Giuseppe Barbera. Agricoltura e Paesaggio nella Sicilia arabo normanna

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1 Giuseppe Barbera Agricoltura e Paesaggio nella Sicilia arabo normanna La rivoluzione agricola araba A partire dalla conquista di Palermo nel 831, la Sicilia diventa uno dei terminali più importanti di quel lento diffondersi di uomini, di beni, di tecnologie e d idee che dal VI secolo si diffonde sotto il segno dell Islam dai deserti e dai pascoli della penisola arabica. L isola diventa protagonista di una grande civiltà e le scienze e le tecniche agrarie elaborate dalla civiltà islamica costituiscono, per il mondo occidentale e per i secoli futuri un lascito di straordinario e innovativo valore, una vera rivoluzione agricola. La radicale novità, apportata dai dominatori musulmani nell agricoltura siciliana, si manifesta non tanto nell introduzione di singole tecnologie quanto nella diffusione di un nuovo sistema agrario, costituito da piante, tecniche, conoscenze elaborate da grandi civiltà agricole, integrate in un organizzazione sociale ed economica anch essa nuova. L agricoltura che discende dalla nuova cultura agronomica e che a partire dal IX secolo si afferma in Sicilia è non solo più evoluta della coeva agricoltura europea ma, anzi, ne segnerà il futuro. La stessa persistenza, nel dialetto siciliano di numerosi termini di derivazione araba che si riferiscono alle innovazioni apportate nel mondo occidentale è testimonianza di una diffusione ampia e generalizzata durante la dominazione islamica che ancora oggi persiste in molti sistemi agrari tradizionali. Le basi scientifiche della nuova agricoltura e le ragioni del suo successo nel mondo mediterraneo possono essere ritrovate e approfondite, in assenza di un originale elaborazione siciliana, nei testi degli agronomi di Al Andalus. I rapporti tra la Sicilia e la regione iberica sono accertati da scambi di esperienze e contatti, ed è in ogni modo possibile fare riferimento alle scuole agronomiche di Cordoba, Toledo e più tardi Siviglia, anche per l appartenenza allo stesso universo politico, culturale e ambientale. Nella Sicilia musulmana erano probabilmente conosciuti sia testi classici come l Agricoltura Nabatea di Ibn Wahsiyya, che agli inizi del IX secolo raccoglieva le conoscenze dell esperienza mesopotamica, sia le opere andaluse contemporanee: il Calendario Agricolo di Ari Ben Said, il Trattato di Agricoltura di Abu al Jayr e l omonimo testo di Ibn Bassal, agronomo di Toledo, che nei suoi viaggi di studio ha anche visitato la Sicilia e che nel suo testo fa esplicito riferimento a piante e tecniche dell agricoltura siciliana 1. Successivo al dominio islamico in Sicilia è, invece, il Trattato di Agricoltura di Ibn Al Awwam, opera enciclopedica del XII secolo, che raccoglie espliciti riferimenti all agricoltura isolana tali da consentire di verificare come anche la Sicilia, con le sue tecniche e le sue piante, abbia contribuito allo sviluppo agricolo del mondo islamico. La scienza agronomica araba si fonda sulla consapevolezza della necessità di salvaguardare la fertilità del suolo, rileva l importanza della concimazione e dell irrigazione, riconosce che acqua e nutrienti, nell ambiente mediterraneo, sono risorse limitate il cui uso agronomico va, attraverso il riciclaggio e il risparmio, ottimizzato. Evidenzia una visione olistica dell agricoltura: l innovazione apportata nel settore dell irrigazione non si manifesta tanto con l introduzione, che pure è avvenuta, di nuove tecnologie, quanto con la consapevolezza che si opera in uno spazio idraulico all interno del quale diverse tecnologie (macchine e manufatti idraulici, mulini, sistemazioni del suolo, rotazioni, consociazioni, colture) concorrono nell utilizzare al meglio la risorsa acqua, differenziando nel tempo e nello spazio le produzioni, collegando in sistema le diverse funzioni irrigue, energetiche, microclimatiche, estetiche 2. La padronanza dell acqua consente, anche, di coltivare nello stesso ambiente specie molto differenti per esigenze agronomiche. I giardini privati e reali sono il luogo privilegiato per l introduzione delle specie nuove o della riscoperta di alcune prima non apprezzate. Hanno anche funzione di osservazione botanica ed agronomica. Sono luoghi dove gli affari si mischiano al piacere, alla scienza, alle arti 3 ; le piante vi giungono come curiosità ornamentali e, una volta riconosciuto un interesse economico, vengono riprodotte e diffuse nelle campagne.

2 Il successo della nuova agricoltura islamica non ha però fondamenta solo di carattere agronomico. Il diffondersi delle nuove colture e delle nuove tecnologie è indubbiamente favorito dall affermarsi di un nuovo assetto fondiario, da una differente fiscalità che favorisce l incremento della produttività del lavoro e della terra, dagli ampi e remunerativi mercati offerti da un accentuato sviluppo urbano e demografico. Le tecnologie idrauliche ed irrigue, provengono dall esperienza acquisita nelle regioni siccitose dell oriente e del Maghreb, sono già conosciute in forma semplificata nel mondo classico ma vengono, certamente, perfezionate dalla scienza musulmana e, soprattutto, valorizzate all interno di sistemi omogenei dal punto di vista fisico, economico e sociale. La grande novità appartata dalla rivoluzione agricola araba è, quindi, rappresentata dall integrazione di tecnologie che captano, distribuiscono ed utilizzano l acqua per colture che, per i loro caratteri ecologici, la valorizzano grandemente. Il territorio della pianura che circonda Palermo, è in tal senso uno spazio idraulico, esemplare per i suoi caratteri e di grande produttività secondo Ibn Hawqal - mercante e geografo persiano che nel 973 visita la città -che così lo descrive: La maggior parte dei corsi d acqua nei terreni... sono utilizzati per l irrigazione dei giardini per mezzo di norie. La popolazione possiede un gran numero di giardini... e i frutteti sono situati a buona distanza dalle acque e non sono irrigati naturalmente, come avviene in Siria...numerosi corsi d acqua scorrono da ovest ad est e dove l acqua corrente è in grado di far girare un mulino e d altronde in più punti vi sono mulini in attività. Lungo questi corsi d acqua, dalla fonte alla foce nel mare, si stendono acquitrini e terreni coperti da cespugli, dove cresce la canna di Persia, orti e campi che producono zucche 4. Tra le tecnologie diffuse in epoca musulmana, Ibn Hawqal cita esplicitamente la noria che era, forse, già conosciuta in epoca romana, com è stato accertato per la Tunisia. Le norie romane erano, però, ruote idrauliche senza ingranaggi, mosse dall acqua e utili solo in presenza di grandi fiumi o canali, mentre quelle arabe avevano ingranaggi, erano azionate da forza animale e permettevano, attraverso il prelievo da pozzi, l irrigazione di piccoli campi, risultando così certamente più rispondenti ai caratteri idrografici del territorio palermitano e alle necessità della sua agricoltura. La noria siciliana è, in senso stretto, una saniya (da cui senia) vale a dire una ruota ad ingranaggi azionata da un animale. Le pagine di Ibn Hawqal non fanno, invece, riferimento all esistenza di qanats: gallerie filtranti che conducono l acqua per gravità da un pozzo madre situato in un acquifero fino alla superficie dove si connette con un canale o con un acquedotto, con un pozzo poco profondo, con una vasca. Come dimostra anche il loro posizionamento nel sottosuolo palermitano svolgevano essenzialmente la funzione di fornire acqua corrente, alla città; anche se dai pozzi seriali che ne accompagnavano il percorso era possibile attingere acqua a fini agricoli. E possibile che, come avvenuto a Cordoba alla metà del X secolo, anche a Palermo i qanat si siano diffusi tardivamente, integrando le senie che rispetto ad essi apparivano tecnologie meno efficienti e affidabili. L agricoltura siciliana in periodo arabo è ricca di molte specie coltivate. Tale abbondanza evidenzia un altro aspetto distintivo della rivoluzione agricola islamica: l accresciuta biodiversità, specifica e varietale. Negli orti, nei frutteti e nei giardini del X secolo, insieme alle colture di origine autoctona o importate nei secoli precedenti, si diffondono piante provenienti dalle regioni sottomesse al dominio arabo o prelevate in regioni ancora più lontane. Specie nuove, molte di origine tropicale e quindi spesso caratterizzate da elevati fabbisogni irrigui, o già conosciute nel mondo romano che riescono, adesso, ad insediarsi stabilmente solo perché inserite in un nuovo sistema produttivo che si afferma con loro e ne rende possibile la coltivazione. Tra le piante nominate da Ibn Hawqal è citata, per la prima volta, la canna da zucchero (qasab farisi, canna di Persia); una specie che solo nei secoli successivi diventerà molto importante per l agricoltura isolana ma che in Persia, la regione di provenienza di Ibn Hawqal, era, almeno a partire dal VII secolo, estesamente coltivata. Lo stesso autore, dicendo della produzione in Sicilia di zucchero candito, testimonia anche l inizio di una gastronomia che, soprattutto in pasticceria, manterrà da allora un forte carattere arabo. Nelle zone paludose cresceva anche il papiro (bardi), la cui produzione era, a Palermo, tenuta in grande considerazione, per la qualità: Il solo che può rivaleggiare con quello egiziano, scrive Ibn Hawqal osservando che è utilizzato per le gomene di ormeggio delle navi e per fabbricare rotoli da scrittura per i documenti ufficiali. Questa utilizzazione è certamente importante ma secondaria, visto che non se ne fabbrica più di quanto ne serva 5. Nella sua descrizione, lungo i corsi d acqua che lambivano la città, si trovavano, anche, piantagioni di cucurbitacee - maqathin cioè zucche o cocomeri, rispettivamente nelle traduzioni di Amari e di Kramers e Wiet-, e orti che dovevano essere coltivati con l aiuto dell irrigazione. Tra le piante in esse presenti, la sola esplicitamente menzionata è la cipolla, molto diffusa e consumata, anche per le proprietà afrodisiache, soprattutto allo stato crudo: Non c è persona, quale che sia la classe sociale, che non le mangi durante tutta la giornata, non c è casa dove si consumino mattina e sera. E una tremenda abitudine, a quanto

3 scrive, gravida di nefaste conseguenze per palermitani perché non solo fa loro sembrare potabile l acqua salmastra - probabilmente divenuta tale perché attinta, per l incremento demografico, in misura eccessiva alla capacità di ricarica della falda d acqua dolce - dei pozzi urbani, ma ottunde il senso del gusto e, addirittura, fa sì che nella città non si trovi alcuna persona intelligente, abile, né realmente competente in alcuna branca scientifica, né animata da sentimenti nobili o religiosi...la maggior parte della popolazione ha bassi istinti...è gente vile e senza valore, senza senno e senza pietà. 6 Se le cipolle sono causa presunta di tante disgrazie, è però vero che dovevano essere coltivate con molta cura visto che i siciliani, scrive nel XII secolo l agronomo di Siviglia Ibn al Awwam, hanno messo a punto un metodo colturale esemplare della grande capacità di valorizzare l acqua per l irrigazione, tanto da essere portato a modello ( esso è buono ) per Al - Andalus e da risultare ancora attuale in orticoltura dove è noto come infiltrazione a porche. Negli orti, insieme alle cipolle, erano presenti, seppure non menzionate, anche nuove specie introdotte dagli arabi: gli spinaci (che per la prima volta sono citati in Andalusia verso la fine del XI secolo), i carciofi (noti in Africa nel XIII secolo), e le melanzane che dall India giungono in Egitto, in Tunisia e quindi, nel X secolo, si ritrovano in Spagna. Nelle zone umide della città doveva essere coltivato anche il riso, la cui presenza è accertata nel X secolo in Andalusia, ed il lino da cui si ottenevano - secondo quel che scrive Ibn Hawqal - stoffe di grande qualità, superiore a quella egiziana, e a buon mercato. La presenza di venditori di cotone, e di legumi nei mercati cittadini definisce altre produzioni locali. Il cotone è del resto presente nel X secolo in tutto il mondo islamico ed è possibile che anche allora fosse presente nella piana di Palermo, occupando i terreni peggiori - considerando quanto scrive Ibn Al Awwam parlando di una consuetudine imitata con molto profitto nelle regioni costiere di Spagna - e, forse, in coltura non irrigua se, sempre secondo lo stesso autore, gli agricoltori siciliani erano soliti sarchiare dieci volte i campi coltivati a cipolle per eliminare la concorrenza delle erbe infestanti e ridurre le perdite d acqua per evaporazione. Altra coltura da fibra era la canapa che, secondo Yaqut, citato da M. Amari nella sua Biblioteca arabo sicula, era coltivata nei pressi dell odierna S.Giuseppe Jato. Tra i diversi legumi si produceva anche il sesamo, molto diffuso secondo quanto indica l etimo dialettale di origine araba. Nei mercati cittadini non mancavano spezie, piante medicinali (tra queste la manna ottenuta dal frassino e una malva conosciuta in Spagna che Ibn al Awwam chiama malva di Sicilia), piante coloranti come l indaco (azzurro), il cartamo (giallo), l hennè (rosso - bruno) che nel XII secolo risulterà coltivato a Partinico, il guado (blu) e le foglie del mirto, utilizzate per la concia delle pelli. Non si ha notizia, a questo proposito, del sommacco il cui nome ha pure origine araba. Nelle zone non irrigue, si trovavano quelli che oggi si definirebbero seminativi arborati costituiti da colture cerealicole interrotte da grandi alberi di olivo, gelso, noce. Ridotta rispetto al passato era l importanza dell olivo: in quei secoli il primato produttivo era in mano all Ifriqya e l olio sui mercati cittadini poteva certamente giungere dagli oliveti africani 7. Presente era anche il gelso nero, utilizzato per l allevamento del baco e quindi per la produzione della seta, forse filata nell opificio di stato, il tiraz, di cui Amari suppone, senza alcuna prova, l esistenza a Palermo già durante la dominazione araba. Coltivato è anche il carrubo, già noto in epoca precedente ma adesso molto diffuso come dimostra l origine araba del nome 8. Tra le piante della città, certamente nei suoi giardini, non poteva mancare la palma da dattero, seppure, nel clima della piana, solo raramente, nelle annate più calde - incrementando con un mucchio di letame in fermentazione il calore che riceve la pianta e a condizione che si proceda alla fecondazione artificiale - poteva portare i frutti a maturazione. La sua presenza è antecedente ma una maggiore diffusione in epoca araba appare più che probabile per il ruolo che la stessa occupa nella cultura islamica: Il palmizio, dice Abu Hatem è un dono accordato da Dio ai soli paesi governati dall Islam, avvegnachè niuno se ne trovi nella terra degli infedeli 9. Tra le piante da frutto, erano certamente presenti il banano (menzionato solo nel XI secolo in Tunisia ma noto in Spagna già nell IX), l arancio amaro, il limone, la limoncella (lumia), forse il pummelo; agrumi, i primi tre, che tanta parte avranno nei giardini e nel paesaggio agrario della Sicilia. Il loro diffondersi, seppure non testimoniato, inizia sicuramente durante la dominazione araba in anni non lontani dal 976, quando fu realizzato il Patio degli aranci nella Mezquita di Cordoba, divenuto un modello in Spagna e in Sicilia per i cortili di altre moschee e palazzi. Gli agrumi arrivano in Sicilia - dopo un viaggio che dall India, attraverso Oman e Iraq, si conclude nel Mediterraneo, in Palestina ed Egitto - dove sono coltivati inizialmente nei giardini aristocratici, probabilmente in forme artificiali create con la potatura, per la loro bellezza ma anche per l uso alimentare (succhi e sciroppi), per la farmacia (corteccia) e la profumeria (fiori). Menzionati sono, invece, i vigneti, condotti con tecniche non dissimili da quelle romane ma probabilmente, a quanto riferiscono gli agronomi andalusi, con un attenzione particolare alla forma di allevamento che doveva rispondere anche a finalità estetiche 10. Il consumo di vino - preparato con senape,

4 miele e mosto come dice Ibn al Awwam di quello usato in Sicilia - non era soggetto a restrizioni religiose ed anzi costituisce presenza frequente, insieme alle rose di nuove specie, al gelsomino ad altre piante ornamentali, di quel genere poetico, la rawdiya, che canterà l amore per le piante e la bellezza dei giardini arabi della Sicilia normanna. Utilità e bellezza nel paesaggio normanno Agli orti e ai frutteti che costituiscono il paesaggio utile e bello del giardino mediterraneo, nella pianura che circonda Palermo la monarchia normanna, a partire da Ruggero II, aggiunge, in continuità funzionale ed estetica con il territorio agricolo, parchi e giardini ornamentali nei quali laghi e canali, fiori e frutti, padiglioni di piacere e zone ombrose manifestano, nel contrasto con il nudo e secco paesaggio dei latifondi interni, la grandezza e l autorevolezza del nuovo potere la cui forza si fonda anche nell appropriazione di un paesaggio e di uno stile di vita quelli del paradiso coranico - che sono parte della cultura della popolazione sottomessa. Ai viaggiatori musulmani la Sicilia degli anni normanni appare gemma del secolo per pregi e bellezze 11. Sono occhi che il rimpianto, gli interessi politici, l orgogliosa appartenenza culturale possono rendere partigiani ma che non impediscono di apprezzare la bellezza del paesaggio e il successo dell agricoltura. Questo è determinato da una nuova organizzazione economica e sociale - il feudo - che rappresenta la vera innovazione introdotta dai nuovi dominatori, piuttosto che dalla diffusione di nuovi modelli che, nelle campagne coltivate a cereali, conservano le radici culturali nella tradizione romana e, nelle zone periurbane investite a colture ortofrutticole, nella rivoluzione agricola araba. E nello stile paesaggistico dei parchi e dei giardini reali, però, che la cultura islamica manifesta con esemplarità la sua forza e persistenza. Le ragioni che spingono i monarchi a circondare di giardini Palermo sono probabilmente le stesse che hanno portato al sorgere di splendidi giardini in tutte le capitali islamiche: la consapevolezza politica della immagine di forza e di dominio che deriva dalla natura quando è piegata al soddisfacimento del piacere e del lusso, i racconti dei viaggiatori che favoleggiano di Cordova, Siviglia e Marrakech si sommano alla suggestione che proviene dalla bellezza dei frutteti della Conca d oro e dalla presenza o dal ricordo dei giardini (di cui nulla sappiamo) del dominio arabo. Richiamandosi alla tipologia dell agdal 12, di influenza persiana, i parchi normanni elaborano in tipologie più complesse, le forme geometriche e protette da muri dei frutteti irrigui. Sono grandi parchi recintati, in parte occupati dal bosco e dalla macchia, ricchi di acqua, animali, alberi da ombra e da frutto e fiori. Paradisi, utilizzando l etimo di origine persiana, dove la monarchia esercita anche il piacere della caccia, segnati da edifici circondati da giardini formali nei quali l acqua quieta o rumorosa, ferma in laghi e vivai di pesci o zampillante in fontane, utile a rinfrescare il clima ma anche alla coltivazione, rappresenta il centro formale e il tessuto che ne connette le parti. Ad essi si rifanno i giardini, certamente più piccoli dell aristocrazia urbana che divengono luoghi di piacere ma anche di produzione e di sperimentazione agraria, nei quali si acclimatano nuove specie e si provano nuove tecniche di innesto, di gestione del suolo, di fertilizzazione, di difesa dalle malattie. Per usare parole di H. Bresc, che ai giardini medievali palermitani ha dedicato pagine irrinunciabili, il giardino viene sfruttato per il reddito della frutta e per l affitto della terra e dell acqua, mentre il potere gode pienamente di una bellezza creata artificialmente, combinando il verde perenne, il rumore e la freschezza delle acque, l illusione dello specchio d acqua e i giochi permessi dalla sua navigabilità 13. Nei parchi e nei giardini reali si svolgono feste e spettacoli, si banchetta, si amoreggia. Sulla tavola, i prodotti esotici degli orti e dei frutteti e le prede delle battute di caccia si combinano in piatti elaborati di chiara impronta araba: a sancire il successo della gastronomia orientale la presenza, ai tempi di Ibn Gubair, di un soprintendente musulmano alla cucina della corte di Guglielmo 14. Si fa un gran consumo di vino come provano i testi dei poeti di corte arabo - siciliani con accenti che sono propri della poesia bacchica piuttosto che di una cultura e di una religione che si vuole avversa al vino. In effetti, la cultura araba non lo è aprioristicamente: fino ai tempi dell impero ottomano anche la coltivazione ed il commercio della vite sono permessi, almeno a cristiani ed ebrei, e da essa si ricavano, con le tasse, cospicui introiti 15. Anche nel Corano, versetti di stampo proibizionista si alternano ad altri che sembrano invitare piuttosto ad un uso moderato, mentre l uso medicinale del vino è riconosciuto e consigliato. Le parole di chi visita Palermo sono colme di lodi e lo sguardo di meraviglia e non nascondono un sincero stupore per la bellezza della città, espressa dalla abbondanza di acque, dalla feracità della sua agricoltura e per la prima volta dallo splendore dei giardini e dei palazzi reali. Per il geografo maghebrino Idrisi, che nel 1139 è in ospite di Ruggero II, le acque attraversano da tutte

5 le parti la capitale della Sicilia, dove scaturiscono anche fonti perenni. Palermo abbonda di alberi da frutta e dentro la cerchia delle mura che tripudio di frutteti, quale magnificenza di ville e quante acque dolci correnti, condotte in canali dai monti 16. Per Ibn Gubair, arabo di El Andalus che si trattiene in città tra la fine del 1184 e il 1185, la città insuperbisce tra piazze e pianure che son tutte un giardino e i palazzi del re ne circondano il collo come i monili cingono i colli delle ragazze dal seno ricolmo 17. La città mantiene, quindi, ed anzi rafforza, l immagine già definita in epoca araba: per i suoi palazzi e i suoi giardini piccoli e grandi, dentro e fuori le mura, è ritenuta simile a Cordova, per antonomasia città giardino di Al Andalus.. Dentro le mura urbane, all interno del palazzo reale, si trova un riyad 18 ricco di alberi, secondo il poeta Ibn Basrun, carichi della frutta più squisita 19. Forse allo stesso giardino, probabilmente l Aula Regia o Aula Verde del Palazzo Reale, si riferiva anche Ibn Qalaqis cantando di fontane, musicisti e danzatori, belle fanciulle, calici di vino, alberi i cui frutti sono fiorenti melograni o mele tondeggianti al par di seni e declivi ricoperti dal rosso delle anenomi e dal biancheggiare delle margherite 20. Contiguo al palazzo reale era il Viridarium Genoard, il paradiso della terra 21. Una miniatura del 1195 lo mostra ricco di arbusti, alberi, palme, uccelli ed animali esotici. Lo storico Fazello alla metà del XVI secolo lo trova ormai ricoperto da orti e vigneti ma lo ricorda come uno spazio circolare protetto da un muro di giro quasi due miglia, con al centro un grande vivaio di pesci dove si elevavano bellissime abitazioni fatte con bellissima architettura. Lo attraversava un lunghissimo porticato e il suolo era coperto da alberi da frutto di diversa specie e da orti olezzanti di alloro e di mirto. In una parte del parco, animali selvatici di ogni genere perché i Re in caccia avessero spasso. 22 Giardini e frutteti, canali d acqua e peschiere, accompagnano anche il palazzo della Zisa; l acqua che sgorga in una sala del piano terra allargandosi su un piano inclinato, e che si versa attraverso una canaletta in due piccoli bacini interni per poi riapparire nel bacino esterno, ha anche una funzione climatizzante per raffreddamento evaporativo. Insieme alle torri del vento, poste ai lati della costruzione - utili ad incanalare i venti costringendoli ad attraversare il palazzo ed a creare un efficiente effetto camino - assicurava nei mesi estivi il condizionamento termico dell edificio. Diversi per tipologia paesaggistica 23 il Parco (di Altofonte) e la Favara. Il primo appare in collegamento con le foreste demaniali più prossime a Palermo.Fu Ruggero II, nella testimonianza di Romualdo Salernitano 24, a chiudere con un muro di pietre terreni montuosi e boschi per realizzare un parco deliciosum satis et amoenum nel quale impianta alberi da frutta di differenti varietà (insitum, cioè innestati), libera daini, caprioli e maiali selvatici ed erige un palazzo al quale l acqua arriva da condotti sotterranei. E il luogo dove si diletta in estate con la caccia, mentre per i mesi invernali e primaverili fa costruire, forse sui resti di una preesistente costruzione di epoca araba, la Favara. Le antiche testimonianze, tra le quali la celebre poesia di Abd ar Rahaman, le risultanze dei recenti interventi di restauro consentono di ricostruire con buona precisione l aspetto della Favara e l influenza che nella sua realizzazione ebbe la tradizione paesaggistica araba. Si trattava di un parco, rispondente alla tipologia dell agdal, in cui i rami dei giardini che sembrano protendersi a guardare i pesci delle acque e sorridere rimandano alle indicazioni di Ibn Luyun sulla disposizione dei giardini 25, mentre gli aranci superbi dell isoletta posta al centro di un grande lago artificiale (da cui la denominazione alternativa di Maredolce) dove nuotano pesci di varie specie provenienti da diverse regioni richiamano le indicazioni di Ibn al Awwam affinché nei giardini gli alberi di arancio amaro appaiano come piantati nell acqua. 26 Le mura che proteggono parchi e giardini reali non li separano dal paesaggio suburbano che, almeno fino alla metà del XII secolo, si presenta intensamente coltivato e dove coesistono, in quello che oggi si definirebbe un ecomosaico interconnesso di grande efficacia ecologica, i giardini dell aristocrazia, i campi coltivati in irriguo e in asciutto, frequentemente in coltura promiscua ma con piccoli appezzamenti specializzati. La campagna, nei tratti più intensamente coltivati, appare segnata da mura di cinta e da una rete di filari arborei che oltre a fornire prodotti segnano i confini, punteggiata da alberi isolati e da piccoli agglomerati rurali. Alberi da frutta e da ombra, arbusti e fiori abbelliscono i giardini.la presenza di melograni, aranci, limoni, palme, gelsomini, anemoni, narcisi, margherite, gigli è accertata dai testi che parlano dei giardini di Palermo. Rappresentazioni musive ci dicono anche della vite allevata in pergole o in sistemi comunque attenti all estetica, secondo le indicazioni di Ibn al Awwam. E evidente l apporto orientale anche nel settore delle specie ornamentali e le conoscenze degli agronomi arabi erano tenute in grande considerazione anche nell arte dei giardini. Da esse giungevano le indicazioni per la coltivazione e per l elaborazione di acque aromatizzate come quelle offerte, insieme a scatole di confetti e preziosissimi vini,al mercante fiorentino Salabaetto, nel suo viaggio palermitano, in oricanni d ariento bellissimi e pieni qual d acqua rosa, qual d acqua di fior

6 d aranci, qual d acqua di fiori di gelsomino e qual d acqua nanfa 27 Quando, in epoca sveva ed angioina, le difficoltà economiche e il diminuito peso politico emargineranno la Sicilia e la sua capitale ed i parchi reali che l avevano resa illustre verranno in parte abbandonati, non si spegnerà però la loro fama. Per l Europa, i giardini palermitani costituiranno, anzi, un modello. Nel De Ruralium Commodorum, trattato scritto a cavallo del 1300 e dedicato a Carlo II di Sicilia, che per secoli rappresenterà il riferimento principale della cultura paesaggistica, Piero dè Crescenzi, bolognese vissuto alla corte angioina di Napoli, quando parla del giardino più importante, quello dè Re e degli altri ricchi signori, fa riferimenti che sembrano richiamare il disegno dei parchi normanni palermitani. Ed è proprio un re, Martino I, che nel 1402di ritorno dalla conquista della Sicilia, per rimettere a nuovo la reggia di Barcellona utilizza statue e giochi d acqua che provengono dalla Zisa e dalla Cuba. Da Palermo arrivano anche giardinieri e piante da frutto come peschi e azzeruoli 28. Per i giardini europei, per i più sontuosi, il modello palermitano rimarrà, seppure spesso misconosciuto in patria, vivo nei secoli, Bibliografia AA.VV., El agua en la agricoltura de al Andalus, Barcellona, Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia, 2a ed. (a cura di C.A. Nallino), Catania Barbera G., L orto di Pomona, sistemi tradizionali dell arboricoltura da frutto in Sicilia, Palermo, Barbera G., La rivoluzione agricola araba. In Storia di Palermo (a cura di R. La Duca), vol. II, Dal tardoantico all Islam, Palermo, 2000: Barbera G., Tra produttività e bellezza: i giardini di agrumi della Conca d oro. In Giardini d agrumi. Limoni, cedri e aranci nel paesaggio agrario italiano (a cura di A. Cazzani), Brescia, Bellafiore G., Parchi e giardini della Palermo normanna, Palermo, Bolens L., Engrais et protection de la fertilité dans l agronomie hispano-arabe XI - XII siècles, Etudes Rurales XLVI: 34-70, 1973 Bolens L., L eau et l irrigation d apres les traités d agronomie andalous au moyen age (XI-XII siecles), Options mediterranéennes, 16: 65-77, 1972, Bresc H., I giardini palermitani, in Federico II, immagine e potere, Venezia, Bresc H., L itinerario del giardino medioevale dall Egitto alla Sicilia e alla Provenza, in Atti del Convegno Internazionale Il giardino come labirinto della storia, Palermo aprile Bresc H., Le jardin de l empire: le palais de Barcelone et la Sicile ( ). Actas XV Congreso de Historia de la corona de Aragon, Tomo 1, Caracausi G., Arabismi medievali di Sicilia, Bollettino del Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani, Supplementi, 5, Crispo Moncada C., L agricoltura presso gli arabi tratta da Ibn Al Awwam, Giornale ed Atti della Società di Acclimazione e Agricoltura in Sicilia, voll. XVIII, XIX, XX, De Simone A., Palermo nei geografi e viaggiatori arabi del Medioevo, Studi Magrebini II, 1968 Garcia Sanchez E., La agronomia en Al Andalus, In El legado cientifico andalusi. Madrid, Glick T. F., Tecnologia, Ciencia y Cultura en la España Medieval, Madrid 1992, Hernandez Bermejo J.E., E.Garcia Sanchez, Economic botany and etnhobotany in Al Andalus (iberian peninsula: tenth-fifteenth centuries), an unknown heritage of mankind, Economic Botany 52 (1): Ibn Bassal, Libro de Agricoltura, (a c. di E.G. Sanchez, J.E.Hernandez Bermejo) Granada, Lombard. M., Splendore e apogeo dell Islam, VIII- XI secolo, Milano, Pasca C., Ricerche intorno le coltivazioni delle campagne di Palermo dagli arabi sino ai nostri tempi, Palermo, Stamperia di Giovanni Lorsnaider, Pastena B., La tecnica della potatura della vite nell opera di L.G.M. Columella, Ibn al Awwam e Pier Crescenzi, Atti Accademia Nazionale della Vite e del Vino, Vol. XII, 1961, Pizzuto Antinoro M., Gli arabi in Sicilia e il modello irriguo della Conca d oro, Palermo Tramontana S., Il Regno di Sicilia. Uomo e natura dall XI al XIII secolo. Torino, Watson A.W., Agricultural innovation in the early islamic world. Cambridge, 1983.

7 Arabismi nel dialetto siciliano ancora in uso nel settore dell agricoltura. rif. Caracausi, 1983 Siciliano Arabo Italiano Aranciu Narang Arancio Azzalora Az-zu rur Azzeruolo Barcocu Barquq Albicocco Bastunaca Bastinaq(a) Pastinaca Bbunaca Manaqi Maceratoio Burgiu Burg Covone Cacocciula Harsuf(a) Carciofo Camula Qaml (a) Tignola Cantaru Qintar Cantaro (misura di peso) Carrubba Harrub(a) Carrubo Catusu Qadus Canale, condotto Coffa Quffa Sporta (solitamente di palma nana) Cubbaita Qubbayt(a) Torrone di frutta secca Cubba Qubbah Cupola, solitamente che copre una Cuscuta Kusuta sorgente Cuscuta Cuttuni Qutun Cotone Dagali Dagal(ah) Sponda di un fiume Darbu Darb Misura di acqua Disa Dis(a) Ampelodesma Naccari Dukar Caprifico Frascinu Fars Mola inferiore Favara Fawwara Sorgente Fischia Fisqiya Piccola vasca Fastuca Fustuq Pistacchio Gabbella Cabala Gabella Galiggi Halig Piccolo torrente Garraffu Garraf(a) Apertura d acqua del mulino Gebbia Gabiyah Grande vasca d acqua Giannettu Zanati Cavallo corridore Giarra Garra Vaso grande di creta Gillebba Gallaba Pietra forata per legare animali Giuggiulena Gulgulan Sesamo Giummarra Gummara Palma nana Libbanu Liban Corda di ampelodesma Limiuni Laymun Limone Lumia Lim (a) Lima Marcatu Marqad Recinto per animali Margiu Marg Luogo paludoso Milinciana Badingan Melanzana Muddisa Mallasi Frutta secca a guscio tenero Munneddu Mudd Misura di solidi o di terreno Nanfia Nafha Acqua distillata di zagara Noria Na urah Noria Nuara Nuwwar Orto Saja Saqiya Canale murato Senia Saniya Ruota idraulica Spinacia Isfanag Spinacio Summaccu Summaq Sommacco Tumminu Tumn Misura di aridi o di terreno Xirba Hirbah Piccolo giardino

8 Zafrano Za faran Zafferano Zibibbu Zibib Zibibbo (varietà di uva) Zotta Sawt Frusta o pozza con acqua stagnante Zuccaro Sukkar Zucchero Note 1 Ibn Bassal, Libro de Agricoltura ( a c. di E. Garcia Sanchez e J.E. Hernanadez Bermelo), Granata, Cfr.M. Barcelò, De la Congruencia y la homogeneidad de los espacios hidraulicos en Al - Andalus, In AA.VV., El agua en la agricoltura de al Andalus, Barcellona, A. W.Watson, Agricultural innovation in the early islamic world,, Cambridge, 1983, p Ibn Hawqal, Configuration de la Terre (trad. a c. di I.H. Kramerse G. Wiet), Parigi Beirut 1963, pp Ibn Hawqal, Configuration...,op.cit., p Ibn Hawqal Configuration...,op.cit., pp lo dimostra, ad esempio, il fatto che nel 880 i bizantini occuparono uno scalo presso Palermo e saccheggiarono le navi che trasportavano olio dall Africa in tali quantità che il prezzo dell olio precipitò. A proposito dell olivo si osserva che la denominazione saraceni, già ricordata da Amari, indica sì alberi molto vecchi ma non tanto da farne risalire l impianto agli anni del loro dominio. Appare piuttosto una generica affermazione di vetustà. 8 il termine carruba è anche utilizzato come misura di peso e moneta. Dall arabo qirat, seme di carrubo, deriva il termine carato. 9 Cit. in S. Cusa, La Palma nella poesia, nella scienza e nella storia siciliana. Palermo, 1873 (ed. a cura di F. De Santis, 1998, p La presenza a Palermo, nell XI secolo, di un fondaco noto come funduq az-zabib, indica non solo la produzione di uva passa (zabib) ma anche la persistenza ancora oggi di una varietà di uva, lo Zibibbo, forse già allora conosciuta e comunque di origine araba come dimostra anche il sinonimo Moscato di Alessandria. 11 Idrisi, Il Libro di Ruggero (a c. di U. Rizzitano) Palermo 1966, p Termine di origine berbera la cui etimologia rimanda a uno spazio verde privato, recintato e dotato di un bacino d acqua. Cfr. Glossario di alcuni termini arabi pertinenti al giardino e al paesaggio in L Agdal di Marrakech, Treviso 2000, p H. Bresc, L itinerario del giardino medioevale dall Egitto alla Sicilia e alla Provenza, in Atti del Convegno Internazionale Il giardino come labirinto della storia, Palermo aprile 1984, p Idrisi (Libro...cit., p.38) parlando della cittadina di Trabia dice della produzione di cibo di farina filiforme. L etimo arabo itriyah è comunemente tradotto con vermicelli, mentre nel dialetto siciliano rimane con analogo significato il termine tria (cfr. E. Sereni, I napoletani da mangiafoglia a mangiamaccheroni, in Terra nuova e buoi rossi, Torino 1981, p. 327). Si tratta della prima testimonianza certa circa la produzione di spaghetti in Italia. Sempre agli arabi andrebbe attribuita la cassata: secondo Amari (pur con dubbi espressi dallo stesso autore con un punto interrogativo manoscritto) deriverebbe da qas ah, scodella grande e profonda. 15 Nel 1200 viene concesso ad un canonico palermitano un vigneto precedentemente impiantato da un notarius Bucchar Saracenus, testimonianza evidente che anche nelle terre in mano araba era permessa la coltivazione della vite da vino. Cfr. S. Tramontana, Il Regno di Sicilia. Uomo e natura dall XI al XIII secolo, Torino, 1999, p Idrisi, Libro cit., p Ibn Gubair, Viaggio cit., p Grande patio ricco di presenze vegetali, in genere a pianta rettangolare, delimitato da edifici su tutti i lati o, più spesso, soltanto su i due lati minori. Cfr. Glossario,cit.,p M. Amari, Biblioteca arabo sicula, Torino e Roma, , II, pp A. De Simone, Splendori e misteri di Sicilia in un opera di Ibn Qalaqis, Messina 1996, p paradiso della terra è in arabo djanna o djinan al-ard. Secondo H. Bresc (I giardini palermitani, in Federico II, immagine e potere, Venezia, 1995, p. 373) potrebbe anche essere paradiso delle rose (al-ward). 22 T. Fazello, De rebus siculis decades duae, Palermo 1558.(trad. italiana del 1585 di P.M. Fiorentino) cit. in G. Baronia, V. Noto, La Cuba di Palermo, Palermo, 1988, p Si tratterebbe di un agdal secondo G. Bellafiore, Parchi e giardini della Palermo normanna, Palermo, Romulado Salernitano Chronicon, cit. in G. Pirrone, L isola del sole. Architettura dei giardini di Sicilia, Milano 1994, p Ibn Luy n, Tratado de Agricoltura (a c. di J. Eguaras Ibáñez), Granada 1988, p Ibn al Awwam, Livre de l Agriculture, Paris , I, p. 616, cit. in. M. El Faiz, Les agrumes dans les jardins et vergers de l occident musulman (VIII XIV siecles) in Il giardino delle Esperidi. Gli agrumi nella storia nella letteratura nell arte (a c. di A. Tagliolini e M. Azzi Vicentini) Firenze, 1996, p Boccaccio, Il Decamerone, giornata VIII, novella X 28 H. Bresc, Le jardin de l empire: le palais de Barcelone et la Sicile ( ). In El poder real en la Corona de Aragon. XV Congreso de Historia de la Corona de Aragon, Tomo I, p

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