Storie di ordinaria periferia

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3 Antonio Maria Logani Storie di ordinaria periferia vibrisselibri 3

4 Si consente la riproduzione parziale o totale dell opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta by Antonio Maria Logani e vibrisselibri La nostra casa sul Web è: Il lavoro di redazione per questo libro è stato svolto da: Rossella Messina e Mauro Mirci L impaginazione è stata curata da: Giulio Mozzi 4

5 Storie di ordinaria periferia «Desideravo essere un bravo ragazzo. Un ragazzo onesto. Avrei voluto studiare, lavorare, essere normale. Lo volevo fortemente, ma non sapevo né a chi chiedere, né come fare». 5

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7 ... E poi tuo fratello più grande, che nel 48 aveva 13 anni, ormai viveva fuori casa, ma rimanendo nei paraggi. Non poteva fare diversamente in quanto papà lo picchiava sempre per qualsiasi motivo, anche quando motivi non ce n erano. Le più piccole stupidaggini che può commettere un ragazzo, le minime richieste innocenti, i fatti più insignificanti erano motivo di botte per tuo fratello e non solo per lui. Quando, per qualche giorno, non lo si vedeva, allora significava che se la faceva alla Stazione Termini, dove là passava anche la notte. Ogni tanto veniva a trovarci, però soltanto quando papà era assente. Si nascondeva nel palazzo di fronte al nostro e, dalla finestra che era nelle scale, guardava verso la nostra casa. Se capiva che mamma era sola, quindi più che altro al mattino, emetteva un fischio e lei, con un gesto, lo faceva venire in casa. Mamma lo faceva mangiare, lo puliva, raccomandandogli di restare, anche se diceva che papà purtroppo era fatto così; scorbutico con tutti, ma capo famiglia. Tuo fratello replicava che non poteva vivere in casa con un papà così, prima di tutto perché lui voleva un papà vero e non un papà scorbutico e manesco, anche se capofamiglia. Non poteva e non voleva essere il capro espiatorio delle sue frustrazioni. Non voleva prendersi tutte le botte perché figlio maggiore. Così ogni qualvolta si avvicinava l ora del rientro di nostro padre, tuo fratello si allontanava di nuovo da casa continuando la forzata scelta di vita nella giungla cittadina. Prima di scomparire per sempre da Quarticciolo, tornò un ultima volta accompagnato con altri due ragazzi più o meno della sua età. Mamma intuì che stava prendendo una cattiva strada, a nulla valsero i suoi pianti silenziosi. Il nord aspettava tuo fratello. So anche che nostra madre, nata a Canosa di Puglia, era una trovatella senza genitori, e che le brave persone che la adottarono le lasciarono in eredità una casa che avevano di proprietà a Roma, vicino al Colosseo. Quando ci trasferimmo dal paese, andammo ad abitare in quella casa; credimi, era bellissima. Dalla terrazza, una terrazza talmente grande che sembrava un campo sportivo, si potevano addirittura vedere la cupola di San Pietro e i monti in lontananza. Nelle sue stanze infinitamente grandi ci si poteva andare in bicicletta. In inverno i raggi del sole entravano calorosi dalle persiane e giocando, illuminavano i soffitti ornati di rosoni e cornici antiche. Dopo un certo periodo che abitavamo lì, papà vendette la casa e si comprò tutto ciò che più 7

8 gli piaceva. Dopo breve tempo rimase senza una lira e fummo costretti ad andare ad abitare da nostra zia nelle baracche del Quarticciolo, sotto la salita che costeggiava le grotte del famoso Gobbo, in attesa che il comune ci desse una casa popolare e che lui trovasse un lavoro. Dopo sei mesi papà fu assunto dal comune di Roma, contemporaneamente ci fu assegnata una casa nella borgata stessa: via Ostuni, secondo lotto, scala q interno 8. Quarticciolo. Ricordo che mamma era una donna che sapeva fare un po di tutto. Con i pochi soldi che riusciva a fare di cresta a quella miseria che gli passava papà, comperava pezzi di stoffa e confezionava abitini per il vicinato e per noi. Sapeva anche lavorare la lana e sono convinta abbia riparato quasi tutti i materassi della zona. Guadagnava qualche centesimo e così ci comperava qualcosa da mangiare. Lei deperiva giorno dopo giorno. Ormai si era ammalata. Otto figli, una vita di stenti, un sorriso immortale su di una faccia sguarnita, denti ancora bellissimi. Le gravidanze l avevano distrutta. Più giorni passavano, più si indeboliva. Più si faceva brutta, più riceveva botte da papà. Per lui tutte le scuse erano buone. Poco importava se mamma era incinta, se voleva picchiarla lo faceva e basta. Se lei rimaneva esanime sul pavimento per le botte ricevute, allora papà iniziava a spaccare quel poco di mobilia che avevamo in casa. Quando ciò accadeva io vi radunavo tutti portandovi giù nell androne del palazzo in attesa che le urla di mamma finissero. Mamma ricevette il colpo di grazia quando papà si accorse che invece di comperare la carne di manzo, che era sempre e solo per lui, e il parmigiano per la pastasciutta, comperava la carne di maiale, facendosi poi macinare le scorze del formaggio che il norcino avrebbe dovuto buttare. Così facendo mamma poteva risparmiare e darci qualcosa da mangiare di nascosto. Capitò un giorno in cui pioveva. Nostra madre era affaccendata a cucinare e allo stesso tempo fare il bucato nel grande catino di lamiera nel quale ci ha lavati tutti per tanti giorni e tanti anni. Papà arrivò a casa come un forsennato, con gli occhi rossi di rabbia si scagliò contro di lei prendendola a calci e pugni dove capitava. Lei era incinta di te. Il primo calcio la prese dritta sulla pancia. Io sbirciando impaurita dalla porta vedevo tutto, ma non potevo fare assolutamente nulla; che può fare una bambina di dodici anni contro tanta cattiveria e brutalità? La vidi cadere. Rannicchiandosi sul pavimento, strillando non emetteva un filo di voce (i tuoni molto forti, lampi e l acquazzone, sembravano volerla difendere) mentre lui, nostro padre, stava lì a dirle parolacce: «Sei proprio una scrofa, non ti si può toccare che rimani subito incinta. Non vedi come sei brutta!? Perché non muori!? Almeno non mi darai più fastidio!». Poi, girandosi per andarsene, disse ancora: «E stasera quando ritorno voglio vedere tutto pulito e la cena pronta. Capito!? O saranno guai. Adesso me ne vado al cinema, quando torno voglio trovare pasta e carne di manzo». Con un filo di voce, quel poco fiato che le era rimasto per difendere i suoi amori, lei gli si rivoltò contro: «Sei tu il disgraziato. Sei un padre snaturato, senza cuore. Lasci i tuoi figli affamati per andare al cinema con quella svergognata della frutteria e...». 8

9 Non fece in tempo a finire la frase che lui prese la pentola che era sul braciere (la nostra cucina) e gliela versò addosso, poi, insoddisfatto perché l acqua non bruciava abbastanza, prese una sedia e la colpì con tutte le forze sulla schiena. Mamma chiuse gli occhi, rimanendo immobile, come fosse morta, sul pavimento della cucina. Lui, bestemmiando, sbatté la porta e scomparve tra le scale. Avvicinandomi, con forza la trascinai sul letto. Il sangue le colava dal naso. Il suo corpo, tra le mie mani, sembrava penzolare come un fantoccio. Povera mamma, povera mamma nostra. Miracolosamente riuscì a partorire te. Ora toccava a me fare da mamma oltre a te e ai tuoi fratelli, anche a papà e mamma. Dopo un lungo periodo di sofferenza, e con l aiuto dei brodini della comare Colecchia, mamma si rimise un pochino. Un giorno, volendo fare due passi giù nel cortile, provò ad alzarsi. Si appoggiò a me e mi pregò di prenderti in braccio. Tu avevi poche settimane e il latte in polvere datoci dal parroco era finito. Scendemmo le scale e ci sedemmo sul piccolo muro sotto il sole tiepido di settembre. Mamma ormai non poteva più allattare. Dal suo petto, talmente era secco, non usciva assolutamente nulla. Fortunatamente la comare, che ci aveva sempre aiutato, si venne a sedere a fianco a noi, anche lei con la sua bambina da allattare. Alla vista di quelle due grosse poppe piene di latte, mamma chiese alla comare se, giacché aveva tanto latte, poteva darne una poppata anche a te. Mettendosi a ridere la comare ti prese in braccio; nella parte sinistra succhiava sua figlia Annamaria e dall altra parte tu. Con affondi da pugilatore, succhiavi da affamato. Se avessi potuto vedere la faccia di nostra madre, avresti visto come era contenta. Ti guardava con quegli occhi dolci, pieni d amore, ripetendo, come in una tristissima cantilena: «Bello figlio mio, cresci sano e forte». Stranamente passò un anno tranquillo (tranquillo non tanto, perché vedevo, negli ultimi mesi, mamma sempre meno ribelle, rassegnata). Sicuramente era arrivata allo sfinimento mentale e fisico. Non so con quale coraggio, ma sarebbe meglio dire vigliaccheria, fatto sta che papà la rimise incinta. Dovette venire dal paese la zia Antonietta per darmi una mano ad accudire la nostra famiglia. La zia Antonietta era forte di braccia, una vera roccia contadina. Rispettava papà, ma non riusciva a volergli bene, non credeva alle bugie che aveva raccontato a tutto il paese, come sempre facendo la vittima, caricandosi di gesta eroiche familiari. Mamma ormai stava più a letto che in piedi. La malattia, le gravidanze, i maltrattamenti che aveva subito, la stavano portando diritta alla tomba. Ogni volta che zia Antonietta guardava il viso di mamma, i suoi occhi lasciavano scendere sul pavimento un fiume di lacrime. I grazie sussurrati da mamma si stampavano sul soffitto dopo esser rimbalzati tra le pareti. Per zia Antonietta non valevano le suppliche di mamma che le diceva: «Antonie, non piangere sorella mia, non piangere. Non pensare a me, pensa alle creature». Quella povera donna stava morendo con la pancia grossa. La malattia l aveva mangiata tutta. Il viso, anche guardandolo di sfuggita, dava a capire che un teschio era più grasso, e poi la pancia che si gonfiava sempre più. Lei, mamma, voleva portare a termine la gravidanza. E ci riuscì. Nacque tuo fratello Mimmo. 9

10 Zia Antonietta rimase con noi per lungo tempo, e anche Mimmo fu allattato dalla comare. La zia ripartì in un momento di relativa tranquillità. Adesso non ho più parole da sputare sulla faccia di nostro padre. Tu non ci crederai, ma mamma rimase di nuovo incinta. La mattina del 1 marzo 1955 nacque Concettina che, poveretta, morì poco dopo due settimane per tante di quelle complicazioni che ora, a distanza di cinquant anni, potrai capire benissimo da te. I funerali di quell anima innocente si svolsero nella povertà assoluta, fummo aiutati dal parroco della chiesa, sulla sua tomba c era solo qualche fiore di campo. Mamma non pianse. Con quali lacrime poteva piangere non avendone più? Camminava come un fantasma sorretta dalla comare, con lo sguardo perso nell orizzonte, fissando un punto indefinito. Dietro di lei c era papà con la sua tipica e arrogante espressione, alle sue spalle, la fruttivendola. Il 15 dello stesso mese andai al Commissariato per chiedere aiuto, in quanto quel giorno mamma stava più male del solito e i dolori non l abbandonavano un solo momento. Il dottore sull ambulanza le iniettò una forte dose di morfina e lei si addormentò. Dopo circa due settimane di ospedale morì. Era cieca. Pesava 30 chili. Aveva 39 anni. Era il 30 marzo Papà si risposò. Io fui costretta ad andarmene via da casa, perché non volevo fare la serva a loro e, allo stesso tempo, prendermi tutti i giorni botte e rimproveri dalla matrigna. Dovevo accudire voi più piccoli, lavare, stirare, cucinare, servirli a tavola (noi non potevamo mangiare insieme a loro). Quando erano seduti a tavola ci dovevamo rinchiudere in cucina e mangiare pane e cipolla, se c era il pane, altrimenti... Lui con la nuova moglie continuava a fare il galletto per la borgata. Non potevo mai uscire di casa. Mi limitavo a guardare da dietro le persiane le mie amiche che sostavano giù in strada in attesa che potessi andare con loro a ballare o a fare una passeggiata, ma niente di più. L unica aria fresca che potevo avere era quella della loggetta (il balconcino da cui spesso le mie amiche mi lanciavano Grand Hotel ) che dava sulla marana dove tu andavi a giocare con il tuo amichetto Riccardo. Ricordo ancora la meschinità di papà quando mamma morì; fece il vedovo inconsolabile scrivendo a tutti gli enti assistenziali per chiedere sussidi che gli venivano corrisposti mensilmente. Tua sorella Nella, che aveva sedici anni, era scappata con il suo fidanzato e vivevano insieme nella casa dei genitori di lui. Lei era bellissima. Tutti al Quarticciolo le facevano la corte. Fortunatamente se la prese il più serio. Ogni tanto, quando non c erano papà e Carmela, Nella faceva capolino da noi dandomi 100, 200 lire per poter fare un pochino di spesa. Purtroppo bastavano solo per un litro di olio (il latte era un lusso per noi) un chilo di pane e un etto di mortadella, così che, dopo cinque minuti, erano finiti i soldi. Papà mise te in collegio a Gubbio, tuo fratello Tonino ad Anagni, Mimmo a Lavinio e tuo fratello Gianni, che era troppo grande per il collegio, con mille scuse, lo fece rinchiudere 10

11 in un riformatorio, credo fosse Fano. Ci sono ancora due ricordi, di cui uno terribile e indelebile. Quando tu avevi circa cinque anni, un giorno venne il maresciallo del Commissariato a portarci la notizia che eri stato investito da un auto. Era successo che, mentre uscivi dall Istituto Don Bosco dopo aver mangiato, ti mettesti a inseguire un cane randagio e, nell attraversare via Prenestina, venisti investito in pieno da un auto. Ti spezzasti una gamba che poi guarì completamente. Ma il segreto più terribile che mi sono sempre tenuta dentro e che ti dico ora, anche perché papà ormai è morto, è questo: quando lui vendette la casa vicino al Colosseo, si comperò la macchina, una Balilla di color nero. Un giorno disse a nostra madre che avremmo fatto una scampagnata perché eravamo diventati ricchi e anche perché voleva che mamma imparasse a guidare. Lei inizialmente cercò di farlo desistere da quella inaspettata, strana e pericolosa idea, poi, per non farlo arrabbiare, accettò. Dopo circa un ora che eravamo in auto e avevamo attraversato tutta Roma, giungemmo a Tor Sapienza. Prendendo una strada sterrata, fatta di sassi e brecciolino, papà fermò l auto davanti a dei cespugli dove dal posto di guida non si poteva vedere oltre la grande siepe. Quindi facendomi sedere davanti con te in braccio, mamma al posto di guida e i tuoi fratelli Tonino, Gianni e Mimmo di dietro, ci raccomandò di stare tranquilli. Rassicurò nostra madre che guidare era talmente facile, che alla prima prova ci sarebbe riuscita senz altro anche lei. Le fece mettere in moto, poi le disse che avrebbe dovuto schiacciare tutto il pedale del gas e ingranare con forza la prima marcia. Il motore rombava al massimo e la paura faceva novanta quando papà urlò che era il momento di inserire la marcia. L auto partì come un razzo in direzione dei cespugli. Presa da un brutto presentimento mamma iniziò a gridare: «Dov è il freno!? Dov è il frenoooo..!? Oh! Mio Diooo!!». Non so come fece, ma riuscì a premere il pedale della salvezza. In un polverone la macchina si bloccò proprio nel momento in cui le ruote anteriori già avevano scavalcato i cespugli. Un profondo baratro si apriva davanti ai nostri occhi pieni di paura. Fortunatamente l auto rimase in bilico, paurosamente bilanciata. Con accortezza mamma ci fece uscire tutti dalle portiere di dietro, lei fu l ultima a venir fuori. Appena messo piede a terra fu guerra. Lei lo accusava di averlo fatto apposta, che sapeva che lì c era il burrone. Lui cercava di recitare la parte dell innocente, ma infine, non riuscendoci, usò le sue abituali e persuasive maniere; con uno schiaffo fece dimenticare l accaduto a lei e a noi. Ti ho detto i miei ricordi sperando di aiutarti nell intento di scrivere la nostra storia e, allo stesso tempo, ribadire, come tu hai sempre sostenuto, che tutti nasciamo onesti per vergognarci poi di non essere stati capaci di rimanerlo. Ci sono moltissime cose che potrei ancora raccontarti; particolari momenti di vita familiare, il rapporto di allora con i nostri vicini di casa e tutto l insieme dei personaggi di Quarticciolo che ci hanno aiutati e visti crescere. Certo non ho usato bene la cronologia, ti prego non vo- 11

12 lermene, perché sono sicura che farai meglio di me. L importante è il contenuto, anche se doloroso e triste. Vedi caro fratello quante ne abbiamo passate? Ce ne hanno fatte di tutti i colori, eppure siamo tutti e sette vivi e onesti (non è mai troppo tardi, vero?) mentre coloro che ci hanno fatto soffrire, coloro che non hanno avuto alcun rispetto per noi, ora non ci sono più. Serve far del male? Serve abusare dell innocenza dei bambini? Serve approfittare dei deboli e degli indifesi? Serve tutto ciò se, quando arriva il momento di morire, ci pentiamo troppo tardi delle nostre malefatte? Certo, per pentirsi c è sempre tempo, ma chi risolve i problemi e i danni che sono stati fatti o che abbiamo lasciato alle nostre spalle? Chi ci darà la gioia di vivere? E la giovinezza sopraffatta, stracciata e affogata dalle malvagità altrui? Ringraziando Dio ce l abbiamo fatta a uscire dalla terribile tenaglia della vita fatta di espedienti per persone che non hanno avuto né arte né parte. Credimi sono felice di sentire, ogni qualvolta ci telefoniamo, che tutto tra noi è normale. Sono felice nel sentire che possiamo parlare di vacanze. Di piccoli litigi familiari, di figli e suoceri. Di affitti e rincari. Di lavoro, di salario e di tasse, di lotterie e di speranze. Sono felice nel sentire che anche noi, sette pulcini spelacchiati, facciamo parte di quella società onesta e lavoratrice. Che facciamo parte di quella società da cui abbiamo avuto sempre il timore di essere esclusi. Sono felice nel sapere che avendo perso la strada giusta da bambini siamo riusciti a ritrovarla da adulti. Fratello mio, ciò mi soddisfa immensamente perché sono sicura che mamma da lassù ci sorride e, allargando le braccia, ci proteggerà sempre. Ora ti lascio sperando che quando avrai completato questa storia me ne manderai una copia. Con affetto, tua sorella. PS. Peccato però non sapere dove portare un fiore quando è la ricorrenza dei morti. 12

13 Parte prima Infanzia e prima giovinezza 13

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15 «guardatevi intorno e la vedrete giocare con i vostri bimbi. e guardate lo spazio, la vedrete camminare nella nube, tendere le braccia nel bagliore del lampo e scendere con la pioggia. la vedrete sorridere nei fiori e, sulle cime degli alberi, sciogliere carezze». Primi ricordi Era in quel di Quarticciolo, una delle prime borgate romane costruite nel periodo fascista, che noi sette, cinque maschi e due femmine, ci sentivamo felici. i lunghi palazzi grigi, divisi a lotti, tutti uguali, quadrati, uno di fronte all altro, con rifiniture di travertino alte dal suolo per circa un metro, li ricorderò sempre con infinita nostalgia. nei caldi giorni di primavera io e i miei fratelli andavamo a giocare nel fiumiciattolo situato sotto la loggetta della nostra casa. non era proprio un fiume, bensì la discarica delle fognature di un po tutte le abitazioni della borgata. dopo aver giocato nella marana, così noi chiamavamo il fiume-discarica di cui sopra,con il puzzo che dopo esserci puliti alla meglio, ci rimaneva addosso, ci sedevamo al caldo di un sole romano d aprile nel punto preciso dove i raggi davano l impressione di essere più caldi. lì, giocando come tutti i bambini di questo mondo, aspettavamo di sentire la voce che ci dava la massima sicurezza; quella di nostra madre. tornavamo a casa giocondi, anche se spesso si andava a letto con lo stomaco vuoto. La nostra casa era situata al secondo piano del palazzone dell Ottavo Lotto. Non era sporca, ma misera nella sua povertà. Pochi mobili e certo non di classe. Tutto nella sua decenza rispecchiava quel poco di ordine e pulizia che ci può essere in una famiglia dove gli unici valori sono dettati da una madre senza istruzione, né ricchezza, consapevole di dover lasciare i propri figli a un padre che veniva a casa solo per mangiare e dormire, evitando, con gesti e parole, la propria cucciolata e la sua compagna. Lui non ci ha mai amati. Non so se noi lo abbiamo odiato. Dormivamo in due camere. Le mie due sorelle nella più piccola con due letti, noi maschi nella camera grande in un unico letto; tre grandi da capo, due piccoli da piedi (così si usava a quei tempi nelle famiglie numerose e povere delle borgate romane). Prima di dormire si faceva sempre un po di chiasso prendendoci a cuscinate. Noi più piccoli non ci rendemmo conto quando mamma fu ricoverata all ospedale San Camillo. Morì dopo circa un paio di settimane. So che soffrì moltissimo, poveretta. 15

16 L unica cosa di cui ricordo, per noi inusuale, fu la maggiore libertà che ci ritrovammo all improvviso. Come cani sciolti Adesso a distanza di moltissimi anni, avendo imparato a conoscere bene mio padre, posso immaginare cosa gli sia passato per la mente durante la malattia di mia madre; lui voleva la libertà. Non bastava l aiuto delle mie sorelle; lavare, stirare, tenere noi più piccoli a bada, fare la spesa con quel poco che lui ci passava mensilmente. Si sentiva prigioniero della situazione, claustrofobico. Troppo giovane per potersi permettere il lusso di invecchiare senza averne l età. Da un paio di mesi ormai eravamo senza mamma. Nostro padre lo vedevamo molto di meno e in quel poco dava l impressione che fosse più attivo, in attesa di qualcosa di nuovo, di eccitante per lui. Un giorno, dopo aver raccomandato alle nostre sorelle di badare a noi, sparì. Nei giorni della sua assenza vivevamo un po come cani sciolti. Ci allontanavamo sempre più spesso da casa. A volte rimanevamo a giocare fino a tarda sera con i nostri amichetti; er Negretto l Indianetto e i Pidocchiosi. Il papà dei Pidocchiosi, emigrato dalla Puglia come la maggior parte degli abitanti del Quarticciolo, faceva l ombrellaio, mentre la mamma, donna grossa da far paura, pascolava le pecore che avevano parcheggiate in una grotta sulla via Prenestina. I due maschi più grandi seguivano l uomo nella ricerca di ombrelli da riparare, camminando giornalmente per chilometri tra le borgate e urlando i loro servigi sotto le finestre di possibili clienti. Gli altri due figli pascolavano insieme alla loro mamma nell attesa di imparare il mestiere di pastore. La casa dei Pidocchiosi, se casa si poteva considerare, era un seminterrato sempre al buio, le cui finestre si aprivano a malapena sul livello della strada. Era perennemente sporca e invasa dal puzzo del bagno che aveva soltanto un buco nel pavimento a mo di turca e tanta miseria tutt attorno. Riccardo er Negretto abitava poco distante da noi, in via dei Gelsi, anche la sua casa era sotto il livello stradale. La sua famiglia, anch essa pugliese, era come la nostra; povera, ma dignitosa. Si chiamavano Lo Russo ed erano tutti di carnagione scura. Per noi lui era er Negretto. Suo papà, proprietario di un triciclo, vendeva la varechina facendo come i Pidocchiosi, più forte si urlava, più era possibile avere delle compratrici, mentre la mamma faceva la sarta in casa. Tutti i giorni con questi lavori miseri si riuscivano a rimediare pasti ancor più miseri. Era bello veder ridere er Negretto. Ogni qualvolta lo faceva, rimanevamo incantati dal biancore che sprigionavano i suoi denti e la luce dei suoi occhi. Occhi nerissimi. Occhi buoni. Riccardo, caro amico di giochi infantili e sorrisi innocenti rubati al sole di un autunno romano. Come la tua vita spazzata via nel mezzo del cammino alla ricerca di una identità sempre negata. La nuova mamma In quel periodo, con la morte di nostra madre e l assenza di nostro padre, ci rendemmo conto, anche se in modo impercettibile, che per noi qualcosa di nuovo stava accadendo. 16

17 Nostra sorella più grande ci riunì tutti insieme per darci la notizia dell avvenuto matrimonio di nostro padre. Era stato celebrato a Noto con una moglie trovata tramite inserzione su di un quotidiano, quindi avremmo avuto anche una nuova mamma. Credo che mio padre sia nato senza coscienza o con il paraocchi su di essa, per non farsi disturbare dalle responsabilità, per poter guardare solo in una direzione, sempre diritto. Diritto verso l egoismo, il disamore, la solitudine. Lei, la nuova, era di capelli scuri, non molto alta, occhi neri e freddi, attorno ai trenta, estranea. Estranea a tutti gli effetti e a ogni affetto, questo non perché la volessimo sentire noi così, ma semplicemente era ed è stata sempre lei a sentirci estranei, a non accettarci per ciò che eravamo. E noi bambini, nella nostra necessità d amore materno, abbiamo sempre tentato di aggrapparci alla sua gonna... inutilmente. Sapeva scrollarsi molto bene la nostra presenza dalla mente con lamentele, per farsi sentire da nostro padre (subdolo ricatto sessuale). Per tenerci a bada ci lanciava fulminanti occhiate di vulcani in eruzione. Si infastidiva molto nel sentirsi chiamare mamma, e non accettava le rimostranze delle nostre sorelle nel discutere i suoi ordini fatti di arroganza e cattiveria. Il suo arrivo scombussolò quel poco di regole che si creano tra fratelli e sorelle vissuti insieme con amore e armonia. Dovemmo dire addio a Biancone, il nostro cane gigante, lo avevamo da più di dieci anni, era grosso e docile. Dovemmo dire alla marana, e addio ai nostri pomeriggi seduti al sole il più possibile. Dovemmo anche dire addio ai nostri cari Pidocchiosi, all Indianetto e al nostro amichetto Riccardo. Addio prati in fiore e alberi fruttuosi. Addio cucina a legna, rimpiazzata con gas. Addio vecchia caciera dagli odori materni, violata e gettata tra i rifiuti. Addio povere cose nostre di bambini senza arte né parte. Addio Quarticciolo. Dovemmo dire addio all Istituto Don Bosco e alla via Prenestina, odorosa di pecore e pastori. Addio a Don Borroni che con Gesù non avevi nulla a che fare (la tua sberla, la ricordo ancora, mi fece girare in lungo e largo tutto l istituto Don Bosco, portandomi dal campo sportivo per tutto il Forte Prenestino, lasciandomi, sanguinante in bocca, vicino alle aule scolastiche. Avevo solo sei anni) e addio Don Pio. Addio a tutti i preti e a tutte le pastasciutte domenicali e anche addio al cinema pagato con una preghiera imparata a memoria. Addio al nostro piccolo mondo puzzolente e felice. Addio a Felice, figura spastica di curiosi e lieti incontri pomeridiani, sarà ora veramente felice? Addio Sora Assunta, Regina Leccornia seduta sul trono caramellato. Addio cinema Corallo, paradiso d illusioni periferiche che, sfamando i nostri occhi, davi speranze alla nostra mente di un mondo, anche per noi, migliore. Addio gente di borgata con lavori alla giornata. Addio a voi venditori di varechina, straccivendoli e sartine casalinghe e ombrellai disillusi, che davate la sveglia con le vostre urla mattiniere in cerca di clienti soddisfatti e molti non paganti. Addio Ottavo Lotto e addio a te Settimo Lotto. Addio Secondo Lotto. Addio Primo Lotto. Addio via Lucera e via Ostuni. 17

18 Addio via Manfredonia. Addio tutte vie di Puglia. Addio Quarticciolo. Tutti via Era la primavera del 56. Mio padre, sempre più pressato dalle insistenti lamentele della nuova, cercava, dopo aver fatto mille domande presso il comune di Roma, di farci rinchiudere tutti in istituti comunali. La maggiore delle nostre sorelle fu costretta ad accasarsi con il suo fidanzato. Il maggiore dei fratelli se ne andò di casa, mentre l altra sorella fu anche lei costretta a rifugiarsi in un convento di suore. Tutto ciò soltanto per colpa dell ignoranza e della cattiveria della nuova. Non voleva figli estranei e tanto meno che qualcuno di noi reclamasse, in lei, la propria madre. A quei tempi qualcosa mi turbava. Ancora non riuscivo a rendermi conto al cento per cento della mancanza di mia madre, anche perché c era una persona sconosciuta al suo posto. Come avrei potuto? C era troppa confusione nella mia mente, quindi inconsciamente, aiutato da puro istinto naturale, cercavo di riversare tutta la mia attenzione e le mie paure di solitudine verso mio padre, essendo lui l unico e ultimo punto di riferimento e congiunzione tra me, i miei fratelli e sorelle. Mio padre era una persona ignorante, analfabeta, senza carattere né principi, non conosceva le parole umiltà, sacrificio, dovere, ma allo stesso tempo era scaltro e opportunista. Non aveva un minimo senso di responsabilità familiare e, se anche lo avesse avuto, perché influenzato e obbligato un pochino dalla presenza di nostra madre ancora viva, ora disconosceva i suoi figli. Cercava rispetto, anzi lo pretendeva, ma non rispettava nessuno. Era il tipico prodotto del Sud, cresciuto nell ignoranza e nella disoccupazione più acute, dove l uomo si poteva pavoneggiare nascondendosi dietro ad antiche e radicate regole di miserabile mascolinità. Si era sposato in piena era fascista, quando la propaganda di quei tempi premiava, con sussidi e altre agevolazioni varie, le famiglie che riuscivano a sfornare più figli possibile per la patria. Le donne erano considerate scrofe o giù di lì. E gli uomini si davano da fare, approfittando del sistema. Così fece mio padre; otto figli, uno dopo l altro. Bravo, dieci e lode. Facile scopare chi si rifiuta non potendo fare altro se non accettare. Ebbe un posto, quale operaio, nell Azienda Tranviaria Romana. Un giorno mio padre disse che sarei dovuto andare in un collegio, non molto lontano da Roma, dove avrei potuto studiare insieme ad altri bambini della mia stessa età. Lì sarei stato benissimo. Lui sarebbe venuto a trovarmi ogni domenica. La distanza è proprio come il vento, porta via tutto e fa dimenticare chi si crede di amare o chi non si ama affatto. Alla stazione Termini mi consegnò nelle mani di una Suora domenicana. Con lei c erano altri bambini, più o meno della mia stessa età, una quindicina in tutto. Anche loro figli del fascismo e delle borgate. Tutti erano accompagnati dai propri genitori e qualcuno già iniziava a piagnucolare, non volendosi staccare dalle grandi mani che stringeva con la sua piccola forza e grande disperazione. Loro, i familiari, così anche mio padre, cercavano in tutti i modi, con le buone, di farci salire sul treno del quale ormai era stata annunciata la partenza. 18

19 E ci riuscirono; gli adulti vincono sempre. Ci ritrovammo divisi in due scompartimenti, in ognuno c era una suora con un sorriso sulle labbra, dolce e comprensivo per le nostre lacrime. Noi bambini iniziammo a conoscerci, naturalmente con le bugie. L unica bugia che mi è sempre rimasta in mente era che, quasi all unisono, dicevamo tutti la stessa cosa, cioè che la nostra famiglia era ricca, che a casa avevamo la nostra cameretta piena di giocattoli e tante altre belle cose. Mentre bugiavamo, la suora disse che potevamo salutare i nostri parenti dai finestrini, però lo dovevamo fare con ordine e calma; non fu possibile in quanto la maggior parte di noi rincominciò a piangere disperatamente e affacciandosi strillavano tra le lacrime: «Mamma, papà! Mammaaaaa!». Io guardavo tristemente attorno. Mio padre era sparito. Mi rimisi a sedere. Chi spingeva di qua chi di là, tutti volevano affacciarsi. Un viaggiatore, in attesa sul marciapiede, buttando un occhiata d intesa verso i nostri genitori, scrollando la testa, disse: «I bambini piangono anche quando vanno in vacanza. Non sanno i sacrifici che facciamo per mandarceli. Beati loro». Ci sorrise. Allontanandosi sul marciapiede di travertino freddo e umido, fischiettava Arrivederci Roma. Il treno partendo trafisse ancor di più la nostra piccola anima, affondando le sue ferrose mani nei nostri minuscoli cuori. La suora si dimenava con gentilezza nel tentativo di calmarci, poi, dopo essersi fatta in quattro, quando stava per gettare la spugna, le si illuminò il viso, le si accese l aureola e, con un espressione da Archimede Pitagorico, vinse. Vinse dandoci prima un panino con marmellata e poi un cioccolatino per uno. Mangiando, qualcuno piangeva ancora. Verso Gubbio Il viaggio da Roma Termini fino a Gubbio durò, se ancora ricordo bene, circa quattro ore e mezza, in quanto partimmo alle dodici e trenta e arrivammo che erano passate le cinque del pomeriggio. In fila indiana con le due suore che ci controllavano uscimmo dalla stazione di Gubbio per dirigerci verso l istituto dove sarei rimasto per quattro anni. Sempre in fila indiana, attraversammo un tratto della città. Nessuno più fiatava, eravamo tutti con il naso all insù, meravigliati, incantati dalla calma che emanavano le antiche mura della città, colorate dai raggi del sole al tramonto dopo una giornata di pioggia. Eravamo imbambolati dalla bellezza silenziosa delle case fatte di pietra lucida, inumidite di acqua piovana. Sembravano castelli da favole. Castelli che noi, bambini romani di borgate con case fatte di tufo, non avevamo mai visto. Nelle strade sembrava che ci dovessero camminare soltanto cavalli con il carro al traino. Eravamo meravigliati e spaesati allo stesso tempo. Di tanto in tanto qualche donna del luogo si fermava e, indirizzandoci il dito indice, diceva a chi gli era vicino: «Vedi quei bambini? Sono i nuovi orfanelli dell Istituto di S. Lucia». Un paio di noi si misero di nuovo a piangere nel sentire ancora quella frase. Il più rabbioso, Ettore era il suo nome, uscì di corsa dalla fila e svicolando tra la sottana della suora, che cercava di pararlo, si avvicinò alla signora che aveva appena parlato e, guardandola con lacrime mischiate al muco del naso, in tipico dialetto romano, disse tutto d un fiato: «Aoh! Ma che te credi? Anch io ci ho un padre e na madre!». 19

20 Abbassò la testa e rimettendosi di nuovo a piangere sbatté i piedi nella pozzanghera che si trovava di fronte alla donna, in questo modo l acqua schizzò in tutte le direzioni colpendo la madre con figlio, e noi bambini e le suore. Una delle due si scusò con la signora, che era rimasta sbalordita dalla reazione di Ettore, poi lo prese per mano, quindi facendogli una carezza, lo rimise in fila. Le sue lacrime dopo essersi di nuovo strofinato il naso sulla manica del cappottino, si mischiavano ancor di più alla pioggia. Arrivammo a destinazione. A Gubbio, Istituto S. Lucia Il grande portone dell istituto si richiuse dietro le mie spalle. Passando dalla portineria intravidi sulla destra una piccola finestrella a forma gotica, senza vetro. Dietro di essa un faccione semicoperto da un velo nero; sembrava più un subacqueo che una suora. Questa, scrutandoci con gli occhi di chi non lascia spazio a scuse, ci spogliò nudi dalle nostre malinconie. Proprio come fanno i metaldetector negli aeroporti per individuare armi. Proseguendo ci ritrovammo in un ampio piazzale con in fondo un portoncino marrone lucido. I raggi del sole al tramonto aumentavano la malinconia mia e degli altri bambini. La porta si aprì improvvisa; davanti a noi si ergevano delle scale di marmo lucidissime e pareti quasi spoglie. Solo una immagine della madonna e un crocefisso là in cima. Sempre in fila per due, le suore ci condussero su per le scale fino a raggiungere un camerone che, se ben ricordo, poteva essere venti per sette o otto metri quadrati. I pavimenti splendenti avrebbero potuto essere usati per reclamizzare il miglior detersivo del mondo. I letti erano ordinati, i materassi piegati in due, e sopra, c erano lenzuola bianche di cotone e una coperta soffice, tutto sapeva fresco di bucato. La sedia comodino, di legno chiaro e lucido, accanto al letto di ognuno, poteva essere usata anche come piccolo ripostiglio, dato che il piano di seduta poteva venir sollevato a mo di cassapanca. La suora, con molta pazienza, ci spiegò come fare il letto. Certo fu una piccola battaglia per lei fintanto che qualcuno dei bambini continuava piangere. Fatto questo la stessa suora indicò i bagni, anch essi spaziosi e puliti. Dopodiché, tutti insieme, dicemmo una preghiera e andammo a letto. La cena ormai, disse la suora, era saltata e comunque i panini che avevamo mangiato durante il viaggio dovevano essere stati sufficienti. «Buonanotte bambini e dormite». Aprì la porta e la richiuse alle sue spalle con delicatezza, lasciando volteggiare nell aria il suono secco dei passi mentre si allontanava sottile sul marmo lucido. Bambini, madri mancate e signorine cretine Man mano che le giornate passavano, io e gli altri bambini ci abituammo all ordine e alle regole del collegio. La sveglia era alle sette. C erano sempre due suore che ci sorvegliavano, aiutandoci anche a vestirci. Dopo esserci lavati e aver rifatto il letto, scendevamo tutti nel refettorio per la colazione. La sala era molto grande, con tavoli di formica e ferro, i quali formavano mezzo quadrato nella sala. Al centro una colonna di cemento le cui estremità scomparivano tra pavimento e soffitto. Ognuno di noi si era trovato il posto preferito vicino ai bambini del proprio gruppetto, cosicché si formò, anche per noi, una certa gerarchia infantile e innocente. Il centro del refettorio era occupato da una sedia su cui sedeva la suora di servizio che era sempre la stessa; Suor Maria Gabriella, ora in Guatemala come missionaria. Finita la 20

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