15 Maggio Basta cu' fa 65 ANNIVERSARIO DELLO STATUTO SICILIANO. La Trinacria in Inghilterra ( 6 & 7)

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1 Belgique - België P.P Bruxelles 1 1/1605 Bureau de Dépôt AfgifteKantoor 1000 Bruxelles 1... Solo la fantasia fermenta... Vitaliano Brancati Bimestrale (eccetto Luglio - Agosto) di cultura, politica, informazione della diaspora siciliana - Anno XIII- n 3 - Maggio Giugno 2011 Ed. Resp.: Catania Francesco Paolo, Bld de Dixmude, 40/ bte 5 (B) 1000 Bruxelles - Tél & Fax: +32 (0) Gsm: Maggio ANNIVERSARIO DELLO STATUTO SICILIANO La Trinacria in Inghilterra ( 6 & 7) LE MEZZE VERITA E LE MENZOGNE DI BENIGNI A SANREMO 2011 (4 & 5) Il lavoro della Commissione Statuto sull Alta Corte per la Regione Siciliana ( 15 & 18 ) Per migliorare il futuro della Sicilia e dei Siciliani non occorre una nuova Primavera., occorre soltanto una diversa Informazione e una nuova presa di Coscienza!! ( 8 ) Referendum del 12 e 13 giugno 2011 ( 15 & 18 ) L OPINIONE DEL MAGISTRATO CONSIDERAZIONI SULL'APOTEOSI GARIBALDESCA DEGLI ASCARI NOSTRANI NEL 150 ANNIVERSARIO DELLA PERDITA DELLA NOSTRA INDIPENDENZA ( 16, 17 & 19 ) Insegnamento della storia, della letteratura e della lingua siciliana Basta cu' fa ( 18 )

2 15 Maggio ANNIVERSARIO FIRMA STATUTO SICILIANO L ALTRA SICILIA resta convinta che una ricorrenza deve accadere e ricordarsi proprio nel giorno esatto, anniversario dell'evento, altrimenti tutto sarebbe aleatorio ed ogni tentativo di celebrazione estremamente relativo. Pensate ad una ricorrenza qualsiasi, quella del 25 aprile, per esempio - celebrazione della festa della Liberazione per taluni, anniversario del Natale di Roma per altri. Se dovesse venire festeggiata in una data differente o avanzata o postcipata, perderebbe sicuramente ogni attrazione e soprattutto rischierebbe nel tempo, proprio per la sua incerta collocazione, ogni riferimento al ricordo, alla memoria e al significato estrinseco della data. Così L ALTRA SICILIA, come da sempre, promotrice e iniziatrice della celebrazione della Festa per lo Statuto, cercando di ovviare e superare tutte le titubanze del Ministro Presidente della Regione Siciliana indica nel 15 maggio la data obbligata della ricorrenza dell'anniversario della concessione pattizia da parte dello Stato centrale dello Statuto di Autonomia della Sicilia. Come ebbe a fare ogni anno in occasione della ricorrenza, L ALTRA SICILIA invita il Ministro Presidente dott. Raffaele Lombardo, i deputati regionali, quelli provinciali ad ogni modo da abolire (art. 15 dello Statuto), i consiglieri comunali, i Sindaci di ogni comune dell'isola ad indire, d'ora e di già, la festa per la celebrazione della ricorrenza proprio il prossimo 15 maggio, ricordando loro che dallo scorso anno il 15 maggio in Sicilia è FESTIVO (e così sarà anche per i prossimi anni), senza spostare questa data, soprattutto per il ricordo delle lotte di autonomia culminate proprio nella vittoria del 15 maggio e per il dovuto rispetto che si doveva e sempre si dovrà ai patrioti che con il loro sacrificio hanno permesso l'ottenimento di quello Statuto Sacro di Autonomia oltraggiato, violentato e offeso dalla massa di paria e servi senza dignità nè orgoglio che hanno sempre operato contro la Sicilia e i Siciliani e, collocando la data, a loro piacimento, senza il pur dovuto riferimento storico, cercano di banalizzare la ricorrenza. Compleanni Battesimi Comunioni Cresime Ricevimenti Bld. Lambermont, Bruxelles Tel & Fax + 32 (0) ne ancienne villa patricienne sur le boulevard Lambermont, U un petit escalier d'accès et l entrée dans une salle conforme à l'image que l'on a des anciens manoirs anglais. Au mur, quelques trophées de chasse regrettent presque de ne pas avoir fini dans l'assiette mais en est-on bien certain? Une ambiance de campagne en pleine ville dans une salle ou s'égrènent les tic-tac des horloges à coucou, autre passion du chef. Une maison vraiment pas comme les autres, dont la sérénité n'est troublée que par l'humour décale du patron. Nous sommes chez Roberto Ristuccia. Comme son nom ne l'indique pas le New Epsom (di Roberto) est un restaurant italien. Il tire son origine de la passion du patron pour les canassons, dont un des stud-book a loge à quelques encablures durant de longues années. Ici pas de pizzas, Roberto est un chasseur, un cueilleur de champignons et un pécheur, c'est donc à une cuisine traditionnelle italienne que vous aurez à faire. Il n 'y a pas de carte mais un tableau de suggestion avec une formule unique: un menu avec choix de quatre entrées, quatre plats et quatre desserts, pour 25. La formule cartonne en ces temps de crise. Avec ses vingt couverts maximum par service, mieux vaut être prudent et réserver. A la saison des mois en "bre", poils et plumes sont accommodés à la façon méridionale, une période de l'année où Roberto n'hésite pas à aller tirer le menu de la semaine dans les sombres forêts ardennaises. Côté cellier. Roberto qui ne renie pas ses origines siciliennes, importe lui même les flacons de la péninsule ( ). TRANSPORTS - DEMENAGEMENTS - TRASLOCHI TRASLOCHI NAZIONALI & INTERNAZIONALI Bimestrale (eccetto Luglio Agosto) di cultura, politica, informazione della diaspora siciliana Editore: L ALTRA SICILIA Bld de Dixmude, 40/bte 5 - (B) 1000 Bruxelles Direttore responsabile: Francesco Paolo Catania Direttore editoriale: Eugenio Preta Info: Fax: +32 (0) Gsm: ABBONARSI A L ISOLA È IL MEZZO MIGLIORE PER AIUTARCI REGALATI E REGALA UN ABBONAMENTO A UN TUO AMICO O PARENTE Abbonamento ordinario: 20 (Belgio); Altri Paesi europei: 50 Abbonamento sostenitore: versamenti volintari Puoi versare la somma sul conto corrente CBC : IBAN : BE BIC : CREGBEBB intestato a Catania Francesco Paolo specificando nella causale abbonamento a L ISOLA In Belgio, Belgio - Italia, Belgio - Sicilia e in tutti i Paesi a prezzi interessanti Lift fino al 10 piano - Deposito custodia mobili Ch.ée de Louvain, Bruxelles GSM: +32 (0) OVUNQUE IN EUROPA! Vendi o affitti casa in Sicilia o in Europa? Ti serve o vendi qualcosa? Fallo sapere con Fax: Cell:

3 3 I MILLE MEDITERRANEI di Eugenio Preta R itornano I mille mediterranei di Braudel È vergognoso vedere che oggi, senza attendere ed i paesi della sponda sud del "Mare una risoluzione delle Nazioni Unite, che si sono nostrum", che avevano attraversato il Se la Sicilia fosse stata dimostrate ancora una volta inutili e inadeguate, i corso dei secoli scambiandosi guerra Nazione, avrebbe francesi si siano permessi di portare la guerra in e pace, occupazioni, invenzioni e commerci, oggi certamente assunto un casa nostra, dimostrazione lampante che il ritornano in un clima di guerre e di rivoluzioni. ruolo determinante in mondo occidentale sta morendo dei suoi egoismi Gettati a mare i dittatori, che pure erano stati questo mediterraneo, e per una voracità infinita di materie energetiche sopportati e celebrati per oltre mezzo secolo, i proprio mare nostro. Invece da che se il vicino che le detiene é più debole lo nuovi rivoluzionari dei paesi rivieraschi della colonia deve subire quello che altri attacca per sottrargliele con la forza dei tornado. sponda sud si sono trovati confrontati con una storia più grande di loro, impreparati ad ogni cambiamento, deficitari di sviluppo e benessere, decidono a nome suo, soprattutto senza tenere conto dei bisogni e dell'esigenze della sua gente che in Senza una interposizione di dialogo come uno Stato Sicilia potrebbe fare, il mediterraneo paga ancora anni di arretratezza e sottosviluppo. preda alla fine degli integralismi sempre in questo mediterraneo deve vivere. Invece la Sicilia, in questo panorama si ritrova agguato specialmente dove la democrazia flette invischiata e, purtroppo, senza speranze. e la libertà resta soltanto nelle chiacchiere degli Noi de L'ALTRA SICILIA sogniamo uno Stato occidentali. nazione lì, nel mezzo del mediterraneo, ponte di Tornano i mille mediterranei, e la Sicilia, conto dei bisogni e dell'esigenze della sua gente culture e dialogo, capace di imporre legge e secolarmente non più terra di occupazione e di che in questo mediterraneo deve vivere. democrazia con la sola forza dell'esempio e conquista, perde tuttavia ancora una volta Avrebbe certamente impedito l'ascesa di dell'identità. un'occasione storica per far valere nello personaggi come Ben Alì, foraggiato per anni Purtroppo quest'isola resta colonia e preda di scacchiere geopolitico la sua forza di posizione di invece dai socialisti come Craxi e Martelli, o cattivi imbonitori che riescono a mortificarne la mezzo tra occidente e islam, tra civiltà e Mubarak o Bubleflika e avrebbe saputo dialogare dignità e la tengono dolentemente soggetta e sottosviluppo, tra barbarie e cultura. Invece di senza servilismi con Gheddafi, impedendo che la prona. dettare i tempi della transizione verso una jihad islamica potesse approfittare della Occorrerebbe uno Stato nazione autorevole, democrazia, certo ancora tutta da scoprire, la confusione per potersi agilmente installare nelle rappresentato, non a Roma in qualche CdM, Sicilia resta ancorata nell'anonimato dell'ignavia istituzioni rappresentative e, come avviene oggi come finalmente oggi avviene e come sarebbe e di una perduta identità e, alla fine, subisce le in Egitto con la vittoria schiacciante dei Fratelli peraltro da Statuto, ma nei differenti consessi prepotenze delle autorità europee e soprattutto musulmani, nonostante l'opposizione e gli internazionali, nelle istituzioni dove si decide dei padroni di Roma che decidono per noi le autoproclami di approffittatori dell'ultima ora ormai il quotidiano dei popoli; uno Stato nazione violenze degli sbarchi di clandestini, come Baradei o Ben Mussa, lasci trapelare per Sicilia che sedesse a parità di dignità politica di autoproclamatisi profughi. tutte le democrazie del globo un'era di violenze e fronte a occidentali e arabi e facesse sentire Mentre le autorità dello scoglio di Malta di pericoli... autonomamente la voce della cultura e della rispediscono in alto mare i barconi carichi di Invece la Sicilia è rimasta senza mediterraneo, libertà in un mondo che sembra aver perso oggi, ragazzotti, Lampedusa invece accoglie tutti, rubatole da inglesi, come era successo quando insieme alla legalità, anche la capacità di come il ventre di vecchia baldracca, senza questi avevano appoggiato il "traditore dei due solidarietà e di altruismi. chiedersi il perchè e soffocando così l'asfittica mondi", sicuramente non per filantropia ma Per riappropriarsi del mediterraneo sottrattole, la economia dell'isola, che ha soltanto nel turismo proprio per poter rompere l'egemonia della flotta Sicilia ha una sola via da percorrere: riacquistare una potenzialità di sviluppo, turismo però che già duosiciliana nel mediterraneo, da dove erano la propria identità e avanzare forte una richiesta in questa prossima estate farà sentire per intero tenuti fieramente lontani, e da francesi, sempre di autonomia e, ove tutto fallisse, finalmente di la sua crisi, nonostante Borghezio o ambigui nell'appoggiare i tiranni ma lesti a indipendenza. Maraventano. Ma accogliamo tutti, buoni e scappare quando la situazione sembra cattivi, senza neanche limitarne i movimenti ma precipitare (Vespri siciliani, ndr). Eugenio Preta lasciando che vadano in giro per tutta l'isola, con grande paura dei lampedusani, costretti a convivere con disoccupazione, inverno, crisi economica, clandestini e carabinieri. Abbiamo lasciato che la Nato, gli americani quindi, senza alcuna legittimità, decidessero la guerra nel mediterraneo, intervenissero non per abbattere un tiranno ma per rubargli il petrolio, «Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, Se la Sicilia fosse stata Nazione, avrebbe come peraltro avevano cercato di fare in Iraq, ma per l inerzia dei giusti certamente assunto un ruolo determinante in combattendo certo un tiranno come Saddam, ma che se ne accorgono questo mediterraneo, proprio mare nostro. privando la regione di una barriera di laicità e stanno lì a guardare.» Invece da colonia deve subire quello che altri nell'oceano sterminato degli integralismi [ Albert Einstein ] decidono a nome suo, soprattutto senza tenere mediorientali. Il popolo siciliano non è stato mai un popolo vinto, ma al contrario un popolo vincitore, non nel senso militare e imperialista del termine, ma perché ha saputo conservare nella sua millennaria storia, la propria identità arricchita dagli apporti delle civiltà straniere assimilate sapientemente dalla propria cultura dotta e popolare. Ecco perchè la Sicilia sino a quando conserverà la propria tradizione e la propria memoria storica non sarà mai una nazione vinta". [ Massimo Ganci ]

4 4 LE MEZZE VERITA E LE MENZOGNE DI BENIGNI A SANREMO 2011 P er capire bene, l esegesi di Benigni sull inno di Mameli, bisogna iniziare dalla parte finale del suo intervento a Sanremo 2011, precisamente dalla sua toccante interpretazione cantata. La scena è semplice, un giovane che crede al Risorgimento si trova nell aperta campagna, a lottare per l Italia Unita, trascinato dal suo idealismo canta con il cuore, per se stesso, quest inno scritto dal giovane ventenne Mameli, fino alla fine: Stringiamci a corte/siam pronti alla morte/l'italia chiamò. Tutto fa presagire che quel giovane un istante dopo sarà raggiunto da una scoppiettata e morirà in quel passato remoto per il nostro presente. Anche perché questa morte è stata bene annunciata da Benigni e ripetutamente, in maniera da farci sentire vicini, al quel giovane, figlio, fratello. Un mio interrogativo è: chi ha ucciso quel giovane? Da precisare che il giovane Mameli, fu ferito in maniera lieve dalla baionetta di un commilitone accidentalmente in una gamba nella difesa della Villa del Vascello nel 1849, l infezione lo uccise ventunenne il 6 luglio dello stesso anno. Da precisare che in quella occasione Garibaldi ha condotto un combattimento veramente pietoso, a dimostrazione che quando il nemico, pur non essendo motivato ideologicamente, non è corrotto con le tangenti massoniche transnazionali, esce fuori la mediocrità militare del tanto decantato generale. Ma è un altro discorso, torniamo sul palco di Sanremo del 17 febbraio 2011, dove troviamo ormai disteso morto il giovane combattente risorgimentale. Quel giovane credeva in un risorgimento di Popoli contro le tirannie, un risorgimento che univa questi stati liberi, gli uni rispettosi degli altri, in poche parole un risorgimento confederale. Quel giovane, come Mameli ha scritto, pensava: "Nemico nostro è il governo di Napoli, ma più tremendo nemico, perché vestito di sembianze amichevoli, è quel di Torino". (1) Quel giovane vide traditi i suoi ideali quando proprio il tiranno Piemontese si appropriò della sua lotta, del suo sangue, della sua vita, per il solo motivo economico di depredare uno stato ricco come quello Duo Siculo. Quel fuoco che uccide il giovane interpretato da Benigni, arrivato appena prima con il cavallo, arriva inaspettatamente non dal fronte avversario ma vestito di sembianze amichevoli, il piombo è quello avvelenato dalla menzogna massonica perpetrata ai danni di tutti noi spettatori impreparati a tale performance. Negare, od omettere, la verità storica è come uccidere il passato è come uccidere ancora una volta tutti quei giovani, come nostri figli, nostri fratelli che credevano veramente alla libertà, alla indipendenza dei propri Popoli in una nazione confederale giusta e non in una nuova colonizzazione, solo un cambio di tiranni... Il discorso di Benigni è molto banale, poco culturale, scolastico e incerto, si nota la ripetizione continua dell aggettivo memorabile, intessuto di propaganda partitica, arroganza e odio, tutto farcito con 250,00 pagati da noi abbonati Rai. Io direi tartassati Rai, perché non ho fatto nessuna scelta volontaria, sono obbligato a pagare per un servizio per la maggior parte ricolmo di propaganda di tutti generi e di ogni modo occulta e palese. Benigni affronta la questione dicendo che quella era una serataccia perché su RAIDUE vi era Vi è un canto popolare siciliano che nell evidenziare un luogo di desolazione si esprime così: pari ca cci passò casa Savoia! Questo per fare intendere che in sette anni hanno spazzato tutto ciò le era stato possibile della Sicilia. Santoro, pertanto conveniva a Si lvio, o a chi non era d accordo ad andarsi a coricare. Benigni durante la sua performance accenna: L Italia divisa in tre. Quella delle tre macro regioni è un idea trasversale da destra a sinistra, già avevo scritto in SEDOTTI & ABBANDONATI a riguardo: La mia memoria è stato sollecitata dalla lettura dell articolo di Gaetano Savatteri L idea di Letta: cancellare la Sicilia pubblicato a pagina 30 sulla rivista S n 28 anno 4 giugno 2010 Società editrice Novantacento s.r.l. Palermo, direttore responsabile Francesco Foresta. Il bravissimo Savatteri nell articolo ha paragonato il vicesegretario del Partito Democratico Enrico Letta al maresciallo del film. Ha provato a immaginare come sarebbe più semplice e meno faticosa l Italia senza la Sicilia, ma pure senza la Calabria e la Campania. Senza queste tre regioni, ha detto Letta, l Italia avrebbe dei parametri economici pari a quelli di Germania e Francia. Testualmente Letta dice: Il Sud rischia sempre più di affondare, non è più tempo di nascondere la testa sotto la sabbia. Per chiarirci le idee, per il vicesegretario del PD, il Sud è zavorra e va sganciato via. Non tutto il Sud però, il giornalista spiega nell articolo che la Puglia e la Basilicata, dove il PD ha vinto le elezioni, vanno salvate. (2) Ma il concetto confederale, viene confuso appositamente da Benigni e se ne guarda bene dall approfondire. Chi è un autentico indipendentista (confederalista) non vuole dividere l Italia, anzi vuole togliere quelle barriere, quei confini di separatezza già esistenti e che mortificano le speranze di tutti, vuole la riconoscenza dei Popoli e l autodeterminazione a pari dignità, questo non significa, odio culturale e politico ne assoggettamento economico, significa pace e comprensione, libertà, sviluppo e giustizia fra tutti. Non mi aspettavo il suo elogio alla casa Savoia, capisco la decadenza ideologica, ma mai potevo immaginarmi così in basso, caro compagno Benigni Per precisare in fine che la dignità regale da quella ducale l hanno avuta il 22 settembre 1713 a spese del Popolo Siciliano, quando a Torino, alla presenza degli ambasciatori siciliani, Vittorio Amedeo II di Savoia assumeva il titolo di re di Sicilia. Vi è un canto popolare siciliano che nell evidenziare un luogo di desolazione si esprime così: pari ca cci passò casa Savoia! Questo per fare intendere che in sette anni hanno spazzato tutto ciò le era stato possibile della Sicilia. Poi per non parlare di Vittorio Emanuele II, Benigni riporta l appellativo storico il re Galantuomo!. Assolutamente non meritato in quanto è stata una leggenda degli storici Piemontesi su un fatto infamante del re, in quanto non è vero che si era opposto alle richieste di Radetky di abolire lo statuto albertino perché animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali, ma anzi aveva promesso la sua opposizione decisa ai democratici, disse di voler diventare amico degli Austriaci e ristabilire a un maggior grado il potere monarchico (3). Per non parlare della sua condotta abbastanza licenziosa con le donne, tante furono le amanti e le sedotte con una bella folla di figli bastardi generati da tali relazioni. Passiamo alla dichiarazione di amore di Benigni a Cavour, come politico statista, poi allude ad un finto scandalo dello statista occasione per ironizzare su Berlusconi. In realtà la figura di Cavour è molto discutibile sia per le sue idee poco democratiche, sia per come

5 5 operò senza nessun ritegno, al punto di sacrificare la nipote, come escort, usiamo un termine moderno, la contessa Virginia di Castiglione, la quale ha avuto argomenti politici più convincenti nell alcova, tanto da riuscire a fare invaghire l imperatore Napoleone III ad farlo appoggiare la politica espansionistica del Piemonte. Il sacrificio della sua nipote fu equiparato alle nozze della figlia di Vittorio Emanuele II, Maria Clotilde, poste da Cavour come ragioni di stato, con il principe Girolamo Napoleone, nipote dell imperatore francese, che gli storici definiscono un autentico depravato. Argomentare su Cavour ce ne vuole carta e tempo questa fase storica risorgimentale massonica è piena di intrighi e di retorica tanto che la verità è così insabbiata da lasciare poco ad una analisi completa su i fatti oggettivi. Il primo a respingere ufficialmente una richiesta di aprire gli archivi di stato, o quello che ne rimaneva dal 1815 in poi e nel 1912, fu Giolitti (4), il quale disse in Parlamento che altrimenti ne sarebbe derivato un considerevole danno allo Stato. Quando morì Cavour, il re fece requisire molti documenti, altri furono completamente distrutti. Lo stesso Alessandro Luzio (5) definì i documenti ufficiali un cumulo di inesattezze e che era stato operato un occultamento della verità storica.continua la propaganda di Benigni con Giuseppe Garibaldi, voluto dalla loggia massonica del Grande Oriente d Italia come mito fondante della nazione Italia quando ormai si sa benissimo che è stato creato minuziosamente. Nella biografia scritta dall inglese Lucy Riall, docente di Storia al Biberck College dell Università di Londra, intitolata Garibaldi. L invenzione di un eroe, ed Laterza, si legge che: la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica e che lo stesso fu abile controllore della propria immagine e ben consapevole del nesso che già allora andava creandosi tra politica e sistemi di comunicazione di massa. Il mito di Garibaldi può non corrispondere alla realtà, ma fu senza dubbio efficace la popolarità di cui godette ci offre importanti spunti per comprendere la più generale funzione dei miti nell ambito dei movimenti nazionali. (6) Il 20 settembre 2007, in occasione dell'anniversario della presa di Roma e della caduta del Papa Re, il Gran maestro del Grande Oriente Raffi dice: Garibaldi torna ad essere vivo e insieme a Garibaldi, mito fondante della Repubblica, mito fondante del Risorgimento, o del Risorgimento stesso come mito fondante della Repubblica, della Nazione italiana, farà sì che i separatismi vengano visti con sorriso e si guardi oltre. Penso che l utilizzazione di Garibaldi come mito fondante è un idea al quanto pericolosa e chiara della pericolosità massonica tutt oggi. I miti fondanti dell antica Roma furono Romolo e Remo, il mito fondante dell Italia è un massone. Così nelle scuole, dalle elementari in poi si studiano i miti e le leggende come verità storiche nella completa negazione di quella vera. Una nazione ad uso e consumo di un organizzazione segreta e internazionale che lotterà ancora una volta contro la realtà storica dell indipendentismo dei popoli come quello Siciliano e Sardo. Benigni arrivò a dire che Dumas andava dietro a Garibaldi con il taccuino, ed è vero! Il 20 luglio del 1860 a Capo D Orlando, i morti furono così tanti, quasi 800, nonostante i feriti, nelle file garibaldine (piemontesi). Proprio questo numero elevato di morti, questa cruenta battaglia, doveva essere coperta mediaticamente, perché non lasciava dubbi in una cattiva conduzione da parte dell Eroe. A questo ci pensò Dumas, che guarda caso, dicono gli storici garibaldini massoni, si trovava a navigare nel Mediterraneo, è venuto in Sicilia e si è trovato nelle acque di Milazzo il giorno della battaglia. (Giuseppe Garibaldi di Alfonso Scirocco Pagina 240 Edizione RCS Quotidiani SpA Milano 2005 Corriere della Sera). Alessandro Dumas romanzò la battaglia di Milazzo depurandola dagli episodi meschini e crudeli, inviò, dalla vicina Barcellona, ben quattro lettere al Carini che pensò insieme a l alto comando garibaldino di diffondere in tutti i giornali, anche esteri. Lo stesso Cavour (dicono ingenuamente alcuni storici che non lo considerano l artefice) si lasciò condizionare da tale manovra e diede il suo benestare a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto. Continua il comico con il Piemonte, questa regione che ci ha dato tutto. Direi che il Piemonte ha preso tutto dopo avere demonizzato e caricato di pregiudizi razziale una precisa area geografica corrispondente al regno borbonico, ha letteralmente colonizzato con danni, ancora evidenti dopo 150 anni e vantaggi per quell area geografica corrispondente alla Padania, tutt oggi evidenti e senza bisogno di occhiali. Per questo motivo è difficile per noi Siciliani festeggiare. Arriva così al 48, Benigni salta il 48 Siciliano per parlare delle 5 giornate di Milano. Eppure la rivoluzione siciliana ha avuto un esito positivo, si stabilì a Palermo il parlamento rivoluzionario indipendentista dalla corona borbonica. Il 12 gennaio del 1848, promisero per regalo di compleanno al tiranno Borbone la rivoluzione e puntualmente si attuò con successo. Negata alla storia, negata nelle scuole, negata anche a Sanremo con Benigni, perché la Sicilia non può essere motore degli eventi storici, è ancora la terra della rassegnazione, dell oblio, del silenzio. Voglio lasciare qui la mia analisi penso che basti. Alphonse Doria Goffredo Mameli, Fratelli d'italia. Pagine politiche, curato da David Bidussa Feltrinelli (9 giugno 2010) 3 - Vittorio Emanuele II, di Demis Mack Smith Edizione Laterza Bari Giovanni Giolitti nato a Mondovì il 27 ottobre 1842 morì a Cavour il 17 luglio 1928 è stato un politico italiano, più volte presidente del Consiglio dei ministri. 5 - Alessandro Luzio nato a San Severino Marche il 29 settembre 1857 morì a Mantova il 20 agosto 1946 di fede monarchica, fu un giornalista, storico e archivista italiano, nel 1918 responsabile dell'archivio Sabaudo di Torino Giorno 22 giugno 2008 ore 18,46 «Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un altra cultura, inventa per loro un altra storia. Dopo di che il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta.» MILAN KUNDERA, Il libro del riso e dell oblio

6 6 La Trinacria in Inghilterra U na Trinacria di neon risplende di sera a Trafalgar Square unendosi al coro delle luci della celebre piazza londinese. La Trinacria si trova sull'edificio che ospita l'ufficio turistico dell'isola dell'uomo, l'«isle of Man», il cui simbolo è costituito, appunto, da tre gambe in movimento piegate al ginocchio come quelle della Triskelis. La seconda Trinacria, prima di giungere all'isola dell'uomo, s'incontra, sul molo di Liverpool, sulla poppa del traghetto che in quattro ore raggiunge l'isola larga sedici chilometri e lunga quarantotto, adagiata al centro del mare d'irlanda. Il traghetto dalla prua aguzza e dai fianchi alti, come si conviene a una nave che deve solcare anche d'inverno i tempestosi mari del Nord, si stacca puntualmente dal molo, seguito da uno stuolo di rumorosi e grossi gabbiani. Gli edifici nerastri di Liverpool perdono i loro contorni nella nebbia che cala fin sul mare dal colore dell'acciaio. La Sicilia è lontana, ma il ricordo della sua luce mediterranea splende sulla Trinacria che è dipinta di giallo sulle scialuppe, è stampata sulle etichette delle bevande distribuite a bordo, è incisa sulle posate e sui bicchieri della sala da pranzo della nave. Ma perché questa Trinacria calda, viva e luminosa, dinamico simbolo del sole, così a Nord? Chi l'ha portata fin qui? Il primo contatto con Douglas non svela il mistero. La capitale dell'isola dell'uomo è una simpatica cittadina del settentrione d'europa, con il lungo molo di legno, le basse maree che di notte scoprono per intero le chiglie delle navi alla fonda, i corni che nelle interminabili serate invernali ululano a intervalli regolari per avvertire i naviganti dei pericoli della nebbia. Questa è terra di antiche conquiste. Gli scandinavi l'invasero nell'anno 800 con il proposito di saccheggiarla, ma a poco a poco si innamorarono dell'isola coronata di alte montagne e di verdi pianori, e vi rimasero. Le antiche saghe popolari ricordano l'incontro che il rude uomo scandinavo fece nell'isola solitaria, posta a metà strada tra l'irlanda e l'inghilterra, con una natura più benigna; racconti che fluttuano in una luce di leggenda. Il periodo storico dell'isola dell'uomo incomincia con l'arrivo del primo capo vichingo, Godred Crovan, nell'anno Nel Chronicon Manniae, compilato dai monaci dell'abbazia di Rushen del XII secolo, sono descritte le vicende di questo secondo periodo vichingo dell'isola e si parla del primo re, King Orry, che si crede sia il Godred Crovan giunto dalle regioni scandinave. Il figlio del re Orry, Olaf, vissuto dal 1113 al 1152, fu il primo sovrano a farsi chiamare "rex Manniae et insularum". Il figlio di quest'ultimo, Godred II, divenne vassallo di Enrico II d'inghilterra e da quel momento l'isola divenne una pedina nella guerra intrapresa dalla potente vicina contro la Scozia. Ma i re vichinghi continuarono a dominare l'isola; ve ne furono in tutto quattordici che divisero il potere insieme a quindici vescovi. Durante tutto di Giuseppe Quatriglio Tratto da L isola dei miti, Palermo: Flaccovio Editore, questo periodo l'isola venne retta con un sistema di governo di tipo scandinavo che è rimasto praticamente immutato fino ad oggi. La prima Trinacria apparve nell'isola dell'uomo in quel tempo su una massiccia croce di pietra che si trova ora al centro di un piccolo cimitero di campagna e su una grande spada che il re Olaf Godredson impugnò per combattere i mori. Gli esperti del Museo Britannico affermano che la spada, ancora oggi usata nelle cerimonie ufficiali, venne forgiata nel La croce di pietra è dello stesso periodo. Nel 1310 la Trinacria apparve ancora sullo scudo di Enrico di Bello Monte, Lord dell'isola. Le fonti ufficiali, i libri, le enciclopedie non dicono come e perché le tre gambe divennero il simbolo di questa terra nordica e il direttore del Museo di Douglas è ancora in cerca della chiave del mistero. Ma forse, più che un'arida documentazione, può soccorrere l'ala di una poesia gentile mai fermata sulla carta, ma che la gente raccolta ai piedi dei medioevali castelli di Rushen e di Peel racconta al forestiero. Nel grande silenzio del Fort Anne, rotto soltanto dal nervoso svolazzare dei gabbiani sull'ampio arco della baia, ho ascoltato dalla voce di una piccola, vecchia signora l'affascinante racconto. «È semplice» disse sollecitata dalle mie insistenze è stato un re vichingo a portare la Trinacria qui. Fu in Sicilia che un monarca cresciuto nell'isola dell'uomo incontrò la donna che riuscì a fare palpitare il suo duro cuore di guerriero. E fu una principessa siciliana. La sposò e la condusse a Douglas dove il dovere gli imponeva di restare. Ma la principessa languiva tra le brume del Nord e cercava disperatamente il sole. Per consolarla, il re decise di adottare la Trinacria - simbolo del rutilante sole di Sicilia - quale emblema dell'isola al posto della nave vichinga». La Trinacria rimase per sempre nell'isola dell'uomo, ma in omaggio alla natura guerriera dei dominatori si corazzò e, pertanto, le tre gambe appaiono ancora oggi chiuse dentro armature irte di speroni. Nell'Isola dell'uomo la Trinacria si vede dappertutto. La si trova sulla carta moneta, sui monumenti, nelle insegne degli uffici, sulle testate dei giornali, sulle scatole dei fiammiferi, sui francobolli, sui souvenir. Ma non è il solo punto di contatto con la Sicilia. L'Isola ha un governo autonomo ed un proprio parlamento, pur facendo parte geograficamente dell'inghilterra.

7 7 Elisabetta II, regina delle "vicine isole", è soltanto il "Lord" della Terra di Man. Ogni anno, ripetendo una cerimonia vecchia di mille anni, i deputati si recano su una collina artificiale costruita con la terra di tutti i distretti dell'isola per leggere nella lingua locale, che è ben diversa dall'inglese, le leggi approvate durante l'anno dai legislatori locali. La popolazione presente alla fastosa cerimonia approva in silenzio, ma può anche fare pubblico ricorso. L'Isola dell'uomo aveva in passato monete di metallo della zecca locale, oggi c'è soltanto la sterlina di carta emessa dalla «Isle of Man Bank Limited», che circola nell'isola insieme al "pound" con l'effigie della regina Elisabetta. Gli abitanti sono orgogliosi della loro autonomia, delle loro civilissime istituzioni, degli antichi monumenti che costituiscono una nobile testimonianza del loro passato. Hanno vivo il senso dell'ospitalità e sono gelosi della Trinacria, il misterioso simbolo del calore mediterraneo che divenne dono d'amore di un rude soldato nordico allorché fu conquistato dalle grazie di una principessa siciliana. Negli Usa L isola dei miti del siciliano Giuseppe Quatriglio rriva nelle librerie degli Stati Uniti A un edizione in lingua inglese del libro di Giuseppe Quatriglio L isola dei miti che in Italia è stato edito da Flaccovio nel Il volume raccoglie 22 saggi su temi e personaggi della Sicilia storica e leggendaria: il viaggio di Ulisse, i falchi di Federico II, la Palermo dei Florio, un mago a Cefalù, le case di Pirandello, le avventure di Cagliostro, il fascino dell Etna. E ancora i diavoli della Zisa, le musiche di Bellini, la storia del vino Marsala che l ammiraglio Nelson fece consumare ai marinai della flotta britannica. Quatriglio esplora i fatti e i personaggi che, infiammando la fantasia dei siciliani, hanno alimentato tante leggende. E da qui l immagine, ripresa nel titolo del libro, di una Sicilia isola del mito. Island of Myths è stampata dall editore Legas che ha riservato una collana alla letteratura sulla Sicilia inaugurata nel 1992 proprio con un libro di Quatriglio: Mille anni in Sicilia, A Thousand Years in Sicily nella traduzione inglese. (fonte: ww.arbasicula.org) Quando una foto vale più di un qualsiasi commento... La cartolina distribuita a migliaia di esemplari dalla nostra associazione per ricordare la propria identità ad un popolo che pensa di non averne una. Per vivere la storia della nostra Sicilia Abbonati a «L ISOLA» Abbonamento ordinario: 20 (Belgio) Altri Paesi europei: 50 - Abbonamento sostenitore: 100 Puoi versare la somma sul conto corrente CBC : IBAN : BE BIC : CREGBEBB intestato a Catania Francesco Paolo specificando nella causale abbonamento a L ISOLA Al servizio della Sicilia e dei Siciliani

8 8 PER MIGLIORARE IL FUTURO DELLA SICILIA E DEI SICILIANI NON OCCORRE UNA NUOVA PRIMAVERA., OCCORRE SOLTANTO UNA DIVERSA INFORMAZIONE E UNA NUOVA PRESA DI COSCIENZA!! di Antonio Milazzo C ome può un Popolo che ha dato i natali a gente che ha contribuito a fare la storia del mondo.., essere considerato un Popolo d ignoranti e di mafiosi; Come può una terra così fertile, così ricca e con una posizione Geografica così rilevante nel Mediterraneo., non contare più niente nell ambito Nazionale ed Europeo? Come può un Isola che ha fatto parte del Ricco e Potente Regno delle due Sicilie, che ha creato il Primo Parlamento del mondo, che è stata considerata per secoli l ombelico del mondo.., essere oggi una delle Regioni più schiave di un Governo e di una Politica che considera i leggittimi proprietari della stessa Regione dei sudditi di serie C? Come può la Terra con il 70% del Patrimonio Artistico Nazionale ed un assetto Turistico del tutto singolare. essere vista come la Terra più defraudata dell Europa, socialmente, politicamente e culturalmente!? Come è possibile che oggi la società Siciliana occupa l 880 posto nel mondo nella gladiatoria mondiale di Civiltà? Esattamente dopo il Burundi! Come mai noi Siciliani non sentiamo più il richiamo di quell indole Siciliana che per secoli e nel mondo ha lasciato un segno indelebile? Come può un Popolo che ha creato lo Stilnovo., che ha dato i natali a persone come Archimede, Empedocle, Antonello da Messina, Ettore Majorana, il mitico Cagliostro, Mariano Rampolla (riconosciuto come il vero papa dell epoca) Vincenzo Bellini, Tomasi di Lampedusa, Luigi Pirandello, Luigi Natoli, Don Luigi Sturzo, Salvatore Quasimodo, Giovanni Verga, Ernesto Basile, Finocchiaro Aprile, Antonio Canepa, Emanuele Notarbartolo, Frank Capra, Ignazio Florio, ElioVittorini, Antonio Zichichi, Rosario la Duca, Lucio Piccolo, Giuseppe Di Stefano, Renato Guttuso, Ignazio Buttitta, Luigi Sciascia, Mario Rutelli, Bruno Caruso, Pippo Madè, Eleonora Abbagnato, Pino Caruso, Giuseppe Bufalino, Giuseppe Tornatore, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Franco Battiato, Andrea Camilleri, Nino Rota, Lando Buzzanca, Pippo Baudo, Leo Gullotta, Totò Schillaci, Ficarra e Picone, nonché ha nutrito lo stesso Federico II, vissuto fin da bambino sotto questo sole., non indignarsi o non ribellarsi di fronte ad un tentativo di annullamento delle proprie radici? Se questa terra è stata capace di creare e trasmettere pensieri, concetti, armonie, studi e sensibilità che hanno permesso al mondo di svilupparsi, di dotarsi di nuovi elementi in tutti i campi dell Evoluzione Umana., perché in questo momento storico noi Siciliani non siamo più capaci di difenderci o di stare al passo con gli altri popoli che ci circondano? Perché non siamo nemmeno più capaci di chiedere l applicazione della Costituzione che ci riguarda e precisamente la parte relativa all applicazione dello Statuto Speciale Siciliano ed acconsentiamo a questa Politica nazionale di trattarci come se fossimo delle pecore? Perché riusciamo soltanto a partorire persone che non sanno fare altro che essere dei lecchini di una Politica tutta Italiana che non rispetta la dignità dello Popolo a cui loro stessi fanno parte? Perché non siamo più capaci di riconoscere tutti quei nostri fratelli che ogni giorno arricchiscono l aspetto sociale, politico e storico di questa nostra meravigliosa Isola e lasciamo il tutto nelle mani di gente che non ha la ben minima idea di cosa significa Coltivare un Processo di avanzamento adeguato ai tempi, ma soprattutto deleghiamo chi non ha nessuna intenzione di difendere i valori della sua Terra e i sani Principi della parte migliore del Suo Popolo?!? Insomma: educare non è manipolare, Informare non è inculcare, Governare non significa mettere paura e fare Cultura vuol dire aiutare gli individui a raggiungere la verità e perché no anche un pò di felicità!! Non vorrei arrivare a pensare che se questa terra si trova in uno stato totale di abbandono e di frustrazione non è un fatto casuale o legato alla povertà o sfortuna come qualcuno dice ma fa parte di un Disegno Occulto, voluto e studiato a tavolino da chi sa che questa Isola è capace di mettere in campo delle Sinergie e delle Volontà che se lasciati CRESCERE LIBERAMENTE potrebbero modificare certi equilibri politici, economici e culturali dello scenario Nazionale? (vedasi, Emanuele Notarbartolo, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Luigi don Sturzo, Mauro de Mauro, Antonio Canepa, Silvio Milazzo, Giuseppe Fava, Pio la Torre, Placido Rizzotto, Luigi di Bella, don Pino Puglisi, Mario Francese, Giovanni Gentile, Giuseppe Pitrè, Francesco Paolo Perez, Giovanni Meli, Pier Santi Mattarella, Beppe Alfano, Giuseppe Impastato...! Nonché, lo stesso Salvatore Giuliano. Dunque, cari Siciliani, perché non prendiamo Coscienza del senso metafisico degli antichi scritti greci/siracusani posti attorno all arcaico simbolo della Trinacria (Tan II A Nopmi ) non più in uso, e scopriamo che una certa Energia Sottile di questa terra non solo in passato ha partorito anime che conservavano l antico patrimonio umano o senso della vita, ma nei tempi avvenire è destinata a ribaltare quel Senso che a nostro avviso, è in opposizione a chi vuole continuare ad usare questo popolo e questa terra come un serbatoio dove prelevare risorse, energie, cervelli, manodopera e «... soltanto un popolo consapevole delle radici della propria identità può costruire con fiducia il suo futuro.» soprattutto consenso a buon mercato!!!! In altre parole se tutti i Siciliani riuscissimo ad acquisire Coscienza di cosa racchiude questa meravigliosa terra, delle ricchezze che hanno sempre attratto i vari dominatori o colonizzatori; Se iniziassimo finalmente, a difendere la nostra vera storia, la nostra memoria, la nostra antica Cultura; Se riuscissimo ad acquisire la capacità di osservare che sono stati ceti stranieri come Romani, Arabi, Normanni, Angioini, Borboni, Americani e adesso i Piemontesi che ci hanno reso incapaci di Autogestirci, allora si che probabilmente le nuove generazioni si convincerebbero a modificare o migliorare il futuro di questo Popolo!!! Insomma, se tutti noi Siciliani ad un tratto facessimo tesoro di quello che il Barone Agatino Aparo di Catania nel 1713 scrisse a Vittorio Amedeo, primo Re di Sicilia e cioè che la Sicilia è la Terra più bella del mondo e che i Siciliani sono un popolo di dotti e in qualità di apprendere superano ogni altra nazione al mondo., (vedi Sicilia 1713 a cura di Salvo Matteo, edito dalla Fondazione Lauro Chiazzese) allora si che finalmente potremmo riscrivere per i nostri figli e i figli dei nostri figli. la vera Storia della Sicilia e non quelle quattro stupidaggini che ci insegnano le scuole instaurate da chi ci ha cancellato il nostro reale passato o meglio. da quei libri riscritti dalle lobby massoniche che hanno diretto e disegnato lo scenario europeo degli ultimi cento cinquant anni!?!? Per concludere, perché cari Siciliani non cerchiamo di capire che tutta questa crisi, negativismo e disoccupazione che ogni giorno ci scaraventano addosso serve soltanto ad indebolire le nostre risorse Intellettuali? Perché non decidiamo di Allevare la Sapienza o meglio di Acculturarci o Informarci un pò di più per fare venir fuori quel Patrimonio Creativo che i veri Siciliani hanno sempre posseduto!?? Perché non cerchiamo di rimpossessarci dell orgoglio dei nostri padri, perché non riscopriamo i nostri antichi valori, i nostri prodotti, il nostro artigianato e la nostra arcaica Storia fattaci dimenticare!? Perché non cerchiamo di comprendere che i Siciliani siamo tutti delle vittime di una Politica Nazionale che ha usato perfino quella mentalità ignorante e mafiosa per mantenerci nella paura e nell ignoranza, Politica Nazionale a cui abbiamo fornito 63 deputati che non si occupano minimamente del futuro di questa Sicilia!!! Dunque ancora una volta, ORGANIZZIAMOCI, facciamo sentire la nostra vera voce, tentiamo di partorire delle nuove idee, di fare arrivare ai vari Siciliani di tutto il mondo il nostro Antudo! E presto i nostri nipoti e le future generazioni ci ringrazieranno! E la storia non potrà condannarci per la nostra indifferenza e per la nostra stupida cecità! Antonio Milazzo

9 9 LE ESILARANTI STORIE DI GIUFA' Il barbiere maldestro G iufà un giorno, per radersi i capelli, cambiò barbiere. Questi era, però, nuovo del mestiere e mentre radeva la sua mano era tremolante, tanto che per ogni passata di rasoio lasciava una ferita, che curava subito con un batuffolo di cotone. Bastò poco, affinché la testa di Giufà fosse ricoperta per metà di batuffoli per tamponare il sangue. Appena il barbiere cominciò a radere l'altra metà della testa, Giufà, con un pò di ironia, disse: - Visto che la prima metà della testa è coltivata a cotone, cosa pensi di coltivare nell'altra metà? Giufà al mercato ndando al mercato, Giufà vide una donna che cercava A disperatamente di vendere una capretta, ma la gente passava indifferente e non si fermava. La disperazione della donna aumentava e, allora Giufà decise di aiutarla. Prese una fettuccia di stoffa e cominciò a misurare da capo a piedi e in lungo e in largo la capretta. I passanti, incuriositi da queste strane misure, cominciarono a fermarsi e ad osservare cosa Giufà facesse. Finalmente una persona decise di acquistare la capretta e di pagarla quanto la donna chiedeva. Giufà soddisfatto smise di misurare l'animale, ma il nuovo padrone volle chiedergli il perché di tutte quelle misurazioni. Giufà rispose: - Ho pensato che la gente volesse sapere le giuste misure dell'animale prima di acquistarlo. Quindi, facendo le misure davanti a tutti ho incuriosito i passanti e ho potuto far vendere la capretta a quella donna disperata. Giufà e i due briganti U n giorno due briganti, armati fino ai denti, sbarrarono la strada a Giufà e, brandendo un lungo coltello, lo minacciarono: - O la borsa o la vita! A Giufà, impaurito da morire, tremarono le gambe. Si sedette e chiese da bere. Ma, i due briganti lo minacciarono con più forza e uno di loro disse con voce tremenda: - Tira fuori i soldi, che acqua a te non ne diamo! Giufà cercò, allora di giocare d'astuzia. Si calmò e disse: - Siete proprio fortunati. Ho un sacco di soldi con me. Ma, lo voglio dare solo ad uno di voi. Perciò, mettetevi d'accordo e ditemi a chi devo dare il denaro. Un brigante disse: - I soldi toccano a me! Io ti ho visto per primo L'altro bandito precisò: - Ma, sono stato io a dire che l'uomo giusto a cui rubare potevi essere tu!! Su questa affermazione i due briganti cominciarono a litigare, ognuno presentando il proprio punto di vista i due briganti cominciarono a discutere fra loro e gridare sempre più forte. Giufà colse al balzo l'occasione e disse: - Visto che non vi mettete d'accordo, darò i denari a quello che è più forte fra voi due! Un brigante minacciò dicendo: - Se voglio posso stendere per terra il mio compagno con un solo pugno! L'altro, punto sul vivo, alzò la voce e disse: - Potrei spaccargli la testa con un solo pugno, perché sono il più forte. Dalle parole, i due briganti passarono ai fatti e se le diedero di santa ragione. Alla fine, i due briganti strapiombarono a terra morti stanchi e insanguinati. Giufà approfittò della situazione e, mentre si curavano le ferite, scappò via a gambe levate. Scappò talmente lontano che non lo trovarono più. (messana.org) PUISIA SICILIANA Fu miu piaciri stari assemi ô prufissuri Sarvaturi Camilleri, unu di pueti viventi cchiù mpurtanti da Sicilia, a na cunfirenza supra a lingua siciliana. U prufissuri Camilleri, auturi di na Grammatica da lingua siciliana, un dizziunariu talianu-sicilianu e na storia da puisia siciliana, pi dari n'idea di chiddu ca ha fattu ntâ so longa carrera, era cu mmia a Mazara del Vallo ntô misi di maiu Arba Sicula, pubblicau na selezioni di so puisii pi fari n' omaggiu a un omu ca tantu ha fattu pa nostra cultura. I puisii sunnu pigghiati dû so ultimu volumi Gnura Puisia pubblicatu a Catania di l'edituri Boemi ntô Gaetano Cipolla Nun c è nenti... Però Nun c'è nenti, si mori cu lu corpu; l'anima ca nun mori è na minzogna, na favula, lu sforzu chiù cummuventi, chiù malincunusu di l'omini scunfitti ntâ sta vita, ca speranu ntâ l'autra, fabbricannusi lu jardinu di tutti li dilizii, e mittennucci a Diu pi garanzia. Nun c' e nenti, la vita e lu ncontru e lu scontru di muleculi, trantuli di disiu di la materia. Ju cridu sulu a zoccu toccu, o vidu cu l'occhi mei, lu restu e sulu favula: e l'universu tuttu ntâ Ii senzi. Ma l'omu nun si cheta, e a furia di guardari ntâ la negghia, pi pirciari lu scuru, s'illudi sempri, fabbrica casteddi e paradisi, e spera. Non c'e nenti, pero, ammessu e nun cuncessu... siddu l'anima veramenti non mori, e si ricorda Ii cosi di stu munnu, ntâ ddu munnu l'animi chiù sinsibili si cercanu, e si ncontranu: tutti Ii pueti di na parti, di l'autra Ii filosofi, e poi Ii scinziati, Ii nvinturi, E fra iddi si mettinu a parrari... Amici, ci po essiri filicità chiu granni p'un filosofu Di ncuntrari a Platoni, ad Aristotili, Socrati e Kanti. Spinoza e Cartesiu, e sintirii parrari, avvicinarisi e pigghiari parola? Ci pinzati? Quali gioia pi mia ncuntrari a Saffu, A Danti, a Omeru, a VirgiIiu, Sempri arreri a na porta Sempri lu stissu sonnu ntâ la notti: Nun truvava la chiavi di la porta E nun avia la forza Di dari na spaddata e tràsiri. Ristava sempri fora, A pinzari, a parrari cu la luna e Ii stiddi; E avia d'attornu scuru e pricipizi, e lu friddu ntâ l'anima. Diu... Pirchì c'è Diu? E' patri nostru, o figghiu? Movi tuttu, o lu mòvinu a Lucreziu, Ii me' maestri, Ii me' patri, chiddi ca ficiru di mia chiddu ca sugnu. Mi crisceru di luci e di paroii, e mi nsignaru ca la vita è amuri. Cincu pueti, e ju, tra tantu sennu, nun sestu e mancu l'ultimu, ma sulu un artigianu ca si jinchi l'occhi a taliarii, a sintirii parrari, ncantisimatu comu na lucerta, e a mpararisi l'arti, puru mortu, dumannari di sonni e di metafori, e mai saziu d'amuri, mancu ddà. E siddu ddà si trovanu chiddi ca mi lassaru? Ora nun scherzu chiù. Ci pinzati? Nun sacciu, stannu accussi Ii cosi, sidd'e megghiu ristari e jirimminni, arricugghirimi Ii pupi o trattinirimi. A stu puntu, mi pari vana ogni filosofia; nun hannu senzu chiù misteru e luci, minzogna e virità. Davanti a mia si fa di focu tuttu lu punenti: la Minzogna s'azzizza Ii capiddi: si fa Favula, Sonnu, Amurusanza, si mpruvuligghia tutta, si prufuma, si metti lu russettu, e ju ci cridu, nun scherzu chiù, ci cridu. M'allucenta di suli, e vola comu na cumeta celu celu, ora acchiana ed ora scinni, ju ci dugnu spagu, appressu ad idda, cu li causi curti e a pedi scausi: l accumpagnu e mi pari di vulari, addiventu di novu picciriddu, occhi nnucenti di filicità. (1193) Ii nostri affanni, la nostra miseria di carni sposta a tutti Ii cancreni? Si ragiuna di Diu quannu s'arresta suli, arreri a na porta; suli a sentiri vuci di genti allegra e scrusciu di biccheri, e allura nun ti ridi chiù ntâ l'anima mancu un mulinu a ventu. C'e cu joca a Ii bummi, cu' cerca paradisi. Ju ragiunu di Diu, sempri arreri a na porta, mentri la vita mia si va scusennu comu un vecchiu cappottu di surdatu.

10 10 «La Sicilia raccontata dai cartografi»: una mostra a Palazzo d'orleans fino a giugno vuole fare conoscere la nostra Isola, con l'orgoglio dell'appartenenza e dell'identità Conoscere Ie nostre radici attraverso Ie carte di Sicilia che mutano nei secoli E una dimora tappezzata di opere d'arte Palazzo d'orleans, oggi sede della presidenza della Regione siciliana. La prestigiosa location è aperta ai giovani e lo sarà fino al mese di giugno 2011, offrendo un eccezionale evento con la mostra «La Sicilia raccontata dai cartografi». Un'esposizione voluta fortemente dal presidente Raffaele Lombardo e dal suo consulente Antonio La Gumina, che cura gli affari economici e culturali con particolare attenzione ai rapporti con la Francia. II progetto è quello di far conoscere la Sicilia agli studenti, futuri amministratori di questa Palazzo d Orleans è la prestigiosa location della mostra «La Sicilia raccontata dai cartografi» curata da Antonio La Gumina e che rimarrà aperta ai giovani fino al mese di giugno 2011 terra, attraverso un supporto cartografico. A loro il presidente farà donazione di una copia dello Statuto per far conoscere lo spirito dell'autonomia della nostra isola. Nelle fusioni di culture i siciliani sono greci, arabi, normanni; sono anche un pò inglesi. Invero, i siciliani sono siciliani. «E in questo quadro - spiega Antonio La Gumina - torna d'attualità l'impronta di Ducezio, che nella memoria storica sembra risvegliare certi sentimenti sicilianisti rimasti vivi negli intellettuali che avevano vissuto con grandi speranze quel secondo dopoguerra come occasione per affrontare i mali secolari di questa terra legata etemamente al carro dei vincitori. L'esposizione mira ad illustrare Ie vicende storiche siciliane ai giovani e a dare loro I'orgoglio dell'appartenenza e dell'identità. Dunque, oggi diventa importante conoscere Ie proprie radici, valorizzare la lingua siciliana e confrontarla con un certo localismo becero che in certe parti del Paese si sta diffondendo». Tuffiamoci nell'atmosfera espositiva delle ottanta carte a stampa. Pur partendo dai dati tolemaici, la Sicilia nelle varie edizioni delle «Gegraphie» presenta caratteristiche diverse nella rappresentazione del profilo costiero e nella localizzazione delle isole minori, mentre è costante la lunghezza della costa settentrionale. Diversa la Sicilia dell'edizione veneziana del 1511, dove nella configurazione del litorale si nota l'influenza della carta-portolano. Nella laguna nacque nel 1420 il primo «isolario», manoscritto su pergamena che si deve a Buondemonti; un manuaie per la navigazione nel Mediterraneo e nel mare Egeo in particolare, ad uso dei marinai della Serenissima. II fiammingo Abramo Ortelio sostiene nei suoi scritti che la geografia è lo specchio della storia. E la carta geografica è lo strumento principale, che, affinando sempre di più la vecchia e leggendaria mappa, è diventata nel tempo una cultura e una disciplina sdentifica a se stante, carica di storia e di potere. Lungo il percorso espositivo l'attenzione del visitatore viene calamitata dalla carta di Giacomo Gastaldi del 1545, la prima a raffigurare una regione italiana. Secondo gli studiosi, il Gastaldi fu abilissimo a sfruttare Ie misurazioni del matematico messinese Francesco Maurolico. L'isola a quell'epoca aveva come sfondo carestie, calamità naturali, assalti pirateschi, tumulti popolari. La morte di Filippo II e la successione sul trono spagnolo di Filippo III, nel 1598, furono gli avvenimenti di maggiore spicco che chiusero il '500, un secolo nel corso del quale la Sicilia aveva partecipato, pur nelle vesti di terra dominata, al gioco politico e militare sull'intero scacchiere europeo. Di questo periodo storico spicca un'incisione su rame all'acquaforte di Gerhard Mercator «Siciliae Regnum». La carta è contornata da mascheroni e da velieri che fendono la superficie del mare. Una stampa di notevole importanza è quella di Giovanni Antonio Magini, pubblicata a Bologna nel Con la fine del '500 si chiuse un'epoca in cui la cartografia, pur essendosi avvalsa di maestri come il Mercator e il Magini, fondamentalmente basava Ie elaborazioni su un criterio scientifico che risaliva ai tempi del viaggiatore Edrisi, grande estimatore della Sicilia. Gli interessi economidi e politici del '600 diventarono un vero e proprio affare commerciale. II percorso si snoda con altre straordinarie ed affascinanti carte. Una svolta nella rappresentazione a stampa della Sicilia si ebbe all'inizio del '700, con la «Sicilia» di Agatino Dandone di Calascibetta, che è una delle due sole carte stampate nella nostra isola; I'altra e quella di Sipione Basta del Nel 1717 si pubblicò la «Carte de I'Isle et Royaume de Sicile» di Guillaume Delisle, che si distingue per un accentuato prolungamento della parte terminale della punta di Capo Pachino. Ne11721 vide la luce la «Sicilia» del generale austriaco Samuele von Schmettau, eseguita su ordine dell'imperatore Carlo VI Abbonamento a L ISOLA Vincenzo Prestigiacomo (Fonte: La Sicilia)

11 - Tél.: Gsm:

12 P alermo è una splendida citt suo mare azzurro ed una ga come quella di molte città d importanti avvenimenti. Le testimon hanno dato al capoluogo siciliano contrasti. La nostra visita può com Teatro Massimo Palazzo Reale Fontana Pretoria Palazzo Reale, lacappella Palatina C origi sono La Cattedrale La piccola Cuba (Cubola) I Quattro Canti di Città Orto Botanico San Giovanni degli Eremiti

13 che accoglie i suoi visitatori con la sua ricchezza di stili, il stronomia gustosissima. Cosa vedere: La storia di Palermo, ella Sicilia, è antichissima ed è stata costellata da tanti ed ianze di questo travagliato passato sono giunte fino a noi e una fisionomia molto particolare ed affascinante, dai mille inciare dalla magnifica Cattedrale in stile arabo-normanno. Costruita intorno al 1184, essa conserva al proprio interno le tombe dei sovrani Normanni, Svevi ed Aragonesi ed un urna in argento con le reliquie della Patrona: Santa Rosalia. Tra le altre chiese la Cappella Palatina, incantevole esempio di architettura normanna; la chiesa di Santa Maria dell'ammiraglio, con mosaici ed affreschi in stile barocco; San Giovanni degli Eremiti, che insiste su una precedente moschea araba ed ha un lussureggiante giardino; la cinquecentesca chiesa di Santa Maria degli Angeli, detta la Gancia; la bella chiesa di San Domenico della metà del '600 il Santuario di Santa Rosalia, ubicato in una grotta dove pare sia apparsa la Santa; l'oratorio del Rosario all'interno del quale si possono ammirare stucchi del Serpotta, e molte opere di grande rilevanza tra le quali spicca una "Madonna del Rosario" del Van Dyck. Caratteristica anche la chiesa di Santa Teresa della Kalsa, ubicata nell'omonimo quartiere, mentre nelle immediate vicinanze di Palermo, su di una collina che si affaccia proprio sulla città, si può ammirare il Duomo di Monreale, anch'esso gioiello d'arte arabo-normanna, si estende su più di 6000 mq. e custodisce pregevolissimi mosaici a fondo oro, oltre a svariate altre opere ed alle tombe di Guglielmo I e Guglielmo II. Interessanti anche le Catacombe dei Cappuccini: qui, in un'atmosfera molto suggestiva, sono custoditi i corpi mummificati di 8000 Cappuccini. Ma la città è rinomata soprattutto per la ricchezza di palazzi e ville, molte delle quali ancora dimore di nobili famiglie. Incantevole il Palazzo Reale o Palazzo dei Normanni, in esso si uniscono più stili (arabo, romano, bizantino) ed è oggi sede dell'assemblea Regionale Siciliana. Bello anche il Castello della Zisa, in stile islamico, ospita attualmente il museo d'arte islamica. Vanno menzionati, poi, gli edifici normanni la Cuba e la Cubola, Politeama ubicati con la loro particolare forma all'interno di Villa Napoli. Tra gli edifici in stile liberty: Villa Igiea progettata da Ernesto Basile, è oggi un Grande Albergo al cui interno si può vedere una splendida sala dedicata all'architetto e l'originalissima palazzina cinese, eretta alla fine del '700. Chi si trova a Palermo certamente non mancherà di fare una passeggiata in piazza Politeama, cuore della città insieme all'eleganti via Libertà e via Ruggero VII, qui si può ammirare il Politeama, realizzato in stile neoclassico verso la metà dell'800, sul quale è posizionato una quadriga in bronzo. Assolutamente da non perdere, inoltre, il Teatro Massimo, imponente opera degli architetti Basile (Giovanni Battista ed il figlio Ernesto), che, recentemente restaurato, è tornato ad essere uno dei teatri più importanti di tutta l'europa. La visita può proseguire all'ottocentesco Orto Botanico che possiede notevoli e numerosi esemplari di flora provenienti da ogni parte del globo. Infine, non si può andare via da Palermo senza aver apprezzato la sua parte più caratteristica: i mercati rionali. Si può cominciare da quartiere dell'albergheria, dove si tiene il mercato Ballarò e proseguire con la Vucciria, che ospita l'omonimo mercato. Quest'ultimo, famosissimo anche perchè ritratto in un quadro dal grande pittore Renato Guttuso, è veramente suggestivo e rievoca atmosfere nordafricane. Passeggiando tra le tante bancarelle che offrono prodotti di ogni tipo, si potranno assaggiare specialità locali: l'ottimo "pane e panelle" (frittelle di La Zisa farina di ceci), il gustosissimo panino ca' meusa (con la milza) solo per chi ha uno stomaco di ferro, infine la pizza ripiena chiamata sfinciuni. ome gioielli buttati alla rinfusa, brillano ovunque i resti dell arte araba e siculo-normanna. La cattedrale, certe parti del palazzo Reale, palazzo Chiaramonti e palazzo Sclafani, la Catena, la Martorana, San Giovanni degli Eremiti, la Cuba, la Zisa sono opere assolutamente nali. Palermo, come Monreale, Cefalù forma un capitolo a parte nella storia dell arte, per una combinazione di elementi di cui non ci esempi fuori della Sicilia. E. Renan, Melanges d histoires et des voyages (1878) Porta Nuova Castello Utveggio Villa Florio Palazzina Cinese

14 a putia di Sarvaturi la bottega di Salvatore Questo Miele purissimo è ricavato da una lavorazione assolutamente artigianale senza l utilizzo di estrattori meccanici e centrifugatrici. Il risultato di questo tipo di lavorazione dona a questo prodotto un gusto unico consevando intatte tutte le proprietà organolettiche del miele purissimo. Questi prodotti sono il risultato di una lavorazione assolutamente artigianale che impiegano agrumi di Sicilia senz alcun utilizzo di conservanti. Il gusto e la fragranza dei nostri agrumi con tutte le proprietà benefiche sono racchiuse qui come in uno scrigno. Pour votre premier achat de minimum 50,00, vous pourrez emporter gratuitement au choix une bouteille d huile d olive Koré (0, 5 L) ou de vin Salvatore. Un seul bon par personne et par famille valable jusqu à fin 2011 Voor elke eerste aankoop van minimum 50,00 heeft U recht op 1 fles naar keuze van ofwel Koré olijfolie (0,50 L) of een fles wijn van Salvatore s eigen domain. 1 bon per persoon en per familie, geldig tot eind 2011 Tous les dimanches venez déguster nos produits chez Salvatore Carrelages Schaarbeeklei Vilvoorde Pour toute information sur nos produits et l obtention d une liste de prix, veuillez nous contacter par

15 15 Il lavoro della Commissione Statuto sull Alta Corte per la Regione Siciliana V orrei dare anch io un contributo d informazione ai cittadini siciliani sulla vicenda della soppressione della Commissione ARS Statuto (per esteso sarebbe per la revisione e l attuazione dello Statuto speciale siciliano ) nella qualità di consulente della stessa. Con l occasione mi preme anche ringraziare il Presidente Aricò per le parole di sincero apprezzamento formulate nei confronti dei consulenti esterni e quindi, suppongo, anche in ciò che modestamente ho potuto apportare alla stessa. Sono stato nominato dallo stesso Presidente Cascio su proposta dell On. Aricò appena nel giugno scorso e in sei mesi avrò dedicato, gratuitamente, una cinquantina di ore circa rubate al mio tempo libero ed alla famiglia; ore donate alla comunità politica cui apparteniamo tutti, la Sicilia, ed alla quale sarei disposto a dare anche molto di più se e quando mi venisse chiesto. Non voglio entrare nel merito politico della vicenda, che non mi compete, né sulla questione dei costi della Commissione, anche perché penso che tutte le partecipazioni dei deputati ai lavori di queste commissioni dovrebbero o essere comprese nell indennità non proprio esigua che ricevono, ovvero comunque ispirarsi a maggiore sobrietà. Ma non mi pare questo il punto dirimente. La questione è molto più importante di un semplice fatto di controllo di gestione interno. La Commissione in parola è davvero sui generis e, se il lavoro fatto non andrà disperso, voglio anche aggiungere che in sé la decisione del Presidente del Parlamento siciliano è forse ineccepibile. Lo Statuto siciliano non ha bisogno oggi, se non su alcuni punti secondari, su alcune La arcaicità lessicali ad esempio, di una vera e propria revisione bensí soltanto e soprattutto di una sua attuazione. Che senso ha rivedere ciò che non è stato mai attuato se non si prova prima ad attuarlo? Se non si prova prima a dare ai Siciliani quei diritti che sono negati loro da piú di 60 anni sol perché contrastano con i poteri forti del Paese? Ogni tentativo di revisione, come quello del 2005 poi abortito, anche se fatto con le migliori intenzioni, in un periodo come questo in cui le azioni della Sicilia sono in forte ribasso sul mercato politico nazionale porterebbe fatalmente ad un ridimensionamento dei margini, amplissimi, di quanto già a noi riconosciuto nel 1946; porterebbe a soluzioni pasticciate, e se una menda forse può esser trovata nei lavori della Commissione nella prima parte della sua vita (dal 2008 all estate del 2010) è forse stata quella di aver voluto ad ogni costo ripartire da quella proposta del 2005 per avvedersi, progressivamente, che forse era meglio soprassedere sull idea di un nuovo Statuto quando ancora la Sicilia attende l applicazione del vecchio. Ma anche sull attuazione, a parte alcune iniziative importanti come quella giustamente ricordata dall On. Aricò, i margini della proposta legislativa erano tremendamente ristretti perché istituzionalmente all attuazione è preposta la Commissione paritetica Stato-Regione prevista già dallo Statuto, che avrebbe dovuto in due/tre anni dare le norme attuative dello Statuto per far partire la nostra autonomia e che, purtroppo, soprattutto per le resistenze statali, si è trasformata in una Commissione permanente che, lentissimamente, dà applicazione secolare al nostro Statuto. Ma, lenta o veloce, permanente o transitoria, questa Commissione c è e comprime i margini d azione della nostra Commissione ARS Statuto. E tuttavia la Commissione in parola era una Commissione che svolgeva o avrebbe potuto svolgere un lavoro di vitale importanza per la vita di Massimo Costa battaglia dell Alta Corte può essere condivisa o meno, ma è certamente la madre di tutte le battaglie per l applicazione dello Statuto. Avrà certamente nemici fierissimi nella Penisola, soprattutto in questo momento. Ma se noi siciliani non avremo nemmeno il coraggio di porla sul tappeto, non ci sarà mai alcuna speranza che altri la pongano per noi. dell istituzione autonomistica, anche se non immediatamente misurabile in numero di disegni di legge partoriti : essa era il luogo del dibattito e del confronto sulle varie idee di Autonomia e quindi poteva produrre e in parte ha prodotto idee per rendere effettivo ed efficace lo Statuto al di là degli stessi formalismi che i riti del palazzo impongono. In questo non voglio neanche pensare che le istituzioni autonomistiche che appartengono a tutti possano diventare teatro di scontro o merce di scambio dell agone politico. Su questo dovremmo essere tutti d accordo. Sulla difesa dei diritti dei Siciliani non ci dovrebbe neanche essere lotta politica fra siciliani, ma tutt al piú tra la Sicilia e lo Stato come controparte naturale. Il Presidente Cascio per me è ex officio la persona che piú di ogni altra deve incarnare i valori dello Statuto e tutelarne le prerogative. Mi rifiuto per principio di pensare che dietro questa decisione vi sia, come qualcuno vuole artificiosamente leggere, una presa di posizione suicida contro il Parlamento e contro lo Statuto. È una decisione politica e di opportunità in fatto di efficienza interna, probabilmente molto saggia, di cui va preso atto serenamente. E basta. Quello che però appare inaccettabile è una lettura che certa stampa antisiciliana per principio si sforza di dare di questo fatto, peraltro senza neanche avere il coraggio di farlo apertamente, ma con le allusioni, con le mezze parole, con il ci siamo capiti. E invece non ci siamo capiti un bel niente. Questa Commissione può essere accusata di tutto ma non di non avere lavorato. C è stato un forte e colpevole assenteismo di alcune parti politiche ma va dato atto ad alcuni componenti di aver fatto piú del loro dovere, e fra questi mi consta personalmente lo stesso Presidente e l On. Barbagallo. Mi sia consentito almeno di ricordare questi due nomi, senza nulla togliere agli altri, perché la loro partecipazione seria e continuativa non merita il polverone mediatico sugli onorevoli fannulloni. Qualche fannullone forse c è, ma allora le responsabilità dovrebbero essere additate quanto meno in maniera un po piú personale, altrimenti si ha la notte nera in cui tutte le vacche sono nere, e in cui non si capisce piú niente. Il lavoro che si è fatto è importantissimo per la Sicilia e sarebbe un vero peccato se adesso venisse disperso. E ancora va ricordato che, per la causa disinteressata della Sicilia, ci sono state persone che hanno messo gratuitamente a disposizione la loro professionalità e il loro tempo. Per quel che mi riguarda ad esempio non sono stato io il tecnico maggiormente coinvolto nel disegno di legge sulle agevolazioni fiscali di cui parlava l On. Aricò. Ma il mio contributo si è concentrato in tre sessioni di audizioni: la prima sul precedente progetto di riforma dello Statuto, la seconda sulla tutela delle prerogative statutarie di fronte alla giurisprudenza abrogativa della Corte Costituzionale, la terza sull attuazione del federalismo fiscale previsto dal Nostro Statuto e non di quello ordinario che come dovrebbe essere pacifico da noi non trova alcuna attuazione. Si tratta di lavoro che ho fatto in gran parte in ore notturne; non ci sto a far passare tutto ciò per una perdita di tempo. E tutto questo in pochi mesi giacché la prima riunione con gli esperti si è potuta fare alla fine di luglio e, con la pausa estiva, è solo da settembre che la Commissione si è rimessa in moto di gran lena. (Suite page 18)

16 16 L OPINIONE DEL MAGISTRATO CONSIDERAZIONI SULL'APOTEOSI GARIBALDESCA DEGLI ASCARI NOSTRANI NEL 150 ANNIVERSARIO DELLA PERDITA DELLA NOSTRA INDIPENDENZA C on l'anno 1860 la Sicilia perde quel barlume d'indipendenza sino a quel momento goduto, proclamato e ribadito dal Parlamento Siciliano, sorto dalla rivoluzione del 1848, che all'art. 2 dello Statuto Costituzionale aveva scritto: «LA SICILIA SARA SEMPRE STATO INDIPENDENTE. IL RE DEI SICILIANI NON POTRA REGNARE E GOVERNARE SU VERUN ALTRO PAESE; CIO' AVVENENDO SARA DECADUTO IPSO FACTO; LA SOLA ACCETTAZIONE DI UN ALTRO PRINCIPATO 0 GOVERNO LO FARA ANCHE INCORRERE IPSO FACTO NELLA DECADENZA». L 11 maggio di quell'anno Garibaldi ed i suoi Mille raccogliticci, sbarcarono indisturbati a Marsala con due piroscafi precedentemente rubati, seguiti dal mare dall'occhio vigile di due navi da guerra inglesi, comandate dall'ammiraglio Mundy, pronti ad intervenire in caso di un improbabile bisogno con la scusa di difendere Ie industrie delle famiglie inglesi ivi operanti. La scelta di Marsala, quindi, non fu un puro caso, ma quasi certamente concordata con il Govemo Britannico che aveva il dente avvelenato contro i Borbone per i motivi che qui non è il caso di approfondire. I Marsalesi accolsero con estrema diffidenza questi strani invasori tanto che il garibaldino Giuseppe Bandi ebbe, poi, a scrivere in una sua cronistoria queste testuali parole: «Fummo accolti dai Marsalesi come cani in Chiesa» e a questo punto vi è da sottolineare che nessun marsalese seguì i Garibaldini, i quali da bravi ed esperti razziatori la prima cosa che fecero fu quella di mettere Ie mani nelle casse della Tesoreria Comunale, trovandovi, però solo pochi spiccioli, così come poi ebbe a scrivere lo scrittore garibaldino Ippolito Nievo, avendo i previggenti Marsalesi provveduto a mettere in Lo sbarco di Garibaldi a Marsala (Museo Risorg. Roma) La falsità dell iconografia storica è evidente in questo quadro che vede Garibaldi accolto entusiasticamente dalla popolazione, mentre, dice lo stesso Bandi, i marsalesi ci accolsero come cani in chiesa. Salvatore Riggio Scaduto, già Magistrato a Caltanissetta, apprezzato per il suo autentico Sicilianismo, è un impegnato studioso di storia e di etnologia. salvo il tesoro comunale. Garibaldi a Salemi on fu nemmeno un caso la scelta di Salemi N come seconda tappa perché I'impresa dei Mille fu patrocinata dalla Massoneria, che a Salemi aveva una loggia di ben settantacinque adepti, così come ci fa sapere il nostro concittadino Alessandro Catania nel suo libro intitolato «Gli Illusi» a pag. 62. Anche un altro salemitano del nostro tempo presente, Titta Lo Jacono nel suo libro «Judaica Salem» a pag. 17 così scrive: «Non a caso, alla vigilia della spedizione dei Mille, a Salemi, opera attivamente una loggia massonica forte di 75 fratelli, numero veramente notevole se rapportato al piccolo Paese agricolo, di cui diventò il vero centro motore. Garibaldi, messia laico, incarnava appunto l'ideale cui aspiravano con trepida speranza sia gli antichi marrani, che i moderni massoni. Questa loggia riunita ritualmente trascorse in uno stato di esaltante eccitazione i tre giorni che precedettero I'ingresso di Garibaldi a Salemi». Lo stesso autore, inoitre a pag. 13 dell' opera sopra citata, definisce «l'idea risorgimentale cavallo di battaglia politica dell'ordine Massonico del tempo, che svolse una importantissima funzione catalizzatrice nel processo di unità nazionale» ed a pag. 12 scrive ancora che «Salemi legata indissolubilmente a Garibaldi, che qui trova ospitalità, cordiale accoglienza, aiuti logistici e che qui proclama l'effimera dittatura in nome di Vittorio Emanuele». Va, pertanto, dato merito a questo nostro concittadino di avere avuto il coraggio di evidenziare gli intrighi massonici, che portarono Garibaldi a Salemi. Dallo scrittore, nostro concittadino, dott. Catania, apprendiamo che la Loggia massonica di Salemi a quel tempo era capeggiata e diretta dal dott. Carlo Verderame e che fra gli altri vi facevano parte i fratelli Domenico e Vincenzo Mistretta, Nicolò e Pietro Favuzza, Simone e Gaspare Favara e altri. (v. Gli Illusi pag.42). La casa del dott. Verderame era posta al n. 1 di Via Giovanni Cosenza, all'epoca denominata Via Ragusa e tanto doveva essere l'ardore massonico del suo proprietario che questi sul frontespizio dell'ingresso vi fece scolpire lo stemma della Massoneria, tuttora visibile. Garibaldi, per come anzidetto, trovò a Marsala la più gelida accoglienza nella più assoluta indifferenza e perciò senza indugio si diresse con l'accozzaglia dei suoi adepti verso Salemi dove aveva spedito il La Masa in esplorazione e dove ovviamente i fratelli frammassoni gli avevano assicurato festosa accoglienza. I Garibaldini, giunti nel feudo Rampingallo, gestito dal salemitano Alberto Mistretta, si fermarono per rifocillarsi e per riposarsi. Per l'ospitalità data ai Mille e per l'aiuto ricevuto, Garibaldi con decreto del 17 Maggio 1860 n. 7, emanato ad Alcamo, nominò il Mistretta, definito dal nostro Simone Codeo "guarda pecore", govematore del distretto di Mazzara. Nella tarda mattinata del 13 maggio 1860 l'armata Brancaleone Garibaldina giunse a Salemi, dove era attesa dai Fratelli Frammassoni, per come anzidetto. Dallo storico Giacinto De Sivo, che nel 1868 pubblicò a Trieste la «Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861», ristampata a Napoli nel 1964 da Arturo Berisio Editore, apprendiamo a pag. 57 del libro decimonono che «quivi (a Salemi) Garibaldi con i suoi entrò il mattino del 13 fragorosamente sendovi gia ite bande co i fratelli Santanna, Coppola e altri: il che lo rianimò; Alloggiò in casa del marchese Torralta, che n'ebbe poco piacere; alloggiò la gente nel Collegio de Gesuiti, mise alla meglio i suoi cannoni sopra affusti e accozzati da tremil'uomini, benché non tutti armati, gli parve essere forte. Pertanto il domani 14, proclamò la sua dittatura in nome di Vittorio Emanuele, disse sull'invito de' notabili dopo Ie deliberazioni dei Comuni liberi dell'isola. E quali erano i notabili, quali i Comuni deliberanti? Nondimeno la fè riconoscere da' paeselli vicini, prese i denari dalle casse pubbliche (per non perdere il vizietto aggiungo io) ecc.». I Salemitani, per la verità, spinti ed illusi dai frammassoni anzidetti, accolsero con giubilo e con tanta speranza questi strani e sconosciuti invasori, persuasi che cambiando padrone

17 17 l'odiata tassa sul macinato sarebbe stata abolita e che i nuovi arrivati avrebbero assicurato una vita migliore per tutti. Anche il Sindaco del tempo, don Tommaso Terranova, in un primo momento titubante, paventando una violenta repressione nel caso d'insuccesso dell'invasione, avendo giurato fedelta ai Borboni, si lasciò trascinare dalla travolgente ondata di entusiasmo generale ed andò incontro al Nizzardo mentre il buon marchese Emanuele di Torralta dovette fare buon viso a cattivo gioco, accettando il forzoso insediamento di Garibaldi nel suo palazzo. Il 14 maggio il nostro «amabile liberatore» compie a Salemi un gesto platealmente eclatante e provocatorio avente chiaramente lo scopo di dare parvenza di legittimazione alla sua impresa ed alla sua guerra, mai da nessuno dichiarata, contro il Regno delle Due Sicilie e si autoproclama dittatore in nome di Vittorio Emanuele su invito di non ben precisati «notabili» ed in esecuzione di altrettante fantomatiche deliberazioni di imprecisati «Comuni liberi dell'isola», suscitando malumori tra coloro che credevano di essere giunto il momento di scrollarsi di dosso il vecchio padrone e di non cercarne altri, parteggiando per la proclamazione della repubblica. (v. Catania,Op. cit. pagg ). Quindi il biondo Nizzardo, esperto nelle razzie, tanto che nelle sue precedenti avventure sudamericane gli avevano mozzato un orecchio per avere commesso un furto di cavalli, per cui fu costretto a fare il capellone per tutta la vita, depredò i denari delle casse comunali impossessandosi per la sovvenzione della sua «eroica» impresa di 880 ducati e ricevendo il successivo 10 giugno ben altri ducati, racimolati dalla generosa cittadinanza salemitana. Il De Sivo (Op. cit. pag.57) così continua nella sua narrazione dei fatti salemitani: «Dappoi arringo a' sacerdoti in una sala del Collegio Gesuitico: favello del suo mandato, dell'unita, del regnar di Vittorio, e del Papa che n'era il più grande nemico; al che quelli allibendo chinarono gli occhi, e come lor venne fatto sbiettarono. Pur trovò qualche prete; ma scorto che l'isola era religiosa, smise di bestemmiare il Papa; e anzi diè una proclamazione a' buoni preti, incitandoli ad unirsi a lui, contro gli oppressori, per mostrare la vera religione di Cristo non essere estinta». Certamente tra i «qualche prete» trovati ci fu l'animoso arciprete del tempo, Francesco Paolo Tibaudo ( ) definito costantemente dal Catania (Op, cit. pagg ) «prepotente» e violento perché capace di far «mettere due palle in fronte» alle autorità borboniche costituite se «avessero arrestato un'altra volta suo nipote». Tra «i buoni preti» nel senso garibaldino delle parole, spicca tra tutti Fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, che in quel tempo si trovava a Salemi nel convento francescano dei Padri Riformati, il quale fu talmente invasato di amor patrio italico, che seguì subito senza esitazione il nuovo messia laico, impersonato da Garibaldi. Anzi il Catania (Op. cit. pagg ) pone la figura di questo frate tra i cospiratori massonici di Salemi facendolo partecipare alla riunione della loggia nel giorno precedente all'arrivo dei Mille, nonché all'incontro che il maestro venerabile, dott. Carlo Verderame, ebbe nel feudo Rampingallo con Garibaldi. Il De Sivo (Op, cit. pagg ) pone, invece, I'incontro tra Fra Pantaleo e Garibaldi a Calatafimi, definendo questo strano monaco «più sgherro che frate giovane ignorante ed entusiasta» e proseguendo nel racconto dell'incontro con «l'eroe» così conclude: «E il frate acconciato a maniera scenica, con pistole, sciabole, crocifisso e fasce a tre colori, fu il più grande buffone che mai si vedesse». Il De Sivo ci fa ancora sapere che Garibaldi era stato messo a conoscenza che le forze borboniche erano già arrivate ad Alcamo ed «invece di scansarle mosse loro incontro il mattino del 15, come a sicura festa». Tra l'altro dal nostro concittadino Catania (Op. cit. pagg ) apprendiamo che Garibaldi il giorno precedente la battaglia di Calatafimi aveva mandato Nino Fuxia da Palermo e Salvatore Calvino da Trapani a Calatafimi per incontrarsi con il Landi, comandante delle truppe Borboniche ivi fermatesi, i quali «si abboccarono non si sa se in una casupola o nella casa dove alloggiava il Landi» e fa dire al Fuxia queste testuali parole: «Conosco il Landi; è un uomo a cui piacciono i denari e Ie donne, e credo che dal lato del marengo non si farebbe pregare». La battaglia di Calatafimi Inspiegabilmente dopo ben quattro giorni dallo sbarco garibaldino in territorio siciliano, l'esercito borbonico non si decideva ancora ad andare incontro agli invasori prendendosela molto comodamente come se si trattasse non di una invasione nemica, ma di una pacifica delegazione straniera in visita alle contrade siciliane. Il 14 Maggio finalmente il Landi, che si trovava ad AIcamo, ricevette I'ordine di andare contro il nemico e parte con tre battaglioni, con uno squadrone di cavalieri e con quattro obici: complessivamente erano circa tre mila uomini. Giunto a Calatafimi, senza alcun valido motivo, il Landi diede ordine di fermarsi invece di proseguire verso Salemi dove avrebbe senz' altro Veduta del circondario calatafimese, dalla spianata di Pianto Romano trovato i Garibaldini impreparati e manda avanti solo alcuni soldati in ricognizione. Nel frattempo il Maggiore borbonico Sforza, che comandava un battaglione, sistemò i suoi uomini in posizione strategica sul colle chiamato Pianto Romano, posto difronte la strada che da Vita porta a Calatafimi. Il nostro «eroe» la mattina del 15 maggio parte da Salemi con tutta I'accozzaglia della sua truppa, male armata e malamente addestrata perché costituita da giovani raccogliticci, animati, però, da sconfinato spirito d'avventura e da sacro furore patriottico, nonché affascinati e plagiati dal carismatico loro capo, Giuseppe Garibaldi, e si avvia per la strada che porta a Vita (TP). Attraversa tale paesino senza incontrare ostacoli ed incomincia a scendere nella strada a valle che poi sale verso Calatafimi. Garibaldi alla vista delle truppe borboniche collocate in alto in posto strategico assai favorevole a queste, si fermò e per alcune ore rimase indeciso. Alla fine verso mezzogiomo o giù di Iì i Garibaldini lasciano la strada e si buttano a destra nella campagna. Il valoroso Maggiore borbonico Sforza di sua iniziativa e senza avere ricevuto ordini di attaccare, ingaggia battaglia contro il nemino e stava sconfiggendo i Garibaldini quando si accorse che Ie munizioni gli stavano venendo meno. Il bravo Maggiore manda subito e reiteratamente portaordini al gen. Landi con preghiera di mandare munizioni e forze fresche per completare la vittoria, tanto è vero che Menotti, il figlio di Garibaldi, che teneva la bandiera, venne ferito alla mano destra ed ebbe a cedere il vessillo a Schiaffino, che venne ucciso dal soldato borbonico calabrese di nome Francesco Serratore, mentre un altro soldato regio, Angelo De Vito, afferrò la bandiera ed il resto dei Garibaldini si scompigliava. In questo modesto fatto d'armi vennero impiegate appena quattro compagnie di fanti borbonici. AI riguardo passo la parola ancora una volta al De Sivo (op. cit. pag. 58) il quale così scrisse: «Ma il Landi che con il solo farsi vedere avrebbe finita la guerra, prima fè il sordo a' reiterati inviti de suoi; poi fè l'adirato perché lo Sforza aveva ingaggiato la zuffa contro gli ordini avuti e comandò la ritratta». Il nostro Catania (op. cit. pag. 100) nella sostanza se non nei particolari conferma quanto merito dal De Sivo e cosl scrive: «Il prode generale (cioè il Landi) invece di dare ordini mentre si combatteva, se ne stava a fumare la pipa, passeggiando nel Casino di Compagnia dei Galantuomini di Calatafimi». Quindi il Landi senza una ragione apparente non solo non mandò i rinforzi richiesti, ma addirittura ordinò la ritirata e nel vedere i suoi soldati con la conquistata bandiera del nemico, fa la sceneggiata: afferra la bandiera e grida vittoria. I soldati borbonici si abbracciano l'un l'altro e chiedono di tornare a combattere «uscendo rabbiosi dalle righe» scrive il De Sivo, ma il Landi ordina di stare in linea (Suite page 19)

18 18 Basta cu' fa L a Va commissione dell'assemblea regionale siciliana, in data 6 aprile, ha deciso di presentare all'aula, per la definitiva approvazione, il disegno di legge sulla valorizzazione e l'insegnamento della storia, della letteratura e della lingua siciliana nelle scuole di ogni ordine e grado. Non ci interessa oggi entrare nei meandri del retro-pensiero del Ministro Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e dei suoi amici o nelle finalità recondite dell'iniziativa, però resta il fatto che oggi la commissione cultura, formazione e lavoro ha rinviato all'approvazione dell'aula una decisione politica e culturale che noi abbiamo sempre giudicato importante per ripristinare l'orgoglio siciliano dell'appartenenza e ribadire la dignità di tutti i siciliani come popolo vero, specialmente attraverso il riconoscimento della nostra lingua siciliana. Senza soffermarci nella sterile definizione di lingua o dialetto, senza voler fare inutile storiografia, vane differenziazioni tra scuola poetica siciliana o dolcestilnovo, quel che conta è che adesso l'assemblea regionale si è data la possibilità di riscattare anni di gregariato, anni di sudditanza psicologica ai nord lontani, anni di servilismo che, dall'ambito politico e sociale, fatalmente hanno investito la sfera culturale e linguistica della nostra oltraggiata Isola/Continente. Un popolo ed una terra con la sua lingua specifica che sembra oggi cominciare a vedere la fine del tunnel in cui malapolitica e servilismo li avevano cacciati, l'inizio, ci auguriamo, di una rinascita civile e culturale di una comunità umana che riacquista così coscienza del valore delle sue origini, della sua storia e della sua lingua. L'ALTRA SICILIA ringrazia per questo le associazioni che da anni, nell'ombra e tra l'indifferenza delle istituzioni, hanno sempre operato per mantenere viva una tradizione culturale che molti volevano già seppellita sotto i modernismi e i neologismi di una società ormai telematica, schiava di modelli societari e linguistici lontani anni luce dai riferimenti culturali dell'isola. Oggi non vogliamo neanche farci sfiorare dal sospetto di strumentalizzazione e manipolazione che potrebbe insinuarsi, ben conoscendo la classe politica isolana e a ben guardare i motivi e i tempi dell'iniziativa. Ma tant"é. Resta il fatto che l' ARS si trova davanti ad un momento topico per sottolineare la specificità della sicilianità, e lo fa dopo gli schiaffi ricevuti dallo stato centrale che ancora non è stato capace, né appare intenzionato a riconoscere il siciliano come lingua, unica regione a statuto speciale che soffre di questa grave mancanza di rispetto da parte delle autorità centrali. E lo fa oggi finalmente anche a livello politico, da tempo tenuto scientemente lontano dalle tematiche identitarie e assente dal dibattito etnico e sociale, nonostante l'esistenza a livello culturale di una fiorente attività che ruota intorno alla lingua siciliana. Non dimentichiamoci che neanche a livello europeo le nostre autorità centrali sembrano aver particolarmente brillato per sollecitudine e premura verso la lingua siciliana, se è vero com'è vero che la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie - nata dalla constatazione che in vari paesi dell'unione europea vivono popolazioni autoctone che parlano una lingua diversa da quella della maggioranza della popolazione del loro stato di appartenenza - seppur inizialmente firmata da 33 Stati europei non è però stata ratificata da almeno 9, tra i quali l'italia. Si è perciò gettato un primo tassello nel piano di ricostruzione identitaria dell'animo siciliano. Certo sbaglieremmo se pensassimo che tutto possa avvenire solo grazie ad un decreto legge regionale, senza le opportune misure di accompagnamento che l'iniziativa deve sottendere. Da parte nostra ricordiamo il nostro impegno, non certo dell'ultima ora, nella battaglia per il riconoscimento da parte della Regione del siciliano come lingua ufficiale e il piano indicativo di lavoro che va dalla richiesta dell'insegnamento del siciliano già dalle scuole elementari alla creazione di cattedre universitarie di lingua e letteratura siciliana; dall'istituzione di una commissione regionale per la definizione della grammatica siciliana all'utilizzo del siciliano negli atti dell'amministrazione pubblica; dalle misure di sostegno al teatro, letteratura, cultura e giornali alla creazione di un canale televisivo in lingua siciliana e di una toponomastica cittadina e regionale in siciliano (*). Come la società tradizionale anche la lingua siciliana non potrà permettersi il lusso della nostalgia. La sua possibilità di sopravvivenza sarà direttamente proporzionale alla capacità che saprà dimostrare per adeguarsi al mondo che evolve ed alle esigenze in continuo mutamento della società contemporanea. L'ALTRA SICILIA Antudo (*) L ISOLA n 4 - (Luglio - Agosto) 2010 Il lavoro della Commissione Statuto sull Alta Corte per la Regione Siciliana (Suite de la page 15) Tralascio la terza delle aree per brevità e la prima per la riservatezza delle note critiche alla precedente proposta di revisione dello Statuto (peraltro agli atti della Commissione e che vorrò rendere pubbliche non appena l On. Aricò me ne darà autorizzazione, anche per le vie brevi). Vorrei concentrarmi sulla seconda, che mi pare la piú importante di tutte. Oggi la Sicilia ha una tutela inferiore a quella delle regioni a statuto ordinario per via della censura preventiva del Commissario dello Stato in assenza dell Alta Corte per la Regione Siciliana che giustificava quella presenza. La giurisprudenza della Corte Costituzionale si è rivelata del tutto inadeguata a tutelare la nostra Carta e peraltro essa è radicalmente illegittima in quanto viziata da incompetenza insanabile. L Alta Corte non è mai stata abolita dal nostro ordinamento ma è solo in sonno, inoperosa per una situazione di fatto che è uno scandalo al sole a danno dell intero Popolo Siciliano. La via maestra, lo dico in breve, era quella (ma non si è arrivati in tempo a farlo) di chiedere solennemente al Presidente dell ARS e al Presidente della Camera di convocare i due parlamenti (statale e regionale) per procedere alle nomine dei posti vacanti dell Alta Corte per la Regione siciliana dopo la provvisoria dilazione che data addirittura dal 1957! La battaglia dell Alta Corte può essere condivisa o meno, ma è certamente la madre di tutte le battaglie per l applicazione dello Statuto. Avrà certamente nemici fierissimi nella Penisola, soprattutto in questo momento. Ma se noi siciliani non avremo nemmeno il coraggio di porla sul tappeto, non ci sarà mai alcuna speranza che altri la pongano per noi. Questa richiesta doveva essere accompagnata da una relazione, che chi scrive ha prodotto e allega a questo giornale perché la pubblichi nelle sue tre parti costitutive (motivazioni storiche, giuridiche e politiche per la riattivazione dell Alta Corte della Regione Siciliana). I cittadini siciliani devono sapere, che lo condividano o meno, che tipo di studi si sono fatti all interno di quella Commissione. E del resto non ha senso rivedere o tentare di applicare uno Statuto che avrà comunque un censore a Roma che lo castrerà in ogni sua parte vitale, che siano le revisioni auto recentissime o qualunque, e dico qualunque, altro aspetto della stessa. Sbaglia il Presidente della Regione a dire ad ogni pie sospinto che di fronte ai soprusi contro la Sicilia si appellerà alla Consulta. La Consulta non è un giudice terzo, è di parte, e non è competente a dirimere le controversie tra Sicilia e Italia: quando lo fa, illegittimamente, cancella ad una ad una tutte le disposizioni contenute nel nostro Statuto. Che senso ha una Commissione per lo Statuto quando lo Statuto di fatto non c è più? Ecco perché la Sicilia come istituzione, ma anche come Popolo, deve indirizzare tutte le proprie energie politiche al ripristino dell Alta Corte, costi quel che costi. Questo è quel che si muoveva in quella Commissione che ora è stata soppressa. Non mi pare che acchiapavamo farfalle. E mi pare che il 30 ottobre 2010 una delegazione di mille cittadini siciliani che hanno sfilato pacificamente per le vie di Palermo ha consegnato al Presidente Cascio una lettera in cui chiedeva solennemente l applicazione dello Statuto e la riattivazione dell Alta Corte. Ogni mese si susseguono in Sicilia manifestazioni, incontri, dibattiti sull attivazione dello Statuto. Oggi c è una consapevolezza diversa e crescente, soprattutto tra i giovani e sul web. Rispetto a questo il Palazzo e i media non possono e sono sicuro che non vogliono fare da freno, da retroguardia. Sono sicuro che apprezzeranno tutto ciò perché questo aumenta ogni giorno di più la loro stessa forza contrattuale nei confronti dello Stato, nei confronti delle centrali dei loro stessi partiti, nei confronti dei potentati economici nazionali. Di fronte a un Popolo che chiede a gran voce il rispetto dei patti costituzionali tra Sicilia e Stato italiano chi potrà mai dire di no? Buona lettura e grazie per l attenzione. Massimo Costa

19 19 Referendum del 12 e 13 giugno 2011 C i risiamo. Ancora una volta ricorrono alle comunità all'estero soltanto quando ne hanno bisogno. Nel resto del tempo queste comunità sono disconosciute, snobbate, vissute da lontano, anche con un certo distacco, come se fossero categorie di cittadini di serie B che hanno bisogno di speciali tutele per essere all'altezza di quelli di serie A, i furbi rimasti in patria a vivere nel posto in cui sono nati. Eppure queste comunità hanno avuto il coraggio di rifiutare assistenzialismo e clientelismo e, dopo aver preso in mano il proprio destino, sono partite nei Nord lontani per trovare quelle opportunità di lavoro e di esistenza che una Patria matrigna ha negato loro. Ci risiamo e dimostrano di non aver capito niente, come se gli scandali del voto all'estero non fossero mai avvenuti, come se i furbi diventati deputati e senatori alla faccia delle stesse comunità che li avrebbero eletti senza sapere perché e soprattutto senza che molti di questi avessero il semplice requisito della residenza all'estero, condizione essenziale per la candidatura (ma hanno dimostrato che ne possono fare a meno) si fossero dimostrati capaci di rappresentare le esigenze delle comunità a cui hanno chiesto il voto. Ricordiamo anche lo scandalo delle buste inviate come depliants pubblicitari, abbandonate dai postini, "recuperate" dai faccendieri di turno. Ecco, ci risiamo, ritornano a chiederci di esprimerci, ma sempre per posta, senza controlli e senza verifiche. Noi de L ALTRA SICILIA diciamo basta e pur se in cuor nostro auspicheremmo la massiccia partecipazione ai referendum proposti, votando : 1 ) SI per dire NO al nucleare 2 ) SI per dire NO alla privatizzazione dell'acqua 3 ) Si per dire NO al legittimo impedimento Chiediamo tuttavia alle comunità all'estero un sussulto di orgoglio e di dignità proprio per testimoniare la loro esistenza e dimostrare di essere importanti per il raggiungimento del quorum necessario alla validazione dei Referendum, RIFIUTANDO LA STRUMENTALIZZAZIONE E SCRIVENDO SULLE BUSTE "ITALIANO ALL'ESTERO = NON VOTO PER PROTESTA" CONSIDERAZIONI SULL'APOTEOSI GARIBALDESCA DEGLI ASCARI NOSTRANI NEL 150 ANNIVERSARIO DELLA PERDITA DELLA NOSTRA INDIPENDENZA (Suite de la page 17) altrimenti li avrebbe fatti decimare. Quindi inspiegabilmente il Landi con due battaglioni freschi al bivacco e con altro provato dalla battaglia, ma impaziente di continuare la lotta, ordina la ritirata e intraprende vergognosamente una precipitosa fuga verso Palermo, dove vi giunge come uno straccione, mentre semmai avrebbe dovuto più sensatamente riorganizzare Ie forze sulle alture di Alcamo e chiedere urgenti rinforzi a Palermo. I fatti stessi dicono che qualcuno tradì. Conoscendo bene i luoghi e coordinando nella mia mente alcune delle considerazioni, sopra esposte quali l'indubbia superiorità tecnica ed anche numerica delle forze borboniche, nonché la posizione orograficamente svantaggiata dei Garibaldini posti a valle rispetto alle truppe regie, è rimasto per me sempre incomprensibile la vittoria dei Mille. Tale vittoria trova spiegazione solo nel tradimento e tradimento ci fu. Il Catania (Op. cit. pag. 77) allorquando riferisce che nel giorno precedente la battaglia di Calatafimi il Fuxia e il Calvino ebbero l'abboccamento con il Landi, così scrive: «la cronaca fiorentina, qualche mese dopo la proclamazione del Regno d'italia con Firenze capitale, registrava che negli uffici della Banca Nazionale si era suicidato il Generale Landi perché accortosi di avere avuto falso un cupone di cinque milioni». Sta di fatto che il 2 febbraio 1861 il Landi improvvisamente morì e subito dopo la sua morte si diffuse la voce, ripresa dalla prestigiosa rivista dei Gesuiti "La Civilta Cattolica", da "Il Cattolico" di Genova e poi dal De Sivo (op. cit. pag. 60), dal Buttà e da altri, che lo stesso giorno della sua morte il Landi si era recato al Banco di Napoli per riscuotere una fede di credito di ducati, che trovò, invece, essere di appena 14 ducati e tra l'altro alterata e falsa nella firma. Il crepacuore troncò subito dopo la sua esistenza e il De Sivo aggiunge che prima di morire «costretto a parlare, confessò averla avuta da Garibaldi». A riprova dell'illogica e menzognera spiegazione della vittoria dei Mille a Calatafimi, che si legge nei libri scolastici e non solo, ricordo ai lettori che nel centesimo anniversario di tale battaglia il regista cinematografico Roberto Rossellini girò il film "Viva l'italia" servendosi di "comparse" reclutate tra i giovani dei comuni di Salemi, Vita e Calatafimi. Tra i giovani salemitani vi era anche un mio parente, all'epoca universitario, il quale mi riferì che egli unitamente a quelli di Vita impersonavano i Garibaldini, mentre i giovani di Calatafimi impersonavano i soldati borbonici. La scena cinematografica si svolse esattamente nel luogo in cui avvenne nel 1860 la battaglia di che trattasi. Il numero delle comparse dei due schieramenti era pari e cioè era costituito da circa 700 giovani per ciascuna forza contrapposta. Il detto mio parente mi riferì a suo tempo che i giovani che rappresentavano Ie forze borboniche stavano per avere la meglio sui giovani che impersonavano i garibaldini anche perché questi ultimi erano a valle, mentre i giovani che rappresentavano Ie forze borboniche erano a monte e pertanto il regista dovette energicamente intervenire per non falsare la storia narrata dai libri apologetici della storia dei Mille. Quanto riferitomi a suo tempo nell'immediatezza del fatto dal detto mio parente, oggi io lo leggo anche nel libro intitolato «Giuseppe Garibaldi e i Mille guai» edito da Campo-Alcamo, scritto da Nello Morsellino, il quale partecipò a suo tempo anch'egli alla finzione cinematografica anzidetta. Lo spudorato e vergognoso tradimento perpetrato ai danni della dinastia borbonica e per riflesso anche ai danni dei popoii del Regno delle Due Sicilie, non fu soltanto quello messo in atto dal generale Francesco Landi a Calatafimi: anche i generaii borbonici Letizia e Lanza di stanza a Palermo, a capo di un esercito di circa ventimila uomini, il 6 giugno 1860 vergognosamente si dichiararono sconfitti senza combattere, così come si legge nei Iibri degli storici seri e coscienziosi, e firmarono la resa all'invasore Garibaldi. Di fronte a un tradimento così eclatante e vistoso un soldato borbonico, sincero e fedele al giuramento, ebbe il coraggio di gridare in faccia ai detti traditori queste testuali parole: «Eccellè, viditi quanti siamo e am' a scappari accussì? I detti fedifraghi generali lo redarguirono aspramente con queste testuali parole: "Statti zitto, 'mbriacone" e cedettero Ie armi al nemico». (1. - Continua) Salvatore Riggio Scaduto

20 20 LO SAPEVATE CHE I cinque papi siciliani a Sicilia ha dato alla Chiesa ben cinque papi: L sant'agatone (67881); san Leone II (682-83); Conone (686-87); san Sergio I (687701) e Stefano III (758-72). Di essi, sant Agatone convocò il VI Concilio ecumenico a Costantinopoli; san Leone II istituì il bacio di pace nella messa e la cerimonia religiosa dell'aspersione con l'acqua benedetta ai fedeli; san Sergio I fu il primo papa che fece seppellire i pontefici in San Pietro; e Stefano III fu figura di primo piano nel mondo politico, appoggiando la lotta di Carlo Magno contro i Longobardi. La Sicilia avrebbe dato anche un sesto papa alla Chiesa, se non ci fosse stata l'opposizione politica dell'imperatore austroungarico Francesco Giuseppe. Ciò avvenne nel Conclave del 1903: alla morte di papa Leone XIII, si pensava che il suo successore sarebbe stato con ogni probabilità il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, che era nato nel 1843 a Polizzi Generosa (Palermo), e che dal 1887 era stato "Segretario di Stato di Sua Santità" (cioè, ministro degli Esteri del Papa), e quindi conosceva alla perfezione tutti i segreti e tutti i pericoli della politica internazionale. Senonché, durante il Conclave, l'imperatore dell'austria-ungheria, valendosi di un vecchio privilegio feudale, che gli consentiva, come successore dell'imperatore del Sacro Romano Impero, il diritto di veto nell'elezione pontificia, comunica, tramite il cardinale Puzyna, arcivescovo di Cracovia e suo suddito, la sua opposizione alla nomina del Cardinale siciliano Rampolla del Tindaro, temendone una eventuale politica filofrancese; e pertanto fu eletto papa il patriarca di Venezia, cardinale Giovanni Sarto, che prese il nome di Pio x, e in una delle sue prime azioni di governo abolì il vecchio privilegio feudale del veto imperiale. Se questo gesto I'avesse compiuto il suo predecessore Leone XIII, probabilmente avremmo avuto un sesto papa siciliano: ma la storia non si fa con i "se". Vale la pena di ricordare, però, il nobile comportamento assunto in quella circostanza dal cardinale siciliano, che da quel gran signore, e da quel profondo conoscitore della politica internazionaie che era, rilascia questa significativa dichiarazione: Vehementer doleo de gravi vulnere Ecclesiae libertati illata. Quod ad me, nihil gratius, nihil jucundius accidere poterat ( Mi addolora profondamente la grave ferita inferta alla libertà della Chiesa. Per quel che mi riguarda, non poteva accadermi nulla di più gradito e di più desiderabile ); e si ritirò dalle attività di Curia, dedicandosi agli studi ecclesiastici, morendo a Roma nei1913. Le sue nobili parole furono veramente profetiche, perché il povero papa Pio X morì di dolore nel 1914, non essendo riuscito a evitare quell'immane flagello e quella inutile strage che fu la prima guerra mondiale, che sconquassa l'europa e il mondo dal 1914 al 1918, e preparò la seconda guerra mondiale, durata dal 1939 al Tratto da Guida Insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia di Santi Correnti - (Newton Compton Editori)

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