economia LA VOCE & finanza La crisi europea? Ha già 10 anni IL PUNTO di Viviana Ban Colosso da 434 miliardi di business Walmart compie 50 anni

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1 LA VOCE DEL POPOLO Colosso da 434 miliardi di business Walmart compie 50 anni Cinquant anni fa, nel 1962, un ignaro Sam Walton aprì il primo Walmart a Rogers, nell Arkansas. Un inaugurazione destinata a stravolgere le abitudini dei consumatori di tutto il mondo. Perché in un paio di decenni si sarebbe affermato un modello di vendita completamente nuovo, quello del centro commerciale. Per quanto gli shopping mall sembrino essere oggi destinati a scomparire o, nella migliore delle ipotesi, a reinventarsi di fronte a una rivoluzione dei consumi dettata dall e-commerce, è indubbio che il successo dei negozi Walmart abbia cambiato il mondo. Queste le dieci variabili del successo. Prezzi bassi: un idea insita nel dna di Sam Walton. Convinto che per avere successo gli sarebbe bastato vendere prodotti di uso comune a una manciata di dollari in meno rispetto ai concorrenti. Tutto l anno, non soltanto nel periodo dei saldi. Ampia offerta: la possibilità di vendere in un unico grande negozio più prodotti possibili, per velocizzare gli acquisti e fidelizzare il cliente. Background uniforme per la vendita al dettaglio: creato allestendo centri commerciali più o meno uguali nella prima periferia delle metropoli e dei piccoli centri. Più o meno esplicito disinteresse per le esigenze della forza lavoro: un evoluzione legata alla necessità di mantenere i prezzi di vendita più bassi possibile e facilitata dall opportunità di espansione ed esternalizzazione nei paesi in via di sviluppo. Collaborazione con i fornitori: per informarli in tempo reale sull andamento delle vendite e creare sempre più opportunità per ottimizzare i costi. Promozione del Culto Walmart : Sam Walton è riuscito a ispirare generazioni di manager e lavoratori. Anche dopo la sua morte, nel Gestione influenzata dai dati: fondamentali per conoscere le abitudini dei consumatori e modificare le strategie aziendali. Cultura del consumo superfluo: l inevitabile conseguenza della strategia di Walmart di vendere più prodotti possibili a prezzi stracciati. Sostenibilità: pensata come sinonimo di efficienza, per essere produttivi creando meno scarti e sprechi possibili. Una strategia non sempre apprezzata dagli ambientalisti. Il potere del collegamento tra produttori e consumatori in ogni angolo del pianeta. Consolidato cavalcando l onda della globalizzazione. I numeri hanno dato ragione a Walton. Il suo impero gestisce un giro d affari di 434 miliardi di dollari, negozi, 2,1 milioni di impiegati e 140 milioni di clienti alla settimana. E anche se il destino dell ecommerce pare essere quello di stravolgere questo modello proprio come ha fatto Walmart col sistema di vendite al dettaglio ad esso precedente, la sua storica impresa resterà per sempre una delle più grandi novità che hanno plasmato l America e il mondo negli ultimi cinquant anni. IL PUNTO di Viviana Ban economia & finanza Anno VII n. 279 Giovedì, 26 luglio 2012 La crisi europea? Ha già 10 anni I leader europei, a differenza dell ex presidente americano George Bush (padre), non hanno mai avuto un rapporto difficile con la visione d insieme. Hanno sempre saputo come volevano che fosse il loro continente. Ma avere una visione e tradurla in pratica non è la stessa cosa. E in questo secondo frangente i leader dell Unione europea si sono regolarmente dimostrati inadeguati. Il problema è che esistono due approcci diametralmente opposti per tradurre in pratica tutto questo. Una strategia parte dal presupposto che l Europa ha disperatamente bisogno di adottare subito le misure per rafforzare l unione: le iniezioni di capitale per le banche vanno fatte all istante, si deve procedere immediatamente in direzione di una mutualizzazione del debito ed è necessario che la Bce o un Meccanismo europeo di stabilità rafforzato acquistino fin da subito i titoli di Stato dei Governi in difficoltà. L altra visione è che procedere con le nuove misure prima che siano state create le nuove istituzioni sarebbe sconsiderato. Mettere in comune il debito prima che le istituzioni europee abbiano la possibilità di mettere il veto alle politiche di bilancio degli Stati servirebbe solo a incoraggiare altri comportamenti scriteriati da parte dei Governi nazionali. Procedere con iniezioni di capitale nelle banche prima che sia stata istituita l autorità di vigilanza comune non farebbe che incoraggiare gli istituti a prendersi ancora più rischi. E consentire alla Bce di esercitare la supervisione sulle banche prima che il Parlamento europeo abbia acquisito il potere di vigilare sulla Bce stessa avrebbe il risultato di aggravare il deficit democratico dell Unione Europea e scatenare una crisi di rigetto nella popolazione. Non è la prima volta che l Europa si trova in una situazione del genere: successe già negli anni 90, quando fu presa la decisione di creare l euro. A quell epoca c erano due scuole di pensiero: una di queste sosteneva che dare vita a un unione monetaria senza una convergenza delle politiche economiche e prima di completare le riforme istituzionali era una follia. L altra, al contrario, riteneva che il sistema monetario esistente fosse rigido, fragile e vulnerabile alle crisi. La costruzione delle istituzioni europee non era più rimandabile: meglio creare l euro il prima possibile, le riforme e le istituzioni importanti sarebbero seguite. Si può dire, generalizzando un po ma neanche tanto, che il primo schieramento era composto soprattutto da Paesi del Nord Europa, mentre nel secondo predominavano quelli del Sud.

2 2 economia&finanza Giovedì, 26 luglio 2012 ATTUALITÀ La cantieristica nazionale passa di mano: lo Stato vende le quote Privatizzazione, il varo dei cantieri di Carla Rotta La cantieristica nazionale passa di mano. Decisamente, il 2012 è l anno della grande svolta per il comparto che sul mercato internazionale è riuscito a ritagliarsi un posto di tutto rispetto, reggendo anche agli urti delle tigri dell est, che avevano messo in ginocchio la cantieristica d Europa con prezzi che, certo per una nave non si posso dire stracciati, ma certamente di un buon 20 p.c. inferiori. Di privatizzazione della cantieristica nazionale si parla e sparla già da tempo. Se da una parte l Europa ha detto (o imposto) la sua, lo Stato si è ritrovato con la tasca consunta a furia di tirare fuori il portafogli per sostenere un settore che, dopo aver lavorato per il mare, in quella stessa acqua rischiava di affondare. Chiude oggi la vendita dello stabilimento navalmeccanico Scoglio Olivi. La manovra di privatizzazione è entrata nella sua fase finale, quella più specificatamente operativa, lunedì 16. Fase operativa relativamente breve, che però è succeduta ad una lunga e fattiva primavera di preparativi, riunioni, accordi, proiezioni. Da lunedì 16 luglio ad oggi è stata messa in vendita la quota societaria statale. AZIONARIATO OPERAIO Non si è trattato di una vendita al banco del libero mercato: quello messo in pratica viene definito azionariato operaio, e quindi i titoli hanno potuto avere quali acquirenti esclusivamente i dipendenti ed ex dipendenti cantierini. L Invito di acquisto (a firma del presidente del direttivo cantierino, Anton Brajković), ha aperto le porte a quanti hanno maturato anzianità di servizio in una delle consociate del gigante Uljanik, vale a dire Uljanik Brodogradilište (ed ex Uljanik OPUS), Uljanik Strojogradnja, Uljanik Proizvodnja opreme, Uljanik IRI, Uljanik Zajednički poslovi, Uljanik Financije, Uljanik Standard, Brodo OPUS, USCS e U. AKS. Chi ha avuto le porte chiuse in faccia sono i dipendenti della consociata TESU, figlia di Scoglio Olivi nata nel 1952 ed uscita dall abbraccio del Gruppo poco più di un anno fa. Decisione governativa, la risposta alla domanda perché questo trattamento da matrigna nei confronti di una consociata storica. Che proprio a voler spaccare il pelo in quattro, ed anche senza troppa fatica, si potrebbe obiettare che se ora sono fuori le mura del cantiere, a ragione di dipendenti si possono considerare ex cantierini a tutti gli effetti. Comunque, di questo si deve occupare qualcun altro (magari qualche salariato della TESU interessato all acquisto e che si è visto rifilare una virtuale bacchettata sulla mano che tiene il portafogli). Sia come sia, a disposizione degli interessati titoli di proprietà statale, del valore nominale di 300 kune, per un valore nominale totale di kune, ovvero, il 39,04 p.c. del capitale sociale dello stabilimento navalmeccanico. SISTEMA VENDITA Come è andata? Già mercoledì la manovra chiamata privatizzazione si sarebbe potuta dichiarare fatta e finita. Ma fin da subito Hrvoje Markulinčić, direttore del Settore Affari comuni, aveva definito la partenza delle migliori, sia come risposta degli acquirenti che come funzionamento del sistema vendita, valutato efficiente al 99 p.c. Tutto si è svolto senza ressa alla cassa, ma in compenso c è stata fila. Ordinata e prestabilita, ma l adesione all acquisto è partita dall 85 p.c. di risposta. Acquirenti, lo specifichiamo, chiamati in causa, perché per la privatizzazione si è pensato di ricorrere al metodo dell invito ad personam. Nei tre punti vendita allestiti negli ambienti societari di via Flacio 1, via Besenghi 1 (entrambi a Pola) e in Via della stazione 23 a Dignano (dove ha sede una consociata cantierina, la Fabbrica di attrezzature navali), accanto ad un rappresentante del cantiere c è stato anche un dipendente della PBZ, banca che ha accompagnato la manovra con la concessione di crediti per quanti non hanno voluto acquistare pronto cassa. Dieci minuti ed era credito: probabilmente il sì bancario più veloce nella storia dei mutui. Ma anche questo dato la dice lunga sulla bontà dei preparativi. Il target per dichiarare riuscita la privatizzazione era la vendita del 39,04 di quote societarie, conditio sine qua non realizzata, come detto. Lo ricordiamo, ogni futuro azionista può acquistare un massimo di 5mila azioni (inizialmente si era detto 500) il cui costo di partenza è stato fissato a 51,23 kune. Questo il tetto, ma va detto che la cifra è passibile di notevoli riduzioni: intanto la forbice riduce subito il costo di un gustoso 20 p.c., poi, dipendentemente dagli anni di anzianità di servizio al cantiere ogni acquirente matura sconti cumulativi dell 1 p.c. per ogni anno trascorso allo squero. Breve calcolo: chi ha dato quarant anni di attività lavorativa al cantiere pagherà le azioni al costo di 20,49 kune ciascuna Missione compiuta, allora? Insomma, si dovrebbe parlare in termini di condizionale certo, ma comunque sarà bene aspettare la conferma ufficiale della Direzione. Se i numeri dovessero andare oltre le azioni disponibili? Si è pensato anche a questo. Lo Stato ha preventivamente dichiarato la disponibilità a rinunciare ad ulteriori titoli (il 45,20 p.c. del capitale societario), sempre del valore nominale di 300 kune, per un totale di kune. Questo ulteriore pacchetto azionario è nel portafoglio dell Agenzia statale per la garanzia dei depositi e il sanamento delle banche ( azioni), Istituto pensionistico nazionale ( titoli), Istituto nazionale per l assicurazione sanitaria ( azioni), Cantieristica nazionale Jadranbrod ( titoli), Consorzio nazionale per le acque ( azioni). IL CANTIERE AI CANTIERINI Ricordiamo che è dal 2008 o 2009 che si mormora e si sussurra della privatizzazione di Scoglio Olivi. Con scenari e percorsi vari, puntualmente disattesi. Ora arriva il punto fermo, il momento di mettere il cartello proprietà privata. Dopo questa fase, fatta di concerto tra Scoglio Olivi, governo e sigle sindacali in cantiere, bisognerà affrontare la ricapitalizzazione. Si guarda a partner che nel cantiere possano avere interessi a lungo termine, non interessati al take the money and run che ha caratterizzato la riconversione aziendale di recente memoria. OK. Un cantiere è andato, diciamo pure così. E gli altri? La privatizzazione di Scoglio Olivi in un certo qual senso è percorso obbligato per la privatizzazione del fiumano 3. maj. Nei disegni del governo lo stabilimento navalmeccanico quarnerino dovrebbe venir rilevato da Scoglio Olivi e alcune armatoriali. Si dice e si mormora anche l Uljanik Plovidba. Che se così fosse, praticamente si costruirebbe le navi in casa, considerato che i vari delle sue unità facevano scorrere lo spumante nelle acque del Quarnero. Cambio di mano anche per la Brodotrogir, intascata da Danko Končar, che aveva messo gli occhi sullo squero fiumano. Bocciato dal governo con un giù le mani dal 3. maj, è sceso un po più a sud. All ombra del polo cantieristico dell Alto Adriatico. Il re del cromo ha acquistato attraverso la Kermas energija azioni, ovvero il 95,24 p.c. dell azienda. Che davvero tutto cambi per tornare ad essere uguale? Ricordate il socialista le fabbriche agli operai, la terra ai contadini? Chiamatelo pure azionariato operaio: il cantiere (almeno quello polese) è tornato ai cantierini.

3 Giovedì, 26 luglio 2012 economia&finanza 3 EVENTI Il tema è stato trattato al Croatia Business Open di Umago Sostenibilità e competitività per un turismo di successo di Krsto Babić Il turismo è pronto per compiere un giro di svolta che lo metterà nella condizione di sollecitare la crescita economica della Croazia. È questa la conclusione alla quale sono giunti i partecipanti al secondo simposio d affari Croatia Business Open Umag, svoltosi il 13 luglio scorso all albergo Melia Coral a Umago. L incontro, intitolato Il turismo come fattore di sviluppo; quanto il settore turistico può sollecitare la crescita in Croazia?, è stato organizzato dalla Regione Istriana e dalla Zagrebačka banka (Gruppo Unicredit). Affinché il turismo diventi un fattore più rilevante nel contesto della crescita economica è indispensabile che a fianco della sostenibilità del settore venga aumentata anche la sua competitività. Un risultato da conseguire, stando ai partecipanti alla tavola rotonda, ricorrendo alla formula della partnership pubblico-privata, al sostegno finanziario delle banche e sfruttando al meglio i progetti strategici in Europa. Il presidente della Repubblica, Ivo Josipović, rivolgendosi ai partecipanti all incontro ha sottolineato che il turismo rappresenta l elemento chiave dello sviluppo della Croazia e il suo principale prodotto d esportazione. Ai nostri ospiti possiamo offrire piatti tipici, l arte, la cultura, lo sport e i costruttori edili possono partecipare alla costruzione di nuovi impianti. In questo modo il turismo può diventare un attività interdisciplinare, dove sarà coinvolto ogni settore dell economia, ha dichiarato il capo dello Stato. Gli impianti militari in disuso ha proseguito, devono essere messi in uso quanto prima. Si tratta di parti di costa inutilizzati. Prevlaka e Kupari sono soltanto alcuni esempi di cattiva amministrazione che dobbiamo trasformare in un opportunità per gli investitori nostrani. PROGETTI ISTRIANI Il torneo ATP di Umago è l avvenimento mondano che meglio illustra in Croazia come la collaborazione tra il settore privato e quello pubblico possa contribuire a rendere più competitivo il turismo, ha osservato il presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovčić. Annunciando gli investimenti legati allo sviluppo turistico dell Istria nei prossimi 10 anni, Jakovčić ha menzionato il progetto Brioni Riviera, il Centro congressi di Parenzo, la metamorfosi di Pola in centro culturale e miglior città del Mediterraneo e la conversione delle miniere abbandonate dell Albonese in attrazioni turistiche (si parla di un investimento di 10 milioni di euro). Al convegno ha preso parte anche il responsabile del settore per le analisi macroeconomiche della Banca dei regolamenti internazionali (BRI), Dubravko Mihaljek, sottolineando che i mercati cinese e indiano devono essere riconosciuti come una ghiotta opportunità per il turismo croato. Il ruolo dell industria dell accoglienza dipende dal tipo di turismo che si vuole sviluppare. Nell Europa meridionale prevale ancora il turismo di massa, secondo il quale il mare e il sole rappresentano la principale attrazione, ha osservato Mihaljek. A tale proposito Anya Niewierra, direttrice generale dell Ente turistico del Limburgo meridionale e presidente del progetto EDEN (Destinazioni europee di eccellenza), ha illustrato come il turismo ha permesso alla sua regione di riprendersi dalla recessione, facendo aumentare le attività economiche e l occupazione. Neven Ivandić, dell Istituto per il turismo, ha presentato i pronostici inerenti alla crescita del fatturato del turismo in Croazia. PREVISIONI OTTIMISTI- CHE Il giro d affari legato al turismo dovrebbe crescere dagli 8,3 miliardi di euro del 2011 ai miliardi di euro nel 2020 (tra l 11,5 e il 14 p.c. del PIL). Per raddoppiare i proventi del turismo ha spiegato Ivandić, sono necessari nuovi contenuti, quali campi da golf (una trentina), parchi di divertimento e nuovi marina (8-10mila posti barca). Al simposio ha parlato anche il ministro del turismo, Veljko Ostojić, il quale ha ribadito che il turismo per portare sviluppo deve possedere due caratteristiche: la sostenibilità e la competitività. Parlando di competitività Ostojić ha ribadito che la Croazia è all ottavo posto nel Mediterraneo (su nove Paesi). All incontro erano presenti anche il ministro, Andrea Zlatar Violić (cultura), Ivan Vrdoljak (edilizia) e Siniša Hajdaš Dončić (trasporti). Tra gli imprenditori spiccavano Željko Kukurin, presidente dell Istraturist di Umago e Tomislav Popović, direttore della Maistra. Da sinistra a destra, il numero uno della ZABA, Franjo Luković, il presidente Ivo Josipović e Ivan Jakovčić Italia, il calo è determinato dal crollo delle società senza dipendenti Imprese, natalità ai minimi da sei anni Sono 265mila le imprese nate nel 2010, quasi 24mila in meno rispetto all anno precedente. Il tasso di natalità si attesta al 6,7%, il valore più basso registrato negli ultimi sei anni. I dati diffusi dall Istat testimoniano che il calo della natalità interessa i settori delle costruzioni e degli altri servizi (-1,9 punti percentuali il primo e -1,1 gli altri servizi). Nell industria in senso stretto e nel commercio la natalità è invece in leggero aumento (rispettivamente +0,4 e +0,5 punti percentuali). La riduzione della natalità d impresa è accentuato nel Nordovest e nel Centro, mentre Nordest e Sud e Isole presentano diminuzioni più contenute. Il calo del tasso di natalita è determinato dalla forte diminuzione della natalità delle imprese senza dipendenti (oltre l 80% delle imprese nuove nate). Per le imprese con dipendenti, invece, il tasso di natalità cresce rispetto al Il tasso di mortalità delle imprese è in leggera diminuzione, dal 7,9% nel 2009 al 7,7% nel È il settore delle costruzioni a presentare una riduzione più accentuata (-1,4 punti percentuali). Nell industria in senso stretto la riduzione è solo di 0,1 punti percentuali, mentre commercio e altri servizi presentano tassi di mortalità più alti, rispetto al 2009, di 0,1 e 0,2 punti percentuali. Per il terzo anno consecutivo il tasso netto di turnover presenta un valore negativo (-1,0% rispetto al -0,7 del 2009), con risultati diversificati a livello settoriale. Per la prima volta, a differenza di quanto accaduto negli anni precedenti, nel comparto degli altri servizi si registra un turnover negativo (-0,4%). Nel 2010 è ancora in attività l 85,8% delle imprese nate nel 2009, in leggero aumento rispetto all anno precedente. L aumento del tasso di sopravvivenza a un anno dalla nascita nei settori dell industria in senso e degli altri servizi compensa, infatti, la diminuzione nei settori delle costruzioni e del commercio. La dimensione media delle imprese nate nel 2005 e ancora attive a cinque anni dalla nascita è aumentata fino al 2009, ma si è ridotta tra il 2009 e il 2010, passando da 2,5 a 2,4 addetti medi. Le imprese nate nel 2005 e ancora attive nel 2010 occupano circa 380 mila addetti, contro i 449 mila dell anno di nascita; la perdita di occupazione è quindi pari al 15,3%. Le imprese dell industria in senso stretto presentano l aumento dell occupazione più robusto rispetto all anno di nascita (pari all 8,1%); all opposto, quelle attive nel settore delle costruzioni registrano la perdita più elevata, pari al 25,3% (sempre rispetto alla nascita).

4 4 economia&finanza Giovedì, 26 luglio 2012 L ANALISI Dati e cifre: dall impatto fiscale al calo degli spettatori ReportCalcio 2012: la crisi economica della Serie A di Marco Grilli La crisi non conosce limiti e rotola anche nel mondo del pallone italiano, in una realtà di bilanci in rosso, minori ricavi e costi crescenti per le società, nella cornice di stadi sempre più vuoti. È quanto emerge dal dettagliato ReportCalcio 2012, l indagine condotta da Federcalcio Arel e PricewaterhouseCoopers, volta ad ottenere informazioni e conoscenze in particolare sugli aspetti economico-finanziari dell industria del calcio. I dati riportati nella seconda edizione del Report evidenziano il significativo calo dei principali indicatori economici, in linea col drammatico e complesso periodo della recente storia economica del Bel Paese. Se gli italiani continuano ad essere malati di calcio, di quella passione che diverte, trascina e divide, il mondo del pallone ancora in convalescenza post Calciopoli e travolto dagli scandali odierni vedi l inchiesta delle procure di Cremona e Bari sulle scommesse illegali deve trovare al più presto la cura per frenare il suo scivolamento verso il collasso finanziario. I NUMERI POSITIVI Vediamo prima gli aspetti numerici positivi, segnali di una passione che non stenta a diminuire: nel 2010/2011 sono state registrate squadre in attività (470 professionistiche), per un numero complessivo di tesserati pari a (+ 9.p.c. rispetto all anno precedente), con ragazzi impegnati nell attività giovanile (+ 4 p.c. rispetto al 2009/2010); gioca a calcio il 23,9 p.c. degli appartenenti alla fascia d età tra gli 8 e i 12 anni e stranieri minorenni al primo tesseramento per società dilettantistiche (ottimo segno di integrazione). Nel 2011 l audience cumulata dalle Nazionali ha raggiunto quota 1,289 miliardi di telespettatori, mentre l attività dilettantistica, che coinvolge società e squadre per un totale di calciatori, ha organizzato ben gare (il 99 p.c. del totale). Fin qui le luci, offuscate poi dalle molte ombre economico-finanziarie dell indagine. Il totale In calo il numero degli spettatori del valore della produzione del calcio professionistico italiano, pari a euro nel 2010/11, è in calo dell 1,2 p.c. rispetto al 2009/10 (la Serie A genera l 82 p.c. dei ricavi a fronte del 14 p.c. della Serie B e del 4 p.c. della Lega Pro), mentre il costo della produzione, pari a , è in aumento dell 1,5 p.c. in confronto alla precedente stagione e, dato più sconfortante, la perdita netta del settore professionistico segna un aumento di 23,2 punti percentuali rispetto al 2009/10, per un valore pari a euro. I «VIRTUOSI» Il circolo dei club virtuosi che hanno chiuso la stagione con un utile è ristretto a sole 19 squadre sulle 107 analizzate. Un misero 18 p.c. che annovera otto società di Serie A (Napoli, Udinese, Lazio, Parma, Catania e Palermo), sette di Serie B e quattro di Lega Pro. Il patrimonio netto del professionismo calcistico, che ammonta a euro, si è ridotto del 50,2 p.c. rispetto al 2009/10, con una perdita di oltre 204 milioni di euro. Spostando l ottica alla sola Serie A, la situazione si fa ancora più impietosa, se è vero che il suo indebitamento complessivo nella stagione 2010/11, pari a euro, è in aumento del 14 p.c. rispetto al 2009/10, con debiti di vari tipi: finanziari (35 p.c.), commerciali (16 p.c.), verso enti specifici (12 p.c.) e vari (28 p.c.). I ricavi medi delle società di Serie A si attestano a quasi 102 milioni di euro, contro ai 105 dell anno precedente, con costi medi pari a 115 milioni, due in più rispetto al 2009/10. STADI E SPETTATORI Le note dolenti arrivano anche dai nostri stadi, vecchi e sempre più vuoti. La contrazione dei ricavi da ingresso stadio nel settore professionistico è di ben 22,4 milioni di euro ( euro del 2010/11 contro i del 2009/10), pari a circa l 8,2 p.c., così che oggi i ricavi dalle partite seguite dal vivo rappresentano solo il 10 p.c. del totale del valore della produzione delle società calcistiche. Il numero complessivo degli spettatori che ha assistito alle partite del calcio professionistico nel 2010/11 ( ) è calato del 4,4 p.c. in un anno (decremento del 2,4 p.c. in Serie A), portando al solo 56 p.c. il dato di riempimento degli stadi utilizzati dai club di Serie A per le partite di campionato, Coppa Italia e coppe europee (la media in Europa è al 75 p.c., con l 88 p.c. di Germania e Inghilterra, il 72 p.c. della Spagna e il 68 p.c. della Francia). Lo stadio perde sempre più seguito in favore dello strapotere delle Tv e lo spettacolo delle arene calcistiche, coi cori, i colori e la passione delle curve, pare lasciar spazio al tifoso con panino e birra, fissato davanti allo schermo. Se gli stadi costituiscono, infatti, solo il 10 p.c. dei ricavi della Serie A, i diritti televisivi contribuiscono col ben più sostanzioso 55,6 p.c.. Allargando l indagine all intero settore professionistico, l incidenza dei diritti radiotelevisivi scende al 47,8 p.c., in calo di quasi tre punti percentuali rispetto alla stagione sportiva precedente (50,4 p.c.). Per la prima volta si è registrata una battuta di arresto nella crescita del valore complessivo dei proventi Tv, (971 milioni, cioè 62 milioni in meno rispetto al 2009/10, pari alla perdita di sei punti percentuali), prevalentemente in conseguenza della riduzione dei ricavi dalle competizioni UEFA. Ci chiediamo allora chi salverà mai questo calcio in perdita. L affluenza agli stadi non è poi certo agevolata dall attuale crisi economica, visto che l incidenza del prezzo medio del titolo di accesso per le partite di Serie A sul salario medio giornaliero nel 2010 (51,9 euro) è pari al 40,4 p.c. (i dati maggiori sono quelli di Turchia, - 114,5 p.c.e Spagna, - 90,3 p.c.; quelli minori riguardano Olanda, -23,6 p.c. e Francia, -31,4 p.c.). LA CRISI DEL PALLONE Come misera consolazione possiamo considerare il fatto che la crisi del pallone non è un fenomeno solamente italiano, facendosi sentire pesantemente in tutta Europa. Il fatturato aggregato del calcio europeo ammonta a 17,9 miliardi, ma nel 2010, il deficit dei 734 club appartenenti alle 53 Top Division è salito a ben 1,641 miliardi di euro, con una perdita che è aumentata di circa otto volte tra il 2006 e il 2010; il tutto mentre l incidenza degli stipendi del personale sul fatturato è cresciuta di Lo stadio della Juventus ben 10 punti percentuali (dal 54 al 64 p.c.). In Italia, invece, il costo del lavoro del calcio professionistico è calato dello 0,7 p.c. rispetto alla stagione 2009/10 ma la sua incidenza sui ricavi di vendita è ancora stabile al 71 p.c., mentre l incremento degli ammortamenti e delle svalutazioni è di oltre 60 milioni di euro nella stagione 2010/11 (valore assoluto di euro), con una crescita media annua del 14,7 p.c. nell ultimo triennio e un incidenza massima per la Serie A (79,2 p.c.). In conclusione a questa negativa disamina numerica, non bisogna però dimenticare che l apporto del calcio all erario è superiore al miliardo di euro nel 2009, dato per l 85 p.c. (875 milioni) dal contributo fiscale e previdenziale delle società professionistiche italiane e per il restante 15 p.c. (155 milioni) dal settore delle scommesse. In appendice al rapporto, il segretario generale dell agenzia di

5 Giovedì, 26 luglio 2012 economia&finanza 5 ricerca e legislazione Arel, Enrico Letta, ha mostrato il proprio rammarico per la mancata concretizzazione dell importante iter legislativo per il finanziamento e la regolamentazione dei nuovi stadi, rilanciando un appello vigoroso all attuale legislatura affinché provveda a risolvere il problema. FAIR PLAY FINANZIARIO Secondo Emanuele Grasso di PricewaterhouseCoopers, importante società di consulenza internazionale, l industria del calcio italiano è in piena transizione, considerate le trasformazioni richieste dalla crisi dei mercati finanziari, dalle necessità di attrarre investitori e partner internazionali, nonché dalle sfide del fair play finanziario. Nonostante i dati economico-finanziari negativi del sistema calcio, Grasso ha sottolineato che numerose società hanno avviato azioni di contenimento dei costi e di riposizionamento strategico, ma il valore della produzione stenta a crescere, aumentando così sempre di più il gap con i grandi club stranieri. Dato che i ricavi saranno l elemento che permetterà alle società di spendere ed investire nel rispetto del Financial Fair Play, se non ci sarà crescita del sistema su questo fronte è sempre più difficile ipotizzare un ritorno alle grandi performance sportive che hanno caratterizzato il nostro recente passato. Ci auguriamo dunque che la gente torni con più entusiasmo allo stadio, che siano create infrastrutture capaci di accogliere e attrarre nuovi tifosi e investitori e, soprattutto, che il talento di tanti nostri giovani si manifesti più velocemente e con più intensità rispetto al passato scrive Grasso nel Report, il poter agevolare e sostenere la crescita di giovani campioni è dunque un passaggio obbligato per rendere efficace questa fase di transizione del nostro sistema. Il presidente della Federcalcio (Figc) Luigi Abete, che ha particolarmente apprezzato il valore e le novità del ReportCalcio 2012, auspica che da questo studio possano essere individuate iniziative e strategie appropriate per la crescita di un settore che racchiude valenze sportive, sociali ed economiche, soffermandosi intanto sui successi riportati in termini di crescita dei tesserati, di attenzione verso le 13 rappresentative nazionali coordinate dal club Italia, e infine di coinvolgimento del mondo dilettantistico. LEGGE SUGLI STADI Più cauto e critico verso il sistema calcio è il ministro dello Sport, Piero Gnudi, che dopo aver ribadito di sentire come priorità la legge sugli stadi, ha anche mostrato forti preoccupazioni per la situazione debitoria delle società calcistiche italiane: In una situazione del genere sarà sempre più difficile trovare mecenati che vogliano investire nei club. Rispetto agli altri anni la situazione è diversa perché siamo in piena crisi economica e il sistema calcio rischia di fallire, come farebbe un azienda con questi conti. La legge sugli stadi potrebbe portare nuovi investimenti privati per 800 milioni di euro. Ma perché abbia effetto e si possano finalmente avere degli stadi nuovi occorre anche che il settore dell edilizia esca dalla crisi in cui si trova. In conclusione, il presidente del Coni, Petrucci ha richiamato alla necessità del rispetto delle regole da parte di tutti, spronando in tal senso le varie leghe calcistiche ed evidenziando il ruolo centrale della Figc: La legge sugli stadi è importante, ma da oggi a quando sarà operativa, cosa faranno le società? Vi dico, non roviniamo quello che è lo sport più bello del mondo. Per ora, dopo il successo del nuovo Juventus Stadium si contano solo progetti e plastici, mentre risuona il tintinnar delle manette per i calciatori e gli altri personaggi coinvolti nello scandalo scommesse. Lo stadio di San Siro L Olimpico di Roma

6 6 economia&finanza Giovedì, 26 luglio 2012 INVESTIMENTI Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Egitto e Tunisia, le mete preferite Imprenditori, fuga dall Italia verso Balcani e Nord Africa Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Egitto e Tunisia: sono tra le mete preferite degli imprenditori italiani, specie quelli del Mezzogiorno ma anche del Nord Est, che stanno portando via dall Italia pezzi rilevanti della produzione industriale e dell economia italiana. Fisco più favorevole e costo del lavoro nettamente più contenuto sono le due ragioni principali che spingono le imprese del BelPaese a fuggire verso queste mete. È questo il fenomeno anticipato da uno studio di Unimpresa in via di pubblicazione, cominciato qualche anno fa e che ha subito un improvvisa accelerazione a causa della crisi finanziaria e della recessione. Secondo la ricerca, molti imprenditori, nel pieno della bufera internazionale, si sono trovati a un bivio: chiudere o continuare la loro attività fuori dei confini nazionali, dove un contesto economico assai diverso favorisce l insediamento di nuovi impianti industriali. Sgravi fiscali e incentivi di varia natura attraggono sempre di più le aziende tricolore. Una vera e propria emigrazione che ha preso il via con alcuni grandi gruppi industriali e adesso sta interessando anche realtà nel settore delle piccole e medie imprese. A forte rischio c è l attività di trasformazione agricola e l industria conserviera. Col risultato che sulle tavole italiane arrivano prodotti made in Italy, lavorati nei Balcani e nel Nord Africa. PREOCCUPAZIONE Una situazione che ci preoccupa enormemente, dice il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Come diciamo da tempo - aggiunge - il nostro Paese ha bisogno di misure ad hoc. La nostra ricetta è nota: fisco, burocrazia, infrastrutture e giustizia civile sono ambiti nei quali, dentro i nostri confini, c è molto da fare prima di rimettersi a parlare concretamente di creare nuovi posti di lavoro e mettere in moto il mercato dell occupazione. I FRANCESI A LONDRA La super aliquota francese del 75 p.c. annunciata dal nuovo presidente francese Francois Hollande per i redditi superiori al milione di euro provoca già le prime fughe. Secondo Le Figaro, alcune imprese quotate al Cac 40, che preferiscono rimanere anonime, hanno cominciato a delocalizare alcune figure dirigenziali a Londra. A testimoniare l esodo due elementi: la disdetta improvvisa di affitti per appartamenti riservati a manager, e la lista di attesa per l iscrizione al liceo francese Charles de Gaulle a Londra, che dal 6 maggio ha raggiunto più di 700 iscrizioni. Per quelli che decidono di rimanere in Francia, l alternativa è, spesso, una riduzione dello stipendio. Anche il gruppo bancario BNP Paribas segnala che i migliori trader stanno chiedendo la loro delocalizzazione in Gran Bretagna, ma prima di prendere decisioni drastiche, gli uffici del personale delle grandi società stanno attendendo ulteriori dettagli sulla misura annunciata che verrà discussa il prossimo autunno per cercare alternative contabili nell attesa che la bufera si calmi ed evitare la perdita di manager di valore. Lo scorso maggio l Ad, Sergio Marchionne, ha inaugurato lo stabilimento Fiat di Kragujevac, in Serbia Finanziamento dei terroristi, riciclaggio di denaro dei narcos e truffe Hsbc e Barclays, banche avide e senza scrupoli Che il sistema finanziario fosse una maionese impazzita è sotto gli occhi di tutti almeno dal crac Lehman Brothers. E il ruolo della finanza è ora messo in dubbio al punto che un recente working paper del Fondo Monetario (significativamete intitolato: Too much finance? ) cerca di determinare la soglia oltre la quale la finanza, anziché servire a promuovere l economia come volevano Bagehot e Schumpeter, si comporta invece al contrario, causando danni al sistema produttivo. CRIMINALI Ma le ultime pieghe che le cronache internazionali stanno descrivendo indicano ora un altro aspetto del problema che sta ponendo un sistema finanziario che ha perso la trebisonda: una serie di comportamenti criminali le cui implicazioni economico-politiche si chiariranno solo nelle prossime settimane. Prendiamo Hsbc. La Hong & Shanghai Banking Corporation è la prima banca europea per capitalizzazione ma soprattutto era considerata, da clienti e operatori, come una delle migliori banche europee. Ora rischia di vedersi ritirare la licenza bancaria negli Usa, come ha minacciato di proporre il democratico Carl Levin, capo della Sottocommissione permanente sulle indagini del Senato Usa che in 335 pagine ha dettagliato una serie di accuse impressionanti. La vicenda in cui è coinvolto questo storico istituto fa impallidire chi pensava che il problema delle banche fosse un avidità degna di Arpagone mista a bonus insensati e all assenza di rischi perché tanto basta diventare too big to fail (troppo grandi per fallire) per combinare quello che si vuole. TERRORISTI La divisione Usa della banca inglese ha offerto soldi e altri servizi finanziari a una serie di banche saudite e del Bangladesh che si ritiene abbiano finanziato al Qaeda e altri gruppi che fanno parte della lista Usa delle organizzazioni terroristiche, riporta il resoconto del Senato. Immaginatevi i parenti di chi ha perso la vita negli attentati dell 11 di settembre che ora si trovano a leggere che una banca come questa si sarebbe voltata dall altra parte davanti ai soldi di bin Laden. Ma non è tutto. Le accuse sul riciclaggio dei denari dei narcos messicani, che coi loro quasi 50 mila morti ammazzati in sei anni (da quando il presidente Felipe Calderon gli dichiarò guerra) hanno fatto quasi quattro volte le vittime della guerra in Libia, sono ancora più pesanti. A un certo punto nel 2008, si legge in un articolo del Financial Times, il capo dell anti-riciclaggio di Hsbc in Messico, Leopoldo Barroso, scrive che ci sono ci sono accuse secondo cui il 70 p.c. dei proventi riciclati nel Paese centro americano sarebbe passato per la blasonata banca britannica. Riconosciamo che, in passato, a volte non abbiamo rispettato gli standard che i regolatori e i clienti si aspettavano da noi, ha blandamente ammesso Robert Sherman, un portavoce della banca la quale ha chiesto scusa e promesso di fare pulizia anche perché ora rischia anche multe fino a un miliardo di dollari, se non più. E non si sa le scuse e le multe basteranno. Anche perché già due volte negli ultimi dieci anni Hsbc fu ripresa dal Senato per il suo lassismo quando si trattava di riciclaggio. E badate bene: stiamo parlando di un reato gravissimo come il riciclaggio a favore di terroristi e mafiosi e stiamo parlando di una banca che era appunto considerata fra le migliori al mondo. SCANDALO LIBOR Fatte le dovute proporzioni, se questo è il meglio, com è il resto del sistema bancario anglosassone e non solo? La risposta rischiamo di trovarla nello scandalo Libor. Dove è coinvolta anche qui Hsbc insieme ad altri istituti di credito come Barclays. L accusa, in parte ammessa da alcuni dirigenti bancari, è che avrebbero sem- La sede di Barclays a Londra plicemente manipolato questo fondamentale indice da cui dipende il valore di asset per circa 350 trilioni di dollari inclusi i mutui che studenti americani e inglesi fanno per andare all università. Ora si indaga poi per capire se anche l Euribor, a cui sono legati i nostri di mutui, sia stato manipolato. Anche in questo caso leggere di come i trader ridessero di come falsificavano i dati mette i brividi. Come mette i brividi il fatto che pare che la Bank of England sapesse quello che stava accadendo e che anche alla Fed avesse dubbi ma si sia mossa con colpevole lentezza e senza intervenire con fermezza. Uno scandalo questo che sta mettendo a repentaglio anche la credibilità delle banche centrali, ultimo baluardo di questa infinita crisi. Narcotraffico, terrorismo, droga, riciclaggio, manipolazione di dati e indici, il capitalismo di marca anglossassone non può pensare di risolvere quest ultima tegola come fosse solo un problema di cultura, come stanno facendo in questi giorni alcuni commenti sul Financial Times. Non può dopo che la finanza impazzita è quella che ora rischia di far saltare gli Stati e loro economie, dopo aver distrutto, con la complicità dei governanti, un sistema politico-sociale. Peccato, crollato il comunismo, questa sarebbe stata l occasione per il sistema occidentale di far vedere in cosa consisteva la sua superiorità morale ed economica. E invece, se andiamo avanti di questo passo, si rischia solo di dare ragione al dissidente polacco Adam Michnik quando, dopo aver provato sulla sua pelle le asprezze delle galere del regime di Varsavia, disse, con una celebre provocazione, che c è una cosa peggiore del comunismo: quello che viene dopo.

7 Giovedì, 26 luglio 2012 economia&finanza 7 CAPITALE Le ricchezze occultate in questi Paesi sarebbero di almeno 21mila miliardi di dollari I paradisi fiscali dell evasione Da una parte le casse pubbliche di molti Paesi, soprattutto occidentali, scassate per l esplosione dei debiti sovrani e le sofferenze delle società civili che, specialmente in Europa, vedono una pesante riduzione del welfare. Dall altra le beatitudini dei paradisi fiscali che ormai accolgono capitali per una cifra di almeno 21mila miliardi di dollari (circa 15mila miliardi di euro) che però potrebbe toccare anche i 32mila miliardi. Il dato, che ha indignato i ministri del Tesoro di mezzo mondo, arriva dal think tank di attivisti Tax justice network, guidato da James Henry, esperto di tassazione, ex capo economista della società di consulenza McKinsey. RICCHEZZE OCCULTA- TE Le ricchezze occultate si trovano in Paesi a basso o bassissimo livello di tassazione quali Bermuda, Isole Cayman, Singapore, ma anche Svizzera o Irlanda (che nel frattempo ha attinto aiuti dall ormai esangue fondo salva-stati europeo Efsf), come riportato dalla Bbc. La cifra monstre equivale al Pil di Usa e Giappone messi insieme. Oppure, nel caso di una stima a 32mila miliardi di dollari, è pari al doppio della ricchezza prodotta in un anno dagli States. Capitali finiti nei paradisi fiscali, secondo lo studio, tra il 1970 e il E che peraltro riguardano solo beni finanziari e non comprendono immobili, gioielli, barche, opere d arte collocati negli stessi Paesi off-shore. Mentre la crescita Ue arranca e quella Usa dà segnali di sofferenza, questi soldi vengono tolti via dai volani produttivi globali e non vengono neanche tassati nei luoghi d origine. Tra l altro, secondo Henry, trai 7,3 e i 9,3mila miliardi provengono da paperoni dei Paesi in via di sviluppo. Il survey di Tax justice network cita anche la Bri (Banca per i regolamenti internazionali) e il Fondo monetario. In più, la gestione della ricchezza da parte di grandi banche planetarie è uno dei riferimenti che Henry ha utilizzato per le proprie valutazioni (fa l elenco delle prime 50 nella gestione del denaro, in testa Ubs, Credit Suisse, Goldman Sachs). Dall analisi si ricava quindi che una parte di queste migrazioni di ricchezze sarebbe avvenuta sotto forma di flussi di capitali, un altra grazie alle fatturazioni false. FATTURE TRUCCATE Per fare un esempio, dei miliardi di dollari usciti illegalmente dai Paesi in via di sviluppo tra il 2000 e il 2008, verrebbero da fatture truccate che hanno permesso di creare patrimoni offshore non identificabili dalle autorità: il 60 p.c. dalla Cina, l 11 p.c. dal Messico, il 5 p.c. dalla Malaysia e così via. Nello stesso periodo, invece, ben 427 miliardi di dollari dalla Russia, 302 dall Arabia Saudita, 268 dagli Emirati Arabi, 242 dal Kuwait, 152 dal Venezuela sarebbero fuoriusciti per vie diverse, ma pur sempre illegali. Ovviamente, i Paesi avanzati non sono da meno. Sia gli individui ricchissimi sia le imprese multinazionali cercano ogni stratagemma per sfuggire ai sistemi fiscali. E le prodezze illecite sono spesso possibili grazie alle maglie normative che consentono quell elusione fiscale ai limiti della legalità che di solito viene definita pianificazione fiscale internazionale. I FACILITATORI Morale? Secondo Henry, i movimenti di capitale sono agevolati da uno stormo di facilitatori professionisti altamente pagati e industriosi nei settori del private banking, della professione legale, della contabilità e dell investimento. L esperto, per dare forza alla propria metodologia di osservazione, fa riferimento anche a fenomeni come la crescente, e singolare, domanda di biglietti da 100 dollari nonché la loro bassa velocità di circolazione. E poi cita le frequenti diversificazioni di portafoglio o una congerie di redditi che mancano nelle statistiche globali. Qualcuno, tuttavia, si mostra scettico sulla possibilità che addirittura 21-32mila miliardi di dollari possano starsene a bagnomaria nei paradisi fiscali. In ogni caso, lo studio di Tax justice network non può non porre anche la questione della giustizia sociale. Henry calcola infatti che il 30,3 p.c. della ricchezza finanziaria mondiale (16,7mila miliardi di dollari, di cui 9,7 offshore) sia appannaggio di appena fortunati. Mentre circa 9 milioni di cittadini detengono circa l 80 p.c. del liquidità del pianeta e avrebbero nascosto nei paradisi fiscali 19,6mila miliardi di dollari. Quelli che non trovano manodopera A dispetto della crisi economica globale e della disoccupazione in crescita in molti Paesi, il 34 p.c. delle compagnie del mondo lamenta difficoltà a trovare personale specializzato in grado di occupare le posizioni vacanti. Secondo una ricerca che Manpower ha portato avanti in 41 Paesi, la proporzione di aziende che non riesce a trovare lavoratori in grado di soddisfare il profilo ricercato è invariata rispetto al 2011, ed è addirittura aumentata del 4 p.c. rispetto al livello riportato nel Prima che la crisi colpisse, invece, la percentuale era al 41 per cento. Le mansioni più difficili da trovare sono quelle di elettricisti, idraulici e muratori, seguiti da ingegneri (meccanici, elettronici e civili) e commessi. Mancano all appello anche tecnici IT, autisti professionisti e impiegati amministrativi. Dallo studio è emerso che la ragione principale alla base del mancato incontro domanda-offerta di lavoro è la carenza di candidati con le competenze adeguate sul mercato locale. Il Paese in cui i datori di lavoro hanno maggiore difficoltà a trovare lavoratori che soddisfino i requisiti necessari per le posizioni offerte è il Giappone, con l 80 p.c. delle compagnie che lamentano questa situazione. In Italia, la percentuale è scesa nel 2012: quest anno, infatti, si parla del 14 p.c., contro il 29 p.c. del 2011 e il 31 p.c. del Secondo i dati, anche in Grecia, quest anno, un impresa su quattro non trova riscontro alle sue necessità di forza lavoro. Le Isole Cayman sono uno dei paradisi fiscali preferiti Dei miliardi di dollari usciti illegalmente dai Paesi in via di sviluppo tra il 2000 e il 2008, verrebbero da fatture truccate che hanno permesso di creare patrimoni offshore non identificabili dalle autorità I problemi di Francia e Inghilterra e l eccellenza della Germania Giovani e lavoro: un titolo di studio oggi non basta Avere un titolo di studio non è abbastanza per trovare lavoro: serve l esperienza pratica. La Francia conta un 40 p.c. di laureati tra i giovani tra i 25 e i 34 anni, uno dei tassi più alti d Europa e dei Paesi Ocse, eppure la disoccupazione giovanile tocca il 21,8 p.c., un tasso di poco inferiore alla media europea, contro un 7,9 p.c. tedesco e un 9,3 p.c. olandese. La differenza si gioca nel rapporto tra università e mercato del lavoro: i giovani che si presentano alle imprese, infatti, rappresentano un costo per poter essere formati. La Germania ha già la soluzione: un sistema di formazione duale (teorico e pratico insieme) permette ai giovani di istruirsi e fare esperienza nel mondo del lavoro in apprendistato, presentandosi con un curriculum di qualità al termine degli studi. OLANDA In Olanda il sistema è simile: il Paese ha sviluppato la possibilità di lavori a tempo parziale, permettendo al 65 p.c. dei giovani di lavorare e studiare assieme. La scommessa della Francia si sta giocando sugli stage nelle imprese, ma quel che manca è la sua obbligatorietà all interno degli atenei e solo le Grandi Scuole l hanno imposto nei corsi di studio. INGHILTERRA L Inghilterra ha una storia simile. Il Paese ha una disoccupazione giovanile del 21,9 p.c., dato praticamente identico ai vicini d Oltremanica, causato, tra le altre cose, dalla mancanza di esperienza lavorativa dei giovani. In alcuni ambiti, infatti, il lavoro c è: quel che manca sono lavoratori adatti a ricoprire quei ruoli. Un dato interessante: in uno studio condotto dalla branca inglese della General Electric sulle imprese ad alto contenuto tecnologico, il 77 p.c. delle 402 società intervistate vede un futuro ottimista e più della metà di queste pensa a nuove assunzioni. Qual è il problema? Tre quarti delle imprese non trova i profili di cui ha bisogno: le cause sono l inesperienza lavorativa o la scarsa formazione tecnica dei giovani aspiranti lavoratori. Nel maggio di quest anno, il Financial Times lanciava l allarme: all abbondanza di laureati si affiancava la mancanza di esperienza e capacità tecniche che potessero aiutare nell ingresso del mondo del lavoro. Jeff Jores, direttore esecutivo di ManpowerGroup si diceva preoccupato, spiegando che meno entrano nel mercato del lavoro ora, meno gente sarà formata in Giovani inglesi davanti all Ufficio collocamento di Londra futuro. In questo circolo vizioso osservava l Inghilterra si ritroverà con una lacuna di dieci anni d esperienza lavorativa quando i giovani laureati di ora avranno superato i trent anni. Francia punta sugli stage in università, e l Inghilterra? Una proposta curiosa viene da Jonathan Portes, direttore del National Institute of Economic and Social Research, delineata sul Guardian nel mese di aprile: dare avvio a un nuovo New Deal che possa dare ai giovani quell esperienza utile per essere assorbita nel mercato del lavoro. Il problema come spiega non è intervenire per il semplice fatto di creare occupazione, ma perché le esperienze e le capacità acquisite dai giovani lavoratori possano rispondere alle necessità del mercato.

8 8 economia&finanza Giovedì, 26 luglio 2012 BUSINESS La ricetta del Censis per dire addio alla recessione Più bellezza per rilanciare il made in Italy Agganciare la ripresa non grazie a uno scudo anti spread, né rivendicando a gran voce nuove politiche anticrisi. Per lasciarsi alle spalle la recessione basta un pizzico di bellezza, ecco tutto. Il 41,3% degli italiani ricorda una ricerca del Censis, promossa dalla Fondazione Marilena Ferrari ritiene che il fatto di essere il Paese più bello del mondo sia il principale motivo di speranza per l Italia. Ogni anno il valore aggiunto del bello al made in Italy è di oltre 74 miliardi. Il problema è che la bellezza italiana è sempre meno incisiva sul piano industriale: in dieci anni l abbigliamento italiano ha perso l 1,5% del mercato mondiale, l industria tessile si è lasciata alla spalle il 2,2%, nel settore delle calzature il bilancio vede un meno 4%, nella produzione di mobili ha perso il 5,9 per cento. Che fare? UNA SITUAZIONE PARA- DOSSALE L Italia, si sa, è la terra dei paradossi, e anche questa volta non fa eccezione: da una parte, rileva il Censis, è il primo Paese al mondo come patrimonio culturale; dall altra proprio i settori manifatturieri che più dovrebbero sfruttare il patrimonio di bellezza presente in Italia e la considerazione internazionale dell Italia riducono continuamente il loro peso nella produzione di ricchezza. E proprio nei settori trainanti dell economia, i settori del made in Italy legato alla bellezza, perde costantemente quote di mercato internazionale. Il bello non è solo qualcosa di piacevole a vedersi. È anche un asset economico, che pesa sulla produzione di ricchezza in Italia per circa il 5,4%, vale a dire che ogni anno il valore aggiunto prodotto dalla bellezza è pari a 74,2 miliardi di euro. Un settore, osserva il Censis, che dà lavoro a un milione e trecentosettanta mila persone. Insommma: scrivi bellezza, leggi crescita. Tutto ok? Non proprio: la forza della bellezza nei settori produttivi, lamenta il Censis, si sta riducendo pian piano. Solo dieci anni fa, infatti, la capacità degli italiani di fare cose belle contribuiva a produrre il 6,1% del valore aggiunto nazionale e dava lavoro a un milione e quattrocentocinquantamila persone, vale a dire il 6,3% degli occupati. Insomma, oggi il contributo della bellezza è sceso, in termini reali e deflazionati, di circa 8 miliardi e gli occupati sono scesi di oltre ottantamila unità. La bellezza, riconosce il Censis, traina alcuni settori, si pensi, ad esempio, all alimentare: l incremento, in questo caso, è di circa il 5% del valore aggiunto prodotto, vale a dire poco più di 2,3 miliardi di euro. L arricchimento è più rilevante nell abbigliamento, dove la bellezza contribuisce a creare circa 3 miliardi di valore aggiunto o, ancora, nel calzaturiero con 2 miliardi prodotti ogni anno, per un valore complessivo, insieme al tessile di 6,8 miliardi. Un contributo non trascurabile viene dato anche nell industria meccanica (5,4 miliardi), dove belle automobili e begli elettrodomestici hanno permesso all Italia di competere sui mercati internazionali e di riequilibrare una minor competitività sul piano dei costi e a volte anche sul piano tecnologico. BENI CULTURALI: UN BUSINESS DA 17 MILIAR- DI In tutto questo, non bisogna dimenticare che la bellezza pesa per il 100% dell intero comparto dei beni culturali, che da solo vale più di 17 miliardi: dal turismo culturale, ai musei, alle mostre, agli alberghi e ai ristoranti delle città d arte. È vero, riconosce il Censis, che il bilancio del ministero dei Beni Culturali è diminuito del 36% negli ultimi 10 anni, ma non è ovviamente l unico problema. L arte e la bellezza conclude l istituto di ricerca devono ricominciare a circolare, a innervare l Italia, a ispirare non solo gli addetti del settore, ma anche gli imprenditori, i commercianti, il mondo della comunicazione, deve tornare ad essere la molla del Paese, bisogna tornare a competere con la bellezza. Forse è stata usata troppo, logorandola un po, ma conclude il Censis ora bisogna dare forza a chi sa produrla. Per adesso c è da attendere. La pazienza, dice il proverbio, è la virtù dei forti e, perché no, dei belli. L ANALISI DELLA Risveglio dal letargo estivo di Anto Augustinović La scorsa settimana le contrattazioni nelle borse mondiali hanno avuto un avvio relativamente positivo. Il trend è stato stimolato dai risultati positivi relativi al secondo trimestre, che in gran parte si è rivelato migliore rispetto alle aspettative. Il mercato ha beneficiato, inoltre, della speranza riposta nelle banche centrali affinché varino una serie di misure aggiuntive volte a sollecitare l economia. Il clima positivo si è esaurito con l avvicinarsi della fine della settimana, quando l attenzione si è nuovamente focalizzata sugli avvenimenti in corso nella Zona euro, ossia sui problemi di singoli Paesi e in particolare della Spagna, per la quale il costo dell indebitamento non si è ridotto neppure dopo che l Unione europea ha approvata il pacchetto di aiuto per le banche iberiche. Di conseguenza gli indici dei Paesi a maggior rischio hanno registrato i ribassi più marcati. L indice spagnolo IBEX la scorsa settimana è risultato tra quelli più negativi. L IBEX ha perso oltre il 6 p.c., seguito a ruota dall indice italiano FTSE MIB (-4,7 p.c.). D altro canto, gli indici dei Paesi messi meglio, ad esempio il DAX tedesco e il CAC 40 francese, sono riusciti a mantenersi in zona positiva, mettendo persino a segno un leggero incremento del proprio valore. La scorsa settimana la Borsa di Zagabria è stata momentaneamente risvegliata dal suo tipico letargo estivo in seguito alla offerta di acquisto lanciata dalla Holding Đuro Đaković nei confronti dell Ingra. L offerta ha smosso il mercato e ora si ipotizza che possa avverarsi la fusione di più imprese edili. Uno scenario che ha contribuito a calamitare l attenzione degli investitori su tutti i titoli del settore. La scorsa settimana l Ingra ha messo a segno la miglior performance dei titoli del listino della Borsa di Zagabria. I titoli Ingra sono lievitati quasi del 20 p.c., mentre le azioni dell IGH sono lievitate del 12 p.c., dopo che la società ha annunciato di aver recuperato oltre 18 milioni di kune dalla Holding della Città di Zagabria (Zagrebački holding). Considerato che la maggior parte dei titoli più attivi sul mercato ha chiuso con il segno positivo, anche il listino CROBEX ha messo a segno un rialzo (+1 p.c.). Tra i rari titoli che hanno chiuso in perdita la scorsa settimana figurano l AD Plastik, uno scenario prevedibile visto che è scaduto il termine per potersi assicurare il diritto ad intascare i dividendi e la Dioki, la cui capitalizzazione si è ridotta quasi di un terzo dopo che sono aumentate le possibilità che nei confronti della società venga avviata la procedura fallimentare. MERCATO DEI CAMBI Euro sotto pressione di Aleksandar Turza La moneta unica ha continuato ad essere sotto pressione anche la scorsa settimana. L euro si è indebolito nei confronti di tutte le principali valute. Nei confronti della moneta verde l euro ha toccato il suo valore più basso negli ultimi 12 mesi (un euro equivale a 1,211 dollari americani). Nei confronti del dollaro australiano ha segnato addirittura il risultato peggiore di tutti i tempi. Il cambio EUR/AUD si è attestato a 1,17. Anche lo yen giapponese, che figura tra le valute più sicure si è rafforzato nei confronti dell euro. Un euro vale 94,50 yen, si tratta del cambio più basso degli ultimi 12 anni. Gli investitori sono sempre più preoccupati a causa della situazione in Spagna. Si fanno sempre più insistenti le voci relative all impossibilità della Spagna di far fronte ai propri obblighi finanziari. Sul mercato interno il ministero delle Finanze si è indebitato emettendo obbligazioni a scadenza quinquennale (con cedola al 5,75 p.c.) per un valore di 2 miliardi di kune. Sono state emessi anche titoli di Stato denominati in euro per un valore di 400 milioni. La cedola dei titoli in questione, la cui scadenza è fissata tra 11 anni, ammonta al 6,50 p.c. Il cambio EUR/ HRK è oscillato la passata settimana attorno al valore di 7,5 kune per un euro. Firenze, la città dell arte e della cultura Anno VII / n. 279 del 26 luglio 2012 LA VOCE DEL POPOLO - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: ECONOMIA & FINANZA Redattore esecutivo: Viviana Ban / Impaginazione: Vanja Dubravčić Collaboratori: Carla Rotta, Krsto Babić, Mauro Bernes e Marco Grilli - Foto: Ivor Hreljanović, Goran Žiković e archivio

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