LA FILIERA DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

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1 LA FILIERA DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE Il fair trade ci fa vedere come la scelta etica di una minoranza cosciente di consumatori del Nord possa migliorare le condizioni di vita dei produttori dei Sud del mondo. Tonino Perna Fair Trade

2 COS E L EQUO E SOLIDALE Il commercio equo e solidale nacque molti anni prima rispetto alla sua scoperta da parte del grande pubblico, avvenuta negli anni 80 del secolo scorso. Nel 1800 nacquero in America le prime realtà di commercio solidali come la "Free Produce Society", fondata da Thomas M'Clintock, che aveva lo scopo di commercializzare solo prodotti che non sfossero stati ottenuti dallo sfruttamento di schiavi. Dopo la seconda guerra mondiale vi fu un successivo sviluppo di questi commerci ad opera di organizzazioni noprofit di natura religiosa, che commercializzavano prodotti dell artigianato proveniente dalle nazioni in via di sviluppo. Nel 1960 vi fu una svolta nel commercio equo e solidale, durante la conferenza UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) del 1968 a Delhi, dove viennn coniato il motto Trade Not Aid ovvero la richiesta di un commercio equo che garantisse la dignità dei paesi emergenti anziché un aiuto verso dei paesi poveri. Nel 1980 il mercato dell artigianato equo e solidale raggiunse una fase di stasi, ponendo alle organizzazioni la necessità di ripensare il loro modello di business e differenziarsi nell offerta al consumatore. La risposta fu un aumento dell offerta di beni agroalimentari che rapidamente si affiancarono ai manufatti per volumi di vendite arrivando a superarli in breve tempo. I primi scambi di prodotti agricoli erano caffè e tè, seguiti rapidamente da frutta secca, cacao, zucchero, succhi di frutta, riso e spezie. Il principale prodotto che sostenne il mercato fu però il caffè, che da solo riescì a coprire fino al 50% delle vendite dei prodotti (Dati International Fair Trade Association). A questa forma di commercio, una volta ottenuto il suo spazio sul mercato, si presentò il problema di espandere la distribuzione senza compromettere la fiducia dei consumatori nei prodotti del commercio equo e solidale. Una soluzione è stata trovata nel 1988, quando la prima etichetta Fairtrade è stata avviata su iniziativa di un ecumenico olandese. La certificazione indipendente ha permesso di portare la merce al di fuori delle botteghe, raggiungendo i supermercati e quindi un segmento di consumatori più grande, aumentando le vendite del commercio equo in modo significativo. La nascita di un etichettatura ha consentito sia ai clienti che ai distributori di monitorare l'origine dei prodotti e verificare che gli effettivi beneficiari del prezzo pagato fossero i produttori e non la catena di distribuzione. Dal lato dei produttori, l'iniziativa Max Havelaar, ha offerto loro un prezzo equo per le produzioni, significativamente al di sopra del prezzo di mercato. Il 1997, successivamente, vide l'istituzione della Fairtrade Labelling International (oggi FLO), l'associazione mondiale di marchio per il Commercio Equo, che ne stabiliva gli standard internazionali. Inizialmente i diversi marchi di prodotti fairtrade (Havelaars Max e Transfairs) avevano i propri standard ed i propri sistemi di monitoraggio. Nel 1994, grazie ad un processo di convergenza tra gli organismi di certificazione, iniziato con la costituzione di un gruppo di lavoro Transmax, si è assistito alla creazione della Fairtrade Labelling Organizations International (FLO) nel FLO è un'organizzazione la cui missione è quella di definire gli standard Fairtrade e regolarne la certificazione. Nel 2002 la FLO ha lanciato un nuovo marchio di certificazione Fairtrade internazionale, con la finalità di migliorare la visibilità del marchio sugli scaffali dei supermercati, facilitare gli scambi transfrontalieri e semplificare le procedure di esportazione. Nel gennaio 2004, la FLO è stata divisa in due organizzazioni indipendenti: FLO International, che stabilisce gli standard Fairtrade e fornisce sostegno alle imprese produttrici, e la FLO-CERT, che controlla e certifica le organizzazioni di produttori. Lo scopo della divisione è stato quello di garantire l'imparzialità, l'indipendenza del processo di certificazione e la conformità alle norme ISO 65 per gli organismi di certificazione dei prodotti.

3 Nel corso degli anni si sono sviluppate molte altre organizzazioni che, pur perseguendo le stesse finalità, presentano differenze nella gestione o negli strumenti adottati. Una di queste è la World Fair Trade Organization (WFTO), nata dalla International Federation of Alternative Traders (IFAT) nel Questa associazione racchiude 324 organizzazioni distribuite su più di 70 paesi. I membri sono cooperative di produttori, società di esportazione di marketing, importatori, rivenditori, reti nazionali e regionali del commercio equo e solidale. A livello europeo è presente anche la European Fair Trade Association, un associazione olandese istituita informalmente nel 1987 e formalizzata nel Raggruppa 11 importatori del commercio equo e solidale attivi in 9 paesi europei: Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Sono membri dell'efta: Ctm Altromercato, Gepa3 Fiera Handelshaus e Traidcraft. Sebbene la realtà del commercio equo e solidale sia ben consolidata tutt ora manca una definizione univoca e riconosciuta a livello globale. Una definizione valida è quella fornita da F.I.N.E., un'associazione informale di quattro reti commerciali internazionali del mercato equo e solidale le cui iniziali compongono l acronimo (Fairtrade Labelling Organizations, International World Fair Trade Organization, Network of European Worldshops e l European Fair Trade Association): il commercio equo e solidale è un partenariato commerciale basato sul dialogo, sulla trasparenza e sul rispetto, che cerca una maggiore equità nel commercio internazionale. Esso contribuisce allo sviluppo sostenibile, offrendo migliori condizioni commerciali ed assicurando i diritti dei produttori e dei lavoratori, atori, soprattutto del sud del mondo. Le organizzazioni di commercio equo e solidale, supportate dai consumatori, sono impegnate attivamente per sostenere i produttori, promuovendo modifiche delle leggi e delle pratiche del commercio convenzionale. Sebbene e questa definizione sia abbastanza ampia da inglobare gli intenti di tutte le associazioni che lavorano nel commercio fairtrade, differenze negli strumenti e nelle finalità dei singoli enti non permettono la realizzazione di una definizione unica. Gli attori del commercio equo e solidale sono: I produttori: si tratta generalmente di piccole organizzazioni (familiari o con struttura cooperativa) localizzate in aree svantaggiate dei paesi del sud del mondo. Caratteristica comune di queste realtà è la difficoltà icoltà di inserimento all interno del mercato tradizionale. Questa filiera fornisce la possibilità di trovare un nuovo sbocco commerciale, garantendo

4 una tutela sia sul prezzo che sul ritiro della merce. In cambio il produttore deve adottare tecniche di produzione che siano sostenibili sotto l aspetto ambientale e sociale. I trader: sono i soggetti, spesso associazioni, che si occupano materialmente del trasporto delle merci. Hanno un ruolo fondamentale perché generalmente il produttore non avrebbe i mezzi per compiere questa operazione. I distributori: sono le organizzazioni che vendono i prodotti nei mercati occidentali o si occupano della distribuzione ai supermercati. Oltre a questo ruolo commerciale se ne affianca uno più culturale come la sensibilizzazione delle persone alle tematiche sociali coinvolte. Gli enti di certificazione: la presenza di una certificazione assicura al consumatore che il prodotto risponde a dei requisiti ben precisi, definiti all interno di un disciplinare. L ente di certificazione effettua un controllo iniziale al produttore per assicurarsi che risponda ai requisiti del disciplinare e se vi è una conformità viene rilasciata la certificazione su pagamento di un corrispettivo. Ogni anno il produttore è tenuto a rinnovarla ed è sottoposto a regolari visite ispettive. Non sempre però la filiera è organizzata in modo così complesso: piccole associazioni che effettuano commercio equo e solidale coprono più ruoli allo stesso tempo. Questa autoreferenzialità genera un conflitto di interessi che può portare dubbi nel consumatore riguardo alla reale validità di un prodotto che ha come certificatore lo stesso soggetto incaricato del trade. Altro punto critico della gestione della filiera è la difficile valutazione di prezzo equo che dovrebbe essere corrisposto al produttore. Sebbene è stabilito che la cifra debba garantire uno standard di vita dignitoso al produttore, questo concetto è vago e spesso varia tra le stesse associazioni dedite al fairtrade. IL LAVORO NEL SETTORE TESSILE Nel 2005 è terminato l Accordo Multifibre, che regolava gli scambi tessili a livello internazionale, lasciando il settore in balia del libero mercato ed alla competizione sfrenata. A seguito di questa liberalizzazione si è assistito al lento ma progressivo spostamento di molte aziende dai Paesi industrializzati alle aree più povere del mondo. Le ragioni che hanno portato a questo allontanamento sono principalmente di natura economica anche se vi se ne aggiungono altre importanti come la minore pressione legislativa nei Paesi in via di sviluppo sulle questioni ambientali. In questi nuovi siti di produzione (Cina, India, Pakistan, Thailandia, Bangladesh, Malesia, ecc.) il basso costo della manodopera, correlato spesso alla violazione dei diritti dei lavoratori, permette alle aziende di mantenere basso il costo di produzione e quindi di ottenere maggiori profitti. Questa ricerca del ribasso nei costi di produzione ha portato a condizioni insostenibili per buona parte dei lavoratori del settore, costretti a sottostare ad orari di lavoro massacranti per salari al limite della sussistenza. Si tratta dei nuovi working poors (poveri che lavorano), individui che anche lavorando 12 ore al giorno ma rimangono in uno stato endemico di povertà. Le condizioni disumane dei lavoratori comportano anche la violazione di diritti ritenuti fondamentali dall International Labour Organization, come la libertà di associazione e contrattazione collettiva, che rappresentano lo strumento di base per poter difendere tutti gli altri diritti. Ma per capire a fondo come sia articolato il processo si deve andare nei luoghi di massima produzione del settore, oggi rappresentato dalle Export Processing Zones (EPZ, ovvero zone

5 industriali di esportazione). L Organizzazione del lavoro definisce le EPZ come "zone industriali con incentivi speciali, istituite per attrarre gli investitori stranieri, in cui i materiali importati subiscono un certo grado di elaborazione prima di essere riesportati". Queste aree rappresentano il picco della globalizzazione: milioni di persone che lavorano in zone specificamente destinate alla trasformazione per la successiva esportazione in tutto il mondo. Dal 1970 le EPZ, conosciute anche come maquilas, sono diventate importanti strumenti di politica economica: i Paesi più poveri cercano di attirare gli investitori stranieri con incentivi finanziari ed un ambiente normativo liberale, in cambio della creazione di occupazione e di proventi da esportazione. Molte EPZ si sono evolute a partire da spazi già adibiti a questa pratica, come i porti ed i magazzini specializzati nella produzione per l'esportazione. In alcuni casi, però, lo stato di EPZ viene concesso non solo a spazi geograficamente definiti ma anche alle singole imprese che operano sul territorio nazionale, come ad esempio accade nelle Mauritius ed in Madagascar. In questi stati viene consentito alle aziende, situate sulle loro isole, di beneficiare delle condizioni agevolate indipendentemente da dove siano situate. C'è stata una rapida crescita del numero di EPZ nel corso degli ultimi tre decenni dal momento che enti importanti, come il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, le hanno promosse come una soluzione per i paesi economicamente arretrati per sviluppare le loro economie, creare occupazione, ed ottenere proventi dall esportazione. Rimangono però forti dubbi riguardo ai reali benefici che queste zone possono offrire: per loro stessa natura, le EPZ, garantiscono un investimento precario, che rischia di lasciare il paese senza preavviso qualora fossero in offerta altrove condizioni più favorevoli per la produzione. Per le aziende, l investimento nelle zone di esportazione, risulta particolarmente vantaggioso grazie ad una serie di incentivi che vengono offerti, principalmente: Franchigia doganale sulle materie prime destinate all esportazione; Facilitazioni burocratiche; Flessibilità delle leggi sul lavoro, a volte con completa esenzione dal diritto nazionale; Generose agevolazioni fiscali a lungo termine, quali la rinuncia all imposta sul valore aggiunto. Sebbene alcune zone franche sono aree industriali ben gestite, la maggior parte delle zone deve il suo successo all attrattiva che offrono verso una diversa classe di imprese. Si tratta di aziende che realizzano il loro successo grazie allo sfruttamento di manodopera a basso costo. Queste aziende operano prevalentemente nei settori industriali caratterizzati da una forte concorrenza e caratterizzate da un ciclo di vita del prodotto piuttosto breve, come l elettronica o la moda fast fashion. In queste EPZ i lavoratori, soprattutto giovani donne assunte tramite agenzie private, sono costrette a condizioni disumane, in cui non sono garantiti: - Pagamenti equi, - Liquidazione, - Contratti scritti, - Indennità di malattia, - Orari di lavoro non superiori alle 8 ore,

6 - Condizioni di lavoro secondo le norme di sicurezza. I datori di lavoro sono più propensi a favorire le donne per le mansioni di routine nelle industrie tessili, caratterizzate da un basso livello di tecnologia e da un alta richiesta di manodopera. Questo avviene perché alcuni considerano le donne più disciplinate e laboriose rispetto ai loro colleghi maschi, anche se spesso la motivazione è da trovare nella minore paga percepita e nella migliore possibilità di controllo. I tempi di consegna stretti ed il basso valore a cui viene ceduta la merce incoraggiano i datori di lavoro a sottopagare i lavoratori e a costringerli a lavorare oltre l orario pattuito. La retribuzione di base è frequentemente il salario minimo ed il lavoro straordinario, obbligatorio in alcuni casi, non viene nemmeno retribuito. La blanda applicazione delle leggi sul lavoro e la mancanza di ispezioni da parte di responsabili esterni all azienda portano alla sistematica violazione delle normative su sicurezza e salute. La mancanza di servizi igienici e le restrizioni sul loro uso, al fine di non rallentare i ritmi di lavoro, sono un motivo di seria preoccupazione. IL COTONE EQUO E SOLIDALE Le fibre che vanno a costituire gli abiti possono avere differenti origini: Fibre di origine chimica: si dividono in artificiali, cioè ottenute dalla manipolazione chimica di una materia prima vegetale, e sintetiche, ovvero ottenute dalla sintesi di molecole organiche semplici a partire da sostanze chimiche inorganiche o organiche; Fibre di origine naturale: vegetali o animali. Più della metà degli abiti che indossiamo (60% circa) appartengono alla prima categoria, quelli composti da fibre naturali rappresentano la minoranza. Il cotone è la fibra naturale più importante poiché da sola copre la maggior parte delle fibre naturali in commercio. Le varie specie di cotone (Gossypium spp) appartengono alla famiglia delle Malvacee e crescono in un ampio range di condizioni climatiche (regioni temperate, subtropicali e tropicali). Nonostante l ampia diffusione, è una pianta molto esigente sia di nutrienti che di acqua. In questo arbusto alto circa 50 cm la fibra è contenuta nella capsula che ha una forma a goccia tondeggiante nell'estremità inferiore. All'interno della capsula ci sono da 5 ad 8 semi su cui si sviluppa la fibra. Quando la capsula è matura si apre lungo le quattro linee di sutura, mostrando il batuffolo di cotone costituito dai peli unicellulari che avvolgono i semi. La fibra del cotone è composta per il 95% da cellulosa pura ed è una fibra morbida, leggera ad alta igroscopicità. La raccolta delle capsule può avvenire manualmente oppure mediante l utilizzo di apposite macchine; a seguito della raccolta viene effettuata la sgranatura ovvero la separazione della lanugine dal seme. In questa fase si ha un notevole calo del peso: da una tonnellata di cotone contenente semi si ottiene solamente 400 kg di fibre. Il cotone pulito viene pressato in balle che andranno alla filatura e successivamente alle fasi di tessitura e confezionamento dei capi. La produzione del cotone trova uso in molti settori: l abbigliamento copre solo il 60% delle richieste mentre il restante viene impiegato nell arredamento (33%) e nei prodotti medici e per l igiene personale. Anche i sottoprodotti come i semi trovano impiego grazie al loro alto contenuto in olio, mentre il panello residuo della spremitura viene impiegato come alimento zootecnico. I possibili metodi di coltivazione del cotone spaziano dall agricoltura intensiva alle nuove forme di agricoltura alternativa, nello specifico troviamo:

7 - Agricoltura tradizionale: basata su alti input sia chimici che energetici, questa tecnica ha visto la sua massima espressione nella coltivazione del cotone geneticamente modificato per la resistenza agli insetti; - Agricoltura biologica: mediante l adozione di un approccio sistemico, la coltivazione del cotone viene inserita in una rotazione che include altre colture; - Lotta integrata: questo metodo si pone ideologicamente a metà dei primi due e prevede la possibilità di ricorrere alla chimica solo quando diviene necessaria (superamento di soglie di danno). Nel mondo il cotone è prodotto in diversi paesi, ma con grandi differenze sia in termini di tecnica che economici. Mentre negli Stati Uniti d America troviamo produttori con appezzamenti medi di 800 ettari, in Africa occidentale ci sono 2 milioni di produttori con appezzamenti di 1.5 ettari. La minore meccanizzazione delle coltivazioni poste nei Paesi in via di sviluppo portano a costi di produzione decisamente inferiori vista l economicità della manodopera rispetto al costo dell innovazione tecnica adottata negli USA. Per ovviare alla scarsa competitività del cotone americano il governo stanzia annualmente sovvenzioni all agricoltura permettendo così di abbassare il prezzo, in una logica che esce dagli equilibri del mercato ed aggrava una lotta già impari. Vista questa insostenibilità sia ambientale che sociale della coltivazione del cotone, serve di ripensare la filiera. Un esperienza concreta atta ad invertire questa tendenza è la nascita di varie forme di commercio equo e solidale del cotone, tra cui troviamo: - Assisi Garments: una compagnia di suore francescane ha avviato in india una lavorazione di cotone biologico al fine di dare lavoro a ragazze disabili e sordomute, utilizzando i proventi per lo sviluppo dell azienda oltre che per azioni caritatevoli; - Sabahar: commercio di seta tinta con colori naturali dall Etiopia al fine di fornire un reddito equo ai lavoratori; - Thai Tribal Craft: nata da una fondazione cristiana attiva in Thailandia, riunisce lavoratori di 7 tribù montane del nord che creano 60 tipologie di prodotti (borse, strumenti musicali, cesteria, tessili..); - WSDP: donne nepalesi appartenenti alle fasce più emarginate che lavorano accessori vari (borse, artigianato, ecc) che vengono tessuti e confezionati a mano, l associazione offre alle proprie dipendenti borse di studio per i figli, aiuto in caso di malattia ed altri servizi sociali. Le certificazioni fairtrade del cotone non pongono come requisito l adozione del sistema di coltivazione organo-biologico. Spesso però i prodotti presentano entrambe le certificazioni, per poter usufruire non solo dei vantaggi che ciascuna offre, ma dell effetto sinergico delle due. LA CAMPAGNA ABITI PULITI Clean Clothes Campaign nasce ad Amsterdam nel 1989 con lo scopo di difendere i diritti dei lavoratori che operano nel settore tessile. Questa campagna internazionale, di cui Abiti Puliti è la coalizione italiana, ha portato alla luce i problemi del settore, dando voce ai lavoratori sfruttati, spesso donne e bambini, e sensibilizzando l opinione pubblica. Abiti Puliti è attiva su 15 paesi europei ed opera in collaborazione con 250 organizzazioni sparse per il mondo, prevalentemente organizzazioni non governative. La campagna si sviluppa attraverso quattro livelli di attività, coinvolgendo i diversi attori: 1. Fare pressione sulle aziende affinché adottino politiche di Responsabilità Sociale;

8 2. Sostenere i lavoratori anche mediante l aiuto ai sindacati ed alle organizzazioni non governative che si occupano della condizione dei lavoratori; 3. Fare formazione ed informazione verso i consumatori; 4. Agire sulle istituzioni per creare leggi che tutelino i lavoratori e fornire protezione legale a quest ultimi. Le iniziative di Abiti Puliti, svolte a livello internazionale, hanno portato molte aziende ad adottare "codici di condotta", un elenco di regole da seguire per portare la responsabilità sociale nella loro attività. Questi obiettivi non sarebbero stati raggiunti senza la partecipazione attiva dei cittadini che, interessati dalla tematica, hanno firmato le petizioni ed adottato una maggiore consapevolezza negli acquisti. La presa di coscienza del valore etico dietro ad operazioni quali il riutilizzo degli abiti o l acquisto presso negozi specializzati in prodotti fairetrade ha portato ad un inizio del cambiamento di rotta nel settore tessile. BIBLIOGRAFIA G. P. Barbetta (2006). Il commercio equo e solidale in Italia, Ricerca su Il commercio equo e solidale. Analisi e valutazione di un nuovo modello di sviluppo. Università Cattolica del Sacro Cuore. R. Dalla Rosa (2011). Vestiti che Fanno Male. A chi li indossa a chi li produce. Editore Terre di Mezzo

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