ELIO GERMANO (CLAUDIO), RAOUL BOVA (PIERO), ISABELLA RAGONESE (ELENA), MARIUS IGNAT (ANDREI), AWA LY (CELESTE), EMILIANO

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2 scheda tecnica durata: nazionalità: 95 MINUTI ITALIA anno: 2010 regia: sceneggiatura: fotografia: scenografia: costumi: montaggio: musica: produzione: distribuzione: DANIELE LUCHETTI DANIELE LUCHETTI, SANDRO PETRAGLIA, STEFANO RULLI CLAUDIO COLLEPICCOLO GIANCARLO BASILI MARIA RITA BARBERA MIRCO GARRONE FRANCO PIERSANTI MARCO CHIMENZ, FABIO CONVERSI, GIOVANNI STABILINI, RICCARDO TOZZI 01 DISTRIBUTION attori: ELIO GERMANO (CLAUDIO), RAOUL BOVA (PIERO), ISABELLA RAGONESE (ELENA), LUCA ZINGARETTI (ARI), STEFANIA MONTORSI (LILIANA), GIORGIO COLANGELI (PORCARI), ALINA MADALINA BERZUNTEANU (GABRIELA), MARIUS IGNAT (ANDREI), AWA LY (CELESTE), EMILIANO CAMPAGNOLA (VITTORIO) la parola ai protagonisti Luciana Morelli intervista Daniele Luchetti Signor Luchetti, il tema dell'integrazione nell'ultimo anno è stato forse quello più toccato dal cinema italiano e anche nel suo film è uno degli aspetti più interessanti, sia per il realismo usato nel raccontarlo che per l'interessante chiave sentimentale e non moralistico-politicante... Spesso il proletariato è stato raccontato dal nostro cinema in modo quasi sprezzante, sempre guardato dall'alto in basso per prenderne le distanze o caricaturale per sottolinearne le situazioni più buffe, anche negli anni '60 i proletari erano gli ignoranti che si arrabattavano, le persone di cattivo gusto. In alternativa si è spesso strumentalizzato come dimostrazione politica di un qualcosa, i proletari sono stati spesso quelli che se avessero studiato di più sarebbero diventati qualcuno, usati a mo' di lamentela e commiserazione. Io ho cercato di trattare tutti allo stesso modo, sia i personaggi italiani che stranieri, spesso mi sono immedesimato in uno di loro per costruire al meglio la sceneggiatura.

3 Quindi la realtà è stato il suo asso nella manica? Credo che lo sguardo originale del film stia proprio in questo, nel raccontarli al loro livello, senza sconti nè celebrazioni e soprattutto senza dover per forza dimostrare che la realtà è molto diversa dai fatti di cronaca che riportano i giornali. Tutto quello che vedete nel film è tratto dalla realtà che ho visto e sentito con i miei occhi, tutti sono ispirati a persone vere che ho conosciuto. In questo contesto torna però anche il tema della paternità, molte volte apparso nei suoi film e nel cinema nostrano, un argomento che ne La nostra vita trova la sua massima celebrazione... E' un tema fondamentale, il protagonista ha trent'anni, è già padre di tre figli maschi e il film è tutto incentrato sulla mancanza della figura femminile, figura di raccordo tra padre e figli, mediatrice e donatrice di sentimenti. Quando viene a mancare lei il papà sembra non sapere più cosa fare, i bambini diventano per lui come pacchi postali, non c'è più dialogo. Il pregio di questa storia è quello di evitare ogni clichè, non vedete mai i bambini fare gli adulti al contrario di quel che spesso accade. L'essere padre l'ha ispirata nel modo di raccontare questo legame? L'essere padre mi ha aiutato ad analizzare meglio il modo in cui trattiamo i nostri figli, spesso li facciamo sentire di peso e non ci accorgiamo neanche minimamente di quello che provano. Essere padre mi ha aiutato molto anche a capire come girare certe scene con dolore e maggior pudore come quella del funerale, in quella sequenza ho cercato di immaginare la disperazione su di me e ho deciso di non mostrare i volti dei bambini che hanno perso la loro mamma, volevo usare più delicatezza possibile. Inutile nascondersi, quella in cui mi sono cacciato è una materia che è facile banalizzare, basta un niente. Cosa ci dice di questa nuova esperienza al fianco di Elio Germano, come lo ha scelto per il ruolo di protagonista? E' stata una scelta nata praticamente insieme al copione, ho pensato subito che potesse spingere ancora di più dal punto di vista emotivo rispetto a Mio fratello è figlio unico. Sapevo che con lui mi potevo avventurare in soluzioni dolorose senza cadere nel ricattatorio, avevo bisogno che tutto fosse autentico e quando lui soffre sembra che soffra veramente. E poi ha una ferocia comica unica, lavoriamo bene insieme e quando entra in un personaggio lo fa suo improvvisando in continuazione senza mai sbagliare di una virgola, può cambiare interamente una battuta rispetto al copione senza che il senso cambi di un millimetro. Quanti ciak sono stati fatti sulla scena del funerale in cui nel mezzo della cerimonia funebre grida al mondo la sua disperazione cantando alla moglie Anima fragile di Vasco Rossi?

4 Sono stati fatti non più di due o tre ciak su di lui e quella che vedete nel film è frutto del secondo. Per quella scena si è preparato a lungo, si è autosuggestionato a lungo, nel copione non l'avevo prevista così forte, ricordo di avergli detto "vai, e spingi più che puoi". Gli è venuta così e ho scelto di non staccargli la macchina di dosso e di indugiare l'inquadratura su di lui senza spaziare intorno andando sulla gente. D'altronde è la scena più forte del film, la spinta emotiva che ti dà te la porti fino alla fine. La canzone di Vasco Rossi che Claudio canta insieme alla moglie all'inizio del film e poi in chiesa al funerale è stata scelta subito oppure è stata frutto di una selezione? Come le è venuta l'idea di un funerale cantato? Una volta ho assistito al funerale struggente di una ragazza tossicodipendente ad Ostia, il cui desiderio era quello di far risuonare in chiesa le note di Like a Virgin di Madonna. Fu una scena straziante che mai dimenticherò. Avevamo selezionato molti titoli di canzoni popolari e di forte impatto emotivo, ma Anima Fragile ha vinto perché è delicata ed era quella che stava meglio sulle immagini. L'ho scelta due settimane prima della fine delle riprese. Come le è venuto in mente di scegliere Zingaretti e Bova per due ruoli per loro così insoliti? Nel film sono l'opposto di quello che sono normalmente, in una storia in cui il protagonista funziona il contorno può anche insolito. Volevo metterli alla prova con due personaggi nuovi, che potessero tirar loro fuori qualcosa che appartiene loro ma che di solito non viene in superficie. Sono tutti attori a cui voglio molto bene, la Montorsi è la mia ex-moglie, c'è mio figlio in un piccolo ruolo e poi il ragazzo rumeno che non è un attore ma l'ho preso dalla strada. Sul copione il suo personaggio era completamente diverso ma alla fine si è trasformato un po' nell'analista personale del protagonista, teoricamente avrebbe dovuto essere il più sprovveduto ma alla fine è l'unico che dice la verità e che mette tutti di fronte all'ineluttabilità delle cose. Il suo è un film che colpisce dritto allo stomaco, che scatena rabbia ed emozioni forti, impossibile per lo spettatore non riconoscersi e non identificarsi nel protagonista ma ad un certo punto è il ragazzo rumeno che fa la riflessione più graffiante di tutto il film dicendo "se io capissi cosa ho da dirti non troverei le parole e se le trovassi tu comunque non mi capiresti". Si sente di condividere l'idea che il suo è soprattutto un film sull'incomunicabilità e sull'impoverimento linguistico, culturale e sentimentale del nostro Paese? Il flusso nascosto di questo film è proprio questo: questa storia è popolata di persone che non parlano mai di niente. Alla domanda "come stai?" nessuno sa come rispondere, tutti sono intrappolati nell'avere e pensano a cosa si può comprare. Può sembrare banale parlare in termini di 'società di oggi' ma lo devo fare, avevo 33 anni quando persi mio padre e mi resi conto di essere del tutto impreparato a quell'evento. Nessuno oggi ci fa più i conti con la morte, ma neanche con le separazioni, con le nascite, con i traslochi, con i cambiamenti. Di fronte anche al più banale degli imprevisti spesso ci troviamo inermi, quello che ci interessa è vivere bene

5 finché dura senza pensare che all'improvviso qualcosa può turbare il nostro equilibrio temporaneo. La verità è che non sappiamo neanche più raccontare le nostre mozioni né a vivere appieno la nostra vita. Quello che lei dice è lampante nel momento in cui il protagonista trovandosi in difficoltà chiede i soldi per portare a termine il suo progetto all'unica persona cui non li dovrebbe chiedere, ad uno che gioca scorretto perché forse dentro di sé sa già che si comporterà anche lui in modo scorretto per arrivare al suo scopo... Come dicevo prima anche il proletariato è cambiato negli anni, Claudio non chiede aiuto alla sua famiglia in prima battuta ma usa la famosa scorciatoia, quella che anche tutti noi almeno una volta abbiamo battuto, in Italia è la prassi. Chi di noi non ha mai pagato in nero operai per riverniciare la casa pur di risparmiare qualcosa? Non mi interessava sottolineare le piccole grandi 'scorciatoie' ma la naturalezza con cui il nostro paese fa queste scelte senza battere ciglio. Il suo film è girato nelle periferie di Roma, ci racconta cos'ha visto girando in questi quartieri e perché la scelta di girare sempre di giorno? Quando decisi di girare questo film andai a vedere di persona dove finisce la città e sono finito in quei quartieri che sembrano tutti uguali, che hanno quella strana luce e quella strana realtà, sono dei non-luoghi completamente avulsi dalla metropoli. Ho semplicemente guardato, sentito e preso quel che il sole ci regalava. Claudio Collepiccolo, il direttore della fotografia, ha cercato di cambiare il meno possibile la luce naturale che avevamo catturato, volevamo evitare qualsiasi tipo di forzatura. Lo vedo come un film solare nonostante il lutto di solito ce lo si immagina cupo, spento, buio. C'è vita in questa storia, c'è luce, è stata una scelta istintiva quella di girare sempre di giorno, non calcolata. La paternità, la famiglia, il lutto ma anche il lavoro nero e il precariato. Come ha unito tutti questi temi per arrivare a questa analisi sociologica così amara? Tutte queste cose hanno sempre viaggiato di pari passo, il meccanismo lavorativo in cui si infila il protagonista è stata una delle scelta primarie che ho fatto all'inizio. Ho molti amici che lavorano nei cantieri edili, sia tra i responsabili che tra i manovali, mi sono procurato informazioni di prima mano, ho raccolto appunti sul campo, un'operazione interessante e divertente durante la quale ho imparato molte cose che non sapevo come l'esistenza di squadre di emergenza che intervengono ad un certo punto, quando si è troppo in ritardo con i tempi. Sono composte da italiani che si mantengono con un altro lavoro e che non hanno bisogno di pagamenti immediati, al contrario degli extracomunitari che ci devono mangiare con quei soldi. Una manodopera che accetta di essere pagata dopo e che sfrutta lo sfruttabile rigorosamente in nero. Hanno tempo ma costano il triplo.

6 Il personaggio di Elio Germano ad un certo punto dice "ma tu guarda questi stranieri, noi andiamo all'estero per fare soldi e loro vengono qui", è forse questo il suo modo di giustificare le sue scelte discutibili? Dice anche "sto a diventà io lo straniero vostro", come se per lui straniero fosse sinonimo di schiavo. Trovo brillantissima questa sua battuta, ricca di significato, in questi dialoghi traspare un razzismo che definirei 'di convenienza', come quello che il protagonista prova nei confronti delle donne, la sua dopo tutto è una famiglia in cui le donne cucinano e fanno figli. Lei racconta un pezzo di vita di queste persone, come ha lavorato in fase di montaggio per restituire allo spettatore il ritmo naturale della vita dei protagonisti? Mi sono affidato a Mirko Garrone, posso girare in questo modo solo perché so che poi sarà lui a montare. Tiro sempre fuori un materiale disordinato e incasinato ma so che il suo occhio aggiusterà tutto come si deve, il talento di un regista si riconosce anche dalla capacità di circondarsi dei talenti giusti. Il girato somigliava a un documentario pur non essendo un documentario, è grazie al suo intuito che siamo riusciti a fare questo film che lui stesso ha definito "un film che non ammette tradimenti nei confronti dello spettatore". Con la comicità non puoi in alcun modo alleggerirlo un film del genere, c'erano molte più situazioni divertenti ma abbiamo scelto di lasciare solo le battute che sgorgavano dai personaggi. Tutto doveva sembrare vita, sempre. Per fare questo avevo bisogno di un occhio esterno, del distacco del montatore, uno che non sta sul set e che è sempre pronto a sorprendersi. Posso dire che alla fine il film somiglia abbastanza al copione che avevo scritto, lui è il primo spettatore del film e quando mi dice "qui togliamo!" io cerco di stringere i denti e di fidarmi di lui. Nel film più volte gli italiani sono accusati di pensare solo ai soldi e al mostrarsi, una verità dura ma importante con cui tutti dobbiamo fare in conti, un qualcosa che trascende il proletariato... Non è un caso che siano gli stranieri a mettere in risalto questa cosa, la caduta del muro di Berlino ha accompagnato quella delle ideologie e ha unificato tutta l'europa in materia di denaro. Quando c'è quello tutto il resto perde di significato, la nostra qualità della vita è di fatto è superiore come beni al passato ma si è notevolmente abbassata a livello umano. Quando due donne, una africana e una rumena, arrivano a dire "voi italiani pensate sempre ai soldi, ma dov'è finito l'amore?", significa che veramente qualcosa non va. Veniamo all'attualità, in questo momento il cinema italiano è in guerra con la politica e con il governo, Bondi ha appena dichiarato che non sarà a Cannes come protesta contro Draquila, il documentario della Guzzanti, cosa si sente di dire in proposito?

7 Bondi contro Draquila mi suona come un titolo alla Tarantino, un titolo da B-movie. L'immagine che il cinema italiano da all'estero è quella di un gruppo di artisti liberi, non c'è niente di più sacro di un artista che non ha paura di essere ostacolato dal potere e si ribella spogliandosi del ruolo di quello che sputa nel piatto in cui mangia. Un ministro del nostro governo che si vergogna di un film libero e di rappresentare un artista libero sinceramente si definisce da solo... Il suo film sarà in concorso a Cannes, un concorso di livello altissimo. Con quanta emozione affronterà i riflettori e gli occhi di tutto il mondo del cinema? Quando presenti un film a Cannes, che io considero l'ombelico del mondo che ama di più il cinema, non c'è mai niente di scontato, non ci si fa mai l'abitudine a questo battage. Andrò in un Paese che fa 300 film all'anno mentre noi ne facciamo 50 o 60 al massimo. Noi italiani siamo bravi a festeggiare le politiche culturali degli altri. Cannes è un festival molto serio in cui c'è grande attenzione del pubblico e della critica per ogni singolo film, anche per il più piccolo, non a caso si svolge nella capitale del paese del cinema per eccellenza che è la Francia. Daniele Luchetti Figlio di un ottimo scrittore e nipote di un noto pittore, Daniele Luchetti è nato a Roma il 27 luglio 1960 e ha studiato Lettere e Storia dell'arte, frequentando la scuola di cinema Gaumont, dove ha partecipato alla realizzazione del film collettivo Juke Box nel 1985, con Barbara De Rossi, Philippe Leroy, Franco Interlenghi e Didi Perego. Molto amico di Nanni Moretti, è stato prima suo attore in Bianca (1983) e poi è diventato il suo aiuto regista in La messa è finita (1985), passando alla regia di spot pubblicitari (Suzuki, Fiat e Galbani) ed esordendo come sceneggiatore e regista in Domani accadrà (1988), dove dirigerà una delle sue attrici feticcio: Margherita Buy. La pellicola che tratta le disavventure di due furfanti nell'italia mazziniana, gli permette di vincere il David di Donatello come miglior regista esordiente. Un buon inizio per questa stella del cinema italiano. Seguiranno, sempre con la Buy, La settimana della sfinge (1990), dove il regista strizza l'occhio al suo autore francese preferito (Truffaut) e Arriva la bufera (1993). Tornerà attore, sempre per Nanni Moretti, in Palombella rossa (1989), mentre due anni più tardi firmerà il suo più grande successo: Il portaborse. Pellicola che raccoglie sul set Silvio Orlando, l'amico Nanni, Angela Finocchiaro, Giulio Brogi, Ivano Marescotti, Renato Carpentieri e Giulio Base, e che narra le corruzioni politiche dell'italia fine anni Ottanta. La pellicola viene accolta bene in Italia (dove Luchetti vince il David per la migliore sceneggiatura) e viene addirittura osannata in Francia. Sarà poi la volta del buon risultato de La scuola (1995) e, dopo una piccola parentesi come attore in Il cielo è sempre più blu (1995) di Antonio Luigi Grimaldi, eccolo dirigere Stefano Accorsi ne I piccoli maestri (1998). Collaborerà con altri autori nel film collettivo Un altro mondo è possibile (2001), seguito dalla commedia leggera e dalla sceneggiatura brillantissima Dillo con

8 parole mie (2003) che però, disgraziatamente, è passato quasi inosservato. Si rifarà con Mio fratello è figlio unico (2007) con Elio Germano e Riccardo Scamarcio, ispirato al romanzo di Antonio Pennacchi "Il fasciocomunista", ma non è da dimenticare 12 pomeriggi (1999), memorabile cortometraggio sull'arte accompagnato da delle splendide musiche. Nel 2008 fa parte del progetto All Human Rights for All con il corto Articolo 15 - La lettera, realizzato in occasione del 60 anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani. Torna dietro la macchina da presa nel 2010 con La nostra vita, unico italiano in concorso a Cannes, di nuovo scegliendo come protagonista Elio Germano, stavolta nei panni di Un italiano come tanti, che fa cose disoneste, imbroglia e sfrutta gli altri. Filmografia (1983) Juke-box (ep. Nei dintorni di mezzanotte ) (1983) Bianca (attore) (1985) La messa è finita (aiuto-regista) (1988) Domani accadrà (1989) Palombella rossa (attore) (1990) La settimana della sfinge (1991) Il portaborse (1992) Arriva la bufera (1995) La scuola (1995) Il cielo è sempre più blu (attore) (1998) I piccoli maestri (1999) 12 pomeriggi (cortometraggio) (2001) Un altro mondo è possibile (film collettivo) (2003) Dillo con parole mie (2005) Il dono di Gabriel (2007) Mio fratello è figlio unico (2008) Articolo 15 - La Lettera (cortometraggio) (2010) La nostra vita Elio Germano Nato il 25 settembre 1980 nel quartiere romano di Monteverde Nuovo ma originario di Duronia (Campobasso), la stella è l'unicogenito di un architetto e di un'impiegata di banca. Sin da bambino fa emergere il suo amore per la recitazione, prendendo parte agli spettacolini estivi allestiti dai villaggi turistici, dove era solito soggiornare con la famiglia. In seguito, assieme agli amici, nel paese natale dei genitori (Duronia), il piccolo Elio si sbizzarrisce nelle assurde scenette imparate in vacanza. Non ancora tredicenne debutta nelle pestifere vesti di Andrea, intonando "Ci Hai Rotto Papà!", in sella alla sua Mountain Bike. Entra in alcune compagnie no profit come il Colosseo, il Furio Camillo e il Teatro dei Cocci. Durante il liceo scientifico, inoltre, frequenta un corso presso il Teatro Azione diretto da Isabella Del Bianco e Cristiano Censi. Il palcoscenico consente a Germano di sviluppare le notevoli abilità di immedesimazione; per la carica umana che è in grado di infondere nelle rappresentazioni, l'artista trascende ogni altro attore in ascesa, grazie alla radicale passione nonché a quella intensità emozionale che innesta nelle sue performance. Rifiutato dalla scuola per fumettisti, il ragazzo si inscrive, per un breve lasso di

9 tempo, alla facoltà di Lettere e Filosofia. Nel 1999, è un adolescenziale Ricky Tognazzi ne Il cielo in una stanza di Carlo Vanzina. Ha inizio, cosi, un frenetico percorso che si divide tra cinema, tv, palcoscenico e letteratura: Elio adora stilare racconti e, in quel periodo, riesce a pubblicarne tre, uno dei quali "Scrittura Fresca" - vince il concorso regionale promosso dal Comune di Roma. Successivamente, è un pischello poco raccomandabile che si fa chiamare "Er Pasticca" in Un medico in famiglia 2 e colleziona figurine del Fantacalcio nella serie tv Via Zanardi 33. Tra il 2001/04 indossa i panni del figlio di Abatantuono in Concorrenza sleale di Ettore Scola, si immerge nelle terre siciliane in Respiro, guadagnandosi una nomination al David di Donatello e ai Nastri d'argento, grazie al liceale coatto in Che ne sarà di noi. Colpiti da quel trasformismo e dalla predisposizione ad imitare i dialetti, i registi fanno a gara per contenderselo. È davanti alla cinepresa di Gabriele Salvatores nel noir Quo vadis, baby? e a quella di Michele Placido nel pluripremiato Romanzo criminale. Nel 2006, incarna lo scrivano che sogna segretamente di uccidere il Napoleone di Paolo Virzì. Dodici mesi più tardi, la sfacciata interpretazione del fratellino fascista di Scamarcio in Mio fratello è figlio unico gli frutta un David come Migliore Attore Protagonista. Gira, poi, pesanti scene di nudo integrale nell'ostico Nessuna qualità agli eroi. Il 2008 lo vede cimentarsi nel conduttore radiofonico Marco Baldini, in Il mattino ha l'oro in bocca. Venditore dinamico in Tutta la vita davanti, eccolo tra gli Italians, trapiantati all'estero, di Giovanni Veronesi. Brillante allievo di giurisprudenza in Il passato è una terra straniera, Germano è un delinquente soprannominato "Quattro Formaggi" in Come Dio comanda. Riesce ad entrare nel cast stellare del musical Nine (2009) di Rob Marshall, riadattamento del felliniano 8 e ½. ½ È poi il protagonista dell'unico film italiano presente in concorso a Cannes 2010, La nostra vita di Daniele Luchetti. Filmografia (1993) Ci hai rotto papà (1999) Il cielo in una stanza (2000) Padre Pio (2000) Un medico in famiglia 2 (serie tv) (2001) Via Zanardi 33 (2001) Concorrenza sleale (2002) Respiro (2003) Liberi (2003) Ora o mai più (2003) Enzo Ferrari (film tv) (2004) Paolo Borsellino (film tv) (2004) Che ne sarà di noi (2005) Chiamami Salomè (2005) Padiglione 22 (2005) Melissa P. (2005) Quo vadis, Baby? (2005) Romanzo criminale (2005) Ti piace Hitchcock? (2006) N Io e Napoleone (2006) Sangue (2007) Mio fratello è figlio unico (2007) Nessuna qualità agli eroi (2007) Il mattino ha l oro in bocca (2008) Tutta la vita davanti (2008) Come Dio Comanda (2008) Il passato è una terra straniera (2009) Nine (2010) La nostra vita

10 Recensioni Gian Luigi Rondi - Il Tempo Ancora famiglie per Daniele Luchetti. Secondo una voga, del resto, ormai abbastanza diffusa nel cinema italiano. Questa Volta, però, a differenza di «Mio fratello è figlio unico» che si riferiva al passato, o comunque agli anni roventi del dopo 68, con uno sguardo decisamente rivolto al presente, anzi all attualità di questi nostri armi così contraddittori e turbati. Eppure si comincia con un idillio; Claudio ed Elena, giovani sposi con due figli piccoli, che si amano teneramente. Con un solo problema, la scarsità di denaro perché lui lavora in una impresa edile dove, nonostante un gestore corrotto, non cede un solo momento alle lusinghe di comportamenti disonesti e redditizi. Ma ecco che tutto si rovescia. La moglie muore di parto lasciandogli tra le braccia un terzo bambino e Claudio, per rifarsi e vincere il suo lutto, decide di far molti soldi ricorrendo addirittura a un ricatto per costringere il gestore dell impresa a concedergli in subappalto certi lavori nei cantiere. Contrae molti, debiti, sfrutta cinicamente con compensi in nero degli indifesi operai quasi tutti extracomunitari, ma, pur agli inizi vincendo, tira troppo la corda e rischierebbe il tracollo se non intervenissero parenti ed amici a metterlo in condizione di riprendersi. Sempre, però, passando sopra a qualsiasi principio di onestà. Lo lasciamo così, senza che intenzionalmente ci si dica se, mentre torna a godersi l affetto dei figli, una presa di coscienza possa metterlo in futuro su strade più giuste. Luchetti il testo se l è scritto con Rulli e Petraglia e, pur dando spazi, con tutta l attenzione possibile, a quel radicale mutamento di intenzioni e di gesti del protagonista, gli ha costruito attorno, con accenti colorati e felici, una galleria di personaggi solo in apparenza secondari, ma capace ciascuno di dare il suo contributo al procedere dell azione. Con pagine in cui poi la regia, quasi sempre guidata dalla macchina a mano, ha mostrato di saper alternare i ritmi più affannati e spesso anche angoscianti a pause di intensa emozione. Come la scena muta e distante in cui Claudio apprende la morte della moglie o quella, concisa ma intensa, che lo induce a svelare a un giovane sempre pronto a fidarsi di lui il suo colpevole silenzio su un incidente nel cantiere che aveva provocato la morte di suo padre. Qualche scompenso narrativo e una certa insistenza in situazioni solo marginali sono comunque riscattati da una interpretazione sempre salda e felice a cominciare da quella di Elio Germano, un protagonista di una gestualità e di una mimica mobilissime e prodighe di espressioni anche forti. Fra gli altri, Isabella Ragonese, la moglie, Raoul Bova, un fratello, Giorgio Colangeli, il gestore, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi.. Tuffi guidati con meditata sapienza. Michele Anselmi - Il Riformista Oggi in concorso a Cannes, unico film italiano in campo per la Palma d oro, e domani nelle sale. E La nostra vita di Daniele Luchetti, titolo altamente simbolico, che spiega molto se non tutto. Pur avendo inviato in extremis gli auguri, suoi personali e a nome del popolo italiano (sempre esagerato), il ministro Bondi difficilmente apprezzerà il film, peraltro valutato «di interesse culturale nazionale». Possibile, infatti, che trovi discutibile anche il punto di vista di Luchetti su quest Italia vorace e disonesta, tutta scorciatoie, piccoli e grandi strappi alla legalità. Del resto, nel suo memorabile scritto critico sul Giornale, il ministro non ha forse

11 sancito che il nostro cinema, tutto, è «pieno di pessimismo e di mestizia, incapace di raccontare grandi storie e grandi uomini, sempre alle prese con l infelicità e le recriminazioni di un Italia che viene rappresentata solo con il luogo della volgarità e della bruttura e del latrocinio»? Gli ha dato man forte il sottosegretario cinefilo Francesco Giro, per il quale - testuale - «nel cinema italiano si fanno solo film intimisti, fragili, stupidi e recitati male». In compenso, nel comunicato di ieri, Bondi auspica, promettendo la solita riforma a favore dei giovani e degli esordienti, «che il cinema sia libero da ogni condizionamento della politica e dello Stato». Con questo bel viatico, La nostra vita debutta sulla Croisette dopo l applaudita anteprima stampa di ieri sera. E sarebbe bello che il pubblico italiano rispondesse all appello di Luchetti: perché il film, prodotto da Cattleya insieme a Raicinema, è intenso, toccante, magari un po urlato, ma di sicuro non convenzionale o prevedibile. Spiega il regista: «Diciamo la verità, chi di noi non ha riverniciato o sistemato casa rigorosamente in nero, evitando fatture per risparmiare quattrini? Il protagonista del mio film lo fa perché l intero Paese lo fa». Appunto, la nostra vita, benché osservata da un punto di vista particolare: quella di un operaio edile trentenne, cioè Elio Germano, che vive nella periferia romana verso Tivoli, in uno di quei quartieri satellite, tutt altro che degradati, di sicuro lontani da una certa iconografia pasoliniana stile Accattone. Claudio, una passionaccia per il Vasco Rossi di Anima fragile eletto a filosofia di vita, aspetta il terzo figlio dalla moglie Isabelle Ragonese, amata e sessualmente desiderata. La loro è una vita tranquilla, complice, piena, senza affanni, fatta di serate davanti alla tv o sabati nei centri commerciali. Quando lei muore in sala parto, la vita crolla addosso all uomo. Incapace di reagire, di stringersi attorno ai figli, sposta il dolore verso la direzione sbagliata: fare quattrini, soddisfare ogni capriccio dei figli, cacciandosi in un impresa troppo grande per lui. «L unica cosa che devo elaborare... sono i soldi. Al giorno d oggi fa vedé è tutto», grida, nella preoccupazione della materna sorella Stefania Montorsi e del timido, pure imbranato, fratello Raoul Bova. Il film scandisce, con ruvide annotazioni d ambiente, questa sorta di discesa agli inferi: mollati i figli prima alla sorella e poi a un amica, l operaio si improvvisa piccolo padroncino, prende in sub-appalto la costruzione di una palazzina, si trova nei guai con gli operai immigrati professionalmente inadeguati, per rispettare i tempi di consegna si rivolge all amico pusher sulla sedia a rotelle Luca Zingaretti (irriconoscibile con baffi e capelli in stile Monnezza), resta comunque solo, alla fine non gli resta che ingaggiare «quelli di Frosinone», cioè carpentieri italiani super specializzati, quindi molto costosi, per salvare la situazione prima del disastro. Sostiene Luchetti: «La nostra vita è un film allo stesso tempo furioso e vitale. Stavolta mi sono preoccupato meno di alleggerire toni, non ho usato trucchetti per compiacere il pubblico, volevo raccontare l Italia attraverso lo sguardo di un personaggio non edulcorato, un operaio ambizioso, energico, disonesto». Insomma, il denaro - per acquistare oggetti, prenotare vacanze, esibire un certo status symbol - come antidoto a un dolore rimosso, col quale il giovane proletario non riesce a fare i conti. «Più che la storia delle sue difficoltà, è la storia di un Paese intero», suggerisce Luchetti. Magari esagerando un po. Ma certo in La nostra vita, scritto dal regista insieme a Rulli e Petraglia, ben recitato da una compatta squadra d attori riunita attorno alla fisicità febbricitante di Elio Germano (mai visto un Raoul Bova così inedito e misurato), è un film che sbriciola parecchi cliché, senza propone teoremi sociologici, neanche sulla condizione dura degli immigrati o degli italiani intrappolati nel culto dell avere, mettendosi, in una parola, al livello dei loro occhi, sposandone lo sguardo, anche quando irrompe l infamia di una morte bianca in cantiere. Poi, certo, è anche un film sulla paternità imperfetta, sulla sottrazione drammatica dell elemento femminile, sull incapacità

12 del protagonista di confrontarsi con i figli, se non sul piano dell emergenza. Pure sull incapacità di parlarsi. C è una frase chiave, detta dal giovane romeno al quale nessuno racconta la verità sulla morte del padre. «Cosa penso? Se lo sapessi non lo saprei spiegare, se lo sapessi spiegare tu non capiresti». Alessio Guzzano - City Un operaio forse non specializzato ma bravo. Neanche 30 anni, moglie, due figli più uno in arrivo, un solo stipendio. Ieri sarebbe stato un proletario, oggi è un aspirante borghese piccolo piccolo che vive in un trilocale di borgata romana, dove i centri commerciali hanno preso il posto delle piazze. Tuta giallorossa, sogna la Sardegna. Canta e battezza in nome di Vasco: a un inaspettato funerale ci fa tremare commossi (interpretazione da antologia). La sua anima fragile reagisce al lutto lanciandosi nell'ambizione. Ricatta, ottiene un subappalto, lotta con(tro) i suoi operai romeni («Sto a diventà io lo straniero vostro»), quasi ne adotta uno a cui non ha rivelato che suo padre è morto e seppellito in cantiere. S'indebita a strozzo dall'irriconoscibile Luca Zingaretti, crolla, risorge grazie alla famiglia e alla manodopera made in Frosinone: «Lavoramo a nero, semo ggente perbene noi». Non è cattivo, è avido rabbioso: è un figlio di buona donna, è un italiano. Una creatura dei meglio sceneggiatori tricolori Rulli&Petraglia. Non lascia vincere i figli alla Wii, ma sa tenerli vicino/vicino. Daniele Luchetti edifica un perfetto spaccato italiano. Unico film italiano a concorso in Cannes, uno dei film più italiani mai visti. Elio Germano è da tempo il miglior attore italiano. Lietta Tornabuoni - L'Espresso Parabola moralistica per un bel film caldo, affettuoso, di un realismo di grande naturalezza. La giovane famiglia di un operaio edile romano viene travolta dal dolore per la morte di parto della moglie ragazza; come per vendicarsi della sfortuna e della pena, lui si concentra sui soldi e sulle cose, si vuole piccolo imprenditore, non riesce; si indebita, fallisce, mentre le sue disavventure esemplificano rapporti e illegalità del settore; rinuncia e ritrova una serenità. Nulla di straordinario, ma tutto il film (l unico a rappresentare l Italia in concorso al Festival di Cannes) ha una vitalità e una schiettezza rare, commoventi. Vediamo il pusher, figura immancabile nella periferia quanto nel centro di Roma. È Luca Zingaretti, con i capelli lunghi sulle spalle: in lui nulla di torbido nè di oscuro, è un buon uomo e un buon amico, sa badare a un neonato, cucinare, prestare soldi. La banalità è bandita dal personaggio, cosi come è bandita dalla giovane coppia coniugale protagonista amorosa, vivace, sensuale, complice, o dai rapporti sinceri del padre con i figli bambini. Non sono banali i parenti né gli amici: la sorella troppo materna, il fratello Raoul Bova vigile urbano cauto e solidale, la grande nigeriana convivente del pusher, la straniera che sbuffa -sempre soldi soldi soldi, voi italiani non pensate ad altro», le domeniche a tavola nella casetta al mare, l interesse e l aiuto reciproco. Anche se la sceneggiatura di Rulli e Petraglia è solida, ben costruita (appena moralistica, si è detto), i pregi del film appartengono soprattutto al regista, al suo amore comprensivo per i personaggi, alla sua ricerca di verità non stereotipate, alla sua attenzione per ambienti popolari niente affatto ovvii. Gli interpreti ben scelti e ben diretti, oltre al protagonista perfetto Elio Germano, sono bravi; bisogna ricordare la grazia energica di Isabella Ragonese, giovane moglie troppo poco presente. Valerio Caprara - Il Mattino

13 Elio Germano, diventato celebre presso le persone che del cinema di solito se ne sbattono, ha dichiarato a Cannes di dedicare il premio di migliore attore ex aequo agli italiani che sono molto migliori della loro classe dirigente (ma quale, quella di sempre o quella degli ultimi 5, 10, 15 anni? E solo di quella nazionale o anche di quella regionale o municipale, metti della Campania come della Puglia, del Piemonte come della Toscana?). Intanto in «La nostra vita» interpreta con partecipata veemenza il ruolo di un italiano non proprio esemplare, portatore di comportamenti equivoci e pronto a tuffarsi in un mondo di compromessi e d'illegalità; un protagonista sin troppo carico sul piano simbolico, visto che deve incarnare l'inestricabile mix d'ingenuità e determinazione, onestà e furfanteria che caratterizzerebbe il ceto ex proletario in bilico tra lavoro nero e imprenditoria fai-da-te. Si può dire subito che il film di Daniele Luchetti non passa inosservato, ha una bella grinta e, soprattutto nella prima parte, dispone bene i suoi personaggi sullo sfondo di una Roma nient'affatto glamour ma neanche miserabile, un'enorme distesa di dignitosi conglomerati dove la nuova periferia senza identità cerca di mascherarsi da appagato quartiere residenziale. Claudio (Germano), marito e padre felice, è il perno dello spaccato drammaturgico perché proprio a lui capita la disgrazia che fa crollare il castello di carte sociale scatenandolo in un'ansia di riscatto basata sui soldi e i beni da mettere a tutti i costi disposizione dei figlioletti. Più che di neo-neorealismo, si tratta di un taglio teso, sincopato, attento, incollato ai volti e ai gesti come per catturarne il senso profondo, per cogliere nella loro apparente casualità il leitmotiv di paura e solitudine urbane, un po' sulla linea del cinema indipendente newyorkese a cavallo del 1970 che ha il suo nume tutelare in John Cassavetes. A poco a poco, però, il film inizia a spegnersi, a ripetersi, a ritrovarsi addosso l'ingombro di una sgradevolezza che doveva restare a carico di Claudio, della sorella in cassa integrazione (Montorsi), del fratello scapolo (Raoul Bova) e dell'inquietante vicino di casa Ari (Zingaretti). La sceneggiatura del duo storico Rulli-Petraglia esagera nel suggerire una serie di sottolineature inutili, pedanti e a tratti persino grottesche (il ragazzo rumeno che fa la lezioncina all'italiano cinico) che non servono a causa della loro sbrigatività didascalica: in Italia impera il consumismo, il culto dell'apparenza dilaga, la classe operaia non è più quella di un tempo e, anziché leggere i giornali o impegnarsi in politica, preferisce i raid di fine settimana nei centri commerciali. Il finale consolatorio rischia di lasciare tutti gli spettatori scontenti: i furiosi perché non picchia duro come «Draquila», i normali perché la troppa carne a cuocere sembra ancora cruda e anche un po' bruciacchiata. Paola Casella - Europa «C'è poco tempo e poco guadagno», avverte l'imprenditore edile (e ovviamente faccendiere) Porcari (nomen est omen) prima di affidare un cantiere a Claudio, l'antieroe di La nostra vita, con cui Daniele Luchetti ha partecipato in concorso al festival di Cannes. È questo il dramma dell'italia di oggi: lavori precari da svolgere in fretta e furia per cavarne il minimo indispensabile, perché, come dice Claudio (Elio Germano), «i soldi veri li fanno solo i figli de 'na mignotta». È questa realtà, raccontata ad altezza uomo attraverso un operaio "libero professionista" (ovvero uno che, non avendo uno stipendio, non emette fatture), il centro della nostra vita, come dice il titolo. L'altro centro, più vitale, più ricco di soddisfazioni, ma sempre più spesso chiamato a sostituire uno Stato assente, è la famiglia, qui raccontata attraverso una moglie innamorata (Isabella Ragonese) e tre figli maschi sotto i dieci anni, una sorella sposata in cassa integrazione (la bravissima Stefania Montorsi), un fratello scapolone (Raoul Bova, una sorpresa) dal cuore troppo gentile. «Questo è un

14 film che non ammette tradimenti: deve sembrare vita sempre», ha detto Luchetti alla presentazione stampa. E infatti questo sembra: vita, quotidiana, dolorosa, priva di coerenza, ricca di conversazioni non sequitur (i dialoghi, di Rulli e Petraglia come tutta la sceneggiatura, sono eccezionalmente realistici), di comportamenti ambigui e contradditori. Elio Germano è perfetto nel rendere questa coesistenza di brava persona e potenziale farabutto: è arrabbiato e frustrato al punto giusto per scollinare dalla parte del Male, ma riesce sempre a mantenere una traccia di umana dignità, dove riaffiora quell'orizzonte morale scomparso quando la moglie sparisce di scena e il ritratto delle donne ne La nostra vita, pur raccontato attraverso l'ottica maschilista di Claudio e compagni, è un ritratto di quotidiana invincibilità, di buon senso capace di resistere alle peggiori derive sociali, di profonda onestà («Noi non rubiamo», stabilisce Elena come regola base per marito e figli) Intorno ai nuclei familiari della storia quello di Claudio, ma anche quello della sorella Loredana, quello del vicino di casa Ari (Luca Zingaretti, irriconoscibile) e quello della vedova rumena (Alina Madalina Berzunteanu) di un "morto bianco" ruotano tanti maschi soli, da Porcari agli operai immigrati che svaniscono dal cantiere ogni volta che si avvicina una volante della polizia, alla manovalanza qualificata di Frosinone che compare in una scena chiave del film, a rappresentare un'altra virilità italiana: quella che, dopo essere stata professionalmente umiliata, si è organizzata e ha trovato un sistema per salvare lavoro e margini di profitto, senza uscire (troppo) dalla legalità. Perché alla fine quello che è in gioco, in questa Italia di quotidiane connivenze e piccoli crimini per la sopravvivenza, del «tutto s'aggiusta» e del «qualcosa me invento», è la figura paterna, messa a dura prova da una realtà lavorativa che depaupera il "capofamiglia" del suo ruolo tradizionale («Voi siete fatte per fare figli, è uno spreco mettervi a lavorare», dice Claudio guardando la moglie, e nel suo sessismo c'è una nota di nostalgia per una mansione perduta) minandone la capacità di fare da modello maschile per i propri figli. E poiché viviamo in un'italia dominata dal culto del denaro e del consumo "necessari" per mantenere le apparenze («In Italia vi piace far pensare agli altri che avete soldi», dice un extracomunitario, cui Claudio risponde, tronfio: «Oggi fa vedè è tutto»), Claudio tenta di recuperare terreno con regali costosi ai figli. Sarà un ragazzo rumeno (Marius Ignat, un non-attore meraviglioso nella sua naturalezza) a fargli presente che non tutto "s'aggiusta" soprattutto con i soldi. Nella sua capacità di ritrarre l'italia di oggi al suo minimo comun denominatore, La nostra vita ricorda il neorealismo italiano (citazione di Ladri di biciclette compresa). Finalmente qualcuno sta raccontando al cinema che la gente in Italia si vende gli ori di famiglia per pagare il mutuo, che le automobili sono comprate a rate, che i centri commerciali sono pieni di quasi-povera gente che cerca disperatamente di assomigliare alle famiglie felici della pubblicità. Qualcuno ritrae l'italia come è, non come ce la racconta il presidente del consiglio. E ci ricorda che, come ha detto Bruno Pupparo, il fonico di presa diretta per cui La nostra vita è stato l'ultimo film, «all'omini je puoi toje tutto, ma nun il lavoro».

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