Mi chiamo. Django Sissoukuo. Vengo dal Mali. Il mio viaggio è durato 3 anni e ho fatto 7800 KM. Il mio nuovo mondo è una bicicletta

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1 Mi chiamo Django Sissoukuo Vengo dal Mali Il mio viaggio è durato 3 anni e ho fatto 7800 KM Il mio nuovo mondo è una bicicletta che gli permette di andare al lavoro in un tempo più breve. La Repubblica - Giovedì 23 aprile 2015 di Attilio Bolzoni 1

2 DIARIO Quando ha deciso di lasciare la sua casa Django Sissoukuo non aveva niente. Ora vive in Sicilia e tutto quello che possiede è una bicicletta "Ma se penso a quanto ho sofferto non ho dubbi: voglio restare qui" "La mia odissea lunga 3 anni per andare dal Mali all'italia oggi guadagno 5 euro al giorno e per la prima volta sono felice" Diario di viaggio di sola andata dal Mali all'accampamento di Mineo, distanza percorsa 7800 chilometri, tempo impiegato tre anni, due mesi e quattro giorni. Quando è partito Django non aveva niente, oggi tutto quello che possiede è una bicicletta. MALI 1 GENNAIO Da Bamako (Mali) all Europa «Questa mattina mi sono sdraiato sul cassone di un camion con i miei due amici Manade e Fasi. Sul camion siamo più di trenta. Io e i miei amici abbiamo un sogno: andare in Europa e lasciare la miseria e la violenza del nostro quartiere di Badalabougou, è un luogo infelice alla periferia di Bamako, la capitale del Mali. Ho perso mio padre Madi nel 2002 e mia madre Gari nel 2003, sono orfano dei miei due genitori da quando avevo 14 anni. Non ho fratelli e non ho sorelle. Sono solo al mondo. Lavoro in un'officina come aiuto meccanico ma non ho sempre soldi per mangiare. Dove voglio andare Italia, Germania, Inghilterra non lo so ancora. So che voglio un'esistenza lontano da qua. Io, Django Sissoukuo, a 23 anni voglio cominciare vivere». ALGERIA 25 FEBBRAIO Sono in Algeria mi trattano come un cane «Da un mese sono in Algeria, in una città chiama Ghardaia. La frontiera l'abbiamo attraversata di nascosto, una notte. Ci abbiamo messo tredici giorni per arrivare fin qui. Ma male. Gli algerini mi trattano come un cane mia pelle nera. Ho trovato lavoro come manovale in un cantiere, siamo in tanti a costruire una grande casa. Riesco a mettere da qualche dinaro ma mangio solo una volta giorno. I soldi mi servono per continuare il viaggio, devo pagare per l'europa. Ma è dura, dura la vita per me qui in Algeria». 2 APRILE 2012 Ho attraversato frontiere di notte, lavorato come uno schiavo, visto morti di sete e di fame. Non ho ceduto «Sono in carcere da due giorni. Alcuni uomini algerini mi hanno aggredito per strada e ferito alla schiena con dei bastoni. Mi hanno picchiato solo perché sono nero, gli algerini sono molto razzisti. Due volte al giorno in carcere ci portano pane e patate, di mattina e di sera, però la polizia del carcere ci tratta bene e non ci fa mai del male. Siamo almeno in 150 i neri rinchiusi qui dentro, in ogni cella siamo sei, sette anche otto». 2

3 14 SETTEMBRE 2012 «La mia vita in Algeria è uno schifo. Dopo il carcere, ventuno giorni rinchiuso, ho ripreso a lavorare in cantiere. Ma non mi piace niente, voglio andarmene. I miei amici Manade e Fasi non ce la fanno più. Ieri passavano da una strada e dei bambini hanno cominciato a scagliare pietre contro di loro». 4 FEBBRAI «Oggi mi hanno detto che ci vogliono molti dinari per l'europa. Ho chiesto quanti, ma non mi hanno saputo dire niente. Mi hanno detto però che c'è un camion che ci può portare in Libia e poi davanti al mare dell'europa». 15 OTTOBRE 2013 «Sono rimasto un'altra volta solo. Manade e Fasi sono tornati indietro. Sono tornati a casa, a Bamako». Libia 26 MARZO 2014 «Per la prima volta ho pregato in piedi, non c'era spazio per inginocchiarmi questa mattina dentro il camion. Eravamo più di 30, avevamo poca acqua e quasi niente cibo. Dopo quattro giorni un incubo, ho sofferto tanto oltrepassando il deserto sono arrivato finalmente in Libia. Ho visto tanti cadaveri lungo la pista del deserto. Tutti neri. Credo che siano morti di sete odi fame, li hanno abbandonati nella sabbia. Erano tutti come me: neri». 27 MARZO 2014 Via via che mi avvicinavo alla costa continuavano a dirmi: se vuoi vedere il mare serve tanto denaro. «La città dove mi nascondo in una tenda che è diventata la mia casa è quella di Ghadames. Mi hanno detto che mi faranno lavorare domani o fra qualche giorno. Questi uomini che mi portano di qua e di là come una cosa vogliono molti soldi per farmi vedere il mare.. mi hanno detto proprio così: "Se vuoi vedere il mare tanto denaro". Sono trafficanti ma in mezzo a loro ho visto poliziotti o militari. Sono sempre insieme». 8 MAGGIO 2014 «Sono fratelli musulmani anche loro, i libici, come anche gli algerini. Ma a noi con la pelle scura ci trattano come bestie. Ho paura di stare qui. In questa città libica anche bambini di dieci, undici, dodici anni hanno fucili e sparano. Io non credevo di trovare queste sventure, quando sono partito dal mio quartiere di Bamako non avrei mai immaginato di vedere altra violenza, ancora più violenza di quella dalla quale sono fuggito. Lavoro anche qui come manovale in un cantiere edile, porto sacchi di cemento da cinquanta chili sulle spalle per tutto il giorno. Spero di farcela, alcune volte penso che Manade e Fasi abbiano fatto bene a ritornare in Mali. Ma lo penso solo per poco tempo: io voglio vedere il mare e l'europa». 9 GIUGN «Mi hanno detto che devo tenermi pronto, che da un momento all'altro mi portano a Tripoli». 4 SETTEMBRE 2014 «Da due mesi ho nuovi amici, sono tutti Mali come me. Stiamo tutti a Tripoli. È difficile la vita qui, non riesco a mettere soldi da parte, quel poco che guadagno me lo prendono certe persone, le stesse persone che alla mattina cercano i ragazzi più forti per farli lavorare cantiere. Della Libia conosco solo i cantieri la tenda del campo dove dormo». 3

4 4 DICEMBRE 2014, «Per la prima volta ho sentito la parola Italia. Uno dei neri che sta al campo mi ha assicurato che possiamo andare dall'altra parte del mare: in Italia. Mi ha anche chiesto: quanti dinari hai? Non mi piacciono quelli che parlano solo di soldi». 2 GENNAIO 2015 «Susak è un ragazzo del Mali e mi ha giurato che presto partiremo per l'italia». 7 GENNAIO 2015 «Non so dove mi trovo, è un villaggio a sei sette ore da Tripoli. Un altro camion ci ha portati in questo posto dove per la prima volta visto il mare. Mi fa paura, è grande». 13 GENNAIO 2015 «Sto salendo sul battello, siamo in 106». 18 GENNAIO 2015 «Sono vivo, sono ancora vivo. Ho avuto terrore del maree ho visto morire gli altri che stavano sul secondo barcone. Quattro giorni siamo partiti in più di duecento, 106 sul nostro battello e cento su quell'altro. A un certo punto si sono rotti i motori di tutte e due le barche. La seconda barca è scomparsa fra le onde, c'erano uomini e donne, ma anche molti bambini. Li abbiamo visti affogare. Noi ci siamo salvati perché una nave si è avvicinata gente che aveva addosso una divisa ci ha trascinato fino a un'isola che si chiama Lampedusa. Mi hanno detto che ero già in Italia». 20 GENNAI «Mi hanno fatto tante domande su chi guidava la barca. Io gli ho risposto subito, ho la verità: era uno del Camerun. Da due dormo in un letto dentro un campo a Lampedusa. Mi hanno dato scarpe nuove, un pantaloni puliti, una maglia, un giubbotto nero molto bello. E da mangiare, tanto mangiare. Questa è l'italia. Io sapevo dell'italia solo del Milan e dell'inter, del calcio che vedevo ogni tanto alla tivù. Io non fumo, molti danno anche le sigarette. Questa è lia. Fino a pochi giorni fa pensavo di morire adesso invece forse sono felice». 24 GENNAIO 2015 «Dopo tanto tempo ho giocato a pallone il paese dove sono si chiama Siculiana, siamo più di centocinquanta e dormiamo tutti in bel posto che è pulito e tutti sono gentili». 28 GENNAIO 2015 «Alle tre del pomeriggio è arrivato un autobus e un uomo ci ha detto che dovevano salirci sopra. C'erano tanti poliziotti e ho cambiato casa un'altra volta. Adesso abito paese dove si vede sempre il mare. È Pozzallo, un'isola dell'italia anche questa. Come Lampedusa». 8 MARZO 2015 «Qui mi trovo molto bene perché qui non sono razzisti. Mangio tanto e mangio bene. Sono contento, divento triste soltanto quando penso a mio padre e a mia madre che non sono più. Dormo in un posto che ha un numero, il Ci sono altri ragazzi come me. Ho nuovo amico, Dankre, anche lui è del Mali. vediamo ogni sera, passeggiamo in questo campo di Mineo dove tutti mi ris pett ano. Vivo da quattro giorni e mi sembra molto lontana la mia città, molto lontane anche la Libia l'algeria». 4

5 19 MARZO 2015 «Ho trovato un lavoro ma non ogni giorno. C'è Sebastiano che mi fa raccogliere arance. Guadagno 5 euro almeno due o tre volte la settimana. Cinque euro, comincio a raccoglierle alle 8 del mattino e finisco alle 13. Poi vengo alla mensa. Sebastiano mi regala le arance 25 MARZO 2015 «Mi sono comprato una bicicletta, è costata 10 euro. Così è più facile andare da Sebastiano e anche più distante, verso Palagonia dove altri mi fanno raccogliere arance». 2 APRILE 2015 «Non voglio più cambiare casa. L'Italia mi piace, mi aiutano tutti. Devo trovare un lavoro nuovo e aspettare la carta per diventare libero davvero. Mi piacerebbe trovare una ragazza da sposare, anche se è italiana. Ma prima devo trovare il lavoro per pagarmi la casa». 11 APRILE 2015 «Sono arrivati altri neri qui a Mineo. Staranno bene». 20 APRILE 2015 «Ho sentito che sono morti tanti nel mare che mi fa paura». 22 APRILE 2015 «Mi piacerebbe non lasciare mai l'italia. Una volta sono andato a Catania, vorrei viverci lì a Catania. Ma il mio amico Dankre mi ha detto che si può andare un giorno anche Milano. Però a me Catania piace tanto». 5

6 Sono una bambina di 11 anni e vengo dal Gambia. Vi supplico: il mare è molto pericoloso. Non partite! Giusi Fasano, Corriere della Sera 30 aprile Lettera della piccola salvata dal mare «Cari fratelli, vi prego non partite!» Ha 11 anni, nel naufragio del barcone ha perso tutti i parenti. Ora è assistita in Calabria. Una bambina di 11 anni davanti a un quaderno aperto su una pagina bianca. Non le serve nemmeno chiudere gli occhi per tornare dove i ricordi la vogliono portare. Si lascia guidare, evoca immagini, segue pensieri, e in un attimo è di nuovo lì, annaspa in mezzo alle onde. La penna scivola veloce sul foglio: «Vengo dal Gambia e ho attraversato il mare per venire in Italia» racconta la prima riga. «Molte persone sono morte, i miei migliori amici, mia sorella e mio fratello sono morti fra le onde per arrivare in Italia...». Qualcuno la vede mentre scrive, non la interrompe. Perché per lei scrivere è anche un po salvarsi, è il suo messaggio nella bottiglia da affidare alla vita. E quando si alza e se ne va, chi legge quel messaggio resta senza fiato. «Vi supplico, fratelli e sorelle, basta arrivare in questo modo» è la traduzione più fedele del suo inglese un po incerto. «Vi prego, vi prego, vi prego. Vi dico queste parole perché so cosa ho visto e ho visto molte cose che non posso raccontare. Quel che posso dire a chi di voi sta per arrivare è: non fatelo, per favore, fratelli e sorelle...». E ancora: «Attraversare il mare è molto, molto pericoloso. Vi prego, basta». Il finale dice: «Questa lettera è scritta dalla vostra giovane sorella (nome e cognome, ndr ). Addio e grazie per averla letta». 6

7 La sua storia. La piccola autrice di tutto questo ha messo i piedi sulla terraferma a Reggio Calabria la mattina del 14 aprile. Sola come non lo era mai stata. Era partita da un villaggio sperduto del Gambia, appunto, con sua madre, suo padre, il suo fratellino e la sua sorella maggiore. Sono morti tutti, e la sorella più grande (pochi anni più dei suoi) ha usato tutta la forza che aveva per salvare lei. L ha spinta in su, l ha tenuta a galla come ha potuto, con la forza della disperazione, e le sue braccia hanno smesso di muoversi proprio quando la nave Orione si avvicinava. Mentre annegava forse ha capito che la sua sorellina era salva, che lei non stava morendo invano. Gli uomini della Marina militare italiana hanno issato a bordo 144 vivi e 9 morti. Ma nella stiva del barcone andato a picco, hanno raccontato tutti fin da subito, c erano almeno 400 persone, incollate l una all altra come sardine e inabissate assieme a quella carretta nel giro di pochi minuti. La rotta di quella gente - dalle loro case in qualche angolo dell Africa sub-sahariana alla morte nel Canale di Sicilia - è la stessa tragica rotta di migliaia e migliaia di altri migranti. Ma spesso, quando sono soltanto i sopravvissuti a raccontare di morti, le stragi diventano semplicemente storie che riempiono verbali. Anche le vite perdute che racconta la nostra bambina undicenne sono una strage fantasma: soltanto parole, sue e di decine di altri scampati alla morte. E tutto questo nemmeno una settimana prima dei annegati che hanno commosso il mondo, sempre nel Mediterraneo. Quel «vi prego, vi prego non partite» è la sola via di salvezza che la ragazzina del Gambia ha saputo trovare. Perché nelle poche parole che ha detto agli psicologi ha spiegato che «in mare c è soltanto morte». «I suoi occhi raccontano una storia di sofferenza infinita» dice Giovanni Fortugno, responsabile generale del Servizio immigrazione della Comunità Papa Giovanni XXIII, l associazione che adesso si prende cura di lei in una delle sue case di accoglienza per minori, a Reggio Calabria. Giovanni dice che «in questi casi quello che si può fare è cercare di far vivere ai ragazzi, una vita il più normale possibile. Senza forzarli, lasciando che siano loro a ripescare i ricordi man mano che arrivano». Lei, la ragazzina della lettera, ha spiegato che nel suo Paese studiava ma che la miseria aveva convinto i suoi genitori a cercare fortuna in Europa. Per lei e per sua sorella suo padre ha pagato agli scafisti un po di più: il diritto di stare in alto nel barcone, quindi. Un dettaglio che fa la differenza se per caso la barca va a fondo. La famiglia si è divisa e salutata alla partenza, in Libia. Ma lì sotto, nella stiva, con il passare delle ore c era gente che respirava sempre peggio. Ancora un po e sarebbero morti tutti asfissiati, per questo hanno cercato aria, si sono mossi assieme provando a raggiungere l uscita bloccata. Per questo il barcone si è sbilanciato e rovesciato. Il resto è acqua. Oppure morte, se lo vuoi vedere con gli occhi della nostra piccola amica. di Giusi Fasano, Corriere della Sera 30/4/15 7

8 Sono Alì, ho 15 anni e vengo dalla Somalia E stato salvato da un'imbarcazione della Guardia di finanza il 17 aprile Mi chiamo Alì, ho 15 anni, vengo dalla Somalia. Quando avevo nove anni, sono stato separato dalla mia famiglia e mi hanno mandato a Mogadiscio, la capitale del mio paese. Ho trovato ospitalità presso amici che vivevano nel quartiere di Yaaqshiid. Lì ho imparato l'inglese e ho iniziato a lavorare come lustrascarpe per i soldati. Tre mesi fa, ho lasciato la Somalia. Ci sono tanti problemi nel mio paese: la guerra, la siccità, la fame. Volevo una vita migliore, volevo andare in Norvegia. Viaggiavo con un mio amico. Suo padre aveva pagato il viaggio a entrambi, lungo il deserto fino alla Libia. Un viaggio lungo e faticoso, a bordo di un fuoristrada, attraverso Etiopia e Sudan. Il mio amico non ce l'ha fatta. I trafficanti guidavano a tutta velocità nel deserto del Sahara e lui è caduto. Ci siamo fermati per vedere se si fosse fatto male, ma era morto. L'abbiamo sepolto nel deserto. Aveva 19 anni. Quando ho chiamato suo padre per dirglielo, è stata una conversazione molto dolorosa. Tre mesi dopo la partenza dalla Somalia, siamo arrivati a Tripoli, in Libia. Siamo rimasti lì per una settimana, in una grande abitazione con molte altre persone. I trafficanti avevano messo i somali da una parte e gli eritrei dall'altra. I nostri rapitori erano molto cattivi, picchiavano i miei amici e avevano fucili e pistole. Poi si è presentato uno che aveva un'imbarcazione e mi ha chiesto altri soldi per arrivare in Europa, 1900 dollari. Io non li avevo e non avevo parenti che potessero pagare quella somma. Gli altri nell'abitazione hanno fatto una colletta. Il tipo ci aveva ingannato, dicendo che aveva un motoscafo. Invece era un gommone gonfiabile. Prima di partire, c'è stata un'altra disgrazia. All'interno dell'abitazione alcuni cucinavano con un fornello a gas e altri fumavano lì vicino. Una bombola di gas ha preso fuoco ed è esplosa, uccidendo 10 persone. Li abbiamo sepolti a Tripoli. L'esplosione ha ferito 22 persone, tutte eritree, alcune delle quali erano completamente ustionate. Ma i trafficanti li hanno costretti a salire sul gommone. 8

9 Siamo partiti da Tripoli alla mezzanotte del 16 aprile. Eravamo più di 70, compresi i feriti: 45 somali, 24 eritrei, due del Bangladesh e due del Ghana. Alle il gommone ha iniziato a perdere aria. Si sono precipitati a prua per cercare di chiudere il buco e abbiamo chiesto soccorso col telefono satellitare. Sono passate sei ore, le peggiori della mia vita. Pensavo che non sarei sopravvissuto. Le persone pregavano a voce alta, invocando la clemenza di Dio. Alle 3 di pomeriggio abbiamo visto l'imbarcazione di colore grigio della Guardia di finanza. Mi sentivo rinato. I miei amici sulla barca stavano bene, ma il viaggio aveva peggiorato le condizioni degli eritrei feriti. Una donna è morta per le ustioni, mentre eravamo a bordo. A un'altra hanno tolto il bambino di due anni, per dargli le prime cure. Ora abbiamo un riparo, abbiamo cibo. Ringraziamo Dio per averci salvato. Ringraziamo l'italia. Dalla Somalia continuano a partire in tanti, perché non c'è pace e non c'è lavoro. E in tanti muoiono in mare. Qui a Lampedusa ho visto una scritta che mi piace: I governi dovrebbero proteggere le vite umane prima delle frontiere. Voglio dirlo io stesso ai governi. Centro per migranti, rifugiati e richiedenti asilo, Lampedusa Migranti percorrono la strada polverosa che dal centro per migranti, rifugiati e richiedenti asilo porta al centro di Lampedusa Oltre 300 migranti, rifugiati e richiedenti asilo provenienti dall'africa giunti nel porto di Augusta. 9

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