Storie al volo a cura di Giuliana Giromella Corso Serale Ipsia Giorgi Treviso 1st Edition

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1 Storie al volo a cura di Giuliana Giromella Corso Serale Ipsia Giorgi Treviso 1st Edition

2 2 Presentazione5. Ringraziamenti6. Perché raccontarsi?7 Ash - India 1. Senza tempo8. Denis Tafxhafa - Albania 2. Il cuore in Albania10 Rudi- Albania 3. Viaggio dall Albania13 Sorin Mihalache - Romania 4. Lotte tra i Carpazi16. Maissa Waly Senegal 5. Da sarto a lottatore20. Kiri - Costa D'Avorio 6. Un nome due madri22.

3 3 Stanislas Yoh Costa D Avorio 7. Pense à d ou tu viens24. Frank Costa D Avorio 8. Distacco26. Fofana Abdoulaye Costa D Avorio 9. Costa D avorio addio30. Hernane Samanago - Guinea Bissau 10. Il cuore in Guinea32. Arouna Dabonè - Burkina Faso 11. Partire34. Giornata mondiale dell acqua 12.Non sprecare l acqua Lottare per avere un po d acqua36. Alberto Pesce - Italia 14. In sella alla libertà37.

4 4 Giuliano Guidotto Italia 15. Primo viaggio all estero40. Stefano De Benetti - Italia 16.Tra cielo e terra44 Emanuele Miele - Italia 17. Il mio futuro49. Haxhiu Siked - Albania 18. Tu vivi nei miei ricordi52. Stefano De Benetti - Italia 19. Ciao Leo54.

5 5 Presentazione Il laboratorio di quest anno del Corso Serale può essere definito laboratorio zapping, gli studenti e le storie autobiografiche sono state prese al volo. Gli studenti del Serale hanno pochissimo tempo, vengono a scuola dopo una giornata di lavoro, alcuni arrivano in bicicletta, percorrendo diversi chilometri con tutti i tempi, anche d inverno. Arrivare prima a scuola o rimanere un po di più per molti è un problema. La sfida è stata quella di realizzare una produzione scritta con il poco tempo a disposizione. Abbiamo vinto la tirannia dell orologio cogliendo al volo le disponibilità degli studenti, che hanno messo in parole i loro vissuti con la velocità dei writers che in un attimo riempiono la parete dando visibilità e corpo alle proprie storie. Come lo schermo di una televisione, animato da una girandola di immagini, così i ragazzi sono entrati e usciti vorticosamente dall aula computer lasciando sui fogli un condensato delle loro vite, dei propri ricordi, dei propri sogni. Al progetto hanno partecipato 20 studenti, di età compresa tra i 17 e i 40 anni, di classi e di nazionalità diverse, tra cui molti italiani.

6 6 Ringraziamenti Grazie a tutti gli studenti del Corso Serale che hanno partecipato, che si sono messi in gioco e hanno avuto il coraggio di raccontare e condividere. Grazie alla dott.ssa Cinzia Zanardo consulente esterna, che con la sua competenza e il suo sostegno ha p e r m e s s o l a r e a l i z z a z i o n e d e l l a b o r a t o r i o, supportando gli studenti non solo nella stesura dei testi, ma anche nella lettura. Grazie al prof. Ermanno Domenicale che ha curato la realizzazione grafica del lavoro.

7 7 Perché raccontarsi? Per imparare a ricordare, per avere il coraggio di guardare dentro di sé, per trovare le proprie radici, per scoprire le proprie ricchezze, il proprio patrimonio culturale. E un modo per condividere e creare legami umani e sociali, per apprendere la nuova lingua. Il laboratorio sulla biografia è un prezioso strumento per prendere coscienza di sé ed elaborare i propri vissuti. E anche il luogo dell apprendimento e il contenitore dell accoglienza. Gli elaborati scritti degli studenti hanno il senso della restituzione e della valorizzazione delle loro conquiste linguistiche e dei contenuti espressi. Per gli studenti la pubblicazione dei propri lavori, significa anche partecipazione, riconoscimento, e per alcuni integrazione e motivazione al vivere in terra straniera. Prof.ssa Giuliana Giromella Coordinatrice - Funzione Strumentale Corso Serale

8 8 Ash - India Senza tempo Più gli anni passano e più mi rendo conto che, invece di r i s o l v e r s i, i p r o b l e m i aumentano. Il mio problema più grande è la mancanza di tempo. Non ho tempo da dedicare a me stesso, ai miei interessi, ai miei amici, alla mia famiglia. Non ho tempo per riposarmi. Mi alzo alle 6 di mattina e lavoro fino alle 5 di sera, son a casa alle 5.30, prendo la merenda e mangio per strada mentre vado a scuola perché non ho tempo di sedermi. Sono stanco di non avere il tempo per me stesso, sono stufo di non avere tempo per rilassarmi e fare le cose che mi piacciono. Ora ho un po di soldi ma non ho più il tempo per vivere.ad esempio: fare la patente, mi piacerebbe, ma quando? La sfida più grande ora per me è concludere la Scuola Serale per ottenere un diploma. Per raggiungere l obiettivo faccio grandi sacrifici.

9 9 Vengo a scuola in bici con qualsiasi tempo, faccio 13 km di strada ogni giorno dopo otto ore di lavoro. Spesso quando arrivo a scuola, mi sento troppo stanco per seguire con attenzione le lezioni, la testa a volte mi cade sul banco. Ho lasciato i miei sogni in un cassetto, ho smesso di sognare quando sono stato costretto a lasciare la mia terra, l India. Là io volevo diventare contadino, ora invece sto diventando meccanico. Venire in Italia è stato un grande cambiamento di vita, molto difficile.

10 10 Denis Tafxhafa - Albania Il cuore in Albania Sono nato il in un piccolo paese dell Albania, molto affollato grazie alla sua p o s i z i o n e g e o g r a fi c a, vicinissimo al mare e di collegamento tra le strade principali del paese. Nel mio bel paese tanto piccolo, ma per me stupendo, quella piazza per i miei occhi era oro, la musica per strada, il vento, il sole era magnifico, non avevo altri pensieri per la testa, solo vivere la vita. Ogni mattina uscendo da casa con mio fratello salutavamo i nonni, io portavo lui all asilo nido, poi mi dirigevo verso le elementari. Nel paese eravamo tutti una grande famiglia, uscivamo soli e rientravamo quando volevamo, non c era nessun problema. Mia madre aveva un bar pizzeria a scuola dove noi studenti in ricreazione potevamo mangiare qualcosa. Nel mio paese avevo tutta la famiglia, non mi mancava niente, uscivo, giocavo, mi divertivo come tutti gli altri, avevo tutto. Le vacanze le passavamo insieme alla famiglia e anche nelle feste era tutto bello, nell aria girava una bella energia di felicità, credevo che le cose belle non finissero mai.

11 11 Ma da un po di giorni sentivo in casa che qualcosa stava per cambiare per sempre, e da come vedevo i nonni non era affatto bello. Per quanto mi sforzassi di capire cosa stava succedendo, aumentava la mia confusione e ogni volta che andavo a chiedere ai miei nonni qualche informazione, si rattristavano ancora di più. Allora smisi di fare domande perchè qualsiasi cosa fosse stata, si stava avvicinando e avrei capito da solo. Mio padre era da tempo in Italia e dopo qualche anno di lavoro lo stato gli diede il permesso di portare noi a vivere li. E quel giorno tanto atteso con sofferenza e paura arrivò. Mi sentivo perso, non riuscivo a capire niente, intorno a me c era tanta confusione e tanta sofferenza, sapevo che dovevamo partire quel giorno ma qualcosa dentro di me mi bloccava. Non potevo lasciare il mio paese, la mia gente i mie amici, no non volevo. Se ci penso oggi mi viene ancora la pelle d oca e mi scende qualche lacrima. Dopo qualche ora di confusione mi ritrovai dentro il taxi che ci doveva condurre al porto. Sceso, realizzai cosa stava accadendo vedendo mia madre piangere; mi girai dal finestrino posteriore, vidi le sagome dei mie nonni con le lacrime agli occhi e una tristezza nel volto che non potete immaginare. Quel momento per me resterà per sempre il più brutto della mia vita. Era sera ormai, sul ponte della nave che stava per partire per l Italia; vidi con occhi diversi il mio paese, i palazzi illuminati e mi immaginavo di essere li dentro con la mia famiglia e di divertirci, mentre in sottofondo si sentiva la musica suonata dagli artisti per strada, che energia quelle melodie. Mi chiedevo se in Italia avrei trovato lo stesso. Arrivati a Bari di mattina, mi meravigliai che non c era quasi niente di diverso dal mio paese, la magia del sole, la gente. Pensavo mi ci potrei abituare benissimo a sto posto, ed io che credevo chi sa cosa avrei trovato, era uguale al mio paese tranne la lingua che anche mi piaceva. Passati i tre mesi stupendi a Bari, mi stavo facendo anche qualche amico,

12 12 ormai mi stavo dimenticando di quanto avessi sofferto per il mio paese, ai nonni telefonavamo con regolarità. Ma come ogni cosa bella anche questa doveva finire, preparammo le valigie e salimmo sul treno per Treviso, un lungo viaggio di undici ore che per la maggior parte passai a dormire per la tristezza che provavo. Usciti dalla stazione vidi tutto diverso, per me un altro shock: dal sole del sud, vidi solo nebbia e le luci delle macchine nel traffico che sembravano un fiume che scorreva ad alta velocità. E qui noi dovevamo trasferirci definitivamente. Questa idea non mi piaceva, avevo già capito che lì sarebbe stato difficile essere a mio agio, non avrei potuto sentirmi a casa.

13 13 Rudi- Albania Viaggio dall Albania La prima volta che ho fatto qualcosa d importante per me è stata 12 anni fa, quando sono partito per l Italia. Avevo 14 anni, da pochi mesi avevo finito la scuola media, mi sarebbe piaciuto continuare anche con le superiori, ma non avevo le possibilità economiche. I mie genitori non avevano un lavoro e quindi a casa mancavano i soldi. Era l 8 ottobre del duemila. Non dissi niente. Partii per l Italia; quella sera pioveva, uscii di casa come solito: ciao. Esco con gli amici, invece ho mentito perché sapevo che non mi avrebbero mai lasciato andare via di casa a quell età. Ero l ultimo dei figli e quindi ero il più coccolato dai miei genitori, non mi facevano mancare niente. E oggi li ringrazio sempre per quello che hanno fatto per me anche c on quel poco che avevano. Quel giorno ho trovato un parente al bar; ho sentito, parlando con un amico che sarebbero partiti pochi giorni dopo per l Italia. Ero euforico- gli dico: Vengo anch io con te, mi puoi portare da mio fratello che vive a Treviso? Lui mi guarda e dice: Ma stai scherzando? Dove vuoi andare, sei ancora un bambino per venire in Italia e per lavorare. I tuoi genitori non ti lasceranno mai. Io gli rispondo: Ma che te

14 14 ne frega se sono giovane, portami fin da mio fratello!. Ci pensa un po e poi mi dice: Prima devi chiedere ai tuoi, se ti lasciano, ti porto poiché insisti. Verso le 3 di pomeriggio vado ad aiutare mio padre che lavorava nei campi, dopo un ora vedo una persona che si avvicinava, era il figlio del mio parente. Capisco subito che mi doveva dire qualcosa e lo anticipo, per evitare che si esprimesse davanti a lui. Mi conferma che suo padre voleva vedermi alle 5 di sera davanti al bar se volevo ancora partire. Invento una scusa, dico a mio padre che soffro di mal di pancia e devo andare a casa. Lui mi ripete: Vai e di tua madre di prepararti qualcosa di caldo da bere. Mi allontano camminando piano, per fargli credere che sto male; arrivo a casa e do un bacio a mia madre che mi guarda e mi chiede come mai questo bacio inaspettato. Io replico che stasera parto per l Italia e vado da mio fratello così trovo un lavoro. Mi guarda con due occhi dolci e lucidi e mi dice: A 14 anni cosa pensi di fare in Italia? Ed io rispondo: Mi dispiace ma io ho deciso, stasera parto. Vado al bar, dove il parente mi stava aspettando e mi conferma che è tutto pronto per la partenza. Salgo sul furgone che ci porta all imbarco. Era mezzanotte, salgo sul gommone siamo circa in trenta, anche donne e bambini piccoli. Saliamo tutti, sento una voce: Si parte. Mi faccio il segno della croce e medito: Dio ci benedica e ci porti in salvo. La notte è buia e fredda, viaggiamo per circa 2 ore, inizia a piovere, fa sempre più freddo, i bambini piccoli cominciano a piangere, si lamentano per il freddo anche se erano vestiti bene. Una madre disperata chiede di tornare indietro, gli scafisti non ne vogliono sapere, ormai era troppo tardi perché le regole erano una volta partiti non si torna più indietro. Il tempo sembra non passare mai, tutti si domandano quanto manca per toccare terra. Ci dissero manca poco, state tranquilli. Alla fine vedo una luce, invece di avvicinarsi sembrava

15 15 allontanarsi. Dopo mezz ora, che era un eternità, vediamo le coste di Taranto. Sbarchiamo, anzi veniamo buttati in acqua. Erano le 4 di mattina del nove ottobre del Freddo? Non sentivamo più niente, il nostro corpo era tutto ghiacciato. Il nostro guidatore ci dice di non fare rumore e di seguirlo. Ci porta in un posto dove cambiamo i vestiti bagnati. Dopo un ora ci vengono a prendere e ci portano in stazione del treno, dove ci ferma la polizia. Io ero minorenne e quindi potevano anche tenermi gli assistenti sociali; avevo tanta paura. Poi mi chiesero se avevo un parente in Italia che poteva presentarsi da loro con tutte le carte in regola; riferisco che avevo mio fratello e aveva tutte le possibilità di prendersi cura di me; inteneriti dalla mia età mi chiedono il numero per contattarlo. Dopo circa una settimana vedo mio fratello davanti a quella casa, dove stavo a Taranto con le assistenze sociali. Quando l ho visto, mi sembrava di essere nato ancora una volta. La sera io e mio fratello prendiamo il treno per Venezia, finalmente mi sentivo al sicuro perché ero con lui. Per tanti anni mi ha fatto da genitore. Grazie a lui ho avuto una casa e l affetto di una famiglia.

16 16 Sorin Mihalache - Romania Lotte tra i Carpazi In quel tempo vivevo in una città tra i freddi Carpazi della Romania dove le risse tra i gli adolescenti erano all'ordine del giorno. Bastava anche essere soltanto di passaggio tra i quartieri per assistere a tremende scene di conflitti tra i gruppi chiamati ga n g. Q u e s t e ga n g e r a n o formate da ragazzi e ragazze di età compresa tra i 10 e 18 anni e per entrare a farne parte bisognava superare dei test per esempio quello di stare fermo al muro e guardare come il capo della banda lanciava un coltello. Coltello che poteva anche colpirlo con gravi conseguenze. Per superare la prova non bisognava fare nessun movimento, ma stare fermi per mostrare un grande coraggio. Un altra prova, più comune, richiedeva al candidato si lasciarsi picchiare da tutti i membri della banda. Doveva resistere il più lungo possibile e di solito capitava che sveniva e quando si svegliava si trovava in una pozza di sangue. Una sera, dopo un giorno passato in montagna sulle piste innevate, scivolando con il sacco di plastica, sulla strada di ritorno verso casa, ci siamo messi a lanciare palle di neve contro le ragazze che passavano. Senza accorgercene abbiamo colpito una ragazza che apparteneva ad un altro gruppo. Subito il suo amico, pieno di rabbia si avvicina per colpirmi, ma viene fermato da il mio migliore amico, Razvan con un pugno in

17 17 faccia. Lui si allontana, ma poche ore dopo, insieme ai suoi amici, torna da noi armato di pezzi di legno presi da una casa in costruzione e sassi pronti per cominciare la guerra. La rissa continua fino a quando interviene la polizia. Arrestano Razvan, che era ferito e arrestano me perché volevo aiutarlo a fuggire. Questo fatto ha scioccato mia madre che mi ha minacciato di portarmi in Italia dove si trovava mio padre. Dopo 3 mesi, sono andato ad un concerto di sera insieme al mio amico e per strada ho incontrato quattro ragazzi che avevano una grande voglia di prendere in giro la gente. Razvan ha preso un pezzo di legno e si è volto loro con un gesto, ma i ragazzi non si sono tirati indietro, anzi lo hanno colpito. Io sono corso in suo aiuto e ne ho colpito uno, ma un alto da dietro mi ha lanciato un sasso sulla pancia; a quel punto ho tirato fuori un piccolo coltello che avevo in tasca quasi sempre e mi sono volto verso di loro. Dopo un attimo di tensione si sono ritirati e hanno cominciato a correre. Ma non è finita lì. Dopo tre giorni sono andato con i miei sette amici in un campo da calcio a giocare a calcetto e mentre giocavo quei quattro ragazzi insieme ad altri sette sono entrati nel campo recintato e uno è rimasto vicino alla porta tenendola chiusa. Erano equipaggiati e noi no e io per proteggermi la testa ho preso il cestino che era dietro di me e l'ho usato come casco e mi sono girato verso uno di loro che aveva in mano una mazza di legno. Nonostante un pugno in faccia, sono riuscito a prendere una mazza da baseball e ho cominciato a ruotarla colpendo il più possibile. I miei amici si sono fatti coraggio, siamo riusciti a batterli e abbiamo vinto ma con qualche segno visibile sul viso. Mia madre non ha più sopportato il mio comportamento e mi ha spedito in Italia dove si trovava mio padre che era più autoritario. Così l'italia ha messo fine alla mia vita di picchiatore.

18 18 Vladimir Moldavia Nascondiglio tra le viti Mi chiamo Vladimir. Ho 33 anni. S o n o u n a p e r s o n a m o l t o tranquilla. Sono nato in un paese di campagna dell est Europeo. La mia famiglia era molto numerosa. Io sono l ultimo di cinque figli. Ho vissuto li fino all'età di 24 anni, ho lavorato la terra con mio padre: mais, patate, mele, uva, nocciole ed ogni tipo di ortaggi, fino quando sono partito per l Italia. Ho avuto un infanzia molto serena e divertente in campagna; la casa nostra è stata costruita alla fine degli anni 50, un modello come tanti in quel periodo. Da bambino mi piaceva tanto correre per il giardino e per i campi e spesso mi nascondevo tra le viti. Il vigneto era basso, mi copriva tutto, sembrava una tenda segreta e pensavo di conoscerla solo io; era il mio nascondiglio preferito. In primavera e in estate salivo sui ciliegi del nostro giardino alti fino a otto metri e da su dicevo "Nessuno è alto come me". Desideravo molto crescere e aiutare i miei genitori nel lavoro. Spesso mi infilavo tra di loro e rompevo qualcosa e poi spaventato scappavo via e mi nascondevo. Dove? nella tenda segreta che "nessuno conosceva" e poi i miei genitori facendo finta di cercarmi non mi trovavano mai e come spaventati si domandavano Dove sarà finito il nostro figlio, quando

19 19 tornerà a casa?" poi io uscivo e gridavo Eccomi!. Ho compiuto gli studi obbligatori nella scuola del villaggio poi per motivi economici ho iniziato ad aiutare i miei genitori. Sono venuto qui in Italia quattro anni fa a lavorare, ho iniziato dopo cinque mesi e da allora non ho più smesso. Venendo in Italia sognavo di guadagnare soldi e di tornare a casa e aprire un attività mia, ma non è così facile come pensavo; quando ero a casa si parlava dell Italia come di una terra dove si guadagnavano soldi molto facilmente ma invece non è così. L Italia è un paese molto bello, con gente simpatica e molto disponibile ad aiutarti. Anche se non è quello che mi aspettavo, mi trovo molto bene qui. Della mia terra mi manca molto la mia casa, il mio giardino, i rumori della mattina, il silenzio della notte d inverno, mi manca molto il profumo del bosco che circonda una parte del mio villaggio, mi mancano moltissimo i raggi del sole che passavano tra rami dei ciliegi e il sapori delle fragole fresche appena raccolte. Mi mancano molto le persone del vicinato che quando qualcosa non gli piaceva iniziavano a brontolare, l abbaiare del mio cane quando mi sentiva da lontano e si avvicinava e abbaiava molto contento e aspettava di essere accarezzato. Per il mio futuro non ho nessun progetto, per il momento mi godo la vita di tutti giorni, cerco di non perdere tempo e di fare tutto quello che una volta non riuscivo a fare, leggere libri, andare al mare e in montagna perché è un grande peccato trovarsi in un paese come l Italia e non approfittare di andare in spiaggia o in montagna o visitare le città Italiane che sono meravigliose.

20 20 Maissa Waly Senegal Da sarto a lottatore Sono nato in aprile nel 1979 a Diofior in Senegal, un villaggio povero, dove le persone non riuscivano a curarsi per vivere, non avevano molto cibo, acqua, luce. Si coltivava nei campi miglio, riso, mais, arachidi, fagioli e verdure. Mi ricordo che quando avevo 8 anni, andavo con mia mamma a prendere l acqua, io portavo il secchio, lei prendeva una grande anfora che metteva sulla testa e camminavamo per tanto tempo e per tanti chilometri. I pozzi erano molto lontani, quando si arrivava, il più delle volte bisognava aspettare molto tempo perché c era molta gente. Per avere l acqua, bisognava prendere la corda con il secchio, legarla all asino, così l asino tirava la corda e il secchio. Io da piccolo vedevo la durissima vita delle persone della mia famiglia e del mio villaggio e volevo fare qualcosa per aiutarli. Già a anni mi sentivo responsabile della mia famiglia; anche se ero il più piccolo, così ho

21 21 cominciato a fare alcuni lavoretti, tipo muratore e pescatore, per prendere un po di soldini da portare a casa e per questo motivo ho dovuto mollare scuola. Dopo qualche anno sono andato nella capitale ad imparare a fare il sarto come apprendista, mi piaceva, il capo era simpatico e molto disponibile. In sei anni sono diventato un bravissimo sarto, almeno così dicevano le persone. A 15-17anni ho deciso di praticare la lotta. La lotta é uno sport nato in Senegal, tra ottocento e novecento, proprio con la mia etnia ed è più o meno come la lotta greco-romana. Questa è stata una cosa molto importante per la mia famiglia, ogni week-end gli mandavo soldi, perché andavo a lottare nelle città. Dopo due anni sono diventato un campione regionale. L anno seguente mi hanno selezionato nella squadra nazionale di lotta. Si organizza infatti un campionato per tutti i paesi africani, con le categorie di peso. Il primo viaggio che ho fatto è stato in Niger, là sono diventato campione di lotta come rappresentante del Senegal. Per cinque anni sono stato campione nella mia categoria. Nel ho trovato un lavoro nel settore turistico, facevo la guida in un albergo nella città Mbour, nel sud del Senegal, in più ogni week-end, mi davano il permesso di andare a lottare. In quell albergo ho conosciuto una donna italiana. Dopo due anni questa signora mi ha dato l opportunità di venire in Italia. Sono stato accolto in questa famiglia come un figlio, un fratello, un amico. Sono stato sorpreso da come sono stato accolto. Ancora una volta ho visto la differenza dei mondi, e delle persone, non mi sono mai pentito di essere venuto in questa famiglia italiana.

22 22 Kiri - Costa D'Avorio Un nome due madri Sono nato a Treichville in Costa D Avorio. Quando avevo tre anni mio padre si sposò con un a l t r a d o n n a, p e r c h é n o i mussulmani possiamo sposarci con più donne. Quando ero piccolo, ero stato allevato anche dalla mia seconda madre, che aveva lo stesso nome della mia vera madre. Lei mi trattava male, mi faceva pesare che non ero suo figlio, mi faceva andare a cercare sempre l acqua quando mancava e dovevo camminare per kilometri sotto il sole. Se rifiutavo, la sera non mi lavavo e non mi dava da mangiare e mi faceva pulire tutta la casa. Un giorno mi ordinò di andare a cercare dell acqua, le risposi no, anzi non le risposi e quel giorno mi disse: Non mangi e non entri in casa. Rimasi fuori fino alle Mi rifiutavo non perché non volevo lavorare ma perché sentivo che lei non mi volevo bene e mi sentivo sfruttato. Mio padre non sapeva niente di quello che mi faceva e che succedeva e del resto, io non gli dissi mai nulla. Un giorno come al solito mi comandò di fare le pulizie di casa, io mi rifiutai. Anche allora rimasi fuori fino alle

23 Mio padre, tornato dal lavoro, mi chiese spiegazioni, perché ero fuori e non in casa. Lo informai che era stata sua moglie a mandarmi fuori perché non avevo fatto i lavori perché ero stanco. Da quel giorno cominciarono a litigare. Io soffrivo molto quando rimanevo solo a casa con lei, mi sentivo orfano. Un giorno, mio padre decise di trasferirla in Ghana in un paese vicino e far venire mia madre dal Burkina Faso in Costa D Avorio. Da quel momento la mia vita è cambiata; ero molto felice di stare con la mia vera mamma. Qualche anno dopo, la mia seconda madre si ammalò; sapevo che stava male ma non avevo il coraggio di chiedere come andava. Non guariva più, rimase in ospedale per cinque mesi; un giorno mi dissero che era morta, all inizio non ci credevo. Sono rimasto senza parole, come se fosse crollato il mondo addosso; anche se a volte mi aveva trattato male, ormai non mi importava niente, le volevo bene lo stesso. Nonostante tutto quello che ho sofferto con lei, mi è dispiaciuto molto che fosse morta; ho pensato che quando era in vita, forse non mi odiava ma era il suo modo di educarmi. A volte si soffre per imparare o capire qualcosa. Qualche volta non sono stato gentile con te, riposa in pace mamma.

24 24 Stanislas Yoh Costa D Avorio Pense à d ou tu viens Mi ricordo il 3 dicembre, una serata fredda, ero arrivato a Treviso da tre mesi, abitavo da poco con i miei zii e cugini. Stavo guardando la TV, sento suonare il telefono, risponde mia zia, non avrei mai immaginato che quella telefonata avrebbe cambiato la mia vita in maniera così tragica. Ho capito subito anche se nessuno mi diceva n i e n t e c h e e r a s u c c e s s o qualcosa di terribile. Mia zia aveva cambiato faccia, poi ho sentito che piangeva. Nessuno aveva il coraggio di dirmi cosa era successo. Sono rimasto in ansia fino al giorno dopo quando mio zio Raymond mi chiama e mi dice : La vita è dura, hai perso tuo padre. Il mondo mi è crollato in un attimo, ho pianto tutte le mie lacrime, non volevo credere. Ho provato rabbia per un destino crudele, la figura di mio padre è sempre stata molto importante per me anche se era stato molto severo con noi figli, voleva farci studiare e pretendeva da noi il massimo impegno a scuola. Mio papà faceva il veterinario, era molto bravo nel suo lavoro. Una sua frase famosa era Si vous travaillez pas à l ecole ne

25 25 computer pas sur moi pour nourir votre famille. Da mio padre ho imparato la curiosità per le cose e per la vita, un grande coraggio, lui non aveva paura di niente. Mio padre amava la vita, ringraziava Dio per questo. Prima di partire mi ha detto Pense à d ou tu viens! Mi ha detto di andare in Italia ma di ritornare un giorno in Costa D Avorio perché lui non aveva intenzione di venirmi a trovare a Treviso. Mia zia, la sorella più giovane di mio papà che viveva in Italia da diversi anni, mi aveva fatto una sorpresa, mi ha procurato tutti i documenti per farmi arrivare vivere in Italia; quando l ho saputo ero molto felice di cambiare la mia vita. Non avrei mai immaginato che una volta in Italia non avrei mai più rivisto mio padre.

26 26 Frank Costa D Avorio Distacco Mi chiamo Frank, nato il 4 n o v e m b r e i n C o s t a D avorio precisamente a Divo. Sono il primo figlio della mia famiglia; non avendo avuto la fortuna di crescere con mia madre e conoscere mio padre come tutti i bambini, ho vissuto con la sorella maggiore di mia mamma, che oggi chiamo mamma perchè è una persona fantastica e speciale. A cinque anni ho iniziato ad andare a scuola come fanno tutti perché è un dovere della vita diciamo cosi. Ma vivendo in una famiglia molto povera, dove si mangiava una volta al giorno, ho lasciato la scuola a dieci anni per poter trovare qualcosa da fare. Quindi ho iniziato a girare per la spazzatura cercando delle bottiglie da vendere, così almeno mi guadagnavo da mangiare ogni mattina. Un giorno, girando, un signore che aveva una sala giochi dove la gente del quartiere si incontrava per passare la giornata, mi chiese se mi andava di gestire il posto per lui ed io ovviamente accettai. Alla fine della giornata gli davo i soldi che avevo guadagnato e mi ricordo benissimo di avere dato 3000 CF cioè cinque euro. In Costa D avorio bastano per sopravvivere una settimana.

27 27 Da quel giorno quel signore mi propose di lavorare per lui e io acconsentii senza pensarci due volte, ma era un lavoro che mi occupava tutta la giornata. Lavoravo dodici ore al giorno per essere pagato CF al mese che fanno esattamente euro. Un anno dopo aver trovato questo lavoro il marito della sorella di mia madre ha perso il suo, quindi sono diventato l uomo della famiglia a dodici anni. Mi raccontarono poi che mia madre, che viveva in Ghana, aveva partorito una bellissima bambina di nome Gladisse, a circa 200 km di distanza. Ero molto felice perché avevo una sorellina. Decisi quindi di andare a fare una visita in Ghana per vedere mia mamma e mia sorella. Ho lavorato per un anno e ho messo i soldi da parte, avevo 13 anni. Ho chiesto alla sorella di mia madre di accompagnarmi, mi ricordo molto bene, era un martedì il 13 aprile quando siamo partiti per il Ghana e arrivati lì alle 4 del pomeriggio. Penso alla sensazione che ho avuto quando ho messo piede fuori dalla macchina. La prima persona che ho visto era lei, mia madre; mi sono messo a piangere e lei è corsa verso di me piangendo per darmi un abbraccio. Non ci vedevamo da quando avevo cinque anni. La notte di quel giorno io e mia madre, non abbiamo dormito, ma parlato e pianto. E stata una bellissima serata, purtroppo non ho passato molto tempo con lei. Dopo qualche settimana, si è aggravata la sua malattia e fu ricoverata all ospedale. Alle 5 di mattina del 5 agosto bussano alla mia porta, apro e piangendo mi dicono che si è spenta la luce di mia mamma. Ho pianto come un bambino; il giorno dopo doveva essere seppellita. La nostra tradizione dice che dovevo fare tre giri intorno al corpo e questi tre giri per me erano proprio molto difficili; mentre li facevo piangevo perché sapevo che non avrei più visto mia madre. Quindi rimasto da solo con mia sorella, sono diventato l unico riferimento della famiglia. Qualche mese dopo infatti si è spenta anche la luce di suo papà. Da quel giorno ho deciso di portare mia sorella con me in Costa D avorio ma, arrivato lì, ogni mattina mi voleva seguire quando uscivo perché ero l unica persona che

28 28 gli rimaneva. Quindi mi toccava portarla con me al lavoro, fino a quando ha iniziato ad andare all asilo, ma anche là non ci voleva rimanere perché voleva stare solo con me. Per me era una bellissima cosa. Anche se era piccola, forse aveva capito che ero l unica persona che gli rimaneva, quindi mi sono messo proprio a sua disposizione. C ero sempre quando aveva bisogno, dormivo con lei, facevo proprio tutto con lei, mi ricordo ancora quel giorno in cui le ho portato un gatto e lei mi ha detto che lo avrebbe chiamato David cosi se un giorno non ci fossi stato, lei mi avrebbe pensato. Mi ha fatto molto piacere sentire mia sorella dirmi questi dolci pensieri. Ho passato dei bellissimi momenti con lei dall asilo fino a quando ha iniziato le medie. Fino a quando il 10 ottobre del 2007 appena finito di lavorare, torno a casa per vedere il viso della mia sorellina prima che si addormenti, come ho sempre fatto. Trovo una nuova faccia, che non avevo mai visto in vita mia e mi dicono : E la moglie di tuo zio, è venuta per portarti in Italia. Ero felice ma allo stesso momento molto triste perché me ne sarei andato lasciando mia sorella da sola e questo mi faceva stare male. Per tre giorni ho pensato cosa fare, alla fine con la tristezza nel cuore, ho deciso di partire perché la situazione economica del mio paese e della mia famiglia era drammatica, perciò speravo di fare qualcosa di buono per aiutare anche la mia adorata sorellina. E il giorno 14 ottobre, di pomeriggio, mi dicono che dobbiamo andare. Ho guardato il viso della sorella di mia madre ed ho visto le lacrime che stavano scendendo dai suoi occhi e lì ho pianto ancora, chiedendole di accompagnarmi all aeroporto. Mi ha detto di si, anche mia nonna si è messa a piangere ma non ci potevo fare niente perché tutti vedevamo una opportunità per me e mia sorella. La cosa che mi ha fatto più male è che me ne sono andato senza salutare mia sorella perché era a scuola. Arrivato all aeroporto pensavo di andare a registrare i miei bagagli per poi ritornare a salutare mia zia-madre ma non era più possibile tornare indietro, quindi sono salito in aereo con altri, poi ancora lacrime senza

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