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1 In calce (e in allegato), due scritti di Michele Basso e Marco Ferrando sulla «crisi del debito», forma attualmente assunta dalla crisi globale del modo di produzione capitalistico. I due scritti, chi per un verso chi per un altro, hanno il merito di fare chiarezza su alcune questioni assai scottanti, e fonte di pericolosi (e interessati) equivoci. Da parte mia, ho alcune riserve in merito che, in particolar, riguardano due aspetti. 1) Come ho già detto in altre occasioni, non ritengo che la «colpa» della speculazione sia delle banche, come Basso e Ferrando lasciano intendere; e, soprattutto, ritengo che sia fuorviante parlare di «governo delle banche», come altri fanno in modo ben più esplicito. Se così fosse, la situazione sarebbe, forse, ancora gestibile, ben inteso, dallo Stato capitalistico. Oggi no. In realtà, oggi (come ieri), le banche non fanno altro che registrare movimenti di capitale, che avvengono al di fuori e al di sopra delle loro teste. Sono grandi movimenti di capitale gestiti da grandi (e piccole) agenzie finanziarie, che trovano nelle banche un terminale compiacente. Oggi, come più volte è stato detto, il movimento di capitale finanziario ha raggiunto una mole tale che si è autonomizzato: risponde a leggi proprie (di valorizzazione), che lo rendono ingovernabile. Molta acqua, o meglio molti denari, sono passati sotto i ponti del capitalismo, dai tempi del buon Lenin, che ebbe solo modo di intravedere il fenomeno nascente. Di fronte a questa situazione ormai degenere, governi e parlamenti si rivelano apertamente per quello che sono: il comitato di MALaffare di una banda di affaristi e speculatori. Peraltro di corta vista (e non solo in Italia). Da loro, i lavoratori possono aspettare solo lacrime e sangue. Non esistono rimedi, se non la rivoluzione proletaria. 2) Nel suo documento, Marco Ferrando avanza una proposta (già enunciata nel titolo): Abolire il debito pubblico verso le banche. Proposta a mio avviso velleitaria, ma anche secondo... lo stesso Ferrando che, nella parte conclusiva del suo scritto giustamente (ma un po furbescamente) afferma: «L abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione sono incompatibili con la struttura capitalistica della società, con la natura dei governi borghesi di ogni colore, con le loro istituzioni internazionali, con la stessa natura attuale dello Stato. Non possono essere realizzate per via di una semplice pressione di movimento sui partiti dominanti, tutti legati a doppio filo al mondo degli industriali e delle banche (e spesso presenti non a caso sui loro libri paga). Possono essere realizzate sino in fondo solo da un governo dei lavoratori, che ponga i lavoratori al posto di comando: da un governo che rovesci l attuale dittatura degli industriali e dei banchieri per rivoltare da cima a fondo l intero ordine della società capitalista, e costruire una società socialista. Una società che possa realmente decidere il proprio destino, senza dipendere dal gioco d azzardo delle Borse, dall anarchia del mercato, dalla legge del profitto». E allora? Vorrei ma non posso... E questo il punto dolente di Ferrando e del PC dei Lavoratori che, pur avendo capito molte cose (fondamentali), restano poi in mezzo al guado della vecchia sinistra sindacal-politica, cui finiscono sempre per rivolgersi; a scapito di un fronte proletario, dal basso. Ma la vecchia talpa è al lavoro... Dino

2 LA DITTATURA MONDIALE DI SHYLOCK La Civiltà ha accresciuto di almeno cento volte la capacità produttiva dell uomo, ma a causa di una cattiva gestione gli uomini che di questa Civiltà fan parte vivono peggio delle bestie e possiedono meno da mangiare, meno da coprirsi, meno da proteggersi del selvaggio Innuit che, in un clima polare, vive come viveva diecimila anni fa, nell età della pietra. Jack London, Il popolo dell abisso, cap. XXVII Lo stato spiega Engels non nasce da un imposizione esterna, ma è frutto dei contrasti di classe interni alla società. Perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell ordine ; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre di più è lo stato.(1) Crescenti sintomi indicano che questa capacità dello stato di porsi in apparenza al di sopra della società si sta esaurendo, e che resta soltanto la repressione e la menzogna. Lo stato è l espressione della classe più potente, quindi, nell età contemporanea, della borghesia, ma i rapporti all interno di questa classe cambiano: ormai ha la prevalenza assoluta l aristocrazia finanziaria, e lo strumento attraverso cui controlla e ricatta sempre più lo stato è il credito pubblico. L indebitamento dello stato è il segreto del potere dei banchieri. Il debito pubblico, per un lungo periodo, favorì lo sviluppo della produzione, diede la possibilità a capitali altrimenti improduttivi di essere investiti, facilitò la nascita delle società per azioni, ma incoraggiò anche l aggiotaggio e il gioco in borsa. Nell epoca imperialistica questo potere s accresce a dismisura. La finanza può chiedere allo stato di distruggere il welfare, di spostare l età pensionabile, di aumentare le imposte dirette o indirette, di facilitare i licenziamenti, di reprimere e criminalizzare le manifestazioni popolari. Può costringere uno stato a entrare in guerra, o a continuarla, suo malgrado. Già Trotsky denunciava lo Shylock delle rive della Senna che agitava furiosamente tutte le sue tratte, cioè i banchieri francesi che costringevano la Russia, dopo la rivoluzione di febbraio, a riprendere l offensiva, pur essendo il suo esercito ridotto allo sfacelo. Nei cedimenti di Berlusconi a Sarkozy sulla questione libica e sull acquisto di imprese italiane da parte francese ha inciso il fatto che le banche d oltralpe possiedono una grossa fetta dei titoli di stato italiani. Una prova della forza della finanza la vediamo negli aiuti statali alle banche, vere e proprie rapine ai danni dei lavoratori e delle classi povere, che ne devono fare le spese. Petrella sul Manifesto scrive che nel 2010 il PIL dei 27 paesi dell'unione europea è circa miliardi di dollari, quello dell'italia miliardi, e che, come risulta dal rapporto del Gao (Government Accountability Office) la Federal Reserve Bank ha dato in segreto, tra dicembre 2007 e giugno 2010, a banche e imprese americane e non, prestiti per circa 16 mila miliardi di dollari senza interesse e a condizioni di rimborso del tutto fluide... per salvarle.... è inaccettabile, per la democrazia e la giustizia sociale, che un organo tecnocratico come la Federal Reserve Bank sia politicamente autonoma dal governo e dal Congresso degli Stati Uniti. Anche ammesso che non lo abbiano saputo, questo significa che il governo e il Congresso sono, a ogni modo, responsabili politicamente delle azioni della Federal Reserve Bank. Ma non è successo nulla. Nessuno, alla Federal Reserve Bank, al

3 governo, al Congresso ha dovuto rispondere del malfatto. (2) E dire che molti, compreso qualche giornalista del manifesto, si aspettavano che Obama, questo commesso delle banche e delle industrie militare, operasse a vantaggio della povera gente! Il fervorino di Petrella sulla democrazia è accorato, ma anacronistico. Lo stato si evolve in senso oligarchico, travolgendo gli ultimi resti della democrazia borghese. Ormai la finanza ha un potere che neppure il Re Sole poteva vantare. Ostaggio dell aristocrazia finanziaria non è più soltanto lo stato, ma l intera società. Non ha senso sognare un ritorno al passato democratico, all epoca in cui era possibile qualche temperamento di questo potere a livello istituzionale. La democrazia borghese è ormai un puro simulacro. Una volta lo stato poteva sviluppare una politica economica, non certo alternativa a quella del capitale finanziario, ma che teneva conto degli interessi della piccola e media borghesia, con qualche concessione all aristocrazia operaia. Oggi, ogni freno è scomparso, ogni sia pur modesto welfare si avvia a scomparire nella maggior parte degli stati, e gli interessi del capitale finanziario si presentano nella loro oscena nudità. Metterli in questione è come bestemmiare lo Spirito Santo. Lo stato si riduce quasi ovunque a un mero esecutore della volontà della finanza, a un caporale addetto a procurare la manodopera con le buone o con le cattive. Con ciò rinuncia alla sua funzione di mediazione tra le classi, e non resta che la pura repressione. Nonostante le apparenze, questo comportamento brutale non è un segno di forza, perché la violenza e la menzogna, in assenza di un qualsiasi seppur modesto riformismo, non sono sufficienti. Per questo la ribellione incombe nelle piazze. E vediamo protagonista la parte più emarginata della società, un nuovo popolo dell abisso. Il popolo dell abisso di Jack London, non era solo un inchiesta giornalistica sull estrema povertà dell East End londinese, era anche un presagio della caduta dell impero britannico. La causa era l estremo squilibrio sociale, per cui in tutto il Regno Unito vi erano due poli opposti e complementari, di cui uno vive di dissolutezza e dissipatezza, l altro agonizza di fame e malattie scriveva nel La macchina politica nota al mondo col nome di Impero Britannico sta andando a pezzi. Oggi assistiamo alle premesse del fallimento degli Stati Uniti, e del cosiddetto sistema occidentale. La rivolta britannica ne è un segno inequivocabile. Un diverso popolo degli abissi, non rassegnato, ma combattivo, capace di usare i moderni strumenti di comunicazione, non più confinato nell East End di Londra, ma diffuso, porta la lotta direttamente nelle grandi città. Più giornalisti italiani hanno detto che la repressione non è la soluzione migliore, ma i suggerimenti non richiesti a Cameron sono merce d esportazione, perché si sono ben guardati dall adottare tale atteggiamento tollerante quando la lotta si sviluppava nelle nostre città. Anche il superpoliziotto statunitense Bill Bratton, chiamato in Inghilterra a scorno di Scotland Yard, ha detto: Non puoi risolvere il problema a colpi di arresti... Puoi arrestare i più violenti, recidivi, ma poi bisogna trovare altri modi di affrontare la cosa e non è un problema di polizia, è una questione sociale (manifesto, 14 agosto 2011). Questo in un intervista alla TV ABC. Belle parole, ma saranno dimenticate non appena entrerà all opera. Cavour diceva che la politica dello stato d assedio è la politica degli imbecilli, ma l amico di Murdoch Cameron non è neppure in grado di capire questo antico consiglio. La classe dirigente dell età imperialistica senescente è frutto di una selezione alla rovescia, come avviene in tutti i periodi di decadenza, che producono gradassi, furfanti oppure deboli. Il problema sociale è insolubile nell ambito del capitalismo, ci troviamo di fronte a un nodo gordiano da tagliare. Gli stati hanno salvato le banche e gli speculatori, che hanno ripreso la loro azione devastante, e pretendono che siano i lavoratori a pagare. Contro lo strapotere della finanza, in Grecia è nato un Comitato contro il debito. Chiede un Audit sul debito. Un articolo di Chesnais ci informa sugli obiettivi: Il primo obiettivo di un audit è di

4 fare chiarezza sul passato (...). Cosa n'è stato del denaro di tale prestito, a quali condizioni questo prestito è stato concluso? Quanti interessi sono stati pagati, a che tasso, quale proporzione del principale è già stata rimborsata? Come è stato gonfiato il debito, senza che esso fosse utile alla popolazione? Quali strade hanno seguito i capitali? A chi sono serviti? Quale proporzione è stata indebitamente appropriata, da chi e come? Come ha fatto lo Stato a trovarsi impegnato, su quale decisione, presa a che titolo? Come sono diventati pubblici i debiti privati? Chi si è impegnato in progetti inadatti, chi ha spinto in questa direzione, chi ne ha approfittato? Sono stati commessi delitti, o crimini, con questo denaro? Perché non vengono stabilite le responsabilità civili, penali e amministrative? (...). Un audit del debito pubblico non ha nulla a che vedere con la sua caricatura, che si riduce a una semplice verifica delle cifre, fatta da contabili abitudinari. I sostenitori dell'audit invocano sempre due bisogni fondamentali della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini. (3) Sappiamo da Lenin che un controllo effettivo delle banche, senza la loro nazionalizzazione e fusione in un unica banca nazionale, è impossibile: e impossibile seguire quei complicatissimi, imbrogliati e astuti provvedimenti di cui si fa uso nello stendere i bilanci, nel formare imprese fittizie e filiali, nel far intervenire uomini di paglia e così via. (4) Così come si configura, quella del comitato greco è un operazione legalitaria e interclassista, ma se radicalizzata può avere un contenuto esplosivo. Una richiesta dell abolizione del segreto bancario e una prima serie di rivelazioni delle malefatte dei banchieri può essere il detonatore di una più vasta campagna contro le banche, che persegua la loro espropriazione. Quando si muove un settore della società non strettamente proletario, o dove i proletari agiscono insieme con la piccola borghesia, il corretto atteggiamento non consiste nel ritirarsi in disparte in attesa delle lotte proletarie pure, occorre invece presentare rivendicazioni più radicali. Scrivevano Marx ed Engels:...quando i piccoli borghesi proporranno di acquistare le ferrovie e le fabbriche, gli operai dovranno reclamare che tali ferrovie e fabbriche siano confiscate dallo stato puramente e semplicemente, senza risarcimento, come proprietà di reazionari... Se i democratici proporranno essi stessi un imposta progressiva moderata, i lavoratori insisteranno per un imposta così rapidamente progressiva, che il grande capitale ne sia rovinato; se i democratici reclameranno che si regolino i debiti dello stato, i proletari reclameranno che lo stato faccia bancarotta.(5) Queste parole furono scritte al tempo di una rivoluzione borghese che poteva trascrescere in rivoluzione proletaria (ciò che ci si aspettava dalla rivoluzione quarantottesca in Germania si verificò invece in Russia nel 1917). Oggi, nel pieno dell età imperialistica, le condizioni sono diversissime, ma il metodo rimane quello, perché sono letali due errori complementari: 1) restare indifferenti nei confronti delle lotte, perché guidate dalla piccola borghesia. 2) accodarsi supinamente alla piccola borghesia. I lavoratori devono invece cercare di prendere la testa del movimento, e imporre le proprie rivendicazioni. Con la bancarotta dello stato i lavoratori sarebbero liberati dall enorme debito che li schiaccia. Il debito non incombe solo su chi ha chiesto un mutuo per la casa o si è indebitato per tirare avanti, ma su ogni persona, lattanti compresi. La bancarotta reale degli Stati Uniti farebbe strage dell aristocrazia finanziaria mondiale, e spezzerebbe le armi dell imperialismo e dell oppressione. Bancarotta dello stato! Fa paura ai più anche soltanto a parlarne. Eppure è l unica soluzione a favore dei lavoratori e delle masse sfruttate. L alternativa é sacrificare generazioni e generazioni ridotte in schiavitù per debiti fatti da altri. Le banche sono state risarcite dagli stati per i disastri delle loro avventure finanziarie, e pretendono di stabilire anche chi deve pagare il debito così procurato allo stato. Nessuno in realtà può pagare quel debito, una spada di Damocle perennemente puntata sull intera umanità e sulle generazioni future. E ci prendono pure in giro, ci dicono che il futuro di figli e nipoti è messo in pericolo dall egoismo dei lavoratori anziani, che non vogliono

5 rinunciare ai loro privilegi, che vogliono andare in pensione a 60 anni, e altre simili idiozie. In realtà è il capitale che ha interesse a mantenere un forte livello di disoccupazione e d incertezza tra i giovani, per poterli ricattare e rimangiarsi tutte le concessioni che a partire dal dopoguerra aveva dovuto fare ai lavoratori. La politica di freno dei salari, mai adeguati al crescente costo della vita, la mancata riduzione dell orario di lavoro, l impegno particolarmente gravoso imposto alle donne, hanno indotto moltissime coppie di lavoratori a rinunciare ad avere figli o a limitarsi ad uno solo. Di fatto, il capitale ha sottratto ai lavoratori quella parte di salario che doveva rendere possibile il ricambio generazionale dei salariati, che è stato perciò parziale. Per questo, il capitale promuove l immigrazione e nello stesso tempo discrimina gli immigrati, perché, solo riducendoli alla condizione di paria riesce a imporre salari da fame, lavoro nero e straordinari a non finire. Da Ferrero giungono parole che scandalizzano i benpensanti, ma che sono tutt altro che rivoluzionarie: Le borse stanno crollando. Si tratta di un'ottima notizia perché i valori nominali della borsa sono totalmente gonfiati dalla speculazione finanziaria e non hanno più alcuna relazione con l'andamento dell'economia reale. Bene quindi - prosegue - che la borsa crolli e con essa si riduca la speculazione finanziaria, che è all'origine della drammatica crisi che sta colpendo milioni e milioni di famiglie. Il crollo della borsa, accanto ad una positiva riduzione della rendita finanziaria, determinerà anche una maggiore propensione ad investire in titoli di stato, cioè a finanziare il funzionamento dello stato, delle scuole, della sanità, etc.(6) Ferrero sogna il ritorno a uno stadio anteriore all età imperialistica - in cui l aspetto produttivo prevaleva su quello finanziario - e il rafforzamento dello stato borghese, finanziato con i titoli di stato. Noi comunisti questo stato borghese vogliamo gettarlo nella pattumiera della storia, e sostituirlo con la repubblica dei consigli. Come possiamo chiamare la posizione di Ferrero? Socialismo dei BOT? Una posizione ancor più riformista è espressa da Pitagora sul manifesto: Ci vogliono indirizzi di politica economica, fiscale e industriale volti a irrobustire il tessuto produttivo aumentandone la produttività, accrescere i consumi delle famiglie, ridistribuire il reddito e la ricchezza. Quando capiranno che l egemonia della finanza non è il frutto di una politica sbagliata, ma dell evoluzione del capitalismo che, per la crescente difficoltà di ottenere profitti nel campo industriale (la legge della tendenziale caduta del saggio di profitto), deve necessariamente impiegarsi nel settore finanziario? Si prospetta persino un sostegno della Cina, che detiene circa il 40% delle riserve monetarie globali e ha in portafoglio circa 1200 miliardi di dollari di titoli dello stato americano. La Cina ha interesse a sostenere il sistema finanziario mondiale non solo per preservare la stabilità dei suoi mercati di sbocco (l'italia riceve quasi il 2% delle sue esportazioni)....(7) Non sarebbe una grande trovata neppure da un punto di vista borghese, perché la Cina sostiene gli Stati Uniti da anni, e non li ha certo salvati dalla crisi. Da un punto di vista proletario, è evidente il carattere reazionario della direzione politica cinese, pronta ad accorrere in soccorso degli stati borghesi e dell aristocrazia finanziaria. Mai come ora la piccola borghesia sente il pericolo, le sue proteste sono continue, ma le sue soluzioni consistono nel tentativo di far girare all indietro la ruota della storia: via l euro e ritorno alle monete nazionali, o addirittura monete locali integrative, che avrebbero lo scopo di far rimanere il denaro speso nelle immediate vicinanze. I rivoluzionari che prendono sul serio questi mezzucci rischiano di perdere la bussola. Ogni giorno si spostano da ogni parte del mondo capitali in quantità superiore al PIL della Francia o dell Italia. Come può la gattina delle monete locali porre un limite alla tigre della speculazione mondiale? Un bruco di una farfalla, chiamata Thisbe irenea, secerne una sostanza che rende dipendenti le formiche: Una formica che ne subisce l influenza balza in aria con le mandibole spalancate e

6 diventa aggressiva, molto più decisa ad attaccare, mordere e pungere qualunque oggetto che si muova eccetto, naturalmente, il bruco che l ha drogata. Per di più una formica asservita al suo spacciatore di droga entra in uno stato chiamato vincolato in cui diventa inseparabile dal suo bruco per parecchi giorni...il bruco usa le formiche come guardie del corpo.(8) Nell età imperialistica, il parassita che sfrutta l intera società, mille volte peggiore della Thisbe Irenea, si chiama capitale finanziario. E ora di lottare per la sconfitta di questo odioso prevaricatore, per una liberazione che non sia quella fittizia dei borghesi. Michele Basso 16 agosto 2011 Note 1) Friedrich Engels, L origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, Barbarie e civiltà. 2) Riccardo Petrella, La grande abbuffata di miliardi della Fed, Sedicimila miliardi di dollari in prestiti senza interesse dagli Usa alle grandi banche mondiali: come il pil dell'intera Ue, Manifesto Ma ci sono anche reazioni più dure: Giulietto Chiesa, a proposito dei miliardi concessi dalla FED alle banche, contro la finanza e i suoi manutengoli italiani scrive:...li sbalziamo di sella o loro ci distruggeranno. Sicuramente molti di noi, insieme ai milioni che non si possono difendere. Ci porteranno via gli ultimi residui di democrazia, ci renderanno schiavi. Vogliono cancellare la storia di 150 anni di diritti conquistati. Sono la peste moderna. Se vogliamo guarire dobbiamo rispondere alla loro dichiarazione di guerra. 3) François Chesnais. E se il modo di non pagare il loro debito in realtà ci fosse? ComeDonChisciotte, Ago 07, ) Lenin, La catastrofe imminente e come lottare contro di essa. 5) Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, Londra, marzo ) Paolo Ferrero: Le borse crollano? È un'ottima notizia Liberazione 13 Agosto ) Pitagora E se fosse la Cina a finanziare il nostro debito? ) Richard Dawkins, Il gene egoista, cap.13. Testi utilizzati: Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, e Il Capitale, vol. I, La cosiddetta accumulazione originaria. Vol. III, La legge della tendenziale caduta del saggio di profitto, Cause antagonistiche.

7 BANCAROTTA DEGLI STATI O BANCAROTTA DEI LAVORATORI? ABOLIRE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE Documento di Marco Ferrando (8 Agosto 2011) La questione del debito pubblico domina lo scenario internazionale ed europeo. Il clamoroso declassamento del debito americano, in queste ore, ne è una riprova. I circoli dominanti e i loro partiti presentano il nodo del debito come questione tecnica inerente alla oggettività naturale delle leggi economiche. In realtà si tratta di una grande questione sociale e di classe che svela la totale irrazionalità del capitalismo e le dinamiche della sua crisi. Vediamo meglio. LE ORIGINI DEL DEBITO PUBBLICO NEGLI ANNI 80 L'esplosione del debito pubblico ha come sfondo l'esaurimento del boom economico postbellico. Lo sviluppo economico del dopoguerra, trascinato prima dalla ricostruzione, poi dalle spese militari della guerra fredda, aveva consentito- sia negli Usa, sia in Europa- una progressiva riduzione del debito pubblico accumulatosi durante la guerra. L'esaurimento del boom all'inizio degli anni 70 ( con la crisi recessiva internazionale del 74-75) mutò radicalmente il quadro. Per contrastare la caduta del saggio di profitto, il governo americano e i governi europei inaugurarono una politica economica di riduzione progressiva delle tasse sulle voci del capitale: rendite, profitti, patrimoni. Fu l'epoca del Reaganismo e del Teacherismo. Ovunque le classi dirigenti furono alleviate degli oneri di responsabilità sociale. Ovunque le classi subalterne pagarono di tasca propria il beneficio dei possidenti, con una prima compressione delle protezioni sociali acquisite, in varie forme, nel ciclo precedente. Queste politiche capitaliste furono del tutto incapaci di rilanciare una vera crescita economica capitalista. Ma furono capaci di concorrere al dissesto dei bilanci pubblici, che non a caso videro dagli anni 80 una diffusa impennata del debito. LE BANCHE INVESTONO NEL DEBITO PUBBLICO Come finanziare l'erario pubblico, nel momento in cui si dispensavano sempre più i capitalisti dallo spiacevole onere di pagare le tasse? In parte, come s'è detto, aggravando la pressione (anche fiscale) sul lavoro dipendente. In parte- ecco il punto- indebitandosi sul mercato finanziario. Cioè mettendo in vendita titoli di Stato a un determinato tasso di interesse e relativamente appetibili (anche per i benefici fiscali spesso concessi ai compratori). Chi erano i compratori dei titoli di Stato? Certo anche piccolo borghesi, pensionati, fasce di lavoratori, che ancora disponevano negli anni 80 e nei primissimi anni 90 di un qualche risparmio da investire. Ma i maggiori compratori divennero sempre più, a partire dalla metà degli anni 90, i cosiddetti investitori istituzionali : grandi banche ( private e pubbliche), compagnie di assicurazione, imprese industriali, cordate finanziarie. Dentro un mercato finanziario sempre più allargato su scala planetaria dal crollo del Muro di Berlino, dinamicizzato dalle nuove tecnologie informatiche, sospinto dal quadro di perdurante stagnazione economica

8 produttiva. Proprio così: contrariamente al diffuso luogo comune riformista che dipinge il liberismo e la finanziarizzazione come progressiva emarginazione dello Stato dall'economia, fu proprio il mercato dei titoli di Stato a contribuire significativamente alla espansione del capitale finanziario negli ultimi 20 anni. E con esso del debito pubblico. LO STATO PAGA I BANCHIERI Debito di chi verso chi? Questo è il punto rimosso (significativamente ) dal dibattito pubblico. Eppure è il punto decisivo. Se è vero come è vero che gli acquirenti dei titoli di Stato sono sempre più i grandi potentati industriali e finanziari, il pagamento del debito pubblico si riduce al pagamento degli interessi alle banche, alle assicurazioni, ai capitalisti. La crescita del debito pubblico è solo la crescita del versamento di denaro pubblico nelle tasche delle classi sociali dominanti. Che per di più sono quelle già sgravate progressivamente dal pagamento delle tasse e dunque responsabili del dissesto dei bilanci statali. E chi paga dunque il pagamento del debito pubblico? Naturalmente le classi subalterne, quelle già gravate dal grosso del carico fiscale, con un nuovo carico di sacrifici. CRISI CAPITALISTICA E DEBITO SOVRANO. CRESCE LA RAPINA AL SERVIZIO DELLE BANCHE Questo meccanismo infernale ha ricevuto una spinta ulteriore e abnorme proprio dalla grande crisi capitalistica internazionale iniziata nel Cos'è successo? E' successo che la crisi di sovraproduzione mondiale e il crollo della piramide finanziaria hanno scosso alle fondamenta il sistema bancario internazionale, a partire dagli USA. Gli stessi Stati e governi che per anni avevano cantato ( ipocritamente) le lodi del liberismo quando dovevano giustificare tagli sociali alla povera gente, sono accorsi precipitosamente al capezzale delle banche versando loro una massa gigantesca di risorse pubbliche: pagate da un nuovo e più pesante attacco a sanità, pensioni, istruzione, lavoro, ma anche da una crescita enorme del debito pubblico. Cioè da un nuovo massiccio indebitamento dello Stato presso banchieri e capitalisti. E qui viene il bello: larga parte dei soldi regalati dallo Stato a capitalisti e banchieri sono stati da questi investiti non in produzione e lavoro ( data anche la crisi di sovraproduzione), ma nell'ennesimo acquisto di Titoli di Stato, cioè nel debito pubblico. Ecco allora la contraddizione esplosiva: da un lato i bilanci pubblici sono sempre più dissestati dall'aiuto statale ai banchieri; dall'altro i banchieri, acquirenti dei titoli di Stato ( coi soldi regalati dallo Stato) pretendono da quest'ultimo assoluta certezza di pagamento degli interessi pattuiti. E dunque una politica di maggiore rigore della finanza pubblica. Ecco ciò che si chiama solvibilità dello stato : l'affidabilità dello Stato nel pagamento dei banchieri. E come fa lo Stato a conquistarsi tale affidabilità? Approfondendo sempre più la rapina sociale commissionata dalle banche contro i lavoratori e la maggioranza della società. Una rapina che oggi conosce, in America come in Europa, una drammatica intensificazione. Sotto i governi di ogni colore. E con un'ampia corresponsabilità bipartisan. DEBITO PUBBLICO E UNIONE EUROPEA La crisi del debito sovrano investe in particolare l' Unione Europea. Perchè qui la crisi economica si somma con la crisi politica dell'unione. E' vero: il debito pubblico europeo è mediamente minore, non maggiore, di quello americano o giapponese. Ma a differenza degli Usa o del Giappone, che dispongono di un unità statale e di una Banca centrale di garanzia, la U.E. versa in una situazione esattamente opposta. E la contraddizione tra una moneta unica e l'assenza di un unico Stato genera un quadro caotico proprio sul terreno finanziario. Tanto più sullo sfondo di una divaricazione strutturale progressiva tra gli Stati capitalistici centrali dell'unione ( in particolare la Germania) e gli Stati periferici mediterranei.

9 Il caso Grecia ha semplicemente fatto da detonatore di questa contraddizione esplosiva. Non solo ( e non tanto) per l'insolvibilità di fatto del debito greco presso le banche francesi e tedesche, grandi acquirenti dei titoli ellenici. Ma per l'assenza,che quel caso ha evocato, di un meccanismo generale di garanzia dei titoli di Stato in Europa e dunque per le banche che li possiedono. Il cosiddetto Fondo europeo salva stati (cioè salva banche) che formalmente è stato predisposto dopo un estenuante contenzioso interno), non solo non ha risolto il problema, ma l'ha riproposto al massimo grado. Sia per i tempi lunghi della sua operatività, sia per l'esiguità dei fondi a disposizione, sia per la discrezionalità dell'eventuale intervento (chi decide?), sia per il (parziale) coinvolgimento nel salvataggio delle stesse banche private acquirenti dei titoli. Ciò ha spinto e spinge una parte consistente di istituti finanziari internazionali (anche europei) a disfarsi dei titoli di Stato europei, per ripiegare altrove. E questo fatto genera due fenomeni complementari. Da un lato un calo di valore dei titoli statali, e quindi del patrimonio delle banche che li possiedono, con una ricaduta restrittiva sul credito alla produzione; dall'altro una crescita dei loro rendimenti, cioè dei tassi d'interesse a cui sono venduti: perchè aumentando il rischio dell'insolvibilità del venditore (lo Stato), il compratore (la banca) pretende un maggiore guadagno. CRESCITA DEI RENDIMENTI E PRATICA LEGALE DELL'USURA Come si vede la pratica criminale dell'usura è moneta corrente delle relazioni economiche capitaliste. Non solo non è condannata dalla morale dominante, men che meno dalla legge, ma viene addirittura elevata a legge naturale dell'economia e dunque a ragione della rapina antipopolare. Quante volte sentiamo ripetere in Italia che il rialzo dei rendimenti dei nostri titoli di Stato costringe a un più virtuoso rigore ( contro i lavoratori)? Il fatto che magari il rialzo dei rendimenti sia dovuto a vendite massicce dei titoli italiani da parte della Deutsche Bank viene accuratamente rimosso. Meglio accusare ignoti e fantomatici speculatori, o l'impersonalità dei mercati, piuttosto che il cuore di quella fraterna Unione per cui si chiedono tanti sacrifici agli operai. Resta il fatto che in tutta Europa, il pagamento del debito alle banche strozzine è diventata la bandiera di una nuova mostruosa rapina. L'unica Unione che i capitalisti europei e i loro Stati hanno saputo realizzare è quella contro il proletariato continentale al servizio delle proprie banche. DEBITO PUBBLICO E CAPITALISMO ITALIANO La crisi finanziaria in Italia è figlia della crisi europea. Certo, la questione del debito pubblico in Italia ha radici specifiche e lontane, connesse con la storia dell'unificazione nazionale, col particolare retaggio del parassitismo clientelar/burocratico della prima Repubblica, con i privilegi secolari del Vaticano in Italia (anche in fatto di esenzione fiscale), col carattere patologico dell'evasione fiscale delle classi proprietarie. Ma queste antiche radici - anch'esse peraltro legate alle caratteristiche strutturali del regime borghese, e alla sua particolare conformazione nazionale - non possono cancellare l'attuale natura prevalente del debito pubblico italiano: un debito sospinto e riprodotto negli ultimi 20 anni dalla dipendenza crescente dello Stato verso il capitale finanziario, interno e internazionale. Un debito dominato dalle banche. La propaganda dominante che attribuisce il debito pubblico all'eccesso di concessioni ai lavoratori e agli strati popolari ( siete vissuti al di sopra delle vostre possibilità ) non solo è totalmente falso ma capovolge esattamente i termini della questione. E' stata proprio la progressiva defiscalizzazione delle classi proprietarie, pagata dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, ad accompagnare strutturalmente la crescita del debito pubblico. Basta guardare l'evoluzione del regime fiscale in Italia negli ultimi 20 anni e la parallela redistribuzione della ricchezza a vantaggio di rendite, profitti, patrimoni. Detassazione delle classi proprietarie, aumento del prelievo fiscale sul lavoro dipendente, espansione della grande ricchezza immobiliare e finanziaria e sua concentrazione in poche mani: questi sono i dati che hanno accompagnato la crescita del debito pubblico.

10 Perchè? Perchè il vuoto dei conti pubblici( nazionali e locali) aperto dalla detassazione del capitale è stato compensato dal ricorso sempre più largo dello Stato all'indebitamento verso le banche. Le quali, prima beneficiate dai tagli fiscali, poi beneficiate dal pagamento degli interessi sui titoli, hanno anche per questo allargato la propria presa sul grosso della società italiana e dei suoi gangli vitali, allargando il processo di accumulazione di ricchezza. La struttura bancocentrica del capitalismo italiano è oggi riconosciuta dalla stessa stampa borghese. CHI POSSIEDE OGGI IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO? LE BANCHE Chi possiede oggi il debito pubblico italiano? Per il 50% banche, imprese, e istituti finanziari stranieri. Per l'altra parte banche, imprese, e assicurazioni italiane. Fuori da questi pacchetti proprietari restano davvero pochi spiccioli. Basta questo dato, pubblicamente riconosciuto, per capire chi intasca ogni anno gli 80 miliardi di interessi versati dallo Stato italiano sui propri titoli. Anche in questo caso è la detassazione del capitale ad aver finanziato il debito pubblico persino in forma diretta: i guadagni ricavati dal capitale grazie alle mille regalie fiscali dei governi di centrosinistra e centrodestra ( basti pensare all'enorme riduzione della tassa sui profitti industriali e bancari- dal 34% al 27%- realizzata dall'ultimo governo Prodi) sono finiti in parte nell'acquisto di nuovi titoli statali, e dunque nell'accaparramento di nuove risorse pubbliche. Il beneficio di classe ha finanziato la rapina di classe. E lo stesso è avvenuto a livello di amministrazioni locali. Dove il taglio massiccio di trasferimenti pubblici dello Stato, (connessi al processo del cosiddetto federalismo ), e l'esenzione fiscale delle classi proprietarie (v. per ultima l'esenzione dell'ici per le stesse abitazioni di lusso da parte del governo Berlusconi), hanno spinto i governi locali all'indebitamento sul mercato finanziario: sino a determinare la somma complessiva di circa 70 miliardi di interessi annuali da versare alle banche. Una somma quasi pari a quella versata dallo Stato centrale. E pagata com'è noto, anche qui, dal taglio sistematico dei servizi ( scuola, asili, trasporti locali..) oltre che dall'aumento di rette,tasse, tariffe. LE RAGIONI DELLA CRISI ATTUALE DEL DEBITO ITALIANO Perchè oggi il debito sovrano italiano è entrato in crisi? Perchè i nostri titoli di Stato sono investiti dalla bufera finanziaria internazionale? Per un insieme di ragioni di fondo. Tutte riconducibili, in ultima analisi, alla presenza del terzo debito pubblico del mondo ( 120% del PIL). Ma non riducibili a questo solo dato. Il nuovo patto di stabilità europeo concordato nel marzo 2011 prescrive per l'italia non solo il pareggio di bilancio entro il 2014 ( oggi anticipato), ma l'abbattimento di 900 ( novecento) miliardi di debito pubblico nei prossimi 20 anni ai fini del raggiungimento del 60% del PIL: significa ogni anno un'operazione finanziaria di 50 miliardi al netto del pagamento degli interessi sul debito. Questa operazione enorme di macelleria è già di per un'impresa titanica. Ma tanto più lo è in un quadro di particolare stagnazione produttiva ( l'economia capitalistica italiana è la più stagnante delle grandi economie europee), e alla vigilia di un possibile terremoto politico istituzionale interno ( connesso alla crisi della seconda Repubblica). A ciò si aggiunge un particolare decisivo: a differenza della Grecia, del Portogallo o dell'irlanda, che contano dopo tutto una massa debitoria relativamente modesta, e sono quindi passibili di aiuto, l'italia registra un debito pubblico enorme in cifra assoluta ( 1800 miliardi a fronte dei 350 della Grecia) e un suo salvataggio sarebbe economicamente improponibile. Ma al tempo stesso un default dell'italia- cioè della settima economia capitalistica mondiale- trascinerebbe con sé il crollo dell'unione e dell'euro, con un effetto domino sul sistema bancario internazionale. Tutto questo eleva enormemente il rischio dei titoli italiani sul mercato finanziario. E dunque la pretesa di un rendimento più alto da parte delle banche strozzine creditrici. Ciò che determina a sua volta un ulteriore aumento del debito e del relativo rischio. Questa è la spirale che sta avvolgendo l'economia italiana.

11 CRISI DEL DEBITO PUBBLICO E CRISI DEI TITOLI BANCARI C'è di più. E' vero che le banche italiane sono state meno esposte di altre sul mercato mondiale dei titoli tossici, e non sono coinvolte direttamente in bolle immobiliari esplosive come quelle spagnole. Ma è vero anche che sono molto esposte sul versante dei titoli di Stato di cui sono grandi acquirenti. Questo significa che un calo di valore dei titoli italiani si traduce direttamente in un calo patrimoniale delle banche. Mentre la crescita dei rendimenti dei titoli di Stato costringe le banche, per ragioni di concorrenza, ad alzare i rendimenti delle proprie obbligazioni, fonte primaria del loro autofinanziamento: il che significa una loro maggiore spesa di interessi proprio nel momento del loro indebolimento patrimoniale. La conseguenza di tutto questo è molto semplice: la crisi del debito sovrano trascina con sé la crisi dei titoli bancari italiani ( non a caso i più penalizzati dalle Borse). E la crisi dei titoli bancari si traduce a sua volta in un indebolimento del capitalismo italiano e della credibilità finanziaria dei suoi titoli di Stato sul mercato internazionale. L'UNITA' NAZIONALE A SOSTEGNO DELLE BANCHE E DELLA LORO RAPINA Ecco dunque la risultante d'insieme: i titoli di Stato italiani tendono a valere sempre meno e dunque a costare sempre di più alle banche acquirenti. E le banche, interne ed estere, pretendono come garanzia del loro rischio, cioè della solvibilità dell'italia, una politica di massacro sociale ancor più severa e convincente. Tutta la drammatica stretta sociale e finanziaria di queste settimane, ( prima una finanziaria di 40 miliardi, poi il suo raddoppio di fatto in 10 giorni, poi l'anticipo del pareggio di bilancio deciso su pressione della BCE in 24 ore, poi ancora l'annuncio di nuove misure di rapina contro lavoro e pensioni..) sono solo l'affannosa rincorsa del ricatto usuraio delle banche e dei loro portavoce istituzionali. Oltrechè un cedimento alle pressioni dirette della BCE e dei governi francese tedesco, le cui banche sono molto esposte sui titoli italiani. Il fatto che su questo signorsì ai banchieri sia scattata una grande unità nazionale tra governo e opposizioni liberali, e persino tra industriali e burocrazia CGIL ( sino alla scena umiliante di una Camusso rappresentata dalla Marcegaglia al tavolo col governo), misura solamente la comune subordinazione di tutti gli attori in commedia allo spartito del capitalismo italiano ed europeo. Il che non elimina contraddizioni interne e neppure possibili rotture tattiche ( anche per via del nodo politico irrisolto di Berlusconi). Ma chiarisce in modo definitivo che il pagamento del debito pubblico ai banchieri è la bussola attorno a cui ruota tutto l'universo politico dominante. Al di là di ogni confine di schieramento. ABOLIRE IL DEBITO VERSO LE BANCHE: L'UNICA ALTERNATIVA REALE Proprio per questo è necessario e urgente contrapporre alla bussola dominante un'altra bussola. Quella di un piano anticapitalista per uscire dalla crisi, che risponda unicamente alle esigenze del lavoro, contro gli interessi di Confindustria e banche. Un piano che chiami alla mobilitazione di massa straordinaria la classe operaia, la giovane generazione, tutti i movimenti di lotta. Un piano che abbia una radicalità uguale e contraria a quella dei piani padronali. Un piano che proprio per questo parta dalla rivendicazione elementare e unificante imposta dalla crisi: l'abolizione del debito pubblico verso le banche, interne e internazionali, sia a livello statale, sia a livello delle amministrazioni locali. In altri termini, il rifiuto di pagare gli interessi sul debito agli strozzini. Non c'è altra soluzione. I capitalisti, i loro partiti, i loro governi, vogliono costringere alla bancarotta i lavoratori e i servizi sociali, per cercare di evitare la bancarotta del proprio sistema di sfruttamento. I lavoratori possono e debbono rivendicare la bancarotta dello Stato ( cioè il rifiuto di pagare gli usurai), per tutelare la propria condizione sociale e i propri diritti più elementari. Nessuna difesa del lavoro, della sanità della scuola pubblica, della previdenza; a maggior ragione nessuna rinascita sociale dell'italia saranno realisticamente possibili, senza troncare il nodo scorsoio del debito pubblico. Cioè la dipendenza dalle banche. Solo questa misura potrà liberare una massa enorme di risorse pubbliche da investire nei beni comuni e in un grande piano del lavoro.

12 Ma come faranno le banche a sopravvivere sul mercato di fronte all'insolvenza dello Stato? Risposta: le banche dovranno essere nazionalizzate, senza indennizzo, e sotto controllo dei lavoratori, proprio per sottrarle alla logica del mercato, per unificarle in un unica banca pubblica sotto controllo sociale, che provveda al sostegno dei lavoratori secondo l'interesse pubblico, non alla loro rapina secondo l'interesse privato. Ma cosa ne sarebbe dei piccoli risparmiatori? I piccoli risparmiatori sarebbero integralmente salvaguardati dalla banca pubblica, proprio all'opposto di quanto avviene oggi: dove la speculazione dei banchieri spesso travolge in primo luogo proprio i piccoli risparmiatori, più volte oggetto di truffe criminali (Parmalat, Cirio, bond argentini..) da parte dei grandi azionisti delle banche private. Ma l'annullamento del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche non sono possibili nell'unione Europea. Se è per questo nell'unione Europea dei capitalisti e dei banchieri non è possibile nemmeno tutelare il lavoro, la previdenza pubblica, i diritti sociali, come mostra l'esperienza pratica di ogni Paese. La verità è che solo il rifiuto dell'unione delle banche e delle sue leggi può liberare le classi lavoratrici dalla dittatura del capitale finanziario e aprire una prospettiva nuova. Il rifiuto del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche vanno esattamente in questa direzione: quella di un Europa dei lavoratori. Del resto: è un caso che questa rivendicazione cominci ad affiorare in settori d'avanguardia del movimento operaio europeo o nel movimento degli indignati spagnoli? GOVERNINO I LAVORATORI, NON I BANCHIERI: IN ITALIA, IN EUROPA,NEL MONDO Il punto decisivo è un altro. L' abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione sono incompatibili con la struttura capitalistica della società, con la natura dei governi borghesi di ogni colore, con le loro istituzioni internazionali, con la stessa natura attuale dello Stato. Non possono essere realizzate per via di una semplice pressione di movimento sui partiti dominanti, tutti legati a doppio filo al mondo degli industriali e delle banche ( e spesso presenti non a caso sui loro libri paga). Possono essere realizzate sino in fondo solo da un governo dei lavoratori, che ponga i lavoratori al posto di comando: da un governo che rovesci l'attuale dittatura degli industriali e dei banchieri per rivoltare da cima a fondo l'intero ordine della società capitalista, e costruire una società socialista. Una società che possa realmente decidere il proprio destino, senza dipendere dal gioco d'azzardo delle Borse, dall'anarchia del mercato, dalla legge del profitto. Il nuovo acutizzarsi della crisi capitalistica, nel mondo, in Europa, in Italia, ripropone questa prospettiva rivoluzionaria come unica possibile via d'uscita. Costruire in ogni lotta parziale il senso di questa prospettiva generale è il lavoro del Partito Comunista dei Lavoratori. MARCO FERRANDO

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