TERZA PARTE: CASE-STUDY

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1 TERZA PARTE: CASE-STUDY 1

2 I nuovi mendicanti: accattonaggio ed elemosina nella società post-industriale 2

3 "Il povero sostenti il ricco con le fatiche, il ricco sostenti il povero con la limosina" Giovanni Piero Pinamonti, da La causa de' ricchi, ovvero il debito ed il frutto della limosna, Bologna, I nuovi mendicanti: accattonaggio ed elemosina nella società postindustriale di Walter Nanni e Laura Posta I. FONDAMENTI TEORICI E PREMESSE CONCETTUALI 1. Premessa Le definizioni tradizionali di accattonaggio reperibili nei dizionari della lingua italiana fanno riferimento ad una situazione che appare ormai superata dalla realtà dei fatti. Ad esempio, il dizionario Zingarelli, 1 alla voce "Accattone", cita: "chi vive mendicando abitualmente lungo le strade". In tale definizione, la limitazione dell accattonaggio alla sola presenza su strada è limitativa rispetto alle attuali caratteristiche del fenomeno, che di fatto si estende oltre la dimensione della strada, spingendosi in luoghi diversi, anche non aperti al pubblico, fino ad introdursi in spazi familiari e domestici. Inoltre, il riferimento al vivere mendicando lascia intendere una concezione di mendicità come modalità primaria di sopravvivenza, mentre allo stato attuale sono individuabili tutta una serie di situazioni in cui l accattonaggio è praticato assieme ad altre forme di lavoro e di occupazione, anche irregolare e occasionale. La semplice osservazione delle moderne configurazioni del fenomeno dell elemosina dimostra come il fenomeno si sia nel tempo estremamente diversificato, assumendo caratteri complessi, spesso al confine con altre specifiche situazioni di devianza e disagio sociale. Anticipando alcuni dei temi che verranno trattati all interno del presente capitolo, possiamo affermare che l accattonaggio di tipo tradizionale, fondato sulla semplice richiesta di un offerta di denaro senza alcun tipo di contropartita, non è la forma più diffusa di elemosina, dato che con una certa frequenza si stanno diffondendo nuove tipologie di elemosina, attuate da soggetti appartenenti a gruppi sociali molto diversi tra di loro, attraverso metodologie e strategie che tengono conto di una serie di elementi caratteristici del territorio di riferimento (cultura locale, grado di tolleranza della cittadinanza, tendenza alla repressione da parte delle forze dell ordine, mentalità e valori locali sulla dimensione del lavoro e della produttività, ecc). Per questo motivo, non è possibile definire un unico modello di accattonaggio valido per tutto il territorio nazionale, in quanto tale pratica va comunque analizzata in riferimento ad una serie di variabili: l identità del soggetto protagonista, il carattere legale o meno dell atto, l erogazione di beni o servizi, l introduzione di forme di baratto, ecc. In questo capitolo, dopo un veloce excursus su alcune dimensioni concettuali del fenomeno tratte dalla letteratura disponibile, presenteremo un nostro modello descrittivo del fenomeno 1 Il nuovo Zingarelli, Zanichelli, Bologna

4 dell accattonaggio, approfondendo alcune tipologie particolarmente diffuse o innovative e che presentano allo stesso tempo dei particolari tratti di interesse dal punto di vista sociale, economico, culturale, ecc. Nella terza parte del capitolo verranno presentati i risultati di un case-study sul campo, realizzato in otto diocesi italiane, e che costituisce un esempio pressoché unico di ricerca empirica sul tema in questione. 2. L'accattonaggio nei recenti contributi di ricerca delle scienze sociali 2.1 La città nuda: accattonaggio ed elemosina nelle vie della città Ad una prima ricerca bibliografica nell ambito delle scienze sociali, desta una certa sorpresa l'assenza di indagini e ricerche sul campo relative al fenomeno dell'accattonaggio. In effetti, tale argomento non figura come intestazione di parola-chiave o di soggetto in nessuna biblioteca o catalogo di pubblicazioni scientifiche italiane. Allo stesso tempo, se si tengono in considerazione gli studi realizzati su fenomeni più generali, quali il barbonismo, la povertà, la condizione di vita degli immigrati o delle popolazioni nomadi, è possibile individuare alcuni (pochi) riferimenti alla pratica dell elemosina, che non viene comunque mai analizzata come fenomeno sociale dotato di dignità propria. In tempi recenti, gli studi condotti sul tema hanno privilegiato, oltre ai fattori di natura prevalentemente economica, i mutamenti in atto anche in altri ambiti, primi fra tutti il sistema dei valori, i modelli di relazioni umane tra i residenti, le condizioni di integrazione sociale dei diversi gruppi. Secondo questa posizione, il peso crescente dei fattori soggettivi e relazionali nella produzione di fenomeni di disagio sociale ha determinato l'inclusione nella fascia di rischio socioeconomico di fasce di popolazione tradizionalmente estranee a tale fenomeno. Più precisamente, mentre in passato la povertà economica poteva considerarsi una realtà sostanzialmente omogenea, che nasceva da cause tutto sommato omogenee tra di loro e si sviluppava su percorsi abbastanza uniformi, allo stato attuale le situazioni di povertà e disagio sociale che segnano i contesti urbani si caratterizzano per la presenza di elementi fortemente eterogenei. Tale peculiarità ha determinato un importante elemento di novità relativamente alla morfologia del fenomeno povertà e alla sua distribuzione sulla dimensione urbana. Come osserva Luisa Sciallero, ai luoghi tradizionali di povertà e di degrado, un tempo facilmente individuabili e separati dal resto della città, si aggiungono sedi e luoghi invisibili di povertà economica, difficilmente individuabili negli agglomerati urbani contemporanei. 2 Tale situazione di "invisibilità" della povertà contemporanea costituisce un rovesciamento di quanto era stato accertato dagli studi della sociologia urbana classica, che aveva dedicato un grande sforzo nello studio dei quartierighetto, ossia di quelle aree urbane dove era possibile accertare la presenza visibile di un forte degrado fisico e di un livello sostanzialmente omogeneo di emarginazione sociale. 3 Così, mentre un tempo non era difficile localizzare in un contesto urbano dei quartieri caratterizzati per una "etichetta" negativa, in quanto aree circoscritte di disagio sociale, attualmente le diverse forme di disagio urbano si diffondono nel tessuto cittadino senza rispondere a logiche di collocazione privilegiata, frantumandosi e sparpagliandosi sul territorio, in funzione di specifiche e irripetibili esperienze familiari o individuali. 4 La caratteristica dell'invisibilità sociale che caratterizza alcune situazioni contemporanee di povertà economica, mantiene un suo peso anche nel caso delle forme più "visibili" di povertà e di indigenza, come è il caso dell'accattonaggio e dell'elemosina su strada. In questo senso, anche se l'elemosina rappresenta una delle forme più "visibili" di povertà economica, la possibilità di 2 SCIALLERO, L., La città, un caleidoscopio della povertà, in CARLINI, G. (a cura di), Materiali per una ricerca su povertà e nuove povertà a Genova, ECIG, Genova 1995, pp WILSON, W.J., The Ghetto Underclass: Social Science Perspectives, in: "The Annals", January, GUIDICINI, P., Degrado e povertà umana nella città post-razionalista, in GUIDICINI, P., PIERETTI, G., La residualità come valore. Povertà urbane e dignità umana, Franco Angeli, Milano

5 determinare e individuarne le radici e i principali fattori di rischio viene meno nel momento in cui il protagonista del fenomeno rientra nel suo mondo vitale originario, mimetizzandosi nella apparente situazione di "normalità" sociale che caratterizza i quartieri satellite delle periferie, le aree marginali dei centri storici, le enclavi insospettabili delle aree residenziali della media periferia. Tale situazione era stata intuita già negli anni '70 dal sociologo Franco Ferrarotti, quando osservava che la distruzione e successiva "rimozione" dei baraccati romani avrebbe determinato nel tempo una diffusione sotterranea della povertà, anche in contesti apparentemente privi di stigma negativo: "L'appartamento del condominio è certo più sano della baracca, ma è lontano dal centro, è più che mai periferico, tagliato fuori, ed è silenzioso, muto, come una 'tomba'". 5 Detto in altri termini, il mendicante che non appartiene a determinati gruppi socialmente visibili (senza fissa dimora, nomadi, immigrati extracomunitari, ecc.), può essere individuato dai cittadini e dagli stessi servizi, solamente nel momento della manifestazione esterna dell'atto, mentre una volta terminata la richiesta pubblica di denaro la sua situazione personale è inghiottita nell'alveo dei sistemi di relazione del contesto urbano. Le probabilità che i servizi siano in grado di identificare il soggetto in difficoltà, una volta terminata la fase di manifestazione esterna del disagio, dipendono comunque da una serie di caratteristiche del lavoro sociale messe in atto dal servizio pubblico: il grado di conoscenza del territorio, la tradizione di un lavoro in rete con attori sociali privati (chiese locali, volontariato, associazionismo, privato sociale, ecc.), la capacità di investire risorse umane ed economiche nell'attuazione di un sistema informativo fondato su fonti informative e metodologie di rilevazione innovative, ecc. 2.2 Uno sguardo alle ricerche più recenti Attualmente, la più vasta mole di informazioni e riferimenti bibliografici disponibile sul tema dell'accattonaggio è contenuta in una serie di studi e ricerche effettuate sulla povertà estrema, con particolare riguardo al barbonismo e alle condizioni di vita delle persone senza dimora. In particolare, gli studi e le statistiche prodotte su questi fenomeni evidenziano il particolare peso che la colletta di beni materiali e denaro detiene all'interno dei modelli di sopravvivenza delle persone che vivono sulla strada. Le informazioni a disposizione sulla vita quotidiana delle persone senza dimora hanno evidenziato infatti l esistenza tra tali soggetti di un repertorio consolidato di strategie e modelli di sopravvivenza, attuati sia per soddisfare bisogni primari che di identità e di relazione 6. L accattonaggio risulta da tutti gli studi a disposizione come la forma più diffusa tra le persone senza dimora per il reperimento delle risorse economiche. I dati forniti nel 1991 dalla Commissione nazionale di indagine sulle povertà estreme indicano una quota del 43,3% dei soggetti senza dimora che pratica l accattonaggio 7, mentre altre indagini locali, tra cui la rilevazione condotta nel 1989 a Torino da Luigi Berzano 8, presenta dei valori superiori, pari al 68,4% del campione considerato. Per questi soggetti, la fonte privilegiata per l esercizio dell accattonaggio è costituita dagli istituti religiosi e dalle parrocchie, a cui le persone senza dimora si rivolgono seguendo le indicazioni fornite da altri soggetti emarginati o sulla base di liste di accattonaggio elaborate sulla base di conoscenze ed esperienze personali. Sempre nel citato studio condotto a Torino da Berzano, si evidenziano una serie di espedienti e forme alternative di reperimento delle risorse economiche, che dipendono dalla fantasia e dalle capacità psichiche dei soggetti: la vendita di santini o immagini sacre di fronte alle chiese, la richiesta di spiccioli presso le fermate di autobus, metropolitane, stazioni ferroviarie, macchinette distributrici di bevande, ecc., la vendita di beni reperiti nei centri di 5 FERRAROTTI, F., Vite di periferia, Mondadori, Milano GUI, L., NANNI, W., Persone senza fissa dimora: condizioni di vita, prospettive e proposte di intervento, in CARITAS ITALIANA, Gli ultimi della fila. Rapporto 1997 sui bisogni dimenticati, Feltrinelli, Milano COMMISSIONE DI INDAGINE SULLA POVERTÀ E L'EMARGINAZIONE, Rapporto sulle "povertà estreme" in Italia, Roma BERZANO, L., Aree di devianza. Dallo sfruttamento all'esclusione: i nuovi rischi del vagabondaggio, del carcere, del non lavoro, del disagio mentale, Il Segnalibro, Torino

6 assistenza (indumenti, alimenti vari, ecc.), il baratto tra emarginati, pattuito in funzione del grado di urgenza del bisogno sottostante, ecc. Non va inoltre sottovalutata la presenza di attività illegali, tra cui la firma falsa su assegni rubati, i furti nei negozi e nei supermercati, i furti di automobili e di motorini e i furti tra pari. Nel merito del bisogno di denaro, tale aspetto rappresenta una delle variabili che condiziona con maggiore peso l organizzazione della vita quotidiana delle persone senza dimora. In alcuni casi, la ricerca di risorse economiche non è finalizzata in modo prioritario al soddisfacimento dei bisogni fondamentali (alimentazione, ricovero, salute, ecc.) quanto al reperimento di altre categorie di bisogni, tra cui prevale la ricerca di beni voluttuari, quali alcool e sigarette. Va sottolineato, a questo proposito, come non sia più rispondente a verità la considerazione generale secondo cui le persone senza dimora versino tutte in condizioni di disoccupazione cronica. In realtà, le esperienze di ricerca offrono un quadro piuttosto differenziato di situazioni, secondo valori e categorie di condizione lavorativa estremamente difformi. Nella generalità, la disoccupazione è molto diffusa, interessando quote di utenza comprese tra il 20% e il 68% dei casi, nelle diverse rilevazioni disponibili, mentre la quota di persone senza fissa dimora che dichiara di svolgere un occupazione oscilla intorno a valori medi del 6-11%, per quanto si riferisce al lavoro regolare, e a valori leggermente superiori per quanto si riferisce a tipologie di lavoro irregolare, saltuario e non garantito. Altre interessanti informazioni si traggono dall'indagine nazionale sulle persone senza dimora condotta nel 2000 dalla Fondazione "E. Zancan" per conto della Commissione di indagine sull'esclusione sociale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si tratta della prima indagine quantitativa condotta a livello nazionale sul fenomeno della homelessness nel nostro paese, ed è stata realizzata attraverso l'applicazione del metodo americano "S-night" (la S sta per shelter e street), che prevede una discesa notturna sul campo (blitz), effettuata in modo simultaneo in diverse aree selezionate a campione. L'indagine è stata realizzata nel marzo del 2000 e ha consentito di raccogliere una grande mole di informazioni su oltre duemilacinquecento soggetti in situazione di senza dimora. 9 La modalità di sostentamento maggiormente indicata dalle persone senza dimora intervistate nel corso del blitz notturno è proprio quella corrispondente alla voce "Accattonaggio" (46%), seguita a breve distanza dalla voce "Lavoro", con il 30% del totale. La presenza di una quota certamente significativa di soggetti senza fissa dimora che hanno dichiarato di trovare il principale mezzo di sostentamento nel lavoro può destare una certa sorpresa. Tuttavia, bisogna considerare che in molti casi, le attività lavorative a cui fanno riferimento le persone che hanno risposto all'intervista si caratterizzano per un'estrema precarietà, al margine del mercato del lavoro regolare. Proprio per questo motivo, alla luce delle risposte aperte fornite da un certo numero di persone, è stata creata ex-post una specifica categoria denominata "Lavori saltuari", nella quale sono state ricondotte indicazioni del tipo: "Lavoretti", "Pulisco i vetri dei negozi", "Mi arrangio a fare il posteggiatore", "Lavoro ai mercati generali", ecc. Il totale di tale categoria di attività lavorative è risultato pari al 4,8% del campione. Tale categoria va distinta da quella definita "Espedienti", all'interno della quale sono state fatte confluire situazioni accidentali e meno strutturate di attività, che non prevedono necessariamente l'erogazione di una prestazione in cambio di un rendiconto economico (es.: "vendo oggetti trovati nella spazzatura", "faccio il gioco delle tre carte", "prendo gli spiccioli lasciati nei distributori automatici", "aiuto le signore a prendere il carrello della spesa al supermercato", ecc.). Tutte le altre modalità di sussistenza previste dalla domanda hanno riscosso valori nettamente inferiori. 9 La ricerca è stata parzialmente pubblicata in: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; COMMISSIONE DI INDAGINE SULL ESCLUSIONE SOCIALE, Rapporto annuale sulle politiche contro la povertà e l esclusione sociale, anno 2000, Roma

7 Distribuzione delle persone senza fissa dimora per mezzi di sostentamento Frequenza Percentuale valida Accattonaggio, elemosina ,2 Lavoro ,0 Sussidi da enti pubblici 62 5,0 Pensione sociale 60 4,9 Altro 60 4,9 Pensione da lavoro 17 1,4 Pensione invalidità 49 4,0 Sussidi e offerte da enti privati 44 3,6 Espedienti 8,6 Prostituzione 16 1,3 Lavori saltuari e occasionali 59 4,8 Aiuto da familiari, amici 17 1,4 Risparmi propri 13 1,1 Totale validi ,0 Mancante di sistema Totale Fonte: Commissione Nazionale di indagine sull esclusione sociale, Modelli di accattonaggio 3.1 Premessa Se da un lato il fenomeno dell'accattonaggio può essere considerato come un elemento che caratterizza in modo significativo alcune forme di povertà estrema, dall altro è anche vero che non tutte le persone in situazione di povertà estrema ricorrono all'accattonaggio come strumento per risolvere i problemi legati alla sopravvivenza quotidiana. Allo stesso modo, vi sono delle situazioni in cui l'accattonaggio si spinge oltre il suo senso originale di "strumento per la sopravvivenza", a favore di una interpretazione che tende a classificare tale forma di comportamento nei termini di una vera e propria "condizione di vita". In questo senso, una caratteristica strumentale del soggetto diventa un vero e proprio elemento di attribuzione di status sociale. Un possibile e esempio chiarificatore è quello riferito agli immigrati extracomunitari. Ad esempio, un immigrato extracomunitario può ricorrere in diversi momenti della sua permanenza all estero a forme di accattonaggio o di ambulantato di entità irrisoria, spesso al margine della mendicità. Ciò nonostante, l'attribuzione di status dominante per il soggetto rimane quella di "immigrato extracomunitario", mentre l'accattonaggio è considerato alla stregua di una semplice modalità di sopravvivenza. In altri casi, la definizione di "accattone" supera per capacità definitoria le altre caratteristiche sociali del soggetto, al punto che la persona è definita in base alla caratteristiche di "vivere sulla strada, chiedendo denaro". L'accattonaggio in quanto strategia di sopravvivenza o comunque di arrotondamento delle proprie entrate, è un fenomeno trasversale che interessa diverse categorie di soggetti e di situazioni sociali. Ad una prima ricognizione e in riferimento alla situazione rilevabile nei grandi contesti metropolitani, è possibile evidenziare almeno quattro grandi tipologie di accattonaggio, in relazione a due principali variabili dicotomiche: elemosina contrattualistica/non contrattualistica ed elemosina legale/illegale. L'incrocio delle due variabili contribuisce a definire quattro raggruppamenti o "tipologie di accattonaggio", ciascuna delle quali si distingue per una serie di caratteristiche derivate dalla combinazione delle modalità delle due variabili in questione. 7

8 La prima variabile che costruisce il nostro modello si riferisce alla divisione della mendicità in forme "contrattualistiche" vs. "non contrattualistiche". Nel primo caso, l'accattonaggio prevede l'erogazione di un servizio (spesso non richiesto dal "fruitore") o la cessione di un bene in contropartita di una somma di denaro erogata a titolo di offerta. Nelle città italiane, nell'immediato secondo dopoguerra, la presenza di soggetti impegnati in lavoretti e prestazioni economicamente marginali era una caratteristica piuttosto diffusa. Nel corso degli anni, tale forma di accattonaggio è andata progressivamente scomparendo, a favore di modalità di elemosina fondate sulla semplice richiesta di denaro, che non prevedono una contropartita in termini di prestazione d opera o di cessione di beni. Recentemente, con la comparsa di nuovi ceti sociali marginali e underclass, esclusi dal sistema delle garanzie sociali (immigrati clandestini e irregolari, senza fissa dimora, nomadi, malati di mente, soggetti anziani in classi di età centrale senza copertura assicurativa, donne sole con figli a carico), le diverse tipologie di accattonaggio contrattualistico sono andate gradualmente ricomparendo, anche se in forme e modalità rinnovate rispetto al passato. In questo senso, la presenza di forme larvate di attività economica anche nell accattonaggio si adatta ad una mentalità diffusa, di stampo liberistico-produttivistico, secondo cui l elemosina passiva sarebbe moralmente inaccettabile, mentre vi sarebbe una parziale comprensione verso coloro che, pur richiedendo un elemosina, dimostrano una seppur minima volontà di impegno e di produttività. La seconda variabile del modello da noi proposto distingue tra forme legali di mendicità e altre forme che, in modi diversi e secondo differenti livelli di gravità, costituiscono delle violazioni alle norme di legge. Come ricordiamo, la sentenza n. 35 della Corte Costituzionale del 28 dicembre 1995 ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 670 del codice penale, stabilendo che la mendicità non invasiva, che riflette una mera richiesta di aiuto, non può essere perseguita penalmente. Di fatto, l'ipotesi di "mendicità non invasiva", la quale, cioè, non reca lesione alla sfera della personalità dell'altro, era una figura di reato desueta già al momento in cui è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo che le prevedeva [art. 670, 1 cod. pen.]. La sentenza della Corte Costituzionale, escludendo la natura di reato di tale forma di mendicità non disturbante, è andata incontro alla situazione di disagio che gli organi statali a ciò preposti provavano nel perseguire una richiesta di aiuto così compostamente manifestata. Come è possibile leggere nella sentenza in questione, occorre considerare il mutamento della coscienza collettiva che induce la società civile, con l'apporto non secondario delle organizzazioni di volontariato, a rivalutare il valore costituzionale, oltre che religioso, della solidarietà. Altro discorso è stato invece fatto per il secondo comma dello stesso articolo 670 che prevede varie figure di mendicità invasiva che, coartando lo spirito naturale di solidarietà, vogliono, fraudolentemente, forzare l'altrui pietà. In questo caso, secondo il pronunciamento della Corte, il reato rimane. 8

9 Tipologie di accattonaggio Forme border-line Elemosina legale Non contrattualistica - in strada, semplice richiesta o anziani o adulti o nomadi, soli o in gruppo, con gravidanza esibita o mutilati/invalidi o famiglie intere o immigrati adulti o giovani con/senza cani - pendolari (parrocchie, negozi, treni, ecc.) - stazionari presso parrocchie, cimiteri e luoghi di culto - stagionali (fiere, cimiteri, feste di piazza, ecc.) - nel corso di riunioni pubbliche (lezioni universitarie, ecc.) - con frode (finti religiosi, assicuratori, volontari, ecc.) Elemosina coatta/illegale - forme invasive (tossicodipendenti, persone con problemi psichici, - soggetti con segni particolari, porta a porta, ecc.) - portatori di certificati (attestanti richieste di operazioni/interventi sanitari vari) - sfruttamento di minorenni (italiani, nomadi, immigrati) Contrattualistica (con prestazione d'opera/servizio) - lettori della mano (stabili e itineranti) - distributori di santini e immagini sacre - orientatori/facilitatori in uffici pubblici, biglietterie, distributori automatici, ecc. - piccoli aiuti (carrelli supermercati, sacchetti-spesa, mercati rionali) - - lavoratori abusivi presso selfservice di carburante - sordomuti (con rilascio di oggetto) - posteggiatori abusivi Forme borderline - artisti di strada (buskers, madonnari, statue viventi) - suonatori ambulanti - venditori di libri/oggettistica di pseudo-associazioni di volontariato - venditori di rose presso locali pubblici, pub, ecc. - pulitori di parabrezza 9

10 La sentenza della Corte costituzionale che ha depenalizzato la mendicità non invasiva non ha fatto altro che legittimare una ormai consolidata prassi di tolleranza da parte delle Forze dell'ordine nei confronti dei comportamenti di tali forme di comportamento. Tuttavia, oltre alle fattispecie di reato indicate nel secondo comma dell'art. 670 e nel successivo articolo 671, che proibisce l'utilizzo dei minori nell'accattonaggio, sono evidenziabili in Italia una miriade di forme di mendicità che vengono attuate secondo forme e modalità illegali. In molti casi, tali forme irregolari di accattonaggio riguardano immigrati e il traffico di esseri umani da paesi extra-unione Europea, oltre che a situazioni quasi sovrapponibili con altre tipologie di reato (truffa, estorsione, abuso della credulità popolare, ecc.). 3.2 L'elemosina pura, non-contrattualistica e legale La prima delle quattro macro-tipologie di accattonaggio individuate nel modello, definita nei termini di "elemosina legale non contrattualistica (primo riquadro in alto a sinistra), contempla tutte quelle situazioni di pura richiesta di denaro senza contropartita e che non costituiscono in sé una violazione di particolari norme penali. Vanno quindi escluse da questa prima tipologia di mendicità tutte le forme di sfruttamento e di induzione all'accattonaggio e qualsiasi tipo di mendicità che preveda l'erogazione di un servizio o la cessione di un bene economico (anche se di valore economico trascurabile). Rientrano a pieno diritto nella presente tipologia le forme più tradizionali di mendicità, che possono tuttavia essere differenziate al loro interno rispetto ai tempi, ai luoghi e agli attori coinvolti. Accanto ad una serie di differenziazioni basate sulle caratteristiche anagrafiche del soggetto (soggetti anziani, minorenni, giovani, ecc.), sulla provenienza sociale o etnica (nomadi, extracomunitari, soli o in gruppo), sulle determinazioni naturali o acquisite di status (mutilati, invalidi, donne in cinta, persone con segni particolari, ecc.), vi sono delle differenziazioni che si fondano sui tempi e i luoghi del mendicare. Accanto a soggetti stazionari, in prossimità di luoghi di transito o comunque aperti al pubblico (di fronte e parrocchie, santuari e luoghi di culto, in prossimità di stazioni di servizio, fermate dell'autobus, metropolitane, grandi magazzini, vie ad alta densità di traffico pedonale, ecc.), sono individuabili soggetti con una spiccata propensione alla mobilità territoriale. Rientrano in questa tipologia quei soggetti che si spostano periodicamente sul territorio, visitando parrocchie, negozi, treni, ecc. Nello schema abbiamo segnalato come forme borderline alcune tipologie di richiesta di denaro che si pongono a metà strada tra l accattonaggio e altre forme di attività, tra cui l ambulantato, l esibizione artistica, ecc. In particolare, una questione interessante si riferisce alla tipologia degli artisti di strada. In quale misura è possibile assimilare ed omologare la presenza di buskers e suonatori di strada, che secondo alcuni possono essere considerati animatori fantasiosi ed eredi dell'antica tradizione di giullari e trovatori, al fenomeno dell'accattonaggio e della mendicità? In realtà, i due fenomeni sembrerebbero essere determinati da istanze e dinamiche sociali affatto diverse, nel senso che la motivazione di fondo dell artista di strada, pur mossa da esigenze di tipo primario, non è quella di muovere a pietà le persone quanto quella di presentare la propria arte ad un pubblico (e infatti non è rara la vendita di CD musicali registrati dallo stesso artista). Recentemente, alcune associazioni di artisti e suonatori di strada hanno segnalato la tendenza di alcuni comuni italiani a reprimere ed ostacolare tutte le forme di espressione artistica che si svolgono sulla strada Il motivo di tale divieto è ricondotto dalle amministrazioni locali in vecchi ordinamenti, tra cui una Legge di Pubblica Sicurezza del 1931 (art. 121 del T.U n 773), secondo il quale l'esibirsi in strada può essere associato al reato di accattonaggio e di disturbo della quiete pubblica. Raccogliendo l'appello di numerosi artisti per una legittimazione della loro attività, alcuni comuni italiani si sono dichiarati aperti a tali forme di arte su strada, anche attraverso provvedimenti di tipo amministrativo. E il caso dell'associazione Pro loco della cittadina piemontese di Pennabilli, che in occasione dell'edizione 1998 della manifestazione "Artisti in Piazza", si è fatta promotrice di una delibera comunale e di un apposito regolamento, con i quali la 10

11 città piemontese è entrata a far parte di una rete di città italiane che esplicitamente dichiarano di consentire la libera espressione artistica in strada, con la "speranza che la legislazione nazionale venga presto riveduta per allinearsi a quella di molte altre nazioni del mondo dove l'arte di strada è riconosciuta come patrimonio culturale da tutelare e valorizzare". 3.3 L'elemosina non contrattualistica e illegale Premessa La seconda tipologia individuata grazie all'incrocio delle due variabili è quella che pur svolgendosi in forme non contrattualistiche, si caratterizza tuttavia per la presenza di modalità illegali di esecuzione (riquadro in alto a destra). Possono essere comprese in questa tipologia quelle forme invasive di mendicità messe in atto da soggetti tossicodipendenti, da persone con evidenti problemi psichici oppure da soggetti con segni particolari che possono provocare disgusto nelle persone (è il caso di quei soggetti mutilati o con segni di grandi ustioni che si avvicinano ai passanti evidenziando oltre ogni misura i segni della propria invalidità). Tali forme di accattonaggio sono sanzionate in modo specifico dal secondo comma dall'art. 670 del codice penale, che prevede la pena dell'arresto da uno a sei mesi per "coloro che mendicano in luogo pubblico o aperto al pubblico, se il fatto è commesso in modo ripugnante o vessatorio, ovvero simulando deformità o malattie, o adoperando mezzi fraudolenti per destare l'altrui pietà". L'art. 670 fa rientrare in questa categoria anche quelle persone che simulano deformità o malattie, come è il caso di quei soggetti che esibiscono certificati medici di dubbia autenticità, testimonianti malattie, richieste di ricovero, prescrizioni di farmaci salvavita, ecc. Vi sono infine delle tipologie di accattonaggio che sono attuate in forma particolare, e che prevedono la messa in atto di comportamenti che costituiscono di per sé una violazione di alcuni reati di natura penale: frode (art. 640 c.p), sostituzione di persona (art. 494 c.p.), usurpazione di titoli e di onori (art. 498), ecc. Possono costituire un esempio di questo tipo di accattonaggio quelle situazioni nelle quali dei soggetti, spacciandosi per religiosi, missionari, volontari, ecc., raccolgono delle offerte a favore parrocchie, movimenti religiosi, missioni od opere nel Terzo Mondo Lo sfruttamento dei minorenni in attività di accattonaggio Una forma di mendicità illegale, sanzionata dall'art 671 del codice penale, proibisce l'impiego di minorenni nell'accattonaggio. E' importante sottolineare che lo sfruttamento di minori per l'accattonaggio avviene spesso attraverso forme di mendicità che prevedono la vendita di piccoli oggetti ai semafori, il lavaggio del parabrezza delle automobili, ecc., per cui alcune di queste situazioni di sfruttamento illegale di dei minori possono essere fatte rientrare in una tipologia di accattonaggio su cui ci soffermeremo più avanti (si tratta della cosiddetta "mendicità contrattualistica e illegale ). Le forme attraverso le quali i minorenni sono utilizzati nell'accattonaggio su strada sono molteplici. I minori coinvolti nell'accattonaggio sono spesso nomadi o stranieri soli (generalmente albanesi) fatti entrare in Italia per vie illegali da parte di organizzazioni criminali che ne pianificano l'inserimento in attività organizzate di elemosina e accattonaggio ai semafori. Vi è poi una presenza significativa (anche se segnalata in diminuzione) di "ragazzi di strada" di provenienza maghrebina, soli o accompagnati da un familiare adulto, il cui ingresso in Italia non è legato in modo esclusivo a forme di avviamento diretto nell'accattonaggio su strada, in quanto tale attività viene utilizzata come strumento alternativo/sostitutivo di sopravvivenza, in assenza di forme migliori di lavoro (è infatti piuttosto frequente che i ragazzi maghrebini passino con una certa facilità attraverso forme legali e illegali di lavoro, associando la vendita ambulante ai piccoli furti, allo spaccio, all'accattonaggio). 11

12 E invece meno frequente imbattersi in episodi di sfruttamento di minorenni italiani in situazioni di accattonaggio, anche se tale pratica non può dirsi completamente assente. I minori nomadi e la pratica del manghel Come abbiamo detto, una fetta cospicua delle situazioni di sfruttamento dei minorenni in forme di elemosina riguarda bambini di etnia nomade. Mentre nel caso di minori di altra provenienza etnica (Albania, Marocco e alcuni paesi dell ex-jugoslavia), si sono riscontrati episodi di traffico ed introduzione illegale di adolescenti e bambini destinati all accattonaggio (manghel), per quanto si riferisce ai bambini zingari sembra smentita l esistenza di organizzazioni strutturate al di fuori del gruppo familiare, per cui il fenomeno sembrerebbe limitato al contesto della famiglia estesa" e gestito secondo modalità e consuetudini che dipendono della variabile geografica ed etnica. Dato che non tutte le comunità zingare presenti in Italia hanno lo stesso tipo di tradizioni in ordine alla pratica della mendicità, è opportuno introdurre alcuni elementi generali del fenomeno, prima di soffermarci in modo particolare sulla situazione dei minorenni. Secondo gli studi condotti dall'antropologo Leonardo Piasere sulla tradizione dell'accattonaggio in una particolare comunità Rom (quella dei Xoraxané Romà di Verona), la mendicità è considerata come una forma di servizio a persone religiose o caritatevoli che traggono benefici morali facendo l'elemosina. 10 Sempre all interno della stessa comunità dei Xoraxané Romà (uno dei gruppi più diffusi in Italia), la distinzione di sesso o di età non ha molta importanza. Ciò che muta sono invece le modalità con cui viene praticato l'accattonaggio, diverse per uomini, donne e bambini. In sintesi, possono essere individuate le seguenti modalità: a. donne si fermano raramente a mendicare da sole, in genere sono accompagnate dai bambini; prediligono i marciapiedi, gli angoli delle strade, in zone chiuse al traffico dei centri storici, oppure davanti alle chiese nei giorni festivi; dedicano all'accattonaggio la mattina, per tornare al campo nel pomeriggio per svolgere i lavori domestici (circa ore a settimana); guadagno giornaliero medio-alto (più alto di quello degli uomini). b. uomini mendicano da soli, solo a volte accompagnati da un bambino; simulano infermità o altre situazioni di patologia psico-fisica; mendicano porta a porta; utilizzano documenti attestanti condizioni di indigenza, recanti timbri apposti da autorità locali; possono dedicare all'accattonaggio anche l'intera giornata ma nel complesso sono meno attivi delle donne (circa venti ore a settimana); guadagno giornaliero inferiore a quello delle donne. Vi sono infine delle modalità di accattonaggio comuni ad entrambi i sessi: predilizione per i periodi delle grandi feste (Natale, Pasqua, feste patronali). Alcuni gruppi vengono in Italia appositamente per sfruttare al meglio le feste di Natale. l'area dello sfruttamento delle risorse non include tutta la città di residenza: per non creare situazioni di tensione con gli autoctoni, in genere i Romà non mendicano nel quartiere dove sono accampati; dato che una città non offre risorse illimitate per periodi illimitati, le comunità Romà attuano una sorta di sfruttamento a rotazione del territorio, spostandosi su altre zone e lasciando "riposare" i territori appena battuti. 10 PIASERE, L. (a cura di), Comunità girovaghe, comunità zingare, Liguori, Napoli 1995, p

13 lo spostamento sul territorio è effettuato con i mezzi pubblici (anche per questo motivo le donne, se si spingono lontano dal campo sono costrette ad interrompere l'attività e tornare al campo prima dell'oscurità). non esiste una routine o una periodicità quotidiana, ma l'accattonaggio è praticato quando si ha bisogno di denaro. il numero di ore dedicate al manghel per settimana non è mai superiore alle ore; tale quota è invece superata dai gruppi Rom stagionali che si spostano dalla Ex- Jugoslavia appositamente per attività intensive di accattonaggio (es.: durante le feste di Natale). Negli ultimi anni, l arrivo di un gran numero di Rom della ex-jugoslavia è stato vissuto dagli zingari già presenti sul territorio italiano come una minaccia, anche in termini di concorrenza e conflittualità nella mendicità con quelle famiglie zingare italiane (in particolare di origine Sinti) che hanno fatto dell accattonaggio o della piccola vendita porta a porta la principale fonte economica e di sostentamento. E' difficile produrre una stima sul numero di minorenni nomadi coinvolti nell'accattonaggio. Secondo alcuni autori, dei circa 15 mila minori rom presenti in Italia gran parte sperimentano (o hanno sperimentato in passato) questo tipo di attività. Nello specifico, sarebbero tre o quattro mila i minori Rom-Korakanè che svolgono il lavoro del manghel a tempo pieno o nel tempo libero dalla scuola. 11 Sull'entità dei profitti ricavabili con l'accattonaggio le testimonianze sono poche e non sufficientemente confortate da riscontri empirici. Secondo alcune dichiarazioni degli operatori della Caritas diocesana di Reggio Calabria e degli assistenti sociali della Giustizia Minorile, il guadagno per una giornata di accattonaggio praticato da un minore nomade è piuttosto elevato, in genere superiore alla lire quotidiane per bambino, con punte di lire al giorno nei centri più sensibili alla presenza di bambini mendicanti. In ogni caso, il margine di guadagno è tale da rendere possibili spostamenti anche significativi sul territorio, a volte anche da regione a regione. Ad esempio, nel contesto di Reggio Calabria, sono segnalati numerosi minorenni nomadi slavi, di etnia Rom, dediti all accattonaggio, che giungono giornalmente dalla Sicilia, utilizzando le normali corse dei traghetti e rientrando a Messina in tarda serata (evidentemente il profitto ricavato da una giornata di accattonaggio rimborsa ampiamente i costi sostenuti per l attraversamento dello Stretto). In termini generali, come confermato dagli stessi Rom, l elemosina rende di più rispetto ad altri lavori, anche autonomi, come il commercio ambulante. 12 Se quindi per un gran numero di nomadi il manghel è comunque causa di vergogna e di disagio psico-fisico, specie la prima volta che si va a chiedere, 13 esso viene ritenuto preferibile ad altri lavori perché rende maggiormente e anche perché in questo modo si conserva quella libertà personale a cui i Rom tengono in modo particolare. Il rifiuto del lavoro dipendente è infatti una caratteristica forte dell identità Rom, come espresso efficacemente in una affermazione di un Rom di messina: Lavorare per un altro è come stare in carcere. Se lavoro per me è un altra cosa (Rom Khorakhané, 26 anni). 14 Inoltre, se da un lato vi sono famiglie che effettuano dei risparmi e sanno amministrare bene le proprie entrate, altre 11 Dati riportati in "Aspe-Notizie", 8 giugno CAMMAROTA, A.; MANGANO, A., Messina: la città e i Rom, in: BRUNELLO, P. (a cura di), L urbanistica del disprezzo. Campi Rom e società italiana, Manifestolibri, Roma 1996, pp Non tutti i Rom della ex-jugoslavia avevano praticato l elemosina prima di giungere in Italia, per cui l avvio a tale pratica può costituire un momento di difficoltà, da superare nei termini di vero e proprio rito di iniziazione : Un uomo appena arrivato dalla Serbia nell autunno del 1992 chiede ad una famiglia di nomadi, come li chiama lui, sistemati sotto il cavalcavia e da parecchio tempo in Italia, dove può presentarsi per essere aiutato. Un ragazzino lo accompagna a chiedere l elemosina a un semaforo. L uomo si vergogna. E la prima volta. Prima di cominciare viene accompagnato in un bar a bere un Vecchia Romagna. Il ragazzino gli procura un cartello che l uomo non sa leggere., in BRUNELLO, P., Fraintendimenti, in: BRUNELLO, P. (a cura di), L urbanistica del disprezzo, cit., p Ibidem, p

14 vivono alla giornata, e rimangono inchiodate ad un semaforo per l intera giornata riuscendo unicamente a procurarsi il denaro necessario per la spesa quotidiana. Sia nell accattonaggio, nella vendita ambulante che, con minore frequenza, nei furti d appartamento, è confermato l uso strumentale di minorenni nomadi in stato di gravidanza, a volte anche avanzata. L utilizzo di giovani donne incinta nelle attività di accattonaggio è motivato dalla convinzione delle famiglie che esse riescano a produrre, in virtù del loro stato, un maggiore volume di profitti. Inoltre, coinvolgendo donne incinta, si spera di ottenere maggiore clemenza nell atteggiamento delle forze dell ordine e delle autorità giudiziarie. Sulle dinamiche motivazionali e le modalità di coinvolgimento dei minori nomadi nell accattonaggio e in altre attività illegali, varie indagini hanno accertato uno spettro piuttosto ampio di situazioni e possibili interpretazioni del fenomeno, spesso in antitesi tra di loro e non sempre confortate da elementi oggettivi di riscontro. Per questo motivo, prima di procedere ancora nella trattazione ci sembra necessaria una premessa generale, per definire e specificare meglio il concetto di devianza minorile utilizzato nell ambito delle comunità nomadi. Secondo l accezione nomade, sono considerati devianti tutti quei comportamenti che non sono accettati dal gruppo e che implicano violenza fisica sul minore. In questo senso, la partecipazione del minore all economia familiare, anche se attraverso modalità illegali dal nostro punto di vista, è considerata in genere come un fatto normale, accettato dal gruppo e condiviso dagli stessi ragazzi. Anche in questo specifico, non si può comunque generalizzare, in quanto esistono in Italia almeno una ventina di etnie tra Rom e Sinti, e non tutte hanno lo stesso atteggiamento nei confronti della partecipazione del minore all economia familiare. Ad esempio, mentre tra i Rom tale consuetudine appare piuttosto diffusa, altrettanto non si può affermare per i Sinti circensi e giostrai, tra i quali il peso delle attività illegali appare piuttosto ridotto ed è più consolidata la frequenza scolastica dei minori. Da un punto di vista antropologico, all'interno delle comunità Rom, il manghel - l'elemosina, la raccolta di denaro, alimentari e vestiti - detiene vera dignità di lavoro e tradizionalmente i bambini aiutano le loro madri in questa attività. Non è tuttavia tollerato dalla comunità Rom il bambino che pratica il manghel da solo, in quanto tale pratica è considerata come una forma di sfruttamento e, per questo, condannata. Nascono, però, da questo lavoro delle donne alcune forme spurie, giustificate nella comunità Rom dalla difficoltà di vivere. Una forma è quella del lavoro dei ragazzini pre-adolescenti ed adolescenti che, in vari modi, passano dal manghel allo scippo. Un altra forma di attività è quella della vendita di fiori, praticata in genere da donne adulte (gli uomini accompagnano e controllano) e da ragazzine di 8-15 anni. Si tratta in quest ultimo caso di ragazze rom che partecipano alla costruzione del bilancio famigliare recandosi la sera in pizzerie, alberghi, ristoranti, night club a vendere rose. I fiori, acquistati all'ingrosso, vengono confezionati al campo o in casa da tutta la famiglia (bambine comprese). La presenza di gruppi e comportamenti devianti, al di fuori delle regole del gruppo familiare, è determinata storicamente da una serie complessa di processi socio-economici e culturali di trasformazione ed impoverimento progressivo delle comunità nomadi. In particolare, l emarginazione dei capifamiglia e la situazione di disagio economico dei nuclei hanno prodotto nel tempo una serie di comportamenti contrari alla tradizione dei Rom, come l utilizzo di donne incinta e il crescente consumo di alcol e di psicofarmaci tra i maschi e le donne adulte, a differenza di quanto è accaduto in altri paesi di più antico insediamento nomade quali, ad esempio, la Germania, dove invece è abbastanza raro che si verifichino atti di questa natura (i Rom residenti in Germania sono stati stimati nell ordine di unità, contro le scarse centomila presenze italiane). Un esempio nel contesto regionale italiano è quello delle realtà abruzzesi, Pescara ed Avezzano in testa, dove la progressiva sedentarizzazione dei gruppi e il loro collocamento in case popolari si è accompagnato ad un disfacimento dell unità familiare e dei modelli culturali ed educativi tradizionali. In questi luoghi, l aumento considerevole della tossicodipendenza tra le nuove generazioni, è stato facilitato da condizioni sociali sfavorevoli, come la presenza di gruppi 14

15 deboli, la vicinanza alle realtà metropolitane e l infiltrazione di microcriminalità e di manovalanza delinquenziale esterna, registrata in particolare nell ambito del traffico degli stupefacenti. Fatte queste premesse, una prima questione segnalata da alcuni Tribunali per i Minorenni riguarda l esistenza, all interno delle comunità nomadi, di una struttura organizzata, gerarchica, che curerebbe per tutto il campo, e a volte per più insediamenti, l organizzazione dell attività illegale dei minori. L esistenza di una struttura associativa con queste caratteristiche, sarebbe stata accertata in alcuni campi nomadi di etnia Rom nella città di Roma, in seguito ad indagini condotte nel 1993, congiuntamente da Procura minorile e Procura ordinaria della Repubblica, sotto la direzione investigativa del Magistrato Simonetta Matone. Seguendo per un periodo di 2-3 mesi i minori nella loro giornata-tipo, e con l aiuto di appostamenti fotografici e telecamere nascoste, si accertò che i bambini venivano radunati la mattina con una sorta di appello nominativo all interno del campo, dopodichè venivano portati in gruppi di 30 alla Stazione Trastevere, accompagnati dalle donne del campo che, in questo tipo di struttura organizzativa piramidale, svolgono una funzione intermedia tra gli adulti maschi e i minori. Alla Stazione di Trastevere, i bambini venivano poi divisi ulteriormente in gruppetti di 5 ed affidati ad un maschio maggiorenne, che li controllava a distanza nel corso della giornata. La responsabilità materiale del reato, in genere scippi e borseggi a danno di turisti in prossimità di luoghi turistici o sui mezzi di trasporto pubblico, era di solito assegnata al bambino più piccolo, sia per le doti di furbizia e di velocità che per potersi valere, in caso di fermo di Polizia, della non imputabilità concessa ai minori infraquattordicenni. Secondo le conclusioni dell indagine, una struttura di questo tipo si configurerebbe a tutti gli effetti come una associazione a delinquere di stampo mafioso, in quanto ne presenterebbe tutte le caratteristiche: struttura piramidale, gerarchizzata, verticistica, con una definita divisione dei compiti e una supremazia maschile ai vertici della struttura. L operazione investigativa condotta dalla Procura di Roma resta unica nel suo genere e non trova riscontri di pari entità presso altre Procure minorili del paese. Sia gli operatori della Giustizia minorile che le diverse realtà dell associazionismo cattolico e laico impegnate nell ambito dei nomadi, confermano lo sfruttamento dei minori in attività illegali, anche se con modalità di coinvolgimento diverse da quelle segnalate dalla procura di Roma. Secondo le testimonianze raccolte, la presenza di una struttura piramidale, organizzata e trasversale rispetto ai nuclei familiari, sarebbe opposta alla cultura nomade, dove la famiglia estesa, composta dai genitori, dai figli sposati e non sposati, dai generi, ecc., tende a gestire in modo autonomo la propria economia familiare, basandosi su vincoli di sangue e non su strutture e regole organizzative. In talune situazioni specifiche, le condizioni in cui sono tenuti i minorenni utilizzati per chiedere l'elemosina o anche solamente presenti in prossimità del luogo di accattonaggio, evidenziano un livello di trascuratezza tale da far ipotizzare oltre la contravvenzione specifica di impiego di minore nell'accattonaggio anche reati ben più gravi, quali la riduzione in schiavitù o il maltrattamento in famiglia. A questo riguardo, si osserva tuttavia un diverso grado di tolleranza delle forze dell Ordine e un comportamento spesso non omogeneo degli stessi organi di Giustizia. E il caso ad esempio della sentenza della Corte di Cassazione del febbraio 1998, che ha stabilito che il portare con sé un bambino in tenera età durante la pratica dell elemosina non costituisce una violazione dell'articolo 671 del codice penale, in quanto, recita la sentenza: "premesso che la 'ratio' delle incriminazioni di cui all'art. 671 cod. penale (impiego di minori nell'accattonaggio) è di impedire l'impiego di minori in una attività che li sottrae all'istruzione e all'educazione, avviandoli all'ozio ed esponendoli al pericolo di cadere nel vizio e nella delinquenza, deve ritenersi che pur non essendo richiesta, ai fini della configurabilità del reato, la consapevolezza da parte del minore della natura dell'attività in cui viene coinvolto, occorre comunque che egli sia in grado di recepire gli stimoli negativi da essa dipendenti ed abbia, quindi, raggiunto l'età della coscienza". 15

16 Sulla base di questo ragionamento, e dovendo operare una decisione sulla fattispecie di accattonaggio posto in essere tenendo in braccio un infante, la Corte ha stabilito che non fosse ravvisabile la contravvenzione in questione, ma, semmai, quella di mendicità mediante mezzo fraudolento volto a destare l'altrui pietà. Anche altre recenti sentenze evidenziano il disagio dei giudizi nel leggere queste condotte, oltre che la capacità dei genitori di utilizzare a proprio vantaggio le zone d'ombra rilevabili all'interno di determinate norme del codice penale. Ad esempio, una sentenza emessa dal Tribunale di Torino del 3 novembre 1998 non ha ritenuto provato il reato di maltrattamento in famiglia da parte di due padri zingari i cui figli chiedevano l'elemosina congiuntamente ai genitori presso un incrocio stradale di Torino. La situazione descritta nel verbale della sentenza è esemplificativa di un certo modello di accattonaggio famigliare "in gruppo" che si sta diffondendo in modo particolare nei luoghi di maggiore transito dei grandi centri urbani. ( ) "Più precisamente Tizio veniva visto sdraiato in un'aiuola adiacente all'incrocio tra corso Regina Margherita e corso Svizzera mentre il figlio di dieci anni esercitava la questua tra le autovetture in transito unitamente alla figlia di cinque anni. I Carabinieri evidenziavano come in entrambi i casi i bambini fossero vestiti con abbigliamento non commisurato alla stagione attuale." 15 I giudici del Tribunale di Torino, pur ravvisando la violazione dell'art. 671 del codice penale e affidando i minori ad un istituto, non hanno ritenuto l'esistenza del reato di maltrattamenti (art. 572 del codice penale), in quanto tale delitto deve essere integrato da "ripetuti comportamenti, attivi od omissivi, che ledono l'integrità fisica, la libertà o il patrimonio morale della persona offesa sottoponendola a sofferenze fisiche e/o psichiche e rendendo abitualmente dolorose e mortificanti le relazioni con il soggetto attivo, comportamenti che debbono essere accompagnati da consapevolezza e volontarietà delle loro conseguenze sulla persona offesa". Anche se dal punto di vista giuridico la sentenza può risultare ineccepibile, possono comunque destare delle riserve alcune osservazioni di carattere psicologico e sociologico al margine della sentenza, relativamente alla presenza o meno di alcune situazioni di deprivazione psicologica e sociale dei minorenni coinvolti nell'accattonaggio su strada. Ad esempio, gli autori del commento alla sentenza, osservano che non appare sufficiente di per sé che "per il semplice fatto di essere portato agli incroci cittadini a chiedere l'elemosina alle auto che passano, un bambino possa sempre e comunque derivarne sofferenza fisica e /o morale tale da poter essere considerato maltrattamento agli effetti penali. Qualora ciò avvenga in un contesto di armonia ed affetto famigliare - da valutarsi quest'ultimo anche alla luce di cultura, tradizione e condizioni di vita del nucleo familiare medesimo - in assenza di violenza fisica o morale o nell'ambito di uno sforzo comune di sopravvivenza, il minore ben potrebbe vivere il proprio accattonaggio senza quella sofferenza che la sola idea dello stesso provoca invece al normale cittadino italiano". Il concetto di maltrattamento sottinteso nel commento alla sentenza del Tribunale di Torino sembra fare riferimento alla sola condizione fisica, mentre resterebbe in secondo piano il livello di abuso psicologico del minore. A questo riguardo non sembra condivisibile l'affermazione secondo cui il minore, "in assenza di violenza fisica o morale e nell'ambito di uno sforzo comune di sopravvivenza, possa vivere una situazione di accattonaggio su strada senza percepire la sofferenza che la sola idea dello stesso provoca invece al normale cittadino italiano". Gli studi condotti sugli effetti sociali della devianza dimostrano invece il contrario, ossia che l'interiorizzazione di uno stigma negativo prodotto dalla popolazione di una comunità nei confronti di un soggetto "trasgressivo" è in grado di innescare potenzialmente una serie di processi di autoidentificazione nel 15 Stralcio del verbale dell'ordinanza citato in Quando i bambini zingari chiedono l'elemosina, in "Minori Giustizia", 2/

17 ruolo di deviante, con effetti estremamente negativi sul piano dell'autoimmagine e della costruzione adulta della personalità. Anche dal punto di vista della psicologia dell'età evolutiva, è stato dimostrato che l'inserimento del bambino in un contesto (setting) ambientale negativo (come è il caso del semplice coinvolgimento passivo in situazioni socialmente riprovevoli, quali l'accattonaggio su strada), è in grado di produrre delle conseguenze psicologiche negative sullo sviluppo della personalità del minore. 16 Tale meccanismo, ampiamente dimostrato, assume toni specifici di incidenza nelle diverse fasi del processo di socializzazione e può essere in parte riferito anche ai lattanti e ai bambini nella prima fase dello sviluppo, coinvolti loro malgrado in situazioni che prevedono una componente di sanzione sociale (si pensi ai bambini tenuti in braccio dalle madri durante l'accattonaggio o trascinati per mano nella questua su strada da parte degli adulti a cui sono stati affidati). E' infatti accertato che anche nelle fasi iniziali del processo di socializzazione, in piena età evolutiva, il bambino è in grado di percepire l'intensità degli stimoli negativi emessi nei suoi confronti da parte dell'ambiente circostante. Un esempio riferito a situazioni frequentemente rilevabili nei contesti metropolitani può dare un'idea del tipo di situazione a cui ci stiamo riferendo. Negli ultimi anni, la metropolitana di Roma è diventata uno dei luoghi della città con il più elevato tasso di concentrazione di situazioni di accattonaggio. In genere, i soggetti protagonisti di tali attività salgono sui convogli alle fermate e procedono alla questua approfittando delle fermate successive per cambiare vagone e procedere con la colletta fino al termine del treno. Una semplice osservazione consente di rilevare tipologie e situazioni estremamente diversificate: a) donne sole di origine slava o di paesi dell'ex-jugoslavia che affermano di provenire da località della Bosnia o del Kosovo, denunciando situazioni famigliari segnate da lutti, malattie, vedovanze, ecc. Tali affermazioni possono essere accompagnate dall'esibizione di documenti che testimoniano l'origine etnica del soggetto (passaporti, in originale o fotocopiati, documenti di identità, visti consolari, tessere Caritas, ecc.); b) donne con le stesse caratteristiche della tipologia precedente accompagnate da bambini in tenera età, a volte anche lattanti o non deambulanti; c) uomini di origine slava o di paesi dell'ex-jugoslavia con bambini al seguito impegnati in brevi esibizioni musicali, a cui il bambino partecipa, in genere attraverso strumenti a percussione o comunque di facile esecuzione (tamburello, organetto, flauto dolce, ecc.); d) uomini di provenienza latinoamericana impegnati in esecuzioni musicali, in genere con l'accompagnamento di chitarra o di altri strumenti del folklore andino; e) piccoli gruppi di persone (da 2 a 4), di origine slava o di paesi dell'ex-jugoslavia, che formano delle vere e proprie bande musicali; f) soggetti giovani (tossicodipendenti, malati di Aids, con evidenti segni di patologie psichiatriche), che si rivolgono ai passeggeri, in genere individualmente, richiedendo delle offerte in denaro; g) altre situazioni meno frequenti (anziani, immigrati di provenienza extraeuropea, malati che richiedono un contributo per spese mediche, ecc.). Nel caso di presenza di bambini nomadi (tipologie b e c), un'osservazione attenta è in grado di cogliere la particolare situazione di conflittualità emotiva dei passeggeri, evidentemente combattuti tra i sentimenti "naturali" di simpatia e solidarietà affettiva rivolti ai bambini e l'esigenza di conformità al ruolo socialmente previsto in tali situazioni (dai passeggeri testimoni di tali episodi ci si attende che non manifestino atteggiamenti, gesti ed espressioni di simpatia sia verso gli adulti che i bambini coinvolti). La conseguenza di tale situazione è che, a livello generale, data la riprovazione 16 BOWLBY, J., L'attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino 1972; ID., La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino CESA BIANCHI, M.; BREGANI, P., Psicologia generale e dell'età evolutiva, Editrice La Scuola, Brescia 1980, pp

18 sociale di cui sono oggetto i nomadi nel nostro sistema socio-culturale, i bambini nomadi non sono oggetto di manifestazioni di simpatia come invece può avvenire nel caso dei loro coetanei italiani. Tale particolarità era stata rilevata e approfondita già negli anni Cinquanta, nell'ambito di una serie di studi di psicologia sociale che avevano come oggetto la persistenza dei pregiudizi nei confronti delle comunità nere d'america. Restano estremamente attuali, a questo proposito, le conclusioni delle analisi condotte negli anni '50 dagli psicologi sociali H. Hyman e P. Sheatsley, secondo cui, "se il pregiudizio e la discriminazione contro un altro gruppo sono una norma, allora l'espressione manifestata dal pregiudizio e l'assunzione di comportamenti discriminatori tendono a sollecitare l'approvazione degli altri membri. Viceversa, l'espressione di un atteggiamento amichevole verso i membri del gruppo di minoranza o l'incapacità di adottare comportamenti discriminatori loro confronti viola la norma del pregiudizio e comporta costi quali la disapprovazione sociale e altri tipi di sanzioni applicate dai membri del gruppo. 17 In fasi più avanzate dello sviluppo psico-fisico del minore, entrano in gioco processi di tipo sociale e culturale che contribuiscono a stabilizzare il giovane nel ruolo di deviante. In questo campo, gli studi e i contributi empirici di sociologia della devianza sono in grande numero. Nell'analizzare la strutturazione del comportamento trasgressivo nelle società contemporanee, il sociologo americano Howard Becker, in uno studio classico sulla devianza giovanile 18, ritiene che uno dei momenti più decisivi nel processo di costruzione di un modello stabile di comportamento deviante è rappresentato dall'esperienza di essere pubblicamente etichettato come deviante. Afferma Becker: "In ogni caso, il fatto di essere preso e definito come deviante implica conseguenze importanti per la successiva partecipazione sociale e per l'immagine di sé di una persona. La conseguenza più importante sta nel cambiamento drastico nell'identità pubblica dell'individuo. Il fatto di commettere l'atto improprio e quello di essere pubblicamente sorpreso a farlo lo pongono in un nuovo status: si è rivelato come un tipo di persona differente da quella che si supponeva fosse. Sarà quindi etichettato come 'checca', 'drogato', 'matto' e trattato di conseguenza". Il meccanismo descritto da Becker può venire ulteriormente rafforzato nel momento in cui il soggetto deviante appartiene a determinati status sociali tenuti in cattiva considerazione, indesiderati e indesiderabili. Il semplice fatto di possedere in modo "anticipato" una caratteristica di tali gruppi (il colore della pelle, l abbigliamento, ecc.), fa sì che la gente sia automaticamente portata a pensare che il possessore di tale caratteristica (ad esempio il minorenne nomade) detenga anche tutte le caratteristiche indesiderabili associate al gruppo di appartenenza (ladro, accattone, ecc.). A lungo andare, il minore nomade, anche se è vissuto in un contesto sub-culturale dotato di norme proprie, spesso antagoniste con quelle del sistema sociale dominante, non potrà non risentire del flusso di etichettamento negativo diretto verso la sua persona, al punto che il trattamento di esclusione sociale a lui riservato lo porterà a sviluppare ulteriormente consuetudini "illegittime" e atteggiamenti di non-appartenenza e segregazione dal resto della società. Il processo di esclusione sociale che colpisce i bambini di origine nomade o appartenenti ad altri gruppi sociali coinvolti in situazioni di devianza non rimane senza conseguenze. Anche se non è possibile disporre di un appropriato bagaglio di studi longitudinali sul tema, l'opinione di un gran numero di psicologi è che l'esperienza della condanna sociale può determinare una serie di conseguenze negative sul piano dello sviluppo della personalità e dell'insorgere di stati patologici nel soggetto in età matura. Secondo lo psicologo Paolo Bonaiuto, l'appartenenza a gruppi minoritari oggetto di rifiuto da parte di gruppi sociali più ampi può rappresentare una condizione di frustrazione per l'individuo, anche in età adulta 19. L'esempio fornito dall'autore è quello delle popolazioni di colore degli Stati Uniti d'america, che a causa delle multiple e intense frustrazioni 17 HYMAN, H.H.; SHEATSLEY, P.B., The Authoritarian Personality: a Methodological Critique, in CHRISTIE, R.; JAHODA, M. (eds.), Studies in the Scope and Method at the Authoritarian Personality, Glencoe, New York 1954, pp PETTIGREW, T.F. Social Psychology and Desegregation Research, in "American Psychology", XVI/1961, pp BECKER, H.S., Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Edizioni Gruppo Abele, Torino BONAIUTO, P., Note e appunti di psicologia, Edizioni Kappa, Roma

19 sociali cui vengono precocemente sottoposti nel loro tentativo di inserirsi nella società dalla quale i bianchi li respingono possono sviluppare reazioni non adeguate (o patologiche), agli stimoli sociali negativi a loro diretti. In base a quanto detto, è più facile comprendere come la semplice partecipazione di un minore nomade ad atti e comportamenti ritenuti socialmente accettabili dal punto di vista della cultura di origine ma devianti rispetto ai valori della società più vasta, sia in grado di produrre nel mediolungo periodo fenomeni di esclusione, sofferenza psicologica e ripetizione intergenerazionale della marginalità, anche se tali comportamenti non sono attuati secondo finalità di sfruttamento o modalità psicologicamente o fisicamente abusanti Accattonaggio e traffico di immigrati: smuggling e trafficking Un discorso complesso e separato rispetto a quanto è stato già detto si riferisce al fenomeno dello sfruttamento degli immigrati a scopi di accattonaggio. Tale prassi illegale, confermata da numerose testimonianze e avvallata dagli sviluppi di alcuni procedimenti giudiziari, è un fenomeno di recente introduzione, che coinvolge in modo particolare le persone provenienti da paesi dell'ex blocco dell'unione Sovietica e altri gruppi nazionali dell'est europeo. L'illustrazione delle diverse tipologie di sfruttamento degli immigrati a scopi di accattonaggio non può non essere subordinata ad una premessa specifica. La letteratura competente sul tema mantiene una importante distinzione tra il favoreggiamento organizzato dell'immigrazione clandestina (smuggling) e la tratta delle persone (trafficking). Nel primo caso, le organizzazioni criminali si limitano a fornire un servizio specifico a migranti che scelgono volontariamente di emigrare e, non disponendo delle conoscenze, dei mezzi e del capitale necessari per affrontare l'intero viaggio, si rivolgono ad organizzazioni criminali che ne favoriscono l'ingresso nel paese di emigrazione. Nel secondo caso, il migrante (soprattutto giovani donne e minorenni), è sostanzialmente costretto a lasciare il proprio paese, con la violenza, il ricatto e l'inganno, al fine di essere successivamente sfruttato per fini economici nei mercati illeciti della prostituzione, dell'accattonaggio e dell'economia sommersa. Mentre nel primo caso l'organizzazione illegale si limita ad organizzare il viaggio, nel secondo caso è possibile evidenziare un disegno criminale più esteso, che comprende una specifica struttura organizzativa differenziata e segmentata a diversi livelli di competenza, e che si fa carico dell'inserimento del migrante nell'attività illegale. In alcuni casi, le testimonianze a disposizione dimostrano che tali forme di sfruttamento sono attuate in grande scala, in forma sopranazionale, attraverso canali di immigrazione clandestina e di traffico di esseri umani controllai dalle stesse organizzazioni che sono impegnate nel contrabbando di sigarette e nello sfruttamento della droga e della prostituzione. La sovrapposizione di più canali di immigrazione (ad esempio, quello rivolto allo sfruttamento sessuale e quello per fini di accattonaggio/ambulantato) è dimostrata da un certo numero di procedimenti giudiziari, che hanno stabilito la stretta connessione esistente i diversi tipi di traffico. Ad esempio, nel giugno del 1999, a Milano, otto cittadini albanesi furono arrestati sotto l'accusa di sfruttamento di cinque ragazze (di cui due minorenni) fatte giungere in Italia per prostituirsi, e quattro ragazzini, obbligati a chiedere l'elemosina agli automobilisti. Le persone finite in carcere dovettero rispondere di introduzione di clandestini sul territorio italiano, riduzione in schiavitù, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. I minori furono affidati a istituti di accoglienza. Attraverso la sovrapposizione dei diversi traffici (sigarette, accattonaggio, prostituzione, droga), le organizzazioni criminali attuano una vera e propria "economia di scala", che consente di guadagnare in breve tempo ingenti profitti economici, scaricando l'intero onere economico del trasporto sugli immigrati. In altri casi, i canali di immigrazione clandestina a scopi di sfruttamento nel racket dell'accattonaggio sembrano seguire percorsi autonomi rispetto a quelli della prostituzione e vengono attuati coinvolgendo soggetti vulnerabili e con caratteristiche tali da renderli particolarmente redditizi sul mercato dell'elemosina (minori, malati, handicappati, disabili, donne in cinta, ecc.). Ad esempio, nel 1998 furono arrestati con l accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione sei cittadini russi che sfruttavano circa 200 sordomuti bielorussi, costretti a elemosinare 19

20 nei ristoranti e sulle spiagge offrendo gadget di metallo o peluche. L'organizzazione messa in piedi dagli arrestati contava su un esercito di circa 200 sordomuti sparsi fra la Toscana, la Liguria, la Lombardia e l Emilia-Romagna. L operazione di Polizia, denominata Brelok (peluche) era partita circa un anno prima, quando alcuni sordomuti si confidarono con i carabinieri di Prato sulla loro situazione di sfruttati. Secondo gli investigatori, la banda faceva arrivare in Italia i sordomuti dalla Bielorussia e li costringeva, anche con la violenza, ad offrire ai clienti dei ristoranti o ai bagnanti sulle spiagge, gadget di metallo o di peluche in cambio di un offerta che non era mai inferiore alle tremila lire. Il giro di affari era notevole e tutto l incasso, tolte le spese per vitto e alloggio, finiva all organizzazione di sfruttatori. Nel nostro paese, il traffico di stranieri da impiegare nell'accattonaggio riguarda in modo prevalente minorenni di nazionalità albanese, fatti giungere clandestinamente in Italia tramite il racket dei clandestini che si svolge nel tratto di mare che separa l'albania dall'italia. Il più antico riscontro giudiziario di questo tipo di attività illegale risale al 1985, allorquando si individuò un gruppo di adulti, sia italiani che slavi, che avevano preso in affitto dei minori jugoslavi, acquistandoli dalle famiglie per somme variabili, comprese tra 2 milioni e mezzo a tre milioni lire a testa, e destinandoli ad attività di accattonaggio. In quell occasione, la Magistratura di Milano poté individuare tutti i responsabili del traffico e realizzare i primi processi in Italia per il reato di induzione in schiavitù. A partire dal "grande sbarco" del 1991, il traffico di minori albanesi tra i due paesi è stato segnalato con crescente frequenza, anche se i minorenni provenienti dall'albania e introdotti illegalmente nel nostro paese, sono risultati spesso coinvolti in attività criminali di entità più grave (rapine, lesioni, reati contro la persona, tentato omicidio, porto d armi e addirittura induzione in schiavitù a danno di ragazze albanesi sfruttate a scopi di prostituzione). Nel 1995, un'inchiesta dalla Magistratura di Brindisi evidenziò la presenza di un traffico di minorenni tra Italia e Albania. In quell'occasione fu possibile accertare che nel corso di circa tre mesi, oltre settanta minorenni albanesi erano arrivati in Italia su navi di linea, al fianco di adulti che si spacciavano per genitori, con documenti e permesso di soggiorno falsificati. Una volta sbarcati sul territorio italiano, i genitori facevano perdere le loro tracce e i ragazzi venivano impiegati direttamente da bande di connazionali in attività di accattonaggio su strada o altre attività illegali. L'indagine poté inoltre stabilire che i trafficanti che si spacciavano per genitori dei ragazzi percepivano un compenso fisso di 2 milioni per ogni ragazzo trasportato. I ragazzi sbarcati a Brindisi furono successivamente rintracciati in diverse città italiane, in condizioni miserevoli di vita. Nel luglio 1996, le indagini della Questura di Roma accertarono la presenza di un racket composto da adulti albanesi che sfruttava dodici bambini connazionali per scopi di accattonaggio, imponendo un guadagno di mila lire a testa. Secondo quanto accertato dagli inquirenti, gli sfruttatori, dopo aver comprato i bambini nel paese d origine, li facevano entrare clandestinamente in Italia, dalle coste pugliesi, smistandoli successivamente in direzione di Roma o di altre città del Nord. Fu inoltre accertato che, allo scopo di non destare eccessivi sospetti e creare un allarme sociale nelle zone dove i minori praticavano l accattonaggio, i bambini venivano trasferiti periodicamente e spostati di città in città. Al di là di questi specifici episodi, che comunque possono aiutare a definire i contorni di un più vasto fenomeno sociale, i resoconti delle autorità di Pubblica Sicurezza consentono di descrivere in termini abbastanza precisi l'attuale meccanismo di funzionamento del traffico di esseri umani in atto tra Albania e Italia. Le zone di sbarco sono principalmente due: la fascia costiera adriatica compresa tra Brindisi e Bari (privilegiata dai contrabbandieri di sigarette, in quanto più vicina al Montenegro, dove sono presenti dei latitanti italiani che coordinano da diversi anni le attività dei magazzini illegali di stoccaggio di sigarette) e la zona a Sud di Brindisi fino a S. Maria di Leuca (privilegiata dai trafficanti di esseri umani). La traversata è compiuta in gommoni cosiddetti "oceanici", di grande potenza motrice e con capienza fino a 30/40 persone ciascuno. Una volta a terra, i clandestini vengono ricevuti e smistati dai referenti delle organizzazioni albanesi presenti in territorio pugliese, individuabili sia in cittadini italiani che in albanesi già 20

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