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2 scheda tecnica durata: 110 minuti nazionalità: ITALIA anno: 2005 regia: soggetto: sceneggiatura: produzione: fotografia: montaggio: musica: interpreti: GIORGIO DIRITTI FREDO VALLA GIORGIO DIRITTI FREDO VALLA SIMONE BACHINI, MARIO CHEMELLO, GIORGIO DIRITTI PER ARANCIAFILM, IMAGO ORBIS AUDIOVISIVI ROBERTO CIMATTI EDU CRESPO GIORGIO DIRITTI MARCO BISCARINI DANIELE FURLATI THIERRY TOSCAN (PHILIPPE HERAUD), ALESSANDRA AGOSTI (CHRIS HERAUD), DARIO ANGHILANTE (COSTANZO, IL SINDACO), GIOVANNI FORESTI (FAUSTO), EMMA GIUSIANO, SERGIO PIASCO, VITTORIO LUCIANO GIORGIO DIRITTI Giorgio Diritti ha collaborato sui set di diversi film di autori italiani ed in particolare con Pupi Avati. Ha anche realizzato vari casting per film tra cui La Voce della Luna di Federico Fellini. Ha partecipato all'attività di Ipotesi Cinema, istituto per la formazione di giovani autori, coordinato da Ermanno Olmi. Il primo cortometraggio, del 1990, Cappello da Marinaio, è stato selezionato in concorso a numerosi festival europei tra cui quello di Clermont-Ferrand. Nel 1993 ha realizzato Quasi un anno, film per la TV prodotto da Ipotesi Cinema e Raiuno. Del 2002 è il film documentario "Con i miei occhi". Filmografia IL VENTO FA IL SUO GIRO (2005) regia, sceneggiatura, montaggio, produzione CON I MIEI OCCHI (2002) regia, soggetto, sceneggiatura, produzione 2

3 La parola ai protagonisti Giorgio Diritti Come è nata l'idea per la realizzazione di "Il Vento fa il suo Giro"? L'idea nasce da un amico giornalista e documentarista, Fredo Valla che vive in una valle occitana e che mi ha proposto il soggetto di quello che poi è diventato "Il Vento fa il suo Giro", mi è parso subito un progetto interessante e corrispondeva al mio desiderio di raccontare della diversità, del rapporto tra culture ed identità diverse in un modo originale. Il film tratta vari temi dal rapporto uomo-natura, alla diffidenza umana, dal rapporto tra individualismo e collettività alla arcaicità di alcune comunità della società moderna alla diversità. Quale era il messaggio o il tema centrale che voleva sviluppare? Sicuramente come dicevo lo spunto di partenza è stata la dimensione della diversità perchè credo che sia uno snodo fondamentale per la società attuale per quella del futuro, ma anche le altre cose che ha citato sono sentite, e vissute come importanti. Infondo il film fa da specchio alla società attuale o per meglio dire ad alcuni degli interrogativi e temi della società attuale. Come considera il rapporto tra individualismo e collettività? Credo che sia fondamentale il rispetto dell'identità e dell'individualismo, ma che questo si debba legare in una sorta di scambio reciproco alla collettività. Una società in cui i singoli mettono in comune le proprie diverse esperienze è una società che cresce che si arricchisce. La società che ha incontrato sui luoghi delle riprese è molto simile a quella descritta in "Il Vento fa il suo Giro"? Sui luoghi di ripresa ho incontrato grande disponibilità apertura e sostegno. Grande affetto dalla gente della valle Maira. In sostanza il film racconta di problemi che esistono anche su quel territorio ma che non sono molto diversi da quelli di un condominio di Roma o Milano. Lì c'è stata la consapevolezza di riconoscere e mettere in piazza un problema per smuovere le dinamiche utili a risolverlo. Cosa ha privilegiato nelle inquadrature e nella fotografia del film? La sensazione che il panorama, gli scenari fossero parte integrante del racconto, soprattuto in chiave psicologica il resto è stato costruito dalla magia di Roberto Cimatti, il direttore della fotografia. Come ha diretto sul set un manipolo di attori non professionisti tranne Thierry Toscan ed Alessandra Agosti? E' stato, piacevole, si è lavorato con semlicità cercando di mettere a proprio agio le persone. E' stato fondamentale il clima familiare che la trouppe ha saputo creare... 3

4 Come è avvenuta la scelta Alessandra Agosti per il ruolo di Chris e che caratteristiche ha voluto dare a questo personaggio? Alessandra l'ho conosciuta prima indirettamente in un film di Franco Piavoli e poi grazie e lui di persona. Il suo personaggio era particolarmente delicato negli equilibri, doveva esprimere leggerezza e concretezza allo stesso tempo. Ho voluto porre attenzione anche ad una dimensione del ruolo femminile nella società, dove sovente le scelte sono fatte dagli uomini, le donne le condividono e sovente ne portano il peso più grande. Come è avvenuta la produzione dl film e la sua distribuzione in sala? La produzione di questo film è stata un piccolo miracolo di quell'italia che riesce ad inventarsi percorsi diversi per arrivare all'obbiettivo. Non avevamo nessuna risorsa economica ma il mio socio, Simone Bachini ha deciso di trasferirsi lì nelle vall occitane per capire se in qualche modo si riusciva a metter in sieme il film in un modo diverso. Da lì con pazienza, umiltà si e man mano avuta la dispnibilità delle persone, si sono avuti un po' di aiuti concreti, poi la Regione Piemonte nell'assessorato alla cultura Minoranze Linguistiche ci ha sostenuto e così via via, con il coinvolgimento della troupe in co-produzione... Un amico ha deciso di entrare in coproduzione con la sua società Imago Orbis e siamo andati anche noi in banca a fare un mutuo... Ma fondamentale è stata la disponibilità sul territorio, tanti piccoli aiuti quasi invisibili che messi insieme però rappresentano molto. Per la distribuzione, malgrado numerosi festival vinti a livello anche internazionale ci siamo trovati in una situazione di stallo. Le società private o pubbliche dicevano bello bello, ci hanno tenuto in sospeso dei mesi... ma in realtà il sistema in Italia è chiuso, è difficile per un film indipendente trovare spazio. Allora abbiamo fatto l'ultimo sforzo...grazie all'aiuto di alcune entità e associazioni che ci hanno pagato ognuno una copia, abbiamo deciso di partire con una distribuzione per così dire reginale, a macchia di leopardo... dal Piemonte Liguria, Emilia, Poi Puglia, Lombardia... Nel nostro piccolo senza nessuna pubblicità abbiamo ottenuto risultati sorprendenti. A Torino il film è stato in sala 12 settimane di seguito.. a Milano siamo già a 8 e va avanti... Come crede si possa migliorare la distribuzione delle pellicole italiane in sala? Credo sia necessario un intervento che tutela e premia la visibilità del film italiano... forse obbligando le multisale a dedicare uno schermo o due solo a quello, e probabilmente dovrebbe crearsi un circuito di sale dedicate... Credo inoltre che andrebbe ricreato un buon rapporto con il pubblico con i giovani e in questo potrebbe essere di aiuto una migliore collaborazione con le tv soprattutto quella pubblica. Penso che dovrebbe essere normale poter vedere anche in tv un film italiano: Uno a settimana sarebbero già 52 in un anno... un po' più di film ed un po' meno di fiction... Come considera il panorama cinematografico italiano attuale Interessante, in certi casi molto vivo, ci sono autori con personalità. L'insieme però è schiacciato dallo scarso numero di produzioni, dai costi di produzione aimè sempre alti, Questo rende difficile dare spazio all'originalità al coraggio di raccontare storie che escano dall'ovvio. 4

5 Le recensioni Pierpaolo Simone mymovies.it Quando si incontrano sul proprio cammino pellicole simili, vien da gridare che il cinema italiano non solo non è morto, ma si ha voglia di abbassare la testa e volgere lo sguardo altrove, vergognandosi persino di averlo pensato. Girato interamente nelle valli occitane del Piemonte, un ex professore decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia una moglie e tre figli - in un paesino di poche anime, sulle montagne, per poter vivere secondo natura. Nella diffidenza generale, Philippe e sua moglie vivono di pastorizia, cercando di raggiungere quel difficile equilibrio con le cose del mondo e con gli anziani abitanti del posto. Il film di Giorgio Diritti vale almeno quattro stelle. Una per il coraggio, due per le difficoltà della distribuzione (il film fa la spola fra una sala e l'altra di Italia, dove il mercato non sembra accorgersene, mentre all'estero ha fatto incetta di premi e riconoscimenti), la terza per la prova corale di tutti gli attori, bravissimi e non professionisti (eccezion fatta per Toscan e Agosti), la quarta per risarcirlo moralmente di tutto ciò che ha subito e per tutto ciò che subirà, nella cecità dei nostri critici e dei nostri speculatori culturali. "E l'aura fai son vir" - questo il titolo occitano del film - si riferisce al detto popolare che vuole il vento una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna, come rappresentato nel film dalla figura di uno scemo del villaggio che corre nei prati simulando il gesto del volo. Questa pellicola, senza scomodare miti e profeti, ha la forza di un trattato antropologico, ma senza perdersi nella retorica dei buoni sentimenti, sottolineando piuttosto come la vita si componga di sensazioni contrastanti e sgradevoli, in un cinismo che contagia, ma rende liberi da pregiudizi e ipocrisie. Tre aggettivi per descriverlo? Genuino, inaspettato, meraviglioso. Come le anime salve che descrive, uomini in cerca di un senso che l'esistenza stessa allontana ogni giorno di più. Maurizio Porro Il Corriere della Sera, 6 luglio 2007 Questo film italiano di Giorgio Diritti, allievo di Olmi, è arrivato faticosamente ma è ora il «caso» della stagione perché ha conquistato il pubblico. A Torino è in programmazione da 9 settimane, a Milano da cinque. A dispetto di Tarantino è un debutto da non dimenticare, un film raccontato in tre lingue diverse (italiano, occitano e francese sottotitolato) che parla del difficile trasloco, morale e materiale, di un pastore francese in un villaggio montano piemontese. Prima accettato e poi messo in disparte, egli mette in moto una serie di reazioni a catena che deturpano la bellezza naturale del paesaggio mettendo in discussione il romantico contadino con un resoconto antropologico anche crudele, che impedisce ogni deriva poetico-retorica. Come da titolo, il vento gira, sembra di auscultare un mutamento biologico della gente. Olmi e Piavoli battono un colpo, Diritti fa cinema nella fiduciosa ripresa di un utile, invisibile senso del Tempo. VOTO: 8 Massimiliano Lastrucci - Ciak, luglio 2007 Nel cuore di una valle che porta al Monviso, resiste, a Chersogno, una piccola comunità di cultura occitana che va progressivamente perdendo i suoi abitanti. Tanti emigrano e un po' di vita la recano solo i villeggianti estivi. Almeno fin quando non arriva un francese (è in fuga dai Pirenei dove stanno costruendo una centrale nucleare) che si propone di trasferirsi con la famiglia, di pascolare capre e produrre formaggi. Inizialmente è accolto con titubanza e cordialità; per i più aperti, vicesindaco in testa, potrebbe essere una occasione di rinnovamento. Col tempo esplodono i contrasti su problemi spiccioli (le capre non conoscono confini demaniali e fanno la cacca ovunque) e incomprensioni comportamentali: il paese si divide e Philippe Héraud (che non mitiga il carattere poco diplomatico) affronterà perfidie ed emarginazione. Una storia concreta per temi generali ineludibili. Cosa deve fare una comunità per non scomparire? A cosa deve rinunciare? Sul concetto un po' anti-egualitario di "tolleranza" c'è da discutere (e la sceneggiatura lo fa in maniera chiara e profonda). Siamo di fronte a un film di notevole lucidità ideativa e realizzativa. Senza indecisioni o digressioni superflue, Giorgio Diritti (viene dai corti e dai documentari) con l'aiuto appassionato e sorvegliato della comunità occitana ci parla di individui e collettività senza didascalismi o giudizi calati dall'alto. Una impeccabile professione di etica cinematografica e di narrativa. 5

6 Antonio Bibbà - Il Mucchio Selvaggio, luglio/agosto 2007 Il nuovo sguardo del cinema italiano guarda all'indietro, ai moduli che ne hanno fatto la fortuna e a nuove aree rurali da colonizzare. Guardando Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti viene immediatamente da pensare a Il dono (2003) di Michelangelo Frammartino. Entrambi tornano in una provincia senza (quasi) telefonini per proporre sguardi nuovi e temi eterni. Ma la somiglianza è (solo) superficiale: ché se Il dono era retto da un meccanismo a orologeria perfetto e brutale che sospinge una storia apparentemente insulsa fino alla conclusione dirompente, questo esordio di Diritti ha toni più naturalistici, un ritmo più blando e una sceneggiatura meno ferrea, che permette al regista di indugiare sulle strade del paese più che nella casa di Philippe. Philippe Héraud è un ex-professore, ora pastore e formaggiaio dei Pirenei che decide di fuggire dalla centrale nucleare che il governo francese ha intenzione di costruire nei pressi dei suoi pascoli. Si troverà a Chersogno, un paese alle pendici del Monviso nel quale si parla ancora la lingua d'oc, quella dei trovatori, e cercherà di integrarsi nella comunità locale. I grigi e i verdi sono quasi onnipresenti, con i molti bianchi invernali alternati ai rossi poco tarati dei maglioni di lana e a qualche rara e ariosa esplosione cromatica estiva. Questi colori, nel malinconico digitale che li fotografa, raccontano una storia di tradizionali diffidenze e sfide continue, in cui la lingua dei vecchi abitanti del paese e quella del volitivo Philippe si annodano in maniere sempre diverse. Solo in qualche momento Diritti rinuncia all'arte dell'implicito che lo sostiene per l'intero film, proprio nelle sequenze più favorevoli a Philippe, quelle in cui alla sua testardaggine si oppone la stolidezza di alcuni influenti abitanti del paese, ma è comunque bravo a non raccontare di un nuovo Giobbe, di una vittima designata e del tutto incolpevole. Il film è soprattutto un piccolo miracolo produttivo, sostenuto economicamente dall'intera troupe, tecnica e artistica: la direzione degli attori non professionisti è poi, nella maggior parte dei casi, stupefacente. Per tutta la pellicola le cose non scorrono mai lisce ed è in quei momenti che Diritti chiarisce di non voler cedere al facile lirismo rurale e porta alla luce incongruenze irrisolvibili senza darsi la pena (e perché poi?) di risolverle. Dario Zonta - L'Unità, 8 giugno 2007 Il cinema italiano non mette mai in scena il contrasto, lo scontro, il conflitto, qualsiasi sia la modalità in cui si presenta. La nostra produzione è molto attenta ad evitare questo nodo. Basti pensare a come, nei fatti e non solo nominalmente, il «conflitto» venga evitato nell'opera di due dei nostri maggiori sceneggiatori, Rulli e Petraglia. Ora, viene un piccolo film autoprodotto a bestemmiare in chiesa e a raccontare, senza infingimenti e inutili artefici, le ragioni del «conflitto» e dello scontro. Il vento fa il suo giro parla anche, e non solo, di questo. Ambientato in un paesino di montagna nella valle del Monviso, laddove ancora si parla l'occitano (e il film lo fa spesso sentire), racconta di un ex insegnante francese che ha mollato tutto e si è dato alla pastorizia sulle pendici dei Pirenei. L'avvento di una centrale nucleare lo convince a trasferirsi e trovare in un paesino nelle valli occitane del Piemonte il luogo adatto per la sua attività di pastorizia. Il film è tutto sulla relazione tra lo «straniero» e la comunità, tra chi, come il sindaco, vede in lui l'esempio di un possibile futuro (il pastore ha una giovane famiglia con tre bambini) e alcuni autoctoni che mal sopportano la presenza attiva di un altro. Tratto da una storia di Fredo Valla, Il vento fa il suo giro raccoglie in sé ed esalta i suoi temi e loro importanza: ambiente e natura, modernità e tradizione, intolleranza e condivisione, paura e amore. Senza prosopopee programmatiche, senza fare la morale, senza aggiustare le cose con la forza della «penna» contro il senso della realtà, riesce a dire, nello studio del «suo» particolare, qualcosa di veramente universale. Un evento finale sembra riconciliare la comunità, tutta presa dall'espulsione dello straniero (beninteso francese, e non immigrato), ma invero tutto rimane sospeso e non riconciliato perché «il vento fa il suo giro (e l'aura fai son vir)»... e prima o poi torna. Fotografato meravigliosamente da Roberto Cimatti, sostenuto dalla sceneggiatura sapiente e ben ritmata di Diritti e Fredo Valla, interpretato dall'amichevole partecipazione dei locali e da quella più consapevole di alcuni attori (Alessandra Agosti e Thierry Toscan), l'esordio di Diritti commuove e incanta. Il vento fa il suo giro ha fatto diversi giri di vento, di festival e di mondo per potersi finalmente posare sullo schermo di qualche sparuta sala italiana. Ed è con la forza del suo dettato e della sua magia che questo «vento» si sta 6

7 affermando, lentamente e tramite quel fondamentale esercizio di critica e democrazia che è il passa parola. Federico Pedroni - Film Tv, 29 maggio 2007 Un pastore francese sceglie di vivere con la famiglia in una piccola comunità montana dei Monviso, dove ancora si parla occitano. In un primo momento viene accolto con interesse e partecipazione dagli abitanti del paese, poi la normale diffidenza si trasforma in palese ostilità. In nome della difesa della roba si rivendicano antiche proprietà sulla montagna, e si sfodera una ferocia che allontana presto dall'idillio del piccolo mondo antico". In parte recitato in occitano con sottotitoli italiani, Il vento fa il suo giro è un esordio molto interessante, premiato in parecchi festival internazionali ma poco considerato dalla distribuzione italiana (e ti pareva), Sul sito della produzione - - potete rintracciare le sale che attualmente lo programmano. Quella del bolognese Giorgio Diritti è una regia di notevole respiro che sa valorizzare bene gli spazi, a volte inquietanti e claustrofobici benché ampi e solari. E l'acerba recitazione dei protagonisti, alcuni dei quali, come si suol dire, presi dalla strada (nel nostro caso dai sentieri), ha un pathos inedito per operazioni del genere. Si perdonano quindi un certo schematismo nella progressione del racconto e l'eccessiva simbolicità della figura del matto, perché il film è autentico e coinvolgente. Paolo D Agostini - La Repubblica, 15 giugno 2007 Questa settimana segnaliamo un piccolo film italiano. Tanto piccolo che non ha una vera distribuzione commerciale e che solo con un po' di pazienza troverete in qualche sala d'essai di alcune città. Merita di essere visto e conosciuto e il passaparola può aiutarlo. S'intitola Il vento fa il suo giro e il suo regista si chiama Giorgio Diritti. È un ex allievo di Ermanno Olmi e nel suo film aleggia uno spirito che senza tradursi in imitazione del maestro è molto olmiano. Siamo in una piccola comunità montana piemontese. Nella zona di minoranza linguistica occitana. È un paese praticamente spopolato dall'emigrazione verso i centri maggiori e le città, che vive quasi soltanto di seconde case e vacanze estive. Ma i pochi residenti stanziali e quelli pendolari, a partire dal sindaco, proteggono le tradizioni, preservano e custodiscono la specificità come un gioiello. Classico deus ex machina, compare un uomo venuto da lontano. È un francese. Il look sembra quello di un uomo di sinistra con un passato di delusioni. Certamente un passato metropolitano e intellettuale. Ha già scelto di vivere in montagna e di allevare capre. Ma ha anche deciso di lasciare la località francese dove si era ritirato con la famiglia, raggiunta da una centrale nucleare, e di cercare un'alternativa. Si ferma a Chersogno, gli piace, vuole installarsi qui. Da questo momento inizia un percorso di reciproco studio, di confronto-scontro, risolto in una maniera davvero notevole. Con una ricchezza di sfumature e sottigliezze davvero preziosa. Il primo stadio è quello della sorpresa venata di diffidenza. Il secondo è quello dell'accoglienza e della collaborazione: tutto il paese si dà da fare per aiutare i nuovi venuti a trovare una sistemazione, a inserirsi. Il terzo stadio è quello del crescere sordo e poi dell'esplodere violento di tutte le pulsioni negative. Delle gelosie, della xenofobia, fino all'espulsione dell'intruso. La cosa speciale di questo racconto è che non propone mai in modo semplicistico la dinamica tra conformismo e diversità. Non sventola facili slogan ecologisti o di ritorno alla natura. Della relazione dialettica tra il pastore francese e i suoi interlocutori/antagonisti indaga ogni piega: entrambi sono portatori di un'ideologia critica verso il modello di vita delle società ricche contemporanee. Ma il punto è che mentre gli uni hanno congelato quei valori in una difesa chiusa e conservatrice, l'altro li misura concretamente e faticosamente in una scelta di vita. Fabio Ferzetti - Il Messaggero, 15 giugno 2007 Ecco un film che si prende tutto il tempo necessario per dire due-tre cose importanti con la forza, l'onestà, il gusto per la verità del buon cinema. E' girato nelle valli occitane del Piemonte, uno dei tanti angoli dimenticati del nostro paese che non si vuole bene, ed è parlato in italiano, francese e lingua d'oc. Racconta l'arrivo di uno strano pastore francese, ex-insegnante di buone letture e solido coraggio, che si stabilisce con moglie, figli e capre in quel paesino abitato quasi solo da 7

8 vecchi, per fare ottimi formaggi. Una piccola rivoluzione: ma le rivoluzioni raramente riescono e anche stavolta, esauriti gli entusiasmi iniziali, scattano diffidenze, invidie, rancori. A senso unico: perché saranno i valligiani a prendere l'opportunità per una minaccia, fino a costringerlo a ripartire. Il tutto scritto, recitato, ambientato con stile piano ma sapientissimo, sulla linea Olmi - Brenta - Piavoli, da un gruppo di non professionisti che lavorano in partecipazione (ognuno possiede una piccola quota del film). Il risultato è stupefacente per durezza (ed esattezza), ambientale e psicologica. Infatti è stato nei festival di mezzo mondo, ma in Italia esce dopo due anni. E non vincerà mai un premio "ufficiale". Che dire? Peggio per noi. Roberta Ronconi - Liberazione, 1 giugno 2007 Chi è l'altro? Che vuole da me? In che modo cambierà la mia vita? Sono le domande primordiali dell'incontro, del singolo che si apre al plurale. Sono le domande alla base de Il vento fa il suo giro, primo lungometraggio di un regista non più giovanissimo (con passato di tv e documentari) di nome Giorgio Diritti. Nella comunità montana degli occitani, sulle alpi piemontesi, il paese di Chersogno sta morendo. Una decina gli abitanti rimasti, età media intorno ai settanta. Potrebbe essere quindi una botta di vita l'arrivo in zona del pastore di capre (ex professore, stanco delle burocrazie) Philippe con la moglie e i tre bambini. La comunità (che parla ancora in lingua d'hoc) all'inizio assai diffidente, decide sotto la spinta del sindaco progressista di azzardare e accogliere "lo straniero", nella speranza anche di vedere un po' di ripresa economica per Chersogno. L'uomo (Thierry Toscan) e la sua donna (Alessandra Agosti) sono due spiriti liberi, due persone che hanno deciso di vivere seguendo i tempi della natura e dei propri desideri. Una libertà a cui il paese non è abituato, che mette in crisi, che pone domande a cui la comunità disgregata (i giovani sono tutti fuggiti da tempo, poco è rimasto a fare da collante. Solo la memoria, dei tempi della guerra quando tutti i pastori unirono le proprie forze contro i tedeschi) non è più in grado di rispondere. Con il passare del tempo, la "diversità" dei nuovi arrivati diventa distanza insanabile, le porte dell'accettazione si chiudono, il paese sceglie la morte. Con un ripresa da documentarista poetico (stretto il rapporto con Ermanno Olmi, ma anche con Pupi Avati), Giorgio Diritti sa dove guardare, sa cosa raccontare. Non eventi astratti, non enunciazioni di principio, ma piccole storie umane, invidie, sospetti, gelosie, pulsioni sessuali. Perché, come dice in modo illuminante ad un certo punto Philippe: «la violenza è figlia della repressione sessuale e della frustrazione che da questa deriva. E un uomo represso prima o poi vorrà vendicarsi». Bellissima illuminazione che poi il film abbandona, lasciandocene solo qualche accenno nelle storie sentimentali dei protagonisti. Ma è uno spunto vivo, che va ad aggiungersi a mille altri, occasioni messe su schermo per pensare a cosa siamo, noi che magari non viviamo sulla Alpi occitante ma siamo preda delle stesse diffidenze. L'isolamento di Chersogno è teatro ideale di una messinscena universale, quella dell'essere umano che guarda con diffidenza a ciò che non conosce. Di film così limpidi, in Italia, non se ne vedono da tempo. E non si sarebbe visto neanche questo se Il vento fa il suo giro non avesse trovato un gruppo di uomini e donne (in gran parte gli abitanti di quelle valli, protagonisti della storia) decisi ad appoggiare il film a tutti i costi. Pronto già a metà del 2005, finito sui tavoli di tutti i festival italiani, di tutte le rassegne, di tutti i distributori, Il vento fa il suo giro non ha trovato nessuno che gli aprisse le porte. Almeno, in Italia. Il Festival di Londra invece lo invita, premiandolo con il secondo riconoscimento del festival. Quindi, si fa avanti il Bergamo Film Meeting, ed è primo premio con la Rosa camuna d'oro. Da allora, il film è stato invitato in decine di festival stranieri, ha ricevuto ogni tipo di premio, ha entusiasmato migliaia di persone. Ma in Italia continua il silenzio, e soprattutto l'indifferenza dei distributori. Le loro sale hanno ben altro da programmare... A questo punto si creano dei gruppi di autofinanziamento che, a loro spese, fanno duplicare copie della pellicola e affittano sale di proiezione. E' così che, da cinque settimane ai Fratelli Marx di Torino la gente fa a spintoni per entrare a vedere il film, e lo stesso succede in tante altre province, non solo del Piemonte. ( ) Non ci sono altre scelte, non ci sono altri impegni. C'è da correre a vederlo e c'è da far girare la voce per sostenerlo. Perché è un film bellissimo, perché ci riporta all'essenza delle cose e del cinema. 8

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