un gioco (ovvero un particolare tipo di sistema d interazione)? Nella sua formulazione originaria (la prigione, il giudice ecc.) la risposta è ovvia: un istituzione sociale. Ma come modello generale del problema dell ordine sociale non possiamo (non dobbiamo) presupporre alcuna istituzione. E allora? Si noti, non si può affatto rispondere che è una generica situazione ideale di interdipendenza tra attori strategici, perché per poter giocare i due attori devono poter essere in condizioni di interagire, ovvero devono potersi aspettare di determinare e intendere alla stessa maniera la matrice dei pay off. Nel DP originario non v è comunicazione tra gli attori, perché è il giudice che fa la parte tanto di chi definisce le poste quanto di chi comunica, ma nel gioco dell origine dell ordine sociale come si forma la matrice dei pay off se gli attori non comunicano tra loro? E se comunicano, come fanno a condividere uno stesso linguaggio e la stessa semantica (così da intendere i valori della matrice alla stessa maniera) mentre sono ancora in uno stato asociale? Qui dunque ci troviamo nuovamente in una situazione come quella discussa nel capitolo precedente, nella quale abbiamo mostrato che un sistema d interazione (non occasionale) presuppone date condizioni sociali di possibilità. Nella teoria dei giochi ciò è rappresentato dalla definizione del gioco stesso: con la modellizzazione, l osservatore impone regole, linguaggi e criteri (identità) comuni ai giocatori. Se non è in questione l origine del gioco stesso, ciò è chiaramente legittimo. Ma se invece il gioco riguarda proprio l origine del gioco stesso, è del tutto evidente che tale procedura teorica non è più logicamente ammissibile. Infatti, il problema cambia natura. Ci troviamo di fronte al problema (generale) di come si costituisce un problema. Ora, un modo corretto per affrontare un tale tipo di questioni è di porlo in termini evolutivi, chiedendosi dato X, da che cosa e in quali circostanze esso è evoluto?. In effetti, secondo noi, la vera domanda non è come la società sia evoluta da individui isolati ed egoisti, ma in quali circostante la società, come condizione d interazione tra uomini (anche) egoisti, sia evoluta e da che cosa. E la risposta può essere trovata solo in una prospettiva di ricerca co-evolutiva nel quadro, come vedremo, del problema della doppia contingenza. La teoria dei giochi, insomma, non può affatto cogliere l essenza del problema dell origine dell ordine sociale (e per questo si è provato con i cosiddetti giochi evolutivi). Essa, piuttosto, può essere utile per chiarire meglio, data la società, quali caratteri debbano o dovrebbero avere le istituzioni sociali per favorire la cooperazione. La conclusione di tutto ciò dovrebbe essere che lo stare in società non può essere considerato come un problema di contratto di convenienza o di equilibrio d interazione, visto che ambedue richiedono la condivisione di specifiche condizioni sociali. Secondo noi accade invece che, data una società nella quale si vive, si può e si deve scegliere, caso per caso, se cooperare o confliggere. La società assicura insomma 34 Il punto è oggi abbastanza condiviso. In ambito neoistituzionalista si veda Eggertsson (1990). Si noti che la fiducia non significa, contrariamente a quanto si potrebbe credere, mancanza di incertezza. Anzi, la possibilità che l altro defezioni è sempre presente. La fiducia, sul piano della possibile esperienza locale degli attori, è sempre contingente e dunque imputabile di un certo grado di incertezza. Al contrario, l incertezza è del tutto assente nel gioco senza fiducia: ciascuno è certo che l altro sceglierà la strategia che massimizzerà il guadagno. Nessuno può fidarsi dell altro. Si può perciò sostenere, un po paradossalmente, che la fiducia implica incertezza (ossia consapevolezza della contingenza) e che però, proprio per questo, ci si vincola e si coopera potendo avere fiducia nella fiducia. Questo non è invece possibile nel caso classico del DP. L identità degli attori prevista dal gioco lo vieta.

14 quello sfondo minimo di cooperazione che permette, eventualmente, di scegliere di non cooperare (senza che ciò si traduca automaticamente e drammaticamente in una questione di vita o di morte). Definiamo questo stato minimo di interdipendenza cooperativa doppia contingenza vincolata. Esso chiarisce sino in fondo la natura del problema dell interazione (stabile) tra attori. Con doppia contingenza intendiamo (Parsons, 1951) uno stato d indeterminatezza della reciprocità di aspettative riflessive, relativo ad attori che sono in una situazione d interazione: ciascuno sa che la propria selezione è contingente rispetto alla selezione degli altri e che anche questa selezione è contingente rispetto alla propria. Nel modo in cui noi utilizzeremo il concetto, contingenza non significa, però, soltanto dipendenza da qualcos altro o interdipendenza (come in Parsons), ma che una data selezione avrebbe potuto essere differente (incluso il suo non essere) (Luhmann, 1990). Da un punto di vista logico la contingenza è dunque una modalità: le selezioni sono al tempo stesso non necessarie e non impossibili, ovvero possibilità attuali che rinviano ad altre possibilità potenziali. Se una tale contingenza è lo stato di aspettative reciproche riflessive di attori interagenti, allora la doppia contingenza configura una condizione nella quale la selettività degli attori deve fronteggiare una complessità troppo vasta, un insieme di possibilità troppo indeterminate per qualsiasi tipo di razionalità. Il caso estremo -mai discusso in letteratura- è stato indicato come doppia contingenza radicale (Addario, ). Essa è molto interessante perché ha la proprietà di far risaltare la struttura profonda dell interazione sociale, ovvero ciò che dovrebbe essere considerato come la condizione assoluta di possibilità dell interazione sociale. Per doppia contingenza radicale intendiamo quella circostanza in cui l unica aspettativa possibile per ciascun decisore è di assenza di aspettative sui possibili comportamenti dell altro. In altre parole, essa illustra quello stato psichico in cui, a causa del reciproco e casuale fronteggiarsi, ciascuno si troverebbe nella condizione di dover ricorrere ad aspettative sull altro riguardo ai possibili comportamenti di questo verso terzi, ma tali comportamenti costituiscono una classe priva di valori. Le aspettative sono indeterminate, la situazione è indecifrabile, l informazione su ciò che potrebbero fare, e persino su ciò che gli altri potrebbero essere, è totalmente assente e non è dunque possibile alcuna riflessività delle aspettative. Perché il problema si ponga in modo cogente, si deve perciò presupporre che, per qualche via (per esempio, sul piano dell evoluzione), la doppia contingenza radicale sia stata ridotta (vi torneremo). Ciò che perciò il DP in realtà rivela è che, i vincoli socioculturali, ossia il gioco stesso, riducono la doppia contingenza, ma: a) non si dice come ciò sia stato possibile; b) l interdipendenza delle possibilità nella relazione Ego/Alter è ancora troppo grande e ciò proprio grazie alla reciproca calcolabilità. Si richiedono perciò restrizioni ulteriori affinché gli attori possano pervenire a selezioni cooperative, ma questo non può originariamente essere accaduto sul presupposto di un calcolo razionale delle reciproche aspettative Doppia contingenza, conoscenza comune e razionalità Si sarà già intuito che v è una somiglianza logico-formale tra il concetto di doppia contingenza e quello di conoscenza comune. Come modalità (precisamente: operatori della logica modale), ambedue hanno le proprietà della riflessività (conoscenza della conoscenza) e della reciprocità. La prima è però più generale ed astratta, perché si basa sul concetto modale di possibilità attesa. Naturalmente la conoscenza può essere una conoscenza di mere possibilità, ossia di selezioni che possono sempre essere altrimenti. Ma non è questo il caso della conoscenza comune di Lewis (cui fa riferimento la teoria della scelta razionale), ove ciò che è conosciuto in comune non è affatto contingente ma anzi ben determinato (possibilità di contenuto certo 36 ). Si tratta di una differenza importante, perché il fatto che qualcosa sia, in modo riflessivo, diversamente possibile e però non determinabile in queste possibilità, configura una situazione assai differente da quella delineata da concetto di common knowledge. Quest ultima è, per così dire, concepita come un circostanza strutturale in cui si danno condizioni per la soluzione del problema dell interazione tra attori (nel senso, ovviamente, della teoria della scelta razionale). La situazione di doppia contingenza, al contrario, è intesa come il problema originario la cui soluzione si risolve nell emergere -lo vedremo- della società come sistema autonomo. E saranno proprio le particolari limitazioni imposte dalla doppia contingenza e il diverso modo di intendere Ego e Alter che permetteranno di delineare una tale soluzione (Luhmann, 1976). Naturalmente è sempre possibile introdurre nella conoscenza comune l incertezza (e quindi la contingenza), ma in tal caso essa assumerebbe un connotato assimilabile a quello della doppia contingenza 35 Nel capitolo 6 mostreremo come sia possibile, ridefinendo il problema originario della doppia contingenza, sviluppare un ipotesi coerente e credibile con riguardo proprio all emersione della società in quanto autonomo sistema sociale. Già nel prossimo cap. 4 daremo alcune indicazioni circa la direzione che assumeremo nella ricerca di una soluzione a tale problema. 36 Nel senso che è noto l oggetto della possibilità. Non così la contingenza.

15 soltanto se si chiarisse esplicitamente che la contingenza è ben più dell incertezza (intesa alla maniera degli economisti). L incertezza è intesa dall economia come uno stato di non oggettiva determinabilità dell occorrenza futura di un dato evento. Tale stato è a volte trattato in base alla teoria della probabilità soggettiva. In ogni caso è però noto l evento a cui tale probabilità è imputata. La contingenza, per contro, investe l identità stessa degli eventi: una scelta contingente non è soltanto una decisione con un certo grado di incertezza, ma una selezione che, potendo non essere, avrebbe potuto avere una natura del tutto diversa. La contingenza implica perciò il fatto che persino nel caso in cui le alternative praticamente possibili siano ridotte ad una soltanto, l attore percepisce che nel mondo esistono altre possibilità (alcune delle quali potrebbero essere per lui preferibili). Il senso della contingenza è perciò il rinvio, proprio a partire dalla selezione attuata, ad altre possibilità, ma non di per sé (tutte) note. Si potrebbe qui parlare di una conoscenza di cui si è consapevoli che ha dei buchi : il futuro non è pensabile solo come presente futuro (ovvero come proiezione di stati presenti noti, come ripetizione di eventi passati, magari non tutti ugualmente probabili, percepiti come stati del mondo), ma anche come futuro presente, ovvero come possibilità di eventi futuri, di cambiamenti di stato imprevedibili 37. La contingenza include così l incertezza, e nello stesso tempo un riferimento ad altre possibilità, eventi in sé non necessari. In tal senso si può ben comprendere, dunque, come la reciprocità di aspettative riflessive e contingenti includa la conoscenza comune soltanto come un suo elemento. Nella conoscenza comune ciascuno si aspetta: a) che ciascuno si aspetti che nella situazione Y allora X (magari con una probabilità p); b) che ciascuno si aspetti che ciascuno si aspetti che in Y allora X (p), e così via. Nella doppia contingenza vincolata sia X che la stessa Y potrebbero essere altrimenti. Il vincolo è soltanto il riduttore di una complessità di scelta, che potrebbe essere fin eccessiva per consentire all attore di compiere la sua selezione razionale, e in tal senso esso svolge una funzione importante, ma non elimina la contingenza, anzi in un certo senso l accresce. Su questo torneremo ampiamente in seguito. Torniamo per un attimo sulla doppia contingenza radicale. Se, nel caso della doppia contingenza vincolata, il senso del contingente scaturisce da selezioni ridotte, ma che gli attori non possono considerare come necessarie (proprio rispetto alle proprie preferenze), nel caso della doppia contingenza radicale il senso del contingente scaturisce dalla consapevolezza che tutto è possibile e che però questo stesso tutto è inconcepibile. Non può darsi, come abbiamo notato poco fa, riflessività e, in questo caso estremo, nessuna interazione minimamente stabile è possibile. Il DP non è neppure concepibile e, questa è proprio la situazione originaria del soggetto (solipsista o addirittura autistico) dell IM. È interessante notare che non è una questione che riguardi il tipo di razionalità in sé, per esempio economica (utilitaristica). Anche il soggetto nel senso kantiano del termine andrebbe incontro allo stesso tipo di problema, perché (per quanto nel kantismo sia del tutto assente la problematica della doppia contingenza) un tale soggetto non potrebbe riuscire -se non tramite una mera petizione di principio- a concepire l altro come un alter-ego (per le ragioni che diremo). Quest osservazione ci consente un ulteriore precisazione. Si tratta di questo: un gioco come il DP non basta, occorrono vincoli speciali perché l interazione possa dar luogo a scelte cooperative. La nostra tesi generale sarà allora la seguente: proprio per una teoria dell azione, affinché attori razionali possano cooperare stabilmente, è necessario che la doppia contingenza sia particolarmente vincolata, precisamente nel senso che: a) deve includere almeno la conoscenza comune (sebbene, come mostreremo, questo sia in realtà epistemologicamente fallace); b) oppure deve includere norme istituzionalizzate che permettano quantomeno la reciproca attribuzione di fiducia. Sebbene possa sembrare tautologico, possiamo anche dire che affinché gli uomini cooperino bisogna che essi partecipino di norma a giochi nei quali la cooperazione è possibile e preferibile. In altri termini, è il tipo di metagioco che implicitamente determina il tipo di razionalità e il tipo di strategie più probabili nel tipo di gioco di volta in volta giocato, ove il metagioco altro non è che un istituzione che, facendo da cornice naturale del gioco, vincola i partecipanti ad un corrispondente tipo di razionalità. Così, condizione necessaria perché gli uomini possano cooperare anche in una situazione di gioco non cooperativo è che siano già collocati in un comune orizzonte cooperativo, così che da un lato la non cooperazione non rappresenti necessariamente un esito drammatico (ma al più subottimale) 38, mentre dall altro la possibilità della cooperazione sia reale (non lo è nel DP, almeno nella sua interpretazione dal punto di vista razionale, ove vi sono strategie dominati che 37 Come ha sostenuto Luhmann (1979), il tempo è percepibile soltanto in quanto successione di eventi, cioè di cambiamenti di stato, non in assoluto, ed è vissuto sempre nel presente (anche come memoria del passato). Il futuro è un presente futuro se e soltanto se nel presente ci si può aspettare dei cambiamenti (prevedibili). 38 A dimostrazione della centralità del senso (del tutto ignorata dagli economisti) nell intendere la situazione, nella precedente edizione di questo lavoro avevamo a questo punto inserito una dimostrazione formale di cosa succede se nel DP si introduce una incomprensione sistematica nel modo di intendere i payoff del gioco, mentre i giocatori credono di condividere un criterio per ambedue identico. Il risultato (nell esempio proposto) è una paradossale situazione di sfruttamento.

16 vanificano la possibilità della scelta cooperativa). Tutto questo nulla dice, però, riguardo a come sia stato possibile il formarsi di una tale supergioco con i suoi possibili giochi particolari e quale sia la sua natura, la sua propria dinamica. Ancora, nulla dice sull ordine sociale nel suo complesso, ossia inteso come unità che è al tempo stesso internamente differenziata, una unitas multiplex. A conclusione di questa lunga discussione può essere utile riassumere così quanto abbiamo appreso: a) un IM coerente con i propri presupposti ontologici è inconcludente; b) per questo, in pratica viene rilassato trasformandolo in individualismo non-riduzionista (a volte emergentista), ma ciò comporta degli effetti indesiderabili, ovvero; b 1 ) la reintroduzione, come condizione di possibilità dell interazione, proprio di ciò che avrebbe dovuto essere spiegato (il che nega l individualismo come metodo); b 2 ) la conseguente impossibilità di rivelare l effettiva materia della società; b 3 ) la riproposizione del dualismo individuosocietà. Quest ultimo punto critico è il più importante, perché ha a che fare con la natura non addittiva (e neppure moltiplicativa) della società, che perciò non può essere ricavata da uno schema concettuale basato su individui più le relazioni tra questi individui (quale che sia il modo di concepire tali individui). Il carattere non compositivo, ma sistemico (nel senso che vedremo 39 ), della società è ciò che assicura la sua autonomia, la quale è la condizione necessaria per ogni possibile interazione: essa è la regola costitutiva (nel senso wittgensteiniano), non manipolabile, entro la quale soltanto sono possibili vari giochi strategici. La stessa teoria dei giochi mostra che condizione assoluta perché un interazione (di qualunque tipo) sia possibile e un gioco possa così iniziare, è che gli attori non possano manipolare il gioco stesso. È questa peculiare proprietà d indipendenza che fa delle norme o strutture sociali ciò che la sociologia chiama istituzioni. Ed è questa proprietà che fa sì che le istituzioni siano il dato a partire dal quale l agire sociale prende forma e cogenza. Con questo abbiamo toccato il punto decisivo (che per altro non riguarda solo l IM, tutt altro): quello dei presupposti ontologici a partire dai quali un metodo si definisce come tale. Ora, ora noi sosteniamo che salvo qualche eccezione, più che rara, il dato ontologico iniziale delle scienze sociali, indipendentemente da quale sia il metodo cui si faccia riferimento, è quello dell umanesimo veteroeuropeo, cioè l uomo, con tutte le implicazioni metafisiche che esso si porta dietro. Può essere un uomo economicus, oppure un uomo sociologicus, un soggetto (magari trascendentale) o, più modestamente, un attore. Ma è sempre l uomo il punto (il fondamentum absolutum inconcussum veritatis ) da cui parte la teoria e questo, poiché l ontologia impone di preservare l identità di questo dato, induce un idea compositiva della società. Questa concezione compositiva solleva inevitabimente il problema dell unità della società e della sua autonomia in relazione alle sue parti, e viceversa: per un verso l autonomia di questa unità deve essere presupposta proprio per consentire l interazione tra le sue parti e questo pone però il problema di come possano queste parti conservare la propria autonomia o identità rispetto all unità; per l altro verso non si comprende come possa questa unità sorgere dall interazione delle sue parti se l interazione dipende a sua volta dall unità stessa e se le parti devono riprodurre la loro autonomia. Nel XVIII secolo con la metafora della mano invisibile il pensiero liberale descriveva proprio questo paradosso della unitas multiplex, che per altro permaneva, come ben si vede nell immagine del bene comune (da cui restano esclusi i poveri) inteso come uno stato proprio della società che emerge dall interazione degli egoismi individuali. Non a caso dette vita all ideologia del dualismo individuo-società, che ancora oggi ci trasciniamo dietro sotto nuove formule. Il miracolo di effetti di composizione tra uomini o tra azioni, che riprodurrebbe ad un tempo l unità della società e le autonome identità delle parti che interagiscono, resta ancora oggi tale: inspiegato e paradossale (nel senso logico del termine). Con questo, oltretutto, non si riesce a comprendere né quale sia la reale materia della società, né come essa sia stata possibile e come evolva. Che significato può avere la tesi che la società è costituita da attori, se non quello di un paradosso? Anche se ci limitassimo a includere solo le azioni, dove metteremmo allora gli uomini? L agire stesso non dovrebbe, allora, essere inteso in altra maniera? Per esempio, come un evento che, per un verso, presuppone strutture sociali e, per l altro verso, ha il suo punto focale non in Ego ma in Alter, e rispetto al quale ambedue siano sempre in grado di distinguere (non, dunque, come differenze nelle rispettive partizioni della conoscenza comune) tra le proprie aspettative e le pretese della società. Infine v è un altra conclusione importante che riguarda la soggettività. L individualismo soggettivista non può mostrare come il soggetto possa concepire l altro, proprio come alter-ego (e quindi se stesso come alter-ego del proprio alter-ego). Può solo postularlo, dichiararlo con una petizione di principio, tanto è vero che soltanto con la teoria della conoscenza comune - 39 È qui forse utile, a tale proposito, anticipare che, nel nostro senso, un sistema non è semplicemente un insieme di parti in relazione tra loro. Per le ragioni che vedremo, infatti, un sistema capace di autoriproduzione è innanzitutto un unità in cui tanto le parti che le relazioni sono cocostitutive del sistema. Ne consegue che sia le parti che le relazioni non sono definibili indipendentemente dall unità che le costituisce e le riproduce e perciò un sistema non è definibile a partire da elementi preesistenti più le relazioni tra questi elementi. Anche per questo gli uomini non sono trattabili come elementi del sistema.

17 che però contraddice l individualismo ontologico- la questione è posta sul tappeto in modo chiaro ed esplicito, sebbene, come riteniamo di aver dimostrato, in modo non accettabile 40. Sono chiaramente i presupposti ontologici del metodo che creano tutti questi problemi. Per altro, sul piano della storia reale è proprio l autonomia della società la circostanza strutturale a partire dalla quale l uomo ha potuto sviluppare le sue libertà, ed è proprio per questo che essa ha potuto evolvere permettendo l ulteriore evoluzione dell uomo stesso. Il tentativo di uscire da una tale empasse teoretico-concettuale dovrà allora partire da una radicale deontologizzazione della teoria e da una nuova soluzione del problema della unitas multiplex. Questioni strettamente interconnesse e che affronteremo nel capitolo 6. Quanto abbiamo visto ci offre però delle indicazioni già sufficientemente precise: dovremo trovare il modo di evitare di concepire la società come costituita da uomini (o attori) più le loro relazioni, e dovremo decentrare l dea di soggetto agente. 40 Una discussione ulteriore e approfondita delle ragioni di questo fallimento si trova nel capitolo 3. Si noti, la conoscenza comune predica una sorta di internalizzazione del mondo nelle coscienze, le quali si distinguono al più per differenze nelle rispettive partizioni. Non ci sono, perciò, strutture sociali esterne e indipendenti rispetto agli individui, ma soltanto differenze nelle credenze riguardo ai possibili stati del mondo.

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