COME COMUNICARE? La violenza verbale, da una parte e dall altra, è indice di.

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1 COME COMUNICARE? La violenza verbale, da una parte e dall altra, è indice di. Vorrei partire da un assunto, o meglio una constatazione: è impossibile non comunicare: la comunicazione è una proprietà del comportamento e il comportamento non ha un suo opposto. Che vuol dire? che non è possibile non avere un comportamento, da qui deriva l assunto iniziale. Qualsiasi cosa si faccia o non faccia, l attività e l inattività, influenza gli altri che, a loro volta, non possono non rispondere a quelle comunicazioni. Anche quando non si parla o non si presta attenzione a ciò che l altro dice è comunque uno scambio di comunicazione, tanto quanto lo è una discussione animata. Non si può nemmeno dire che la comunicazione ha luogo quando è conscia ed efficace e quando si ha comprensione reciproca. Insomma: siamo sempre impegnati, che ce ne accorgiamo o meno, nella comunicazione, solo per il fatto di avere un corpo, che si pone in un certo modo, con una certa mimica o prossemica, per il fatto di avere la possibilità di parlare o di tacere. Detto questo, si comprende come la comunicazione non solo trasmette informazioni ma impone anche un comportamento: ci cono due aspetti, strettamente intrecciati nella comunicazione, il contenuto, cioè le informazioni che si vogliono trasmettere e il comando implicito, cioè l aspetto relazionale. Ad esempio: se io dico questo è un ordine oppure sto solo scherzando il senso della mia informazione passa attraverso il modo in cui la do all altro. Se grido, dicendo che scherzo, chi mi ascolta capisce che non si tratta di uno scherzo; se invece sorrido, mentre dico questo è un ordine l effetto sull interlocutore sarà opposto. Ciò che particolarmente ci interessa, in questo contesto, è evidenziare il rapporto esistente tra contenuto e relazione, infatti il contenuto trasmette informazioni o notizie, mentre il comando implicito trasmette il modo in cui si devono assumere le informazioni. Per sintetizzare: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, ma il secondo, l aspetto relazionale, classifica il primo. Un altra osservazione, che chiarisce come mai l aspetto relazionale prevalga su quello informativo: quando noi uomini e donne comunichiamo usiamo, senza saperlo, due possibilità di fare riferimento a oggetti o situazioni. La prima possibilità è affidata al fatto che diamo dei nomi alle cose, cioè che comunichiamo mediante le parole; la seconda possibilità è quella del linguaggio analogico, cioè quando comunichiamo per immagini, senza 1

2 parole, disegnando, modulando la voce in un certo modo, dando un certo ritmo alle parole. Insomma una comunicazione analogica è qualsiasi comunicazione non verbale, che include quindi anche le posizioni del corpo e tutti i gesti: che importanza ha per noi questa diversità nei linguaggi? Ha un importanza fondamentale perché quando la relazione prevale nella comunicazione il linguaggio verbale non ha più alcun significato. Nei rapporti familiari la confusione tra gli aspetti di contenuto e gli aspetti di relazione è quasi un dato costante, perché in una famiglia non si applicano le regole comuni di giudizio e di condotta. C è infatti un labirinto di tensioni, di litigi, di contraddizioni in cui la logica contraddice se stessa e la cui etica ha radici in una specie di giungla accogliente, perché si tratta di uno spazio chiuso su se stesso, un universo saturo di ricordi, pieno di un passato che però spesso non costituisce alcuna guida per il futuro. Perché? perché nell universo familiare, dopo ogni crisi e riconciliazione, il tempo comincia sempre da capo e la storia è sempre all anno zero. Forse ora può apparire il significato del concetto di sistema interpersonale: ogni circuito di comunicazione, a scuola, in casa, in famiglia, sul lavoro, ma anche le relazioni tra gruppi di estranei (in auto, alla posta, in banca, in stazione ) è un sistema interpersonale, nel senso che sono circuiti di retroazione, il che significa che il comportamento di una persona influenza quello di ogni altra persona. Veniamo quindi ai modi relazionali, alle posizioni che due interlocutori assumono in una comunicazione: i modi sono due, o simmetrico o complementare. Una relazione simmetrica è caratterizzata dall uguaglianza tra i due che parlano, o dalla minimizzazione delle differenze. Una relazione complementare, all opposto, la posizione tra i due interlocutori è disuguale, uno occupa una posizione primaria, o superiore (one up); un altro una posizione secondaria o inferiore (one down). In tutti i nostri rapporti interpersonali si attiva una di queste modalità; nessuna è in astratto buona o cattiva; il male o il bene vengono quando nei rapporti di uguaglianza ad esempio tra giovani coetanei si instaura una relazione complementare, in cui uno è in posizione inferiore e l altro in posizione superiore. Oppure quando nei rapporti, che per costituzione dovrebbero prevedere differenze complementari, si stabilisce invece una simmetria, oppure un rovesciamento delle posizioni naturali di one up /one down: ad esempio quando tra insegnanti e studenti, dove dovrebbe esserci un rapporto complementare, si afferma un rapporto di simmetria; o se tra genitori e figli il 2

3 rapporto complementare si modifica in una relazione simmetrica, o di complementarietà rovesciata. Ma che cosa succede in una relazione, al di là di quel che ci si dice? Succede che la comunicazione ha tre effetti o reazioni, la cui importanza va ben oltre il senso dei messaggi: o I) un effetto di conferma, infatti si comunica per essere riconosciuti, per essere confermati; o 2) un effetto di rifiuto, ma anche il rifiuto presuppone il riconoscimento, anzi, a volte, certe forme di rifiuto possono essere costruttive; o 3) un effetto di disconferma, che è l effetto di negazione dell altro, che si sente non esistente. In una relazione simmetrica è sempre presente il pericolo della competitività; nei conflitti all interno delle coppie, ad esempio, spesso si verifica un escalation di violenza simmetrica, che può portare anche a gravi rotture, perché l altro rifiuta o disconferma il sé del partner. Nelle relazioni complementari, invece, spesso le distorsioni provocano disconferme, piuttosto che rifiuti. Come già dicevo, questo accade se i modelli one/up e one/down si irrigidiscono e non si modificano: per esempio, se la relazione madre/figlio, che deve essere nei primi anni di vita, per forza biologica, una relazione one/up (in cui la madre è superiore al figlio) diventa un grave handicap per il figlio se rimane tale quando questi cresce, costituisce un ostacolo allo sviluppo e alla crescita del figlio stesso (perché lo disconferma nella sua autonomia). Da quanto esposto fino ad ora si può comprendere come la violenza verbale sia qualche cosa che non si limita alle brutte parole, che ormai invadono il linguaggio anche a causa dell inflazione del turpiloquio nei mass media (e nelle esibizioni di personaggi pubblici), quanto una forma di comunicazione che tende a mettere in atto il rifiuto o la disconferma dell altro e che passa soprattutto attraverso la forma relazionale in cui si esprime. (analisi delle comunicazioni e riflessioni di adulti e studenti) Ci dobbiamo chiedere, quindi, che cosa esprime la nostra violenza verbale sia nelle modalità del contenuto che in quelle del comando, ovvero della relazione se ad essa sia sotteso il rifiuto o la disconferma, se essa sia l esito di un crescendo simmetrico con il figlio o figlia, là dove il rapporto, per non essere patologico, dovrebbe essere complementare. Se ad una biologica complementarietà si è sostituita una relazione simmetrica con i propri figli che significa? che cosa è successo durante l infanzia? come si è scardinata l autorevolezza che rende possibile la complementarietà genitoriale? A queste domande sarà dedicato il nostro prossimo e ultimo incontro Mi limito stasera a evidenziare come la violenza verbale, da parte dei genitori, spesso riveli l impotenza e mostri tutta l inefficacia del messaggio che essi 3

4 vorrebbero rimandare ai figli, proprio perché ha a che fare con il linguaggio analogico del corpo, oltre che con il linguaggio verbale. Un primo accorgimento, per tentare di non scadere in pericolose simmetrie con i figli, è quello di divenire consapevoli delle emozioni che scatenano la violenza del discorso, e di interpretarle (la rabbia, il dolore, la paura, ad esempio) non come cause di azioni future, ma come rivelatrici di azioni già in atto. Se il rancore verso il figlio non è visto e patito come impulso ad attaccarlo, ma come un avvertimento che tale impulso è già in atto, allora quell emozione diventa una preziosa alleata nella regolazione del proprio comportamento e nella dissuasione dalla violenza verbale, Un secondo accorgimento: è utile considerare le emozioni degli strumenti preziosi per guardare non dentro di sé ma fuori: se avverto paura nel parlare in pubblico e balbetto, non balbetto perché ho paura, la paura mi rende consapevole che in quella situazione mi sento sotto attacco. Questi accorgimenti emozionali servono a sospendere la violenza verbale o relazionale ( perché il linguaggio delle emozioni è analogico e visivo, e quindi immediato) ma non solo, servono anche a uscire dalla propria cornice per vedere l altro, per attuare quell ascolto attivo, di cui si parlava la volta scorsa e che costituirebbe un antidoto alla violenza degli atti e delle parole. Il movimento di uscita dalla cornice non è affidabile alla spontaneità, ma non va nella direzione del controllo razionale sulle emozioni, anzi concede alle emozioni il ruolo di rivelatori del nostro atteggiamento relazionale. E quest uscita dalla propria cornice fa spazio a un sentimento essenziale per la comunicazione: l empatia, quel processo che permette di raggiungere una comprensione profonda dell'altro, attraverso la percezione delle sue emozioni e dei suoi vissuti personali, è un fenomeno essenziale delle relazioni umane significative. L empatia, che ha una base neurofisiologica nei neuroni specchio, prevede un tipo di distanza che protegge la diversità propria ed altrui, una separazione che consente di aggiungere la propria visione della realtà a quella dell altro, che arricchisce con nuove risorse e non impoverisce. Non è però semplicemente una condivisione emotiva, ma è anche il riconoscimento dell altro attraverso una relazione di somiglianza. Empatia vuol dire allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore, la rabbia o la gioia del figlio, ad esempio, ma mantenendo la distinzione tra me e l altro. Empatia è, dunque, rendersi conto di dove sta l altro. 4

5 Per questo favorisce la sospensione della violenza verbale e analogica. E questo significa che l essenza di noi come persone non si risolve né nella riflessione sui nostri atti, né nella percezione della realtà esterna o in quella che noi pensiamo sia una conoscenza oggettiva della realtà stessa che ci circonda. Essa è un momento di apertura, di partecipazione all essere dell altro. 5

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