Introduzione. 1. Premessa. Capitolo 1

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1 Capitolo 1 Introduzione SOMMARIO: 1. Premessa. 2. Intorno ad alcuni problemi di metodo. 3. Un diffuso equivoco. 4. Quanta matematica occorre negli studi economici? 5. Persone e oggetti di studio dell economia. 6. Libertà politica e libertà economica. 7. Perché vale dunque la pena di studiare l economia politica. 8. Economia e economia, secondo l iniziale. 9. Il problema dei giudizi di valore. 10. Le persone, le popolazioni, l ambiente. 11. L economia ed i limiti dell analisi individualista. 12. I conflitti sociali e il problema della distribuzione del reddito. 13. Ancora sugli oggetti di studio dell economia. 14. Le relazioni di causalità in economia. 15. La percezione del mondo esterno. 16. Cause, effetti e interdipendenze nei fenomeni economici. 17. L analisi economica e l insegnamento dell economia. 18. La persona e l ambiente economico. 19. Una breve conclusione. 1. Premessa Insegnava negli anni sessanta, nella Facoltà di Scienze Politiche dell Università di Roma La Sapienza, il professore Elia Rossi Passavanti, anziano gentiluomo che aveva combattuto nella guerra , meritando anche due medaglie al valore. Nella sua materia la Contabilità dello Stato e degli Enti Pubblici il professore teneva lezioni arricchite con parabole e aneddoti personali che puntualmente avrebbe chiesto agli esami, onde verificare se i suoi studenti fossero stati realmente a sentirlo in corso d anno. Fu così che un giorno, durante una lezione, si mise a raccontare della sua lontanissima infanzia; e della amata nonna, che usava chiamarlo demonietto. Quando giunse poi il tempo degli esami, uno studente che non stava cavandosela troppo bene cercò di rimediare un poco di benevolenza, giurando e spergiurando di avere frequentato tutte, ma proprio tutte le lezioni. Il professore Passavanti però, che non era più giovane ma non era sciocco, quello studente non ricordava davvero di averlo mai visto. E allora gli chiese la storia della nonna, e del soprannome col quale ella, tanto tempo prima, lo chiamava. Colto in contropiede, il giovane avventuriero si guardò intorno con disperazione, finché un suo compagno seduto un po più in là cercò di dargli una mano. E lo fece letteralmente, seppur con discrezione, agitandone una nel gesto inequivocabile che usano certi maleducati automobilisti: le corna. Il malcapitato cercò di capire, ma capì nel modo sbagliato. Così, quando il professore cercò anche lui di dargli un piccolo aiuto invitandolo a ricordare che si trattava di un diminutivo, l altro, messo alle strette, non ci pensò

2 2 Capitolo 1 più troppo e osò: se un compagno gli faceva il gesto delle corna e si trattava di un diminutivo, forse, forse e disse: sua nonna la chiamava cornutino?. Tutti i presenti risero di cuore, anche il professore. L unico che non rise fu lo studente, che infatti fu rinviato ad altro appello e se ne andò, molto mestamente. Insomma, si può anche capire che l ansietà di inseguire la Laurea, quarant anni fa come oggi, sia tale che per antichissima anche se non nobile tradizione il problema fondamentale era e resta, non tanto studiare, bensì sapere quanto tempo ci vuole per prepararsi ; se l esame è difficile o facile ; se il professore è buono oppure cattivo e se fa domande e quali, più frequentemente di altre; se per sostituire il testo circolano buone sintesi o appunti (e garantiti, come si legge sulle offerte appiccicate nelle Facoltà su foglietti volanti: appunti raccolti da un trenta e lode). Il fatto è ed è bene dire questo prima di mettersi a parlare di economia politica che fra un professore il quale cerchi di fare bene il suo mestiere e uno studente, vi è in realtà una trincea ardua da colmare. Perché, normalmente, lo studente segue un proprio interesse di breve termine, cioè, come s usa dire, vuole rapidamente svoltare l esame. Un professore segue invece, o almeno dovrebbe, un interesse di lungo termine dello studente; un interesse nel quale il valore fondamentale non è tanto nell imparare (non a questo può ridursi l Università: non vi è oggi privata o professionale curiosità, o esigenza di nozione, o bisogno di informazioni, che non possano essere soddisfatte con qualche minuto di ricerca su Internet), quanto nell acquisire una metodologia per capire. Tant è che sono sempre stati fonte di grande preoccupazione i professori, che anziché contentarsi delle risposte pronunciavano, pronunciano il temuto vocabolo perché (sarà difficile dimenticare mai lo studente storia, anche questa, assolutamente vera che dopo aver recitato con puntualità il suo pezzo ribatté al terribile vocabolo: Ma come, io le ho detto tutto e lei vuole anche sapere il perché? ). In sostanza e per non farla troppo lunga: siamo convinti che nel cominciare un Corso di economia politica occorra dare agli studenti una qualche buona ragione perché decidano di dedicare diciamo circa duecento e cinquanta ore della loro vita a questa materia. Perché proprio questo numero di ore, o giù di lì, è presto detto. Un Corso dura normalmente sessanta ore e altrettanto normalmente, per recuperare e ordinare i contenuti di un ora di lezione uno studente ha bisogno pressappoco di altre tre ore. Come si vede ci siamo. E in tutto ciò vi è del resto una ratio. Mediamente uno studente è chiamato a sostenere sei esami all anno il che, moltiplicato per duecento e cinquanta, fa circa mille e cinquecento ore, esattamente lo stesso tempo di lavoro annuale di un qualsiasi lavoratore dipendente. Perciò l Università chiede infine ad uno studente di fare la stessa cosa che fa suo padre: lavorare full time dal lunedì al venerdì e tenersi l onesto riposo del fine settimana, delle feste comandate, delle vacanze annuali. Ciò non toglie, ovviamente, che le mitizzate nottate sui libri facciano parte delle tradizioni epiche ed eroiche di ciascuno di noi. Ma questo accade soltanto perché, quasi certamente, si è perso tempo in precedenza. Perciò in questa Introduzione sentiamo principalmente il bisogno di chiarire che

3 Introduzione 3 naturalmente nostro compito sarà insegnare un poco di economia politica. Ma ciò a poco servirebbe se il Corso non fosse accompagnato dall apprendimento di un metodo indipendente dalla materia in sé. Dicevamo allora, che ci sembra bene iniziare il nostro lavoro con una qualche buona ragione per impegnarsi in un compito che non sia destinato semplicemente ad esaurirsi in un esame, il più delle volte stressante e quasi sempre deludente, perché si sa il tempo è tiranno ; e al dunque è difficile si possa avere più d una mezz ora (se e quando ) nella quale debbono convergere e sintetizzarsi tante ore di impegno. Ma questo non sarà difficile, perché di ragioni per studiare un poco di economia ve ne sono davvero molte. La nostra vita, o almeno la vita della maggior parte delle persone, è un continuo dibattersi col problema dei soldi, perché sappiamo bene che le esigenze sono tante, che la roba costa sempre di più e quindi i soldi non bastano mai. Come negarlo, giacché tutti non fanno che ripeterlo? Fa dunque parte della complessità sociale e di ciascuno di noi individualmente inteso che l esistenza ci ponga continuamente di fronte alla necessità di compiere scelte, di mettere d accordo i nostri tanti bisogni con i mezzi dei quali possiamo disporre e che, per la maggior parte di noi, sono alquanto limitati. Se così osserviamo e ci osserviamo senza preconcetti vedremo presto, da un lato che l ombra dell insoddisfazione si agita sempre sopra e dentro di noi; e vedremo d altro lato che, membri come siamo di una comunità sociale, eventi si consumano intorno a noi e modificano la nostra vita senza che spesso sappiamo darcene ragione. Siamo pressappoco tutti lettori di giornali quotidiani, oppure spettatori di Porta a Porta o di Ballarò (per citare solo due delle tante trasmissioni televisive a contenuto sociale), ma c è da giurare che non appena vi si sfiorino questioni economiche, esattamente quelle questioni che profondamente influenzano il nostro quotidiano, uno sconfortante senso di mistero avvolga i più. Perché, riconosciamolo, l economia è una scienza pre-giudicata difficile, misteriosa e riservata agli addetti ai lavori. Siamo tutti elettori e periodicamente siamo chiamati ad esprimere un giudizio col nostro voto. Ma è lecito purtroppo sospettare che spesso i nostri pareri ed opinioni (nonché il voto che diamo nelle elezioni) nascano da moti dei sentimenti, dalla simpatia o dall antipatia, piuttosto che da una qualche maggiore consapevolezza, proprio quella consapevolezza che viene, che potrebbe venire se avessimo strumenti che ci aiutassero a giudicare. Si vede quindi che studiare l economia politica certamente serve. Serve ad orientarsi, almeno un poco, nella complessità sociale chi ci circonda; serve a non sentirsi esclusi dai giornali quotidiani (la cui funzione informativa si esaurisce spesso, per la più parte delle persone, nella cronaca e nello sport); serve a formarsi una opinione su fatti che ci riguardano direttamente; serve ad una maggiore consapevolezza politica che non si risolva nel fatto che di quel leader ci piaccia il doppiopetto, dell altro ci piacciano i baffi e dell altro ancora si tratti di uno che parla tanto bene. Vi è dunque ragione di iniziare il nostro Corso cercando di spiegare perché stu-

4 4 Capitolo 1 diare l economia politica sia una buona cosa. Altrimenti sarebbe difficile convincere chiunque ad applicarsi a temi che effettivamente possono a volte apparire astrusi. In effetti, nelle nostre scuole tecniche un poco di economia si studia, ma solo un poco. E comunque l economia non si studia affatto nei nostri licei, anche se insegnanti più avvertiti o lungimiranti hanno sempre cercato di ritagliare per l economia un qualche piccolo spazio, soprattutto nell ambito degli insegnamenti della Storia e Filosofia. Ma s è comunque trattato di uno spazio sempre molto angusto e certamente residuale. In verità crediamo sia davvero una anomalia che nella nostra scuola l insegnamento dell economia sia sostanzialmente assente. E ci siamo sempre chiesti se ciò dipenda da colpevole sottovalutazione oppure da una autentica e altrettanto colpevole ignoranza, madre forse del giudizio secondo il quale l economia sarebbe roba di melmosa vita quotidiana (il che, si badi, è esattamente vero), distante dalla poesia, dall arte, dalla letteratura, dalle scienze, cioè da tutto ciò che dovrebbe nobilitare l animo dei giovani in età evolutiva. Come che sia, accade così che la maggior parte di coloro che giunti in età universitaria scelgono di dedicarsi agli studi politici e sociali, solo qui, e per la prima volta, vengono in contatto con l economia politica, materia che appare loro misteriosa e preoccupante; soprattutto quando costoro si avvedono che in essa si fa normalmente un qualche uso della matematica e della geometria analitica. Proprio per questa ingombrante o ritenuta tale presenza, prima ancora di raccontare di che cosa l economia si occupi, forse converrà che ragioniamo brevemente sui suoi strumenti di studio. Anche a causa loro è infatti convinzione piuttosto diffusa che l economia sia una scienza alquanto difficile, destinata ad affrontare questioni comunemente ritenute molto complicate. 2. Intorno ad alcuni problemi di metodo Gli economisti sono persone normalmente contese fra l aspirazione alla certezza scientifica e la faticosa consapevolezza di quanto della loro materia sfugga a tale aspirazione. Tant è che alcuni hanno definito l economia politica come la triste scienza, altri addirittura come la bieca o lugubre scienza. Ed altri ancora la segnalano, malignamente, come la scienza che impedirebbe alla gente comune di occuparsi degli affari che la riguardano! Da un lato per queste ragioni e d altro lato perché ormai da tempo molto lungo lo studio dell economia si avvale normalmente dell impiego di strumenti matematici, non c è da stupirsi se chi si accinge per la prima volta ad affrontarla aspirerebbe ad esservi introdotto in modo semplice. Ma su questo semplice occorre spiegarsi, poiché con esso gli studenti intendono normalmente e auspicherebbero soprattutto che i suoi temi di studio fossero affidati a ragionamenti discorsivi e non come accade a discorsi quasi costantemente affidati a supporti formali e grafici. Diciamo allora subito, per tranquillità di tutti, che le principali questioni affron-

5 Introduzione 5 tate dall economia politica si prestano nella loro essenza ad essere già comprensibili alla luce del comune buon senso. Fa parte per esempio della più diffusa esperienza che se il prezzo di una merce aumenta, è probabile che le persone ne riducano il consumo e viceversa: nei periodi nei quali, per le più svariate cause, si determinano tensioni sul mercato internazionale del petrolio, il prezzo della benzina alla pompa cresce e di conseguenza, come sappiamo, i consumi di benzina si riducono ovvero le persone usano l automobile un poco di meno. Ora, questo particolare caso è rappresentativo di una generale uniformità, o legge economica, detta legge della domanda, della quale in seguito ci occuperemo e secondo la quale fra la quantità richiesta di una merce ed il suo prezzo vi è una relazione inversa. Sul concetto di relazione (o funzione) diretta o inversa ci soffermeremo con maggiore attenzione subito dopo questa Introduzione, quando affronteremo alcune questioni matematiche di base. Qui, per intendersi sul significato di relazione inversa, basterà rilevare che se al prezzo, poniamo, di dieci euro per unità di merce si avrebbe richiesta, poniamo di cento unità di merce, ad un prezzo inferiore a dieci euro la domanda sarebbe certamente superiore a cento unità di merce (e viceversa). Comprensibile, come si diceva, alla luce del comune buon senso e benché essa preveda qualche eccezione (casi particolari cui in seguito accenneremo) tale legge non richiede particolari e complessi ragionamenti formali. Ciò dovrebbe rassicurare coloro i quali vorrebbero studiare l economia in maniera semplice. Ma non è sempre così. È bene sapere ad esempio che Piero Sraffa economista italiano vissuto prevalentemente in Inghilterra si dedicò nei suoi studi maturi (e particolarmente nel lavoro che intitolò Produzione di merci a mezzo di merci) ad approfondire complesse questioni analitiche nelle quali non si manifestano evidenze altrettanto facilmente percepibili e rispetto alle quali certamente meno immediata è l individuazione dei nessi con i materiali problemi della vita quotidiana. D altronde e più in generale, è vero che nel tempo attuale gli approcci dominanti in materia di teoria economica privilegiano alquanto l impiego delle formalizzazioni matematiche; e ciò si riflette anche se più in piccolo sugli stessi Manuali destinati agli studenti dei Corsi iniziali. Lo studio della maggior parte di questi Manuali richiede così una qualche conoscenza, pur se elementare, di matematica e ciò inevitabilmente dissipa presto la tranquillità che poteva venire dalla facile intuibilità della legge della domanda, che si era assunta come esempio. Nell iniziare il Corso siamo quindi dibattuti fra due precisi problemi. Certamente nelle moderne e complesse società della globalizzazione la conoscenza di un poco di economia politica costituisce realmente lo spartiacque fra la capacità di giudizio oppure la passiva subordinazione ad eventi, che sebbene tocchino direttamente e con forza la vita quotidiana di ciascuno, appaiono anche misteriosi. Ciò consiglia l insegnamento di una economia facile.

6 6 Capitolo 1 Certamente il rigore metodologico, l essenzialità del linguaggio, la capacità esplicativa sono favorite dall impiego degli strumenti formali e matematici. Ma fatalmente ciò rende l economia un poco più difficile. Questa contraddizione ci induce a giudicare che nell insegnamento dell economia politica si avverta fortemente l esigenza di un patto, di una mediazione fra una economia facile che rischia in rigore ed una economia rigorosa, che rischia però di riconsegnare al mistero ciò che al mistero si vorrebbe sottrarre, in qualche modo vanificando sé stessa e lo scopo essenziale del suo insegnamento. Partiamo perciò da questo quesito: se la citata legge della domanda, uno dei capisaldi della costruzione economica, si può esprimere nella maniera infine elementare che s è vista, perché la stessa cosa non dovrebbe essere possibile con ogni altro argomento e tema della scienza economica? 3. Un diffuso equivoco Effettivamente la matematica presenta difficoltà, innanzitutto legate alle peculiarità del suo linguaggio e simbolismi, come dire alle regole che la governano. Ma è anche vero che essa risulta spesso non particolarmente gradita per ragioni d altra natura, che torna conto esaminare in breve. Vi sono non poche persone, assai certe che la cosiddetta pratica sia sinonimo di sostanza, o vita vissuta, mentre la teoria sarebbe quasi pura chiacchiera, roba magari da perditempo. Chi la pensa così, rifugge dalle astrazioni concettuali, anzi le tratta con molta sufficienza, sostenendo con fermezza la superiorità del fare. Invece John Maynard Keynes, economista inglese del quale avremo in seguito molte ragioni di parlare, scrisse con spirito che si mostra particolarmente appropriato anche nel tempo attuale, che la gente della pratica, usualmente convinta di essere immune da qualsiasi influenza intellettuale, è quasi sempre ispirata (anche se non ne è consapevole) da qualche antico testo di autore anche da tempo defunto. Ovvero è influenzata da più o meno antiche teorie. Ma ad onta di questa bellissima affermazione, è certamente assai diffusa al mondo la convinzione circa il primato della pratica, espressa dallo stucchevole, saccente, perennemente riemergente: fidati di chi ha più esperienza. Proprio per questa ragione è vieppiù necessario chiedersi che ragioni ci siano, nello studio dell economia, di usare la matematica, se usualmente gli uomini della pratica amano definire la matematica una arida scienza; se gli stessi considerano il vocabolo pratica come sinonimo di concretezza e il vocabolo teoria come sinonimo di fumosità, da ciò deducendo che le teorie consisterebbero in più o meno vuoti esercizi del pensiero, teatrini molto lontani dai pratici problemi della vita quotidiana. Costoro va detto subito hanno profondamente torto. Anche se, infatti, una tale e sprezzante accezione è purtroppo alquanto diffusa, il vocabolo teoria potrebbe essere tranquillamente sostituito con il vocabolo spie-

7 Introduzione 7 gazione, perché chiunque cerchi di dare una risposta ad un quesito, ovvero chiunque cerchi di dare una spiegazione, formula appunto una teoria. Teoria significa dunque spiegazione. E non occorrerebbe molto d altro per archiviare l incolta irrilevanza di chi crede nella sola conoscenza pratica e descrittiva. Si badi, però. La conoscenza cosiddetta pratica, cioè la conoscenza che si fonda sulla percezione e descrizione degli eventi, è certo irrinunciabile. Ma da ciò non è affatto consentito dedurre che la pura e semplice percezione degli eventi, la pratica, ovvero la mitizzata personale esperienza, sarebbe il principale viatico della concretezza. Da questa erronea convinzione scaturisce difatti un grave equivoco, che in primo luogo riguarda una idea dell esistere nella quale l esercizio della intelligenza finirebbe per essere un impaccio, se esso non fosse direttamente e visibilmente finalizzato ad un oggetto, ad un obiettivo prossimo. In più, ogni volta che questo equivoco si manifesta, esso è anche causa di una autentica e perniciosa frammentazione della cultura, giacché ad ogni diversa prospettiva, ad ogni diversa personale esperienza (occorre sottolineare che ve ne è una e più d una per ciascuna persona che esiste?) inevitabilmente corrisponde una diversa idea su ciò che sia bene o male. Dunque nello studio della economia l aspirazione alla concretezza non è soddisfatta dalla percezione degli eventi, dal solo metodo descrittivo, dalla fin troppo mitizzata esperienza. Essa è invece assicurata dalla conoscenza delle meccaniche degli eventi, cioè proprio dalle teorie (ovvero dai perché ). E coloro i quali sono convinti del primato della pratica rischiano costantemente di restare confinati in un loro privato universo, avvitati nella illusione che basti aver visto per capire. Giusto per la cronaca, fra l altro e in materia di personale esperienza, recentemente ben quattro testimoni oculari hanno fornito di uno stesso fatto criminoso quattro differenti versioni! E del resto, chi non conta almeno un amico che trascorse una volta, una sola volta nell intera sua vita, una settimana all included a New York o Praga o Mosca, eppure da quel momento si sentì del tutto autorizzato ad impartire lezioni (il più delle volte saccenti) circa il moderno capitalismo industriale, o sugli ormai conclusi destini del socialismo reale? 4. Quanta matematica occorre negli studi economici? Ma torniamo alla matematica. Ed ammettiamo che si potrebbero spiegare pressoché tutti i temi e problemi economici senza troppo ricorrere a formalizzazioni e grafici. Così è, ad esempio, per lungo tempo e fino ad alcuni primi economisti italiani della metà del secolo XIX. Occorre però anche aggiungere che questa rinuncia non semplificherebbe affatto la vita di chi studia.

8 8 Capitolo 1 È invece vero che un accorto uso della matematica rende più semplice e diretto, e non come si crede o si potrebbe credere più difficile o astruso l apprendimento dell economia. È bene tuttavia che usciamo dalla genericità, giacché almeno in un Corso iniziale come è il nostro, vedremo presto che le conoscenze matematiche che effettivamente ci occorreranno consisteranno infine nelle più elementari operazioni aritmetiche ed algebriche. Si tratterà di saper misurare una percentuale, di saper definire un tasso di variazione. E si tratterà infine di familiarizzare un poco con la nozione di funzione; di ricordare che cosa siano gli assi cartesiani e come essi possano essere utilizzati per rappresentazioni grafiche (che altro non sono, se non un linguaggio efficace e sintetico per descrivere fenomeni). In vista di questo scopo, un apposito e breve capitolo segue questa Introduzione. Ma in verità le nozioni che vi si troveranno, più che essere matematica ne costituiscono appena dei frammenti, le cui finalità sono esclusivamente strumentali e di aiuto. Si potrebbe fare di più e di più impegnativo e normalmente lo si fa. Ma pur a rischio di qualche impoverimento, desideriamo costantemente ricordare che l economia si occupa di temi ed eventi che evocano umane vicende di povertà o ricchezza, di bisogni ed aspirazioni, del costante affannarsi delle persone intorno alla propria esistenza. Sarà di questi temi ed eventi che cercheremo di comprendere cause e natura. Ribadiamo che a tal fine un po di matematica ci farà più bene che male. Ma vorremo anche scansare il rischio che l asettica eleganza, il fascino, l effetto attrattivo delle formalizzazioni, possa fare da involontario ostacolo alla percezione di quei temi. Se così avvenisse, le finalità del nostro lavoro potrebbero infatti smarrirsi e davvero l economia potrebbe divenire un dominio nel quale sarebbe difficile orientarsi. Né avrebbero più torto coloro i quali reagissero con timore, diffidenza, rifiuto. 5. Persone e oggetti di studio dell economia Se dunque vogliamo avere riguardo per i contenuti propri dell economia, non ci sfuggirà che suoi protagonisti sono le persone umane e con loro un insieme di oggetti che corredano la vita quotidiana: le ricchezze materiali e il denaro, o se vogliamo dire meglio, i beni e la moneta. Nel corrente linguaggio dell economia, sia le persone che questi diversi oggetti si definiscono come variabili economiche. L occupazione, ad esempio, cioè l insieme delle persone che svolgono una qualsiasi attività lavorativa remunerata, è una variabile economica. Un altra variabile economica è la quantità di denaro che circola in una nazione. Queste ed altre variabili sono materia dello studio economico, cioè dello studio finalizzato a comprendere le relazione che fra di esse si intessono, nonché le conseguenze sociali che da tali relazioni scaturiscono. Nei Manuali di economia politica si usa normalmente definire queste variabili

9 Introduzione 9 con lettere dell alfabeto. Così assumeremo in seguito che M rappresenti la moneta che complessivamente circola in una nazione; p il prezzo di una merce; q la quantità di una merce, richiesta dalle persone in ruolo di consumatori oppure offerta sul mercato da chi la produce (e che, come tale, svolge quindi il ruolo sociale del produttore). E così via. Ora, occorre sottolineare che queste variabili vengono trattate da un punto di vista quantitativo, ovvero in linea di principio senza particolari distinzioni qualitative. Per intenderci e anticipare qualche nozione, in economia si studia il funzionamento dei diversi mercati e perché fin da ora se ne abbia una idea: a) nel mercato della moneta operano coloro i quali desiderano prendere o dare in prestito somme di denaro; b) nel mercato delle merci operano coloro che intendono vendere o comprare merci; c) nel mercato del lavoro operano coloro i quali chiedono di avere un posto di lavoro per guadagnarsi da vivere, oppure cercano persone da impiegare nelle loro aziende. Quindi in qualsiasi mercato è sempre in ballo una qualche merce, qualcuno che la offre e qualcuno che la richiede, sia che si tratti di merce in senso stretto (abiti o prodotti alimentari, automobili o televisori, scavatrici o presse meccaniche, ); sia che si tratti di merci in senso molto più particolare, come il denaro o il lavoro umano. Ebbene, fin da queste brevi considerazioni introduttive è opportuno sottolineare punto che si rivelerà in seguito di notevole rilievo che nell analisi economica le persone costituiscono una delle variabili in gioco, senz altre e particolari distinzioni rispetto agli oggetti dell economia, cioè merci e denaro. Al fine di esemplificare, vedremo in seguito che in determinate circostanze potrebbe determinarsi l esigenza di modificare l ammontare della moneta che circola in una nazione. In altre circostanze potrebbero esservi fabbriche, che per i più svariati motivi non riescono più a vendere quanto vendevano in passato. Esse lamenterebbero perciò un eccesso, o come comunemente si dice, degli esuberi di occupazione. E quando ciò accadesse ed accade sappiamo che cosa succederebbe: temporaneamente si ricorrerebbe alla cassa integrazione guadagni, ma se le difficoltà della impresa non si risolvessero, giungerebbero i licenziamenti. Teniamo pur da parte, per il momento, che se un cambiamento ha luogo in una delle variabili economiche esso è destinato a ripercuotersi sulle altre: avremo modo e tempo per occuparcene. Osserviamo invece che in assenza di particolari distinzioni qualitative fra variabili economiche, gli indirizzi di governo sociale che scaturiscono dalle analisi degli economisti finiscono col trattare asetticamente entità per loro natura profondamente differenti, tenuto conto in particolare che la persona umana (che abbiamo difficoltà personali a definire freddamente come una variabile ) è mossa da sentimenti mutevoli ed appare alquanto restia a confidare disciplinatamente che un qualsiasi male sopportato oggi, potrebbe domani trasformarsi in bene. È comprensibile del resto che le persone, soprattutto quando subissero il licenziamento dal posto di lavoro, difficilmente si entusiasmerebbero all idea che questa privazione subita nel presente potrebbe convenire al bene collettivo, e tradursi poi (in un domani comunque incerto) in un rinnovato benessere individuale.

10 10 Capitolo 1 A questo proposito e come rimedi alla disoccupazione, si giudicano con largo consenso la flessibilità e la mobilità del lavoro (tant è che su di esse si impernia la cosiddetta Riforma Biagi, dal cognome del giurista vittima di un attentato). I vocaboli flessibilità e mobilità significano essenzialmente che una persona qualificata per svolgere determinate mansioni ma disoccupata, dovrebbe cogliere una occasione di lavoro che si presentasse altrove, anche in luogo diverso da quello nel quale essa vive e per mansioni anche differenti rispetto a quelle desiderate. Un caso storico di mobilità di massa del lavoro è rappresentato dai grandi processi di migrazione dalle nostre terre verso gli Stati Uniti all inizio del secolo XX; e nel secondo dopoguerra, dalle nostre terre del Sud verso il Nord Italia, o verso le grandi fabbriche tedesche. Non vi è dubbio che gli emigranti furono certamente mobili e flessibili, esattamente come le genti extracomunitarie che oggi si dirigono sempre più numerose verso i paesi europei vivendo una drammatica alternativa fra una vita miserevole e una vita in esilio (spesso analogamente miserevole); una alternativa dura, che produce e produsse gravi lacerazioni umane e sociali, che ci sono ben presenti se pensiamo all antico partono i bastimenti di inizio secolo, ma che per singolare difetto di connessione e memoria storica (e davvero con poca pietas) dimentichiamo nel caso dell immigrazione extracomunitaria, spesso riducendola a canale di penetrazione di droga e prostituzione (e anche in questo caso la nostra memoria va con amarezza allo sprezzante e ingiusto italiani mafia, mandolini e spaghetti che ci accolse in nordamerica). Se dunque non si può negare che la mobilità e la flessibilità del lavoro convengano a porre parziale rimedio al problema della disoccupazione, entrambe esigono però prezzi etici, sociali, individuali che rischiano di sfuggire alla percezione dell economista, perché la loro natura è economica ma al tempo stesso è politica e sociologica (non è infondato opinare che, almeno in parte, la diffusione della economia del malaffare nel Sud del nostro paese sia divenuta nel tempo una sorta di anomala risposta, ad una cultura che non riusciva infine a dare altre risposte al problema della disoccupazione). È esattamente per queste accennate ragioni che l aspirazione ad una scienza economica non sporcata, o almeno non eccessivamente sporcata dalla politica è certamente attraente ma può anche essere fuorviante, perché nelle formalizzazioni economico matematiche è difficile trovare spazio per le variabili, diciamo così, non quantificabili. In questo stesso senso, l ordine mentale imposto dal linguaggio matematico è prezioso e irrinunciabile, purché però non sfugga la mutevolezza dell animo umano, che costantemente richiede all economista uno sforzo critico e autocritico (nel senso anche inteso dal filosofo Karl Popper, cui il pensiero liberale guarda da più anni con grande interesse) per andare oltre le sue certezze. 6. Libertà politica e libertà economica La mutevolezza dell animo umano è davvero un problema per gli economisti (e per i politologi), quando dalle loro diagnosi si tratti di dare luogo alle politiche.

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