REZZA / MASTR. Il ritmo è dentro chi lo fa (2) ALIAS LE MENTI LIBERE E LE MENTI OCCUPATE

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2 (2) ALIAS LE MENTI LIBERE E LE MENTI OCCUPATE Incontro con Antonio Rezza e Flavia Mastrella per parlare del loro libro «Clamori al vento» e del nuovo spettacolo «Anelante» che debutterà a dicembre a Torino e a Roma Il ritmo è dentro chi lo fa di GIANLUCA PULSONI Tra un passaggio a Torino e un continuo a distanza (telefono, internet) si è riusciti a intervistare Antonio Rezza e Flavia Mastrella a proposito del loro libro, Clamori al vento, pubblicato da Il Saggiatore e uscito l'anno scorso nella conversazione, non ci si è fatti sfuggire l'occasione di chiedere anche qualcosa sul loro prossimo spettacolo, Anelante... Dal nostro primo incontro ricordo una vostra frase, a proposito del libro: «manuale su come ci si deve comportare nell'arte». Mi piacerebbe un approfondimento in merito. Flavia: Non è proprio un manuale, è la storia di un intesa, racconta di due vite disciplinate sperperate a combattere quello che non dà vitalità: attraverso l'irriverenza comportamentale e la realtà travisata, il rito viene percepito il più delle volte come spettacolo. Nel volume si racconta il transfert, il capovolgimento, il vizio di aberrare la prospettiva del quotidiano, che è fruibile all'istante durante le performance teatrali e nei film, grazie alla disposizione stratificata dei linguaggi. Le visioni con la voce ipnotica allarmata declamano la narrazione, corrodono il corpo sgretolando le cose in mille significati enfatizzati. L abnormità e la normalità nel libro danno la densità agli argomenti che si articolano al nostro bioritmo. Antonio: È venuto fuori un testo anti-moralista che però indica la direzione del pensiero assoluto, assai diffuso nelle menti libere, praticamente assente in quelle occupate. Tutti dovrebbero comportarsi come il libro dice perché è così che si fa, perché i più grandi lo hanno fatto e perché chi non lo fa non è abbastanza grande. La credibilità di un intellettuale è direttamente proporzionale alla rinuncia dei guadagni che provengono dalla parte sbagliata. Come è nata l'idea di «Clamori al vento?» Come avete organizzato il lavoro? A: Mai le nostre volontà avrebbero potuto concepire un piano così destrutturante. È stato Andrea Gentile, direttore editoriale de Il Saggiatore, che ci ha convinto a ufficializzare le teorie d assalto. Abbiamo riletto scritti e piagnistei vecchi vent anni trovandoli attuali e preveggenti. Addirittura addolciti dalla patina del tempo. Attraverso la musicalità e il senso del ritmo successivo, siamo riusciti a riprodurre il pensiero di ieri con le architetture di oggi. Andrea poi ha operato un montaggio atemporale di tutti gli scritti consegnandoci un opera apparentemente sconosciuta. Lì è iniziata la fase della riscrittura del testo che non ha intaccato il pensiero ottuso e ortodosso che ci contraddistingue. Abbiamo cercato di anticipare il rimpianto almeno nella pantomima. F: Andrea Gentile ha avuto l'idea, sentiva la necessità di realizzare un libro con la nostra espressione più inedita, la scrittura a due teste; fantasticammo di inserire delle foto, ci chiese di raccogliere gli appunti più significativi, poi è venuto nel 2012, quando debuttava Fratto_X al teatro Vascello di Roma, a prendere gli scritti con Luca Formenton. In quel momento eravamo completamente inconsapevoli di quanto ci avrebbero fatto lavorare, e soprattutto di come la rivisitazione del nostro passato avrebbe accelerato lo sfaldamento del percorso espressivo iniziato con Dopo vari tentativi di rimandare, cedemmo; evidentemente era il momento giusto per una trasformazione. Avevamo già pubblicato La noia incarnita, libro-intervista con una sequenza fotografica fatta di ricordi scritto insieme a Rossella Bonito Oliva; per questa nuova edizione pensammo di divulgare l'immagine del presente, ci siamo rivolti subito a un fotografo sensibile, Giulio Mazzi, che in occasione dell'antologia RezzaMastrella all'elfo Puccini di Milano ha fotografato tutte le performance e i momenti che le precedono. Così a luglio del 2014 ci siamo trovati con le foto che rivelavano l'eleganza e la precisione raggiunta nelle performance grazie anche al nostro attuale gruppo di lavoro che merita di essere menzionato: Ivan Bellavista, in scena e in prova con Antonio; Massimo Camilli, assistente alla creazione; Mattia Vigo, disegnatore luci; Stefania Saltarelli, all'organizzazione; Andrea Zanarini, attrezzista e Patrizia Puddu, custode degli oggetti di scena. Il testo risultava lontano dal presente, non nei contenuti ma nella purezza e nel ritmo. A settembre consegnammo il tomo rinnovato, il lavoro di editing con Paola Sala e Marica Fasoli sul testo e la sequenza fotografica fu piacevole e fecondo. Qual è il vostro rapporto con la scrittura? F: Scrivo sempre per fissare le idee, ogni volta cerco di sbrogliare il magma indistinto dell intuizione sfruttando la libertà espressiva e le molteplici sfumature della parola; è così che combatto il languore e la visione apocalittica che mi inseguono, scrivendo neutralizzo la banalità sottocutanea imposta dal circostante, torno a essere nuova nell'effimero che mi è tanto caro. Durante le infinite riletture di Clamori al vento ho notato in me una propensione a gettarmi a capofitto in ogni tipo di comunicazione. Con Antonio abbiamo scritto film, piani d'azione per interviste, comunicati brevi, teorizzazioni, ogni volta che riusciamo a sederci a un tavolo diamo corpo a qualche cosa; purtroppo succede sempre meno. Trovarci per affrontare un testo già scritto e sedimentato ha innescato una reazione inspiegabile, è stata una sfida scoprire la continuità tra prima e ora. Adesso, sfiniti da noi stessi, siano nel poi e il caos è totale. A: La scrittura dà la possibilità di prevedere un effetto. Quando mi siedo e scrivo so dove andrò a sbattere, so già quello che dirò, anche adesso, perché le righe sono davanti a me, lente nel loro mutamento e quindi in evoluzione controllata. In un organismo sano la scrittura è più scorretta perché offre quelle certezze che la parola, mescolata all affanno, non può garantire. Tutto dipende dalla posizione che occupiamo nello spazio. Un sedere su una sedia è molto più consapevole di due ginocchia che traballano. Spesso chi sta seduto ha qualcosa da nascondere e la nasconde proprio sotto il culo. Non dico che tutti gli scrittori prevedano l effetto della loro opera, ma la maggior parte sì. E questo è un problema di scelleratezza posturale. Quando non scrivo e mi muovo inarrestabile alla ricerca di quelle parole che diventeranno un testo involontario, lo faccio con il corpo stanco, con l affanno nella gola e, quindi, in condizioni di sofferenza organica, non posso supporre le reazioni di chi poi vedrà. Quando mi siedo quest affanno sparisce e lascia spazio alle divagazioni della mente gerarca. Scrivere per me, ripeto nel mio caso, è un compromesso assai grave conoscendo il libero arbitrio dell affanno. Un corpo stanco emette un altro suono. Cito da Questo è, fra i testi più recenti inclusi nel libro, a firma di Antonio: «La ricerca dell automatismo porta alla velocità di esecuzione annullando il controllo despota della mente che tutto fa e tutto barcolla. Questo a vantaggio della sonorità della parola. Non si dà spazio all ipotesi ma carta bianca alla libera deriva. Che significa va' dove non ti porta il senso, che non ha diritto a essere nell'esecuzione». Che cos'è per voi il ritmo? E questa libera deriva, questo andare contro il senso? A: Il ritmo è dentro chi lo fa. Non esiste tecnica in assenza di pulsione. Quando ti accorgi che sei suono allo stato incontaminato sai quello che puoi diventare: una vocale allungata all infinito; uno strumento nelle tue mani; un lamento che non ha confini. Strapparsi il controllo porta al ritmo incontestabile. Riguardo al senso non siamo mai andati contro quello corrente. Semmai è quello corrente che fugge dalla parte opposta. Se ci limitiamo all arte, declassata a corollario del sapere, la vediamo affaccendarsi per conservare la sua posizione sociale. Spesso perché finanziata, parificata, didascalica. C è chi la mattina telefona con la sinistra e il pomeriggio fa l operetta con la destra. Non sappia mai la destra quello che ha fatto la mattina la sinistra. Se ne vergognerebbe assai. Non si può essere liberi il pomeriggio dopo aver fatto gli ostaggi quando il gallo canta. Il nostro grande male sono le persone di cultura che si piegano alla gestione del comando. Nel loro unico interesse. La morte ci libererà da questi mali, come REZZA / MASTR

3 ALIAS (3) Al centro ritratto di Antonio Rezza e Flavia Mastrella dalla copertina del libro «Clamori al vento» (foto Giulio Mazzi), nelle pagine, a pag 2-3 scene da «Anelante» e, al centro, da «Pitecus» scriveva Canetti: «il potere sta nel sopravvivere a chi muore.» E noi abbiamo fretta di vederli morire. Confidiamo nel buon senso di chi vogliamo morto. «Il piede su due staffe» è un altro testo fra quelli più recenti nel libro, ma la firma è di Flavia. Cito: «La vastità della materia da esorcizzare mi orienta alla frammentazione». Mi piacerebbe approfondire. Perché «da esorcizzare»? Mi interessa l'uso del termine esorcismo, mi pare bello ma necessario di una spiegazione. Poi la frammentazione: la vedo come parte del vostro metodo. È possibile pensarla come condizione fondamentale per far risaltare da una parte l'importanza degli oggetti mentali, di scena e dall'altra per possibili contaminazioni? F: Ho scelto il termine esorcizzare per dare in sintesi l'immagine del percorso di rigenerazione d'uso dei materiali. Lavorando sull'esistente distinguo le materie attraverso le qualità tecnologiche che riorganizzo come metafora; ritengo ogni cosa entità poetica, di un oggetto o di un frammento studio le facoltà didattiche, esamino il significato antropologico e la capacità mnemonica che scatena nell osservatore. Avrei potuto utilizzare un termine alchemico, ma costringo la materia esistente, pratica nella sua funzione, a un'altra percezione del sé, come in un esorcismo aggredisco la cosa nel suo significato. Parlo di aggressione perché l oggetto nel mio immaginario si umanizza. La frammentazione è lavorare sulle macerie, sempre nell'ottica che tutto è lecito per costruire un apparato comunicativo. Abbiamo iniziato nel 1988 con la contaminazione ma adesso, nell'era del plagio, questa pratica ha perso di significato. Lo scambio è sempre inquinato dal dubbio, non esistono gruppi di ELLA artisti che perseguono la stessa linea espressiva. Ci sono invece individualismo, megalomania, sospetto. L'inserimento nel libro di brani originariamente scritti per vostri video e film mi ha dato l'impressione di leggere cose diverse, cioè che questi stessi brani in «Clamori al vento» abbiano un colore/tono altro. Mi viene da chiedere: che cos'è per voi la riscrittura? F: Siamo abituati alla rielaborazione, al capovolgimento di senso, riscrivere è trasformare. In Troppolitani, nei piani d'azione delle interviste, le domande elaborate racchiudono il concetto da rappresentare; Antonio improvvisa quesiti che mettono in scena nella realtà il nostro intento narrativo supportato dalle reazioni dei passanti. Andiamo a perfezionare il significato in fase di montaggio selezionando dialoghi e gesti in base al nostro volere. Sono tre fasi fondamentali ricorrenti nel nostro incedere, una dinamica di scrittura, riscrittura e ritmo. La retorica resta attaccata alle parole scritte, per questo Clamori al vento a tratti è puramente teorico. La dinamica è la ricerca dello stupore, il ritmo è nella sequenza. A: La riscrittura di un testo non dipende da una teorizzazione ma semplicemente dal fatto che se una cosa viene riscritta è perché non era scritta bene. Più semplice di come la si vuol rappresentare. Alcuni testi di venti anni fa non erano competitivi con il ritmo di adesso. Non si parla di contenuto, quello è un incidente di percorso, si parla di musicalità, di forma, di sonorità. Le cose dette sono le stesse ma gli strumenti linguistici odierni annientano il giudizio degli esordi, quando la forza è stemperata dalla rabbia a intermittenza. Il vero ritmo lo si raggiunge quando il rancore diventa integrale, 24 ore su 24. Aperto sempre, come le farmacie internazionali. In questi mesi state lavorando a un nuovo spettacolo. Ce ne parlate? A: Il nuovo spettacolo si intitolerà Anelante ed è un fremito compulsivo, una brama di possesso della carne violata, un subbuglio della propria, un penultimo sussulto di ciò che tra poco ci abbandona. A corpo fermo subentra il compromesso. La peggiore via di mezzo sarà accettare che le ginocchia vanno a fasi alterne. E far finta sia normale. Quel giorno però è ancora lontano, a tratti irraggiungibile. La religione impone le ginocchia a terra per bloccare la fuga, chi crede dovrebbe farlo in punta di piedi per essere pronto a scappare. La fede è una forma di artrosi a comando: quando il devoto si rialza avverte male alle giunture ma non scappa. Anzi ritorna. Il fedele è il miglior amico dell uomo a sua insaputa. E a insaputa dell altro. Se anche l altro è credente si fanno coraggio a pacche di speranza. Difficile «La ricerca dell automatismo porta alla velocità di esecuzione annullando il controllo despota della mente che tutto fa e tutto barcolla» capire dove sta la colpa. Che non è il peccato perché la colpa è consapevole mentre il peccato è imposto dalla tradizione. F: Anelante è il titolo della nuova performance, con cinque attori: lo spazio, ridotto a una barriera di separazione, racconta e contraddice il presente, è come un monitor abitato da corpi e pensieri configurati alla psicosi motoria. L'esplorazione delle membra si fa più audace. Si scava fino all autosacrificio in una società che ci vuole contenitori di organi senza diritti e non più persone. La fase numerica che avevamo pensato di sviluppare in tre performance si è conclusa con due, in poco tempo la violenza infettiva e capillare della guerra e dell assolutismo ha ridotto l individuo alla legge della sopravvivenza. Anelante parla di decadenza, la parola e l azione corale sono al centro dei nostri pensieri, era da tanto tempo che volevamo confrontarci con un'azione collettiva. In ultimo voglio citarvi un filosofo francese, Jean Baudrillard: «Forse non c'è che una e una sola strategia fatale: la teoria. E senza dubbio l'unica differenza, tra una teoria banale e una teoria fatale, è che nell'una il soggetto si crede sempre più scaltro dell'oggetto, mentre nell'altra si suppone l'oggetto sempre più scaltro, più cinico, più geniale del soggetto, atteso ironicamente dietro l'angolo.» Si NOTE BIOGRAFICHE può dire che «Clamori al vento» sia la vostra teoria fatale? F: Si sicuramente è fatale, ci ha costretto ad affrontare il tabù del raccontare, ci ha ridotto all'introspezione. Nella nostra poetica l oggetto è dominante, siamo consumisti. Ora che la natura è tutelata a livello istituzionale, tutto sarà biodegradabile: bisognerà cercare altre tracce, altri significati, regole nuove, immaginare modalità di comunicazione inesplorate. A: Spesso preferisco la pratica alla teoria poiché la seconda permette di ipotizzare una reazione, un ragionamento logico, un associazione a fondo perduto. Chi teorizza sa dove colpire e questo lo mette al sicuro da imboscate successive. La pratica trafigge prima di tutto chi la fa, una sorta di suicidio melanconico. La teoria china la testa e riconosce la sua debolezza di fronte al gesto compiuto. Quasi sempre è l opera finita a suggerirci la dottrina, sappiamo da che parte andiamo perché non volevamo andare da nessuna parte. E questo sancisce l impossibilità di previsione, è il da farsi che si fa da sé attraverso il tempo illimitato che concediamo alla sedimentazione. Senza orpelli e agganci paralleli che accorciano il respiro e illudono il pensiero. È il solito trucco dello strapparsi l opera dalle mani piuttosto che costruirla con il raziocinio e con la linguetta a mezza bocca a enfatizzare precisione. Su questo siamo irriducibili, chi scrive prevede, chi sputa il fiato soffoca. E chi sputa spesso è più virtuoso. In quanto alla superiorità dell oggetto sul soggetto quello lo decide la storia, l età, le intemperie, la resistenza delle cose agli oltraggi della mente, ai pregiudizi della cultura del presente. Siamo inferiori a qualunque architettura, anche alla più infame. E l infamia è proprio nel non essere competitivi. A meno che uno non abbia il coraggio di ammettere che gli oggetti ci surclassano e accettare un confronto tra esseri minori, quelli che hanno coperto le ossa con la carne rinunciando ai piaceri e alle frivolezze dell intonaco. Flavia Mastrella e Antonio Rezza si occupano di comunicazione involontaria; sono uniti da più di vent anni nella produzione di performance teatrali, film a corto e lungo respiro, trasmissioni televisive, performance e set migratori. Sono stati invitati più volte al Festival del cinema di Venezia, hanno ideato la trasmissione televisiva «Troppolitani» per la Rai e il GAM di Bologna ha dedicato loro nel 2006 una mostra antologica. Hanno realizzato dodici opere teatrali interpretate dallo stesso Antonio Rezza, tra le quali «Pitecus», presentato a Madrid e a Valencia in lingua spagnola, e « », rappresentato al Théâtre de la Ville di Parigi e al Theatre Center Na Strastnom di Mosca. Nel 2007 è stato loro conferito il Premio Alinovi, a maggio 2013 il Premio Hystrio e nel dicembre 2013 il Premio Ubu. Collaborano da diversi anni con Il Teatro Vascello di Roma e la Fondazione TPE di Torino. «Anelante» debutterà a novembre al Teatro Astra di Torino e a dicembre al Teatro Vascello di Roma. Nel 2016 tra gennaio e aprile verrà rappresentato al Metastasio di Prato, all Elfo Puccini di Milano, al teatro Metropolitano Astra di San Donà di Piave, al Massimo di Cagliari, all Astra di Vicenza, al Puccini di Firenze e al Duse di Bologna. GERENZA Il manifesto direttore responsabile: Norma Rangeri a cura di Silvana Silvestri (ultravista) Francesco Adinolfi (ultrasuoni) in redazione Roberto Peciola redazione: via A. Bargoni, Roma Info: ULTRAVISTA e ULTRASUONI fax tel e impaginazione: il manifesto ricerca iconografica: il manifesto concessionaria di pubblicitá: Poster Pubblicità s.r.l. sede legale: via A. Bargoni, 8 tel fax sede Milano viale Gran Sasso Milano tel fax tariffe in euro delle inserzioni pubblicitarie: Pagina ,00 (320 x 455) Mezza pagina ,00 (319 x 198) Colonna ,00 (104 x 452) Piede di pagina 7.058,00 (320 x 85) Quadrotto 2.578,00 (104 x 85) posizioni speciali: Finestra prima pagina 4.100,00 (65 x 88) IV copertina ,00 (320 x 455) stampa: LITOSUD Srl via Carlo Pesenti 130, Roma LITOSUD Srl via Aldo Moro Pessano con Bornago (Mi) diffusione e contabilità, rivendite e abbonamenti: REDS Rete Europea distribuzione e servizi: viale Bastioni Michelangelo 5/a Roma tel Fax In copertina: Wu Tien-chang: «Unforgettable lover» Padiglione Taiwan alla Biennale di Venezia, mostra «Never say goodbye» fino al 22 novembre

4 (4) ALIAS Riflettere il mondo GUIDO CHIESA di GEMMA LANZO AVETRANA (TARANTO) C è una fila di camion bianchi sulla via principale del piccolo paese di Avetrana, la troupe raccoglie le ultime cose. Le riprese sono finite, è ora di rientrare. Incontro Guido Chiesa al Bar Blue Angels «è in centro, tutti lo conoscono» mi aveva detto al telefono proprio come una persona del posto. Seduti al tavolo, prendiamo qualcosa per rinfrescarci dal caldo. Due chiacchiere per rompere il ghiaccio ed intanto ci chiediamo se l allegria dei ragazzi di rientro dal mare e la voce un po alta di qualche mamma che richiama i figlioletti intenti a giocare nella piazzetta adiacente, ci consentiranno di conversare. Ci proviamo. Leggendo la sinossi sembra che «Belli di papà» sia un film cross-generazionale, una commedia che porta a riflettere sulla società contemporanea e su un modello di famiglia tutto italiano. Perché ha scelto di fare questo film? In realtà Belli di papà è ispirato a un film messicano, Nosotros Los Nobles. Quindi stiamo parlando di un modello di famiglia che si può ritrovare in qualsiasi parte del mondo. L accusa ai figli di essere viziati e scansafatiche non è una prerogativa solo italiana! Quando ho sentito parlare di questa storia in Colorado ero un po scettico perché pensavo fosse un film «contro» i figli. Non avrei mai accettato di lavorare su un progetto che punta il dito acriticamente contro i figli. Quando poi ho ricevuto la prima stesura della sceneggiatura e ho visto il film a cui è ispirata, ho pensato invece che potesse essere una bella occasione perché esprime esattamente il concetto opposto. Se i tre giovani protagonisti del film sono diventati così, la responsabilità, diretta e indiretta, è anche dei loro genitori. La loro madre è morta quando erano piccoli e il padre è assente, egoista, narcisista. Nel corso della vicenda i tre se ne rendono conto e trovano la forza di confrontarsi con lui. Per loro è un percorso di maturazione, ma anche per il genitore. Sento questi temi molto vicini: come padre sono consapevole dei miei errori e, pur continuando a farli, ho smesso di credere che ho ragione solo perché sono adulto. È purtroppo normale che un genitore sbagli: l importante è rispettare i propri figli e imparare a chiedere scusa. Alla fine sono stato felicissimo della proposta della Colorado: è raro vedersi offrire una commedia così interessante e tematicamente problematica, con un pezzo da novanta della comicità quale Diego Abatantuono. Il film me lo vedo con toni più vicini a titoli come Little Miss Sunshine o Come ti spaccio la famiglia piuttosto che alla commedia classica all italiana. Lo hai definito un film cross-generazionale: bene, è un film che vuol fare andare al cinema insieme genitori e figli, adulti e giovani. Nel film oltre a Diego Abatantuono ci sono Matilde Gioli, Francesco Facchinetti, Antonio Catania ma anche attori e comparse locali. Ci racconta dei personaggi e del processo di casting? Quando ho cominciato a lavorare sulla sceneggiatura con Giovanni Bognetti, nel cast c erano già Diego Abatantuono, Andrea Pisani e Antonio Catania. Diego Abatantuono interpreta Vincenzo Liuzzi, un grosso industriale, vedovo, che pur di far rimboccare le maniche ai figli finge la bancarotta e li porta a rifugiarsi nella diroccata casa di famiglia a Taranto. I tre figli sono Chiara (Matilde Gioli), che in Puglia trova lavoro come cameriera, il figlio maggiore Matteo (appunto Pisani) che si mette a sgomberare rifiuti e il più piccolo, Andrea (Francesco Di Raimondo), che si improvvisa venditore porta a porta di prodotti cosmetici. Gli altri interpreti sono Loris (Francesco Facchinetti), un arrampicatore sociale fidanzato con Chiara, Giovanni (Antonio Catania), socio di Vincenzo e tantissimi attori locali, tra cui Marco Zingaro, Nick Nocella, Uccio De Santis, Umberto Sardella, Giorgio Consoli, Gustavo Caputo, Celeste Casciaro e i Nirkiop, celebri Youtubers di Taranto. Tra i tanti impegnati in piccoli ruoli, c è anche il gestore Il regista dalla Puglia parla del suo ultimo film «Belli di papà» con Abatantuono e dello stato della critica cinematografica di una stazione di servizio di Avetrana (Donato Livieri): dapprima non lo volevo, ma lui ha insistito così tanto che gli ho fatto provare degli sketch con Diego. È stato bravissimo e da comparsa è stato promosso ad attore! Avete scelto di girare in Puglia, prevalentemente ad Avetrana. Quali sono gli aspetti di questi luoghi che l hanno particolarmente colpita da un punto di vista puramente cinematografico? La sceneggiatura prevedeva che la famiglia si trasferisse da Milano in Puglia. Io ho suggerito di ambientare la casa nella Città Vecchia di Taranto, ma di girare il resto del film in un indistinta provincia tarantina. La scelta è caduta su Avetrana dove abbiamo effettuato la maggior parte delle riprese. Avetrana è veramente una terra interessante, cinematograficamente parlando: non ha gli aspetti folkloristici tipici del meridione, è un luogo non facilmente identificabile. Non è un Sud da cartolina, insomma, non è stereotipato, ha un iconografia peculiare e, se vogliamo, poco italiana. Sembra quasi di essere in Texas. Oltre che dal «visivo» è stato colpito anche dai «suoni» della Puglia? Sì, dagli accenti e dai dialetti, veramente vari e particolari. Poi ci sono i rumori della Città Vecchia, dove le persone si parlano da una finestra all altra e si sentono i dialoghi all interno delle case come se tu fossi lì con loro. E ancora i suoni delle campagne, delle cicale, del vento. Com è andata sul set? Avete incontrato particolari difficoltà produttive? No, a livello produttivo nessuna difficoltà, è andato tutto liscio. Gli avetranesi che abbiamo incontrato sono delle persone gentili e di una disponibilità rara. Poi sono stati molto discreti anche nei confronti degli attori e in particolare di Diego. Un accoglienza splendida, io girerei tutti i film qui. Questa atmosfera si è riflessa anche sul set, che è stato spensierato, nonostante il caldo e la fatica. Credo sia il mio film più leggero, anche grazie al «clima» umano che respiravamo. Dunque la rivedremo girare in questi luoghi? Non dipende da me, ma ne sarei felicissimo. Mi piacerebbe venire BIOGRAFIA Guido Chiesa, dopo la laurea in Storia del Cinema si trasferisce negli Stati Uniti dove lavora, tra gli altri, come assistente alla regia e alla produzione di Stranger Than Paradise (1984) e Down by Law (1986) di Jim Jarmusch. Negli stessi anni realizza i suoi primi cortometraggi e collabora con il leggendario programma radiofonico RAI Stereodrome e varie testate musicali, tra cui Rockerilla e Rumore. Il suo primo film Il caso Martello presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1992, riceve la Grolla d oro come miglior film d esordio. Nel 1994 Babylon vince il premio FIPRESCI al Festival del Cinema di Torino, e sempre a Torino nel 1999 con il film Non mi basta mai vince il premio Cipputi. Nel 2000 Il partigiano Johnny viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e vince il premio della Giuria a Stoccarda. Lavorare con lentezza scritto in collaborazione con Wu Ming, presentato a Venezia nel 2004 vince con Marco Luisi e Tommaso Ramenghi il Premio Mastroianni. Nel 2010 esce Io sono con te, girato in arabo e greco antico incentrato sulla figura di Maria di Nazaret, presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. Chiesa firma anche numerosi documentari e videoclip di diversi gruppi musicali, tra cui Marlene Kuntz, Afterhours e Assalti Frontali. Nel 2011 pubblica per la UTET il volume Manuale di regia cinematografica per il quale riceve dalla Rivista del Cinematografo il premio Diego Fabbri per il miglior saggio sul cinema. Ha appena terminato le riprese in Puglia del suo ultimo film Belli di Papà prodotto dalla Colorado Film in collaborazione con Medusa Film, con Diego Abatantuono e Matilde Gioli, in sala a fine ottobre.

5 ALIAS (5) Al centro: Guido Chiesa sul set del film Belli di papà che uscirà nelle sale il 29 ottobre; pag 4: il cast: Andrea Pisani, Francesco Di Raimondo, Diego Abatantuono, Matilde Gioli, Francesco Facchinetti (foto: Loris T. Zambelli); pag 5 in alto una scena da «Songs that My Brother Taught Me», sotto un ritratto di Chloé Zhao a girare in Puglia d inverno: penso che questi luoghi siano ancora più interessanti durante i mesi poco frequentati dai turisti. Mi piace girare in esterno, in spazi aperti, con molta luce naturale, dove puoi muovere la macchina da presa senza problemi. Da questo punta di vista la Puglia è perfetta: ovunque inquadri trovi qualcosa di interessante. In una recente intervista, Maurizio Totti, produttore della Colorado con il quale collabora anche in questo film, parla del pregiudizio di una parte della critica italiana nei confronti dei film che hanno successo al botteghino. Segue chi scrive di cinema? In che stato versa secondo lei la critica cinematografica oggi? Non sono certo il primo a dire che la critica versi in uno stato non proprio brillante. E non è problema solo italiano. Da un lato, nell epoca di internet, la critica si è polverizzata, ci sono troppe testate e troppi siti, le recensioni sulla carta stampata hanno perso importanza e le riviste sono quasi scomparse; dall altro c è un problema a monte, vale a dire: a che cosa serve la critica? Nel passato, nel bene o nel male, la critica svolgeva una funzione sociale perché aveva come paradigma collettivo una certa visione del mondo (l idealismo, il marxismo, lo strutturalismo, ecc.). Lo stesso valeva per i film. Oggi questo quadro condiviso non esiste più: quando si legge una recensione si viene informati del gusto di un singolo recensore, c è poco o nulla alle spalle. E quindi interessa poco, e soprattutto pochi. Una parte della critica cinematografica si è così chiusa su se stessa, slegandosi dal mondo. È un sistema isolato, per soli addetti ai lavori, «esperti», iniziati. Un sistema in cui domina la cinefilia, che presta poca attenzione al contesto culturale, sociale e produttivo in cui i film nascono. Questa ghettizzazione è assai pericolosa. Sono stato molto colpito dalla frase che Margherita Buy pronuncia nell ultimo film di Nanni Moretti, Mia madre: «Che cosa ne sarà di tutti questi libri?». La realtà non è solo i libri, i film, la musica. La realtà è prima di tutto gli esseri umani che la vivono, la creano, la modificano. Noi abbiamo separato i libri dagli esseri umani, i film dagli esseri umani, la musica dagli esseri umani. Non ci occupiamo più della realtà, ma solo della sua rappresentazione, come se questa fosse la realtà tout court e non una parte della realtà stessa. Non è vero che tutto è virtuale, tutto spettacolo, tutta finzione: la carne, il sangue, i corpi esistono! Diceva Orson Welles, citando una frase di Shakespeare, come consiglio da dare ai giovani cineasti: «Porgi uno specchio alla natura». Io lo suggerisco ai critici: prendete i film e guardateli nel loro contesto, non solo all interno di quel ghetto che è la cultura cinematografica. Quello che dice Maurizio Totti è vero: una parte importante della critica cinematografica ha smesso di guardare alle persone, alla realtà. Alcuni critici si porgono lo specchio l uno l altro e vedono se stessi attraverso i film. Non riflettono più il mondo, ma se stessi. Il ruolo del critico dovrebbe essere quello di portare le persone verso i film, aiutare a leggerli, svelare lo specchio. Non specchiarcisi dentro. La stessa cosa che diceva Welles ai cineasti e per me vale e varrà sempre. Si è aperto da tempo un dibattito sull importanza della Film Literacy. La cultura cinematografica può essere promossa e diffusa anche attraverso un processo di alfabetizzazione all audiovisivo che miri a formare gli spettatori di oggi e di domani. Che ruolo hanno in tal senso i tecnici, gli studiosi di cinema e le istituzioni? Insegno regia in una scuola che si chiama Griffith a Roma. Ogni anno la prima cosa che racconto ai miei studenti è un aneddoto che mi vede protagonista. Nel 1995 sono stato invitato all Istituto Lumière a Lione insieme a una ventina di registi, allora giovani, provenienti da vari paesi della Comunità Europea. Ci hanno fatto vedere il primo pezzo di pellicola mai impressionato, L uscita dalle fabbriche Lumière dei fratelli Lumière, e ci hanno chiesto: «Dietro quest inquadratura unica che riprende gli operai che escono dalla fabbrica, c è un idea di regia?». Su venti di noi, in diciotto hanno risposto «no». C era anche Bertrand Tavernier, il direttore dell Istituto, e ne è scaturito un dibattito. Bene, alla fine anche i diciotto hanno detto «si». Perché abbiamo capito che, tra tutti i punti di vista che avevano a disposizione, i Lumière scelsero di filmare i loro operai da quello che meglio soddisfaceva i loro interessi di proprietari della fabbrica, ovvero quello che ritraeva gli operai mentre uscivano belli, contenti e sorridenti; qualunque altra inquadratura non avrebbe trasmesso lo stesso senso. Questa è la regia: produrre un senso! Questo è il cinema. Non è solo estetica, autori, generi, tanto meno solo cinefilia. Cos è che spinge un regista a scegliere un inquadratura piuttosto che un altra? Il senso che vuole trasmettere. Che cosa lascia un film ai suoi spettatori? Un senso, che non è il «messaggio», ma l emozione profonda: un film fa ridere o piangere o spaventare o riflettere, e via discorrendo. Alla gente interessano le emozioni che il senso produce. Questo andrebbe insegnato: a leggere questo senso. Trovo molto grave che nelle scuole non ci siano forme di insegnamento del linguaggio audiovisivo, che oltre ad essere stimolante ed arricchente, aiuterebbe a sviluppare lo spirito critico, nonché a comprendere come attraverso le immagini e i suoni, le scelte estetiche e narrative, questo senso viene costruito. CHLOÉ ZAO La giovane regista indaga attraverso il rapporto tra fratello e sorella il mistero della scoperta delle proprie radici e dell attaccamento alla terra d origine ESORDIO SONGS THAT MY BROTHER TAUGHT ME Alla scoperta del territorio Lakota di Pine Bridge di RITA DI SANTO Prodotto dalla Significant Productions di Forest Whitaker, presentato all ultimo festival di Cannes, Songs that My Brother Taught Me è l esordio promettente della giovane regista Chloé Zhao. Ambientato nella riserva di Lakota Pine Ridge, in North Dakota, racconta il profondo legame tra un fratello e la sorella minore. Come ti sei avvicinata a Pine Bridge? Ho letto un articolo che parlava dell epidemia di suicidi di teenager in una riserva in North Dakota. Successivamente ho visto una cartolina di Pine Ridge, sono rimasta folgorata da quel immagine e ho provato un forte desiderio di conoscere quel posto. Alla mia prima visita, mi sono fermata a una pompa di benzina per compare un pacchetto di sigarette ed ho visto un ragazzo con una bandana in testa, che cavalcava senza sella. Mentre lo guardavo mi veniva voglia di chiedergli se potevo fotografarlo per capirlo. Cosa hai trovato nel viaggio? È un posto pieno di contraddizioni. A Pine Ridge ci sono tanti giornalisti che filmano in continuazione, spesso hanno un atteggiamento non rispettoso, di conseguenza gli abitanti sono diffidenti quando qualcuno si presenta con una telecamera. Ho percepito questa resistenza e rifiuto subito, e provavo una grande difficoltà ad avvicinarmi a loro. Un mio amico mi ha detto «se stai qui poco tempo ti trattano come uno dei tanti report ma se vivi qui con loro un poco più a lungo, allora ti prenderanno sul serio». Ho seguito il suo consiglio e vi ho trascorso quattro mesi, poi sei e lo scorso anno otto mesi. Sono diventata parte della comunità. Ho dovuto adattarmi al luogo. Da Williamsburg Brookilng a South Dakota. Alla fine mi sono totalmente innamorata di Pine Ridge. È un film di finzione ma sembra un documentario sul territorio, che segue i ritmi narrativi del posto. Come hai elaborato la sceneggiatura? Si è quasi un documentario che entra in stretto contatto con il posto. Lo script è cresciuto, lievitato naturalmente, proprio stando con loro. In realtà ho girato senza una sceneggiatura vera. Osservavo una situazione, le persone, e giravo qualcosa, poi riguardavo quello che avevo girato e scoprivo qualcosa di nuovo e mi ritrovavo a rimettere in discussioni le mie decisioni e iniziavo a seguire un altro percorso, cambiando il soggetto della storia che raccontavo e il contenuto. C è qualche episodio in particolare nel film che hai preso dalla realtà? BIOGRAFIA Chloé Zhao nasce a Beijing. Giovanissima, decide di lasciare la sua famiglia e il suo Paese per trasferirsi a Londra, dove frequenta la scuola superiore. Studia scienze politiche e arte in Massachusett, al Mount Holyoke College, dopo quattro anni di college abbandona gli studi di scienze politiche per il corso di cinema della New York University. Lavora come assistente alla regia per diversi cortometraggi. Frequenta il Sundance Screenwriters e Directors Lab. Selezionata da Chris Columbus, vince il NYU s Chris Columbus/Richard Vague Film Production Fund per il valore di 100,000 dolalri. Subito dopo inizia il suo primo film Songs that My Brother Taught Me, con il quale partecipa al Sundance e alla Quinzaine des réalisateurs. Ora lavora a The Sandhills of Nebraska, prodotto ancora una volta dalla Significant Productions di Forest Whitaker Si ce ne sono diversi. Quello più eclatante è la casa in fiamme di Jash. È un fatto avvenuto realmente, mentre eravamo nella riserva, un fulmine è caduto sulla sua casa e l ha incendiata. Ovviamente ho chiesto a loro il permesso, prima di mettere questo episodio nel film. Hai usato attori non professionisti, pur avendo una produzione genersoa alle spalle, mi racconti come hai costituito il cast? Ho utilizzato solo tre attori professionisti, che non avevano alcun legame con Pine Ridge. Il resto del cast è costituito interamente da attori non professionisti, abitanti della riserva. Non è stato facile prendere questa decisione. All inizio ho avvertito la pressione dell esordiente di usare professionisti, non da parte dei produttori ma da amici e collaboratori. Qualcuno mi ha detto pure che potevo avere tra il cast attori di Twilight, e che in questo modo il mio film avrebbe avuto più possibilità di sopravvivere. Non trovavo i finanziamenti. Quando i soldi del progetto sono arrivati, con Forest e Nina, mi hanno dato totale libertà di scelta, e allora ho deciso di usare attori non professionisti. Ho avuto molto supporto all inizio del mio progetto, ma quando si è trattato di mettere i soldi, Forest e Ninas sono stati gli unici, con la loro produzione che hanno mantenuto l impegno finanziario. Avevi lavorato alla sceneggiatura durante il Sandance LAb ed era il tuo primo film. Quale è stato il tuo percorso successivo alla scrittura? È stato un percorso alla scoperta delle radici di appartenenza. Ho vissuto in molti luoghi, Beijin, Londra, Massachusetts, New York. Sono cresciuta, senza mai sentirmi abbastanza attaccata ad un posto per dire «mi sento a casa», «qui ci sono le mie radici». Per questo non riuscivo a capire il senso di appartenenza delle persone di Pine Bridge. Il loro attaccamento ostinato al territorio era per me irrazionale. Fino a quando non sono andata a Pine Bridge non ho mai capito il senso di appartenenza. A New York le persone vanno e vengono, Quando sono adata a Pine Ridge la prima volta la cosa che mi ha colpita di più è stata che gli abitanti avevano forti relazione con la comunità e con il luogo. Ci sono risvolti positivi e negativi di questa situazione. Ero curiosa di capire il motivo. Mi tormentava la domanda «perché non se ne vanno se la situazione è così difficile qui. Siamo in America e hai tutte le opportunità perché non ve ne andate?». Il mio film è un indagine su questo e ho cercato di sollevare delle domande senza dare risposte. Questo film dimostra che i soldi non sono importanti per il tuo cinema e la logistica del pure. Dove girerai il tuo prossimo film? In Centro America. Forse in Wyoming o Nebraska o South Dakota. Sono attratta da quella parte d America che sta scomparendo. Andrò alla ricerca di territori che contengono tanta storia di vita. Quelle piccole città isolate che incontravo mentre guidavo per raggiungere Pine Ridge. Sono attratta da quelle culture destinate a scomparire nei prossimi venti anni. In fondo, non è tanto il posto in sé che m interessa ma agli individui che lo popolano.

6 (6) ALIAS CARLOS PRONZATO In pagina in alto un ritratto di Carlos Pronzato e in basso al centro del gruppo di SILVANA SILVESTRI Ogni tanto Carlos Pronzato passa anche per l'italia, terra di origine della sua famiglia piemontese trapiantata in Argentina. Il suo lavoro di documentarista militante lo ha portato porta in giro per il latinoamerica e ne ha evidenziato i punti nevralgici delle grandi trasformazioni contemporanee. Ha anche realizzato ritratti di personaggi della letteratura e della storia, dal Che in Bolivia, a Jorge Amado. L unico ritratto di grandi personaggi che non ha ancora realizato è quello del padre, Victor Proncet che nel cinema argentino occupa un posto autorevole fin dagli anni sessanta come attore, sceneggiatore, autore di musica da film, ideatore, sceneggiatore e interprete, tra l altro di Los Traidores, film del cineasta desaparecido Raymundo Gleyser). Anche la madre era una fotografa e artista plastica. In questo ambiente culturale incrocia il cinema internazionale, si laurea in regia teatrale, inizia a lavorare in teatro e nel cinema. Solo parecchi anni dopo aver girato per tutto il latinoamerica ed essersi trasferito in Brasile inizia a documentare quello che accade nelle strade: sono ormai classici i suoi Jallalla Bolivia, Evo presidente (2006) - significa «evviva Bolivia» - passato nel canale ufficiale della televisione Brasiliana, A revolta do Buzù (2003) la rivolta degli autobus, sugli studenti che a Bahia fermarono la città, dall Argentina Madres de Plaza de Mayo, Memoria, Verdad,Justicia, i film sulle manifestazioni studentesche in Cile (A Rebelião Pinguina), sulla lotta dei Mapuche, (Mapuches, un pueblo contra el Estado, 2010). Che tipo di distribuzione hanno i tuoi film. Te lo chiedo perché in Argentina c erano sale specializzate nei documentari, è così anche in Brasile? Ci sono varie possibilità e piattaforme, ci sono festival di indirizzo politico dove ho vinto dei premi e questo aiuta per produrne altri. Poi le televisioni dei vari paesi: in Argentina ci sono vari canali satellitari tematici, in Brasile oltre alla televisione ufficiale ci sono televisioni universitarie, comunitarie o governative. Poi c è youtube dove ad esempio il mio film sul debito esterno brasiliano ha avuto 30 mila visualizzazioni. Un altro modo di diffonndere i film sono i dvd, quando ci sono proiezioni pubbliche in occasione dei dibattiti. In Argentina ci sono forti collettivi politici, non necessariamente partitici, in Brasile non ci sono, il cinema politico lo fanno con notevoli aiuti da parte dello stato, parecchia burocrazia e un certo stile da seguire, mentre io rivendico il fatto che per questo tipo di cinema ci vuole un altro tipo di finanziamenti, dal basso, senza dover sottostare a regole. Per esempio con il gruppo Mascarò in Argentina che sono riusciti ad avere appoggi per il montaggio. Io penso che questo tipo di cinema debba essere indipendente. Quando ad esempio la gente è scesa in piazza in maniera spontanea per protestare contro l aumento delle tariffe degli autobus, protesta che poi si è estesa in tutto il Brasile, abbiamo fatto le riprese senza nulla, con minimi appoggi per In maniera indipendente, con una vasta esperienza artistica e dopo aver compiuto lunghi viaggi, il regista racconta i movimenti che stanno cambiando il continente Cinema militante nel latinoamerica il montaggio con gente che lotta nei movimenti sociali. Sono professionisti del settore come me, e militanti. Personalmente non ho una struttura, uno studio. Perché hai deciso di trasferirti in Brasile? Negli anni Ottanta ho viaggiato in tutto il latinoamerica, prima sono stato in Messico a studiare cinema e lavorare nel cinema, poi per tutto il continente Guatemala, Honduras, Salvador. Ho visto tante cose senza fare riprese, in Colombia sono stato un anno, poi in Perù, in Argentina e in Brasile a studiare teatro e dove mi sono trasferito definitivamente. Già facevo teatro con mio padre, grande drammaturgo, sceneggiatore e musicista. Dopo la laurea in regia ho ricominciato a fare fiction e dopo la fine degli anni 90 ho cominciato a lavorare sul tema politico quando iniziarono le grandi mobilitazioni mondiali, NOTE BIOGRAFICHE a Seattle, a Genova nel 2001, la guerra dell acqua in Bolivia. Per me la vera politica è quando la gente scede in strada. Terminava il periodo del neoliberalismo e contemporaneamente iniziava il processo progressista in America latina in Bolivia, in Equador. Ecco che tutti i miei viaggi nel latinoamerica degli anni 80 si traducono in una politica possibile, mi interessa il tema della lotta popolare nella strada. Ho cominciato a vedere un legame tra i paesi dove ero stato. Non mi ha mai interessato la politica del partito (Perez Esquivel dice che si incontrano due argentini e fondano tre partiti). Iniziai a interessarmi ai movimenti autogestiti con la rivolta degli autobus a Bahia nel 2003 che diventa poi nazionale. All inizio del 2000 quello che succede in Brasile succede anche nel latinoamerica. L Mpl, il movimento pase libre si diffonde in tutto il paese. Li chiamano movimenti spontanei, Nato in Argentina, ha studiato teatro e cinema, negli anni 80 ha viaggiato per tutto il latinoamerica e si è poi trasferito in Brasile dove ha iniziato la sua attività di documentarista. Tra i suoi numerosi film: Carlos Marighella, que es la samba, la samba, que no desaparece, Carabina M2, un arma americana, el Che en Bolivia, Las ollas de cocina, la rebelión argentina, Bolivia, la guerra del gas, Buscando Salvador Allende, Madres de Plaza de Mayo, la memoria, la verdad, la justicia, La rebelión pinguina, Estudiantes de secundaria chilenos Contra el sistema, Mayo Baiano, La rebelión de Buzu, Bahía Euclides da Cunha, Pierre Verger, vamos a Bahía mapuches, las Naciones Unidas Contra el Pueblo del Estado, Negro Comedia Buenos aires, afro-argentino de teatro. Tra i libri: Bolivia, poema rebelde, 22 de abril en las costas de Brasil, los indios en las celebraciones de los 500 años, La poesía contra el Imperio, Che, un poema de guerrillas, Poemas sin tierra, Jorge Amado en el ascensor y otros cuentos de Bahía. info:lamestizaaudiovisuales.blogspot.it ma ci sono voluti almeno dieci anni di attività, la gente si organizza in altro modo e non necessariamente in un partito. Ci attaccano dicendo che la politica deve essere svolta in un partito e nel parlamento altrimenti non serve a nulla, ma ci possono essere tanti altri modi nuovi, il mondo sta vivendo proprio questa trasformazione, in Turchia, Grecia, Spagna. Non so quale sarà il processo successivo. C è una grande dinamica per il futuro. Se la caduta del muro ha dato via a un cambiamento a partire dalla primavera araba ci sono altri processi. Dal latinoamerica quali segnali arrivano? Nei paesi latinoamericani la Bolivia oggi ha un presidente progressista, il Venezuela è un altro caso, è morto Chavez ma il processo continua, l Argentina ha un governo progressista, in Brasile ci sono state le elezioni e resta lo stesso partito. La lotta della gente non era contro il governo, ma contro il sistema, per trovare qualcosa di nuovo. C è stato in Brasile un tentativo di mantenere i partiti, ma destra e sinistra sono molti simili, lo sanno tutte e due che la struttura del Parlamento non funziona più, serve solo per mantenere una sorta di «pax romana» e che le elezioni sono finanziate da imprese private che cercano i propri interessi attraverso i politici. Il governo alla fine sono le multinazionali. In Bolivia il popolo sostiene il governo in chiave non solo elettorale, ma anche in chiave etnica, in Cile c è il caso dei mapuche che è quasi il caso inverso, dove il mapuche è tutto concentrato in un territorio, è un popolo che non ha voce come hanno gli indios in Bolivia, non hanno la possibilità di arrivare dove è arrivato Evo Morales. Il Cile ignora la questione, lo ignora come popolo anche se non come etnia e questo significa che non gli riconosce diritti. Il nostro documentario parla di questo. Il tema «Mapuche» è molto interessante perché è integrato con molte altre lotte sociali, hanno collegamenti con altri popoli in lotta. I mapuche si sono urbanizzati, ci sono professionisti, giornalisti, però hanno la loro lingua, rappresenta un riscatto di identità. In passato era vietato parlare o scrivere mapuche, come fino a poco tempo Franco in Spagna proibiva parlare il gallego. Hai fatto una quantità di documentari, ma non solo politici, anche legati a personaggi celebri del latinoamerica Ho lavorato sul Che in Bolivia, sulle opere di Euclides Da Cunha, molto famoso in Brasile, su Jorge Amado, su Vinicius de Moraes. Mi piacerebbe fare un lavoro su Julio Cortazar. Io lavoro molto sulla parola perché vengo dal teatro, ho scritto molti libri. A causa della precarietà del cinema che ho fatto, devo estrarre il massimo dell espressività dalle interviste: mentre le immagini della strada, della polizia tutti le possono riprendere, mi focalizzo sulle persone che possono essere i grandi analisti ma anche la gente comune che si trova nella folla. Io faccio questo mescolanza, come il film del Che dove dono intervistati grandi storici della vita del Che in Bolivia, ma anche una contadina che racconta una storia fantastica. Anche nel film su Allende, alla ricerca della sua casa di nascita a Valparaiso che nessuno ricorda dove sia, quasi una metafora dell instabilità di un intero territorio dove il maremoto può cancellare la memoria e la storia spesso è cancellata. Lì parlano i ministri e la gente che sta al bar e discute dove si trovava quella casa. Allende nacque a Valparaiso e fu iscritto a Santiago, per questo è tutto così vago. Tutto deve essere fatto in modo che non sia «televisione», nel documentario c è un tempo esatto, tutto deve essere organizzato come un opera compiuta.

7 ALIAS (7) BILL PLYMTON ANIMAZIONE INCONTRO DAL FESTIVAL DI GUJION Un ragazzo dell Oregon che disegna storie alla velocità della luce di RITA DI SANTO Tra i più onesti e genuini animatori al mondo, con uno stile idiosincratico e la sua longevità Bill Plymton ha ispirato diverse generazioni d artisti. Dai suoi disegni per Penthouse, Screw e The New York Times, si è ricavato uno spazio produttivo e distributivo importante nell animazione. Il suo matrimonio nel 2011 con Sandrine Flament e la nascita recente del suo primo figlio, sembrano averlo rinvigorito fisicamente e creativamente. Al festival di Gijon ho avuto la possibilità di conversare con lui sul suo mondo d artista. Aria gentile, ferrato umorismo, lo stesso delle sue storie animate, con un completo bianco e un panama extra large mi parla del suo universo animato con passione, soddisfatto delle nuove possibilità produttive. Al cinema gli piace andare poco e tra gli ultimi film ha visto Woody Allen, di cui ammira l umorismo controverso e provocatorio. Lusingato delle attenzioni ricevute dal pubblico europeo, mi dice: «Gli spettatori spagnoli capiscono i miei film più dei miei connazionali. Il loro immaginario è ricco dell arte di grandi artisti: Dalì, Picasso, Goya. In Europa il pubblico ha un gusto colto e raffinato. Negli Stati Uniti i nostri gusti col tempo sono stati addomesticati dai grandi studios, come la Dyseny. Non disprezzo affatto la Dysney, ammiro la loro animazione, il problema è che le loro idee dominano l immaginario collettivo e occupano uno spazio di mercato impenetrabile. È difficile per nuove forme d animazione, mondi diversi, magari provocatori, trovare spazio». Ha declinato diverse offerte lucrose. Autofinanziandosi è riuscito a realizzare un numero notevole di lavori senza rinunciare a una forma tecnicamente completa. Mi può parlare dell arte dell indipendenza? Per un brevissimo periodo ho lavorato in pubblicità, creando spot per la Nike e l American Airlines. L ho fatto semplicemente per trovare i soldi per i miei film. Ho anche lavorato e guadagnato bene, disegnando diversi episodi dei Simpson. Finalmente ora sono in grado di mantenermi solo con il ricavato dei miei film. Il mio modo di lavorare non richiede grandi risorse finanziarie. Per la promozione di un film la Dysney spende molto in campagne pubblicitarie mastodontiche, personalmente non perdo tempo per promuovere i miei lavori. Ho un pubblico che negli anni è cresciuto naturalmente, affezionandosi al mio cinema, senza cercarlo con grandi sforzi si è autocostituito. Ho prodotto più di sessanta cortometraggi e dieci lungometraggi d animazione, ora guadagno con i diritti. Tutto il lavoro che ho fatto continua a portami guadagni. Ho pieni diritti su tutto quello che creo, i guadagni dei miei film rientrano a me, questo è il privilegio di lavorare in A quattordici anni inviò i suoi disegni alla Disney, furono apprezzati, ma la sua creatività imprevedibile e il suo stile di lavoro indipendente è incompatibile con gli studios modo indipendente. Lo sforzo produttivo parte solo da me, ma torna totalmente a me. Altro punto fondamentale è che il mio studio non è grande, ci lavorano solo sei persone. Mi trovo a mio agio con questa dimensione. Inoltre la mia società non è dominato dalla burocrazia. L arte per me è più importante del denaro. Mi rendo conto che può essere visto come il mio punto debole, ma sono fatto così, mi piace mantenere questo metodo di lavorare. BIOGRAFIA Ha iniziato a lavorare negli anni ottanta. Come il digitale ha influenzato il suo lavoro? Con il digitale indubbiamente è aumentata la facilità di realizzare un filmato d animazione. Ora è sufficiente un computer qualunque, un programma e chiunque può creare animazione. Una volta era molto più complicato. In un certo senso, come per il cinema, c è una democratizzazione del mezzo con un aumento di prodotto, ma non Nato a Portland, Oregon, è cresciuto in una famiglia numerosa con tre sorelle e 2 fratelli. Nel 1964 si diploma alla scuola superiore di Oregon City. Frequenta l Università Portland State University, per evitare la guerra del Vietnam, si arruola nella National Guard dal 1967 al A New York approfondisce i suoi studi nella School of Visual Arts. Inizia a lavorare come illustratore e cartonista per: Cineaste, Filmmakers Newsletter and Film Society Review. Le sue illustrazioni conquistano le pagine del New York Times, Vogue, House Beautiful, The Village Voice, Screw e Vanity Fair. mentre le sue strisce animate appaiono in Viva, Penthaouse, Rolling Stone e Glamour. Nel 1975 inizia a pubblicare su The Soho Weekly News la serie di strisce animate a carattere politico Plymton. Nel 1983 Valeria Wasilewki gli offre il primo lavoro di regia per il film Boomtown. Plymton si autoproduce Drawing Lesson #2, Your Face, che nel 1988 guadagna una nomination agli Oscar. In pubblicità cura gli spot per Nike, la United Airlines e Mercedes-Benz. Dopo diversi cortometraggi di successo (One of Those Days, How to Kiss, 25 Ways to Quit Smoking, e Plymptoons), produce il suo primo film The Tune. Negli anni si è conquistato una fama internazionale riscuotendo consesi di critica e pubblico. necessariamente questo conduce ad un aumento di qualità. Tra i suoi film ce ne è uno in particolare che le ha richiesto un processo produttivo e creativo particolare? Certamnte: La Casa Volante. È un film di 30 minuti, racconta la storia di una coppia perseguitata dai banckers e dai padroni di casa. La donna ha mangiato del formaggio e lei immagina che la casa vola via dal proprietario. C è una sequenza che dura cinque minuti in cui la casa è nella spazio, la terra ruota, si vedono gli oceani e la luna che ruota e poi vedi la casa vola in alto fino a raggiungere le costellazione. L immaginazione si amplifica. Ha usato Kick-starter per la prima volta per finanziare «La Casa Volante». Per produrre la Casa Volante ho pagato 25,000 dollari di tasca mia, ero rimasto senza un soldo, allora ho usato kick-starter per trovare gli altri soldi e in sei mesi abbiamo potuto finire il film. Abbiamo raccolto 20,000 dollari in totale. Generalmente lavoro con un piccolo gruppo di sei animatori, per le illustrazioni della Casa Volante ho voluto usare la stessa tecnica di trent anni fa, un processo molto lento e laborioso, per finire il film in tempo ho dovuto assumere quattro persone. Non ho più bisogno di andare a Hollywood per i soldi o cercare i finanziamenti dal governo, con kick-starter mi rivolgo direttamente al pubblico. All inizio della mia carriera, ero abituato a rivolgermi agli Studious, con il mio story board e le mie idee, ma ora non devo più farlo. Il suo amico Terry Gilliam mi ha raccontato dei problemi che ha nella distribuzione dei suoi film a causa dei grandi studios. Lei riesce a mantenere la proprietà dei suoi film, forse per l animazione il sistema distributivo è più democratico? Ho visto tutti i film di Terry Gilliam, sono così rivoluzionari e belli, è sempre stato uno dei miei filmaker favoriti. Il suo cinema mi ha sempre profondamente influenzato. Per me è un genio. Ammiro il suo coraggio. Per i film di finzione la situazione è un più ostica. Per quanto mi riguarda anche per me è impossibile trovare un distributore negli USA allora è meglio andare direttamente su internet. Nel 1992 ho realizzato che potevo fare un film in completa indipendenza, ora tutti lo possono fare, possono fare animazione fatta in casa, e questo è fantastico, perché tutti possono fare animazione oggi. Vedo una nuova era per l animazione. Quanto questo ha cambiato il suo lavoro? Ora ho i soldi e il tempo per lavorare bene ad ogni sequenza. I miei film devono competere con quelli della Disney. Le mie strisce non sono perfettamente pulite, rimangono un pò rudimentali, sono più realistiche e crude. Semplicemente perché non ho il tempo e il numero di animatori che ha la Dysney, ma quantitativamente produco quando loro. Quando aveva quattordici anni ha mandato i suoi disegni alla Disney e le hanno risposto che era un talento promettente ma troppo giovane. Mi racconta la sua relazione con gli Studios? Non mi sono mai sentito vicino alle loro esigente. Ho compreso all inizio della mia carriera che non avevo una relazione con loro. D altronde avrei inserito sequenze di donne nude nel background dei loro film, credo che mi avrebbero licenziato subito. Mi piace creare storie folli, mi piace sorprendere, raccontare l imprevedibile. Magari gli Studios vengono da me proponendomi un grande progetto, con una bella storia, un grosso stanziamento, certamente accetterei. In realtà, sono molto invidioso delle loro potenti campagne promozionali. Ammiro la Pixar per i corti d animazione. Anche a me piace raccontare storie brevi. Spesso ho delle idee che non possono entrare in un film lungo. Oltre ai corti, con la Pixar vedo solo le macchine che lavorano e i computer sono troppo costosi per me. Posso creare milioni di film animati con i soldi che la Pixar usa per fare un solo film. Mi piace vedere gli errori della mano umana nei disegni. Voglio rimanere il ragazzo che disegna storie. La musica con le sue storie ha sempre un rapporto speciale, me ne racconta uno? Molte delle mie storie si ispirano alle mie esperienze di vita. Ricordo che ero fidanzato con una donna, all inizio ci amavamo alla follia, dopo due mesi ci volevamo strangolare a vicenda, ma comunque volevo continuare ad aver sesso con lei. In quell occasione realizzai che mi trovavo in un'opera, con una grande passione, come in una tragedia greca. Una relazione dai sentimenti estremi, in quel caso ho scelto due cantanti d opera per creare la musica del film ed enfatizzare le emozioni della storia. Quale è la ragione dell assenza di dialoghi nei suoi film? Ragione semplice, sono più semplici da vendere, ed è d effetto raccontare storie per immagini. Senza sottotitoli sono più semplici da vendere. Mi piace raccontare storie senza parole, anche perché non sono uno bravo scrittore. Viaggia molto per promuovere i suoi film, lavora duro per trovare i soldi dei film e distribuirli. Quando trova il tempo per disegnare? È un talento che ho sviluppato all inizio della mia carriera, mentre lavoravo ad un corto dovevo trovare i soldi lavorando a uno spot. Mentre cercavo i soldi per un progetto, me ne veniva in mente un altro, ho sempre portato avanti più lavori contemporaneamente. Mi piace viaggiare, difficilmente rinuncio all invito di un Festival, dove posso incontrare il mio pubblico. L amore per l animazione nasce dalla passione per il disegno. Non riesco a smettere di disegnare. Disegno continuamente, su un tovagliolo, su un pezzo di carta, su uno scontrino. Porto sempre con me un notebook, una matita, e da li partono tutte le idee dei miei film. In alto un ritratto di Bill Plymton, in pagina alcune sue opere

8 (8) ALIAS LAMBERTO LAMBERTINI E adesso il Paradiso non può attendere di ALBERTO CASTELLANO NAPOLI Si è da poco conclusa la mostra «DANTE 100%: cento canti per cento quadri» a Palazzo Firenze a Roma, sede della Società Dante Alighieri e, sempre a Roma, viene mostrato In viaggio con Dante Leggere Dante sulle immagini dell'italia di oggi, l'ambizioso e intelligente progetto del regista Lamberto Lambertini e dello storico Paolo Peluffo, prodotto dalla Società Dante Alighieri con il sostegno di Arcus, vero e proprio piccolo kolossal d'autore all'italiana. Ogni sera, fino al 6 settembre, nel Museo Nazionale di Castel Sant Angelo, con proiezioni continue dei film della Maratona Infernale (Inferno) e della Montagna Infinita (Purgatorio), nella Cappella dei Condannati. E ora finalmente sono cominciate le riprese del Paradiso. A quale titolo hai pensato per la terza e ultima cantica? Senza principio, senza fine. Perché Dante, ispirandosi, tra gli altri, a San Tommaso, riporta l immagine del cerchio come visione estatica di Dio. Il Paradiso può attendere recita un famoso film americano, il nostro no, non può più attendere. C'è una scadenza di consegna con il Ministero degli Esteri, che ha già distribuito i nostri precedenti dvd danteschi, sottotitolati, agli Istituti Italiani di Cultura di tutto il mondo. La realizzazione del Paradiso è partita in ritardo per i tagli che hanno subito, in Italia, tutti coloro che, nel pubblico e nel privato, producono cultura, come la Dante Alighieri. Eppure, con il presidente Andrea Riccardi, il segretario generale Alessandro Masi e il vicepresidente Paolo Peluffo, siamo riusciti a partire per quest'ultima avventura che concluderà la nostra Divina Commedia cinematografica. In questi casi in genere si dice che si tratta di saper fare creativamente di necessità virtù. Anche se devo dire che in ogni caso per il Paradiso non avevo immaginato di girare su e giù per l'italia come ho fatto per le altre due cantiche. Secondo un'iconografia reale o immaginaria della «Divina Commedia» l'inferno e il Purgatorio sembrano più facilmente assimilabili a visioni o immagini reali, mentre il Paradiso sembra sfuggire a figurazioni codificate. Il Paradiso ci obbliga a un'idea astratta. Nell'Inferno, il buco nella Terra creato dalla Caduta di Lucifero, oppure, come nel Purgatorio, la montagna che viene fuori dalla stessa Caduta, dalla parte opposta del pianeta, Dante cammina, sottoterra o sopra la terra, incontra persone, ascolta i loro drammi, e questo lungo viaggio di purificazione, è stato da noi raccontato nei luoghi e con le persone di oggi. Il Paradiso invece è un non-luogo. Beatrice lo conduce in mezzo ai pianeti, ai santi, alle stelle. Con Peluffo nacque un'intuizione: mostrare le rovine di Roma, dell Impero e del Papato, i due poli, ossessivi, dell ideologia di Dante. Luoghi inabitati, segnati dai secoli, le uniche tracce visibili della Storia, simulacri di ideali, politici e religiosi del passato, per lo più falliti, ai quali tuttavia siamo ancora legati, noi oggi, come Dante ai suoi tempi. Sulle rovine di Roma pensammo di costruire il nostro Paradiso. Perché le rovine sono anche frammenti di bellezza d Italia, perché non sono vita, ma arte e quindi promessa di felicità futura. Schuré, Guénon, Zolla sono grandi intellettuali che da angolazioni diverse hanno approfondito l'esoterismo di Dante e della «Divina Commedia» in particolare. Sono autori che tu conosci e che in qualche modo ti avranno influenzato. Sono autori che costituiscono un punto di riferimento imprescindibile per la Commedia, figuriamoci per il Paradiso, cantica della reinvenzione del non-detto e del non-visto. Cantica che ci consegna la visione di Dante dell'intero universo. Alla fine il poeta avrà il premio, il dono, più unico che raro tra i viventi, di vedere la luce divina prima di tornare indietro. A quel punto, dice: «all'alta fantasia qui mancò possa», dichiarando, Pittore e regista ha iniziato già da alcuni anni «In viaggio con Dante», una serie di film, trilogia nell Italia di oggi che attraversa Inferno e Purgatorio verso le rarefatte dimore dei beati genialmente, l'incapacità, persino per una persona della quale aveva una non piccolissima considerazione, di trovare le parole adeguate per descrivere quello che ha visto. Persino Dante, rimane senza parole. Ho saputo che stavolta la factory di Lambertini ha una nuova sede per la post-produzione. È vero, nei sotterranei caravaggeschi del cinquecentesco NOTE BIOGRAFICHE Palazzo Firenze, è stato allestito uno studio audiovisivo di altissimo livello. Con questa nuova possibilità e con l aiuto dei miei abituali collaboratori, Carlo Sgambato (direttore della fotografia, operatore e montatore), Savio Riccardi (musiche originali), Valentina Spata (consulente storico-artistica), ce la potremo fare e magari continuare, con lo studio nella casa madre, con i poeti italiani. In effetti quest'operazione sulla Divina Commedia per la Dante fa anche un po' da apripista come format, modello narrativo. Infatti c'è un progetto di dedicare dei ritratti audiovisivi con altrettanti dvd a 10 poeti tra cui Leopardi, Petrarca ecc... Nel racconto del «Paradiso» sono inserite anche immagini dei tuoi quadri con implicazioni metalinguistiche. Vero, oltre alle rovine, ci saranno altri elementi. Intanto, vorrei coinvolgere le studentesse che vengono da ogni parte del mondo per seguire i corsi d italiano della Dante Alighieri. Giovani beatrici che, si alterneranno con me, nella lettura dei difficilissimi versi del Paradiso. Palazzo Firenze sarà l ambiente ideale, quasi un teatro, con i suoi saloni, giardini, aule e biblioteche, per le nostre letture. E poi, ultimo non-luogo, il mio studio d artista, bozzetti, libri, quadri, che ci faranno ripercorrere, canto dopo canto, i sette lunghi anni del nostro viaggio con Dante. Nell ultimo quadro, il centesimo, si legge: Iscrittosi alla facoltà di Medicina, si trasferisce prima a Parigi e poi a Londra dove fa l'aiutante del pittore Lucio Del Pezzo. Rientrato in Italia, inizia a lavorare come grafico del Teatro Stabile di Roma per poi esordire come regista. Nel 1982 fonda la Compagnia Teatrale con Peppe e Concetta Barra per i quali curerà gli spettacoli come autore testi e regista. Ha debuttato nel cinema col progetto Diario Napoletano ma il suo esordio vero e proprio avviene nel 1995 quando scrive e dirige il suo primo lungometraggio: Vrindavan Film Studios con Enzo Decaro, ambientato in India, presentato al Festival di Venezia. Torna dietro la macchina da presa nel 2005 con Fuoco su di me con Omar Sharif e nel 2007 gira il cortometraggio Queste cose visibili. È stato anche un autore e regista radiofonico e per la Rai ha realizzato Il principe di Sansevero, Diabolik ed Eva Kant uniti nel bene e nel male, Passeggiate di Lamberto Lambertini per Napoli e Contorni, Al Ballo con Marcel Proust, Tredici Notti con Sade, Una Lettura di Casanova. Nel 2001 ha scritto il libro Sono nata a Procida. Memoria impossibile di Concetta Barra e non ha mai abbandonato un'altra sua grande passione, la pittura. Nel 2008 è iniziata la sua avventura della Divina Commedia realizzando il suo progetto artistico più ambizioso, In viaggio con Dante - leggere Dante sulle immagini dell Italia oggi diviso in tre parti (Inferno, Purgatorio e Paradiso) «all'alta fantasia qui mancò possa». Come se anch io deponessi le armi, in stile surrealista, di fronte all impossibilità di comprendere totalmente e di voler rappresentare il più grande poeta dell occidente. Il progetto sta diventando un po' il fiore all'occhiello della Dante Alighieri. Finendo esattamente alla fine del 750 anniversario della nascita del poeta, penso alla gioia che si sarebbe prodotta in un uomo del medioevo, per cui tutto è simbolo e numero. La verità è che tanto lavoro, quando sarà compiuto, 21 dvd, per 21 ore di proiezione, potrà essere finalmente divulgato, e commercializzato, come si deve, dopo che mezzo mondo lo ha già applaudito, commosso, nei teatri e nelle scuole. E dopo a quali altri progetti ti dedicherai? Ne ho troppi in testa. Una forma di accumulo per astinenza. Il primo in pista è L'inganno felice, il racconto del principe palermitano che va a Gerusalemme senza uscire dal suo giardino, scritto con Antonio Monroy, adesso con un vero produttore, Salvatore Pecoraro. Poi c è Casa Bianca, Garibaldi a Caprera, un idea condivisa, e mai abbandonata, con Paolo Peluffo. Ultimo arrivato è Sangue Blues, un misterioso noir napoletano che sto scrivendo con Carlo Di Sangro. In questa storia, James Senese, che ha accettato con entusiasmo, interpreterà un ispettore di polizia innamorato del jazz, che deve risolvere dei delitti nei quali è implicato nientemeno che il principe di Sansevero. Non possiamo non ricordare Omar Sharif che tu hai avuto il piacere e l'onore di dirigere. Che bello, e che triste, ricordarlo. Ero molto legato a lui. L avevo incontrato da poco. Sapevo che non stava bene, che aveva chiuso con il cinema. Ma a me sembrava lo stesso. Un fratello. Con la stessa, direi aristocratica, tra noi, sintonia di sempre. Abbiamo ricordato, ridendo, delle nostre serate a Napoli. Altro che Alzheimer, ricordava tutto. Il film, la mia famiglia, mio figlio piccolo che appena lo vide gli mollò uno schiaffo. Le mie passioni, le cene, vero rito, un gioioso ripago dopo il lavoro, da lui rigorosamente, umilmente svolto, ogni giorno, in totale digiuno. La fame, diceva, è il più grande stimolo per l intelligenza, l unica droga. A sera, stremati: la cena! Pagava sempre lui, fossimo due o ventidue. Attitudine assai rara per un attore. Aveva gusti raffinati. Nei vini soprattutto. Una volta, tuttavia, a Napoli, da Mimì alla Ferrovia, s innamorò dell Aglianico della casa. Non riusciva a credere che un vino così buono potesse costare così poco! Mille confidenze, intellettuali e private. Bicchiere dopo bicchiere. Basta. Per superare la commozione, sto scrivendo un ricordo personale dell'attore intitolato Caro Omar. Lettera aperta di un napoletano ad un egiziano che amava Napoli.

9 ALIAS (9) WU TIEN-CHANG Scatti mascherati, l identità di Taiwan di MANUELA DE LEONARDIS VENEZIA L oscurità del Palazzo delle Prigioni che ospita il padiglione di Taiwan con la mostra di Wu Tien-chang (Keelung, Taiwan 1956, vive e lavora a Taipei) Never say Goodbye, evento collaterale della 56. Biennale di Venezia (curato dal Taipei Fine Arts Museum di Taiwan), s illumina a tratti di colori artificiali. Ecco che all improvviso le immagini delle tre installazioni video realizzate con un solo piano sequenza (Farewell, Spring and Autumn Pavilions, Beloved e Unforgettable Lover) - sono esposti anche due grandi light box che reinterpretano le due precedenti opere Our Hearts Beat as One e Blind Men Groping Down the Lane cominciano a scorrere. Il movimento è quasi impercettibile, le immagini sono accompagnate dalle lampadine che pulsano - vibranti - al suono di canzoni in taiwanese che arrivano da un altra epoca. Canzoni dell addio che appartengono al genere giapponese «enka» eredità del dopoguerra. La performance si ripete, come in uno spettacolo circense, con l attore-prestigiatore che veste panni diversi - militare, marinaio, aviatore - incantando il pubblico con le sue magie: la chitarra diventa una pianta, per tornare ad essere una chitarra, mentre il fondale suggerisce nuove coordinate di un paesaggio immaginario che cita la realtà. Immagini che svelano il potere immaginifico che per l artista taiwanese è un escamotage per introdurre alla storia del suo paese, considerato un luogo di transito, o meglio temporanea permanenza, di regimi stranieri che si sono avvicendati - Giapponesi, Cinesi, Americani - imponendo, di volta in volta, la loro cultura. Il passato, evocato in maniera nostalgica ma anche ambigua, è il punto di partenza per affrontare il tema dell identità e della storia di Taiwan. Quali sono le possibilità che ha visto nella fotografia, rispetto alla pittura neo-espressionista che ha caratterizzato il suo linguaggio artistico fino al 2000? Nel 2000 ho abbandonato la pittura ad olio, perché ero arrivato ad un punto in cui non riuscivo più a dire nulla di nuovo attraverso questa tecnica. Prima era stata il mio modo per criticare il sistema politico taiwanese (sfogliando un catalogo precedente indica i suoi ritratti del 1991 dei leader Mao Tse-tung, Deng Xiaoping, Chiang Kai-shek e Chiang Ching-kuo), ma dall abrogazione della legge marziale, nel 1987, mi sono ritrovato improvvisamente a non avere più nemici. Allora ho cominciato a interrogarmi sulla mia identità di taiwanese. Prima di quella data il governo ci aveva obbligati a pensare che fossimo cinesi, ma dopo sono cominciati a fiorire i dibattiti sull identità di Taiwan. Non c erano più personaggi autoritari che impedivano alla gente di esprimersi liberamente. Nel 1996 nell isola hanno avuto luogo le prime elezioni democratiche veramente libere. All epoca avevo compiuto quarant anni, mi ero sposato, e mi interrogavo anche sulla mia vita personale. La fotografia mi ha permesso di superare questa impasse creativa. Nel momento in cui si scatta l immagine, il tempo muore. È come compiere un delitto. Eppure l immagine che si produce attraverso questo atto criminale rimarrà in eterno. Ho trovato interessante questa sua contraddizione. La fotografia, poi, fin dall inizio era usata dai pittori come supporto per poter dipingere successivamente in studio, soprattutto da quelli che dipingevano all aria aperta e che avevano necessità di un tempo più lungo per completare il quadro. Fotografare il panorama o il modello era come fare uno schizzo. La Prima Guerra mondiale ha cambiato il modo e i modi della fotografia, soprattutto nel caso della ritrattistica. Ad esempio i militari che partivano per la guerra avevano bisogno di lasciare il loro ritratto alla famiglia, perché forse non sarebbero più tornati dal campo di battaglia. È per questo che mi sono innamorato della ritrattistica fotografica. In particolare in che modo è stato influenzato dal Opere di Wu Tien-chang al Padiglione Taiwan della Biennale di Venezia: Blind Men Groping Down the Lane; Farewell, Spring and Autumn Pavillons; Beloved; ritratto dell artista a Venezia (foto di Manuela De Leonardis) libro di Juan I-Jong, «The History of Chinese Photography»? Juan I-Jong è un fotografo di Taiwan della prima generazione, in questo libro fa una panoramica sulla ritrattistica cinese, soffermandosi sui volti vissuti ed emaciati dei cinesi degli ultimi cento anni. Ad esempio, prima ancora della nascita della fotografia, nella cultura cinese esisteva un tipo di ritrattistica che si chiamava «xiao zhao». La gente regalava un disegno a carboncino che ne ritraeva il volto per non farsi dimenticare. La cosa singolare è che per la persona viva si chiamava così, mentre per il defunto il nome del ritratto era «she ying», ovvero fotografia. Il libro di Juan I-Jong è stato un importante riferimento, perché mi ha fatto scoprire anche questi aspetti nostalgici della fotografia. Cosa rappresenta per lei il momento dello scatto? Non sono io che lo faccio. Lo faccio fare ad altri. Io preferisco Dietro queste maschere c è il mio paese con le sue due identità diverse. Una si chiama Taiwan, l altra Repubblica di Cina fare il regista, controllando il fotogramma prima dello scatto. Negli anni in cui a Taiwan era in vigore la legge marziale, quali erano le difficoltà e le strategie per aggirare la censura? Prima si ricorreva all astrattismo. Ma poteva capitare - come è successo negli anni 60 al mio insegnante di pittura Qing Song - che un segno presente in un suo dipinto fosse interpretato dalla censura come un carattere al contrario del nome di Chiang Kai-shek. Benché non lo fosse, questo gli creò dei problemi. Anche nel mondo dell arte c è stato il periodo del terrore bianco. Qual è il significato della maschera di lattice che indossa il personaggio presente nella video installazione «Farewell, Spring and Autumn Pavilions», realizzata appositamente per la Biennale di Venezia? La maschera serve per celare l identità della persona. Chi la porta non è più se stessa, ma è ciò che rappresenta la maschera stessa. Dietro questa maschera c è il mio paese con le sue due identità diverse. Una si chiama Taiwan, l altra Repubblica di Cina. Taiwan vorrebbe tornare ad essere Taiwan, ma il Kuomintang continua a dire che siamo Repubblica Popolare di Cina. Ma la maschera è anche un modo per curare le ferite interne, perché in chirurgia esiste un tipo di pelle artificiale che si usa in caso di scottature gravi per proteggere e curare la ferita. In questo caso le molte ferite a cui alludo sono quelle lasciate al paese dall eredità coloniale.

10 (10) ALIAS DAVID LANG In pagina immagini di David Lang per il compositore. E mi occupavo di quella. Il celebre musicista americano racconta il suo lavoro nel film di Paolo Sorrentino «Youth - la giovinezza» di MARCO RANALDI VEDERE, anzi ascoltare Youth la giovinezza di Paolo Sorrentino è come riprendere l idea originaria della musica applicata all immagine filmica e attraverso questo pensiero è facile comprendere come David Lang, compositore e curatore dei suoni e delle musiche del film, possa collimare con l idea di musica applicata, ovvero di musica per il futuro. David Lang è un compositore fra i più interessanti del panorama contemporaneo; americano, attento frequentatore della scuola del riuso sonoro di Henze, Lang ha creato una forma di sinestesia interessante fra ciò che succede nel movimento filmico e ciò che avviene nel movimento armonico. Ed è accattivante leggere il sogno di Sorrentino attraverso un percorso che non rimanda al passato ma apre la strada a ciò che sarà il linguaggio musico- filmico in un futuro che non ha molti parametri se non quello certo della creatività e dell irriverenza alle forme precostituite senza le quali, però è impossibile creare il futuro. Ecco ciò che Lang pensa in una breve discussione che sarebbe potuta durare oltre ogni tempo ragionevole. Come è nata la collaborazione con Sorrentino? Un amico mio, il compositore e direttore d orchestra Carlo Boccadoro, mi ha chiamato ad una prova del Torino Vocal Ensemble e mi ha detto quant era felice di dirigere il mio brano I lie nel film La Grande Bellezza. Era la prima volta che avevo sentito che Paolo si interessasse alla mia musica! Aveva comprato i diritti alla musica dalla mia casa editrice, ma non avevo ancora sentito niente, allora ero molto sorpreso. E molto contento. Quandohanno mostrato in anteprima il film al Toronto Music Festival, (Sorrentino) mi ha chiesto di venire da New York a conoscerlo, e mi ha detto che il suo nuovo film avrebbe parlato di un compositore. Cosa ricorda della collaborazione con il Kronos Quartett per il film «Requiem for a Dream»? Quella colonna sonora di Clint Mansell è moltoforte e spaventosa, è veramenteuna grande colonna sonora. Clint l ha scritta per suoni elettronicie strumenti nelsuo studio, e nei miei ricordi, il film e la colonna sonora di Clint erano quasi finiti quando hanno deciso di aggiungere il Kronos Quartet. Avevo lavorato molto con il Kronos, e notevolmente su una Musica irriverente per il futuro grande opera lirica che si chiama the difficulty of crossing a field, è per questo che quelli del Kronos mi hanno chiesto di scrivere musica che potevano suonareinsieme alla musica di Clint. Per me, era un problema interessante da risolvere. Alla fine, ho scelto di non competere con la colonna sonora di Clint e di non sopraffarla, ma di approfondirla, usando il potere dei musicisti dal vivo per farlo piùreale. Clint, il Kronos, Darren Aronofsky, Nonesuch credo che tutti fossero curiosi di vedere cosa sarebbe successo, tutti erano veramente d aiuto, ed era divertente lavorare con loro. Invece con Gavin Bryars com'è andata la realizzazione del cd «Amjad»? Amjad era un progetto con la compagniadi ballo di Edouard Lock, La la La Human Steps. Gavined io non abbiamo veramente collaborato sul progetto, Edouard ha chiesto a Gavin di scrivere una colonna sonora basata su musica di Tchaikovsky per balletto,e poi ha inserito alcuni brani miei. Avevo lavorato con La La La per tanti anni, ed avevo alcuni pezzi mai usati di cuiedouard ne era a conoscenza, che ha poi utilizzato. Torniamo a Sorrentino, lei BIOGRAFIA David Lang è nato a Los Angeles nel 1957 ma vive da tempo a New York. Dopo aver frequentato la Stanford University e l'università dell'iowa ha ottenuto un dottorato per le arti musicali, nel 1989, presso la Yale University. Il suo lavoro come compositore trae ispirazione dal modernismo, dal minimalismo, dal rock e da molti viene definita come post-modernista. Ha collaborato, in veste di arrangiatore, con il Kronos Quartet, con i colleghi compositori Julia Wolfe e Michael Gordon e con alcuni coreografi, tra cui Shen Wei e Benjamin Millepied. Nel 2008 vince il Premio Pulitzer per la musica dell'opera, ispirata alla Piccola fiammiferaia, The Little Match Girl Passion, opera che ha ricevuto il Grammy Award nel La sua ultima creazione è la colonna sonora del film di Paolo Sorrentino, Youth, il quale aveva già utilizzato un suo brano, I Lie, per il film premio Oscar La grande bellezza. aveva già avuto modo di conoscerlo per «La grande bellezza» film nel quale ha utilizzato I Lie cosa ricorda di quella richiesta? La risposta qui sopra spiega come, tramite quella scena in La grande Bellezza, io e Paolo ci siamo conosciuti. Non sapevo cosa facesse con la mia musica o dove sarebbe stata nel film. Per me la cosa buffa era che, quando ho finalmente visto il film, ero scioccato di come avesse girato e soprattutto dove, con i cantori in piedi sul balcone della Fontana dell Acqua Paola al Gianicolo. È proprio accanto all Accademia Americana, dove ho vissuto per un anno, , e dove ho conosciuto mia moglie che era anche lei all Accademia. Io e lei eravamo soliti stare là perore, guardando quella vista mozzafiatodi Roma che, nel film di Paolo, è abbastanzapotente per uccidere un turista giapponese. Cosa ha pensato nel mettere insieme la colonna sonora di «Youth»? È stato un vero regalo da parte di Paolo fare un film che parlava di un bravo compositore.grazie a questa storia si capiva che la musica appartiene profondamente al direttore che non vuole più dirigere, che inventa ritmi con le carte di caramelle e sinfonie ispirate dai campi dove pascolano le mucche. La Musica è dentrodi lui. Per quello, non volevamo confondere la musica nella sua vita con le vite degli altri personaggi, allora ci sono tanti altri tipi di musica nel film. La musicaclassica è solo Qual è oggi il suo rapporto con la musica contemporanea? Secondo lei la ricerca va verso la ricerca armonica o melodica? È sempre difficile dire dov è la musica adesso e dove dovrebbe andare. Il mondo èpieno di tante migliaia di persone che fanno cose interessanti, di molte cose emozionanti, e tutte sembrano in contraddizione tra loro. E questo è unacosa buona, si vuole vivere in un tempo con molte opzioni, con molte persone dotateche provano molte cose per la prima volta. Quelloche posso dire è che,a causa di Internet, c è moltoscambio di idee da un genero all altro. Ci sono tanti gruppi «indie»nel mondo che mischiano influenze dalle musichesperimentali e trovano gli ascoltatori adolescenti, questo è bene. Il brano finale di «Youth» è fortemente evocativo: com'è nata l idea? Paolo aveva bisogno di una canzone che comprendesse tutto quello che si sente; il personaggio di Michael Caine alla fine del film è pienodi gioia pensando ai semplici piaceri della sua vita, è melanconicosapendo che questa canzone era scritta per sua moglie che adesso non può piùstare con lui, è rassegnatoa sapere che un pezzo di musica è unricordo di chi era molto tempo fa e un modo di misurare quanto è lontano adesso da quel periodo. Il brano finale doveva essere pieno di speranza e triste allo stesso tempo. Perchésua moglie non può piùparlare, pensavo che il piùche potesse desiderare da lei sarebbe stato un sussurro, allora ho scrittoil testo in cui le parole finali sono quandotu sussurri il mio nome. La Mullova è stata una sua scelta? Nel film, il personaggio di Michael Caine è uncompositore di prim ordine, dal momento che deve dirigere un concerto per la Regina di Inghilterra.Così ho pensato che, per renderlo più autentico, avrebeb dovuto lavorare soltanto con un violinista di prim ordine. L ho chiesto a Viktoria Mullova che è una violinista di prim ordine che vive a Londra! È una musicista così brava e credo di aver usato soltanto una millesima parte delle sue abilità, ma è fantasticodi averla nel film. Infine che rapporto ha con la musica di Nino Rota? Sono così contentoche mi ha fatto questa domanda! La mia colonna sonora preferita è la musica di Nino Rota per Amarcord. Per me, è l esempio miglioredi musica e sceneggiatura utili per raccontare una storia più profonda. Le scene con battute buffe diventano dolceamareper la musica, le scene scure diventano ironiche perchéla musica ci dice così.fellini ha veramente bisogno di Nino Rota in Amarcord, e lavorano perfettamente insieme. Per me, la scena dove i ragazzi ballano nella strada con le loro fidanzate immaginarie, e il vento soffia le foglie d autunno intorno ai loro piedi è unadelle scene più emozionanti che abbia mai visto. Ma che emozione è? Non è triste,veramente, non è dolceamaro, né rammaricato.è soltanto il vero sentimento di un vero ricordo, è onesto.fellini ha solo filmato alcuni ragazzi che ballano. Era Nino Rota che l ha reso vero.

11 ALIAS (11) di ELFI REITER DON ASKARIAN A sinistra: Don Askarian in «Ararat - 14 views», a destra: «Komitas», sotto «Ararat» e «Avetik» VINTAGE INTERVISTA AL GRANDE REGISTA ARMENO «Il tabacco con cui è fatta anche la Camel che mi sto accendendo ora, mentre rifletto, è cresciuto dal cranio di mio nonno caduto a Erzurum». Era iniziata così, nel settembre 1988, la nostra conversazione con Don Askarian, regista di origini armene che dal 1978 si era dovuto rifugiare a Berlino Ovest in qualità di «senza patria» parole sue, che era presente al Lido di Venezia per il suo film Komitas dedicato all omonimo monaco e geniale compositore armeno, programmato nell allora sezione Orizzonti. Ripensandoci oggi sembra lontano eppur vicino essendo stato celebrato il 24 aprile 2015, il centenario di quello che è stato riconosciuto ormai da più di venti paesi nel mondo come genocidio, benché le controversie storico-politiche vertano esattamente su questo punto: il termine genocidio secondo i negazionisti era stato coniato nel 1945 per definire lo sterminio degli ebrei da parte dei nazi-fascisti. Può un massacro accaduto trent anni prima, essere definito come tale? La risposta è sì, visto che persino il parlamento tedesco ha sancito che anche nel caso delle persecuzioni e delle uccisioni di massa del popolo armeno (il numero esatto varia da ventimila a due milioni, a seconda delle fonti) si era trattato di Völkermord, ossia di omicidio di popolo come dice il termine tedesco per indicare il genocidio. Perché il giorno del centenario cade il 24 aprile? Fu quel giorno, nel 1915, che a Istanbul c erano stati i primi arresti e omicidi di intellettuali armeni da parte di addetti del governo dei «giovani turchi». Torniamo a Don Askarian che nel frattempo di film dedicati al suo paese, alla sua gente, ne ha girati altri, molto premiati, e a proposito di Ararat 14 views (14 vedute sul Monte Ararat, il monte sacro del popolo armeno rimasto nel territorio turco-islamcio) ha scritto un breve testo molto significativo alla luce delle recenti reazioni del governo turco alle dichiarazioni solidali espresse da Papa Francesco. Lo si trova sul sito del regista nato nel 1949 a Step anakert, capitale della piccola repubblica indipendente Nagorno Karabakh, e porta la data 12 dicembre 2006: «L importanza di questo progetto si misura con quella della vita del suo autore e produttore, che si trova nella stessa situazione del protagonista, cioè a rischio di morte. Di norma la vita è più importante di una carriera, anche i film sono importanti e possono a loro volta uccidere o salvare vite umane. Date un occhiata a ciò che produco, qualcuno deve pur dire ciò che rischia di sparire per sempre, e nel caso in cui mi sparassero vi accorgerete del perché lo sto facendo. Quest articolo (un testo lungo pubblicato sulla stessa pagina del sito, nda) si sta scrivendo quasi da solo, mentre sono seduto qui, in mezzo a un paese del regno del KGB, sapendo che il mio nome è ormai rientrato nella terza edizione delle loro liste nere. Hanno ripreso da poco a sparare, a uccidere persone singole, in gruppo, dieci o cento alla volta. Impossibile non venire a sapere, ma non raggiungeranno mai più la cifra a cui erano arrivati quelli dell impero precedente dove uccisero migliaia e migliaia di vite umane». Ci disse, nel 1988, Don Askarian: «Il cinema non è per me un arte sintetica (vecchissima bugia sostenuta da molti) per cui Una dimensione del tempo lontana, senza limiti non faccio uso dei mille surrogati. I miei film tendono a nutrirsi dell essenza degli elementi naturali e li metto in scena con pietre e piante, ad esempio mi è venuta un idea bellissima per un film a soggetto: usare come attore protagonista un asse di legno. Usando gli elementi naturali si possono narrare mille storie e ci si accorge che un albero è mille volte più sincero nella sua interpretazione di tanti attori di cinema e teatro messi assieme. Un fiume può benissimo recitare un monologo, basta essere attenti e ascoltare, guardare con sensibilità. Un muro scoperto dall acqua racconta di più della storia armena che una biblioteca intera di testi storici e studi scientifici. Come un quadro narra in modo più complesso una storia». Allo stesso tempo Komitas, così come i successivi Avetik, il già citato Ararat 14 views e il più recente Father - in cui si segue un viaggio attraverso BIOGRAFIA Don Askarian nato a Sepanakert (Nagorno Karabakh) il 10 luglio 1949 studia storia e arte a mosca, lavora come assistente alla regia e come critico per alcuni anni. Nel è messo in prigione per non aver voluto prestare servizio militare nell armata rossa. Nel 78 emigra a Berlino ovest ed ha poi continuato a lavorare in Germania, Olanda ed Armenia dove ha fondato la sua casa di produzione. Ha vinto numerosi premi internazionali. Nel 1996 ha pubblicato il libro «The Dangerous Light», nel 2002 la Harward Film Archive gli ha dedictao una retrospettiva, nel 2004 ha ricevuto la Golden Camera al festival di Trecianske Teplice (Slovacchia). I suoi film: Father (2008), Ararat - 14 Views (2007), On the old roman road (2001) Musicians (2000) Paradjanov (1998), Avetik (1992), Komitas (1988), Nagorno Karabakh: Armenian History Volumes IV and V (1988), The Bear (1984) paesaggi aridi invernali freddi ghiacciati per raggiungere il padre, morto - i suoi film denunciano tutti in un modo o nell altro il genocidio armeno. Di Komitas ci aveva detto: «Mi sono limitato a rappresentare la vita interiore di Komitas e di qui il titolo del film, appunto, che non è I fatti del 1915». Komitas fu testimone agghiacciato del genocidio in quel periodo storico, tanto da cessare di comporre e passare gli ultimi vent anni della sua vita in manicomio. Erano troppe, quelle vittime, «i quasi due milioni di cadaveri che ogni tanto si rigirano nelle loro tombe invisibili provocando quei terremoti in Turchia che gli scienziati addebitano alle mutazioni della crosta terrestre», ci teneva a precisare Askarian. Avvenimento tragico che ha determinato la vita del popolo armeno senza stato e senza indipendenza politica che per la maggior parte ha perso la Heimat, la terra di origine: circa il «I quasi due milioni di cadaveri che ogni tanto si rigirano nelle loro tombe invisibili provocando quei terremoti in Turchia» 90% è rimasto territorio turco e il rimanente fu suddiviso. «La figura di Komitas è di estrema importanza per ogni cittadino armeno in quanto racchiude contemporaneamente l elemento tragico e quello geniale e perché nei confronti di questo atto crudele aveva espresso una sua forma di protesta: il silenzio e l indifferenza di fronte a un mondo capace di simili barbarie sanguinose. Ho voluto fare un documentario della sua Seele, dell anima di quest uomo, la cui vita era certamente stata segnata dalla politica. Ma non ho voluto fare propaganda, né accennare a fatti storici, la vita interiore si compone di altri fattori, non di studi ma di suoni, rumori, brani musicali, ricordi, viaggi. Tutti gli altri aspetti si possono sovrapporre al film, visto che la produzione artistica aspira a questa fruizione attiva. Il mio film per permettere questa visione attiva non si avvale di simboli ma di un livello espressivo denso che offre tante possibili letture. Naturalmente sto parlando di cinema come arte e non come forma commerciale con l estetica da prostituta e l ideologia da bottegaio con cui si chiedono soldi allo spettatore per il fatto che gli si fa un massaggio ai genitali». Per realizzare il suo poema sul popolo armeno Askarian non ha usato immagini illustrative dei fatti, ha preferito riprendere con macchina fissa o lente carrellate lo scorrere del tempo nella natura. «È stata mia bisnonna a insegnarmi la cosa più importante nel cinema, la dimensione del tempo, perché lei non aveva mai fatto uso né di orologi né di calendari creandosi una sua dimensione lontana da quella usuale». Askarian era andato a Mosca nel 1967 per studiare storia e arte, poi ha lavorato come assistente di regia e critico, finché era finito in carcere per due anni nel 1975 per essersi opposto al servizio militare nell armata rossa che per lui rappresentava «un armata di occupazione, entrata nel 56 in Ungheria, nel 68 a Praga e poi nel mio paese, tenendo prigionieri dentro l Urss ben centotrenta popoli che di fatto non vorrebbero niente a che fare con essa e impedendo loro di esprimere liberamente le proprie opinioni». Avrebbe voluto girare Komitas in Armenia per raggiungere il massimo di autenticità ma l allora Unione Sovietica (che non aveva mai riconosciuto il genocidio) la pensava in modo diverso facendogli inviare una dichiarazione firmata dal direttore degli Studi cinematografici che Komitas era un film offensivo per il popolo armeno. «Ovvio che si trattava di uno sporco gioco politico e il fatto non rimase impunito: poco dopo quel direttore, complice della vicenda, morì. Fu mia bisnonna a mandargli una maledizione».

12 (12) ALIAS ON THE ROAD VIAGGIO NEI CAMPI PROFUGHI ALGERINI PER RACCONTARE LA DODICESIMA EDIZIONE La luce nel deserto. Ecco il «FiSahara» di GIANLUCA DIANA CAMPI PROFUGHI SAHARAUI DAKHLA, ALGERIA Il vero miracolo è la ripetizione del gesto. Un annualità che reitera e acquisisce spessore di volta in volta. Probabilmente all inizio, nel 2003, nessuno ci avrebbe scommesso un soldo. Ma si sa che da quelle parti, nel deserto del Sahara, accadono cose che non ci si aspetta. Come l esempio di un popolo che si ostina a vivere da quattro decenni in uno spicchio di mondo definito tra i più ostili del globo. Lo chiamano Hammada o più semplicemente «El infierno terrenal», l inferno sulla terra, un posto dove le condizioni climatiche sferzano senza pietà il corpo e la mente. Figurarsi se poteva apparire improbo organizzarci un festival del cinema. Loro sono i Saharaui, la rassegna si chiama «FiSahara- Festival Internacional de Cine» e l area geografica è quella di Dakhla, una delle cinque wilayas (province) dei campi profughi presenti nel territorio algerino, non lontano dal confine con Western Sahara, Mauritania e Marocco. Tra il 28 aprile e il 3 Maggio scorsi è andata in scena la dodicesima edizione, la quale nel solco delle precedenti ha presentato un cartellone colmo di eventi, caratterizzati da una ricca proposta multimediale. Nelle giornate si sono avvicendate circa quaranta proiezioni, masterclass, concerti, arti di strada e incontri con ospiti internazionali di vario genere. Ad assistere alla kermesse un folto pubblico, composto sì per la maggior parte da popolazione locale ma anche da numerosi stranieri giunti appositamente. Fin qui potrebbe apparire semplicemente un «festival». La realtà parla di altro: prima, durante e dopo delle istanze artistiche di certo fondamentali e irrinunciabili, è la causa saharaui il focus su cui sono dirette le attenzioni. Tutto quello che avviene è legato a doppio filo alle vicende sociali, politiche e storiche del popolo del deserto. Ecco allora che l arte e le sue espressioni sono uno strumento fondamentale per parlare di questo. Le parole della direttrice esecutiva, l iberica Maria Carrion, lo chiariscono ulteriormente: «Abbiamo iniziato questa avventura nel Un gruppo composto da filmaker e attivisti spagnoli. Con in testa un idea folle, quella di realizzare un festival del cinema, in mezzo al nulla, in un posto dove non vi era niente, neanche l elettricità. Volevamo raccontare la storia e la situazione di questa terra e della sua gente. Non solo con pellicole dedicate alla documentazione dei diritti civili negati, ma anche con altri contenuti. Film di intrattenimento, spettacoli di clown destinati al mondo infantile, musica e tradizioni culturali locali. In questo modo siamo riusciti col tempo ad attrarre un pubblico eterogeneo, composto sia di amanti del cinema che da attivisti sociali provenienti da tutto il mondo». Dakhla è, tra gli insediamenti saharaui, quello maggiormente isolato. La separano circa duecento chilometri da quello più prossimo. Scelta coraggiosa e significativa quella di impiantare qui nel 2007, dopo un iniziale rotazione nelle altre wilayas, la sede della rassegna: «È molto complicato fare le cose in un campo profughi. Fortunatamente ho con me un team di esperti professionisti di settore. Ognuno di loro è fondamentale con il proprio lavoro ed è capace di risolvere qualsiasi imprevisto. Dopo tanti anni si è pronti a tutto. Ma certo questo non basterebbe, se non ci fosse la popolazione di Dakhla ad aiutarci. Ci supportano e fanno parte del festival. Qui vive gente incredibile, completamente isolata, che non si abbatte per nessuna difficoltà». Ogni piccolo problema nel deserto assume dimensioni rilevanti. Le parole della Carrion spiegano bene questo, e ancor più si percepisce appena giunti nel campo. Non è il consueto viaggio, è altro. Si deve essere pronti ad abbandonare le comodità del mondo occidentale adeguandosi a questo lembo d Africa, rispettando usi e costumi locali, in modo da ricevere in cambio una esperienza indimenticabile. Dormendo e mangiando con le famiglie saharaui, condividendo con loro e come loro, spazio e tempo. Perché nel deserto queste due dimensioni sono regolate da un fattore unico per tutti: il clima. Dormire nelle tende, che da queste parti chiamano jaima, diventa quindi non uno sfizio ma una necessità essendo di notte l unico luogo fresco. Per lo stesso motivo le attività quotidiane si svolgono al mattino e da prima del tramonto a seguire. Abbandonati i ritmi serrati del primo mondo, quello che emerge è disponibilità del tempo. Che viene valorizzato dal rito, affascinante e imperituro, del thè. Un occasione privilegiata per incontrarsi e conoscersi. Il «FiSahara» entra profondamente nelle esperienze di ognuno, esattamente come la sabbia che non ti abbandona neanche un attimo. Nello spostamento dalla jaima all area festival, non si incontrano strade. O perlomeno non le percepisce l occidentale alla prima esperienza: solo delle direzioni da seguire tra un abitato e un altro. E al calar del sole, il «FiSahara» svela tutta la sua bellezza: un generatore a fornire corrente elettrica, un proiettore che spunta dal retro di un camion e l affascinante spettacolo dei Lumière che prende vita tra dune di sabbia e un cielo stellato che sembra quasi a portata di mano. Cinque le sezioni presenti nel programma, divise in «Film per tutti», «Fiction», «Documentari», «Film di produzione Saharaui» e «Film con tematica Saharaui». Hanno animato le notti sahariane fino al grande happening finale del 2 Maggio, in cui si è svolta la cerimonia di premiazione. Il terzo posto è andato agli allievi della Scuola di Formazione AudioVisuale «A.K. Saleh» autori di una interessante serie di corti, il secondo è stato aggiudicato al venezuelano Darwin Dikó Cañas e il suo Musawat, documentario dedicato all inclusione dei portatori di handicap nei campi. Ad aggiudicarsi il Premio FiSahara 2015 è stata invece la statunitense Pamela Yates con il suo Granito de Arena, crudo e veridico racconto del genocidio Maya perpetrato dal dittatore guatemalteco Rios Montt. Di rilievo anche l assegnazione del Premio Speciale Eduardo Galeano andato al film Timbuktu di A Sissako. A ritirare il trofeo è stato l attore mauritano Salem Dendou, commosso sul palco per l ovazione tributatagli dal pubblico. Uno dei momenti più alti del festival si è avuto durante la proiezione dei due documentari fuori concorso dedicati ai desaparecidos saharaui, La semilla de la verdad e Testigos de la memoria di E. Miranda. In un incontro seguitissimo a cui hanno partecipato tra l altro anche i familiari delle vittime e le rappresentanze governative, l acme si è raggiunto durante l intervento di Nora Morales de Cortiñas, presidentessa delle Madri di Playa de Mayo-Linea Fundadora. Un lungo e appassionato discorso dell argentina ha sottolineato le desinenze tra i due popoli, sia per quanto riguarda le vicende storiche e di lotta, che per l inamovibile ricerca della giustizia. Parallelismi che sottolinea anche ai nostri microfoni: «Ci sono tante cose in comune tra quello che è accaduto nella mia terra e qui nel Sahara. Mi chiedono da Buenos Aires che cosa sto facendo nel deserto. Rispondo che è importante essere ovunque. E al mio arrivo scopro qui al "FiSahara" un mondo che non aspettavo. Trovo un organizzazione piena di giovani che lavorano per un unico scopo. Non ci sono motivi economici che li muovono. Vedo romanticismo e idee in quello che fanno, mentre creano un atmosfera carica di solidarietà. Lavorano bene, sanno quanto sia importante la comunicazione, anche con internet. Ho visto tanti foto reporter in questi giorni. Tutti sappiamo bene quanto sia forte un immagine, quanto sia più esplicita delle parole. Stanno facendo un ottimo lavoro. Ed io sono qui per parlare della nostra storia e per raccontare la loro

13 ALIAS (13) Le foto che illustrano queste pagine sono dell autore del pezzo, Gianluca Diana, e di Abchiche Samir quando tornerò a casa». Un personaggio davvero carismatico la Cortiñas. Energica e trascinante, a dispetto dell età: «Per noi è un esempio di perseveranza e resistenza da seguire e imitare», queste le parole di José Taboada Valdés, presidente del Ceas (Coordinadora Estatal de Asociaciones Solidarias) Sahara e co-direttore del festival: «Siamo felici di averla con noi, è un incontro molto importante. Che dà ancora più valore a questa dodicesima edizione. Riuscire a realizzare nuovamente il "FiSahara" ci fa felici, ma non basta. Vogliamo fare il possibile per dare attenzione al popolo saharaui, facendone conoscere la storia al mondo della cultura attraverso questo festival, di modo che chiunque possa essere a conoscenza di cosa è accaduto ed eventualmente solidarizzare con questa gente meravigliosa. Che non ha aiuto né da parte dell Onu né dalla comunità internazionale che guarda in ben altre direzioni». José Taboada, detto Pepe, è il punto di riferimento dell intero associazionismo iberico pro-saharaui. Ed è storicamente dentro al «FiS» da sempre, rappresentandone l anima politica. «Dopo quaranta anni di attesa è definitivamente ora di dare a questa gente la possibilità di scegliere con un referendum se passare sotto il governo marocchino o se essere indipendenti». Gli chiediamo cosa pensa dell Unione Europea relativamente alla questione saharaui. La risposta è lapidaria: «Ho un opinione completamente negativa. Confidiamo che l Alto rappresentante dell Unione per gli affari esteri e la sicurezza, l italiana Mogherini, possa fare qualcosa, rammentando il suo appoggio alla causa (l ex ministro Pd da parlamentare ha aderito all Intergruppo di amicizia con il popolo saharaui, ndr). Certo ad oggi la UE non è altro che una unione economica e commerciale, è un negozio. Non si dica che hanno interesse nel far rispettare i diritti umanitari, sarebbe un ipocrisia. Come quando parlano di diritti in Venuezuela e a Cuba e non dicono nulla di quello che accade in Marocco, una monarchia feudale che tortura e assassina la Cinema, musica e cultura berbera nei cinque giorni della rassegna di Dakhla che quest anno ha stretto anche una partnership con il «Rototom Sunsplash». Ospite d eccezione Oona Chaplin, nipote del grande Charlot gente saharaui. Per non parlare poi del Mediterraneo che sta divenendo una tomba per i migranti». Non la manda a dire Pepe. Anni di militanza gli danno una consapevolezza e conoscenza sul campo come pochi. Della sua terra ci dice che: «Il governo spagnolo ha una posizione filo-francese nel Maghreb e al contempo subisce le pressioni marocchine. In questo modo non risponde a quello che chiede la società, che conosce bene i saharaui, li aiuta e supporta da anni. Dal sostegno delle associazioni all accoglienza dei bambini che ogni estate giungono grazie ai progetti umanitari. C è un attivismo forte da parte degli spagnoli verso i saharaui, un sentimento ben preciso che non è rappresentato dal governo. Quest ultimo intrattiene col Marocco solo rapporti di convenienza, utilizzando la questione saharaui come moneta di scambio per la situazione sociale di Melilla (enclave spagnola in Marocco, spesso al centro di questioni illegali relative a droga, commercio e migranti, ndr)». Prosegue Taboada: «È importante continuare ad avere il sostegno della gente comune e il festival è per noi imprescindibile. Utilizzando anche gli strumenti della contemporaneità, come internet e i social network. Che sono una vetrina perfetta per le nostre attività. Per tanti anni abbiamo faticato moltissimo a fare uscire le giuste informazioni. Oggi invece in poco tempo le immagini delle torture, delle repressioni e delle violenze marocchine arrivano dappertutto nel mondo. Un tempo venivano occultate e nascoste, oggi è impossibile. In questo i social network come Facebook e Twitter sono per noi una risorsa rilevante. Ci permettono di ampliare il consenso pro-saharaui. Per noi è fondamentale utilizzare la rete, per comunicare velocemente iniziative e mobilitazioni e per mantenere la pressione costante. Ad esempio stiamo già organizzando il quarantennale dell Eucoco (la Conferenza europea di appoggio e solidarietà] per i prossimi 13 e 14 novembre 2015 a Madrid, in occasione dell anniversario dell accordo Tripartito tra Spagna, Marocco e Mauritania del Sarà una grande manifestazione con la quale aumenteremo la pressione al governo spagnolo, chiedendogli di assumersi le proprie responsabilità, come richiesto dalla società civile. Parteciperanno tra l altro tanti artisti internazionali, tra cui Manu Chao che ha già garantito il suo appoggio. Tutto questo per avere un futuro di pace e di stabilità per i saharaui, che possa essere determinato grazie alla possibilità di essere indipendenti scegliendo in modo autonomo cosa fare della propria vita». Non è un caso isolato quello dell ex leader dei Manonegra. A subire il fascino libertario sono stati davvero in tanti, artisti di ogni latitudine e provenienza. Lo stesso «FiS» ha visto in passato il coinvolgimento attivo di personaggi come Ken Loach e Javier Bardem. Per questa edizione i due ospiti internazionali previsti rispondevano al nome di Viggo Mortensen e Oona Chaplin. Alla rinuncia forzata del primo a causa di un lutto familiare è corrisposta una presenza attiva e appassionata della seconda, che ha svolto il ruolo di presentatrice nella serata finale. La nipote di Charlie Chaplin, che vanta una storia familiare di militanza importante dal lato paterno (Patricio Castillo subì in pieno l epoca Pinochet, con relativo esilio in Francia), ha subìto anch ella il fascino del deserto: «È la prima volta che sono qui e non credo che sarà l ultima. Sono rimasta impressionata da tutto, ogni cosa è davvero estrema, così lontano dal mondo che siamo abituati a vivere. Tutto è portato all ennesima potenza: la bellezza dei rapporti umani, la generosità, la luce negli occhi della gente. In questi giorni ho incontrato Nora Morales de Cortiñas, una donna eccezionale. Ha uno sguardo magnetico e forte... la stessa cosa l ho vista nelle mujeres di qui. Ho pensato a quanto siano importanti con il loro attivismo in situazioni come questa. Urlando il loro sdegno contro le ingiustizie. Quello che accade quaggiù è un punto di vergogna per le Nazioni Unite. Deve cambiare». Numerose altre iniziative hanno fatto da corollario al festival. Ruolo rilevante lo hanno avuto i clown che si sono esibiti per i bambini e gli adolescenti di Dakhla. Tra questi è chiaramente emerso l attore comico spagnolo Pepe Viyuela, che oltre a presentare il film d animazione Mortadelo y Filmòn contra Jimmy el Cachondo, ha tenuto numerosi incontri con il giovane pubblico allietandolo con la propria arte. Affascinante anche la serata del primo maggio, organizzata fuori Dakhla nel pieno della zona delle grandi dune. Un paesaggio unico al mondo, in cui si sono succeduti concerti di musica tradizionale saharaui alternati a spettacoli circensi dalle luci del tramonto fino oltre la mezzanotte. La complessità dell offerta culturale proposta e la ottima riuscita di tutto il festival, collocano il «FiSahara» tra le principali kermesse di settore, come sottolinea la Carrion: «Facciamo parte del circuito internazionale Human Rights Film Network. Questo ci permette di avere scambi continui con altre realtà simili. Comunicando la nostra effettiva diversità. A tal proposito quest anno abbiamo attivato una partnership con il festival reggae "Rototom Sunsplash", che è presente anche all interno del programma di questi giorni. Esattamente come con la collaborazione avviata con loro è importante per ogni organizzazione connettersi con altri. Parlare di diritti umani è un linguaggio universale e unendo le forze, possiamo moltiplicare la capacità d impatto mediatico». A proposito di comunicazione, una delle cose che più colpiscono durante la rassegna è che ogni discorso, dibattito o semplice intervento ufficiale in voce, venga tradotto in tre lingue: in hassania, in spagnolo e inglese. Una forma come tante di accoglienza fuori dal consueto che solo il deserto e la sua gente sa offrire. Camminando in solitaria lungo le vie di comunicazione, aspettatevi da un momento all altro che un automobile si fermi chiedendovi se avete bisogno di qualcosa. Esattamente come in mare, nel deserto vige la legge non scritta ma ben chiara a chiunque che da soli non si va da nessuna parte. Poco importa poi se le situazioni politiche degli ultimi anni, come il rapimento di Rossella Urru, abbiano modificato alcune cose in modo irrimediabile. Sono aumentati i check-point militari di controllo e da una certa ora in poi della sera non è permesso girovagare nei campi: sono misure che vanno comprese, in quanto a tutela di un fragile equilibrio che permette alla comunità saharaui di essere ancora, chissà per quanto tempo, diversa dal resto del continente africano. Sarebbe un danno enorme se accadesse altro di simile alla vicenda della cooperante sarda, probabilmente tanti dei progetti di ong e associazioni di supporto terminerebbero in breve tempo. Ed è questa una eventualità che non può verificarsi, in quanto potrebbe portare la situazione ad una drammaticità vicina all urgenza umanitaria. Nel frattempo tutto il popolo saharaui e i suoi rappresentanti, si raffrontano con un immobilismo istituzionale internazionale nei loro riguardi, davvero imbarazzante. La negazione della loro esistenza è pressoché sistematica. Di contro all interno della comunità si sta avviando una dinamica generazionale tra chi nei campi ci è arrivato e chi invece vi è nato: un vero e proprio confronto genitori-figli. Tra contraddizioni e speranze nel futuro, permangono però al momento alcuni connotati inamovibili che sono la forza di questa gente: una spiccata attitudine alla laicità sia del singolo che del Polisario, una alfabetizzazione molto alta e un livello culturale consistente, e una capacità di accoglienza e ascolto dell altro davvero pronunciata. E molto, molto di questo lo si deve alle donne saharaui e alla loro capacità di fare rete. Sono il vero architrave di questa società e permettono davvero la ripetizione del gesto: la ricerca della libertà e dell indipendenza per tutte e tutti.

14 (14) ALIAS RITMI In questa pagina, dall alto verso il basso: Manu Katché (foto Visual), Paolo Fresu (foto Roberto Cifarelli), Nguyên Lê (foto Rolf Kissling) e Vincent Peirani (foto Sylvain Gripoix) di LIBERO FARNÈ LIVE A BERCHIDDA, DALL 8 AL 18 AGOSTO, LA VENTOTTESIMA EDIZIONE Partecipare a «Time in Jazz», giunto alla ventottesima edizione, significa in primo luogo vivere un esperienza di convivenza democratica. Il festival infatti conferma la sua propensione per una green economy quasi autarchica e per uno sfrenato nomadismo alla ricerca di sempre nuove idee, ambientazioni e collaborazioni. Occasione democratica è in particolare la condivisione della mensa allestita sotto Palazzo Sanna, in cui si ritrovano fianco a fianco i numerosi giovani volontari, i tecnici, i giornalisti, gli ospiti occasionali e ovviamente i musicisti invitati: perfino il grande Ornette vi mangiò quando nel 2010 partecipò al festival. Anche il pubblico è costretto a un nomadismo forzato, a trasferimenti quotidiani non sempre agevoli ma appaganti: un pubblico migrante, composito e fedelissimo, che lentamente prende possesso delle più impensate località storiche, naturalistiche o più «anomale«in cui si svolgono i concerti gratuiti diurni. Sta di fatto che quando s inizia a suonare regna un silenzio assoluto: è questa una delle prove tangibili dell identità e della maturità raggiunte da «Time in Jazz». Undici giorni di musica, dall 8 al 18 agosto compresa l appendice di «Time in Sassari», oltre quaranta concerti, cinque produzioni originali. Questi numeri sintetizzano quest edizione del festival, in cui la musica è affiancata dagli eventi espositivi del Progetto Arti Visive, curato da Giannella Demuro e Antonello Fresu, dalla rassegna di film e documentari selezionati dal regista Gianfranco Cabiddu, dalla presentazioni di libri, conferenze, degustazioni, laboratori. «Ali» è il tema di quest anno. «Parlando di Ali - afferma il direttore artistico Paolo Fresu - il nostro pensiero non poteva non andare all Icaro di Henry Matisse, raffigurato in una delle venti lastre che compongono il libro Jazz, che diviene protagonista e musa ispiratrice dell artista. Un festival leggero e volatile dunque, composto da un infinità di piccoli tasselli. Nello specifico, il tema di questa edizione viene affrontato in parte grazie a nuovi progetti commissionati ad alcuni degli artisti invitati (ad esempio il duo Mangalavite-Demuru o il solo di Oren Marshall), in parte ospitando progetti già esistenti e artisti che hanno a che vedere con la leggerezza e la volatilità». Diversi sono i motivi d interesse di un cartellone che presenta un giusto mix fra nomi stranieri, tutti famosi, e italiani, anche questi ben più che emergenti, quando non delle vere star come Stefano Bollani. Fra i protagonisti stranieri costituiscono una certezza Dave Holland e Kenny Barron, il cui duo è capace di coniugare eleganza, swing e poesia con classe consumata. Spicca poi il nome di Louis Moholo-Moholo, «Time in Jazz», il suono è condiviso La rassegna vive anche di spazi comuni in cui si ritrovano musicisti e addetti ai lavori. Ospiti Dave Holland e Kenny Barron, Manu Katché, Nguyên Lê, Dino Rubino in duo con il direttore Paolo Fresu ultimo superstite di quella folta e gloriosa schiera di musicisti sudafricani che negli anni Sessanta emigrarono in Inghilterra. In Sardegna il settantacinquenne batterista capeggerà il suo settetto Special Unit for the Blue Notes e inoltre dialogherà in duo con Alexander Hawkins, pianista trentaquattrenne, che dal fermento di quel periodo storico sembra aver attinto linfa vitale. Ma non meno interessanti sono le presenze di Nguyên Lê e di Manu Katché, entrambi francesi ma con origini rispettivamente vietnamite e ivoriane, entrambi esponenti di spicco di un certo jazz internazionale dalle trasversali influenze culturali, ma di rado ospitati sui palcoscenici dei festival italiani negli ultimi anni. Il chitarrista, a capo di un nonetto, riproporrà il suo recente e fortunato progetto discografico dedicato a uno storico album dei Pink Floyd. In un altra occasione Lê suonerà in duo con Paolo Fresu, riprendendo un dialogo certo non usurato dalla routine. Il batterista Emmanuel «Manu» Katché invece, che sta lavorando a un nuovo album in uscita il prossimo autunno, a Berchidda guiderà un quartetto completato dal sassofonista Tore Brunborg, Luca Aquino alla tromba e Jim Watson al pianoforte e all'hammond B3. Ancora un francese, il giovane fisarmonicista Vincent Peirani, «scoperto» in Italia dall «Alto Adige Jazz Festival» alcuni anni fa, si presenterà a capo del quintetto Living Being, raramente ascoltato nel nostro paese. Uno degli aspetti positivi del festival sardo è appunto quello di puntare su nomi nuovi del panorama internazionale. È il caso dei due gruppi che si succederanno sul palco di Piazza del Popolo la sera di Ferragosto: il quartetto dell eclettico contrabbassista e violoncellista svedese Lars Danielsson, che presenterà il suo nuovo progetto Liberetto II, e la trascinante band newyorkese The Rad Trads, che, compendendo New Orleans, r n b e rock, si farà carico di animare la festa finale ad ingresso gratuito. Sembra poi un confronto a distanza quello fra il francese Michel Godard e l inglese Oren Marshall, due strepitosi interpreti della tuba, sia pure di formazioni diverse: il primo replicherà il suo collaudato progetto Monteverdi-A Trace of Grace, già su disco, coadiuvato per l occasione da Gavino Murgia al sax, Luciano Biondini alla fisarmonica e il mezzosoprano Guillemette Laurens, mentre è prevedibile che il secondo dia corpo e anima a un assolo spericolato, aiutato anche dall elettronica. Per quanto riguarda la presenza italiana è il caso di sottolineare l elevato numero delle solo performance e la giovane età degli invitati, un paio dei quali sostenuti da Fresu anche tramite le edizioni discografiche della sua etichetta Tùk Music. È il caso di Dino Rubino, che oggi sembra privilegiare il pianoforte alla tromba e che oltre al concerto in solo intreccerà un duo con lo stesso Fresu, e del trombettista Luca Aquino, che suonerà in trio con Giovanni Guidi e Michele Rabbia. Il pianista di Foligno, che proprio a «Time in Jazz» nel 2010 vide la sua prima esibizione in solo, sarà fra l altro in duo con l amico Dan Kinzelman, sassofonista americano ma folignate d adozione. Di grande rilievo e attinente al tema è poi la presenza di Paolo Angeli, che con la sua chitarra sarda preparata è di casa, e del già citato Stefano Bollani, che si esibirà con il suo rodato trio danese. «Inoltre - ricorda ancora Fresu - ci saranno il gruppo di giovani selezionato dalla Midi con il concorso We Insist in accordo con l associazione i-jazz, il gruppo di musicisti pugliesi proposto da Puglia Sound, i migliori allievi dei Seminari di Nuoro, la rappresentanza sarda con Silvia Corda, Gavino Murgia, Salvatore Maltana... L intento del festival comunque non è quello di documentare tutto ciò che accade in Italia e nel mondo, ma quello di portare progetti coerenti con il tema dato». ON THE ROAD Songhoy Blues La formazione esule maliana (nella foto), voluta da Damon Albarn per l'album Africa Express, in Italia per due date estive. Trento LUNEDI' 3 AGOSTO (CORTILE SCUOLE CRISPI) San Piero in Bagno (Fc) MARTEDI' 4 AGOSTO (PIAZZA MERCATO) Soulfly La band di Max Cavalera, ex leader dei brasiliani Sepultura, con il loro grind permeato di suoni etnici. Pinarella di Cervia (Ra) VENERDI' 7 AGOSTO (ROCK PLANET) Arto Lindsay L'artista, tra i principali esponenti del movimento no wave, è in tour per presentare il suo ultimo lavoro, Encyclopedia of Arto. Marina di Ravenna (Ra) LUNEDI' 3 AGOSTO (HANA-BI) Patti Smith La sacerdotessa del rock made in Usa di nuovo in Italia con la sua band per celebrare i 40 anni del disco Horses. Codroipo (Ud) SABATO 1 AGOSTO (VILLA MANIN) Uriah Heep Una della band storiche dell hard rock britannico anni Settanta. Boretto (Re) SABATO 1 AGOSTO (LIDO PO) La mappa territoriale di «Time in Jazz» è vasta e composita. L epicentro è a Berchidda, paese natale del trombettista, ma una ragnatela di percorsi si estende per raggiungere vari centri del Nord Sardegna, pronti ad accogliere una serie di appuntamenti, quest anno anche serali. «Crediamo che la chiave per leggere il successo di "Time in Jazz" - sottolinea Fresu - stia nel giusto equilibrio e rapporto tra musica, arte e luoghi. Coinvolgiamo nel nostro progetto oltre quindici Comuni di tre province con concerti gratuiti in contesti straordinari e rispettosi della natura. Il momento del palco centrale, allestito nella Piazza del Popolo di Berchidda, serve non solo a rivendicare il ruolo della piazza come spazio aggregante, ma anche a proporre spettacoli di grande qualità artistica supportati da una struttura adeguata. In realtà la riflessione che stiamo portando avanti in questi anni riguarda il Centro Laber, una struttura imponente, situata all ingresso del paese, che il Comune ci ha concesso in gestione per i prossimi trent anni. Un tempo importante e attivo caseificio, oggi il Laber è sede della nostra associazione e spazio polivalente dove da anni organizziamo il jazz club serale, le presentazioni dei gruppi vincitori del concorso Time Out, le mostre, gli happening... Un luogo che, tuttavia, risulterebbe decentrato per i concerti serali del festival e rischierebbe di tagliare il paese fuori dalla manifestazione». Carl Palmer Emerson Lake and... La band del «mitico» batterista anni Settanta. Ficulle (Tr) DOMENICA 2 AGOSTO (ARENA PARCO PUBBLICO) UB40 I paladini del reggae inglese. Vinadio (Cn) VENERDI' 7 AGOSTO (FORTE ALBERTINO) Caparezza Il rapper di Molfetta ancora on the road col Museica II Tour. Reggio Calabria SABATO 1 AGOSTO (PIAZZA CASTELLO) Arco (Tn) MARTEDI'' 4 AGOSTO (DA DEFINIRE) Gallipoli (Le) VENERDI' 7 AGOSTO (DA DEFINIRE) Contursi Terme (Sa) SABATO 8 AGOSTO (DA DEFINIRE) Verdena La rock band bergamasca sta per pubblicare il secondo volume di Endkadenz. Lamezia Terme (Cz) DOMENICA 2 AGOSTO (COLOR FEST) Zafferana Etnea (Ct) LUNEDI' 3 AGOSTO (ETNEA IN SCENA) Filago (Bg) GIOVEDI' 6 AGOSTO (AREA FESTE VIA LOCATELLI) Post-Csi Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Giorgio Canali

15 ALIAS (15) ULTRASUONATI DA STEFANO CRIPPA GIANLUCA DIANA GUIDO FESTINESE SIMONA FRASCA GUIDO MICHELONE ROBERTO PECIOLA JAZZ L eleganza di un orchestra Sono in diciassette, in pratica l'organico tipo di un'orchestra jazz, o all'incirca, ma sembrano centosettanta: sono The Very Big Experimental Toubifri Orchestra, dalla Francia. In Waiting in the Toaster (Label Bleu) li guida Grégoire Gensse, che suona pure le tastiere, l'ukulele e canta. La musica subisce tante e tali torsioni da rendere praticamente impossibile capire dove si andrà a parare. In formazione due batterie, vibrafono, chitarre elettriche: jazz «strano» come potrebbe averlo inteso Sua Bizzarria Frank Zappa, o, anche, Django Bates. Undici i musicisti coinvolti nella Undergorund Orchestra diretta dal sassofonista Chris Potter in Imaginary Cities (Ecm/Ducale), compresi grandi come Craig Taborn e Steve Nelson. In pratica un gruppo jazz con un quartetto d'archi: magma sonoro potente, debitore spesso di soluzioni «minimalistiche». La Deutches Filmorchester Babelsberg affianca il gruppo tutte stelle riunito dal compositore e bassista Riccardo Del Fra nell'elegantissimo My Chet My Ong (Parco della Musica Egea), lavoro su Baker commissionato dal Festival di Marciac, finalmente su disco. (Guido Festinese) di nuovo insieme per celebrare i 20 anni di Ko de Mondo, con la voce di Angela Baraldi. San Vito dei Normanni (Br) GIOVEDI' 6 AGOSTO (ROCKINDAY) Melpigano (Le) VENERDI' 7 AGOSTO (PIAZZALE EX CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI) Offagna (An) SABATO 8 AGOSTO (DA DEFINIRE) Ypsigrock Da qualche anno il festival siciliano si propone come uno dei più importanti in ambito alt e indie rock internazionale, richiamando alcune delle band più amate dal pubblico italiano. Le due giornate dell'edizione 2015 hanno in cartellone: Be Forest, The Kbv, Sonics, Battles e Temples; Fat White Family, Bipolar Sunshine, Hinds, Clap! Clap!, Micah P. Hinson, East India Youth, Future Islands, Metronomy e Notwist. Castelbuono (Pa) VENERDI' 7 E SABATO 8 AGOSTO (PIAZZA CASTELLO) Luglio Suona Bene La prestigiosa rassegna dell'auditorium romano si chiude con i Carmina Burana-Concerto per coro, due pianoforti, percussioni, strumenti e voci naturali. Roma SABATO 1 AGOSTO (CAVEA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA) Fiera della Musica Ultima sera dell'«international Music PAOLO BOTTI THE LOMAX TAPES (Musica Jazz) Trattandosi di allegato al noto mensile il disco lo si può reperire solo attraverso la richiesta di arretrati del periodico, ma vale la pena averlo e ascoltarlo: il polistrumentista romano (milanese d adozione) riprende 23 pezzi fra blues, cajun, work e folk song della pionieristica ricerca etnomusicologica, che vedeva Alan e John Lomax. Botti li suona «alla buona» in casa o al parco, in compagnia di qualche amico (Puglisi, D Agaro, De Rossi,Casati, Monico, ecc.). Un capolavoro. (g.mic.) GIOVANNA CARONE E MIRKO SIGNORILE MIRAZH (Digressione Music) Due minuti e mezzo di sontuosi drappeggi melodici (Where is Here) appoggiati su dolci accordi, dal pianoforte di Mirko Signorile, introducono questo lavoro con la vocalist Giovanna Carone. Italiano e yiddish per mettere in musica la suggestione ricavata dalle parole delle Città invisibili di Calvino, coniugate a Il libro dei viaggi di Beniamino Tudela. Né jazz, né canzone d'autore, né art rock, ma un punto d'equilibrio fra tutte queste componenti. Un gran disco, che funzionerebbe bene anche commentato da immagini. (g.fe.) NICK CAVE AND WARREN ELLIS LOIN DES HOMMES (Goliath Enterp.) La dimensione narrativa e cinematografica di Cave & Ellis si manifesta in tutta la sua natura minimal e sperimentale già a partire dalla colonna sonora de La proposta (2005), western australiano dipinto attraverso un paesaggio sonoro desertico e elegiaco. Qui per il film omonimo del regista David Oelhoffen tratto da un racconto di Albert Camus e presentato a Venezia nel 2014 i due rinnovan il loro patto utilizzando piano, archi e blanda elettronica in un estetica silente e allusiva come la pittura simbolista di Bocklin. (s.fr.) PINO DANIELE NERO A META' LIVE (Sony) L'ultimo concerto ufficiale dell'artista tenuto il 22 dicembre a Milano, l'ultimo atto del Nero a metà Tour con il quale riprendeva - insieme a vecchi compagni di viaggio (De Piscopo e Senese fra gli altri) - le canzoni del suo album simbolo. Un disco perfetto con i suoi rimandi alla tradizione napoletana immersi in una incandescente mescolanza di musica nera, soul e pop creando un vero e proprio sound. (s.cr.) Festival» con Peter Hook & The Light che riproporranno il meglio della produzione di Joy Division e New Order (in apertura Yakamoto Kotzuga). Azzano Decimo (Pn) SABATO 1 AGOSTO (AREA PALAVERDE) Beat-Full Festival Gli ospiti finali della rassegna sono: Clementino + Aucan + Zeus + Niagara. Castellammare del Golfo (Tp) SABATO 1 AGOSTO Triennale L'Open Garden ospita il live dei Sacri Cuori. Milano SABATO 1 AGOSTO (EXPO) Eutropia Questa settimana per la rassegna INDIE ITALIA Fine settimana in Ciociaria Tre proposte dal mondo indie italico. Al secondo lavoro i ciociari At the Weekends fanno centro. U (Mafi) è un disco che pur andando a pescare in giro per la scena internazionale, in particolare quella Usa, è composto da brani più che degni di essere ascoltati e riascoltati. Le idee arrivano dal punk funk, dal grunge o, in maniera più «ampia» dal mondo indie rock, senza una vera e propria matrice, un punto di riferimento «chiaro», ed è un bene. Più esperti Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli che, dopo aver dato vita agli Alix, da un po' di tempo girano la Penisola in duo sotto il moniker Alice Tambourine Lover. Like a Rose (Go Down/Goodfellas) è il terzo album, che se dai precedenti si discosta per una base strumentale più larga (violino, armonica, ukulele, lap steel guitar, flauto) resta saldamente ancorato a un blues elettrico e cupo. Ci spostiamo su territori soul pop con quel tanto di sapore Sixties che fa sempre il suo. Si tratta dell'esordio di Sofia Brunetta, Former (Piccola Bottega Popolare/ Audioglobe). Il passato da cantante punk non le ha impedito di cambiare totalmente registro, e l'album risulta gradevole e ben congeniato. Brava. (Roberto Peciola) VERA DI LECCE 29 SECONDS (Eclectic Productions) Esordio sulla lunga distanza per la one-woman band pugliese. Con voce, chitarra e looper propone un lavoro vicino ad atmosfere electro folk di provenienza scandinava. Le idee ci sono e anche una capacità vocalerilevante, che fa spiccare nella registrazione la ipnotica title-track, la quasi muscolare Tied e la delicata Silk. Il resto, di contro, sembra non tenere il passo dei brani citati. Un buon inizio, comunque. (g.di.) sono attesi: George Clinton & Parliament-Funkadelic; Inti Illimani; Radici nel Cemento; A.F.A. Capitale con Piotta, Il Muro del Canto, Bestie Rare e special guest; L'Orage. Roma SABATO 1 E DA MARTEDI' 4 A VENERDI' 7 AGOSTO (CAMPO BOARIO) Locus Festival Il programma prevede Sly & Robbie meet Nils Petter Molvaer; George Clinton & Parliament Funkadelic; Lamb. Locorotondo (Ba) SABATO 1, DOMENICA 2 E SABATO 8 AGOSTO (VARIE SEDI) Filagosto Tredicesima edizione del festival. In programma: Dimartino; Verdena; L'Officina della Camomilla + L'Orso; Pornoriviste. Filago (Bg) SABATO 1 E DA GIOVEDI' 6 A SABATO 8 AGOSTO (AREA FESTE V. LOCATELLI) Spiagge Soul La rassegna (settima edizione) ospita Ema y Quilombo Sonoro, Richard Ray Farrell con Marco Pandolfi e Wee Willie Walker; The Soul, Fiorella Ekwueme, R.R. Farrell, Steppin' Razor; e chiusura con il trio del senegalese Kaw Sissoko. Lidi ravennati (Ra) DA SABATO 1 A LUNEDI' 3 AGOSTO (VARIE SEDI) Summer Jamboree Il «Festival internazionale di musica e JAZZ/2 Hard bop per pochi A CURA DI ROBERTO PECIOLA SEGNALAZIONI: EVENTUALI VARIAZIONI DI DATI E LUOGHI SONO INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTÀ Mai come oggi il sax tenore è al centro dell'attività jazzistica che si rifà al modernismo anni Cinquanta/Sessanta (più Rollins che Coltrane), anche quando non è necessariamente Black American Music. I cinque tenoristi sono infatti di pelle chiara, ma esprimono comunque valori jazzistici assoluti, nel solco di una lezione hard bop che si tinge di venature soul in Tripl3 Play (Post-Tone) di Doug Webb con organo e batteria a far da supporto alle voci soliste gemelle di Walt Weiskopt, di Joe Frahm e dello stesso leader tra standard e original (Trane e Donaldson i colleghi omaggiati). Chi swinga invece solo su proprie composizioni è il Jerry Bergonzi di Rigamaroll (Savant) con Phil Grenadier alla tromba e una classica ritmica a garantire un pimpante sostegno boppistico. Sia Webb sia Bergonzi sono inconsciamente debitori dell'arte di J.R. Monterose con Live in Albany 1979 (Uptown): musicista schivo di rara discografia è storicamente l'unico bianco a suonare hard bop, personalizzando timbro e fraseggio e dando il meglio in quartetto su lunghe improvvisazioni. (Guido Michelone) WILLIAM D. DRAKE REVERE REACH (Onomatopoeia) Da una formazione come i Cardiacs, una delle più folli, assurde e fuori dagli schemi della scena britannica, non poteva che venire fuori una genia di musicisti altrettanto folli. Uno di questi è William D. Drake, il batterista. In Revere Reach, quinto album da solista, flirta con prog e folk, con Van Der Graaf e Soft Machine, con quella punta di follia (termine che non può non ritornare) a lui congeniale. Per palati fini. (r.pe.) cultura dell'america anni '40 e '50» giunge alla sedicesima edizione. Moltissimi, come al solito, gli ospiti che si alterneranno nelle serate di concerti, tra cui spiccano i nomi di Gary U.S. Bonds (in esclusiva italiana il 7), e poi Bobby Brooks Wilson, Gianni Dall'Aglio e I Ribelli, Gary «Detroit» Wigging, The Barnshakers, Linda Gail Lewis, The Backseat Boogie, Vince Tempera, Matthew Lee, Abbey Town 22 Peace Big Band, The Goodfellas. Senigallia (An) DA SABATO 1 A SABATO 8 AGOSTO (VARIE SEDI) Chamoisic La sesta edizione di «alta musica in quota», dopo l'anteprima affidata a Ernest Reijsiger apre i battenti con Sfom Jazz Orchestra, Interiors, Chiappetta-Porta-Maiorino-Minetto Quartetto; Iva Bittova, Little Axe e di nuovo il Chiappetta-Porta-Maiorino- Minetto Quartetto. Chamois (Ao) VENERDI' 7 E SABATO 8 AGOSTO (VARIE SEDI) I Suoni delle Dolomiti Il festival che porta la musica tra le splendide cime dolomitiche. In cartellone: Thomas Zejhetmair (Rifugio Vajolet, Catinaccio, Val di Fassa); Nicola Piovani (Pian della Nana, Gruppo del Brenta, Val di Non); Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, I Virtuosi Italiani (Villa BLUES Incrollabile Hill-Country Talenti in blues dai territori più disparati: Italia, Mississippi, Florida. Iniziamo da una produzione tutta toscana. Si chiamano Betta Blues Society e stampano il nuovo Roots (Popolo del Blues/Audioglobe). Sono autori di un blues rurale e intenso, vicino alle atmosfere delle string-band. 11 canzoni che muovendosi nel solco della tradizione, grazie alle capacità della band assumono un proprio carattere. Aspettandoli alla scrittura autografa, vi segnaliamo nel frattempo You Better Run e I m Alabama Bound. Bravi. Nuovo anche per i granitici Old Gray Mule con Have Mercy (Cash Munkey Records). Non spostano di una virgola il proprio credo Hill-Country blues, ma ci piacciono così. Skinny Woman e Don t You Mind sono due perle e anche Front Porch entusiasma. Sono una certezza. Concludiamo con The Betty Fox Band, la cui esplosiva e energica leader segna dall inizio alla fine il disco Slow Burn (Foxy Caravanagh Prod.). 13 momenti per esaltare le sue doti vocali grazie a una band solida. Ci hanno emozionato Sweet Memories e Take a Walk with Me. (Gianluca Diana) CARLOS ELLIOT JR. RAISE THE FIRE AMERICA (Autoprodotto) I confini che non esistono del blues. Un disco di puro Hill-Country, che arriva dalla Colombia. Lo ha registrato il cantante e chitarrista Elliot Jr. assieme al batterista Raul Garcia. 11 brani di pura devozione, senza essere derivativi, ai suoni collinari e alla loro ipnosi. Interessante il prodotto finale e fa ben sperare per il futuro. Le cose migliori: Black, White or Native, We re all Americans e Ritual Fire. (g.di.) Welsperg, Pale San Martino, Primiero); Danusj Waskiewicz, Edicson Ruiz (Laghi di Bombasel, Lagorai, Val di Fiemme). Dolomiti LUNEDI' 3 E DA MERCOLEDI' 5 A VENERDI' 7 AGOSTO Vox Mundi L'ultimo appuntamento con il festival dedicato ai suoni del mondo è con la Baro Drom Orkestar in Power Gipsy Dance. Follonica (Gr) SABATO 8 AGOSTO (PIAZZA A MARE) Orientoccidente La rassegna di «culture e musiche migranti» ospita Ginevra Di Marco con Elena Ledda e Forrò Mior. Terranuova Bracciolini e Loro Ciufenna (Ar) MERCOLEDI' 5 E GIOVEDI' 6 AGOSTO (PIAZZA LIBERAZIONE; PIAZZA MATTEOTTI) Bolzano Festival Si rinnova l'appuntamento con la musica classica nel capoluogo altoatesino. Tra gli appuntamenti più importanti citiamo i concerti della Gustav Mahler Jugendorchester in un omaggio a Schumann (fino al 3 agosto), della European Union Youth Orchestra, e la rassegna Antiqua. Il programma completo su bolzanofestivalbozen.it. Bolzano DA SABATO 1 A SABATO 8 AGOSTO (VARIE SEDI) DI GUIDO FESTINESE COSCIENZA PSICHEDELICA Si deve a Humphrey Osmond, corrispondente dello scrittore Aldous Huxley, quello delle «porte della percezione» che diede il nome ai Doors di Jim Morrison, l'introduzione dela parola «psichedelia». Che nel suo etimo greco rivela parecchie cose interessanti, e sostanziosi indizi di diverse valenze. Psiché è l'anima. Deloun è il verbo che significa «mostrare» o «svelare» ciò che ci appare evidente. Dunque la psichedelia è di per sé una via per mostrare quanto nell'anima non è di immediata evidenza, se non a condizione di mettersi in viaggio specificatamente per indagare aspetti non in superficie. Si può cogliere, nell'etimo, anche un riferimento a Delo, l'isola dove secondo la mitologia ellenica nacque Apollo: Delo è «la trasparente», dunque psichedelia sarebbe anche viaggio dell'anima verso la trasparenza. Ha in mente tutto questo quando scrive, ascolta e ragiona sulla musica Paolo Pellegrino. Che alla psichedelia è così legato da averne fatto anche un amore per tutto quanto riguarda gli aspetti iconografici, tanto da diventare, pure, pittore psichedelico. Ora, «psichedelia» è anche nota come «allargamento della coscienza», ma la portata del balzo di Pellegrino quando riflette su psichedelia e musica può addirittura lasciar sconcertati i più accaniti cultori del genere. E dire che, in altra parte della vita, Pellegrino si occupa di matematica e meteorologia. Non esattamente le prime cose che vengono in mente a riflettere su faccende psichedeliche. Con un balzo ulteriore che può lasciare sconcertati, tanta è la portata del salto, per Pellegrino psichedelia è buona parte della storia intera della musica del Novecento, se questo significa andar contro gli accomodanti, placidi reami della conformità, e nella direzione di «svelare l'anima» di chi suona e compone. Tant'è che sta portando avanti un monumentale progetto in dieci volumi, che tutto assieme prende il nome assai significativo di Psichedelia in Opposition. Dove «In opposition» è citazione diretta di quel rock radicale, colto e di ricerca che si affermò come coscienza critica delle note «popular» nell'europa dei tardi anni Settanta che cominciava a presentare il conto a chi aveva osato dare l'assalto al cielo. L'opera funziona così: inquadramento degli artisti con biografia artistica, biografia in senso stretto, accurate discografie. Dei testi per ora usciti, segnaliamo che i primi tre si occupano di musica classica contemporanea, note d'avanguardia e avanguardie sinfoniche. Il quarto è il primo affondo nel jazz progressivo e psichedelico. Arriveranno presto gli altri: uno intero esplicitamente dedicato a Frank Zappa. Li trovate su Ilmiolibro o su Amazon.

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