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1 Y A L L A I T A L I A IL MENSILE DELLE SECONDE GENERAZIONI istockphoto WEB INTEGRATION La redazione di Yalla Italia questo mese ha puntato gli occhi aldilà delle frontiere. Per indagare sui network che stanno costruendo nuove comunità. E che combattono discriminazioni e tabù. Nei Paesi arabi come nei Paesi occidentali. Modelli di nuova organizzazione sociale che potrebbero essere imitati anche in Italia

2 34 EDITORIALE VIVERE LE DIMENSIONI DEL MONDO DI PAOLO BRANCA Una delle acquisizioni che ha contribuito in misura determinante allo sviluppo dell Occidente è stata sicuramente l incremento delle conoscenze sulla base di indagini obiettive e approfondite. Sarebbe un errore considerare tale conquista in contrapposizione alle certezze proprie della fede, come ancora spesso si sente purtroppo affermare. La sfida del cosiddetto multiculturalismo non potrà essere validamente affrontata senza attingere, con umiltà ma anche con determinazione, a tale dinamica di costante rigenerazione. Sorprendentemente, quanti si trovano in un certo senso in prima linea rispetto a tale fronte d impegno - come gli insegnanti, gli operatori sociali e gli stessi pastori - si trovano per lo più sprovvisti di ausili che li possano coadiuvare in tale difficile compito. Più in generale, nonostante il numero impressionante di iniziative che ad ogni livello vengono promosse su questa tematica, il nostro Paese dimostra preoccupanti carenze negli strumenti di base indispensabili alla formazione di quanti si trovano coinvolti in un simile fenomeno. I richiami alla vocazione mediterranea dell Italia restano vuote frasi retoriche, non soltanto inutili, ma potenzialmente fuorvianti, in quanto lasciano credere che la nostra posizione geografica possa garantirci da sé la capacità di assolvere adeguatamente un ruolo che richiede invece ben altre assunzioni di responsabilità. La stessa proliferazione di volumi sul fondamentalismo islamico seguita ai tragici attentati dell 11 settembre potrebbe risultare una cortina fumogena che maschera l assenza, nella nostra lingua, di testi di riferimento per una conoscenza almeno elementare del mondo in cui quegli atti di spaventosa violenza distruttrice sono maturati. Se si eccettuano alcune aree nelle quali l Italia è stata direttamente coinvolta durante il periodo coloniale, per la maggioranza dei Paesi arabi e musulmani non esistono studi organici, specialmente per quanto riguarda la storia moderna e contemporanea. Un Paese come l Egitto, nonostante sia il maggiore Stato arabo per popolazione e uno dei più importanti per le vicende recenti dell area mediorientale, continua ad essere considerato principalmente, se non esclusivamente, la patria dei Faraoni, quando non si riduce a venir identificato con le località balneari alla moda sulle coste del Mar Rosso. Le storie della letteratura araba sono da anni esaurite e non più ristampate... e si potrebbe continuare. L orientalismo italiano, che pure ha avuto in passato nomi di statura internazionale, è diventato l ombra di se stesso, così come le nostre sedi diplomatiche e gli istituti italiani di cultura si riducono spesso alla normale amministrazione. Lasciare alla buona volontà e all improvvisazione dei singoli la gestione di questo fenomeno dimostra una miopia e una leggerezza preoccupanti. Quel che maggiormente rincresce è la mancanza di consapevolezza che proprio in casa nostra, per un fortuito caso della storia o secondo gli imperscrutabili disegni della Provvidenza, passa il fronte dell incontro di due grandi tradizioni culturali e religiose chiamate nuovamente a confrontarsi. Che facciano parte del gioco anche il timore da parte degli uni di essere invasi e degli altri di essere assimilati è del tutto legittimo, ma si tratta di reazioni naturali al primo impatto che non possono e non devono esaurire il discorso. Anche la bella esperienza di Yalla Italia non può ridursi ad essere una sorta di valvola di sfogo di vissuti pur interessanti e sottovalorizzati. Ci siamo dati il compito di guardare oltre le nostre frontiere, non solo per imparare dalle buone pratiche altrui, ma anche per non ripetere possibili errori commessi altrove e più in generale per dare un respiro più ampio al nostro lavoro che si propone di mettersi al servizio di chi vuol conoscere, capire, agire in un contesto complesso ma affascinante dalla gestione del quale dipenderà il nostro comune futuro. CHI SIAMO Y A L L A I T A L I A Il coordinamento di Yalla Italia è curato da Martino Pillitteri. Hanno collaborato a questo numero: Lubna Ammoune, 20 anni, milanese di origine siriana. Studia farmacia. Ouejdane Mejiri, 32 anni, tunisina. Insegna al Politecnico Susanna Temimi 24 anni, italopalestinese. Laureata in Lingua Araba e Politica Internazionale Akram Idries: 25 anni, madre egiziana, padre sudanese. Studente in Gestione del Costruito Ouissal Mejri: 29 anni, Dottoranda in Studi Teatrali e Cinematografici Rassmea Salah: 25 anni, laureata in studi islamici all Orientale di Napoli Sara Hejazi: 31 anni, nata in Iran Lavora presso il CESMEO Randa Ghazy: 22 anni, di origine egiziana. Ha pubblicato 3 libri Karim Bruneo: 23 anni, Master in Economia e Politiche Internazionali Karima Moual: 28 anni, di origine marocchine. Fa la giornalista. Layla Joudè: 24, di origine siriana. Studente di lingue e comunicazione Rasha Athobiati: di origine marocchina. Attivista per i diritti umani.

3 35 NERTWORK/1. GRANDE FERMENTO PER IL PREMIO EMWI BUSINESS, ARTE, MEDIA. DONNE MUSULMANE SPRINT DI LUBNA AMMOUNE ei una donna musulmana? Credi di essere un esempio positivo per la società? Promuovi cambiamenti propositivi e innovativi nel contesto locale, nazionale e/o transnazionale? Contribuisci in maniera costruttiva alla vita pubblica? Vivi in Europa? Allora sei perfetta per rientrare nei requisiti dell Emwi - European Muslim Women of Influence. Sono affluite parecchie nomine, ma ce n è ancora bisogno. Non essere umile e sottoscrivi il tuo nome». Questo è l invito che dall estate scorsa gira in rete e lo si può trovare su riviste, giornali e blog. Si tratta di un appello dell Emwi, una nuova iniziativa che onora e premia le donne musulmane europee. Questo è il primo anno e l idea è sostenuta da un network, il Cedar, che ha il compito di connettere diversi ruoli incarnati in figure da considerarsi modelli dinamici in e per l Europa. L iniziativa, che nasce a Salisburgo, in Austria, è trasversale e comprende tutti i livelli: si parla di donne che si occupano di business, arte, media, volontariato e settori pubblici. Celebrando il loro successo, la lista e i premi che verranno loro conferiti hanno lo scopo di far conoscere una nuova realtà. Secondo la giuria che valuterà le nomine, è importante per tutti gli europei, musulmani e non, assumere la consapevolezza del loro contributo sociale ed economico e fare in modo che si diversifichi la rappresentazione e la rappresentanza di queste donne nel mainstream. Seguendo delle nomine pubbliche, raccolte attraverso una piattaforma online, questa giuria selezionerà dieci finaliste da annunciare all evento del Cedar «S DI RANDA GHAZY Nawal è una così. Una al cui confronto, Galileo Galilei era un uomo di Chiesa. Cioè, una donna tenace ed estremamente sensibile ai diritti umani, ma talvolta incapace di moderazione. Un suo recente articolo pubblicato sul quotidiano egiziano Al Masri Al Youm, poi ripreso dall interessante sito Arab Reform Initiative, dice papale papale: la religione è un fatto privato. Se ne deve stare lontana dalla vita pubblica, fuori dalla costituzione, dallo Stato, dall educazione, dalla cultura, dai media, e da tutte le leggi, incluso il codice di famiglia. Però. Spingendosi oltre, afferma anche che la religione non va ereditata dai propri genitori. E conclude celebrando la fondazione del Global Solidarity Movement for Secular Society, uno strumento globale per salvare globalmente uomini e donne da leggi ingiuste, imposte in nome di Dio e della religione. Psichiatra, attivista, femminista, scrittrice, un mucchio di qualifiche ammire- È il primo anno che viene rilasciato questo riconoscimento alle figure femminili più dinamiche. L idea è sostenuta da un network, il Cedar, che ha il compito di connettere diversi ruoli incarnati in figure da considerarsi modelli dinamici in e per l Europa PROTAGONISTA. Malalai Joya, afghana. Su di lei, il docu «Enemis of Happiness» Le donne europee musulmane rappresentano una realtà demografica dinamica e giocano un ruolo vitale in un ampio range che comprende le sfere culturale, economica, professionale e sociale. Spesso non riconosciute e negativamente LA GRANDE NAWAL CI DICE LA COSA GIUSTA Egiziana, Al-Sa dawi è donna tenace ed estremamente sensibile ai diritti umani, talvolta incapace di moderazione. Ma il suo invito a mobilitarsi ci riguarda molto da vicino... voli per definire una donna che si fa simbolo, fautrice di battaglie infinite, coraggiosa all inverosimile. Al-Sa dawi si è resa conto di qualcosa che forse noi italiani, spesso campanilisti un po per vocazione, non capiamo fino in fondo o non riusciamo ad applicare veramente: bisogna lavorare insieme. A livello globale ed insieme locale. Il mondo islamico è una polveriera, sostiene la petizione del neonato movimento. Eh già, ce n eravamo accorti. Un Saddam, un Ahmadinejad, qualche finto moderato a cui ormai bisogna tenere insieme ritratte come vittime di violenze culturali, soggette a restrizioni in termini di codice d abbigliamento e considerate a volte poco istruite, gli sforzi positivi e lo spirito di conquista che invece mostrano nel loro quotidiano rischiano di essere messi in secondo piano. E invece sono proprio queste donne ad essere la chiave per un innesco innovativo che sia l avviatore per un cambiamento in Europa. Emwi ha come obiettivo quello di valorizzare questa dinamica poco conosciuta attraverso la conoscenza delle diverse comunità. Mettendo in rilievo queste potenzialità, e solo in questo modo, si potrà generare una cultura di successo e di leadership. Una delle priorità è quella di elevare l aspirazione professionale e la conquista sia nel contesto delle comunità privilegiate che in quello delle comunità maggiormente emarginate e creare una nuova immagine delle donne musulmane nei media. La chiave è quella di promuovere iniziative di network e opportunità per mostrare esperienze e pensare di concretizzare progetti nel futuro prossimo. Che sia una donna leader, una visionaria, una pioniera o comunque un innovatrice e in un certo senso una fonte d ispirazione, questa ha i requisiti per rientrare nella lista delle nomine e se arriverà tra le finaliste potrà ottenere una vetrina mediatica di grande rilievo e parteciperà a eventi con grandi personalità del mainstream. L idea di istituire un premio per merito con questi criteri è innovativa e sarebbe interessante aspettare l evento per vedere la provenienza delle nomine. In Italia abbiamo donne di questo spessore? E più in generale, esiste la mentalità di trovare sponsor per iniziative come quella dell Emwi, capaci di creare vere e proprie sinergie? Saremmo anche noi in grado di attuare un organizzazione come quella descritta e assumere una mentalità d impresa simile? i pezzi a furia di lifting, e poi mancherebbe solo Jack lo squartatore. Una morale forte, opprimente, che detta la vita delle persone. C è sempre qualcuno pronto a dirti come vivere la vita, anche se non ti sei mai sognato di chiederglielo. Un insopportabile e patriarcale misoginia, che riduce le donne a oggetto da regolare, punire, sistemare, addobbare, insomma tutti quelli che passano hanno diritto di parola, tranne la diretta interessata. E infine una libertà d espressione monca, parziale, finta, stucchevole, a volte celebratissima e proprio per questo finta come le sopracciglia di Moira Orfei: in modo così evidente, suvvia. Contro tutte queste piaghe, è giusto pensare di muoversi in modo concertato, globale, univoco. È giusto pensare ad un movimento transnazionale e carburato da menti intellettuali, consapevoli, fervide. Nawal dice, nel suo pezzo: «Oggi in Iran una donna morirà. Si chiama Sekineh, verrà lapidata. È una cosa che dobbiamo condannare a livello locale e globale». È vero, grandi rivoluzioni vengono da grandi movimenti, e se un intellettuale egiziana che vive negli Stati Uniti lo decide, perché non deciderlo anche noi, giovani menti europee. Perché non creare anche noi, il nostro network. Oltre a Jack lo squartatore e alle sopracciglia di Moira Orfei esiste qualcos altro, siamo noi, le nostre esperienze e le nostre vite e la comprensione di quello che il mondo islamico ha bisogno, e infine la nostra presenza, più o meno casuale, in un continente che dà spazio per qualsiasi rivendicazione: a patto di sapere cosa si vuole, come ottenerlo, e di lavorare, giorno per giorno, per raggiungere la meta. Perché come dice la grande Nawal, e senza dubbio, «il silenzio è un crimine».

4 36 CERCANDO LAVORO. UN PICCOLO CASO EMBLEMATICO... EUROARABI? SI DORME TROPPO DI AKRAM IDRIES Èsabato mattina. Mi arriva un che da un lato mi gratifica ma dall altro mi fa incavolare. «Ciao Akram, sono un dipendente del ministero degli Esteri (di un grande Paese anglosassone). Ci siamo incontrati a una conferenza in Europa. Ti scrivo per portare alla tua attenzione un organizzazione che penso possa essere di tuo interesse, e ti incoraggio a contattarli. Ritengo fortemente che il tuo background, il tuo profilo e il tuo talento possono essere utili alla loro mission. E loro potrebbero dare una mano alle tue aspirazioni. L organizzazione, Cedar, è una rete composta da professionisti europei musulmani. Lanciata un anno fa, attualmente conta diverse decine di iscritti. La rete Cedar è stata creata per sostenere e favorire lo sviluppo professionale dei suoi membri e migliorare l accesso alle opportunità di carriera per i musulmani più giovani, valorizzando e aumentandola vi- Perché quando si tratta di sviluppare qualcosa che riguarda il nostro futuro professionale, noi musulmani non riusciamo mai ad essere coesi ed efficaci, risultando spesso inefficienti? sibilità dei musulmani modello di successo», firmato Ivan, Ufficio di presidenza degli Affari europei ed euroasiatici. Dopo aver letto la mail, ero veramente soddisfatto e contento della dritta e fiero del fatto che dei giovani musulmani europei si siano impegnati per la creazione di un network di interscambio intellettuale e professionale. A frenare il mio entusiasmo è stata però una sensazione di delusione e quasi di rassegnazione. Come mai le reti più importanti, le organizzazioni più prestigiose, sono presenti e lavorano al di fuori dei confini arabi e di quelli italiani? Perché è stato un non arabo, un non musulmano e non un fratello euroarabo a mettermi in rete con Cedar? Perché devono essere sempre gli stranieri a darci una mano per fare network e creare qualcosa di valore? Ma soprattutto: perché noi musulmani quando si tratta di sviluppare qualcosa che riguarda il nostro futuro professionale, non riusciamo mai ad essere coesi ed efficaci, risultando spesso inefficienti? Ci manca creatività, spirito di iniziativa e attitudine pratica nel risolvere i problemi. Pensiamo di più al passato che al futuro. Siamo più concentrati a risolvere i problemi legati al passato che a investire energie propositive per produrre qualcosa di nuovo. Sono le idee innovative, i contatti, le reti che riusciamo a creare, i passepartout al nostro futuro prospero. Non dovremmo pensare solamente alle tematiche di integrazione sociale, cosa che per noi 2G ha quasi poco senso perché in un modo o in un altro ci arriveremmo comunque. Dovremmo invece concentrarci sulla creazione di un network efficace e professionale di talenti coraggiosi, dinamici, e pratici che passano dai bei proclami alla realizzazione di progetti e alla produzione di cultura e di reddito. Basta lamentarsi del fatto che le cose non vanno sempre bene, basta lagnarsi che i governi non ci danno retta; rimbocchiamoci le maniche, prendiamo esempio da Cedar e le altre organizzazioni di network professionali. Basta piangersi addosso. E allora networkizziamoci. CONTRO LA DISCRIMINAZIONE. UN NETWORK VIA INTERNET PER DIFENDERE I DIRITTI GAY E LESBICHE, L ARAB COMMUNITY DI LAYLA JOUDE «Bint el nas», ovvero figlie del popolo, così è stato chiamato il sito internet progettato per rispondere ai bisogni delle donne che do si definiscono lesbiche, bisessuali e transessuali e che appartengono etnicamente o culturalmente al mondo arabo, a prescindere dal luogo in cui vivono. Uno spazio di comunicazione su internet, creato da donne lesbiche arabe grazie ai finanziamenti del Queer Cultural Center di San Francisco. Uno dei tanti esempi di network nato al di fuori del mondo arabo ma che, attraverso il nome, mostra un legame con la cultura d origine di queste donne, che infatti scrivono per la maggior parte in arabo, raccontan- È nata negli Stati Uniti, ma si sta diffondendo in tutti Paesi musulmani. Iran compreso... le loro storie di sofferenza e discriminazione, attraverso un linguaggio di metafore, agendo sulla realtà e provando a cambiarla attraverso il potere della lingua, facendo sentire la propria voce. Uno dei problemi riscontrati dai creatori di questa innovativa rete di comunicazione è l impossibilità di esprimere la propria identità attraverso la lingua araba, che non possiede termini positivi per indicare i rapporti emotivi e sessuali tra due persone dello stesso sesso. Per questo motivo il sito propone una sorta di vocabolario, volto a creare una nuova terminologia positiva, o almeno neutra, che vada a sostituire le accezioni negative esistenti nella lingua araba. La scoperta interessante visitando questo sito, è che la più antica organizzazione creata a proposito, la Gay and Lesbian Arabic Society, nata nel 1988 negli Stati Uniti, ha come principale scopo «promuovere un immagine positiva dei gay e delle lesbiche presso le comunità arabe di tutto il mondo». La Gay and Lesbian Arabic Community è a dir poco vasta e si dirama in altri Paesi: Homan si rivolge ai gay e lesbiche dell Iran; Aswat alle donne lesbiche palestinesi; Kelma invece è nata in Francia nel 1997 e si rivolge ai gay di origine maghrebina attraverso un affollata rubrica di annunci personali e una rivista specifica on line. Kelma organizza inoltre particolari serate in discoteca, diventate ormai un evento mondano non solo per la comunità maghrebina di Parigi. Difficile immaginarsi eventi simili in Marocco, per esempio, o in Siria, eppure dobbiamo ammettere che ci troviamo davanti ad una realtà sicuramente vasta e molto organizzata, che rivendica la propria identità araba, e che chiede con fermezza il rispetto dei diritti umani, combattendo contro la discriminazione basata sull orientamento sessuale. L DI KARIM BRUNEO e domande e i dubbi sulla capacità di creare reti ed instaurare rapporti privilegiati tra popoli geograficamente adiacenti o culturalmente e linguisticamente affini sorgono spontanee e sono lecite, assieme al pessimismo e alla tristezza che germogliano davanti a tragedie che scoppiano per motivi futili e in un contesto dove la violenza e l odio dovrebbero sempre e comunque lasciare spazio allo spettacolo e alla sportività. Paradossalmente, i sentimenti nazionalisti e patriottici sembrano, talvolta, non prevalere in altri settori più appetibili ma lasciano spazio alla volontà dei governi di Paesi appartenenti alla stessa regione di cooperare per la generazione di valore aggiunto condiviso. È il caso dell economia e del commercio e l esempio delle Q.I.Z. (Qualifying Industrial Zones) in Medio Oriente è emblematico in quanto, oltre ad apportare benefici di ordine finanziario e sociale, mira a porre forti basi economiche al processo di pace israelo-palestinese. Le Q.I.Z. sono distretti industriali e zone di libero scambio istituite a partire dal 1996, in collaborazione con Israele, in Giordania, Palestina ed Egitto, al fine di trarre vantaggio dagli accordi commerciali tra Usa e Israele. Il programma siglato nel 2004 tra il Paese delle piramidi e Israele prevede il libero accesso nel mercato statunitense dei beni prodotti all interno di tali Q.I.Z., che incorporino il 35% di valore DI AMICO IN AMICO aggiunto egiziano, di cui l 11% di origine israeliana, senza limitazioni tariffarie o di quota. Israele offre, LA PACE CRESCE pertanto, materiali per la produzione di capi di abbigliamento all Egitto che, grazie al basso costo della SENZA BADARE ALLE FEDI manodopera locale, può incrementare la sua quota di export verso gli Usa di prodotti tessili e beneficiare degli impatti sociali in termini di occupazione, soprattutto delle donne. Le reazioni dell opinione pubblica egiziana alla sigla del patto commerciale sono state contrastanti a causa dei valori insiti - che vanno oltre il commercio e toccano serie questioni di politica -, tuttavia gli accordi di cooperazione segnano indubbiamente un notevole cambiamento di rotta nei rapporti diplomatici tra i due Paesi mediorentali. Emerge, così, come l intraprendenza a livello economico e commerciale può davvero rappresentare una best practice di volontà di realizzare dei network, che gli agenti sociali, economici e politici dovrebbero seguire e imitare. Non serve alimentare il distacco e le contrapposizioni tra leader e popolo, troppe volte immagine di ignoranza e manifestazione di violenza, bensì adoperarsi al fine di raggiungere un equilibrio di cui tanti Paesi arabi purtroppo ancora non godono e che può intellettualmente essere raggiunto tramite una logica molto semplice di cooperazione: il successo del mio vicino può corrispondere anche al mio.

5 37 STORIE DI SUCCESSO. UN SITO CHE HA VINTO LA SUA SFIDA ALTMUSLIM.COM, AL SERVIZIO DELLA COMUNITÀ GLOBALE DI SARA HEJAZI Zahed Ahmanullah è il codirettore del sito in lingua inglese altmuslim.com Il sito, che gestisce con il fratello Shahed, è diventato uno spazio virtuale innovativo di idee e interpretazioni all interno della galasssia dell Islam in Nord America. La visibilità garantita dal sito ha permesso a Shahed di essere proclamato uno dei 500 pensatori musulmani più influenti del mondo. YALLA ITALIA: Si può parlare di una comunità musulmana internazionale, che si rifà idealmente all idea di umma islamica, nel presente? ZAHED AHMANULLAH: Io penso che progressivamente la comunità islamica mondiale stia in realtà diventando sempre più piccola, grazie in parte a internet e alla possibilità di una comunicazione diretta tra i musulmani di tutto il mondo. Per i musulmani gli aspetti di vita quotidiana e sociale, religiosa e politica di altri correligionari stanno diventando sempre più familiari, e questo rende le differenze tra musulmani sempre più ridotte mentre rinforza il loro senso di comunità globale, quindi, potremmo dire, di umma islamica. Le idee nuove si diffondono più velocemente e dinanzi a questo fenomeno i percorsi di vita più tradizionali possono soccombere. La formazione di una cultura musulmana globale e moderna diventa sempre più veloce; e, se si tratta di una cultura stabile e costruttiva, tutti noi potremmo trarne beneficio. YALLA ITALIA: I blog servono o sono sfoghi personali? AHMANULLAH: Se curati bene, i blog possono divenire una fonte di guadagno. Il sito altmuslim guadagna abbastanza dalla pubblicità per riuscire a pagare gli autori per i loro articoli e per tutti i costi di mantenimento del sito. In questo senso, altmu- Zahed Ahmanullah è alla testa di questo sito aperto che sta conoscendo un grande successo e che riesce a reggersi economicamente grazie alla qualità dei contenuti proposti. «Gli unici che non vanno, neanche dal punto di vista economico, sono i blog degli ultrareligiosi» slim si è poi evoluto da blog ad una più tradizionale rivista online, che piace a chi vuole pubblicizzare. Ad ogni modo il nostro sito è più un sito di notizie che non un blog religioso. A dire il vero i blog religiosi fanno più fatica a guadagnare da pubblicitari laici, a cui non piacciono i contenuti religiosi. Inoltre le imprese gestite da musulmani sono forse ancora troppo immature dal punto di vista commerciale per poter sostenere blog musulmani con guadagni per la pubblicità. YALLA ITALIA: Qual è quindi l intento principale di un sito come altmuslim? AHMANULLAH: Beh, quello di influenzare, producendo informazione, tre aree di interesse: i media tradizionali; il governo; le organizzazioni islamiche mainstream. Offrendo un quarto tipo di approccio a questioni contemporanee, speriamo di guadagnarci la fiducia di tutte e tre le aree menzionate e di creare connessioni tra di esse, considerando che tradizionalmente sono antagoniste tra loro. Oltre a ciò vorremmo fornire una piattaforma a scrittori che vogliano mostrare il loro lavoro e lavorare come analisti, sia con noi che con i media mainstream. YALLA ITALIA: Quali sono le prospettive per i musulmani che vivono in Occidente? AHMANULLAH: La comunità islamica che vive ad Ovest troverà il suo equilibrio proprio qui, così come hanno fatto migranti e nuove religioni per generazioni. Quanto questo processo sarà indolore dipende dalla nostra capacità di adattamento e anche dalla capacità delle comunità preesistenti a riadattarsi. In alcuni Paesi, come gli Usa, questo processo sta avvenendo più rapidamente; forse con nuovi mezzi di comunicazione, le comunità musulmane possono imparare le une dalle altre per trovare ciascuna l equilibrio nel Paese ospitante. DI SUSANNA TAMIMI Così il celebre poeta palestinese Mahmoud Darwish descrisse la terra nella quale venne alla luce: una terra che, ancora oggi, rimane fatta di concordati disattesi, guerre e sconcertanti silenzi. Sessantuno anni ci dividono dalla nascita dello Stato d Israele. Milioni i dispersi intorno al mondo. Milioni i palestinesi nati nella terra dell esilio, a nord, a sud, a est e ad ovest. Sono loro il futuro di una terra che non c è. Sono loro i giovani palestinesi. Ma come possono queste seconde o terze generazioni trovare un alternativa ai confini nazionali e mantenere viva una propria identità palestinese? Come è possibile costruire un Paese che non c è? La risposta giunge veloce da un gruppo di palestinesi di seconda generazione: bisogna creare un network, una rete capace di espandersi e unire tante voci. Un gioco di passaparola, ricerche online e tanta buona volontà. Con questi ingredienti nasce nel 2004 il Palestinian Youth Network (PYN), un network di palestinesi tra i 18 e i 35 anni residenti in diverse aree del mondo. Comincia con pochi membri GIOVANI PALESTINESI DI TUTTO IL MONDO, METTIAMOCI IN RETE Il Palestinian Youth Network raccoglie ragazzi tra i 18 e i 35 anni. L obiettivo: creare cultura e consapevolezza. Per una good global governance... che si adoperano per realizzare nel 2006 il primo incontro del PYN a Barcellona. In 30 si recano a quest appuntamento per porre i primi tasselli di un puzzle mondiale. Provengono da otto Paesi: Italia, Francia, Svezia, Siria, Libano, Palestina, Spagna e Stati Uniti. Alcuni parlano arabo, altri no. Alcuni si sentono musulmani, altri respingono il pensiero di un identità religiosa. Non tutti sanno cosa accadde esattamente prima e dopo il 1948, ma tutti hanno ascoltato nonni e genitori raccontare ed è la forza di questi racconti a mantenere vivi i legami con un luogo in molti casi mai visto. È il potere di questi racconti a riportare questi giovani nel 2007 a Parigi. Con loro, altri 90 coetanei. Cinque continenti raggiungono Parigi sventolando la bandiera della Palestina e lì vi trascorrono una settimana all insegna di corsi di Storia del Medio Oriente, dibatti politici e discorsi sull identità. Chi è palestinese? Che lingua parla il vero palestinese e a chi rivolge le proprie preghiere? Tanti i dubbi e molteplici le divergenze, ma l incontro del PYN si conclude con uno statuto, un comitato organizzativo e dei progetti per il futuro. Nascono in quell occasione il PYN Media Committee, con il compito di tradurre documenti e divulgarli in ognuno dei Paesi membri, e il progetto «Speaking tour» ovvero la raccolta e la pubblicazione delle testimonianze di palestinesi in diaspora. La prossima estate avrà luogo un nuovo incontro nel quale si aprirà la «Scuola per young palestinian leaders» (corsi di politica, storia, dialettica e media), tenuta e gestita da brillanti accademici palestinesi di Oxford, Cambridge e le migliori università del mondo. Molti rimangono gli ostacoli linguistici, culturali e politici da superare, ma tutti i membri concordano sulla necessità di rimanere uniti indipendentemente da lingua, cultura, religione e residenza, per mantenere viva una nazione che non c è. Incombe il muro in Terra Santa e soffoca tutti coloro che lo circondano. Si spezza il dialogo e muore la speranza la strada del PYN è solo all inizio. Se sarà un esempio di good global governance o se rimarrà sepolto da tante parole, questo sarà solo il tempo a dircelo. Per ora, ciò che possiamo apprendere da questa esperienza è l importanza di non sentirci burattini senza possibilità di agire. È necessario che noi, giovani di seconde generazioni e non, scendiamo in campo e lottiamo per creare un sistema alternativo a quello di barriere e confini. Cominciamo a sentirci noi stessi membri di un popolo senza terra per una terra fatta di tanti popoli. E, a quel punto, e solo a quel punto, saremo capaci di volare insieme sopra ogni confine.

6 38 IL FUTURO CHE CI ATTENDE. IN VIAGGIO A MALAGA, PENSANDO A MILANO SOGNANDO UNA MOSCHEA IN VIA MONTENAPOLEONE DI RASSMEA SALAH La meta del mio ultimo viaggio è stata Màlaga e da curiosa quale sono ho voluto esplorare il mondo spagnolo delle seconde generazioni di origine araba. E dove mai avrei potuto incontrarle se non nella moschea della città? L idea di recarmi lì inizialmente mi incuteva un po di timore visto che sono abituata al panorama italiano (sale di preghiera collocate in ex magazzini o in ex garage). Ma, come spesso accade, quando si hanno zero aspettative, si rimane sempre positivamente sorpresi. Giunta a destinazione, infatti, mi si è presentata davanti una grande moschea bianca, con un elegante cupola e un alto minareto. Quando sono entrata, poi, sono rimasta senza fiato: marmo bianco ovunque, arabeschi in stile marocchino, preziosi e morbidissimi tappeti, un denso profumo di pulito e una silenziosa atmosfera di pace. C erano addirittura enormi bagni adibiti al rito delle abluzioni, con tanto di sgabelli e quanto necessario. Non potevo crederci! Lì ho conosciuto alcune ragazze spagnole di origine marocchina che, vedendomi così sorpresa, mi han consigliato di visitare anche le moschee di Fuengirola e Granada. Seguito il loro consiglio, ciò che più mi ha sbalordito era che fossero entrambe affollate da turisti che cercavano di scattare foto ovunque, persino nella sala interna, anche se c era una preghiera in corso. L entusiasmo di quei turisti mi ha fatto pensare alla presenza delle moschee in Europa e dopo aver fatto qualche ricerca ho scoperto che in Europa i luoghi di culti islamici sono circa 10mila: la Germania conta ben 66 moschee (200 sono at- Marmo bianco ovunque, arabeschi in stile marocchino, preziosi e morbidissimi tappeti, un denso profumo di pulito e una silenziosa atmosfera di pace... UNO SCRIGNO. La grande moschea Sheikh Zayed, ad Abu Dhabi tualmente in costruzione) e quasi sale di preghiera. In Francia queste ultime sono circa e in Inghilterra quasi 2mila. Non è una questione solo numerica ma anche qualitativa: le moschee in Europa sono belle, decorose, sono strumenti di integrazione e di dialogo fra le comunità islamiche e le amministrazioni locali. E, non da ultimo, sono dei punti di riferimento importanti per la città di cui riescono a diventarne un icona - proprio come le cattedrali o le sinagoghe storiche - attraendo così una fetta non trascurabile di turismo che va ad incidere sul pil della città e sulla sua attrattiva. Qual è la situazione in Italia? Due moschee e 260 sale di preghiera, circa. Tralasciando i numeri (ridicoli in confronto agli altri Paesi europei) in Italia manca soprattutto un discorso qualitativo. Spesso le sale di preghiere sono collocate in quartieri periferici e fanno scendere i prezzi delle case che le circondano piuttosto che valorizzarne l area, come accade per esempio in viale Jenner o in zona Maciachini a Milano. Quando ero a Màlaga mi sono spesso chiesta come sarebbe Milano se avesse tante piccole, accoglienti, decorose, moschee, non solo per i fedeli ma anche per la cittadinanza e soprattutto per i turisti che vengono a visitare la città. Ho immaginato un itinerario della città che comprendesse, tra le tappe del Duomo e di San Siro, anche la grande moschea di Milano, oggetto di attrazione turistica (e perché no, anche di business) a livello nazionale ed europeo. Ho sognato ad occhi aperti una moschea milanese che facesse concorrenza alla London Central Mosque Trust, o alla Grande Mosquée de Paris, o ancora alla Great Mosque Brussels-City. O che fosse invece la prima tappa di un tour europeo di moschee per far conoscere ai nostri concittadini i veri luoghi di culto islamici (e non i surrogati magazzini o garage). Una moschea, insomma, che fosse all altezza di una città come Milano che ospiterà l Expo 2015 e che possa sorprendere non solo i ricchi sceicchi degli Emirati che la visiteranno - abituati a pregare poggiando la fronte su tappetini dai fili d oro - ma soprattutto i cittadini milanesi che rimarrebbero spiazzati dall atmosfera e da quella spiritualità. E spero che quella moschea dei miei sogni, quando verrà il giorno in cui la costruiranno, possa essere collocata in una zona centrale di Milano, circondata da negozi di qualità, da impeccabili servizi, e da quella accogliente atmosfera che solo gli arabi sanno creare. DI RASHA ATHOBIATI In Marocco succede quello che mi sarei aspettata dai musulmani di 2G europei. Il limite della libertà di fede all interno della società musulmana è un tema ormai ricorrente sui titoli della stampa marocchina. È un tema delicato. Forse, un tasto dolente che i giovani marocchini riescono a fare emergere abbastanza spesso. Durante lo scorso Ramadan ha fatto tanto scalpore l iniziativa di un gruppo di giovani capeggiati da un tal Zineb Elghazaoui, giornalista del settimanale Journal Hebdomadaire e membro dell organizzazione Movimento alternativo per la difesa delle libertà individuali: questi ha rotto pubblicamente il digiuno alla stazione ferroviaria di Mohammedia. Zineb si è messo a mangiare in pubblico mentre gli altri schiattavano di fame per chiedere, a modo suo, l abrogazione dell articolo 222 del Codice penale marocchino. Tale legge proibisce ai musulmani di rompere il digiuno durante le ore di sole in un luogo pubblico, salvo la pena da uno a sei mesi di carcere e un ammenda da 12 a 200 dirham. La bravata ha convinto altre persone a unire le forze e a fare rete su Facebook con la creazione del gruppo Mali, che in dialetto marocchino significa: «cos hai da rimproverarmi?». Attualmente conta iscritti. Il Consiglio provinciale degli Oulema di Mohammedia nel suo comunicato stampa ha affermato che non può tollerare questo attentato pubblico alla religione. Il Partito della Rinascita e della virtù ha invece affermato, tramite il deputato Abdelbari Zemzmi, che «questi giovani hanno di fatto emesso un appello pubblico alla rottura TUTTI IN RETE PER LA LIBERTÀ ANTI DIGIUNO Un gruppo di giovani marocchini capeggiati da un giornalista, Zineb Elghazaoui, sono usciti allo scoperto contro la legge che punisce chi mangia in luogo pubblico durante il Ramadam. E hanno sfondato su Facebook del digiuno e hanno cercato di provocare i sentimenti dei cittadini marocchini reclamando la loro libertà individuale. Non è un fatto di libertà perché la vera libertà si ferma dove inizia la libertà degli altri». Il tema della libertà è recentemente balzato alle cronache grazie alla cover di novembre del magazine Femmes du Maroc, una rivista molto seguita dal ceto medioalto borghese del Marocco. La copertina ritrae Nadia Larguet (produttrice/presentatrice della trasmissione per bambini Entract sul canale privato marocchino 2M) incinta e nuda, con la mano sinistra che copre il seno e la destra appoggiata sul ventre arrotondato. La fotografia è stata scattata sul modello della celebre immagine di Demi Moore, datata 1991, per la rivista americana Vanity Fair. La foto ha creato imbarazzi e accese discussioni che sono ancora in atto. Il Marocco appare, ormai, un terreno fertile per una visione riformista della libertà personale che riguarda il vivere la fede in pubblico. Secondo il sociologo Khaled Fouad Allam, «nel mondo musulmano c è una specie di lunga notte, di buio dal Cinquecento fino ai primi anni del Novecento. In questi secoli il mondo musulmano, possiamo dire, non arriva più a produrre, non arriva più ad avere una distanza critica fra la rivelazione e la produzione di un ambito filosofico in grado di definire la libertà stessa. Un lungo silenzio che ha impedito l evolversi e il crearsi di un autonomia della libertà e di un nuovo individualismo. E il Novecento è la storia proprio della riconquista di questo spazio di libertà che, come noi vediamo, è spesso combattuto all interno dell Islam, attraverso il radicalismo islamico. È ciò che sta all origine di tutte le contraddizioni che attraversano oggi il mondo islamico contemporaneo». A mio parere, per poter conquistare questo spazio di libertà in un ambiente impregnato di tradizioni, è necessaria una rete di persone che possano promuoverlo all interno di tutti Paesi musulmani e non. E forse, noi giovani di seconda generazione nati e vissuti in Europa, dobbiamo prendere la responsabilità di iniziare questo percorso.

7 39 QUELLA VOLTA IN FRANCIA. CAMMINARE INSIEME PER FAR CAPIRE CHE COSA SI SOGNA MARCIANDO, C EST PLUS FACILE DI OUEJDANE MEJRI Camminare non fa bene solo alla salute, ma se fatto in gruppo permette anche di far passare un forte messaggio in un modo pacifico. Il 3 dicembre 1983, qualche decina di beurs (arabi di seconda generazione) partiti da Marsiglia, insieme ad altre decine di migliaia di persone, arrivavano a Parigi pieni di aspettative e di speranze di un riconoscimento della loro identità e della loro volontà d integrazione. La Marcia dei beurs rimane nelle memoria e nella storia dell immigrazione in Francia come la prima presa di posizione dei giovani di seconda generazione delle banlieue francesi. Il 1983 fu un anno rude per gli immigrati in Francia. Da una parte l estrema destra francese ebbe un successo elettorale inaspettato alle comunali sbandierando slogan razzisti e anti arabi. Dall altra parte, la lista dei giovani di origine magrebina uccisi, dopo colluttazioni con le forze dell ordine, nelle cité andava crescendo. I termini cité e banlieue si riferiscono alle città-dormitorio costruite negli La marcia dei beurs rimane nella memoria e nella storia dell immigrazione in Francia come la prima presa di posizione dei giovani di seconda generazione delle banlieue francesi. Era il IN MARCIA. Immigrati in Francia anni 50 attorno ai principali agglomerati francesi per dare alloggi popolari principalmente agli immigrati nordafricani e africani giunti in Francia dalle ex-colonie durante la fase di ricostruzione post bellica. Il quartiere delle Minguettes, nella periferia di Lione, che due anni prima è stato teatro delle prime sommosse dei quartieri periferici francesi, conosce un nuovo dramma: il giovane Toumi Djaïda è ferito da un poliziotto. È proprio lui, insieme a padre Christian Delorme, sacerdote del quartiere, che propone una lunga marcia, ispirata a Ghandi e Martin Luther King. Sono in 32 a partire il 15 ottobre da Marsiglia, una persona sola li accoglie a Salon-de-Provence, prima tappa della marcia. Ma saranno mille a Lione e dopo km, circa 100mila a Parigi ribadendo lo slogan «Vivere insieme, con le nostre differenze, in una società solidale». Una delegazione fu anche ricevuta all Eliseo dal presidente Mitterrand che si è dimostrato sensibile alle istanze dei manifestanti. Questa marcia ebbe grande effetto 25 anni fa ma oggi i problemi dei ghetti della periferia continuano a mutare e le condizioni dei ragazzi di terza e quarta generazione non sono molto cambiate rispetto ai tempi dei loro genitori. Tante lezioni sono da imparare da come sono state articolate le azioni delle istituzioni e degli immigrati stessi per evitare che oggi in Italia si raggiunga un comunitarismo cieco oppure un islamofobia spiccata. Una marcia è bella quando i suoi risultati sono memorabili. Mi piace ricordare la Marcia dei Re, giunti da Oriente a Gerusalemme, con doni preziosi per il Bambino Gesù, il re dei Giudei che era nato. Un percorso devoto guidato da una stella profetica. «NI PUTES NI SOUMISES». QUANDO LEI ALZA LA TESTA S Il modello di una organizzazione francese nata da donne per difendere le donne musulmane. Ci vorrebbe in Italia... DI KARIMA MOUAL ono donne emancipate, ma non per questo vogliono essere considerate delle puttane, perché sono donne di cultura araba ma di adozione francese. Ma l altra etichetta che si portano addosso è quella di donne musulmane, ma loro non vogliono essere considerate e trattate da sottomesse per questo. Vogliono essere donne e basta, donne libere, le figlie dei musulmani di Lalla Francia, (la signora Francia) come lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, chiama la Francia nel suo ultimo romanzo, dal titolo L ha ucciso lei, che racconta il conflitto tra padri e figli. Tra un padre legato al Paese d origine e i figli che ormai sono francesi, che vedono il loro futuro solo in Francia e che si innamorano e si sposano con francesi. Conflitti e violenza, degrado e discriminazione: è questo il male che affligge una parte della comunità araba francese delle banlieue, della periferia, dove anche in questo caso è la parte femminile a pagarne il prezzo più alto. La violenza e la discriminazione verso le donne è purtroppo un fenomeno mondiale, che si insidia soprattutto in quelle società maschiliste e istituzionalmente patriarcali, visibili legislativamente in alcuni Paesi, mentre in altri, considerati società moderne ed occidentali, riescono facilmente a mimetizzarsi. Ma le donne di cui parliamo non sono donne del terzo mondo, sono donne arabe che vivono in Occidente, sono nate in Occidente. Sono europee ma purtroppo ancora oggi faticano a conquistarsi diritti, tutele, libertà e rispetto, riuscendo così a condividere poco quel che le altre donne occidentali sono riuscite a conquistarsi con il tempo e le battaglie. E in Francia c è chi si è mosso nella direzione giusta, a partire dallo slogan. «Ni putes ni soumises», né puttane né sottomesse. È questo il nome del movimento femminista nato nel 2003, proprio da quelle figlie di Lalla Francia, figlie degli emigrati maghrebini, che non ci stanno a sopportare violenze e discriminazioni, denunciano l oscurantismo dila- gante e le tradizioni patriarcali che sono state la causa di matrimoni forzati e di violenze subite per mano di fratello o padre, marito o fidanzato, solo per voglia di emancipazione e libertà. Vanno poi oltre e denunciano anche il degrado e l insicurezza, presente in alcuni quartieri, molte volte abitati dai soli stranieri. Il movimento nasce dalla morte di una ragazzina di 17 anni, bruciata viva dal suo ex ragazzo. «Ni putes ni sumises» oggi ha quasi 40 comitati in tutta Francia, oltre a quelli in Spagna, Svezia, Olanda, Svizzera, Marocco, Algeria e Stati Uniti d America. Nel 2007, attraverso il discorso dell allora vicepresidente Sihem Habchi (oggi presidente), tenuto a New York, al movimento è stato concesso lo status consultivo presso l Onu che gli consente di essere un partner sulla scena internazionale. E in Italia? Nel nostro Paese purtroppo le violenze ci sono. Le famiglie musulmane in Italia sono numerose e in crescita, e il conflitto che hanno vissuto i figli di Lalla Francia stanno iniziando a viverli anche i figli di Lalla Italia. Come li si aiuta e li si può proteggere? La ricetta vincente per riuscirci non è sicuramente facile da trovare, ma creare un rete di sensibilizzazione come quella nata in Francia può essere un buon inizio. E il vuoto di questa rete che non c è in Italia, si è manifestato ai nostri occhi con la morte di Sanaa che ha avuto, come al solito quando succedono fatti di cronaca riguardanti persone di origine straniera, un grande spazio mediatico ma violento contro un intera comunità, senza capire in profondità e senza pregiudizi come aiutare queste nuove famiglie di prima generazione che stanno crescendo e che per forza si trovano in conflitto, non solo perché si risvegliano vedendo i propri figli diversi da sé, ma perché anche disorientate in un progetto d integrazione sbagliato, perché sono ancora invisibili, ma diventano un caso solo quando accade il dramma. VIVA LA BEUR TV: LÌ CI GUARDIAMO ALLO SPECCHIO D DI OUISSAL MEJRI urante il trasloco trovo una scatola che conteneva delle vecchie cassette audio. Addio trasloco! Sono i Dubmatique. Il cantante è di madre canadese e padre camerunese. Loro hanno sperimentato un linguaggio musicale chiamato verlan, che funziona attraverso la pronuncia delle parole francesi al contrario. Trovo anche un libro intitolato N zid scritto dall algerina immigrata in Francia Malika Mokeddem. Racconta le vicende di una giovane ragazza che si sveglia in mezzo al Mediterraneo senza memoria. Il tema implicito del testo riguarda le dinamiche dell identità, un tema che per gli immigrati e le seconde generazioni è delicato, cruciale e più importante di quanto la società civile e i media tradizionali fanno passare nelle loro analisi superficiali e propagandistiche. Ma all estero non è così. Il tema dell identità sta trovando il suo spazio nei nuovi media; i diretti interessati stanno utilizzano dei canali per esprimere e far capire alle società europee il loro punto di vista. Il regista-produttore francese Emmanuel Soler, per esempio, ha prodotto una sitcom sulla vita dei cosiddetti Beurs (termine francese slang per connotare gli immigrati nordafricani) in Francia. Una serie televisiva andata a buon fine s intitola Bin O Bine (Tra e Tra). È stata scritta da autori francesi ed algerini. Da sitcom che si rispetti, è stata ideata per far divertire il pubblico ma anche aprire le menti e far riflettere. È stato un successo immediato. La serie è stata trasmessa sul canale televisivo mediterraneo Beur Tv, il primo canale televisivo privato operativo dal 2003 per il pubblico francese di origine magrebina che vive in Francia. Con 5 milioni di telespettatori al giorno, Beur Tv ha vinto la sua sfida con il mercato tradizionale e monoculturale. Dopo la tv è nata anche la radio: Beur FM fa da cassa di risonanza sonora ai programmi del fratello maggiore televisivo. beurtv.over-blog.com

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