Giovello le miniere della Valmalenco. Sci di fondo Provare per credere. Meridiane L'ora di Fratello Sole. Sentiero del Viandante Da Dervio a Colico

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1 Trimestrale di Valtellina e Valchiavenna Trimestrale di Alpinismo e Cultura Alpina n 12 - primavera EURO 3 Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale 70% DCB-Sondrio Sci di fondo Provare per credere Meridiane L'ora di Fratello Sole Sentiero del Viandante Da Dervio a Colico Giovanni Morelli "Valtellina nel passato" Sondrio I suoi ultimi prati Cima della Bondasca Scialpinismo fuori traccia Alta Valle Monte Rinalpi, ai piedi della Cima Piazzi Fotografia Fenomeni naturali spiegati e fotografati Redorta Re delle Orobie Natura Insetti, rondini e fiori Valchiavenna Savogno e Dasile, un tuffo nel passato Pittura Ferruccio Vanotti: paesaggi e lampi di colore Inoltre Ricette, poesie, giochi, leggende... Divertenti Giovello le miniere della Valmalenco valchiavenna - bassa valtellina - Valmasino - alpi retiche e orobie - valmalenco - alta valtellina Le Montagne Divertenti 1

2 Editoriale Beno La pace è quando arrivi in vetta e il buio è la tua compagnia, quando in balia della corrente del fiume non hai paura di annegare, quando puoi startene fermo e fissare il vuoto, quando mangi solo se hai fame e piangi perchè sei felice, quando il tuo viaggio ha una meta, quando non c'è fretta di tornare, quando hai il coraggio di essere te stesso, un abbraccio, quando non hai paura che qualcuno faccia meglio di te, quando ti senti ospite e non padrone del mondo. La pace è stata investita da un SUV sulla SS38. Tramonto in vetta al Pizzo Giumellini (6 gennaio 2010, foto Beno). In copertina: disgelo al lago Pirola in Valmalenco (23 maggio 2009, foto Roberto Moiola). Ultima di copertina: fioritura di Crocus in località Corte Granda di Albaredo, sullo 2 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le sfondo Montagne le vette Divertenti ancora innevate della Valgerola (6 maggio 2009, foto Roberto Ganassa). 1

3 Legenda Spiegazione delle schede tecniche Una breve e divertente spiegazione dei gradi di difficoltà (in scala Beno ) che vengono assegnati agli itinerari nelle schede sintetiche, così che possiate scegliere quelli a voi più congeniali. I gradi si riferiscono al periodo in cui è stato compiuto l itinerario, sono quindi influenzati dalle condizioni del tracciato. Non sono contemplate le difficoltà estreme, che esulano dalle finalità di questa rivista e dalle nostre stesse capacità. In DETTAGLI, invece, viene espressa la difficoltà in caso di condizioni ideali del tracciato secondo la scala alpinistica convenzionale. Le schede sintetiche sono anche corredate da indicatori grafici che vi permetteranno, a colpo d occhio, di valutare l itinerario. Bellezza Quasi meglio il centro commerciale pericolosità Assolutamente sicuro Si comincia a dover stare attenti alle storte, alle cavallette carnivore e nello zaino è meglio mettere qualche provvista e qualche vestito. Ottimo anche per anziani non autosufficienti o addirittura sprovveduti turisti di città. Ideale per la camporella, anche per le coppiette meno esperte. Carino Basta stare un po attenti Ne vale veramente la pena Richiesta discreta tecnica alpinistica Assolutamente fantastico Pericoloso (è necessaria una guida) Fatica Una passeggiata! Nulla di preoccupante Impegnativo Un massacro ore di percorrenza meno di 5 ore dalle 5 alle 10 ore dalle 10 alle 15 ore oltre le 15 ore dislivello in salita meno di 800 metri dagli 800 ai 1500 metri dai 1500 ai 2500 metri oltre i 2500 metri su RADIO TSN FM / Le scarpe da ginnastica cominciano ad essere sconsigliate (sono d obbligo abito da sera e mocassini). E meglio stare attenti a dove si mettono i piedi. Vertigini vietate! Itinerario abbastanza lungo, ma senza particolari difficoltà alpinistiche. E richiesta una buona conoscenza dell ambiente alpino, discreta capacità di arrampicare e muoversi su ghiacciaio o terreni friabili come la pasta sfoglia. E consigliabile una guida. ogni martedì con Beno & special guests ore 7:45-8:45-11:15-12:45-18:45 Montagna divertente, itinerario molto lungo e ricco di insidie di varia specie. Sconsigliato a tutti gli appassionati di montagna non esperti e non dopati. E una valida alternativa al suicidio. Solo per persone con un ottima preparazione fisicoatletica e buona esperienza alpinistica. Servono sprezzo del pericolo e, soprattutto, barbe lunghe e incolte.

4 Sommario Le Montagne Divertenti Trimestrale sull ambiente alpino di Valtellina e Valchiavenna Registrazione Tribunale di Sondrio n 369 Editore Beno Direttore Responsabile Maurizio Torri Redazione Alessandra Morgillo Enrico Benedetti (Beno) Roberto Moiola Valentina Messa Responsabile della fotografia Roberto Moiola Realizzazione grafica Beno Revisore di bozze Mario Pagni Hanno collaborato a questo numero: Alessandra Osti, Antonio Boscacci, Carlo Pelliciari, Carmen Mitta, Enrico Minotti, Fabio Pusterla, Eliana e Nemo Canetta, Franco Benetti, Franco Cirillo, Giacomo Meneghello, Gianni De Stefani, Giordano Gusmeroli, Giorgio Orsucci, Giorgio Urbani, Kim Sommerschield, Luciano Bruseghini, Luigi Zani, Luisa Angelici, Marcello Di Clemente, Marino Amonini, Mario Sertori, Matteo Gianatti, Nicola Giana, P. Brichetti, Paolo Rossi, Paride Dioli, Pascal van Duin, Pierandrea Brichetti, Piero Gaggioni, Renzo Benedetti, Riccardo Ghislanzoni, Riccardo Scotti, Roberto Ganassa, Ufficio Turismo di Madesimo (Arianna e Michela), Viola Doddi. Si ringraziano inoltre Carlo Giotta, Ezio Gianatti, Filippo Scaramella, Gioia Zenoni, Mario Maffezzini, Matteo Tarabini, Fabrizia Vido, Johnny Mitraglia, Eva Fattarelli, CAI Valtellinese, la Tipografia Bonazzi, tutti gli edicolanti che ci aiutano nel promuovere la rivista e tutti gli sponsor che credono in noi e in questo progetto. Redazione Via S. Francesco, 33/C Montagna (SO) Abbonamenti per l Italia annuale (4 numeri della rivista): costo 20 euro da versarsi sul c/c 3057/50 Banca Popolare di Sondrio Sede di Sondrio IT17 I X50 intestato a: Beno di Benedetti Enrico Via S. Francesco 33/C Montagna SO NELLA CAUSALE specificare: nome, cognome, indirizzo, abbonamento a Le Montagne Divertenti comunicare il versamento con a: oppure telefonicamente ( basta lasciare i dati in segreteria) Arretrati - 5,00 PDF scaricabili dal sito della rivista Prossimo numero 21 giugno 2010 Pubblicità e distribuzione tel Stampa Bonazzi Grafica Via Francia, Sondrio Disegni Carlo Pelliciari / Dicle Responsabile cartografia Matteo Gianatti Speciali 6 Il giovello 7 Una storia lunga 600 anni 15 Progetti per il futuro 16 Le serpentiniti 17 Giovanni Morelli, il modellista 23 Meridiane: l'ora di Fratello Sole 26 Gli ultimi prati di Sondrio Itinerari d alpinismo 39 Alta Valle: Monte Rinalpi 42 Valmasino: Cima della Bondasca Itinerari d escursionismo 55 Sentiero del Viandante: da Dervio a Colico 60 Lo Sbarramento del Poschiavino 66 Passo dopo passo: Pralamagno Rubriche 74 Valtellinesi nel mondo: I mille volti del Marocco 80 Il mondo in miniatura 85 Fauna: messaggeri di primavera 88 Flora: bulbose 91 Pittura: Ferruccio Vanotti 97 Poesia in dialetto: I dùu scióor Per ricevere la nostra newsletter fate richiesta a: Contatti, informazioni e merchandising L'arte della fotografia: Fenomeni naturali 104 Le foto dei lettori Sci di fondo 50 Versante orobico: Pizzo Redorta 70 Valchiavenna: Savogno e Dasile 110 Giochi 112 Le ricette della nonna

5 Speciali di primavera Cavatori all imbocco della galleria (foto Archivio del Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). A fianco: Località Giuèl: gruppo di cavatori di fine 800 con le piode dei morti. Secondo la tradizione, ogni anno tutte le Compagnie offrivano, a suffragio dei cavatori caduti sul lavoro, un numero variabile di piode che, in seguito, venivano messe all asta. Completava il rito un lauto pasto a cui potevano partecipare anche i figli dei giovellai. Al centro della foto si nota la pioda di dimensioni maggiori, che veniva premiata con la bandiera, una singolare botte colma di vino di cui la Compagnia vincitrice andava fiera perché segno evidente di un buon operato (foto Archivio del Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). LE CAVE DEL GIUÈL Una storia lunga 600 anni Valentina Messa S ono passati un po' più di vent'anni da quando la produzione di piode di serpentino in località Giovello è terminata e, insieme a lei, è caduto nell'oblio un sapere artigianale unico nel suo genere. S ituata a circa due chilometri a nord di Chiesa in Valmalenco, a m 1130, la zona del Giovello si estende su di una ripida pendice coprendo una superficie di circa dieci ettari. Un tempo testimone di una fiorente attività estrattiva e di un vivace brulicare di instancabili cavatori, oggi si presenta come una massa informe di detriti accumulatisi nel corso degli anni, a tratti sostenuti da muretti a secco tra i quali si scoprono i resti di antiche tettoie sotto cui venivano lavorate le piode. In realtà, l'attività estrattiva è ancora presente in Valmalenco. Ad essere cambiati sono i modi, i tempi, i luoghi e le persone. La pendice del Giovello è stata abbandonata e "sostituita" da numerosi altri siti dislocati nella valle. Il serpentino, le cui cave un tempo si sviluppavano nel sottosuolo seguendo solo le vene buone (i soli imbocchi risultavano visibili sulla pendice), oggi viene estratto a cielo aperto con l'ausilio di esplosivi che demoliscono ingenti quantità di roccia per volta. La lavorazione, che una volta era minuziosa e semplice, ora sfrutta moderni 6 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Località Giuèl: panoramica degli anni 50 (foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). macchinari e tecnologie presenti nei grandi cantieri. Sembra che le piode resistano al tempo che passa sebbene siano scomparsi quei saperi artigianali che hanno cullato la cultura valligiana fin dai tempi antichi. La tradizione e le consuetudini, tramandate di padre in figlio per generazioni, hanno lasciato il posto a nuove abitudini e ad attività più confortevoli, ma anche ad un silenzio e ad un vuoto quasi irreale. Il Giovello 7

6 Speciali di primavera L'espressione 'ndà a Giuèl significa andare a lavorare in una cava di piode, diversamente da 'ndà int al Giuèl che, invece, significa recarsi presso la località Giovello. Un nome originale Il termine Giu(v)èl o Giuèl dà il nome ad una località che affonda le sue radici nella tradizione, nel sapere artigianale e nell'esperienza di una comunità da sempre legata a doppio filo con il territorio e le sue ricchezze. L origine del nome resta dibattuta. Gli antichi abitanti di Chiesa erano soliti battezzare con un nome proprio tutti quei luoghi che potevano avere un interesse particolare, sia dal punto di vista naturalistico che economico e sociale. E i nomi non venivano mai dati a caso. Il termine Giuèl potrebbe essere ricondotto al latino Jugum, giogo, che al diminutivo Jughellum prende il significato di piccolo valico o bocchetta. In passato, infatti, la pendice era attraversata a mezza costa da una strada che portava alla valle superiore: una cavallera che congiungeva Sondrio all Engadina e alla Val Bregaglia attraverso il Passo del Muretto. Un secondo significato riporta, invece, all'attività mineraria: Giuèl indicava un insieme di cave di serpentino o, più comunemente, di piode. Entrambi i significati celano una profonda verità. Cenni storici Le prime testimonianze che individuano la diffusione delle piode della Valmalenco risalgono al Ne veniva fatto uso prevalentemente nella costruzione dei tetti, fino ad allora realizzati in paglia e scandola. La tradizione orale racconta che la produzione delle cave del Giovello ebbe inizio intorno al 1400, seppur la mancanza di documenti renda difficile datarne con esattezza l'avvio dei primi cantieri; quello che è certo, però, è che in quel periodo le piode malenche erano già abbondantemente conosciute anche fuori valle. Pareri contrastanti, invece, riguardano l'origine di questa attività mineraria, da alcuni attribuita all'inventiva della gente del posto, da altri relegata al sapere di abili forestieri che portarono le proprie conoscenze in Valmalenco. In quei tempi, infatti, numerosi erano i passanti che transitavano in valle dal Passo del Muretto: commercianti, soldati e viandanti che potrebbero aver trasmesso agli abitanti della valle le tecniche di estrazione e di lavorazione della roccia situata lungo la via di passaggio (il Giovello appunto). Eppure non è da escludere nemmeno l'ipotesi che la scoperta sia da attribuire ai locali: la presenza di una roccia tanto scistosa, come è il serpentino, e la facilità di lavorazione con pochi semplici strumenti avrebbero potuto favorire l'inizio di una fiorente produzione mineraria. primi passi di questa nascente I forma di artigianato sfruttarono attrezzi e modalità semplici, quasi rudimentali. Ben presto, però, non fu più sufficiente. Si cominciò a fare uso del fuoco, tecnica precedentemente utilizzata nelle miniere di ferro e di rame, per generare fratture nella roccia che facilitassero l'estrazione. La legna migliore, ricca di resina che assicurava perciò una maggior resa di calore, era quella dei boschi di pino mugo di Giumellini e Entova. Il mattino i cavatori, dopo aver ripulito l ambiente da brace e cenere, si apprestavano Valmalenco Perforazione manuale con stämp e mazza cubia (1979, foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). al disgaggio con mazze e cunei. Solo nel 1600, il fuoco verrà sostituito dalle mine: piccole e profonde cavità nella roccia riempite di polvere pirica, detta anche polvere nera, che esplodendo staccava importanti volumi di serpentino, agevolando il lavoro dei cavatori in termini di tempo ed energie. Individuate quindi le banche di serpentino buono, si preparava in superficie lo spazio dove raccogliere e lavorare le lastre di pietra: in corrispondenza dell'imbocco della cava, che si sviluppava nel sottosuolo, veniva allestito un terrazzino con l'ausilio di muri a secco, protetto a sua volta da una tettoia, la teciada. Qui, i lotti di roccia estratta venivano scissi e rifiniti in pratiche piode. Accanto, non potevano mancare la ca de la pulénta e la ca di fèr, la prima per la preparazione del pranzo, la seconda per gli attrezzi. La sponda, mano a mano che il minerale veniva estratto e lavorato, si ricopriva di detriti; era compito delle donne, mogli dei cavatori, trasportare gli scarti delle opere di finitura oltre lo spazio di attività. Ogni cava era gestita da una compagnia e aveva un proprio 8 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Il Giovello 9 Spacco manuale di lastre grezze (foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco).

7 Speciali di primavera Valmalenco Lavorazione delle piode sotto la tettoia (1979, foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). Fondamentale nella stesura dell'articolo: Annibale Masa, A Chiesa, un tempo, 'si andava a Giovello', Tipografia Mevio, Sondrio Preparazione manuale di un foro da mina (1979, foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). Per approfondire: AAVV, Serpentinoscisto della Valmalenco, Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco, TLC Grafica, Torino nome, spesso riferito al soprannome dei giovellai. Ricordiamo, a titolo di esempio, il giuèl del pinacul, il giuèl di cabèi, il giuèl di schenatum, quello di bac e quello di prémul. Nel corso degli anni, numerose cave sono state scoperte, sfruttate seguendo le vene buone e in seguito abbandonate. Nel 1957 il Distretto Minerario di Milano (oggi sostituito negli incarichi dalla Regione Lombardia) impose al comune di Chiesa il rilevamento topografico di tutte le cave del Giuèl. Il risultato fu un vivace intreccio di gallerie esteso e complesso che registrava l'apice nella cava dei Pauletti con ben 175 m di profondità. Purtroppo, nessuna ulteriore cartografia venne più realizzata durante gli ultimi anni di attività: risulta perciò impossibile conoscere l'evoluzione dell'ambiente minerario che ha portato all'abbandono della sponda nel 1987, quando anche l'ultima delle compagnie, quella di Olivo Gianfranco, cessò l'attività nel suo cantiere di Zòt Ciàta. Oggi, quel che resta dell'antica area è stato nuovamente censito e registra ventotto cave sotterranee con una lunghezza variabile da 80 a 280 metri. Le Compagnie Il lavoro nelle cave del Giuèl era lungo, faticoso e complesso, impossibile da condurre per un solo operaio. Ogni cantiere era gestito da un gruppo di persone, detto Compagnia, con mansioni e responsabilità differenti. Nessun documento scritto legava i componenti di ciascun nucleo operativo, che si impegnava nei confronti dei propri compagni sulla parola. La lealtà e il rispetto reciproco stavano alla base della vita in cava. Generalmente formate tra padri e figli, parenti e amici stretti, in un numero variabile tra i due e i cinque individui secondo necessità, le Compagnie prevedevano per tutti i membri il diritto al lavoro e la suddivisione paritaria del prodotto ricavato. Addirittura, i gruppi più antichi non prevedevano la presenza di capi: tutti avevano pari diritti e dignità. Solo nel 1933 quando, a seguito del riconoscimento di sfruttamento del suolo pubblico a fini minerari, venne introdotto nel regolamento una nuova voce; l'articolo 8 così citava: "i vari operai di una data cava dovranno eleggersi un Capo Squadra o Capo Compagnia che verrà assumendosi le responsabilità dei singoli lavori nei riflessi della legge di Polizia mineraria." In realtà, nonostante questa nuova imposizione, nulla o quasi cambiò per i lavoratori: il ruolo di Capo veniva generalmente conferito al più anziano o al più prestante con l'assenso di tutti, senza necessità di elezione alcuna, ciò nonostante le decisioni e l'operatività venivano comunque gestite democraticamente e collegialmente. I rapporti fra le varie Compagnie erano buoni, poche furono le liti a memoria d'uomo: lo spirito di collaborazione portava spesso i cavatori a prestare polveri per le mine, carburo per le lampade, a volte sale e farina per la polenta. Non conosciamo con esattezza il numero di Compagnie che operava sul territorio del Giovello; in una statistica dell'economista Melchiorre Gioia datata 1813 si parla di circa una cinquantina di operai. Lo stesso documento descrive l'attività del cavatore come secondaria rispetto alle principali occupazioni negli alpeggi e nelle coltivazioni; al Giovello il lavoro veniva perciò sospeso da aprile a novembre: la redditività in quei mesi era scarsa, pare che il guadagno medio giornaliero per persona si aggirasse intorno ai 75 centesimi di lira. Solo negli ultimi decenni del XIX secolo, l'attività del giovellaio divenne, in alcuni casi, quella principale. Una vita spesa in cava Nel corso degli anni di attività, ovviamente, le abitudini che scandivano il lavoro in cava mutarono, evolvendo verso una più confortevole modernità. Vale la pena, però, fare una riflessione su quanto caratterizzava i cavatori nel passato. Abbigliamento Il gelo invernale e i freddi venti che soffiavano dalle Tremogge, costringevano i giovellai a un abbigliamento molto pesante; alcuni sostenevano addirittura che la quantità di lana indossata ogni giorno fosse pari all intera pelliccia di una pecora! 10 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Il Giovello 11

8 Speciali di primavera Valmalenco I vestiti abituali venivano protetti con giacche e pantaloni da lavoro che di sera erano accuratamente appesi nella ca de la pulénta. Ai piedi calzavano scarpe chiodate e ghette di lana spesse e alte fino al ginocchio. Quando il clima lo permetteva, invece, erano i pedü la scelta abituale: tipiche scarpe di pezza della Valmalenco cucite dalle donne della famiglia nelle lunghe sere passate intorno al fuoco. Gli operai che lavoravano all interno della cava portavano zuculùn di legno. Grosse calze di lana, un cappello e guanti foderati sul palmo con del fustagno completavano la "divisa" del giovellaio. Tutti i capi e le calzature utilizzati erano ovviamente soggetti a forte usura e poiché dovevano durare nel tempo subivano frequenti rattoppi. In un contesto di povertà, quale era quello in cui si viveva allora, non si buttava via niente. Il pranzo Fino ai primi anni '60 il piatto quotidiano al Giovello fu la polenta. Di facile preparazione e molto economica, era particolarmente indicata nella dieta dei cavatori perché garantiva sazietà per lunghe ore. In realtà, il granoturco venne importato dall'america non prima del Prima di allora la farina per preparare la polenta era ottenuta macinando differenti cereali (segale, frumento, miglio, etc.) insieme a legumi e ortaggi. In una relazione inviata nel 1813 all'economista Melchiorre Gioia si legge: "Sono pochi anni, che si è introdotta in Malenco la coltivazione del Grano Turco". Veniva coltivato prevalentemente in località Vassalini e lungo la soliva Valle del Lanterna. La polenta preparata al Giovello era particolarmente asciutta e spezzettata (ancora oggi si parla di pulénta da giuelää), tanto che era possibile mangiarla direttamente con le mani. Alle undici circa il cuoco di ciascuna compagnia si recava nella Ca de la pulénta, un locale Tecnica di spacco manuale (foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). Antico cantiere di lavoro (1979, foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco). di pochi metri quadri, provvisto di tettoia e focolare, dedicato alla preparazione del pranzo. Il brùunz (recipiente in ghisa) veniva riempito d acqua; aggiunta la farina, che a turno ciascun cavatore si premurava di portare da casa, era compito del cuoco rimestarla con il pal. A mezzogiorno in punto, all urlo di l'è cöcia" tutti gli operai si radunavano nei pressi del proprio focolare e pranzavano insieme. Qualcuno portava con sé del formaggio, qualcun altro accompagnava la polenta con salsicce di produzione casalinga. Per alcuni il companatico mancava del tutto. Saranno gli anni '60/70 a segnare il primo vero cambiamento: gli affari andavano a gonfie vele grazie a una crescente domanda sul mercato delle piode. Ogni aspetto della vita nelle cave del Giovello ne risentì posi- 12 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Il Giovello 13 L'area del Giovello oggi (22 ottobre 2006, foto archivio Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco).

9 Speciali di primavera Valmalenco tivamente, anche quello alimentare: le ca de la pulénta furono realizzate più ampie e spesso dotate di fornelli a legna o a gas, suppellettili e elementi d'arredo provenienti dalle abitazioni. Questo nuovo benessere permise alle Compagnie di acquistare direttamente diversi generi alimentari, tra cui pasta, riso, burro, formaggio e pane. Il passaggio successivo di questa rapida evoluzione portò, infine, a un cambiamento ancor più radicale: grazie ad un rinnovato servizio di spartineve esteso fino al Giovello, i cavatori ebbero, finalmente, la possibilità di rientrare a casa in auto per mezzogiorno e pranzare con la propria famiglia. La salute La vita dei cavatori era tutt altro che facile ed era continuamente minata dai pericoli che il territorio celava. Gli infortuni sul lavoro capitavano sovente: un masso che si staccava all improvviso, un esplosione prima del tempo, una frana di detriti dalla cava sovrastante, l utilizzo maldestro dei ferri da lavoro. Nonostante i giuelää sdrammatizzassero e ironizzassero spesso circa la sicurezza nelle cave (è loro il detto "i fèr i gà minga i öcc' "), si ricordano diversi incidenti, in alcuni casi purtroppo mortali, in altri invece causa di ferite, mutilazioni, o piccoli inconvenienti come semplici escoriazioni o dita schiacciate. Anche all'esterno della cava, in realtà, i pericoli erano tanti. Al di là delle calamità naturali, del tutto imprevedibili, come valanghe e esondazioni del Mallero, i detriti che ricoprivano la pendice del Giuèl, estremamente ripida e franosa, minavano la sicurezza della strada sottostante, collegamento con Chiareggio. Un documento del tempo illustra la proposta di stabilire un orario unico, da mezzogiorno alle 15, in cui tutte le Compagnie provvedessero allo scarico dei detriti, predisponendo un uomo di guardia sulla strada che garantisse l'incolumità dei passanti. L'ingresso di una delle ultime cave in località Giovello (5 luglio 2009, foto Roberto Moiola). ambiente, già di per sé piuttosto disagiato, costringeva L' spesso i cavatori a vivere in condizioni dannose anche per la loro salute, causando talvolta malesseri, altre volte gravi malattie. Dal semplice mal di schiena, dovuto al peso dei materiali che venivano trasportati all interno dei cantieri, alle irritazioni a gola e occhi, causate dal fumo della legna ancora verde o tagliata in cattiva luna che bruciava all'interno della cava o dal carburo delle lampade, diversi furono i casi di malattie polmonari e febbri reumatiche, tipiche di ambienti umidi e con forti escursioni termiche tra interno ed esterno. In pochi casi capitò la silicosi, malattia emblema dei minatori causata dall'inalazione di polvere di roccia: al Giuèl la quantità di polvere di roccia era piuttosto limitata, quantomeno fino all introduzione delle perforatrici ad aria compressa nell'attività quotidiana. Nel biennio 1949/51, venne infine realizzata una piccola infermeria nei pressi del Ponte del Giovello, dotata dei medicinali di primo soccorso. Progetti per il futuro Nel 1974 nasce il Consorzio Artigiani Cavatori della Valmalenco, con lo scopo di fornire agli associati servizi utili alle attività di estrazione e lavorazione del serpentino. Le aziende consociate detengono un sapere ormai secolare grazie all inscindibile rapporto che lega i valligiani alle ricchezze del territorio. Con lo scopo di salvaguardare e allo stesso tempo valorizzare il patrimonio storico legato all'attività estrattiva di serpentino in Valmalenco, che risulta essere la più datata e presente a livello mondiale in questo unico sito, il consorzio ha portato avanti un progetto tanto ambizioso quanto degno di stima, volto alla diffusione e alla condivisione della memoria e dei saperi artigianali tramandati localmente di generazione in generazione. Protagonista: il Giuèl. L'idea è quella di descrivere il serpentino attraverso un percorso museale a più tappe, che tocchi riferimenti geografici, tecnici, storici e culturali. L'iniziativa, strettamente coordinata allo sviluppo sul territorio di altri simili progetti (ad esempio la Miniera della Bagnada), mira a perseguire il concetto di museo diffuso di valle: un progetto innovativo rivolto certamente ai valligiani, per rafforzare in loro il senso di appartenenza alla propria cultura, ma anche a tutti i visitatori della valle. Il progetto prevede il ripristino dell'area del Giuèl mediante la realizzazione di un itinerario che permetta di capire le esperienze di intere generazioni di cavatori. E' prevista la realizzazione, peraltro già avviata, di un fabbricato d'accoglienza al cui interno saranno allestiti uno spazio museale, un area espositiva e un aula didattica dove organizzare laboratori per le scuole e convegni. Dal museo si diramerà un sentiero pedonale che permetterà di Tutisti visitano il Giovello (5 luglio 2009, foto Roberto Moiola). raggiungere l'antico sito estrattivo del Giuèl. Sul tracciato d accesso agli imbocchi delle ventotto cave sotterranee rimaste, oggetto di ripristino e messa in sicurezza, alcuni fabbricati utilizzati anticamente per la lavorazione della pietra verranno ristrutturati, riportati allo stato originario e corredati da numerosi esemplari di attrezzi del mestiere, con lo scopo di condividere, ancora una volta, un patrimonio altrimenti destinato all oblio. L area dell antico Giuèl sarà oggetto di recupero strutturale e, grazie alla sua naturale conformazione, diverrà anche oggetto di una progettazione artistica che mira a farne un opera di Land Art: un'interpretazione museale non invasiva che, rivisitando elementi del paesaggio, propone una visione della realtà originale e degna di riflessione. A sostegno dell'intero progetto, nel 2009 è stato realizzato una seconda importante iniziativa: il festival "I giorni della pietra". Una quattro giorni ricca di contenuti culturali, volta a celebrare le tradizioni legate agli antichi saperi minerari, con un programma di tutto rispetto: visite guidate, mostre tematiche, incontri musicali dal titolo Suoni di pietra con maestri della percussione, concerti, percorsi enogastronomici ed eventi artistici che hanno portato alla realizzazione di quattro sculture ad opera di artisti di fama internazionale, oggi in mostra permanente a Chiesa nella contrada del Curlo. La manifestazione, che nella sua prima edizione ha fatto registrare un'ottima affluenza, cercherà un secondo successo nel L'appuntamento è fissato per domenica 4 luglio 2010, per una giornata dedicata alla scoperta delle contrade e dei sapori malenchi; per l'occasione verrà svelato il nome della contrada che, seguendo l'esempio del Curlo, ospiterà la seconda edizione del Festival "I giorni della Pietra" ed avrà l'onore di esporre le opere che realizzeranno artisti del calibro di Roland de Jong Orlando (Olanda), Beppe Bonetti (Italia), Moises Preto Paulo (Portogallo) e Giuseppe Zecca (Italia). 14 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Il Giovello 15

10 Speciali di primavera Le serpentiniti Carmen Mitta Tra le rocce della Valmalenco, le serpentiniti sono le più rilevanti sotto il profilo volumetrico e certamente le più rappresentative. Nessuno scorcio del paesaggio ne è privo; prima o poi l occhio le avvista, e ne coglie forme e colori. Geologicamente parlando, esse sono molto diverse dalle altre rocce presenti in valle. Diverse per genesi e per composizione mineralogica. Marmi, paragneiss, micascisti e quarziti sono di origine crostale, dunque più superficiali, e nulla hanno in comune con le serpentiniti, le quali, con la loro derivazione profonda, attestano quanto sia stato elevato il grado delle forze che, stappandole al mantello, le ha infilate tra le rocce della crosta terrestre. Tutto è successo durante l orogenesi alpina e il suo metamorfismo, in un intervallo di tempo compreso tra 110 e 30 milioni di anni. Sezione sottile a nicols incrociati di serpentinite massiccia. La composizione mineralogica è la stessa della foto precedente. Si notano le maggiori dimensioni degli individui cristallini e il medesimo livello di cristalli, minuti ed isorientati, di antigorite. Pirosseni e olivina, invece, condividono lo spazio con grossi cristalli di antigorite che non hanno un orientazione preferenziale, ma sono messi in disordine. Da qui una scistosità meno evidente e la compattezza della roccia. Serpentinoscisto. Sezione sottile a nicols incrociati. Ben evidente l alternanza di due livelli subparalleli, mineralogicamente differenti: uno, di colore grigio, composto da un feltro di minuti cristalli isorientati, di antigorite e l altro, con colori vivaci, costituito da pirosseni e olivina, di dimensioni maggiori. Quest ultimo livello è compenetrato da individui aghiformi di antigorite. La foliazione della sezione, e dunque la scistosità della roccia, è determinata dalla alternanza dei livelli e dall orientazione dei minerali. Studi petrografici, supportati da abbondanti dati di terreno e di laboratorio, dimostrano che il massiccio ultrabasico della Valmalenco, al quale le serpentiniti appartengono, costituiva il mantello litosferico sottocontinentale della falda Margna in epoca pre alpina. (Trommsdorff & al., 1993; Münterer & Hermann, 1996; Münterer & al., 2000). Per quanto concerne la composizione mineralogica, le serpentiniti, sono rocce costituite prevalentamente da un solo minerale, l antigorite associata a pochi altri minerali, quali olivina, pirosseni, clorite, magnetite. La scistosità più o meno evidente dipende dalle pressioni subite dalla roccia durante la sua storia. Al microscopio le due varietà, serpentinoscisto e serpentino massivo, si differenziano anche per l aspetto. Il primo è caratterizzato da un alternanza millimetrica e sub-millimetrica di livelli antigoritici a grana finissima, con altri di olivina e clinopirosseni; marcata foliazione. Il secondo possiede grana più grossolana e foliazione meno evidente. Adèss té špiéghi Giovanni Morelli, classe 1923, è l'uomo che da oltre 17 anni sta realizzando dei modelli miniaturizzati degli antichi ambienti e macchinari un tempo diffusi in Valtellina. Testi e foto Marino Amonini 16 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Giovanni Morelli 17

11 Speciali di primavera Artigiani La Valtellina nel passato, passata attraverso una ostinata capacità di ricerca, osservazione ed elaborazione, è concentrata qui, nello straordinario unicum realizzato dall artigiano villasco. visitare il laboratorio museale che Giovanni Morelli ha A concentrato nella sua ex officina di Villa di Tirano si corre un solo rischio: restarne stregati. Tanto dal fascino dei modellini lillipuziani che vi sono stipati quanto dalle efficacissime spiegazioni che l inossidabile artigiano del sapere e del fare sa dare a ogni domanda, a ogni curiosità, a ogni sfumatura di ciò che rappresenta l ampia rassegna di strutture e utensili da lui realizzati in oltre vent anni. Tutto è cominciato nel 1985, quando Giovanni ha potuto godere della pensione. Divorato dalla curiosità di conoscere, sostenuto da una capacità intuitiva e da una non comune manualità, l ex meccanico di moto, motocarri e wagen, ha ritrovato una nuova dimensione ed una nuova stagione: il passato. Nello svolgere la bobina della sua memoria hanno ritrovato posto e smalto la cucina, la stanza, la casera, la latteria, il mulino, la segheria, la fucina poi ancora, la bottega del calzolaio, il torchio e la cantina, la pila, la folla, il telaio... Riproduzioni di ambienti e di utensili con fedeltà assoluta, quasi maniacale nella scelta dei materiali, delle proporzioni, dei dettagli e nella precisione. Quattordici ambienti in cui leggervi una dignitosa povertà di vita ed un ingegno aguzzato proprio per riscattarsi da questa. Impossibile non restarne ammirati. L armonia formale che si coglie osservando minuziosamente la cucina o la stanza di un tempo lievita ad entusiasmo quando lo sguardo osserva un mulino, una segheria o una pila funzionare perfettamente. Perfettamente! L unica variante, legittimamente adottata, è che in sostituzione all energia idraulica che azionava in origine questi opifici, Giovanni si avvale di qualche minuscola manovella che fa girare la pala, ossia ciò che produceva la forza dell acqua. Valtellina nel passato condensa in pochi metri quadri decenni di storia valliva; gli ambienti realizzati da Giovanni Morelli sono testimonianze vive di un vissuto comune. Gli utensili, i manufatti accendono memorie di lavoro, di mestieri un tempo diffusi, di tecniche tanto semplici quante ingegnose. Un mondo pressoché scomparso, quasi cancellato dalla memoria e dalla didattica salvo le sopravvivenze isolate nei musei etnografici decisamente Nel suo costruire sono fondamentali le capacità del falegname, del carpentiere, del muratore, del fabbro, del tornitore, del lattoniere, dell'imbianchino e con il valore aggiunto di saper miniaturizzare il tutto. meno rappresentativi degli ambienti di Giovanni e nelle rappresentazioni folcloristiche e presepistiche che costellano le valli. In aggiunta alle 14 vette (paragonabili agli ottomila ) costituite dagli ambienti di vita e lavoro brillano intere bacheche di utensili da bosco, da fieno, da campagna, una straordinaria rassegna di carri, carrette, priale. E ancora aratri, carrelli per filare, mastelli, tini e botti, mulinelli per granaglie, mole da arrotino, utensili d uso quotidiano; una quantità di manufatti difficili da inventariare. La panoramica sugli oggetti è limitata dagli spazi; il demone del lavoro che ha intossicato Giovanni fin dall infanzia si è scatenato quando il dinamico artigiano ha chiuso con la lunga attività professionale e si è divertito cimentandosi come polivalente in questa inimitabile avventura. Indiscutibilmente bravo nel fare, Giovanni si esalta con gli interlocutori che si rivelano appassionati al tema; eccolo allora diventare torrentizio nel descrivere dove, come, quando e perché quegli opifici funzionavano così, come in cantina o in latteria le sequenze osservavano una scrupolosa liturgia di gesti e di tempi. Si rivela il suo sapere: antico, solido, ampio e soprattutto appassionato. Giovanni è andato in ogni dove della Valtellina e Valchiavenna per osservare una segheria ad acqua, un mulino, una pila, una folla capirne il respiro e i segreti, studiarne i particolari ed elaborarli in scala. Tanto gli era già in testa per aver visto durante l infanzia quei luoghi, quegli attrezzi, ma era necessario più di un ripasso, più di una testimonianza per attivare la sua divorante voglia di conoscerli e ricostruirli. Pazienza, tenacia e passione lo hanno poi supportato per dar forma e vita alla Valtellina nel passato e liberare la sua genialità costruttiva. Ad oltre 17 anni da quando l indimenticato Ferry (Ferruccio Scala) ne pennellò un gustoso ritratto sul n 62 del Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, restano invariati gli interrogativi su cosa ne sarà e dove andrà l ampia rassegna di manufatti griffati Giovanni Morelli. Scrisse allora il Ferry: "E poi come dice lui: «Ho settant anni e non venti. Questi lavori hanno bisogno di manutenzione. Ogni due o tre anni bisogna vitalizzare il legno, nutrirlo, tenerlo pulito. Tener puliti i meccanismi, ingrassarli, 18 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Giovanni Morelli 19

12 Speciali di primavera La Valtellina nel passato di Giovanni Morelli è un capitale di cultura da investire. Molti hanno ammirato la sua opera, qualche mostra e pubblicazione hanno rivelato il talento dell artista e la qualità dei suoi manufatti; gli elvetici più di tutti lo hanno gratificato nelle visite e nell interesse. Un sostanziale disinteresse hanno invece mostrato associazioni ed enti che pure menano vanto di promuovere, valorizzare, formare, sostenere. Solo parole al vento. Uno squarcio nell indifferenza l ha aperto da due anni un intelligente progetto della Valtellina Rurale s.r.l., una società composta da quattro liberi professionisti valtellinesi: Fulvio Santarossa, Nadia Andreis ed i fratelli Daniele e Matteo Sambrizzi. Il 29 settembre 2008 è iniziata l attività dell impresa con l acquisto di beni immobili costituiti da vecchi fabbricati a Villa di Tirano in località Contrada Beltramelli e di fondi agricoli. Tra le vecchie dimore figura anche la casa paterna di Giovanni. La società si propone in partenrship con gli enti territoriali, associazioni no profit, soggetti singoli e consorziati del settore agricolo, di promuovere il recupero degli storici edifici in proprietà al fine di sviluppare attività multiple dell agricoltura di montagna, legate ad attività didattiche di pubblica fruizione e di incentivazione turistica. Il progetto elaborato è davvero articolato ed ambizioso; un modello di recupero mutuato da realtà europee ben note nel saper coniugare cultura, armonia ambientale e sviluppo. rinnovare il grasso. Proprio come veri posti di lavoro o officine. Chi c è stato lo sa. E poi? Dove finiranno, a chi potranno servire, insegnare qualcosa specie alle giovani generazioni che non sanno nulla di quel che è stato prima di loro Questa è vera cultura, perché legata ad ognuno di noi, in Valtellina.» Giovanni è contrario al fatto che il suo materiale vada a finire in un museo, magari sempre chiuso o con orari che vietino l afflusso dei giovani e dei meno giovani. Basterebbe, a mio avviso, assegnare a Giovanni uno stabile dove possa svolgere la continuazione di questo lungo racconto, spiegando il suo sapere. Forse darebbe il via a quel caro progetto che anche io accarezzo da quando mi trovo in pensione: fare in modo che la gente possa muovere le mani, fabbricare, costruire, quando ormai ha già dato il suo contributo alla società. Giovanni a 87 anni ha programmato di realizzare nei prossimi due anni due capitoli complementari: gli attrezzi per i lavori ambulanti (magnani, muléta, ombrellai, seggiolai, spazzacamini, ) e i vecchi giochi dei bimbi (con i loro essenziali giocattoli ). In tal senso si appella a quanti vogliano fornirgli testimonianze, documentazione e letteratura sugli argomenti, un aiutino per implementare la sua memoria. Anche la verve di Giovanni è inesauribile. Quando si sono esaurite le curiosità scaturite dai suoi manufatti e dal suo sapere stuzzicategli l ironia di cui è dotatissimo. Chiedetegli di quella ilare storia di cannabis rimbalzata sui quotidiani e settimanali locali nel luglio 2005 che quasi gli fece udire un tintinnar di manette! Il verbale delle Fiamme Gialle campeggia in bella vista sul pilastro centrale del suo regno di Lilliput. Allora Giovanni? Adess te spieghi! Contrada Beltramelli: passato e futuro Fare di contrada in abbandono un polo culturale che salda il passato al futuro, un lembo di comunità al suo territorio e questi agli anelli virtuosi dei sapori, dei saperi, del turismo sostenibile con valenza transnazionale. L opera di Giovanni Morelli in quel progetto e in quel contesto assume rilievo, lo connota, diventa un prezioso strumento didattico capace di attivare ricerche e stimoli per le nuove generazioni. Gli obiettivi del progetto Rural Resort in sintesi sono: - la salvaguardia e valorizzazione della tipologia storica di architettura rurale della contrada Beltramelli; - la conservazione degli elementi e degli archetipi dell architettura contadina: l involt, la lobbia, la casa a ringhiera ecc. - il recupero delle testimonianze dell economia di sussistenza contadina tradizionale, lo sviluppo delle funzioni multiple. Profilo d'artista Giovanni Morelli nasce a Villa di Tirano l 11 aprile Frequenta, integrando lo studio coi lavori agricoli, l avviamento al lavoro, tre anni a Tirano, che perfeziona con "solo officina" e guadagna subito un posto in officina da Perego a Tirano. Due anni dopo riceve la cartolina precetto; va in grigioverde a Milano, Bologna e Torino come autiere e lì frequenza un corso per meccanici Fiat per un anno intero. Finisce il militare nel 43 e torna a casa, ma per sfuggire ai rastrellamenti si rifugia in Svizzera. Con altri valtellinesi e lombardi viene sistemato per la quarantena nei pressi di Berna. Una famiglia di contadini elvetici lo ingaggia per i lavori di campagna; possiedono un trattore e subito ne diventa il conduttore. Per 22 mesi, salariato con la paga stabilita dal governo elvetico, sgobba, fa esperienza e guadagna da vivere. Torna a Villa di Tirano, riprende l attività da Perego finchè uno screzio con la proprietà lo induce a cambiare mestiere. Per un anno insegna all Istituto Professionale di Tirano, ma la passione per il fare prevale su quella di insegnare; la Perego lo richiama e in quell officina ci sta fino al Maturata una solida esperienza si mette in proprio, nella casa paterna adatta una vecchia stalla a officina e avvia l attività. Nel 1955 sposa Lina Bassi da cui ha due figli. Sempre nel 1955 costruisce una nuova officina sul ciglio della Statale, dove, sfruttando i telai ed i motori della Fiat quintali, inizia anche a costruire wagen agricoli. Accorcia i telai, irrobustisce i semiassi, elabora la trazione e nella sua officina prendono vita oltre cinquanta esemplari di robusti automezzi per gli agricoltori del mandamento tiranese. Tutti regolarmente omologati e a norma, anche se ancor oggi rimpiange l esosa parcella saldata all ingegnere milanese che aveva firmato quei certificati. Nel 1985 giunge la pensione. Basta automezzi, basta orari senza fine. Da una sfida con un amico, impegnato a costruirsi il modello della nuova abitazione, parte la scintilla che lo porta a buttarsi a capofitto nelle ricostruzioni degli ambienti del passato. Quasi nell indifferenza generale; non compreso, non incoraggiato. Solo la moglie lo ascolta e approva il suo divorante fare. Artigiani Giovanni Morelli sorride leggendo il verbale delle Fiamme Gialle che lo denunciavano per detenzione di cannabis (18 gennaio 2010). Per otto anni Giovanni studia, ascolta, produce, assembla poi finalmente qualcuno comincia ad osservare con interesse i suoi manufatti. Nel 1993, prima la Biblioteca di Chiuro con una mostra e una pubblicazione, quindi il Notiziario della Banca Popolare rivelano al pubblico la straordinaria opera di Giovanni Morelli da Villa di Tirano. Nel 1996 muore la moglie Lina; oltre al dolore per la perdita gli tocca riorganizzare i ritmi domestici. Ora Giovanni si rivela anche provetto cuoco e scarella pizzoccheri con la stessa precisione chirurgica con la quale ha elaborato la Valtellina nel passato. Sempre da uno sguardo al passato, ha insistito con alcuni volonterosi locali a ripristinare le 7 grandi croci, a mo di punti trigonometrici, che punteggiavano un tempo gli alpeggi di Villa di Tirano. Mai tardi! si dice al Tirano! Ma anche "Mai stracc e Mai fermo" l inossidabile Maestro villasco! 20 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Giovanni Morelli 21

13 Speciali di primavera L'ora di Fratello Sole Piero Gaggioni San Giacomo e Filippo, località Laghizzuola: meridiana con forte esposizione E e perciò dotata di gnomone gigante (foto Gianni de Stefani). Tirano, Piazza della Basilica della Madonna. Complesso a doppio orologio a ore italiche e a ore francesi con doppio gnomone che si trova sulla faccia SE della basilica. E' stato recentemente restaurato e mancano i due gnomoni (23 gennaio 2010, foto Nicola Giana). 22 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Meridiane 23

14 Speciali di primavera Meridiane La gente va in montagna per i motivi più svariati; il mio personale interesse legato alle zone rurali in quota, strano e piuttosto singolare, è la ricerca di meridiane. Non di rado, infatti, ho rilevato che tra gli antichi borghi e nuclei di comunità abitative (di cui oggi molte abbandonate) sono presenti delle meridiane. Il termine meridiane, di uso comune, deriva dal latino meridies cioè mezzogiorno ed è riferito a quella linea che indica il mezzogiorno solare vero di ciascuna località, ma forse sarebbe più appropriato definire le meridiane con la giusta terminologia: orologi solari. Sì, perché in effetti quelle che noi comunemente chiamiamo meridiane sono dei veri e propri orologi perpetui alimentati dalla luce del sole. Le sorprese che un orologio solare correttamente costruito ci riserva vanno ben oltre la semplice e scontata indicazione delle ore: il costruttore, oltre alla imprescindibile parte squisitamente tecnica, talvolta riporta numerosi dettagli coreografici di completamento, esclusivamente dettati dal gusto personale come la data di realizzazione, i segni dello zodiaco, cornici esterne, motti o scritte di varia natura e genere, curve astronomiche, linee di costruzione, classificazione e forma del ferro che genera l ombra ed altro ancora. Non dobbiamo considerare un orologio solare come un oggetto appartenente ad un passato ormai lontano e superato dalla tecnologia nucleare, la quale scandisce il tempo legando il concetto di secondo alla transizione tra i due livelli iperfini dello stato fondamentale del cesio 133, ma qualcosa di vivo ancora nel presente e in grado di fornirci molte informazioni storiche e geografiche. Per dare una lettura attenta di una meridiana dovremmo: - confrontare l'ora con quella del nostro orologio da polso per verificarne la correttezza; - osservare la linea degli equinozi (ovvero quella linea che taglia orizzontalmente, tipicamente con scarsa angolazione rispetto al piano di costruzione, la raggiera oraria ) che indica qualitativamente l asse estovest, da cui si deduce facilmente il nord; - valutarne lo stato di conservazione, quindi di utilizzo e funzionalità attuali, alterazioni o interventi successivi alla costruzione come eventuali restauri o modifiche; - notare le dimensioni del quadro e sua lettura, talvolta possibile da distanza anche considerevole, grafica delle ore e delle scritte, tecnica di costruzione (riporto di calce, affresco, incisione, graffiato, su ceramica o altro materiale); - leggere motti ed iscrizioni varie. Queste ed altre considerazioni di carattere squisitamente tecnico, per lo più a beneficio degli gnomonisti più esperti, non sono sempre, e con certezza, riscontrabili su ogni meridiana. Oltre alle meridiane "professionali" si trovano meridiane dipinte senza il rigoroso rispetto dei macchinosi e complessi algoritmi che stanno alla base delle tecniche costruttive presenti nella letteratura dedicata, ma realizzate con licenza poetica. A me piace ritornare con il pensiero a qualche anno fa ed immaginare che i caricatori d alpe, siano essi in gruppo organizzato che conduttori singoli, ovvero in regime familiare, durante i lunghi ed assolati pomeriggi estivi trascorsi a guardia del bestiame, in attesa della mungitura serale, si mettessero a giocare con l ombra che il proprio bastone, conficcato nell erba, proiettava sul terreno confrontando, quotidianamente, l armonico andamento del percorso che l ombra descriveva sullo stesso e, sulla base della reiterazione di questo procedimento empirico, segnare dei precisi riferimenti relativi alle ombre correlate alle varie posizioni del sole in determinati periodi delle stagioni e della giornata; e perché no, successivamente, mutuare questo gioco su una parete verticale e riportare su di essa gli stessi riferimenti. Così possono essere nate alcune delle meridiane che, pur non essendo precise e affidabili per tutto l arco dell anno, sono comunque degne di apprezzamento e plauso per la loro silenziosa presenza e per quanto esse fossero parte integrante e testimoni di un costume di vita ormai scomparso. In Valtellina la maggior diffusione delle meridiane è concentrata sulla mezza costa, meglio se ben esposta al sole e per un maggior numero di ore, laddove l abitato costituiva la dimora stanziale delle comunità. Qui è più facile scovare le vecchie meridiane maestosamente affrescate o dipinte, talvolta anche con criterio minimalista volto all essenzialità della loro funzione. Esse si trovano sui muri delle Chiese, delle case parrocchiali o delle dimore importanti, su palazzi blasonati, oltre che sui campanili dove, spesso e volentieri, fungevano da perpetui regolatori ai primi prototipi degli orologi meccanici. Nel corso dei secoli sono state costruite un'infinità di meridiane strettamente correlate e dirette figlie della cultura e delle tradizione di ogni civiltà e nazione. Sono così nate le meridiane a ore italiche, babilonesi, astronomiche, francesi, curve, concave, convesse, piane, inclinate, reclinate, sferiche, geometriche, a riflessione, immerse in liquido sfruttando la diffrazione ottica, insomma chi più ne ha più ne metta. Capitolo a parte meritano i motti: possono essere gioiosi ("per gli amici qualunque ora"), beneaugurati ("Segno solo le ore serene"), oscuri moniti ("ogni grandezza il tempo al fin risolve, in pianto, in fumo, e l uomo in polve"), Leggere l'ora della meridiana In Valtellina esistono sostanzialmente due tipi di meridiane, a ore italiche e a ore francesi. Talune sono ibride e riportano entrambe le notazioni. Quelle a ore italiche, comuni dall' XI alla metà del XVII secolo, contano le ore a partire dal tramonto (l'intervallo tra tramonto e tramonto è suddiviso in 24 ore). L'informazione sulle ore di luce rimanenti che fornivano era dato cronologico fondamentale per quella società di matrice contadina. Con le campagne napoleoniche, invece, si diffusero quelle a ora francese o astronomica, dove è indicato l'intervallo tra la mezzanotte e la mezzanotte del giorno successivo suddiviso in 24 ore. Per leggere l'ora di una meridiana a ora francese (per quelle a ora italica la procedura è ben più complessa) e confrontarla con quella del nostro orologio da polso è necessario correggere il dato numerico indicato dall'ombra che lo gnomone proietta sulla superficie ricevente, secondo due scostamenti fondamentali: - quello dovuto alla longitudine (fuso orario rispetto al meridiano dell'etna [15 est] a cui il nostro orologio da polso fa riferimento. Ad esempio Sondrio, che è a circa 10 est, ha un fuso orario di 5 x 4'/grado=20 minuti); - quello legato all'equazione del tempo (differenza di +14/-16 minuti dovuta alle variazioni della velocità di rotazione della terra attorno al sole nei vari mesi dell'anno). La terra infatti, oltre al moto di rivoluzione vere perle di saggezza ("fai buon uso del tuo tempo") o semplicemente scherzosi ("Muta io son eppur ti dico in mia favella che l ora di polenta e la più bella"). Una cosa è certa: l uomo ha cercato La meridiana costruita nel 1674 sulla Chiesa di San Martino a Tirano (23 gennaio 2009, foto Nicola Giana). E' una meridiana a doppia indicazione oraria: in nero sono indicate le ore italiche, in rosso le ore francesi. Linea equinoziale: L'ombra della punta dello gnomone scorre su questa linea durante l'equinozio di primavera (22 marzo) e l'equinozio di autunno (23 settembre). Sono inoltre riportati i segni zodiacali di Cancro, Capricorno, Bilancia, Ariete. Quando, ad esempio, l'ombra dello gnomone di questa meridiana segnerà il mezzodì l'1 aprile il nostro orologio indicherà circa le 13:23 (+ 1 ora per l'ora legale, + 20' circa per la differenza di longitudine tra Tirano e il meridiano dell'etna, +3' per l'equazione del tempo). di catturare il tempo piegandolo alle proprie necessità, ma il tempo, da sempre, cattura l uomo trascinandolo inevitabilmente con sè Per approfondimenti: Piero Gaggioni, L'ora di Fratello Sole, Litografia Mitta, Sondrio gen feb mar apr mag giu lug ago sett ott nov dic attorno al proprio asse che dura 24 ore, ruota attorno al sole compiendo in un anno un'orbita ellittica. Secondo le leggi di Keplero la velocità di rotazione è massima nei punti più vicini al sole e minima nei punti più lontani. La composizione del moto di rivoluzione e quello di rotazione determina così delle anomalie i cui valori possono essere ricavati o dalla curva a forma di 8 disegnata su talune meridiane (rappresenta l'equazione del tempo) e su cui l'ombra del mezzogiorno indica il valore della correzione, oppure dalla comoda tabella soprastante dove sono indicati i minuti di correzione in base al mese dell'anno. 24 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Meridiane 25

15 Speciali di primavera Gli ultimi prati di Sondrio Franco Benetti Tra l argine dell Adda e la tangenziale della città a sud, Via Marinai d Italia e Corso Europa a nord, Via del Ponticello, Via Samaden, Via Donatori di sangue e Via Brigata orobica a ovest e ancora Corso Europa a est fino alla tangenziale, vi è un area che costituisce, insieme al Sentiero Valtellina una delle poche aree verdi utilizzabili dai cittadini del capoluogo, come sfogo per le passeggiate del tempo libero. Prati della periferia nella nebbia mattutina (inverno 2007, foto Franco Benetti). Quella a sud-est di Sondrio è un area destinata per gran parte a zona agricola con solo alcune porzioni destinate ad area residenziale e a uso pubblico ed è già parzialmente utilizzata da abitazioni private e aziende agricole che vi allevano i loro animali e che vi tengono prati per lo sfalcio stagionale; vi sono inoltre incluse, l autorimessa della STPS, la sala del Regno dei Testimoni di Geova, un'area destinata agli orti per gli anziani, un altra destinata al deposito materiale edile, un veterinario e oltre a piccole aziende che si occupano di taglio pietre, rappresentanza e vendita auto e di spurghi, le sedi dell Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell Emilia, dell Associazione Provinciale Allevatori, di una grossa azienda di servizi come l ASM e del Consorzio Tutela Formaggi Valtellina Casera e Bitto. Tutta questa zona è anche attraversata da numerosi canali, attualmente assai trascurati, ricettacolo di sporcizia e rifiuti di ogni genere; è infatti usanza di pochi maleducati, utilizzare questi canali e le strade che li costeggiano per gettarvi i loro rifiuti che svariano dalle batterie d auto fino ai materassi e alle poltrone. Rifiuti di ogni tipo è facile anche trovare ai margini dell area occupata dall ASM che, anche solo per una questione di immagine, potrebbe preoccuparsi di curare maggiormente il look della propria sede sociale. Questi canali, con i caratteristici filari di salici che li costeggiano, che un tempo, non solo qui, ma anche in altre zone della periferia e del fondovalle, erano ricchi di fauna (gamberi di fiume e le trote, i ramarri, le salamandre, le libellule e i coleotteri,...) sono ormai da tempo abbandonati a sé stessi, e vi si riversano anche gli scolatoi con sfiatatoio delle fognature del quartiere est di Sondrio, che quando, per qualche particolare motivo non trovano via libera per il depuratore scaricano nel canale che attraversa Via Bormio, impestando irrimediabilmente quella poca acqua pulita che i canali stessi risucchiano dal fratello maggiore che scende all Adda dalla centrale Enel situata a est del cimitero e sotto i vigneti dell area Grumello. Salici lungo i canali (inverno 2008, foto Franco Benetti). Fanno da bordura a questi canali, che un tempo ricevevano l acqua anche dalla rete dei malleretti che passano sotto la città e che costituiscono o costituivano (dopo l intervento che ha squarciato e scavato Piazza Garibaldi e giardini limitrofi) una ricchezza da salvaguardare, filari di bellissimi salici e pioppi, canneti e cespugli di Buddleya, Viburnum, ed Everonymus dalle caratteristiche bacche rosse. Nonostante il degrado tutta l area è ancora ricca di fauna, che sarebbe opportuno salvare e non avvelenare con qualsiasi tipo di scarico pestilenziale. Di questa diamo una sintetica visione con le fotografie a corredo di questo articolo: oltre a uccelli abbastanza comuni come il merlo, la rondine, il piccione, la tortora dal collare, il balestruccio, il pettirosso, la cinciallegra, il fringuello, la ballerina bianca e gialla, lo scricciolo, il cardellino, il codibugnolo e la cinciarella, è presente il picchio rosso maggiore e il picchio verde, il picchio muratore, il saltimpalo, la volpe, l astore, lo sparviere, il gheppio e la civetta e di passo anche qualche nibbio, il martin pescatore, la pavoncella, il ciuffolotto, l averla cinerina, il saltimpalo, il rampichino e il frullino; sono presenti poi il germano reale che talvolta, al riparo delle canne, vi nidifica e limicoli come il corriere piccolo. Nel corso del 2009 si sono avuti degli incontri tra rappresentanti della popolazione residente e le autorità competenti tra cui in primis il Comune di Sondrio e il Consorzio o Comprensorio dell Adda (si vorrebbe 26 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Gli ultimi prati di Sondrio 27 Sondrio

16 Speciali di primavera poi coinvolgere anche la Comunità Montana, allo scopo di dare vita a un progetto per la salvaguardia dell area che tenda a eliminare i guai attualmente presenti (soprattutto relativi alla pulizia delle acque dei canali e delle aree limitrofe impedendo gli scarichi fognari e studiando un sistema più efficiente di prelievi d acqua pulita dal vicino canale dell Enel), a preservarla da danni futuri (costruzioni o altro che riducano ulteriormente, occupandoli, i pochi prati attualmente presenti), a curare che non si facciano scarichi abusivi di immondizie o che si taglino o rovinino le poche piante presenti. Non si chiedono interventi costosi o distruttivi della realtà presente che va solo preservata. Si potrà poi in seguito, una volta che saranno ottenuti dei risultati concreti, passare ad esaminare la possibilità di creare un piccolo Parco dei canali della periferia di Sondrio. Nell area indicata sono già attive varie aziende agricole oltre all attività di un apicoltore privato e di un coltivatore di piccoli frutti. Tra queste in via Bormio, quindi proprio al centro dell ipotizzato parco agricolo, è operativa da anni una piccola azienda che produce e vende direttamente al pubblico latticini pregiati, esempio da seguire per qualità dei prodotti e riduzione dei costi dovuta ad accorciamento della filiera e polo attrattivo già consolidato per i cittadini che qui nel tempo libero passeggiano, accompagnano i loro cani, corrono o pedalano. Dalla salvaguardia del nostro territorio tutti abbiamo da guadagnare, sia chi vi vive e lavora nel capoluogo, sia i passanti, i turisti e gli amanti della natura che, con il loro contributo e il loro corretto modo di comportarsi, possono contribuire ad arricchire il parco rendendolo, nei limiti possibili, sempre più gradevole e accogliente. Salviamo l ultima area agricola I cittadini si mobilitano e danno vita ad un comitato per salvaguardare l area periferica dell Agneda Un gruppo di cittadini della periferia Est del capoluogo è deciso a promuovere la salvaguardia dell ultima area agricola nella piana di Sondrio. Si tratta della zona detta Agneda, che costituisce insieme al Sentiero Valtellina, una delle poche aree verdi utilizzabili dai cittadini del capoluogo, come sfogo per le passeggiate del tempo libero. E un area destinata per gran parte a zona agricola con solo alcune porzioni residenziali e a uso pubblico ed è già parzialmente utilizzata da abitazioni private e aziende agricole che vi allevano i loro animali e che vi tengono prati per lo sfalcio stagionale. Il rischio di un progressivo degrado della parte ancora coltivata, viene avvertito dalle persone che si stanno muovendo per promuovere la creazione di un parco agricolo nell area ancora intatta. Tutta questa zona è anche attraversata da numerosi canali, attualmente assai trascurati che a detta dei residenti - sono ricettacolo di sporcizia e rifiuti di ogni genere [ ] (dall' articolo di Paride Dioli comparso sul Giorno del 25 agosto 2009) Cosa ne pensa il sindaco Un primo stop al degrado della zona da parte del Comune, è stato dato con il parere negativo alla costruzione di una nuova centralina che una società privata vorrebbe realizzare alla foce del canale Enel ex-vizzola nell Adda. Al riguardo il sindaco Alcide Molteni precisa che nel Piano regolatore generale l area viene classificata come FP1 e cioè ad alto valore ambientale. Infatti a monte della stessa c è la vasta area agricola dell Agneda nella quale è possibile realizzare una intelligente riqualificazione agricola eco-sostenibile. La zona Asm spiega il primo cittadino verrà riqualificata e il deposito sarà spostato come anche gli impianti di cava presenti che non sono affatto contemplati in quell area e non sono certo definitivi. Infatti proprio perché l esistente andrà rimosso, l ente locale ritiene che sia assolutamente controproducente autorizzare un nuovo capannone in zona Parco Adda-Agneda. La stessa Regione, con l operazione Foreste di pianura, ha già destinato tutta la fascia golenale del Castelletto ad area di riqualificazione ambientale. Noi ci opporremo alla centralina in tutte le sedi e andremo sino in fondo. Chiediamo alla Provincia di fare altrettanto formulando parere negativo. (Il Giorno del 25 agosto 2009) Vitellino alla poppata (estate 2008, foto Franco Benetti). Una città a misura d'uomo? La modernità non porta solo progresso, ma talvolta, specie se avviene in modo esplosivo e non pianificato, seguono effetti collaterali che peggiorano notevolmente la qualità della vita. Sondrio e il suo circondario sono state travolte sia dalla speculazione edile, che ha fatto sparire quasi completamente il verde e le zone rurali, che dal vortice del consumismo e della distribuzione di massa che rischiano di cancellare le piccole realtà produttive, quelle dove ancora vive il rapporto diretto tra consumatore e produttore e lega il produttore al territorio stesso. espansione edilizia ed edifici inutili area presa in esame per l'ipotetico Parco dei canali della L periferia di Sondrio non è edificabile a parte un piccolo settore sotto Via dei Marinai d Italia, che è stato edificato proprio nel corso del 2009; d altra parte Sondrio, dopo il boom espansivo degli anni sessanta-settanta che ha visto allargarsi l area urbana sotto la ferrovia con la creazione del nuovo quartiere della Piastra, ha segnato il passo in quanto ad aumento della popolazione e a richiesta di nuovi appartamenti; nonostante questo, i costruttori edili non sono stati con le mani in mano: sono sorte nuove costruzioni nella zona nord sotto l ex manicomio e nella zona di espansione commerciale-artigianale verso Trippi, per non parlare di quelli che sono ormai definiti gli ecomostri dell area Carini, i cui spazi sembra siano rimasti fino ad ora in larga parte ancora invenduti. Questa progressiva occupazione di territorio alla periferia di Sondrio, che ormai ha portato a una quasi unione di fatto tra Sondrio e i comuni di Montagna (Trippi) a est, di Albosaggia (Porto) a sud e di Castione a ovest, costituisce un motivo in più per difendere strenuamente quei pochi prati rimasti nell area sud-est della città. Vendita diretta e filiera corta Di fronte all affermarsi sempre più massiccio della grande distribuzione, quali sono i punti a favore della vendita diretta? Franco Benetti Aziende agricole presenti nella zona Sondrio La vendita diretta, usufruendo di una filiera più corta, permette di offrire prodotti che al consumatore costano circa il 30% in meno rispetto alla grande distribuzione. La vendita diretta aiuta l ambiente dato che permette di risparmiare sugli imballaggi che sono ridotti al minimo mentre l agricoltore che gestisce l azienda svolge anche un utile lavoro di cura e giardinaggio sul territorio utili alla comunità. La vendita diretta è sinonimo di maggiore qualità. La qualità superiore del prodotto (sempre chiaramente in presenza di garanzie di lavorazione effettuata con i dovuti canoni igienici) è certa dato che il consumatore può verificare personalmente come sono allevati gli animali da cortile o da stalla, maiali, mucche, pecore ecc. e come sono coltivate la verdura e gli ortaggi. La vendita diretta come anche la piccola distribuzione permettono di conservare il rapporto diretto umano e di fiducia personale tra venditore-consumatore, cosa praticamente impossibile nella grande distribuzione dove domina l impersonalità del rapporto. La vendita diretta a cui in genere è collegata un azienda agricola permette di conservare quelle tradizioni lavorative che un tempo in famiglia erano tramandate di padre in figlio: l allevamento del bestiame, l arte casearia, la preparazione dei salumi, la coltivazione degli ortaggi, la lavorazione del vigneto, il taglio periodico del fieno ecc. Azienda agricola Della Maddalena Andreina - produce latticini Azienda agricola Della Maddalena Stefano - alpeggiatore in Acquanegra in Valmalenco Azienda agricola Parolo Ezio - produce latte alimentare Azienda agricola Gandossini Renato - produce latticini Azienda agricola Zani e Della Maddalena - produce e vende direttamente al pubblico rinomati prodotti latticini artigianali e vino Azienda agricola Brunalli Fortunata - produce latticini con maggengo a Carnale Tutte queste sono aziende proprietarie di un certo numero di capi di bestiame per la produzione del latte o per il solo carico d alpe o maggengo. Azienda agricola Gandossini Sergio - produce piccoli frutti Azienda agricola Sertorelli - produce mais Azienda agricola Bertini Bruno - produce vino Azienda agricola Libera Maura - alleva cavalli 28 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Gli ultimi prati di Sondrio 29

17 Speciali di primavera Piccoli animali nell ecosistema dei canali circondati dai salici Paride Dioli grandi salici che costeggiano I alcuni canali in località Agneda, nella periferia est di Sondrio, sono l esempio principale di un agricoltura inserita nel contesto del paesaggio e dell ambiente naturale, nel segno della continuità tra gli agro-ecosistemi e il bosco fluviale. Infatti i prati della piana valtellinese, coltivati secondo i riti della fienagione, venivano circondati da filari di salice i cui rami - da quelli più grossi a quelli più sottili - venivano utilizzati nella fabbricazione delle gerla e delle ceste oltre che per legare i viticci. Si trattava cioè di una coltivazione parallela a quella della vite. Contemporaneamente avveniva uno scambio tra i macroinvertebrati che abitavano i due ecosistemi contigui. Salici e pioppi fungevano da riparo ombroso, durante l estate, a coloro che si riposavano dopo le fatiche del taglio del fieno e della successiva lavorazione. Sostituivano i gazebo dei ristoranti che oggi si allungano sui marciapiedi di strade e piazze in città. Questo ambiente, di derivazione antropica, non mancava però di offrire ospitalità anche a diversi animali che costruivano nidi e tane nel cavo dei salici o sulle sponde dei canali. Dalla primavera all autunno non era raro osservare nei prati i cumuli di terra delle talpe che, costruivano il nido principale alla base di un salice, evitando così la zona inondabile durante l irrigazione periodica estiva. Sempre alla base delle piante si trovavano i ripari per vari roditori, dalle arvicole ai quercini. Biscia d acqua, raganella e biacco completavano l elenco dei vertebrati. Tra gli invertebrati non mancava il Gambero di fiume autoctono (Austropotamobius pallipes). Nei fossi non inquinati si può ancor oggi scorgere il Ditisco (Ditiscus marginalis), coleottero predatore, sempre attivo alla ricerca delle sanguisughe e di larve di insetti da aggredire e succhiare con le potenti mandibole scanalate. Cinciarella sulle canne (inverno 2008, foto Franco Benetti). Pettirosso su Viburnum (inverno 2007, foto Franco Benetti). Codibugnolo su Ontano (primavera 2007, foto Franco Benetti). Sulle piante di salice è tutt ora presente un corteggio di insetti che contendono alla pianta ogni spazio vitale. Si assiste perciò a una tenace resistenza da parte del salice che mantiene vive alcune parti del tronco, permettendo così ai suoi rami e alle foglie di prosperare, mentre altre porzioni vengono degradate dalla invadenza di vari coleotteri, sino all attacco finale di formiche e funghi. Tra i cerambidi dalle lunghe antenne, si riconoscono il Grande Capricorno (Cerambyx cerdo) attivo volatore al tramonto e l Aegosoma (Aegosoma scabricorne) quest ultimo dalle antenne molto rugose e dai costumi notturni. Di giorno si ripara negli incavi del tronco. Sui rami frondosi, dove sgorga la linfa se vengono incisi dalle mandibole potenti di questi insetti, si trova anche l Aromia (Aromia moschata) un insetto dal colore verde dal profumo inconfondibile di muschio che i nostri vecchi imprigionavano nelle tabacchiere per aromatizzare il tabacco stesso. Di qui il nome che Carol Linné (Linneo) diede a questo cerambice. Commensali al banchetto della linfa dolciastra sono anche la Cetonia (Cetonia aurata), di un bel verde smeraldo con tacche più chiare sulle elitre, e altre specie appartenenti alla stessa famiglia come la Eupotosia affinis, la Potosia cuprea, la Netocia morio, la Liocola lugubris e la rarissima Potosia fieberi, tutte assieme spesso incredibilmente presenti sui salici nell intera piana di Sondrio. Difficile da vedere di giorno ma non raro nelle serate della tarda primavera anche il Cervo volante (Lucanus cervus) il più grande coleottero europeo con i suoi sette centimetri di lunghezza. Molto comune in certe annate anche lo Scarabeo rinoceronte (Oryctes nasicornis) la cui larva, a forma di C come quella del Maggiolino, ma di dimensioni nettamente maggiori, vive a spese di sfasciumi del legno nella zona radicale dei ceppi tagliati. Una vistosa specie predatrice è poi la Calosoma (Calosoma sycophanta), in certe annate assai numerosa alla caccia di bruchi della Limantria dispar, una farfalla spesso dannosa proprio ai salici. Naturalmente abbondano, soprattutto Vanessa Atalanta (primavera 2008, foto Franco Benetti). Cerambice e, sotto, libellula su ortica(estate 2008, foto Franco Benetti). alla fine dell estate le libellule più grandi e vistose come le Aeschna sp. e alcune farfalle dalle ali iridescenti come l Apatura ilia e, in primavera, la Cedronella (Gonepteryx rhamni), dalle ali giallo-limone nel maschio e l Aurora (Anthocaris cardamines) il cui maschio ha l apice delle ali anteriori color arancio vivo. Tra le ninfalidi non mancano l Antiopa (Vanessa antiopa), che sverna e ricompare in marzo, e la Sondrio Vanessa multicolore (Nymphalis polycloros) sorella maggiore della Vanessa dell Ortica (Vanessa urticae), la più comune nei prati assieme alla Cavolaia (Pieris rapae). In un concetto di Parco urbano estensivo, con la possibilità di aree di ri-naturalizzazione, anche questi lembi residuali di agro-ecosistema tradizionale, avrebbero validi motivi di esistere, al riparo dall antropizzazione. 30 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Gli ultimi prati di Sondrio 31

18 Speciali di primavera Sport invernali Sci di fondo provare per credere una disciplina invernale economica e adatta a tutti che permette di migliorare la propria forma fisica, aumentare la coordinazione del proprio corpo e rilassare la mente nel contesto di splendidi scenari innevati Beno Appassionato di montagna come sono, era inammissibile non avere mai messo gli sci da fondo. Così, deciso a colmare questa mia lacuna, ho iniziato a informarmi sulla disciplina per non arrivare al banco di prova impreparato. la storia Lo sci di fondo nasce, come le ciaspole, dall'esigenza delle popolazioni nord europee e asiatiche di muoversi in uno scenario che è innevato per molti mesi all'anno. L'intuizione porta l'uomo a comprendere l'utilità di uno strumento che, oltre al galleggiamento sulla neve, permetta maggiori velocità nei tratti in discesa grazie allo scivolamento. Nascono così i primi rudimentali sci. La loro datazione è impossibile, ma già nelle incisioni rupestri i cacciatori talvolta sono raffigurati con delle assi ai piedi. I reperti più antichi risalgono a 4500 anni fa e sono stati ritrovati sui Monti Altai in Siberia. Sono attrezzi diversissimi dagli attuali: uno di questi sci è lungo, sottile e serve per lo scivolamento, mentre l'altro, più corto, largo e rivestito di pelle di renna, è adibito alla trazione. Descritti in letteratura fin da prima di Cristo, diventano anche preziosi ausili militari. Il re svedese Sverre, ad esempio, vince nel 1100 una battaglia grazie agli sci. Sempre in Svezia, Gustavo Svasa, tenta inutilmente di fomentare una rivolta contro gli invasori danesi. Deluso dagli svedesi, decide di andare in esilio. Percorre 90 km, da Salen a Mora, dove viene raggiunto poco prima del confine da due sciatori che lo richiamano per unirsi agli insorti. Così egli guida la Svezia verso l'indipendenza dai danesi e viene incoronato nel 1523 Re di Svezia col nome di Gustavo I. In ricordo di questa vicenda nel 1922 nasce la gran fondo Vasaloppet, una gara di sci di fondo che si snoda sullo stesso percorso. Il primo sciatore italiano è stato il parroco di Ravenna, Francesco Negri, il quale aveva fatto questa esperienza durante un viaggio in Lapponia attorno al Ma poi più nulla finchè nel 1890 esce a Londra il libro di Fridtjof Nansen The First Crossing of Greenland, riguardante appunto la sua impresa di traversata con gli sci della Groenlandia. Adolfo Kind, ingegnere svizzero naturalizzato italiano, colto da entusiasmo per il libro di Nansen si fa spedire dalla Svizzera 2 ski Jacober in frassino. Ai primi esperimenti, segue l'attività di propaganda sciatoria in Italia, naturalmente di sole discipline nordiche. Nel 1901, all'interno del CAI nasce lo Ski Club Torino, primo in Italia, finalizzato agli allenamenti nel pattinaggio e nelle escursioni con gli sci. Il gruppo conta 29 elementi, tra cui i più esperti alpinisti dell'epoca (Hess, Dumondel, Valbusa,...). Adolfo Kind è eletto presidente e mantiene tale carica fino al 1907, quando muore a 32 Le Montagne Divertenti Fondisti a Santa Caterina Primavera (7 febbraio 2010 Le Montagne Divertenti Sci di fondo , foto Giacomo Meneghello).

19 Speciali di primavera Sport invernali soli 59 anni durante un'ascensione sul Bernina. Nel 1902 nasce lo Ski Club di Milano, nel 1903 per lo sci di fondo è la svolta: viene scoperta la sciolina di tenuta (le pelli a tale scopo erano utilizzate fin dalle origini degli sci). Composta da una miscela con cera d'api, la sciolina aumenta l'attrito statico e riduce quello dinamico tra sci e neve, permettendo così allo sci di non scivolare all'indietro, pur scorrendo agevolmente in avanti. Durante la Prima Guerra Mondiale lo sci di fondo trova applicazioni militari tanto che vengono formati interi reparti di sciatori per l'addestramento dei quali sono ingaggiati istruttori stranieri. Negli anni lo sci di fondo ha quindi assunto connotati prettamente sportivi e agonistici. tecniche e attrezzatura le braccia. Per questa ragione gli atleti che praticano questa disciplina hanno braccia possenti. Nelle competizioni di tecnica classica non sono permessi movimenti di skating. Nello skating gli sci scorrono alternativamente divaricati in punta e diagonali rispetto al senso di marcia su terreno privo di binari. A differenza della tecnica classica, lo sci è sempre in movimento, anche in fase di spinta, aumentando così i tempi di applicazione della forza, la continuità dell'azione e perciò anche la velocità. La scarpetta è più alta. L'attrito tra sci e neve avviene grazie alla presa di spigolo degli sci, visto che non è presente sciolina sul fondo. I movimenti degli arti superiori e inferiori devono essere coordinati e l'azione più rapida. Le competizioni di skating sono anche chiamate "tecnica libera" perchè è possibile utilizzare anche lo stile pattinato. Benefici fisici Lo sci di fondo è uno sport completo perchè fa lavorare tutta la muscolatura e ha benefici anche sulla circolazione e sull'apparato respiratorio. L'impegno muscolare e il conseguente aumento di tono, come già accennato, è diverso nelle due tecniche. Nello skating si sfruttano particolarmente i glutei, i quadricipiti e i polpacci, mentre nella tecnica classica sono le spalle, le braccia e il dorso ad essere maggiormente sollecitati. "Essendo una attività prolungata nel tempo, a bassa intensità di sforzo, migliora l efficienza cardiaca, stimolando la capacità del cuore di pompare sangue nei vasi e in circolo, irrorando i tessuti. Viene potenziata la capacità di ventilare aria e ossigeno in maniera continuativa, migliorando la capacità respiratoria complessiva e dei singoli atti respiratori [...]. Fa anche dimagrire. La quantità di lavoro svolta aiuta a bruciare grassi, a patto di seguire già da prima un alimentazione corretta e senza difetti. Un ora di sci di fondo, ad andatura normale, permette di smaltire circa 400 calorie. Ma non solo. Il miglioramento della circolazione si ripercuote anche sui vasi capillari e su quelli linfatici, evitando la formazione della cellulite o migliorando la situazione di ristagno dei liquidi nei tessuti in quelle donne che hanno questo problema estetico e funzionale. Infine, il cuore, contraendosi, funziona da pompa sulla circolazione periferica, stimolando il ritorno del sangue venoso, evitando la formazione delle fastidiose varici. 3 consigli / avvertenze Lo sci di fondo è uno sport che non può essere totalmente improvvisato, visto l'impegno muscolare richiesto. Sebbene sia attività aerobica con sollecitazioni medio-basse dell'apparato cardiocircolatorio, necessita tuttavia, per i soggetti con vita sedentaria, una 3 - Tratto dall'intervista di Umberto Gambino al dottor Sergio Lupo, dirigente medico dell Istituto di Scienza dello Sport del Coni, pubblicata su preparazione continuativa durante l'anno propedeutica alla stagione invernale. Per ottenere benefici, inoltre, serve praticare fondo per almeno 50 minuti senza interruzioni. Sarà perciò opportuno per i meno allenati raggiungere queste durate di allenamento gradualmente. Per apprendere la tecnica è consigliabile farsi seguire nelle prime uscite da un maestro o da un fondista esperto. L'attrezzatura generalmente può essere noleggiata nei pressi degli impianti con circa 10 euro. Essendo le velocità moderate, il rischio di infortuni gravi è basso: serve molta sfiga per arrivare a lussarsi una spalla o fare una distorsione al ginocchio. Nei soggetti meno allenati, le prime sedute possono comportare dolori articolari o muscolari, ma cio che non uccide fortifica! L'attrezzatura utilizzata è composta da bastoncini (devono arrivare quasi all'altezza dell'ascella) e da sci su cui la scarpetta è fissata solamente in punta, permettendo così la mobilità del tallone. Gli sci e le scarpette sono di diversa tipologia a seconda della tecnica che si vuole praticare. Gli stili del fondo sono due: quello classico 1 e lo skating 2, introdotto ad alto livello solo nell'inverno dal finlandese Siitonen. Nella tecnica classica, la più facile da apprendere, si viaggia su binari battuti. Lo sci è guidato e anche la scivolata risulta più sicura. La scarpetta è avvolgente e alta fino alla caviglia. La spinta avviene sia con le braccia, grazia all'ausilio dei bastoncini, sia con le gambe che trasmettono la spinta grazie alla sciolina di tenuta o a delle scaglie presenti sulla parte centrale della soletta degli sci. Si ha ancoraggio solo quando la posizione del baricentro è centrale sugli sci. All'aumentare della velocità è sempre più breve il periodo in cui l'atleta si trova a poter spingere con le gambe, fino ad arrivare alla condizione per cui la forza può essere impressa solo con 1 - Detto anche alternato. 2 - Detto anche pattinato. A sx sciata in skating e a dx sciata pattinata sulle nevi di Santa Caterina (7 febbraio 2010, foto Giacomo Meneghello). 34 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Sci di fondo 35

20 Speciali di primavera Sport invernali I Gemelli di Chiareggio chiudono la valle. Il giro di boa presso Forbicina. Località Carot in discesa (29 gennaio 2010, foto Beno). Dopo tanta teoria, il 29 gennaio è giunta l'ora che provi lo sci di fondo. Mi affido al mio amico Carlo che mi porta nel Centro Sportivo San Giuseppe in Valmalenco, uno splendido comprensorio per lo sci di fondo a circa 40 minuti da Sondrio. Carlo mi racconta che ha conosciuto questa disciplina circa due anni fa e da allora se ne è innamorato, tanto da farne appassionare anche sua madre che ora spesso lo segue. Una giornata all'aria aperta, passata in luoghi incantevoli praticando uno sport che distende anima e corpo, questo è il perchè del fondo amatoriale. Raggiungiamo località Sabbionaccio, a un km dalla chiesa di San Giuseppe in direzione Chiareggio 1. Presso il Bar Isola c'è il noleggio e con 10 euro ci procuriamo tutta l'attrezzatura. Essendo la mia prima uscita Carlo mi consiglia di prendere quella per il pattinato, perchè è più facile da imparare. Abituato allo scialpinismo, ho subito la stranissima sensazione di avere ai piedi attrezzi troppo leggeri. Inoltre il tallone non si muove solo su e giù, ma anche lateralmente. Serve equilibrio. Senza troppi preliminari, iniziamo la nostra avventura, lanciandoci sull'anello più lungo: quello che sale fino a Forbicina, oltre Chiareggio, per poi tornare a Sabbionaccio dopo circa 15 km percorsi. Inizialmente ho difficoltà a trovare il baricen- 1 - Lasciata l'auto nei pressi delle cave di marmo, si deve scendere per la stradina fino alla piana alluvionale del Mallero nota come Sabbionaccio. tro giusto per riuscire a spingere anche con le gambe. Lo sci mi scappa sempre indietro perchè sto troppo sulle punte. Risolvo l'inconveniente "andando di braccia" come un disperato. Man mano che imparo lo stile, ci inoltriamo nel silenzio e nella pace della valle di Chiareggio. Passiamo il Carot, sentendoci come statuette nel presepe, poi continuiamo a salire fino a Senevedo e di lì, superati un paio di tornanti ripidi, iniziamo ad ammirare la corona di vette che orla la valle con le imponenti moli del Disgrazia, delle Cime di Chiareggio e dei Gemelli di Chiareggio: Cima di Vazzeda e Cima di Rosso. Il paesaggio fa dimenticare la fatica, e in men che non si dica siamo al giro di boa nei pressi di Forbicina. Veniamo superati da un fondista attempato che, con lo skating e senza troppo impegno, ci brucia a velocità doppia. Inizia il veloce ritorno accanto al Mallero che rumoreggia per scrollarsi di dosso l'abito ghiacciato. Al tornante sono obbligato a imparare come si curva. Direi che è una specie di spazzaneve, ma la posizione è assai diversa rispetto a quella che si tiene con lo sci da discesa. Quando si prende velocità inoltre lo sci sbacchetta. Provo anche a cadere (tecnica suggerita dalla FISI se non ci si riesce a fermare) e capisco che non ci si fa male. In meno di due ore e con solo un po' di mal di braccia, si conclude il nostro anello. Un bella esperienza, sicuramente consigliabile, che mi ha riposato e rilassato prima di tornare a impaginare Le Montagne Divertenti! La Sassa d'entova e il Sasso Nero chiudono l'orizzonte a NE. 36 Le Montagne Divertenti Primavera 2010 Le Montagne Divertenti Sci di fondo 37

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