RASSEGNA STAMPA martedì 8 luglio 2014

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1 RASSEGNA STAMPA martedì 8 luglio 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO PUBBLICO IL MANIFESTO L UNITÀ AVVENIRE IL FATTO IL RIFORMISTA PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Repubblica.it del 07/07/14 Meeting internazionale antirazzista, quest'anno c'è l'"abbraccio Mediterraneo" Dal 9 al 12 luglio, torna a Cecina Mare (Li) la manifestazione dell'arci e della Regione Toscana sui temi della lotta al razzismo e a ogni forma di discriminazione. In primo piano, la discussione su diritti e accoglienza e migranti in fuga da guerre e conflitti. Tra gli eventi, il concerto, venerdì 11 luglio, dei Modena City Ramblers FIRENZE - La "questione mediterranea" è al centro della ventesima edizione del Meeting Internazionale Antirazzista (MIA) la manifestazione promossa da Arci e Regione Toscana (con il sostegno di Cesvot, Provincia di Livorno e Comuni di Livorno, Cecina e Rosignano), in programma a Cecina Mare (Li) dal 9 al 12 luglio. Questa ventesima edizione del Meeting, dal titolo Abbraccio Mediterraneo, giunge mentre le coste italiane e del Nord Africa sono ancora volta protagoniste di partenze, sbarchi e tragedie di migranti. Le tre tavole rotonde. La riflessione del MIA 2014 si svilupperà attraverso tre tavole rotonde principali che rispettivamente affronteranno l'analisi delle cause delle migrazioni (Rotte Migranti, giovedì 10 luglio); il confronto sui percorsi di accoglienza e tutela dei diritti nei paesi del Mediterraneo (Mediterranean Civil Society: migrazioni e diritti tra nuove e vecchie democrazie; venerdì 11 luglio); la crescita, anche alla luce dell'esito delle ultime elezioni, di movimenti e partiti xenofobi e razzisti in Europa (Il continente minacciato: l'europa e il successo dei movimenti xenofobi; sabato 12 luglio). Gli ospiti. Tra gli ospiti ci saranno esponenti di organizzazioni e reti per la tutela dei diritti dei migranti provenienti dai Paesi della sponda sud del Mediterraneo, come Libia, Libano, Marocco, Tunisia: Alaa Talbi (Forum tunisino per i diritti economici e sociali), Farah Salka (Anti-Racism Movement, Libano), Khadija Beseikri (Associazione libica Amzonat). Attesa anche la partecipazione del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e della neo presidente nazionale dell'arci Francesca Chiavacci. I luoghi del MIA. Anche quest'anno e dopo aver lasciato l'area della Cecinella, il Meeting si svolgerà nel centro di Cecina Marina. Fulcro delle attività sarà il tendone allestito davanti al Circolo Arci II Risorgimento in piazza Sant'Andrea; gli incontri e le tavole rotonde saranno ospitati presso Villa Ginori in via Ginori 100; i concerti si terranno invece sul palco centrale di Largo Cairoli. I Concerti. Due gli appuntamenti con i grandi eventi, a ingresso gratuito, per questo MIA In Largo Cairoli, dalle 22, giovedì 10 luglio le sonorità inter-etniche di Baro Drom Orkestar e Zastava Orkestar, mentre venerdì 11 luglio giungeranno (anch'essi con venti anni di carriera alle spalle) i Modena City Ramblers. La Formazione. Anche quest'anno il MIA è luogo di formazione per operatori dell'immigrazione. Si terranno alcune delle lezioni di Unida, l'università d'estate sul diritto d'asilo, che per la prima volta si presenta itinerante e si svolgerà in diverse città italiane. I Laboratori. Tre le occasioni per attività laboratoriali. In particolare, il Meeting 2014 si caratterizza per la collaborazione con Comics4=, il premio per il miglior fumetto di autore con origine migrante. Il 10 e l'11 luglio si terrà Comics for Equality, laboratorio di fumetti Antirazzisti, curato da Pierluca Galvan e Sara Bruni. 2

3 / Da Ansa del 07/07/14 Immigrazione: al centro Meeting antirazzista Arci a Cecina In Toscana dal 9 al 12 luglio ROMA (ANSA) - ROMA, 7 LUG - Il titolo è evocativo:'abbraccio Mediterraneo'. Saranno infatti i diritti e l'accoglienza dei migranti in fuga da guerre e conflitti i temi della ventesima edizione del Meeting Internazionale Antirazzista, la manifestazione promossa da Arci e Regione Toscana, in programma a Cecina Mare (Li) dal 9 al 12 luglio prossimi. Dunque sarà affrontata la 'questione mediterranea' mentre le coste italiane e del Nord Africa sono ancora volta protagoniste di partenze, sbarchi e tragedie di migranti. La riflessione si svilupperà attraverso tre tavole rotonde che rispettivamente affronteranno l'analisi delle cause delle migrazioni (Rotte Migranti, giovedì 10 luglio); il confronto sui percorsi di accoglienza e tutela dei diritti nei paesi del Mediterraneo (Mediterranean Civil Society: migrazioni e diritti tra nuove e vecchie democrazie; venerdì 11 luglio); la crescita, anche alla luce dell'esito delle ultime elezioni, di movimenti e partiti xenofobi e razzisti in Europa (Il continente minacciato: l'europa e il successo dei movimenti xenofobi; sabato 12 luglio). Tra gli ospiti ci saranno esponenti di organizzazioni e reti per la tutela dei diritti dei migranti provenienti dai Paesi della sponda sud del Mediterraneo, come Libia, Libano, Marocco, Tunisia. Poi, come tradizione, concerti, corsi di formazione per operatori dell'immigrazione e laboratori creativi.(ansa). Da Radio Articolo 1 del 08/07/14 Work in news Con M. Alicino, CdL Bat; A. Cannata, Arci Toscana; C. Pecchioli, Cgil Lombardia - See more at: Da And Kronos del 07/07/14 Rapporto diritti, quadro drammatico, si rischia catastrofe globale Più che di crisi, si rischia ormai di dover parlare di catastrofe globale. Dopo sei anni, infatti, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco. In Europa le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. E' quanto emerge dal rapporto sui diritti globali 2014 'Dopo la crisi, la crisi', edito da Ediesse, che verrà presentato a Roma domani, alle 11, nella sala Simone Weil della Cgil nazionale, in corso d Italia 25. Il Rapporto è a cura di Associazione Società Informazione Onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, 3

4 Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Per il quinto anno consecutivo, l occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità. Nell Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all anno precedente. Nel suo piccolo, l Italia contribuisce significativamente a questa mappa della privazione: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l 8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8%; all inizio della crisi, nel 2008, era al 63%. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2%), i croati (53,9%) e gli spagnoli (58,2%). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Secondo il Rapporto, "dall inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone". "Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila. E muoiono le persone: per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell anno precedente", si sottolinea. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri: sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. "Questo stato di catastrofe - umanitaria, non solo economica - non è una realtà inevitabile - spiega il Rapporto - bensì il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Le politiche della Banca centrale, del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania". Complice la crisi, è in atto, secondo il Rapporto, "l intensificazione di una 'lotta di classe dall alto', una resa dei conti totale con i sistemi democratici e di welfare, per come sono stati edificati nella seconda metà del secolo scorso, a partire dal modello sociale europeo". "Sono potenti le spinte in direzione della privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di miliardi di euro l anno, vale a dire ben il 25 del Pil, verso il quale si stanno indirizzando gli incontenibili appetiti dei gruppi finanziari e delle multinazionali", sottolinea. "Le alternative -spiega il Rapporto- invece sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società, dei popoli. Per contrastare quel 'colpo di Stato', difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità e giustizia sociale. Globalizzando i diritti". Da Redattore Sociale del 08/07/14 Povertà, il 78 per cento degli italiani taglia la spesa per il pane Rapporto diritti globali. Cibo e casa indicatori principali dell impoverimento delle famiglie, i cui redditi hanno subito un duro 4

5 colpo. Nessuna inversione di tendenza rispetto a Monti, solo qualche misura tampone, come la criticatissima social card ROMA - Scendono i redditi delle famiglie italiane e comprare anche solo il pane rappresenta un lusso per moltissimi cittadini. A sei anni dall inizio della recessione l Italia non è ancor uscita dalla crisi, cresce invece, il tasso di povertà in quasi tutte le aree da nord a sud. A descrivere lo stato di disagio nel nostro paese è il Rapporto sui diritti globali 2014, realizzato dall Associazione società informazione onlus e promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Nello studio, presentato oggi a Roma, si sottolinea in particolare che i redditi degli italiani hanno subito un duro colpo negli ultimi anni, un andamento non smentito neanche nel Secondo la Banca d Italia, tra il 2010 e il 2012 il reddito familiare medio è sceso in termini nominali del 7,3 per cento, quello equivalente del 6 per cento e la ricchezza media è diminuita del 6,9 per cento. Un quinto delle famiglie italiane ha un reddito netto annuale inferiore a euro, circa euro al mese, mentre cresce la disuguaglianza: il 10 per cento delle famiglie con il reddito più basso percepisce, infatti il 2,4 per cento del totale dei redditi, mentre il 10 per cento dei nuclei con redditi più alti percepisce il 26,3 per cento del totale. Stesso trend anche per la ricchezza: il 10 per cento delle famiglie più abbienti possiede il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale, un punto percentuale più del Da fonte Istat, nel 2012 il reddito disponibile delle famiglie italiane diminuisce dell 1,9 per cento rispetto all anno precedente. Le povertà aumentano, soprattutto per operai, giovani, genitori e cittadini del Sud. Nel 2012 la povertà relativa la cui soglia è attestata per il 2012 su 990,88 euro (-2 per cento rispetto al 2011) è del 12,7 per cento per i nuclei familiari (oscillante tra il 12,1% e il 13,3%), era dell 11,1 per cento nel 2011 ( +1,6 per cento e del 15,8 per cento per quanto attiene agli individui). Si tratta di 3 milioni e 232 mila famiglie e di 9,5 milioni di persone. Secondo il rapporto nessuna area del paese si salva e sono le famiglie più numerose e soprattutto con figli minori quelle più esposte. Il problema riguarda i più giovani, gli anziani e i lavoratori dipendenti. Si registrano, poi, cifre record per chi un lavoro non ce l ha: le famiglie senza occupati o ritirati dal lavoro sono povere nel 49,1% dei casi, e quelle con ritirati dal lavoro e persone alla ricerca di occupazione, nel 36,9%. La povertà assoluta tocca famiglie (il 6,8 per cento) e persone (l 8 per cento), con un aumento sul 2011 dell'1,6 per cento per le famiglie e +2,3 per cento tra gli individui. Il 50 per cento dei poveri assoluti vive al Sud, ben a fronte dei del Ed essere lavoratori non protegge dal rischio: gli operai, soprattutto, sono esposti nel 9,4 per cento dei casi, con ben due punti percentuali in più del 2011, e uno stacco sensibile da impiegati e dirigenti (il 2,6 per cento, +1,3 per cento). Il cibo e la casa: due indicatori di impoverimento dalle cifre allarmanti. Il rapporto sottolinea che diminuisce la spesa delle famiglie per il cibo: a fronte di una spesa media mensile per famiglia di euro, diminuita del 2,8 per cento rispetto al 2011 (fonte Istat), la spesa alimentare passa dai 477 euro in media del 2011 ai 468. Le famiglie numerose, in particolare, investono in cibo un quinto dei loro fondi, e va in cibo il 21,1 per cento del salario di un operaio, il 20 per cento del reddito di un pensionato. La Coldiretti evidenzia come il 78 per cento degli italiani abbia tagliato la spesa per il pane, anche perché il prezzo del pane è aumentato, a volte anche raddoppiato. Anche un analisi della Coop dice che la spesa per i generi alimentari è attestata nel 2013 a euro circa pro capite, un valore da anni Sessanta si legge nel rapporto - il 14 per cento in meno sui valori del Tra gli indici di grave deprivazione materiale, quello relativo al non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni sale tra gli italiani dal 12,4 per cento al 16,8 per cento. Anche i dati forniti dal Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti 5

6 2013 segnalano che coloro che hanno problemi di alimentazione erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 e hanno raggiunto i 3,7 milioni nel La casa è un problema soprattutto per giovani, migranti e nuovi poveri. L abitazione è fonte di disagio economico per molte famiglie: nel 2012 circa il 10 per cento (+2 per cento sul 2010) ha problemi per affitti non pagati o per rate del mutuo cui non si è potuto far fronte, ed è una cifra che arriva a ben il 30 per cento del reddito familiare. La percentuale sale al 37 per cento se si considerano solo le famiglie in affitto, con +6 per cento sul 2010, e +15 per cento rispetto al Ha arretrati per mutuo, affitto o bollette in media il 13,6 per cento delle famiglie italiane, il 18 per cento al Sud, e soprattutto quando la famiglia è numerosa (23,3 per cento), con componenti giovani (10,5 per cento), con tre o più figli (22,9 per cento, il 32 per cento se minori). Non riesce poi a riscaldare adeguatamente la propria casa il 21,2 per cento. Nel primo semestre 2013 il totale di sfratti richiesti ammonta a , di cui , il 90 per cento, per morosità, sono le richieste di esecuzione pendenti e gli sfratti eseguiti. Il governo Renzi fa ancora troppo poco. Il giudizio di chi vorrebbe un inversione di tendenza nella strategia di uscita dalla crisi non è generoso con il governo Letta, poco di più con quello Renzi, i cui Documenti di economia e finanza (Def) vengono visti in sostanziale continuità con quelli dei tecnici del governo di Mario Monti si legge nel rapporto - Sul piano delle politiche di contrasto alla povertà e di sostegno al reddito si registrano poche novità. Attorno alla spesa sociale continua il braccio di ferro di sempre tra governo da un lato e sindacati e regioni dall altro. Due le aree che secondo il rapporto sono al centro della mobilitazione e dello scontro nel 2013: la non autosufficienza e la lotta alla povertà. La prima registra una parziale vittoria, anche grazie agli ammalati di Sla continua lo studio - e alle loro famiglie e organizzazioni, che chiedevano 600 milioni di euro per il 2014, 700 per il 2015 per il Fondo per la non autosufficienza, e incassano invece 275 milioni per il 2014, più altri 75 milioni, dedicati all assistenza domiciliare a persone affette da disabilità gravi e gravissime. Sul fronte della lotta alla povertà, invece sono molte le proposte e pochi i riscontri. Restano inattuati un Piano di lotta alla povertà, coerente e organico, e l istituzione di una misura di reddito minimo spiega ancora il rapporto - anche se vi sono diverse proposte in questo senso, come il reddito di inclusione sociale attiva, proposto dalle AclI e Caritas o il sostegno di inclusione attiva, messo a punto da una commissione di esperti designata dal governo Letta. Tutto finisce con il decadere del governo di Enrico Letta, e sembra destinato a non decollare nemmeno con quello di Matteo Renzi. Rimane la criticatissima social card: ha una platea più ampia ed è meglio finanziata (810 milioni), ma resta una misura tampone in un contesto senza strategia, che raggiunge al massimo 450 mila poveri assoluti, a fronte di un totale di 5 milioni. Da Redattore Sociale del 08/07/14 Lavoratori poveri cresciuti di 200 milioni: Catastrofe dei diritti sociali Rapporto sui diritti globali In Ue 13 milioni di nuovi poveri (da noi raddoppiati in 6 anni) e 27 milioni di disoccupati. In Italia tra il 2012 e il 2013 persi 424 mila posti. "Le alternative sono possibili, ma non possono che sortire dal basso" ROMA - Più che di crisi, si tratta di una catastrofe globale sul fronte dei diritti sociali ed economici: 27 milioni di disoccupati e 13 milioni di nuovi poveri in Europa. E un picco di 6

7 privazione anche in Italia dove la povertà assoluta è raddoppiata tra il 2007 e il A fotografare la situazione preoccupante del welfare nostrano e comunitario è il Rapporto sui diritti globali 2014, realizzato dall Associazione società informazione onlus e promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Dieci milioni di disoccupati in più in Europa. Secondo il rapporto negli ultimi sei anni tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco. In Europa le persone che hanno perso il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità. Nell Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all anno precedente. In Italia raddoppia la povertà assoluta. Nel suo piccolo spiega il rapporto - l Italia contribuisce significativamente a questa mappa della privazione: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l 8 per cento della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8 per cento; all inizio della crisi, nel 2008, era al 63 per cento. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2 per cento), i croati (53,9 per cento) e gli spagnoli (58,2 per cento). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Dall inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone. E il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4 per cento. A morire sono anche le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila, e per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell anno precedente si legge nel rapporto. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri ("working poor"): sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. Questo stato di catastrofe umanitaria, non solo economica non è una realtà inevitabile, bensì il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Secondo il rapporto le politiche della Banca centrale, del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania. Complice la crisi, è quindi in atto l intensificazione di una lotta di classe dall alto, una resa dei conti totale con i sistemi democratici e di welfare, per come sono stati edificati nella seconda metà del secolo scorso, a partire dal modello sociale europeo. Sono potenti le spinte in direzione della privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di miliardi di euro l anno, vale a dire ben il 25 del Pil, verso il quale si stanno indirizzando gli incontenibili appetiti dei gruppi finanziari e delle multinazionali. Risulta sempre più evidente il contrasto tra due idee diverse e antagoniste del mondo, la più forte delle quali, fondata sul dogma del libero mercato e sulla religione del profitto, vuole fare una definitiva tabula rasa di tutti i diritti faticosamente acquisiti dalle classi subalterne nel corso della seconda metà del Novecento si legge nel rapporto -. La crisi globale ha reso maggiormente manifesta l incapacità di perseguire alternative. Negli ultimi anni a livello mondiale si è assistito alla bancarotta del liberismo. Eppure i responsabili della crisi grande finanza, corporations e tecnocrazie hanno stroncato violentemente ogni ripensamento sui paradigmi della crescita infinita e dell asservimento totale dei viventi alle logiche del profitto, che sono state architrave di quella dottrina fraudolenta. E ora 7

8 addirittura rilanciano, con quel Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato commerciale Usa-Ue che incombe sull Europa. Eppure - spiegano i promotori del rapporto - le proposte alternative sono da tempo sul tavolo. Ma non bastano le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità occorrono la forza politica, il consenso e la cooperazione sociale. Ma anche nuova cornice culturale e valoriale. Un altra Europa e un altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle monete e dei mercati sottolineano. Secondo il rapporto, dunque, serve una riconversione ecologica dell economia che deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa; un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità e su un nuovo welfare che devono contrastare la politica dell austerità (solo in Grecia sarebbero le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati. Le alternative sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società, dei popoli. Per contrastare quel colpo di Stato, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità e giustizia sociale. Globalizzando i diritti, conclude il rapporto. Da Redattore Sociale del 08/07/14 Il non profit regge alla crisi, ma è ancora poco riconosciuto Rapporto sui diritti globali. Le associazioni di terzo settore crescono in numeri e dimensioni. Una forza produttiva che però nel 66 per cento dei casi è informale. Bene anche il volontariato: le nuove forme di mutualismo si alimentano nel web ROMA Il non profit resiste all impatto della recessione e cresce nei numeri e nelle dimensioni, ma resta sostanzialmente ancora informale: nel decennio , che incorpora anche le prime ricadute della crisi, infatti, sui diversi settori produttivi e dei servizi in cui il terzo settore è impegnato, le imprese non profit di tutte le tipologie crescono complessivamente del 28 per cento, e lo fanno in tutto il Paese sebbene con ampiezza diversa (di più al Centro e al Nord): sono nel 2011, erano Il non profit rappresenta il 6,4 per cento della realtà produttiva del paese, ed è la prima nei settori della cultura e dello sport (con 239 istituzioni non profit su 100 imprese profit) e dell assistenza sociale (con 361 istituzioni non profit su 100 profit). A sottolinearlo è il Rapporto sui diritti globali 2014 presentato oggi a Roma. Nonostante il settore rappresenti una potenza economica e produttiva, si legge nello studio, resta in esso una caratteristica forte di informalità: il 66,7 per cento delle organizzazioni oltre 200 mila è di tipo informale, solo il 22,7 per cento ha una forma giuridica riconosciuta, mentre il 3,7 per cento è rappresentato dalla cooperazione sociale e il 2,1 per cento da fondazioni (6.000). In totale, spiega il rapporto, il non profit contribuisce alla produzione complessiva per il 6,4 per cento e al lavoro retribuito per il 3,4 per cento: sono i lavoratori dipendenti (11,9%), esterni (4,9%) e lavoratori temporanei (0,1%). Secondo dati UnionCamere, l impresa non profit tiene egregiamente l impatto della crisi: guardando a mortalità e natalità delle imprese cooperative, tra il 2009 e il 2013 il saldo è positivo, con un valore massimo di +2,3 per cento nel 2012 e un discreto +1,9 per cento nel 2013, con nuove iscrizioni e cancellazioni nel Registro delle Imprese. Nel panorama dei settori produttivi, quelli in cui la cooperazione è 8

9 più presente, servizi in sanità e nel sociale e istruzione (8,6%) sono anche i settori dove non c è stata flessione negativa, ma tenuta. La cooperazione ha fatto più fatica, tra il 2012 e il 2013: negli ultimi quattro mesi del 2013 il 19,5% delle cooperative prevedeva tagli all occupazione e non oltre il 15% prevedeva degli aumenti, dati che potrebbero salire, nel 2014, al 20% compensato da solo il 10% di cooperative in grado di assumere. I nodi sono il credito e i tempi dei pagamenti da parte dei committenti, spesso pubblici. Una cooperativa su tre non ha avuto dal credito le risposte che si aspettava, il 17 per cento ha avuto un netto rifiuto e il 14 per cento un prestito inferiore a quello richiesto; un altro 15,4 per cento ha ricevuto una richiesta di rientro e il 31 per cento ha subito un rialzo dello spread, solo un terzo, il 31 per cento, ha una liquidità soddisfacente. Secondo il rapporto, il volontariato italiano è solido e sta cambiando. Lo studio sottolinea infatti che esso ha una base forte, sociale e culturale, e tiene alle prove delle fasi alterne dell economia e della politica, anche se le sue modalità sono destinate a modificarsi almeno in parte, per esempio con il decollo di una miriade di forme autoorganizzate di neomutualismo a livello micro territoriale, facilitate dall accesso al web e da una nuova, pervasiva connettività. Nel decennio in Italia si registra una crescita complessiva dei volontari, da a , e delle associazioni che li includono, da a oltre , di cui quelle che operano solo (o in prevalenza) con volontari sono (il 78% del totale). L incremento più imponente in percentuale dei volontari riguarda le fondazioni (ben +277% in 10 anni), e poi le cooperative sociali (+61%) mentre nelle associazioni informali, non riconosciute, crescono del 54%. Cambiano le forme, si sviluppa in anni recenti più l aspetto neomutualistico, anche spinto dal bisogno dei cittadini di auto-organizzarsi per supplire a carenze del welfare e comunque per migliorare la qualità della vita e della coesione sociale. Le reti del nuovo mutualismo si alimentano tanto della comunicazione micro territoriale, di vicinato, quanto di quella virtuale: la strada e il web formano in molte città italiane un circolo virtuoso. Da il Velino del 08/07/14 ROMA (ore 11) Presentazione del Rapporto sui diritti globali 2014 Dopo la crisi, la crisi a cura di Associazione Società Informazione onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente. Partecipano: Danilo Barbi, segretario nazionale Cgil; Paolo Beni, commissioni Affari sociali e Affari esteri della Camera; Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci; Marco De Ponte, segretario generale ActionAid Italia; Maurizio Gubbiotti, coordinatore nazionale Legambiente; Alessio Scandurra, Antigone; Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Società Informazione; don Armando Zappolini, presidente coordinamento nazionale Comunità di Accoglienza. Interverrà Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani del Senato. Presso la sede della Cgil nazionale, Sala Simone Weil, Corso d Italia 25. Da Rassegna Sindacale del 08/07/14 Un'altra Europa, un'altra globalizzazione Presentato il nuovo Rapporto sui Diritti Globali (Ediesse). "Più che di crisi, ormai, dobbiamo parlare di catastrofe globale: è il risultato di 9

10 scelte politiche precise". Camusso: purtroppo la luce della ripresa è ancora troppo lontana perché sia visibile di rassegna.it (immagini di Maurizio Minnucci) Se la parola crisi indica lo stato più grave di una malattia dalla quale si può guarire, allora questa parola non va più bene. Dopo sei anni, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco di costante peggioramento. Insomma, anziché crisi, sarebbe il caso di definirla catastrofe globale. In Europa le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale dei disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni. Nell Europa a 28 paesi, nel 2012, le persone già povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all anno precedente. Di tutto questo e di molto altro ancora parla il Rapporto sui diritti globali (Ediesse), giunto alla dodicesima edizione e presentato oggi a Roma nella sede nazionale della Cgil. Macrocapitoli tematici documentano la situazione e delineano possibili prospettive future in questo imponente dossier a cura dell'associazione Società Informazione Onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso- Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente. Come da tradizione, l analisi e la ricerca sono corredate da cronologie dei fatti, schede tematiche, quadri statistici, un glossario, una bibliografia e una sitografia. Uno strumento fondamentale d informazione e formazione per quanti operano nella scuola, nei media e nell informazione, nella politica, nelle amministrazioni pubbliche, nel mondo del lavoro, nelle professioni sociali, nelle associazioni. Nel suo piccolo, l Italia contribuisce significativamente alla mappa della privazione. Il numero di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta è raddoppiato tra il 2007 e il 2012, arrivando all 8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002, peggio di noi fanno solo greci, croati e spagnoli. Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424mila posti di lavoro. Dall inizio della grande recessione oltre 980mila persone hanno perso il loro impiego. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134mila. E muoiono le persone: per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell anno precedente. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale. Nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri: sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. "Questo stato di catastrofe umanitaria, non solo economica - si legge nel dossier - non è una realtà inevitabile, bensì il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Le politiche della Banca Centrale, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania". Le alternative sono da tempo sul tavolo. Certo, non bastano le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità - è una delle idee lanciate dal Rapporto - occorrono la forza politica, il consenso e la cooperazione sociale. Ma, per determinarne le precondizioni, prima di tutto bisogna definire una nuova cornice culturale e valoriale. Un altra Europa e un altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle 10

11 monete e dei mercati. Una riconversione ecologica dell economia deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa, che da tempo detta le agende ai governi e che vorrebbe ora addirittura forzare e svuotare le Costituzioni antifasciste europee. Un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità e su un nuovo welfare deve spodestare la mortifera politica dell austerità (solo in Grecia sarebbero le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati. Come afferma nel Rapporto Luciano Gallino, "i Parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di Stato in atto". Le alternative invece sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società, dei popoli. Per contrastare quel colpo di Stato, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità e giustizia sociale. Globalizzando i diritti. "Il settimo anno della crisi economica che ha investito l economia mondiale - osserva nella prefazione il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso - ci pone di fronte a un fallimento ormai evidente a tutti: la profonda recessione determinata dalle politiche economiche di stampo liberista, diventate vera e propria ideologia, che si sono dimostrate incapaci di prospettare una qualsivoglia uscita dalle loro stesse contraddizioni. La luce in fondo al tunnel, che in tanti cercano di vedere dietro percentuali di crescita del Prodotto interno lordo dello zero virgola, è, per il momento, un semplice abbaglio. Purtroppo la luce della ripresa è ancora troppo lontana perché sia visibile". 11

12 ESTERI del 08/07/14, ag. 8 A Gaza escalation dal cielo Verso una nuova offensiva israeliana. Dopo 24 ore di attacchi ieri sera l escalation Michele Giorgio E in atto una guerra di nervi parallela a quella combattuta con le armi che ieri ha visto a Gaza il più alto numero di vittime palestinesi di un attacco aereo israeliano dal novembre 2012 e in Israele riecheggiare le sirene di allarme nelle città meridionali per il lancio di razzi palestinesi che ad Ashdod hanno fatto un ferito. A Gaza che la scorsa notte attendeva una nuova offensiva aerea israeliana dopo i pesanti raid della sera, si sta giocando anche una partita che va oltre la spirale di attacchi e rappresaglie vista in questi ultimi giorni. Ieri mentre si svolgevano i funerali dei nove militanti armati di Hamas e del Jihad Islami, uccisi qualche ora prima a Rafah dal violento bombardamento aereo israeliano di domenica notte (che ha causato il ferimento anche di civili tra i quali due bambini e due ragazzine), e i gruppi armati palestinesi indirizzavano per rappresaglia decine di colpi di mortaio e razzi verso il territorio israeliano, la leadership del movimento islamico formulava una richiesta ad alto rischio. Se Israele vuole ripristinare la tregua (hudna) raggiunta dalle due parti il 21 novembre 2012, deve liberare gli 800 palestinesi (secondo i calcoli di Hamas), arrestati a partire dal 12 giugno, in seguito al rapimento dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. L approccio morbido (si fa per dire) adottato sino a due giorni fa dal premier israeliano Netanyahu nei confronti di Gaza che ha fatto infuriare il ministro degli esteri Lieberman fa intravedere al movimento islamista un imprevisto spazio di manovra politica. Tuttavia Hamas con la sua richiesta potrebbe fare proprio il gioco dell ultradestra nel governo Netanyahu e accorciare i tempi di un massiccio attacco israeliano alla Striscia. Ieri la riunione d emergenza del gabinetto di sicurezza si è chiusa con la decisione di aumentare gradualmente i raid aerei su Gaza, finchè prosegue il lancio di razzi, e il richiamo di riservisti anche se non una operazione di terra. Non c è da stare allegri per i civili. Lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele la guerra può solo farsi più intesa nei prossimi giorni. Hamas in ogni caso è costretto a giocare ogni carta a sua disposizione, ci spiega Aziz Kahlout, un giornalista di Gaza, «per rompere l isolamento politico e diplomatico in cui si trova, a causa anche del fallimento del governo di consenso nazionale palestinese nato ai primi di giugno. (Il presidente) Abu Mazen aggiunge Khalout aveva fatto delle promesse, come l apertura del valico di Rafah, ma non le ha mantenute e nessuno sa se, quando e come saranno pagati i 40 mila impiegati dei ministeri del disciolto governo islamico (al potere a Gaza dal 2007 al mese scorso, ndr). Senza dimenticare che la sicurezza palestinese ha contribuito nelle scorse settimane alla campagna israeliana di arresti contro Hamas (in Cisgiordania)». I dirigenti del movimento islamista vogliono la mediazione dell Egitto per fermare la nuova guerra, aggiunge Kahlout, convinti che questo porterebbe anche alla ripresa dei rapporti tra Hamas e il Cairo, interrotti dopo il colpo di stato dei militari contro il presidente Mohammed Morsi. L Egitto post-golpe non ha alcuna intenzione di dialogare con Hamas, che considera una organizzazione terroristica, ma non può rimanere indifferente alle sofferenze della popolazione di Gaza. E su questo puntano i leader del movimento islamico. Ieri il ministero degli esteri egiziano ha condannato i raid aerei di Israele e ha chiesto un stop degli attacchi vendicativi e della punizione collettiva. 12

13 La tensione avvolge anche la Cisgiordania e le aree a maggioranza palestinese all interno di Israele. Manifestazioni, proteste e scontri si ripetono da giorni. Esercito e la polizia di Israele usano il pugno di ferro. Hebron, Yatta, Tulkarem, Ram e tante altre località si sono trasformate in campi di battaglia con parecchi feriti. Lo sdegno per la brutale uccisione di Mohammed Abu Khdeir non si è placato dopo l arresto di sei israeliani di Beit Shemesh, Gerusalemme e della colonia di Adam accusati di aver rapito e bruciato vivo il ragazzo palestinese, per vendicare l omicidio in Cisgiordania dei tre ragazzi ebrei. Tre degli accusati hanno ammesso il delitto e ricostruito la dinamica dell assassinio. Si è anche saputo che il giorno prima avevano cercato di rapire un bambino palestinese di 9 anni, salvato dalla madre. L assassinio di Mohammed Abu Khdeir, il pestaggio di suo cugino 15enne Tareq da parte della polizia ripreso in un video che ha fatto il giro del mondo e, naturalmente, la guerra non ancora dichiarata da Netanyahu a Gaza, stanno spaccando la destra israeliana. Il leader ultranazionalista e ministro degli esteri Lieberman ieri ha annunciato la rottura della sua alleanza tra il suo partito Yisrael Beitenu con il Likud di Netanyahu, in polemica con la linea prudente, almeno se paragonata a quella del passato, del primo ministro verso Gaza. E ben noto il mal di pancia del leader di Casa Ebraica, Naftali Bennet, ministro dell economia e alfiere della colonizzazione dei Territori occupati. E ampi settori dell opinione pubblica israeliana mal digeriscono le dichiarazioni di alcuni leader politici, sincere o dettate da ragioni di opportunità politica. Netanyahu ieri ha espresso a Hussein Abu Khdeir, padre del ragazzo palestinese ucciso, «lo shock di Israele per l omicidio». Nello Stato di Israele «non c e differenza fra sangue e sangue», hanno scritto in un intervento sulla prima pagina di Yediot Ahronot il presidente uscente Shimon Peres e il suo successore Reuven Rivlin. A coloro che, ai vertici dello Stato, mettono sullo stesso piano l assassinio per vendetta del ragazzino palestinese Mohammed e gli attentati in cui rimangono uccisi cittadini ebrei, ha risposto infuriato Meir Indor, dell Associazione Almagor delle Vittime del Terrorismo in una lettera inviata a parlamentari, ministri e alla procura dello Stato per affermare che il paragone è improponibile. Per Indor il terrorismo degli israeliani è meno grave di quello degli arabi. Del 08/07/2014, pag IL CASO Israele e l orrore dei ragazzi assassini GAD LERNER A ISRAELE, per fortuna, non basta consolarsi additando la barbarie praticata dal nemico per trovare giustificazione alla barbarie perpetrata dai suoi figli. La ricerca di alibi morali, o magari di attenuanti, cede il posto a un profondo turbamento interiore. OGGI Israele deve guardarli in faccia, questi suoi figli che per vendetta hanno afferrato un coetaneo palestinese di 16 anni, Mohammad Abu Khdeir, e lo hanno bruciato vivo in un bosco di Gerusalemme. Li guarda in faccia e li riconosce perché gli sono ben noti, familiari. Magari finora se ne vergognava un po, ma liquidava la loro esuberanza come teppismo generazionale proletario. Sono i ragazzi di stadio della curva scalmanata del Beitar, organizzati come ultràs in un raggruppamento dal nome sefardita, La Familia, scelto in contrapposizione linguistica all élite tradizionalmente ashkenazita dello Stato. Anche il premier Netanyahu tifa per il Beitar, il che naturalmente non significa nulla, se non che il sabato sugli spalti udiva spesso lo slogan morte agli arabi rivolto contro i calciatori arabo-israeliani; così come udiva le irrisioni blasfeme della fede musulmana. 13

14 Di fronte al baratro della perdizione e del disonore, Netanyahu agisce da politico responsabile di uno Stato di diritto. Parla di «atto ripugnante», telefona le sue condoglianze al padre di Mohammad, assicura che «nella società israeliana non c è spazio per gli assassini, ebrei o arabi». Lo avevano preceduto, con parole nobilissime, i genitori in lutto per la morte di Eyal, Gilad e Naftali. Loro certamente si sono immedesimati nella sofferenza di una famiglia che non possono sentire nemica. Ma per poter sperare che l orrore degli adolescenti ammazzati a casaccio rimanga un episodio circoscritto, sarà inevitabile un autocoscienza collettiva delle società che tanto odio hanno generato. E qui viene il difficile. Estrema e degenere, ma è la filiazione di una storia importante la vendetta che si è consumata all alba di mercoledì 2 luglio in un bosco di Gerusalemme. Ha rilevato i codici di un fascismo-razzismo che pensavamo rinchiuso negli stadi di calcio, proprio come, vent anni fa, le belve della guerra etnica dell ex Jugoslavia si forgiarono nelle tifoserie organizzate. Naturalmente il fascismorazzismo in Israele ha altri luoghi d aggregazione. La componente ultràs ne rappresenta solo un orpello simbolico, tipico del linguaggio giovanile universale. Non a caso, però, il suo retroterra culturale porta lo stesso nome della squadra di calcio giallo-nera di Gerusalemme. Beitar è il movimento del cosiddetto sionismo revisionista fondato nel 1923 da Zeev Jabotinsky, in contrapposizione al sionismo ufficiale accusato di sinistrismo filo-socialista e di eccessiva moderazione. Dal Beitar nascerà il Likud, cioè l attuale destra israeliana, oggi affiancata (e insidiata) da nuovi movimenti messianici e etnicisti. In forma laica o religiosa, l ideologia postulata da costoro snatura il significato biblico di terra promessa. Per la precisione, idolatrano la terra e ne rivendicano la proprietà. L esatto contrario di quanto è scritto nel Levitico 25-23: Mia è la terra, perché voi siete forestieri e residenti provvisori presso di Me. Un Dio che si è fatto annunciare da patriarchi ebrei senza fissa dimora, eternamente stranieri anche nella terra promessa, viene strumentalizzato come fonte del diritto in base a cui negare legittimità alla residenza dei palestinesi. Questo naturalmente non basta a spiegare la predicazione dell odio trasformatasi in azione violenta già prima che il delitto di Hebron sollecitasse pulsioni di vendetta. L organizzazione Price Tag votata a seminare il terrore fra i palestinesi con centinaia di agguati ai civili e alle loro proprietà è attiva da qualche anno, senza che le forze di sicurezza israeliane agissero efficacemente per smantellarla. A legittimarla non è stato solo il fanatismo religioso, ma anche l affermarsi di una diversa forma di razzismo: l islamofobia. L idea, cioè, che gli arabi, ormai quasi tutti musulmani, per loro stessa natura siano inaffidabili e irriducibili. Solo la forza può tenerli a bada, non intendono altro linguaggio. Poco importa chiedersi le ragioni del loro agire, tanto meno intenerirsi per la loro sofferenza. Bisogna solo combatterli. Allontanarli a meno che accettino di sottomettersi. Va rilevato come questi argomenti riavvicinino la componente ebraica che li propugna alle destre europee che nel frattempo, dopo la Shoah, hanno per lo più ripudiato il loro tradizionale antisemitismo. Anzi, di Israele ammirano proprio l inflessibilità con cui esercita il suo diritto alla sicurezza e disconosce l interlocutore palestinese. Beitar puro per sempre, avevano scritto su uno striscione gli ultràs di La Familia l anno scorso, quando la loro squadra voleva ingaggiare due calciatori musulmani. La ebbero vinta, in un paese in cui la stessa nozione di purezza razziale dovrebbe far correre tuttora brividi lungo la schiena. Si tratta di quel medesimo gusto per la violazione di un tabù che spinge molti politici della destra israeliana a accusare di nazismo gli avversari. Ma che ha suscitato enorme scalpore quando è stato lo scrittore Amos Oz a paragonare ai neonazisti europei gli estremisti che aggrediscono gli arabi o imbrattano di scritte odiose chiese e moschee. C è chi sostiene amaramente che la ricomparsa di Hitler nel dibattito pubblico, sia pure come estrema provocazione, rappresenti una sua vittoria postuma. Anche quando (succede spesso) sono gli oltranzisti ebrei a definire nazisti Hamas o gli 14

15 Hezbollah. Temo invece che si tratti di qualcosa di più semplice e feroce al tempo stesso, nascosto chissà dove nella natura umana: l odio inebriante che può sospingere un ragazzo a cospargere di benzina un suo coetaneo e dargli fuoco, pensando di trarre sollievo dall annientamento di un corpo indifeso eletto a simbolo del nemico. Il grande storico del fascismo e del pensiero reazionario Zeev Sternhell, vincitore del premio Israele, ha denunciato un cambiamento verificatosi addirittura nella psicologia della nazione. La stessa idea di pace si è deformata fino a concepirla possibile solo quando gli arabi accettino il proprio status di inferiorità. I ragazzi ebrei assassini dello stadio di Gerusalemme ne sono una terribile espressione. Del 08/07/2014, pag. 14 l reportage. Un paese sotto shock dopo la confessione degli assassini del giovane palestinese bruciato vivo Da Gaza una pioggia di missili: 100 lanci in poche ore I ragazzi delle colline cresciuti nell odio ora Israele si spacca sul nemico di dentro DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FABIO SCUTO GERUSALEMME ISRAELE scopre oggi di avere un pericoloso nemico interno, i nazionalisti religiosi, gli ultrà delle colonie e gli Hilltop Youth, i ragazzi delle colline scesi per portare la vendetta fino a Gerusalemme, nel cuore della Terrasanta. Il nemico esterno, Hamas ha sparato più di cento missili in un solo giorno da Gaza su tutto il sud di Israele, mentre si incendiano le città arabe del nord e vacilla sotto i colpi della protesta il governo del premier Benjamin Netanyahu. Israele affronta in questi giorni la crisi più complessa e lacerante degli ultimi anni, il nemico dell Israele laico e democratico non è solo alle frontiere, ma vive a Kiryat Arba, Yitzhar, Sussia, Adam e Beit Yattir. Le colonie un tempo coccolate da tutti i politici si stanno rivelando la fucina dell anti-stato. Con l arresto dei sei giovani estremisti ebrei coinvolti nell omicidio del ragazzo palestinese bruciato, Israele è adesso consapevole del crescente pericolo rappresentato da gruppi più o meno organizzati ma uniti da una violenta ideologia anti-araba. La confessione di tre dei giovani killer è arrivata in un altra giornata segnata da violenze, specie sul fronte volatile della Striscia di Gaza. Se non cesserà il lancio dei missili, Israele è pronto all escalation militare ed è ciò che Hamas isolato e all angolo senza più padrini stranieri alla fine desidera. «L omicidio diabolico di Mohammad è l incubo dello Shin Bet (il servizio segreto interno), uno scenario in cui il conflitto israelo-palestinese si trasforma in contri inter-etnici tra le due comunità, guidati dalla legge biblica del taglione», ha scritto nel suo editoriale Maariv, esprimendo le paure e timori che sia stata imboccata una pericolosa deriva. Ne è ben consapevole il premier Benjamin Netanyahu che ribadisce «che il terrorismo dei nazionalisti ebrei non è differente da quello degli islamisti» e che ieri mattina ha chiamato al telefono il padre del ragazzo arabo assassinato per porgergli le condola glianze e la promessa che gli assassini del figlio «saranno duramente giudicati». Il pericolo del dilagare di queste violente ha spinto ieri i due presidenti d Israele l uscente Shimon 15

16 Peres e il nuovo eletto Reuven Rivlin a lanciare un appello congiunto per porre fine alle violenze e ad avere fiducia nella capacità di vivere insieme. All appello alla pacificazione hanno risposto anche le famiglie dei ragazzi uccisi nei due drammi che si sono consumati in queste settimane, il rapimento e l uccisione dei tre seminaristi ebrei e l orrenda vendetta consumata sul ragazzino palestinese. Le famiglie potrebbero presto incontrarsi in una visita di rispettive condoglianze. In questo senso si sono accordati lo zio di Naftali Fraenkel, uno dei tre ragazzi, ed Hussein, padre di Mohammad, che si sono parlati direttamente al telefono durante una visita del sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, alla famiglia Fraenkel. Diversi gruppi di estremisti ebrei sono stati individuati dallo Shin Bet, quelli che gravitano attorno alla squadra dei Beitar Jerusalem tristemente famosi per il loro razzismo anti-arabo noti col nome di La Familia (sul website ufficiale ci sono 13 mila adesioni) e un altra denominata Lehava, che invece agisce nelle spedizioni punitive contro negozi e commercianti arabi. La sicurezza israeliana la popolazione di Israele sta scoprendo quel mondo oscuro legato alla destra nazionalistareligiosa, delle yeshiva nei Territori occupati guidate da rabbini oltranzisti, degli insediamenti dove l impasto fra la dottrina ultra ortodossa e il nazionalismo esasperato hanno creato un mix esplosivo che si fa guidare solo dalla halachà, la legge religiosa che è sempre superiore a quella dello Stato. E in questa visione messianica e razzista non c è posto per gli arabi. Alcuni gruppi sono specializzati nelle rappresaglie di solito firmate Mehir Tag (il prezzo, in ebraico) e per questo chiamate Price Tag Gangs o gli Hilltop Youth, i ragazzi delle colline. Sono giovani, giovanissimi e prendono ispirazione da ben noti rabbini come Itzhak Ginzburg, Itzhak Shapira e Drov Lior di Hebron, le cui teorie e predicazioni sono apertamente razziste. Con maligna apatia il mondo della politica ha finora girato il volto da un altra parte. del 08/07/14, pag. 1/9 La questione israeliana Gian Paolo Calchi Novati Per spezzare l «arco della guerra» in Medio Oriente potrebbe essere venuto il momento di atti o fatti metapolitici. Se l esperienza ha un senso, si deve pur prendere atto che il conflitto ha ormai un secolo di vita. Anche il «califfo» che capeggia l offensiva jihadista fra Iraq e Siria conosce gli accordi Sykes-Picot del Sono passati 66 anni dalla fondazione dello stato ebraico, 47 dalle occupazioni della guerra dei sei giorni e 21 dall accordo di Oslo, che in teoria aveva sciolto i nodi essenziali della convivenza fra Israele e Palestina. Non è un caso che l ultima iniziativa di pace di un certo rilievo sia la preghiera recitata da papa Francesco con i suoi ospiti nei giardini vaticani. Malgrado l abominio dei due crimini, o proprio per questo, l assassinio dei tre ragazzi israeliani in Cisgiordania e del ragazzo palestinese a Gerusalemme, se ha rivelato quanto siano forti l odio e la sete di vendetta, è servito ad aprire gli occhi di molti sull abisso che sta di fronte a tutti. Una volta si parlava di crisi o guerra «arabo-israeliana». Con l emergere dell Olp e soprattutto con l affermazione della leadership carismatica di Arafat, per anni tenne il campo la «causa palestinese». La novità principale è che il conflitto tende sempre più a configurarsi come una «questione israeliana». Israele ha dalla sua la forza militare, esercita un ovvia egemonia politica e tiene i territori come ostaggi. L asimmetria è lampante anche nel diverso ruolo che hanno da una parte gli arabi che vivono in Israele e dall altra i coloni ebraici dei settlements in quella che dovrebbe essere la Palestina. Con 16

17 un altro clima, potrebbero essere due testimonials alla pari di una futura convivenza. Al limite, non ci sarebbe bisogno di rimuovere nessuno per ragioni di sicurezza o per rispettare i diritti. Ma fra lo status degli uni e degli altri c è una sproporzione che nelle condizioni attuali non è colmabile. Se non si ha in mente una realtà plurale geopolitica, ideologica e morale in cui non c è una frontiera divisoria insuperabile, non solo una «linea verde» o un muro ma quel terribile divario astratto fra un Nord percepito come «civiltà» e un Sud retrocesso a «barbarie», si riproduce inevitabilmente un fenomeno di incompatibilità. È così che in Algeria avvenne l esodo in massa dei pieds-noirs all atto dell indipendenza smentendo proprio i coloni francesi le ragioni stesse della difesa a oltranza dell Algérie française. Nell insieme Israele-Palestina è ancora in palio l alternativa fra unità o patrie separate che si trascina dai tempi del mandato. A giudicare dai propositi attribuiti al nuovo presidente, da argomento periferico lo stato bi-nazionale è arrivato al vertice del potere di Israele. La politica di Israele si dibatte fra separazione o annessione. Il dilemma non è stato risolto, idealmente e nella pratica, neppure con l abbandono di Gaza: Sharon si portò dentro quella contraddizione fino al buio dell invalidità e poi della morte. Israele, Netanyahu dopo Sharon, non si è mai rassegnato alla perdita di Gaza, parte integrante, al pari della Giudea e della Samaria, dello spazio fra mito e storia a cui fa riferimento il ritorno. La Striscia è trattata come un arto amputato che non si esclude di recuperare. Non si spiega altrimenti il riflesso condizionato che ha determinato due guerre e che ispira la tentazione ricorrente di intervenire per domare il regno di Hamas. I razzi lanciati dal territorio di Gaza sui villaggi israeliani di frontiera, per quanto carichi di responsabilità da una parte e di sofferenze dall altra, potrebbero essere solo un falso problema. La difficoltà estrema del negoziato asfittico che si è protratto nei vent anni dopo la cerimonia fra Arafat, Rabin e Peres alla Casa Bianca deriva da un agenda che non ha mai scelto chiaramente e definitivamente fra separazione e annessione (che sul lato dell Olp potrebbe essere intesa come una ricomposizione di una terra fin troppo lacerata). La geografia, la demografia e la democrazia sono state strapazzate in modo insopportabile. Con il tempo l insediamento umano sul terreno è profondamente mutato (al di là della successione naturale delle generazioni). Sono cambiati i fattori soggettivi e materiali. Sarebbe un dramma se si confermasse la tendenza alla partenza dei migliori (i sionisti di sinistra) o, se si preferisce, di coloro che per interessi personali, di ceto o di religione, credono nella concordia prima di ogni soluzione concordata (le élites istruite, i cristiani). Persino la logistica degli ultimi due delitti rispecchia la confusione e sovrapposizione di habitat e identità: i tre israeliani facevano l autostop su una strada ben dentro la West Bank ma riservata al traffico degli israeliani; il palestinese viveva in un quartiere di Gerusalemme, proclamata capitale eterna di Israele. Israele è oggettivamente scoraggiato dallo strumento della diplomazia così come è stata praticata finora. Non è stato trovato in effetti nessuna intesa sui termini della separazione. Per questo la soluzione dei due stati suona come una causa perduta. Siccome lo status quo è insostenibile, si va in cerca di nuove idee, dando per scontato che si dovrà sacrificare o l accordo o la separazione o entrambe le due opzioni. L ipotesi di una Palestina disarmata e neutralizzata, senza confini, senza continuità territoriale, senza la possibilità di comunicare con i paesi arabi vicini, priva delle sorgenti dei fiumi, non è più tanto attraente nemmeno per Israele. Come extrema ratio si propende non solo i falchi a un annessione di fatto o di diritto, a volte chiamata più benevolmente applicare la legge israeliana. La sovranità grigia verso cui stava dirigendosi l Autorità nazionale palestinese è contraddetta dal comportamento delle forze armate israeliane e dalla disarticolazione dei territori occupati a livello di mobilità. Probabilmente Netanyahu vuol far pagare a Abu Mazen la mezza vittoria fatta registrare con la mezza ammissione all Onu. 17

18 Una fattispecie simile a quella del Curdistan iracheno o del Somaliland, garantita rispettivamente da Turchia ed Etiopia, non è riproducibile in Palestina almeno fino a quando l Egitto non avrà scelto il suo modo d essere e d agire. Sono due le ragioni che hanno finora dissuaso l annessione dei territori presi alla Giordania nel 1967: un contraccolpo a livello internazionale e le implicazioni demografiche. La questione demografica potrebbe essere depotenziata con enclaves e cantoni palestinesi da intendere come piccole patrie. Nella società israeliana di oggi l idea dell apartheid potrebbe risultare meno ostica di un tempo. L eventuale opposizione degli Stati Uniti e dell Unione europea a un passo fatale (ma è più probabile un processo strisciante e graduale) potrebbe essere ammortizzata nello stravolgimento delle alleanze che ha già portato a una specie di asse Israele-Arabia Saudita. I due alleati principali degli Usa nella regione reagiscono così a una politica americana che, dopo i tentennamenti nel gestire le Primavere arabe, è sempre più attirata dalla ricerca di un modus vivendi con l Iran. Il governo di Israele non è mai stato particolarmente attento alla legalità internazionale. Oggi è al limite di dover subire una campagna di sanzioni ampliando gli interdetti che riguardano già i prodotti provenienti dai settlements. La sua strategia è sempre stata di uscire dall angolo in cui teme di essere rinchiuso alzando la posta. La vera incognita è rappresentata dallo spettro di una Terza Intifada che veda in campo non Hamas o non solo Hamas ma Al Fatah in prima persona. Sia i servizi segreti che l opinione pubblica di Israele sono convinti che le rivolte nel mondo arabo hanno migliorato la posizione d Israele, che infatti non è mai stato coinvolto come bersaglio primario o effetto collaterale. I palestinesi della West Bank si sentono isolati e sono pressoché senza padrini. Della convergenza tattica fra Israele e le monarchie sunnite del Golfo si è detto. La Siria è in piena guerra. Una breccia potrebbe aprirsi solo sul fronte libanese. D altra par</cw>te, appare remota una reale integrazione di Israele nella regione utilizzando le enormi risorse di soft power che avrebbe a disposizione, come si era pensato accadesse quando fu firmata la pace di Camp David. del 08/07/14, pag. 2 In fuga dalla guerra siriana oltre 145mila donne Joseph Giles Rapporto Onu. Un'inchiesta basata su 135 testimonianze raccolte nel 2014 Oltre 145mila donne siriane, sole o con figli, sono scappate dalla Siria a causa del conflitto in corso. La maggior parte ha trovato rifugio in Giordania, Egitto, Libano e Iraq; hanno perso o lasciato i mariti in guerra e un quarto di loro vive in rischiose condizioni di povertà. Le loro storie sono state raccolte dall Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati in un report reso noto stamattina, all interno del quale vengono effettuati focus sulle attuali vite delle donne siriane. Woman Alone the Fight for Survival by Syrian Refugee Women si basa sulle testimonianze personali di 135 di queste donne, raccolte in un periodo di tre mesi durante il «Costrette ad assumersi la responsabilità esclusiva delle famiglie dopo che i loro uomini sono stati uccisi, catturati o allontanati, sono preda di una spirale di disagio, isolamento e ansia», scrivono i relatori del rapporto. L ostacolo maggiore si evince è la mancanza di risorse. 18

19 La maggior parte di queste donne siriane, ovunque siano riparate, ha difficoltà a pagare l affitto, a garantire il cibo alla propria famiglia. Alcune di loro hanno venduto le fedi nuziali, nel gesto disperato di ottenere quel piccolo gruzzolo in grado di garantire, per alcui giorni, il nutrimento dei figli. Molte hanno abitato in tende o accampamenti, altre vivono della generosità di chi non fa pagare loro l affitto o garantisce un posto per dormire in una moschea. Un quarto di loro riceve assistenza in denaro da associazioni, ed è l unica forma di sostentamento; dipendendo totalmente dagli aiuti, un terzo delle donne ammette di non avere abbastanza cibo per vivere. A questo si aggiunge una difficoltà storica, determinata dalle vicende politiche dei Paesi in cui le donne hanno trovato rifugio, basti pensare all Egitto o all attuale Iraq. L Egitto «che ha assistito ad un enorme cambiamento politico negli ultimi anni ha introdotto delle restrizioni ai visti, creando non pochi problemi ai siriani in fuga dal conflitto. Le condizioni socio-economiche difficili e l ambiente politico instabile hanno inoltre «complicato il lavoro delle agenzie umanitarie nell aiutare queste comunità, anche a causa di crescenti tensioni con gli ospitanti». Lo scopo dichiarato del report dell Uhncr, mettendo in evidenza il numero e le condizioni di vita di queste donne, è quello di «chiedere un intervento urgente di nuovi donatori, di governi e agenzie internazionali». Nel percorso di queste donne, la fuga «è solo il primo passo di una vita di disagi», ha dichiarato António Guterres, dell Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. «Hanno finito i soldi, devono affrontare ogni giorno minacce alla propria sicurezza, e vengono trattate come reiette, pur non avendo commesso alcun crimine. È vergognoso. Vengono umiliate per aver perso tutto». Il 60 percento delle donne ha espresso sentimenti di insicurezza, una su tre si è detta spaventata e sopraffatta, alcune hanno il timore di lasciare la propria casa, altre fingono un esistenza con il marito che non c è, per la paura di violenze e umiliazioni. E, infatti, spesso il riparo non è migliore del luogo da cui si è fuggite: «Abbiamo lasciato la nostra casa in Siria, racconta una delle intervistate, per scoprire ben presto la miseria che ci aspettava qui in Egitto». Infine, la maggior parte delle donne intervistate ha raccontato che la loro più grande preoccupazione è l impatto della vita da profughi sui propri figli: «Devo preoccuparmi per le finanze e per la scuola. Devo proteggere loro, e dare loro l amore di una madre», racconta una di loro riparata in Egitto. Altre temono che i loro figli stiano crescendo troppo in fretta, con troppi pesi sulle spalle. «I nostri ragazzi, dicono, sono già dei piccoli uomini, ci aiutano con il lavoro, corrono per aiutarci nelle commissioni e sviluppano il senso protettivo di un adulto». Le ragazze a loro volta si prendono cura dei fratelli e adempiono «alle faccende di casa». Anche di fronte a queste circostanze preoccupanti, specifica il report, «molte donne siriane hanno dimostrato una notevole intraprendenza nei paesi in cui hanno cercato e trovato rifugio». Le storie in questo rapporto fanno emergere persone che stanno cercando di tirare fuori il meglio, da una situazione di disperazione. «I rifugiati e le comunità di accoglienza, così come l Unhcr, conclude il rapporto e i suoi partner, stanno cercando di mettere insieme ogni risorsa disponibile, per fornire loro supporto e assistenza». del 08/07/14, pag. 8 Da Aleppo (Siria) a Diyala (Iraq) governa la Shari a dell Isil Chiara Cruciati 19

20 Iraq. A Mosul piovono bombe senza nome mentre Al-Baghdadi introduce i primi regolamenti. In Siria l'isil espelle 60mila persone Lo stallo del par-la-mento ira-cheno con-tro il nuovo ordi-na-mento del calif-fato di Al Bagh-dadi. Men-tre i par-la-men-tari di Bagh-dad, eletti a fine aprile, per la seconda volta in una set-ti-mana alza-vano ban-diera bianca e riman-da-vano l elezione del pre-si-dente al 12 ago-sto, il nuovo califfo det-tava le regole da seguire nel cor-ri-doio da Aleppo a Diyala, sotto il con-trollo dell Isil da quasi un mese. Nella capi-tale le fazioni poli-ti-che hanno rin-viato nuo-va-mente la nomina del pro-prio pre-si-dente e, indi-ret-ta-mente, del nuovo ese-cu-tivo. Secondo quanto ripor-tato da un depu-tato sun-nita, Salim Al-Jabour, lo stallo è dovuto «alla man-canza di con-senso poli-tico». Lo scorso mar-tedì erano stati i par-la-men-tati sun-niti e curdi a far sal-tare la prima ses-sione, abban-do-nando l aula e facendo venir meno il numero legale. A due mesi dal voto e con un terzo del paese sotto il con-trollo di mili-zie isla-mi-ste, l Iraq non ha ancora un governo uffi-ciale. Quello ancora in carica è ber-sa-glio di cri-ti-che da parte della comu-nità inter-na-zio-nale e della classe poli-tica ira-chena, che in ogni caso non sem-bra in grado di pro-durre un ese-cu-tivo alternativo. Molto più orga-niz-zati appa-iono i mili-ziani isla-mi-sti che a Mosul comin-ciano ad imple-men-tare la loro per-so-nale legge, i rego-la-menti del calif-fato. Non solo modelli di com-por-ta-mento, ma anche docu-menti di iden-tità: secondo alcune orga-niz-za-zioni locali, lo Stato Isla-mico intende rila-sciare pas-sa-porti ai resi-denti. E per fare cassa, pro-verà a ven-dere il greg-gio occu-pato, pro-ve-niente dai gia-ci-menti di petro-lio sotto il con-trollo isla-mi-sta. Dif-fi-cile che i jiha-di-sti tro-vino com-pra-tori uffi-ciali, ma la sola minac-cia spa-venta Bagh-dad per-ché sim-bolo della debo-lezza del potere centrale. E poi c è la Shari a: vie-tato per le donne uscire di casa a meno che non sia stret-ta-mente neces-sa-rio e vie-tato per gli uomini gio-care a poker. Le siga-rette costano già il dop-pio e c è chi teme che met-te-ranno al bando anche quelle. Ma, più pre-oc-cu-pante, è l utilizzo che di que-sta auto-rità sta facendo Al-Baghdadi tra Iraq e Siria: ieri dalla comu-nità di Shu-heil, nella pro-vin-cia orien-tale siriana di Deir Ezzor, sono state espulse oltre 30mila per-sone. A but-tarle fuori l Isil, come aveva fatto nei giorni scorsi con i 30mila resi-denti delle città di Kosham e Tabia Jazeera. Oltre 60mila pro-fu-ghi nel giro di pochi giorni. In un video pub-bli-cato online si vedono alcuni mili-ziani det-tare le regole dell espulsione: i cit-ta-dini di Shu-heil devono lasciare le pro-prie case e le armi in loro pos-sesso fino a quanto la stessa Isil riterrà la comu-nità «sicura». Un avanzata che sem-bra inar-re-sta-bile, soprat-tutto agli occhi di una Bagh-dad sem-pre più debole. Per difen-dere quanto resta dell autorità del potere cen-trale, ieri l esercito ha innal-zato bar-ri-cate intorno alla città di Adeim, nella pro-vin-cia di Diyala, occu-pata dall Isil nelle scorse set-ti-mane. Nella pro-vin-cia di Ninawa a par-lare, invece, sono le bombe, anche se nes-suno ne riven-dica il lan-cio. Nei giorni scorsi la città di Mosul è stata tar-get di una serie di bom-bar-da-menti: testi-moni hanno rac-con-tato di almeno quat-tro case distrutte e due intere fami-glie uccise. Secondo fonti medi-che i morti sareb-bero sette, 30 i feriti. E se un ex gene-rale in pen-sione ha rife-rito alla stampa di aver chia-ra-mente visto un C-130 sta-tu-ni-tense (in dota-zione all esercito ira-cheno), sia il pre-mier Nouri al-maliki che il pre-si-dente Usa Obama hanno negato il pro-prio coin-vol-gi-mento nei bombardamenti. Il caos pare allar-garsi tanto da pre-oc-cu-pare anche l Egitto e il nuovo pre-si-dente al-sisi che non ha nasco-sto il timore di un con-ta-gio del Cairo. L ex gene-rale, fau-tore del golpe che ha depo-sto il pre-si-dente Morsi un anno fa, ha impie-gato gli ultimi mesi nella repres-sione duris-sima e la can-cel-la-zione poli-tica e sociale della Fra-tel-lanza Musul-mana in Egitto e non intende assi-stere all avanzata di un altro gruppo isla-mi-sta. Il timore ha detto Al-Sisi ieri è quello di una spac-ca-tura interna dell Iraq che potrebbe 20

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