ATTACCO ALL AMERICA (E ALLA CIVILTA ) I quotidiani italiani del 12 settembre 2001 Di Paolo Beltramin

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1 ATTACCO ALL AMERICA (E ALLA CIVILTA ) I quotidiani italiani del 12 settembre 2001 Di Paolo Beltramin Introduzione 11 settembre Sono le 8.45 a New York (le in Italia) quando un aeroplano Boeing 747 dell American Airlines si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center. Passano meno di cinque minuti e, in Italia, il Tg2 dà per primo la notizia del disastro in televisione. Negli Stati Uniti e in tutto il mondo, via satellite, sono già in onda le prime immagini dell impatto, fornite quasi in tempo reale da Sky News e Cnn. Quando, alle 9.03, un altro aereo di linea colpisce la seconda delle Twin Towers, il mondo è collegato in diretta con Manhattan. Quello cui tutti stanno assistendo è soltanto l inizio di un climax tanto drammatico quanto tecnicamente perfetto, degno del più onnisciente dei narratori. Incidente o attentato? Downtown non è una calamita, la seconda esplosione ha fatto cadere definitivamente la prima ipotesi. Le notizie scendono a cascata: si organizzano i primi interventi di soccorso, l evacuazione degli edifici procede in maniera molto difficoltosa; il New York Stock Exchange, la Borsa Valori di Wall Street, rinvia a tempo indefinito l apertura delle contrattazioni; il Presidente degli Stati Uniti, in Florida per una visita di routine, annulla tutti gli impegni previsti e, per alcune ore, rifiuta ogni forma di comunicazione con i media, nascondendosi in cielo sull Air Force One. Alle 9.39 la paura si sposta a Washington: un terzo aereo si schianta contro il Pentagono. Il Pentagono stesso, la Casa Bianca, il Campidoglio, tutti i centri nevralgici del Governo degli Stati Uniti vengono fatti evacuare. La paralisi blocca anche i sistemi di comunicazione: si fermano tutti gli aeroporti nazionali, si interrompono a tratti le comunicazioni satellitari, la rete Internet non consente contatti. Sono le 10 in punto. La Torre Sud del World Trade Center crolla su sé stessa, provocando una nube di fumo che ai più vecchi ricorda i funghi atomici che hanno segnato la fine del Secondo Conflitto Mondiale. Negli stessi secondi altre breaking news ci scaraventano in un luogo ancora diverso: nei pressi di Pittsbourgh, in Pennsylvania, un quarto aereo si schianta al suolo, questa volta senza colpire alcun obiettivo. Ma quanti sono gli aerei kamikaze nel cielo degli Stati Uniti? I telecronisti non sono in grado di rispondere. Le immagini della fuga della popolazione da Downtown, Manhattan, arrivano insieme al moto inverso dei soccorsi. Sono passate meno di due ore dalla prima esplosione : crolla anche la Torre Nord. In Italia alle quattro e mezza del pomeriggio c è la nazione davanti al televisore. Tutti rivolti verso l altra sponda dell Atlantico, come circa quarant anni fa, il 22 novembre del I morti sono molti più che a Dallas, ma la sensazione è identica: il mondo non sarà più lo stesso e, soprattutto, tutto fa prevedere che sarà un mondo peggiore.

2 I telegiornali nazionali stanno imbastendo in fretta delle edizioni speciali. Il Tg4 di Emilio Fede è il primo a bloccare il palinsesto (e il giorno dopo se ne vanterà pubblicamente sul Secolo XIX ), seguito nello spazio di pochi minuti dalle altre testate. Un po in ritardo le macchine informative più autorevoli, Tg1 e Tg5. Nella redazione di Porta a Porta stanno organizzando la puntata speciale sull evento, che andrà in onda quando molte pagine dei quotidiani del giorno dopo saranno già state architettate. Vespa otterrà il record di share (70%) per un programma informativo nella storia della televisione italiana. Ma torniamo più o meno alle quattro e mezza. Enrico Mentana, direttore del Tg5, riporta con enfasi una notizia d agenzia: Il numero complessivo delle vittime degli attentati è davvero molto elevato. Potrebbe trattarsi di mille persone. I telespettatori sanno già che non è vero, che i morti sono molti di più. Le immagini trasmesse, per lo più filmati amatoriali di turisti, in questo momento offrono più verità di tutte le parole, di tutto il lavoro giornalistico che ruota attorno alla tragedia. Come potranno essere i giornali del giorno dopo? Come avranno trattato il primo evento del nuovo secolo? I titoli di apertura Attacco all America : così aprono i tre maggiori quotidiani italiani. La scelta di un titolo enunciativo 1 di fronte all orrore di una giornata come l 11 settembre 2001 sembra dunque l unica possibile nelle principali redazioni. Quanto è successo non ha certo bisogno di essere caricato di espressioni ad effetto per acquistare importanza, né è opportuno tentare di interpretare o commentare in pochi caratteri un evento tanto complesso e ricco di sfaccettature quanto del tutto inaspettato. Il Corriere della Sera, a dire il vero, si differenzia in qualche modo dai due principali concorrenti, la Repubblica e La Stampa. Al titolo sopra citato aggiunge e alla civiltà : forse incoraggiato dal grande formato, il quotidiano di via Solferino sceglie dunque di fornire nella titolazione un elemento aggiuntivo, che non rappresenta un semplice commento quanto piuttosto una netta presa di posizione dell intero giornale. E lo stesso messaggio che veicola il brevissimo editoriale firmato dal direttore Ferruccio De Bortoli, Siamo tutti americani, sul quale torneremo in un altro paragrafo. Si può già osservare come le scelte prese in queste due occasioni non hanno niente a che spartire con la logica di parte che prenderà il sopravvento nei giorni successivi in gran parte della stampa nazionale, ma al contrario vogliono evidenziare come la ferita aperta il giorno prima colpisce il genere umano nella sua interezza; come cioè, nell atto di essere così brutalmente attaccati, il Pentagono e l isola di Manhattan diventano simbolo universale del valore della Vita, al di sopra di qualsiasi divergenza politica, razziale o religiosa. Diversa la scelta di altre testate. Tre giornali assai distanti tra loro per impostazione e ideologia come Il Messaggero, l Unità e Puntocom inseriscono nel titolo di apertura una parola che è sempre difficile pronunciare, qui capace di evocare non solo il dramma appena consumatosi, ma anche quello che prevedibilmente sta per aprirsi; leggiamo rispettivamente: Atto di guerra, Stato di guerra in America ed E guerra in diretta tv. In un giorno del genere non si può certo accusare tali espressioni di essere 1 Sulla distinzione tra titoli enunciativi e titoli paradigmatici si veda Papuzzi, Professione giornalista, Donzelli, Roma,

3 forzate, e il dovere di un giornale è sempre quello di porre il lettore di fronte alla realtà dei fatti. Gli avvenimenti dei mesi successivi peraltro daranno legittimità ancora maggiore a parole tanto potenti. I due giornali nazionali più decisamente schierati a sinistra, il Manifesto e Liberazione, optano per dei titoli più connotativi, vicini in qualche modo al modello linguistico dello slogan, colpevoli, forse involontariamente, di echeggiarsi l un l altro: Apocalisse leggiamo nel primo, 2001 Apocalisse in America nel secondo. Nemmeno in questo caso si può contestare un eccesso di enfasi, un uso della lingua troppo sopra le righe; ci sembra piuttosto che sia in generale il modo di intendere il giornalismo di questi due quotidiani ad essere inevitabilmente messo in crisi da eventi come quello dell 11settembre. Toni del genere, infatti, non sono l eccezionale ma la prassi in questi fogli, e di Apocalisse si era già parlato in occasione della vittoria elettorale di Berlusconi e dell abolizione delle tasse di successione. Forse allora in questo caso sarebbe stato più opportuno rinunciare del tutto alla titolazione, lasciando alle immagini il compito di presentare l evento (è questa tra l altro la coraggiosa scelta del francese Libération e dell inglese The Guardian ). Nel versante ideologicamente opposto, il Giornale, almeno in apertura, dà prova di moderazione (che in un contesto del genere significa semplicemente rispetto per le vite umane perdute): Migliaia di morti è il titolo che viene scelto. Di tutt altra natura quanto propone Libero di Vittorio Feltri. Forza America / Reagisci si legge a caratteri cubitali, e il catenaccio ribadisce il concetto: Il mondo aspetta una risposta al terrorismo islamico. Parafrasando questa espressione, sembra piuttosto che Feltri e i suoi aspettassero un occasione del genere per sfogare la loro inconfessabile ansia di guerra, dal vago sapore futurista. Avremo modo di leggere manifestazioni ben più estremistiche di questa pericolosa posizione. Il trattamento della notizia 2 E opinione diffusa che nei maggiori quotidiani sia da tempo invalsa la cattiva abitudine di gonfiare in modo spropositato l importanza degli eventi trattati in modo da fornire al lettore la sensazione di trovarsi di fronte a notizie sempre decisive, sempre di portata storica. Anche di avvenimenti tutto sommato banali si tenderebbe insomma a offrire approfondimenti ingombranti, retroscena del tutto superflui, sfaccettature in fin dei conti non pertinenti. Questa tendenza, in atto soprattutto per limitare il crescente successo della stampa periodica, viene comunemente definita settimanalizzazione del quotidiano. Se c era un rischio che le infuocate redazioni dei quotidiani non hanno corso lo scorso 11 settembre è stato proprio questo. Sul fatto che la Storia avrebbe sempre ricordato tale data, infatti, fin da subito nessuno ha avuto alcun dubbio. L importanza, l imprevedibilità, la complessità di un simile evento avrebbe giustificato l analisi di migliaia di dati, la formulazione di migliaia di ipotesi, la pubblicazione di migliaia di 2 Per la composizione di questo capitolo ho utilizzato, oltre naturalmente ai giornali del 12 settembre 2001, due manuali teorici di tecniche giornalistiche: Papuzzi, cit., cap. Come cambia il giornale e Roidi, La fabbrica delle notizie, cap. Le notizie, Laterza, Bari, Mi è stata inoltre preziosa, soprattutto per capire le dinamiche interne alla redazione di un giornale ed i processi artigianali di trasformazione dei fatti in notizie, la testimonianza del Professor Raffaele Fiengo, presente alla prima riunione della redazione del Corriere della Sera in seguito agli attentati dell 11 settembre. 3

4 articoli da parte di ogni singola testata. Risorse limitate, e in primo luogo il pochissimo tempo a disposizione, hanno in pratica costretto i giornalisti a circoscrivere il proprio lavoro su alcuni nuclei tematici fondamentali. Ma l attività delle redazioni è proseguita ininterrottamente anche dopo l andata in stampa del giornale, ben sapendo tutti che l attacco alle Twin Towers avrebbe richiesto un enorme spazio sui media per molti mesi ancora. Le maggiori differenze tra le diverse testate nazionali si sono verificate in sede di editoriali e di opinioni. In questo paragrafo però ci occuperemo delle notizie nel senso più tradizionale del termine, cioè di news piuttosto che di views. Da questo punto di vista i giornali hanno mostrato molte affinità e qualche divergenza. Il punto di partenza è stato ovunque la cronaca in senso stretto della giornata. Ma come è possibile raccontare un fatto già visto da tutti decine di volte e da decine di angolazioni differenti? E interessante soffermarsi su due soluzioni particolarmente riuscite. La corrispondenza di Vittorio Zucconi per Repubblica parte dalla prima ed occupa completamente (accompagnato da alcune foto) anche le pagine 2-3. Certo, i dati sono importanti, e leggerli qui permette di immagazzinarli ad un livello ben più profondo che ascoltandoli anche mille volte in televisione. Ma una grande cronaca non può fermarsi a questo livello. L esperto inviato sa che deve aggiungere qualcosa al suo pezzo, ma sente al contempo di non avere punti di riferimento dalla propria esperienza passata, di non aver mai visto niente di simile, di essere lui per primo a non credere ai propri occhi. Prova allora con alcune metafore: Manhattan è un Titanic, e le due torri sono i suoi più alti fumaioli, poco dopo le Twin Towers cedono come torte nuziali alle quali sia stato portato via il supporto. Non basta, c è ancora molto da aggiungere, ci sono mille particolari da annotare: il sangue dei feriti, le telecomunicazioni interrotte, gli appelli alle donazioni di sangue, milioni di persone immobili attorno al gelido focolare della tv. Il racconto di quest incubo sembra non poter mai finire. Poi all improvviso un piccolo, insignificante indizio di segno opposto: oggi i bambini tenteranno di tornare a scuola. Eppure è proprio da qui che l articolo riesce a trovare il suo compimento: Nulla come vivere il coraggio della normalità, disarma i miserabili del terrorismo. La testimonianza di Gianni Riotta, New York brucia, ma non può morire, è pubblicata a pagina 3 della Stampa 3. Anche qui sono i dettagli, gli episodi a prima vista insignificanti ad essere portati al centro dell attenzione. La paralisi delle comunicazioni satellitari crea code lunghe decine di metri alle cabine telefoniche; i pochi telefonini che funzionano vengono messi in comune e usati liberamente da chiunque ne abbia bisogno. E da qui che parte la descrizione di una città simbolo, che però non è solo il simbolo del consumismo, della globalizzazione cieca che elimina le differenze: Brucia New York, la città più aperta del mondo, dove ogni strada ospita sushi giapponese, spaghetti e pizza, riso cinese, bistecche texane, borsh russo, dove non c è comunità o etnia che non abbia la sua festa e i suoi cerimoniali, decine di giornali in urdu, arabo, mandarino, cantonese, italiano. E l importanza delle piccole cose a dischiuderci il senso profondo del dramma cui stiamo assistendo. Il lirismo delle parole di Riotta, che convive benissimo con alcuni legittimi accenti di polemica, merita una lunga citazione: Chiude l aeroporto di Los Angeles, Hollywood è isolata, e stavolta 3 La raccolta degli articoli del giornalista dal 12 settembre al 20 ottobre 2001è poi diventata un libro: Riotta, N.Y. Undici settembre, Einaudi, Torino,

5 non per lo snobismo dei soliti cineasti di provincia come a Venezia, ma per la guerra. Chissà cosa pensano adesso i boicottatori di pellicole Usa, i lapidatori dei MacDonald s, quelli che non vanno in America perché c è la pena di morte e non è un paese civile, quelli che trovano gli yankee tutti mangiahamburger, tutti stupidi, tutti ignoranti. Festeggeranno, come i palestinesi sciocchi che si fanno riprendere dall americana Cnn ad applaudire la strage? ( )Ci vorrà tanto tempo ma sarà New York a spiantare i terroristi e non viceversa. Scommetteteci pure, il mio sguardo di lunedì sulle torri non è stato l ultimo. Bastano questi due esempi per farci comprendere l enorme valore della cronaca dei grandi inviati, anche nell età delle dirette televisive, dell informazione primaria gratuita e dei canali multimediali. Avremo modo di ammirare l efficacia comunicativa dei grafici e delle tabelle, la grande capacità di sintesi di tutti gli schemi riepilogativi sparsi nelle pagine di tutti giornali, ma è in pezzi come quelli prima descritti che sta il senso più profondo della professione giornalistica. Spesso la cronaca non si esaurisce in un unico articolo, per quanto esteso, ma viene deviata su binari diversi; gli attentati alle Twin Towers vengono trattati autonomamente da quelli al Pentagono; almeno una pagina viene poi dedicata ovunque alla burrascosa giornata del Presidente Bush, che nella frenesia della diretta i telegiornali non avevano trattato con sufficiente attenzione. Fin dalle prime pagine, magari nella parte bassa, hanno sempre un certo risalto le testimonianze dei sopravvissuti al crollo, che possono assumere indifferentemente la forma dell intervista o della narrazione in prima persona; a questo genere di testi si alternano le interviste a personalità importanti, da attori di successo a prestigiosi professori universitari, che forniscono le prime interpretazioni specialistiche dell accaduto. Praticamente in ogni testata si fa poi spazio l inquietante, e per molti lettori ancora sconosciuta, figura del sospettato numero uno, Osama Bin Laden; e così ci si sposta alla polveriera mediorientale, e cioè a quel conflitto tra israeliani e palestinesi che tanti morti ha provocato e che dura ormai da cinquant anni: se non tutti sono ancora concordi ad assegnare all organizzazione terroristica Al Quaeda la responsabilità dell attentato ( Libero chiama in causa direttamente e imprudentemente, visto che spinge anche per una ritorsione immediata da parte dell esercito statunitense Hamas, che si dimostrerà di fatto estranea a quanto è appena accaduto), non ci sono dubbi che solo le risorse dell estremismo islamico avrebbero potuto organizzare un azione distruttiva di questa portata; la pista che porta a Saddam Hussein, leader irakeno e da molti anni grande antagonista degli Stati Uniti, viene messa subito in secondo piano. Altre pagine sono poi sempre dedicate alle principali dichiarazioni di cordoglio dei Capi di Stato e di Governo di tutto il mondo ed alle reazioni dei principali leader politici nazionali. A volte con una punta di imbarazzo, di norma le lunghe sezioni dedicate agli attentati si chiudono con una pagina di economia dedicata agli effetti immediati della tragedia sulle Borse internazionali. Per avere un esempio concreto di quanti siano gli approfondimenti che possono nascere da un evento di tale portata, riportiamo i principali titoli di Repubblica. Il quotidiano diretto da Ezio Mauro, complice il formato tabloid, è quello che dedica il maggior numero di pagine (25 in tutto) alle breaking news. Le pagine 2-3 sono interamente occupate da Apocalisse sugli Stati Uniti, la corrispondenza di Zucconi di cui abbiamo parlato poco sopra. New York / Spazzate via le Torri Gemelle (pagina 4) pone l attenzione esclusivamente su quanto accaduto al World Trade Center, mentre 5

6 Washington / Un boato e brucia anche il Pentagono (pagina 6) è dedicato al terzo attentato. Pagina 5 riporta la testimonianza di Lucio Caputo, manager italiano scappato via dalle torri pochi minuti prima del crollo: Quelle scale senza fine mentre tutto bruciava. A pagina 7 leggiamo Esperti di radar e aerovie nei commando suicida, sintesi delle prime, incerte indagini. C è poi lo spazio dedicato al Presidente degli Stati Uniti, Bush: riusciremo a catturare i terroristi. Seguono le interviste all ex Segretario di Stato Henry Kissinger, allo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ed al portavoce a Londra di Bin Laden Omar Bakri. Alle pagine si introduce il ritratto del leader terrorista ( Bin Laden / La sfida finale ), mentre le due successive ci spostano a Israele ( Sharon offre sostegno agli Usa e La festa dei palestinesi / L imbarazzo di Arafat ). Le reazioni dell economia in questo giornale precedono le dichiarazioni dei politici: Wall Street colpita al cuore / Mercati chiusi, paura del crac (pagina 16) e Borse europee in preda al panico (17). I primi politici a prendere la parola sono due figure da sempre guardate con ammirazione da questo quotidiano: La condanna dell Europa / Prodi: resisteremo al terrore e Blair blocca i voli su Londra / Spalla a spalla con Bush. E poi la volta di Putin (pagina 20), del papa (21) e dei politici italiani (23). Il lungo speciale di Repubblica si chiude con due pagine (24 e 25) dedicate alle prime conseguenze della tragedia nel nostro Paese: Italia, scatta l allarme attentati e Ambasciata italiana sotto choc / si svuota il palazzo di via Veneto. Le questioni all ordine del giorno sono dunque davvero tante. Gli altri quotidiani nazionali non si scostano molto dal taglio informativo dato da Repubblica, almeno per quanto riguarda la scelta dei temi da mettere in agenda (l analisi contenutistica dei vari giornali verrà fatta in seguito, in particolare in un paragrafo dedicato ad editoriali e opinioni). La sintesi appena svolta può valere così da scaletta un po per tutta la stampa del 12 settembre. Anche in termini puramente quantitativi, lo spazio dato dalle diverse testate alle breaking news tende a equivalersi (le cifre vanno lette ricordando che solo Repubblica tra i grandi giornali adotta il formato tabloid): 18 pagine nel Corriere della sera, 17 nella Stampa, nell Unità e nel Giornale, 16 nel Messaggero e nell Avvenire ; più sintetici invece il Manifesto (9 pagine) e Liberazione (12 di piccolo formato), ma va sottolineato che anche la foliazione complessiva di queste due testate è molto inferiore a quella delle precedenti. Se i temi trattati e lo spazio loro concesso è stato un po lo stesso ovunque, differenze più consistenti si sono manifestate nella qualità dei singoli articoli. Daremo uno sguardo qui ad alcuni pezzi particolarmente significativi. Nel Messaggero troviamo a pagina 5 un analisi interessante dal titolo Il fallimento degli 007 e di Echelon : la descrizione dell organizzazione Al Quaeda è già molto dettagliata; non si tace nemmeno delle casseforti che questa possiede fra Anversa, Amsterdam e il Lussemburgo. Sotto accusa sono soprattutto i pachidermici servizi segreti americani ed il sistema di sicurezza Echelon, che spia ogni telefonata e ogni del pianeta alla ricerca di parole chiave; capace di farti arrivare i carabinieri in casa se chiami un amico per dire che quel gol è una bomba ma non di annusare questa specie di Terza guerra mondiale. Sull inadeguatezza del sistema di sicurezza e di indagini statunitense hanno lavorato praticamente tutte le redazioni (l unico silenzio totale a proposito è, guarda caso, quello di Libero ), ma il pezzo del quotidiano si distingue per ricchezza di dati, unico peraltro ad affrontare subito l imbarazzante tema dell impero finanziario che i terroristi sembrano manovrare nel Vecchio Continente. 6

7 Anche l Unità affronta con molta precisione il problema dello scacco dei servizi segreti americani, unendolo ad un primo, impressionante ritratto di Osama Bin Laden. Ci riferiamo all articolo Le vie che portano all odio, firmato da Siegmund Ginsberg e pubblicato in prima pagina. Sono riportate qui innanzitutto alcune dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi dal miliardario saudita, che suonano come una dichiarazione di guerra agli Stati Uniti: Se l istigazione alla Jihad contro gli ebrei e gli americani è un crimine, allora io sono un criminale. E ancora: Ho fiducia che i musulmani riusciranno a mettere fine a questa leggenda della cosiddetta superpotenza che è l America. Combattere quest uomo e quello che rappresenta non è certo un impresa facile neanche per le leggendarie agenzie di intelligence statunitensi: In realtà i sevizi segreti occidentali sanno ben poco del personaggio. Hanno lavorato male e tra mille difficoltà. Anche perché, come appare chiaro, il sentimento religioso e la fede profonda in una causa legata appunto a una religione, avrebbero offerto, in questi anni, pochi spiragli alle spie americane o inglesi o agli uomini da loro ingaggiati. Sul Corriere della Sera troviamo un ampio lavoro di Aldo Grasso dedicato alla giornata dell informazione televisiva, dal titolo Sulle televisioni di tutto il mondo va in onda l Apocalisse in diretta (pagina 15); Enorme la potenza delle immagini trasmesse in diretta: Siccome la capacità d informazione delle telecamere precede ormai in velocità l emergenza, gli aiuti, l efficienza organizzativa, ogni collegamento si trasforma in una sorta di egoismo della visione : grazie alla tv, il nostro sguardo diventa partecipe dell immensa tragedia. Si era tanto teorizzato sull uomo occidentale ormai assuefatto dal sangue e dalla violenza vista nei media, ma erano soltanto luoghi comuni se pensiamo a quello che abbiamo visto ieri, e a come non potremo mai dimenticarlo. Il quotidiano che ha saputo procurarsi le interviste più interessanti, e meglio differenziate tra loro, è stato forse Repubblica ; troviamo nell ordine: Henry Kissinger, grande esperto di politica internazionale, già Segretario di Stato americano per Nixon e discusso premio Nobel per la pace, Omar Bakri, portavoce a Londra di Bin Laden, e infine Abrahm Yehoshua, celebre scrittore israeliano. Le parole di Kissinger sono, come si suol dire, prive di ambiguità: E una nuova Pearl Harbor la risposta deve essere simile. ( ) E evidente che si tratta di un attacco coordinato, al quale bisogna rispondere in modo coordinato. Nel ribadire il concetto, l ex Segretario di Stato si fa ancora più esplicito: La prima cosa da fare è occuparsi dell emergenza e sostenere le famiglie colpite. ( ) Ma questo non è un attacco isolato, non è un attentato contro una nostra ambasciata. E quindi non possiamo rispondere con una singola azione di rappresaglia. Dobbiamo rispondere con un attacco sistematico. Altrettanto diretta è la reazione di Bakri: l autore del più colossale attentato terroristico della storia è senza dubbio Osama Bin Laden, ed oggi deve essere un giorno di festa per tutto l Islam: Agli americani è stata impartita una lezione che cambierà il corso della storia. Dai falchi alle colombe. L intervista a Yehoshua si intitola: Avverata la mia tragica profezia / questo è un punto di non ritorno. A fine agosto Yehoshua aveva infatti scritto, in un articolo peraltro pubblicato anche da Repubblica : Prima o poi qualche fanatico terrorista potrebbe usare un arma ben più micidiale di uno zainetto carico di tritolo, e lanciare un attacco devastante, mostruoso, in grado di far inorridire il mondo intero. Non è certo motivo d orgoglio per lo scrittore, da sempre impegnato nel 7

8 sostenere le trattative di pace tra il suo Stato e il popolo palestinese, l aver lanciato un allarme che nessuno ha voluto raccogliere. Sul Manifesto, a pagina 5, il solito pezzo sulla giornata del Presidente americano, firmato da Guido Moltedo, diventa occasione di critica aperta nei confronti dell uomo politico. Critica che risulta scorretta nei modi, oltre che intrinsecamente contraddittoria nei contenuti, perché mascherata in un articolo che dovrebbe mantenersi il più possibile neutro. Già il titolo può sembrare fazioso: Bush, il presidente è smarrito. Più pesante il sommario: Rassicura in televisione i suoi cittadini: tutto è sotto controllo, puniremo duramente i responsabili. Ma poi scompare a lungo nei cieli d America. Cosa doveva fare il Presidente in quella circostanza? Gettare la popolazione nel panico, ripetere la performance radiofonica del giovane Orson Welles nella Guerra dei mondi, questa volta di fronte ad uno scenario realmente catastrofico? Continuiamo a leggere: Bush parla di terrorismo, ma si mantiene sul generico. ( ) Ma la prudente genericità è un primo segno politico del dramma nel dramma: l incapacità non solo nell aver impedito un simile attacco, ma anche l impotenza nel disegnarne, nell indicarne l identità. Sinceramente Moltedo sembra pretendere un po troppo dal tanto disprezzato Bush soltanto alle 9.18 del mattino, cioè circa mezz ora dopo il primo attentato. Ancora una volta, ci spieghi lui cosa doveva fare il Presidente: sarebbe forse stato preferibile un atteggiamento più impulsivo, frutto soltanto della rabbia per la ferita appena subita? Sarebbe stato meglio muovere accuse più dirette quanto non verificate, frutto soltanto dell istinto, magari contro l Islam in generale? Il giornalismo fazioso di fronte a un evento come quello dell 11 settembre è un giornalismo irresponsabile, e dunque un giornalismo da censurare (per carità, da censurare soltanto a parole ). L Avvenire, quotidiano di ispirazione cattolica, ma di fatto indipendente dalla Santa Sede, ci offre invece due esempi di alta professionalità. Il primo si trova a pagina 7, e rappresenta un ottimo caso di come sia a volte possibile individuare aspetti inediti di un evento importante: il tema qui sviluppato verrà ripreso da tutte le principali testate nei giorni e nelle settimane successive. L articolo in questione si intitola: Ricostruire le torri? / Sono diventate simbolo di vulnerabilità. Quello che propone è di fatto un analisi sotto il profilo architettonico ed urbanistico a poche ore dal crollo delle torri gemelle di Manhattan. Sono così raccolte le opinioni in proposito di alcuni tra i più celebri architetti del mondo. Il risultato dell indagine non è per niente scontato: il modello di città verticale, alla luce di quello che è successo, potrebbe essere rimesso in discussione. I più, dunque, non sono affatto favorevoli all eventualità di una ricostruzione delle Torri. Il secondo esempio di buon giornalismo che troviamo in questa sede è ancora più notevole; il coraggioso titolo di apertura di pagina 8 afferma infatti: Volo kamikaze fermato dai passeggeri. Più dettagliato, naturalmente, il sommario: Dopo il dirottamento i viaggiatori a bordo del Boeing precipitato in Pennsylvania hanno provato a sopraffare gli attentatori. La colluttazione offrirebbe una spiegazione plausibile all incidente dell unico jet che non è riuscito a raggiungere l obbiettivo prefissato dai terroristi. Nuove prove emergeranno dall analisi della scatola nera. La voce che si era diffusa in tarda serata sull eroismo del volo 93 era sembrata troppo poco plausibile alle grandi testate per meritare uno spazio adeguato: la versione più accreditata risulta praticamente ovunque quella dell abbattimento dell aereo da parte dei caccia militari statunitensi nel timore di una nuova strage; i giornali più a sinistra, Manifesto e Liberazione, mostrando ancora una volta faziosità, non accennano nemmeno all ipotesi del sacrificio volontario dei passeggeri. L Avvenire, invece, 8

9 unico a credere davvero a questa possibilità, decide di puntare tutto sull ipotesi più coraggiosa e nei fatti pubblica un vero e proprio scoop. Una nota di merito va riconosciuta anche alla Padania, quotidiano che di norma paga a caro prezzo la supina dipendenza dal partito politico cui fa riferimento. A pagina 9, in un articolo dedicato alla ricostruzione delle cause dell attentato, Fabrizio Di Ferdinando dà prova di buona sensibilità giornalistica nel ricordare (il dato è sfuggito agli altri giornali) che l 11 settembre è l anniversario della strage nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila in Libano, condotta dall esercito israeliano nel Questa supposizione non ha avuto particolari conferme nei giorni successivi, e la scelta della data dell attentato agli USA è ancora oggi oggetto di mistero, ma il giornalista ha dato prova in questa occasione di una certa abilità, formulando un ipotesi comunque verosimile. Sul Corriere della Sera leggiamo la migliore corrispondenza da Gerusalemme. L articolo (pagina 11) si intitola Peres-Arafat, addio vertice. Massima allerta in Israele, e sintetizza in uno spazio relativamente breve (circa battute) la terribile giornata vissuta sul fronte mediorientale. La pace si allontana, il dialogo sembra impossibile, l Occidente non sa prendere una posizione, eppure i protagonisti del vertice mancato litigano su questioni simboliche: Arafat chiedeva che si tenesse in Egitto e ad El Harish, mentre gli israeliani sono rimasti inflessibili su Erez, posto di frontiera con i territori all entrata della striscia di Gaza. Poi all improvviso arriva la notizia dell attentato alle Twin Towers, ed ecco che Arafat condanna gli attacchi. ( ) Il vecchio rais promette il suo aiuto nel dare la caccia agli estremisti, ma oggi sembra più debole che mai. Le parole con cui il testo si chiude lasciano filtrare tutto il senso di instabilità, di pericolo latente ed al contempo di completa assurdità che caratterizzano i rapporti tra Israele e la popolazione palestinese. Il pezzo è firmato da Maria Grazia Cutuli. Cenni su grafica e fotogiornalismo Le redazioni dei quotidiani italiani, nel disegnare la prima pagina dell edizione dell 11 settembre, hanno compiuto scelte grafiche piuttosto omogenee: l asse portante è costituito ovunque da un titolo di apertura a tutta pagina e da una grande fotografia collocata in posizione centrale; ai margini dell immagine è poi possibile trovare alcune varianti: spesso i più importanti editoriali, altre volte il sommario delle principali notizie poste all interno; sul Corriere, su Repubblica e sul Messaggero trovano posto in basso anche un paio di altre foto, questa volta di formato molto ridotto; in un solo caso, sulla Stampa, la prima pagina ospita anche una vignetta. Nella scelta della foto sono state percorse fondamentalmente due strade: il celebre skyline di Manhattan coperto dalla nuvola di fumo sopra il World Trade Centre (pubblicato, tra gli altri, da Corriere, Repubblica e Messaggero ) oppure una delle due Torri nell atto di precipitare su se stessa (preferita, per esempio, da Stampa, Giornale e Unità ). Soluzioni entrambe molto potenti, ma questo non significa che non sarebbe stato possibile architettarne di più differenziate, come dimostrano molte prime pagine di giornali stranieri 4. 4 Le prime pagine di circa 300 tra i maggiori quotidiani di tutto il mondo sono riprodotte e consultabili gratuitamente nel sito Internet 9

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