Niente è perduto Nuie al è pierdût

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1 OTTO D ANGELO GUIDO SUT Niente è perduto Nuie al è pierdût IL LAVORO IL FOCOLARE L ARTE DEL VIVERE LE MEMORIE LE COMUNITÀ LA RELIGIOSITÀ chiandetti chiandetti chiandetti editore chiandetti chiandetti GUIDO SUT OTTO D ANGELO CIVILTÀ CONTADINA Niente è perduto Nuie al è pierdût Ciò che è stato è qui Ce che al è stât al è chi chiandetti editore chiandetti

2 ARCIDIOCESI DI UDINE Leggo con curiosità pagine e illustrazioni: immagini e parole dipingono la saga del popolo friulano; nella storia si sono incontrate e fuse genti e tradizioni; nelle sue radici lontane è stata innestata la nostra Chiesa; il dono della fede ha intriso la sua vita e indirizzate le sue speranze; popolo friulano radicato nella civiltà contadina. Questa la caratteristica, la sua peculiarità tra le popolazioni d Italia. Niente è perduto. Ciò che è stato qui : si delinea scaturendo dalla sagace penna dei ricercatori, e prende forma come un grande affresco, il mondo friulano, uomini, donne, piccoli che diventano grandi, con le tipiche usanze, credenze, nelle espressioni della gioia, del dolore, del nascere e del morire; modi di essere e di sperare friulani. Ed insieme ancestrali credenze, riti atavici che il cristianesimo ha raggiunto e, per molti aspetti, riscattato in un battesimo di grazia. Piccolo mondo antico, ma radicato, capace di dare senso al suo vivere. Un senso oggi aggredito dall urgere del presente: le risposte antiche dei padri sono provocate a confrontarsi con le odierne domande perché oltre il trapassare della sua civiltà, severa e sobria, civiltà di contadini, la vita del popolo friulano trovi ragione di sperare. Mossa dall amore per la civiltà de nestre int, queste pagine hanno a cuore di infondere consapevolezza, che ne tenga desta la dignità, un accorata volontà quasi a contrapporsi all avanzare della presente cultura, pianificatrice e omologatrice del vivere. Nello scandire delle sequenze di questo affresco friulano, come non ravvisare in filigrana che gli Autori rivelano quella medesima cura tesa a riscattare dall oblio le peculiarità del popolo antico, che è stata ed è in tanti sacerdoti, figli di questo stesso mondo contadino, tesi, anche in tempi difficili e sordi, a promuovere l autocoscienza, tracciando linee e provocanti programmi tuttora vivaci, con dedizione e intraprendenza coraggiosa. Preti che, partecipi della sorte della gente, hanno cercato in molteplici direzioni di rendere in essa incarnata la buona notizia cristiana. Fedeli verso la gente in ogni espressione dell esistere, dall alba al tramonto, li ha resi credibili per riconsegnare loro dignità d essere civiltà contadina, ne ha riscattato la lingua sì da garantirle di essere voce adatta per la Parola rivelatale per la pubblica preghiera; da un indifferente oblio ha riscattato le loro opere, e non solo dell arte e dell architettura, in cui la fede lungo le generazioni ha saputo esprimersi; preti che hanno condiviso i drammatici tempi del terremoto e quelli lunghi della ricostruzione di chiese e di Comunità, in un opera che si apre al futuro. C è negli Autori la consapevolezza che chi non ha memoria non può procedere avanti. Ciò che è stato qui : i segni dell antica vita impressi nel DNA friulano, pur anche nell accelerato progredire dell attuale cultura, a cui è proprio quel 5

3 senso di estraniamento di incalzante oblio che annienta la memoria, appiattendola sul presente. La parola che qui fa memoria, dunque, e le fresche illustrazioni consegnano ai friulani chi essi siano stati e chi ancora in parte sono; richiamano luoghi e tempi vivi, perché oggi ancora vitali nella memoria e nel cuore; consegnano alle generazioni che si affacciano la testimonianza antica, perché la coscienza e la esperienza dei padri sia radicata nei figli. Niente è perduto : questo è vero, per tutto ciò a cui si dà valore; tutto è perduto, quanto non è coltivato e non viene riappropriato da una grata consapevolezza di accoglierlo per il suo intrinseco valore. Civiltà contadina quella dei friulani, di chi è custode della terra, come di sacerdoti di una liturgia del creato, che chiede spirito di dedizione, attente cure per i campi e per gli animali, e che non risparmia fatica: nell andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni dichiara il Salmo (125). Di questa testimonianza è intessuta la civiltà contadina. Davanti alle pagine inedite di un futuro che cerchiamo di comprendere illuminati dalla speranza cristiana, certo gioverà ricordare come e quanto si sia incarnato nella civiltà dei friulani l annuncio antico, e sempre nuovo, della fede, come abbia radicato e come abbia fruttificato in quelle che sono le tradizioni cristiane della nostra gente. Questo evocare lontano, a cui il libro ci guida, chiama però ad un oltre, a un di più; non si compendia nell autoreferenzialità, sia pure amata. Questo cordiale affresco della storia mi sembra sia da accogliere anche per il suo insinuante stimolo a costruire il domani dei friulani: esperienze e valori antichi possono nutrire di una maggiore consapevolezza il vivere qui e oggi, mostrando a noi il duro e forte dovere del vivere che fu dei padri. Vedere che siamo stati è lezione che nell odierno orizzonte può infonderci un più avvertito impegno nella gestione degli attuali profondi cambiamenti generazionali e culturali. E quella fede cristiana, a cui i padri hanno aderito, di cui intrisero la loro civiltà, grazie anche alla loro testimonianza, si offre al futuro dei friulani, fondamento saldo, onesto, e capace di dare un frutto autentico all impresa della vita. Guido Genero VICARIO GENERALE ARCIDIOCESI DI UDINE 6

4 Niente è perduto Ci sono storie che evocano mille immagini e immagini che bastano a raccontare mille storie: questo libro è tutto e semplicemente questo. Contiene squarci di vita quotidiana del nostro Friuli, vissuti in prima persona o sentiti narrare in tante occasioni: il lavoro nei campi, le funzioni religiose, le incombenze domestiche, i semplici giochi di un tempo, la miseria e le fatiche del popolo friulano. Storie che Guido Sut ha saputo esporre con maestria e in cui io per primo mi sono ritrovato, rivisitando momenti e ricordi che sono riaffiorati alla mia mente in un attimo. Perché è vero: niente è perduto. Le pennellate di Otto D Angelo, delicate ma al contempo decise, hanno colori vivaci che ci riportano visivamente alla storia del Novecento. La sua lunga attività pittorica, dedicata alla civiltà contadina ed ai valori del mondo rurale, sono tutti lì, in un Friuli che Otto potrebbe dipingere a occhi chiusi ma con un attenzione particolare alla ricostruzione storica e all accertamento della memoria collettiva. Leggere e immaginare, guardare ed evocare: tutto racchiuso in un libro che farà bene agli adulti, ma del quale mi auguro facciano tesoro anche i più giovani, per non disperdere ciò che è stato e per continuare a credere e ricordare. Il Consiglio regionale ha convintamente sostenuto questa bella iniziativa dell editore Chiandetti, da anni protagonista di un attività di valorizzazione della lingua, della cultura e delle tradizioni del Friuli, che fa onore alla sua storia editoriale e che ha arricchito il patrimonio bibliografico della nostra terra con opere che resteranno alle future generazioni. Franco Iacop PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE FVG 7

5 Provincia di Udine Provincie di Udin Un dettagliato e approfondito spaccato sul Friuli e la sua gente. Una raccolta dove poter ritrovare le radici di una terra e del suo popolo. Una raccolta di racconti e immagini che ci permette di ricordare quello che è stato, quello che sono stati i friulani, da dove siamo partiti. Oggi, in un epoca in cui tutto viene massificato e globalizzato, questa pubblicazione rappresenta un occasione per fermarsi un attimo e guardare indietro per ricordare come quello friulano sia un popolo che ha vissuto anni difficili ma che ha saputo uscire sempre a testa alta dai momenti bui. Forse è questo che dobbiamo tenere ben presente oggi che stiamo combattendo con una delle crisi economiche più serie degli ultimi anni. I friulani forse, avendo nel proprio dna la capacità di sopportare con tenacia le difficoltà, potrebbero trovare nuova forza per combattere questa crisi che non si sa quando finirà. La cultura del lavoro, il valore della famiglia, il rispetto per il prossimo sono valori importanti che non possono essere dimenticati e anzi debbono essere tenuti ben saldi nella mente e nel cuore per guardare al futuro. È questa la chiave di lettura di Niente è perduto : in un mondo in cui tutto è parificato, il saper distinguersi guardando alla propria cultura e alla propria storia di popolo potrebbe aiutare a centrare obiettivi ambiziosi. Una volta, come anche si vede da queste pagine, i friulani partivano con la valigia di cartone senza né arte né parte, oggi no, i friulani partono con una solida preparazione, le proprie idee e un elemento fondamentale: all estero i friulani sono conosciuti e apprezzati proprio grazie a coloro i quali partirono per allontanarsi dalla miseria. La maggior parte di loro è riuscita a creare delle importanti realtà economiche ma anche chi ha semplicemente lavorato per altri ha fatto conoscere quei tratti di un popolo che ancora ci fanno ben volere e apprezzare quando andiamo oltre confine. Un grazie dunque a Otto D Angelo per le splendide immagini, a Guido Sut per le precise ricostruzioni e all editore Chiandetti per la sensibilità sempre dimostrata nei confronti degli autori e delle storie della propria terra. Pietro Fontanin PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI UDINE 9

6 Con grande emozione porto i saluti della Comunità Collinare del Friuli che raggruppa 15 Comuni nel cuore del nostro magnifico Friuli. In un passo di questo libro, intriso in ogni pagina e in ogni illustrazione di una intensa ed emozionante memoria storica, c è un passaggio in cui si legge che la persona anziana con il suo narrare ai giovani lasciava alle nuove generazioni un immenso patrimonio di sapienza, di esperienze vissute, di storie e di tradizioni. Ebbene, proprio in questo volume noi ripercorriamo la nostra storia, la storia di gente semplice, solo apparentemente, in realtà ricca di quel bagaglio culturale fatto di grandi valori umani, religiosi, ed etici propri della nostra terra friulana e della nostra civiltà contadina. Confesso di essermi emozionato nello sfogliare queste pagine; nella mia memoria sono ritornati tanti ricordi della mia infanzia, del mio paese, della vita contadina di allora e dei veri e immutabili principi morali e religiosi che i nostri genitori e nonni ci hanno tramandato. Certo la loro quotidianità non era facile o idilliaca, come potrebbe a volte trasparire nelle immagini; era una vita fatta di sacrifici, di rinunce, di partenze, di grande miseria. La loro tenacia e la loro laboriosità ci hanno permesso di vivere in un mondo migliore, almeno dal punto di vista economico. Ma a che prezzo? Ho notato che in tutte le illustrazioni di Otto D angelo, le strade, i cortili erano pieni di gente, bambini, adulti e anziani. C era vita di comunità, fatta di incontri, di solidarietà, di gioco, di chiacchiere e di lavoro. Ora noi viviamo in un vero e proprio bunker tecnologico ; Internet ha annullato le distanze geografiche e comunicative, ma ha tolto la vita di relazione e le emozioni che da essa scaturivano. Che nostalgia rispetto ai tempi passati! Allora mi vengono in mente le parole dei miei genitori: Quant ch ì ierin fruz, i vevin miserie, ma i erin plui contens di uè chi vin dut. Buona lettura!! Gianbattista Turridano PRESIDENTE DELLA COMUNITÀ COLLINARE DEL FRIULI 11

7 L introduzione al libro ed i delicati affreschi che lo caratterizzano, tratteggiano splendidamente episodi e rituali della vita contadina. THE RELIABLE INNOVATIVE PARTNER TO BE FRONT RUNNERS Si percepisce l essenza di una umanità intensa, basica, sofferente per una vita dura da un lato, ma capace, dall altro, non solo di sconfiggere con forza e dignità, lo scoramento, rassegnazione e frustrazione ma anche di trarre sprazzi di lucente armonia e felicità dalle piccole cose e dagli eventi che scandiscono lo scorrere della vita. Sì, quindi, una educazione di vita che, peraltro, ha contraddistinto all inizio degli anni 60 i collaboratori provenienti dalla campagna che per le loro peculiarità sono stati forza motrice dello sviluppo industriale e del benessere sociale. Collaboratori di prim ordine, seri, affidabili, capaci, etici, saggi ed equilibrati. Ed alla civiltà contadina che con i suoi figli ha dato impronta e carattere a molte iniziative e fabbriche, un grazie riconoscente a cui si unisce anche la squadra Danieli. Oggi il tema è trarre forza da questi valori che la civiltà contadina ci ha insegnato per riprendere a progredire e fermare il declino; in particolare il senso di responsabilità della famiglia, dell educazione dei figli e della gestione etica della comunità riassunti efficacemente nel libro Niente è perduto. Gianpietro Benedetti PRESIDENTE DANIELI SPA 13

8 Ente Friuli nel Mondo Scrivere la prefazione di un libro è cosa facile, ma spesso si rischia di dire cose inesatte. Succede come a un critico d arte che illustra una mostra di pittura, specialmente se moderna. Descrive colori, sfumature, figure vere o astratte, ambientazioni, ispirazioni pittoriche e tantissime altre cose. Ma spesso, il pittore, in confidenza ti sussurra in un orecchio: io non sapevo di aver dipinto queste cose. Questo quindi è il rischio. Quel geniaccio del pennello, Otto D Angelo ha dipinto scene, paesaggi, persone, animali, montagne, rogge, attrezzi, costumi, interni, esterni, uomini, donne, bambini, osterie, e potrei continuare all infinito, con una vena artistica che solo lui possiede. Col pennello il grande Otto ha messo nei suoi dipinti tutto ciò che il Friuli era nei tempi passati, ma non secoli fa, qualche decina di lustri fa. Un lavoro colossale di grande abilità pittorica e grande intuito artistico, un capolavoro che resterà nella storia della nostra piccola Patria. Alla bravura col pennello, Otto ha aggiunto i suoi ricordi d un tempo, frutto di una memoria fotografica ben conservata nel computer della sua testa, in questi lunghi anni di vita artistica. Guido Sut ha fatto il resto. Ha fatto con la penna ciò che Otto ha fatto coi colori. Una descrizione minuziosa, precisa di facile lettura, che continua la storia del dipinto ampliandone la scena. Guido è il pittore della prosa e della poesia. Il suo modo di scrivere, se si potesse leggere a occhi chiusi, ti farebbe vedere i dipinti di Otto come lui li ha realizzati. Due artisti di eccezionale valore, che s intendono con un occhiata, senza parlare. Forse Luigi Chiandetti ha faticato molto, anzi moltissimo, a mettere assieme questo capolavoro, unico nel suo genere, che in più di settecento pagine ha condensato il Friuli, la sua gente, il suo spirito, la sua anima. Dire bravi è poco, coraggiosi già meglio, temerari forse è il termine giusto. Sì, perché il rischio di far flop era altissimo. Ne è uscito un grande successo! Piero Pittaro PRESIDENTE ENTE FRIULI NEL MONDO 15

9 BIBLIOTECA GUARNERIANA DI SAN DANIELE DEL FRIULI Parole colorate e colori che sanno parlare Ho sempre pensato ad Otto D Angelo come a un antropologo col pennello. Che alla bisogna trasforma, da sciamano qual è, in bacchetta magica capace, per abilità, potenza evocativa o fascinazione, di aprire con i suoi tratti straordinari varchi temporali dove veniamo risucchiati in mondi che non esistono più. Finestre che si aprono su di un Friuli da tempo scomparso: una terra di straordinaria bellezza, dura e avara di conforto per la ruvida vita che imponeva ai più, ma ricchissima di valori identitari entro i quali si fondava un umanità schietta, giocata dall alba al tramonto nella dedizione al lavoro ma anche capace di ritrovare attorno al focolare il senso dei legami famigliari, l impagabile sapienza di chi, pur nell estrema mancanza di tutto, è capace di santificare quotidianamente la bontà dell essenziale. All arte di Otto non interessano i signori, ma piuttosto i panni grezzi della gente comune, quella che ha consumato i suoi respiri fra braide e tavelle, oppure piallando legni in odorose botteghe, battendo ferri in operose officine. Ultimo ad incarnare la poetica verista cara alla nostra Caterina Percoto, D Angelo sa bene che la Storia cela i suoi segreti lontano dalle ville dei conti, rifugge i quartieri dei ricchi, detesta le bandiere e le medaglie dei generali, e ama piuttosto annidarsi sulla fascina delle legna al margine di una strada fangosa, o s accuccia accanto al fogolar nell ora in cui fuori cantano grilli. In questo libro straordinario i colori e le forme dell artista dialogano con la dottrina di un altro importante cantore dei medesimi temi, che in tanti anni di ricerche e approfondimenti attorno ai dettagli della microstoria ha recuperato e salvato da inevitabile oblio tutto quel variegato e complesso mondo di oggetti, attrezzi, racconti, tessuti e costumanze che sono stati espressione di cultura e proiezione di un anima collettiva, quella dei friulani: mi riferisco a Guido Sut, una vita dedicata con straordinaria passione alla ricerca minuziosa di tutti quegli elementi che nei secoli hanno delineato la cifra delle nostre genti, indagati con straordinaria perspicacia, battendo spesso sentieri da altri trascurati e che invece ai suoi occhiuti sguardi hanno rivelato una ricchezza di significati davvero straordinaria. Le sezioni in cui al racconto si intrecciano le immagini, tanto che non è possibile capire se i colori scaturiscano dalle parole oppure queste ne descrivano le forme, creano un tessuto di straordinaria vivacità, squadernandosi in capitoli che indagano minuziosamente i contesti del lavoro, delle usanze, le tradizioni, le case, i paesi e le feste. Otto illustra e Guido spiega, in un abbinata unica davvero, godibile e avvincente dalla prima all ultima pagina, dalle tavole più grandi e complesse ai dettagli ripresi in un gioco 17

10 molto elegante di grafica e di impaginazione, come se una lente, quella della curiosità, li avesse estrapolati dal contesto per meglio studiarli in tutta la loro unicità. Laddove la mancanza di documenti renderebbe il testo avvincente ma muto, ecco che la pagina si infiora e le parole del ricercatore diventano scorci, pergolati, processioni, campi profumati di covoni che biondeggiano al sole, stalle in cui d inverno la notte si trasforma in canto, leggenda, narrazione collettiva di un popolo. Importantissima la veste bilingue, italiano-friulano, non solo perché amplia notevolmente le possibilità di circolazione di questo importante repertorio antropologico, ma anche perché, nella veste friulana, gli regala pure la musica e l accento che meglio si adattano alle tematiche affrontate. Azzeccatissimo il titolo: niente davvero è perduto se la memoria, ravvivata dall amore, è capace di preservare quel mondo dalla frettolosità che ci contraddistingue e ci spinge, troppo spesso, a dimenticare. Il sottotitolo aggiunge la più perfetta delle chiose: ciò che è stato è qui, perché chi ama davvero, con la penna di Guido e con il pennello di Otto ha la sensazione che proprio nulla manchi all appello di una identità consapevole, inclusiva, poetica e drammatica che noi tutti, suoi eredi, non possiamo permetterci di disperdere mai. Angelo Floramo DIRETTORE DELLA BIBLIOTECA GUARNERIANA 18

11 Merit Furlan La presente pubblicazione si aggiunge alle varie recenti opere, che in questi ultimi anni tendono a conservare la memoria di un lontano passato della civiltà e della vita del Friuli. L accelerazione dello sviluppo tecnologico e mediatico ha moltiplicato la distanza del tempo tra il Friuli di ieri e quello di oggi, rischiando di obliterarlo del tutto. Non mancano certamente documentazioni e studi, anche di grande livello scientifico, contemporanei all epoca qui presa in esame. Non sono però di facile divulgazione e riservati più agli studiosi del mondo sociale, del folclore, dell etnografia. I volumi più vicini nel tempo rispondono a una società diversa, a un Friuli mutato, a un modo di vivere e di pensare in trasformazione. Diciamo subito che la società è sempre dinamica, pure quando non sembra. Il Friuli di Otto D Angelo non è statico che in parte. Innovazioni nel lavoro dei campi, non vistose fino alla meccanizzazione, si sono susseguite nei secoli e nell ultimo Ottocento e primo Novecento. Erano degli innesti su base millenaria. Dopo gli anni cinquanta la trasformazione è stata profonda, una vera cesura. Le illustrazioni si situano tra intenti d arte e intenti di documentazione. Il colore più scuro dei volti e della pelle, il fisico più robusto e più basso delle persone, testimoniano una realtà di vita e di fatica in cui la bellezza sfioriva forse troppo presto. Le abitazioni si fondevano al meglio con il mondo degli animali e con la natura. La stessa religiosità e le cadenze liturgiche sono mutate negli aspetti esteriori con il Concilio Vaticano II e le riforme dei primi anni Cinquanta di Pio XII. Devo dire che certe superstizioni sopravvivono per trasmissione familiare in persone pur giovani anche attualmente. Accanto alla narrazione o alla descrizione pittorica e al limite fumettistica regge bene la linea saggistica di Guido Sut, essendo la parola indispensabile alla comunicazione della forma e dello spirito di una civiltà. Sut è un cultore della letteratura orale, popolare e folclorica, e un innamorato del Friuli. Non so se D Angelo e Sut siano nostalgici del buon tempo antico, ma di sicuro lo amano e lo rendono vivo. Non dobbiamo correre l alea di una mitizzazione, di una illusione di felicità antistorica. Sacrificio e dolore non abbandonano mai l umanità, neppure quella friulana. C era più capacità di sopportazione e maggiore serenità. Questo sì. E senz altro più fede e una natura di inimitabile purezza. Domenico Zannier PRESIDENTE DEL PREMIO MERIT FURLAN 19

12 Sembrerà strano, ma proprio in questi tempi insicuri e irrequieti, ho incontrato, negli ultimi miei studi e letture, il contadino, l artigiano, il rivenditore, il vecchio parroco di campagna, la donna del focolare, i bambini. Li avevo lasciati parecchi anni addietro: pensavo, ormai, di non ritrovarli più. Loro ed io eravamo stati travolti da un violento tsunami che aveva distrutto tutto ciò che eravamo, per fare emergere un nuovo mondo, ricco di tante mirabili cose (ma anche povero di?): quello che si offre, ora, alla nostra vita. Me li hanno additati, nei loro saggi, nei loro appunti, come fantasmi remoti ed arcaici, i miei due maestri: Gianpaolo Gri e Galliano Zof ma in modo del tutto particolare: nelle credenze, tradizioni, costumi, lingue, usanze. Nella loro storia, insomma. Li ho incontrati nei quadri di Otto D Angelo. Lavorano, pregano, fanno la polenta, mungono, vendemmiano, giocano a bocce, ballano come i vecchi uomini e donne che avevo lasciato in quei lontani tempi del dopoguerra, prima del boom, della rivoluzione nelle stalle, nei campi, nei cortili, nelle piazze col campanile e la chiesa. Il primo impatto è stato sentimentale, come se si trattasse di un incontro tra compagni ed amici nell Eden, nell Arcadia perduta. Ben presto, però, ho rivissuto le fatiche, il sudore, la polvere e l angoscia del non arrivare, vissuta per ogni temporale minaccioso, per ogni tardiva brinata, per ogni periodo di siccità, per ogni rovinosa pioggia infinita autunnale. Ma non si davano per vinti i miei saggi paesani e sapevano che ce l avrebbero fatta a sopravvivere come ogni fine annata, come per tutti i Santi Martini, anche con l aiuto di Dio. E, dopo tutto, non sempre la vita e la natura erano maligne: c era il tempo per la festa, per i pranzi, per le cerimonie, per l osteria, per i licôfs e lis filis. Non ero solo in questo cammino, mi ha accompagnato passo passo Doris, facendomi notare particolari che non avevo esplorato, ma che in Otto si trovavano evidenti: la puerpera che va in chiesa a purificarsi, la giovane che ascolta il cuculo per conoscere la data del matrimonio, il ballo degli sposi nel pomeriggio del giorno delle loro nozze Tessera dopo tessera è stato ricomposto, insieme, il quadro di una civiltà, di una cultura scomparse e ci siamo accorti di non avere soltanto riscoperto le nostre radici, come si usa dire, ma di essere foglie: in questo modo abbiamo permesso di ridare linfa e nutrimento alle nostre piante per farle rivivere le prossime primavere. L Editore, sin dall inizio, ha ritenuto che il verde delle foglie non dovesse scomparire: doveva restare per i bambini che ci sono in copertina, per il futuro. Niente è perduto!, ha scommesso! Guido Sut 21

13 Lo scopo di questo volume è proporre e raccontare alla nostra gente il suo passato e le vicende dei paesi dove è vissuta. Pubblicare un libro sulla storia della nostra civiltà contadina (condiviso anche dai collaboratori) nasce dall amore per il nostro territorio e il suo popolo. Ricordare significa rivivere. Approfondire un po questa realtà, regala a chi legge la notizia curiosa e anche l opportunità di immaginare la quotidianità dei nostri vecchi e consente di avere una visione più ampia di un periodo storico della civiltà contadina friulana. Io, che sono uno di loro, ho sentito doveroso illustrare con il pennello come si passavano le giornate; e questo per non dimenticare ciò che è stato. Ringrazio mia moglie Lisena per il grande aiuto, Doris e Guido per la collaborazione e l Editore per aver creduto in questo mio progetto. Il fin di chest volum al è chel di proponi e di contâ ae nestre int il so passât e lis vicendis dai paîs li che e à vivût. Burî fûr un libri su la storie de nestre civiltât contadine (condividût ancje dai colaboradôrs) al nas dal amôr pal nestri teritori e il so popul. Memoreâ al vûl dî tornâ a vivi. Lâ insot un pôc a cheste realtât al regale a chel che al lei gnovis curiosis e ancje la oportunitât di imagjinâ la vite di ogni dì dai nestris vielis e al permet di vê une vision plui grande di une ete storiche de nestre civiltât contadine furlane. Jo, che o soi un de mê int, o ai sintût il dovê di ilustrâ cul pinel cemût che si passavin lis zornadis; e chest par no smenteâ ce che al è stât. O ringracii la femine Lisene pal grant jutori, Doris, pe sô colaborazion, cun Guido e l Editôr par vê crodût in chest gno progjet. Otto D Angelo 23

14 6 La mietitura e lo sbocciare degli amori Il seselâ e il svicinament al amôr N on dobbiamo dimenticare che tutto il periodo della vita del frumento era legato ai riti; dalla semina, quando la donna lasciava cadere a terra un po del suo latte, a quando i chicchi venivano stesi sul granaio, dove una donna nuda, cosparsa interamente la pelle di miele, si rotolava sui grani che si appiccicavano al corpo. Sono riti che mostrano la vicinanza tra la donna, la sessualità e l agricoltura. In diversi paesi europei la semina viene effettuata proprio dalle donne gravide o vestite con vesti da prostitute che in questo frangente assumono una valenza erotica. In altri paesi si bagnava l aratro con l annaffiatoio (l acqua non è solo simbolo della vita, ma anche del liquido seminale). I primi semi non vengono gettati sul terreno arato, ma fuori come un offerta ai morti, ai venti, alla dea del grano. Al momento della mietitura il contadino si lavava, si faceva il bagno, indossava la camicia pulita in segno di riverenza. Alcune spighe venivano lasciate agli uccelli, agli angeli, alle vergine, alla madre del grano. Non di rado veniva sacrificato un agnello, o una pecora. Otto D Angelo, nel suo dipinto, ha accostato la mietitura, fatta con il falcetto, all amore. Il ragazzo che affila la lama non ha tanto puntato gli occhi sulla bambina che porta l acqua ai mietitori, quanto sulla florida giovane seduta a terra lasciando trasparire un primo approccio all amore. N o vin di dismenteâ che dut il periodi de vite dal forment al jere ritualizât, de semine, cuant che la femine e lassave colâ a tiere un pôc dal so lat, al moment che i grignei a vignivin metûts a suiâ sul granâr, dulà che une femine nude si butave sore la piel, pardut, la mîl e si rodolave sui grans che si tacavin al cuarp. Rîts che a mostrin la vicinance tra la femine, la sessualitât e la agriculture. In tancj paîs europeans la semine e ven fate des feminis incintis o vistudis cun vistîts des magaldis che, in chest frangjent a assumin une valence erotiche. In altris paîs si bagne il vuarzenon cul sborfadôr (la aghe no je dome il simbul de vite, ma ancje chel de semence umane). La prime semence no ven butade sul teren arât, ma fûr come une ufierte ai muarts, ai aiars, ae dee dal forment. Tal moment dal seselâ, il contadin si lavave, si faseve il bagn, al meteve une cjamese nete in segn di riverence. Cualchi spi al vignive lassât ai uciei, ai agnui, aes vergjinis, ae mari dal forment. Dispès al vignive copât un agnel, o une piore. Otto D Angelo, tal so cuadri, al à svicinât la seseladure, fate cul falçut al amôr. Il fantat che al uce la lame nol à i voi che si voltin viers la frute che e puarte di bevi ai seseladôrs, ma ae prospare zovine sentade par tiere lassant stralusi un prin svicinament al amôr. 78 DALL ALBA AL TRAMONTO - DI UN SCÛR A CHEL ALTRI

15 Il ragazzo che affila la lama non ha tanto puntato gli occhi sulla bambina che porta l acqua ai mietitori, quanto sulla florida giovane seduta a terra. Il fantat che al uce la lame nol à i voi che si voltin viers la frute che e puarte di bevi ai seseladôrs, ma ae prospare zovine sentade par tiere. DALL ALBA AL TRAMONTO - DI UN SCÛR A CHEL ALTRI 79

16 42 La posta dell emigrante La pueste dal emigrant T ra il mondo friulano lasciato e il nuovo mondo, là dove ha trovato lavoro e riparo l emigrante, non esistevano vie di comunicazione praticabili. L unico mezzo che univa le due parti della famiglia divisa è la posta. Ma anche questa era difficoltosa soprattutto nell ottocento perchè sia colui che partiva sia colui che restava a casa erano prevalentemente analfabeti. Bisognava ricorrere a quei pochi che avevano frequentato la scuola sia per farsi scrivere, sia per farsi leggere le lettere, o al prete. Otto D Angelo dipinge una donna che sa leggere. Ha appena ricevuto la lettera e già questa è una buona notizia. Sembra che anche il contenuto sia rassicurante, lo si può notare nella sua espressione raggiante. La suocera guarda, ma non legge. La bambina più grande va a scuola e attende con curiosità e impazienza che la mamma termini la lettura. Anche lei vuol sapere le nuove del papà. La più piccola non può fare altro che partecipare alla gioia degli altri. La lettera è scritta con penna ad inchiostro. Può sembrare un fatto abituale e banale ricevere la posta, eppure, almeno per un giorno, la lettera riesce a cambiare la vita della donna. La lettera viene letta in una stanza povera: pavimento in mattonelle, madia con sopra la pentola per tostare l orzo, lo spolert scrostato con due caldaie sopra, la gratule con i cjaldîrs e i piatti. T ra il mont furlan lassât e il gnûf mont dulà che al à cjatât lavôr e ricet l emigrant, no jerin stradis di comunicazion praticabilis. L unic mieç par meti adun i doi tocs de famee dividude al jere la pueste. Ma ancje cheste e jere dificile soredut tal votcent cuant che chel che al leve vie e chel che al restave, in prevalence, no savevin ni lei, ni scrivi. Al coventave domandâ a chei pôcs che a vevin frecuentât la scuele di lei e di scrivi lis letaris, o al predi. Otto D Angelo al piture une femine che e sa lei. E à a pene ricevût une letare e cheste e je za une buine gnove. Al somee che ancje ce che al è scrit al sedi confuartant, si lu pues viodi de sô contetece radiose. La madone e cjale, ma no lei. La frute plui grande e va a scuele e e spiete cun curiositât e impazience che la mame e finissi la leture. Ancje jê e a voie di savê lis gnovis dal pari. La plui piçule no pues fâ nuie altri che partecipâ cun curiostitât ae gjonde di chei altris. La letare e je scrite cu la pene e l ingjustri. Al pues someâ un fat abituâl e banâl ricevi la pueste, e pûr, almancul par une zornade, la letare e rive adore a cambiâ la vite de femine. La letare e ven lete tune stanzie puare: paviment in madonelis, panarie cu la fersorie par brustulî il vuardi, il spolert scrostât cun dôs cjalderiis sore, la gratule cui cjaldîrs e i plats. 150 DALL ALBA AL TRAMONTO - DI UN SCÛR A CHEL ALTRI

17 Una donna che sa leggere ha ricevuto la lettera e già questa è una buona notizia. La suocera guarda, ma non legge. Une femine che e sa lei e à ricevùt une letare e cheste e je za une buine gnove. La madone e cjale, ma no lei. DALL ALBA AL TRAMONTO - DI UN SCÛR A CHEL ALTRI 151

18 6 Un cortile Un curtîl I l cortile era un luogo aperto dove si trascorreva gran parte della vita. D estate vi si svolgevano tante piccole attività. Anch esso, come la casa, godeva dei suoi giorni feriali e dei suoi giorni festivi: il sabato veniva ripulito dalle foglie, dagli stecchi, dalle pagliuzze e dai tanti escrementi di galline, di conigli, di mucche e talvolta di cavalli e di asini. Sia nei giorni feriali, sia nei giorni festivi, era allegro e festoso: c erano nidi di rondine dappertutto, in particolare sotto le grondaie, e il loro garrire lo rallegrava. Pure d inverno, ma in maniera diversa, era quotidianamente abitato : si portava a casa e si tagliava la legna, si facevano i covoni, si accendeva il fuoco sotto una tettoia per i pastoni, per la lissie e, una volta l anno, per scaldare l acqua da far scivolare sul corpo del povero maiale per strappargli i peli. Ed ancora una volta sola all anno si illuminava con il fuoco dell Epifania, poiché, in quei tempi, quasi in ogni famiglia si accendeva il pignarûl. Le ragazze lo usavano per altri motivi: la notte di San Giovanni (o in altre occasioni) lanciavano una ciabatta dalle scale al cortile. Se la ciabatta cadeva con la punta rivolta verso la porta I l curtîl al jere il sît dulà che si passave gran part de vite. Di Istât si fasevin tantis ativitâts. Ancje lui, come la cjase, al gjoldeve dai siei dîs di dîs di vore e di fieste: il sabide al vignive netât des fueis, dai stecs, de paie, dai tancj escrements (sbits, cagulis, buiacis, balotis). Ancje ta chei altris dîs, però, no cate il lavôr, al jere legri e calorôs: a jerin nîts di sisilis pardut e il lôr criçâ lu rindeve plen di gjonde. Ancje di Invier al jere ogni dì abitât : si puartavin a cjase e si taçavin i lens, si fasevin lis medis, si piave il fûc pai bevarons, par la lissie e, une volte al an, par scjaldâ la aghe par fâle sbrissâ sul cuarp dal puar purcit par gjavâi vie i pêi. E une volte al an si iluminave cul fûc de Epifanie, par vie che, in chei timps, scuasit in ogni famee si piave il pignarûl. Lis fantatis lu dopravin par altris motîfs: la gnot di San Zuan (o in altris ocasions) a butavin jù une çavate des scjalis intal curtîl. Se la cjavate e colave cu la ponte voltade viers la puarte de cjase, la fantate che le veve tirade si sarès maridade cuntun zovin dal paîs, se, al contrari, e colave cu la ponte viers il puarton, o e veve di spietâsi un zovin di fûr paîs o, une volte maridade, e veve di partî pal forest. Tal curtîl piturât di Otto D Angelo a son dôs frutis e ben trê feminis: une e file, une e prepare lis riestis (e 190 INTERNI ED ESTERNI DELLA CASA - DENTRI E FÛR DI CJASE

19 della casa, la giovane che l aveva gettata, si sarebbe sposata con un giovane del paese; se cadeva, al contrario, con la punta rivolta verso il portone o doveva aspettarsi un giovane forestiero o, una volta sposata, era destinata ad emigrare. Nel cortile dipinto da Otto D Angelo ci sono due bambine e ben tre donne: una fila, una prepara lis riestis (intreccia le pannocchie grosse e lunghe), una tiene in braccio una piccolina. Appesa al muro si può notare la stadera, uno strumento molto usato, in quei tempi, per pesare. instrece lis panolis gruessis e lungjis), une e ten in braç une frutine. Picjade al mûr, e je une stadere, un imprest une vore doprât, te chei timps, par pesâ. Una fila, una prepara lis riestis, una tiene in braccio una piccolina. Une e file, une e prepare lis riestis, une e ten in braç une frutine. INTERNI ED ESTERNI DELLA CASA - DENTRI E FÛR DI CJASE 191

20 18 Il primo travaso Il prin travâs I l mosto, tolto dalle vinacce, veniva messo nel tino chiuso dove terminava di bollire o fermentare, lasciando sul fondo la feccia. Nei giorni dell estate di San Martino, il vino subiva, allora, un primo travaso. Si trattava di un lavoro obbligatorio poiché non poteva diventare buono se fermentava sopra il deposito. Non si può pretendere che il formaggio si stagioni bene sul letame, sentenziavano i contadini azzardando un paragone tra la più comune bevanda di tutti i tempi e la pietanza quotidiana delle famiglie. Né si poteva pretendere di bere un bicchiere di vino limpido se sotto stava la morchia. Ecco allora che il vino veniva spillato e versato in un grosso recipiente; da qui, con i secchi, era travasato nelle botti ben lavate e pulite. Il cantiniere aveva l avvertenza di non smuovere la feccia depositata sul fondo del tino che veniva raccolta in un recipiente più piccolo. Questa era gettata nell orto, ma alcuni contadini la usavano per metterla nel tino della broade. Il primo travaso era il più importante. Ne seguivano altri che rendevano il vino puro e limpido. Ed in effetti, nei successivi travasi, la feccia non rimaneva che un ricordo. I l most, gjavât de trape, al vignive meût te brente sierade dulà che al finive di boli o di fermentâ. Al lassave sul fonts la puinte. Tai dîs di Istât di San Martin, il vin, inalore, al vignive travasât pe prime volte. Si tratave di un lavôr obligatori, par vie che il vin nol pues deventâ bon se al fermente sore la puinte. No si pues pretindi che il formadi si stagjoni ben sore il ledan, a disevin i contadins azardant un paragon tra la plui ordenarie bevande di ducj i timps e la pitance di ogni dì des fameis. Ni si pues pretindi di bevi un vin limpi se sot e sta la puinte. E ve che, inalore, il vin al ven spinât e al ven strucjât tun grues recipient: di chi, cui seglots, al ven travasât tai caratei ben lavâts e nets. Il cjanevâr al veve la prudence di no movi la puinte poiade sul fonts dal brantiel che in efiet e ven metude tal recipient plui piçul. Cheste e sarà butade tal ort, ancje se cualchidun le doprave par meti te broade. Il prin travâs al jere il plui impuartant. A vignivin fats di altris che a rindevin il vin sclet e limpi. E in efiets i travâs di dopo, la puinte no jere nuie altri che un ricuart. Il cantiniere aveva l avvertenza di non smuovere la feccia depositata sul fondo del tino che veniva raccolta in un recipiente più piccolo. Il cjanevâr al veve la prudence di no movi la puinte poiade sul fonts dal brantiel che e vignive metude tal recipient plui piçul. 214 INTERNI ED ESTERNI DELLA CASA - DENTRI E FÛR DI CJASE

21 INTERNI ED ESTERNI DELLA CASA - DENTRI E FÛR DI CJASE 215

22 NIENTE È PERDUTO - NUIE AL È PIERDÛT 8.7 AL PASCOLO Una delle maniere più frequenti di trascorrere il tempo, senza lavorare troppo e senza fare tanta fatica, era quella di portare le oche al pascolo. Era un compito svolto dai ragazzi e dalle ragazze; in questo modo stavano un po lontano da casa e dai comandi degli adulti che ordinavano loro sempre qualche lavoro impegnativo da sbrigare. Al pascolo, invece, bastava semplicemente prestare un po di attenzione alla custodia degli animali. Il periodo migliore per la cova delle uova era in primavera. Agli inizi dell estate i piccoli perdevano la peluria e il corpo si ricopriva di piume. Le oche pascolavano volentieri nelle capezzagne o sulle rive dei ledra o dei corsi d acqua. Anche i ragazzini o le ragazzine, che le accompagnavano, approfittavano per rinfrescare i piedi e le gambe nel torrente. La campagna non era mai vuota, ce lo conferma anche il nostro pittore. Ecco che, infatti, la pastorella incontra un altra ragazza, mentre sullo sfondo appare un falciatore. Le due ragazze sembrano intente ad intavolare un dialogo fitto: gli argomenti da trattare tra i giovani sono svariati e non si esauriscono mai. 8.7 A PASSON Une des manieris di passâ il timp cence lavorâ masse e cence fâ tante fadie e jere chê di menâ lis ocjis a passon. E jere une funzion puartade indenant dai zovins e des zovinis: a stavin, cussì, un pôc lontan de cjase e dai comants dai grancj che a ordenavin simpri alc di fâ. A passon, invezi, al bastave fâ un pocje di atenzion ae vuardie dai animâi. Il periodi miôr par lis covadis dai ûfs al jere te Vierte. Tal scomençâ de Istât i ocuts a pierdevin la pelurie e il cuarp si cuvierzeve di plumis. Lis ocjis a passonavin vulintîr tes cjavecis e su lis rivis o des ledris o dai torents. Ancje i zovins, che lis compagnavin, a profitavin par rinfrescjâ i pîts e lis gjambis. La campagne no jere mai vueide, lu conferme ancje il nestri pitôr. Ve che, di fat, la pastore e incuintre une altre zovine, tant che sul fonts al compâr un seseladôr. Lis dos zovinis a somein cjapadis a imbastî un dialic fis: i argoments di tratâ tra i zovins a son svariâts e no finissin mai. Anche i ragazzini o le ragazzine, che le accompagnavano, approfittavano per rinfrescare i piedi e le gambe nel torrente. Ancje i zovins o lis zovinis, che lis compagnavin, a profitavin par rinfrescjâ i pîts e lis gjambis. 364 VIVERE AL MEGLIO - VIVI MIÔR

23 VIVERE AL MEGLIO - VIVI MIÔR 365

24 16 Il corteggiamento La cort I l matrimonio non cambiava soltanto lo stato delle persone (da celibi, o da nubili, ad ammogliati), ma rappresentava un rito di passaggio tra la gioventù e l età adulta. Come tale si compiva attraverso varie fasi. Il quadro di Otto D Angelo descrive una delle prime: quella del corteggiamento. Probabilmente il pretendente aveva già ricevuto il consenso da parte del papà della ragazza e, quindi, poteva già aver accesso nella casa dell amata. Le visite avvenivano nelle tre giornate canoniche feriali: Martedì, Giovedì, Sabato e nella giornata festiva (la Domenica). D inverno, i giovani si intrattenevano nella stalla, d estate nel focolare, o nel cortile, o seduti sulla pietra o sui tronchi di legno fuori della porta della casa che dava sulla strada. L entrata in casa del ragazzo implicava una regola da seguire: lo scambio dei doni a seconda delle possibilità economiche (se il dono era d oro era un simbolo di benessere). Si teneva anche una piccola festa per approfondire la conoscenza (la mamma diventava madone e il papà messêr). Si liberava una sedia per il nuovo arrivato (il ragazzo acquisiva il consenso di frequentare la ragazza). Il giovane informava la gente del paese che la ragazza era sua attraverso il dono (l anello di fidanzamento), i lavori (si recava nei campi a raccogliere i sassi) e i simboli (la sedia accanto alla ragazza era solo per lui). I coetanei rendevano noto a tutto il paese che si stava I l matrimoni nol cambiave dome la cundizion di une persone (di no maridâts a maridâts), ma al rapresentave un rît di passaç tra la zoventût e l etât adulte. Propri par chest al traviersave diviersis fasis. Il cuadri di Otto D Angelo al descrîf une des primis: chê de cort. Cun dute probabilitât il pretendent al veve bielzà ricevût il consens de bande dal pari de frutate e, partant, al podeve jentrâ in cjase. Lis visitis a vignivin tes trê zornadis canonichis di disdivore (Martars, Joibe, Sabide) e te zornade di fieste (la Domenie). Di Unvier i zovins a stavin insiemi te stale, di Istât tal fogolâr, o tal curtîl o sentâts su la piere o sore un çoc di len difûr de puarte di cjase che si vierzeve su la strade. La jentrade in cjase dal fantat e implicave une regule di osservâ: il scambi dai dons a secont des possibilitâts economichis di ognidun (se il regâl al jere di aur al jere un simbul di bonstâ). Si faseve ancje une piçule fieste par lâ insot te cognossince (la mame e deventave madone e il pai missêr). Si liberave une cjadree pal gnûf rivât (il zovin al cuistave il consens di frecuentâ la morose). Il zovin al faseve savê ae int dal paîs che la zovine e jere sô, mediant il regâl (l anel de impromission), lis oparis (al leve tai cjamps a cjapâ sù claps) e simbui (la cjadree dongje ae fantate e jere dome par lui). I coetanis a fasevin savê a 536 VIVERE SU QUESTA TERRA - VIVI SU CHESTE TIERE

25 formando una nuova coppia, attraverso la scjarnete. Le visite avvenivano entro i limiti della sorveglianza dei genitori. La donna del quadro controlla non tanto quello che sta bollendo sul fuoco del focolare, quanto i giovani che mostrano, con i loro occhi, il vicendevole innamoramento. È evidente che, pur essendo vicini, possono soltanto scambiarsi sguardi furtivi e sgranare il mais; non è permesso loro di baciarsi, perché devono mantenere le debite distanze. dut il paîs che e jere daûr a metisi adun une gnove cubie, mediant la scjarnete. Lis visitis a vignivin sot la custodie dai gjenitôrs. La femine dal cuadri no controle tant ce che al bol sul fûc dal fogolâr, si ben i zovins che a mostrin, cui lôr voi, che si vuelin ben, ducj i doi. Al è clâr che a puedin dome scambiâ cjaladis e specolâ la blave; no puedin bussâsi, ancje parcè che no ur è permetût di stâ masse dongje. VIVERE SU QUESTA TERRA - VIVI SU CHESTE TIERE 537

26 8 Il ceppo di Natale Il Nadalin L a notte di Natale, i vecchi accendevano nel focolare il ceppo bagnato con il vino, che veniva estirpato dalla terra nel mese di gennaio. Era il più bello e grosso tra quelli che portavano a casa, perché doveva ardere tutta la notte, per riscaldare Gesù Bambino. Callisto, legava il çoc acceso con un filo di ferro e, verso la mezzanotte, lo trascinava attorno al letame ed i bambini dietro pregavano. Dalle faville che si sprigionavano dal legno, sapeva indovinare se l annata sarebbe stata buona o no. Poi rimetteva il ceppo sul fogolâr dove rimaneva acceso fino al giorno seguente. C era l usanza di regalare le strenne natalizie ai figliocci. Le portavano per l appunto i santoli (consistevano in un sacchetto di bombons, o strappa ganasce o carrube ). Da un racconto sul Natale abbiamo tratto un breve brano sul Nadalin (è il tema del quadro di Otto D Angelo) e su alcuni riti fatti nella magica notte santa. La vigilia di Natale Silvio attizzò le braci sotto il ceppo. In quel momento sentì bussare alla porta: Chi è là?, domandò E Nadalin che arriva!, gli rispose Checo sull acciottolato. Che cosa viene a portare? Pace e bene, per il prossimo anno. Entri, allora. E Nadalin entrò, con una folata di vento freddo e cualche fiocco di neve. Arrivò la moglie di Silvio con una L a gnot di Nadâl i vielis a impiavin tal fogolâr il çoc bagnât cul vin, che al vignive tirât fûr de tiere tal mês di zenâr. Al jere il plui biel e grues tra chei che a puartavin a cjase, par vie che al veve di ardi dute la gnot, par scjaldâ Jesù Bambin. Calist, al leave il çoc piât cuntun fîl di fier e ator de miezegnot lu strissinave tor ator dal ledan e i fruts daûr a preavin. Des faliscjis che a devin sù dal len, al saveve imbrucjâ se la anade e sarès stade buine o no. Po al tornave a meti il çoc sul fogolâr. In chei timps e jere ancje la usance, par Nadâl, di puartâ i siops ai fioçs. Ju puartavin, juste in pont, i santûi (a jerin un sacut di bombons o di cjastinis e cuarnetis ). Di une conte sul Nadâl o vin gjavât fûr un struc sul Nadalin (al è il teme dal cuadri di Otto D Angelo) e su altris rîts fats te magjiche gnot sante. La vilie di Nadâl Silvio al stiçà lis boris sot il çoc. In chel al sintî tucâ la puarte. Cui isal là? al domandà. Al è Nadalin, che al ven! i rispuindè Checo sul pedrât. Ce vegnial a puartâ? Pâs e ben, par chest an ch al ven. Che al jentri. E il Nadalin al jentrà, insiemi a une bugade di aiar frêt e cualchi floc di nêf. E rivà la femine di Silvio cuntune grande pignate di aghe che e veve 688 STARE CON DIO - STÂ CUL SIGNÔR

27 La notte di Natale i vecchi accendevano nel focolare il ceppo che veniva estirpato dalla terra nel mese di gennaio. Era il più bello e grosso tra quelli che portavano a casa, perché doveva ardere tutta la notte, per riscaldare Gesù Bambino. La gnot di Nadâl i vielis a impiavin tal fogolâr il çoc che al vignive tirât fûr de tiere tal mês di Zenâr. Al jere il plui biel e grues tra chei che a puartavin a cjase, par vie che al veve di ardi dute la gnot, par scjaldâ Jesù Bambin. STARE CON DIO - STÂ CUL SIGNÔR 689

28 NIENTE È PERDUTO - NUIE AL È PIERDÛT Indice Tabele Presentazioni - Presentazions... pag. 5 CAPITOLO I DALL ALBA AL TRAMONTO - DI UN SCÛR A CHEL ALTRI Introduzione - Introduzion Partire per i campi - Partî pai cjamps Portare l urina nei campi - Menâ vie la urine Portare il letame nei campi di montagna Puartâ il ledan tai cjamps di montagne 4 Portare il letame nei campi di pianura Puartâ il ledan tai cjamps de plane 5 Falciare il frumento - Seselâ il forment La mietitura e lo sbocciare degli amori Il seselâ e il svicinament al amôr 7 I covoni - Lis medis Il pranzo e il riposo - Il gustâ e la polse Portare a casa l erba - Menâ a cjase la jerbe Il buratto - Il burat La raccolta della canapa - La racuelte de cjanaipe Il fieno - Il fen Scaricare il fieno - Scjamâ il fen Erba verde: il trifoglio rosso - Jerbe verde: il cerfoi La semina del mais - La semine de blave Smuovere la terra - Movi la tiere Ripulire il campo dalla gramigna - Cjapâ sù la grame INDICE/TABELE 725

29 NIENTE È PERDUTO - NUIE AL È PIERDÛT 18 Fare i solchi - Solçâ la blave... pag La raccolta del granoturco - La racuelte de blave Usi medicinali del granoturco - Ûs medisinâi de blave Fare i covoni - Fâ su lis tamossis di blave Il pranzo nel campo - Il gustâ tal cjamp È terminata la giornata - E je finide la zornade La raccolta delle castagne - La racuelte des cjastinis La raccolto del sorgo - La racuelte dal soròs Il tabacco - Il tabac La vendemmia - La vendeme I tini - I brentiei Portare ghiaia, sabbia, sassi - Menâ glerie, savalon, claps Portatrici - Puartadoris La fienagione in montagna - Lâ a fen in montagne Donne e fienagione in montagna - Feminis a fâ fen in montagne Lavoratrici carniche - Lavoradoris cjargnelis Lavorare l orto - Lavorâ tal broili La fine degli stagni - La fin dai sfueis Nuove strade - Gnovis stradis La prima BUBBA - La prime Bubbe Andare e ritornare per il mondo - Lâ e tornâ tal forest La partenza degli emigranti - La partence dai emigrants La partenza dei bambini - La partence dai fruts La partenza di una bambina - La partence di une frute La posta dell emigrante - La pueste dal emigrant Emigranti che tornano - Emigrants che a tornin Il ritorno degli emigranti - La tornade dai migrants CAPITOLO II INTERNI ED ESTERNI DELLA CASA - DENTRI E FÛR DI CJASE Introduzione - Introduzion Piccoli affari di cortile - Piçui afârs di curtîl La tosatura della pecora - La tose de piore La segale - La siale Le oche e la bambina - Lis ocjis e la frute INDICE/TABELE

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