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1 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n , pagg GruppoMontepaschi Una meta-analisi sui rapporti fra investimenti esteri diretti e crescita di un economia regionale* FRANCO PRAUSSELLO** Inquiry into the links between Foreign Direct Investment (FDI) and growth at a regional level focusing on recent developments of a new paradigm, which explains in terms of productivity heterogeneity of firms servicing foreign markets the different forms that internationalisation of production processes can take, ranging from exports to setting up of foreign affiliates. The paper analyses the main determinants of FDI, the substitution and complementary relationships between trade and financial flows, together with causality links between FDI and growth within a regional economy. The main result of the paper is that in general terms between trade and financial flows in form of FDI complex two-sided causality links exist but that in a large number of cases FDI and exports are shown to be complement. FDI can often help expand sales abroad, thus being a powerful growth engine for the local economy, acting through the channel of the foreign trade multiplier. (J.E.L.: F21, F23, F43, O40) 1. Introduzione L internazionalizzazione può assumere una pluralità di forme, che variano lungo un continuum esteso dalle esportazioni, agli accordi fra imprese non basati o legati alle partecipazioni azionarie (non equity o equity agreements), sino agli investimenti diretti esteri (IDE). Gran parte delle riflessioni teoriche e degli studi empirici sui diversi modi di partecipazione ai processi di internazionalizzazione si riferiscono tuttavia alle due modalità polari, ovvero alle esportazioni e agli IDE, modalità che di recente sono state spiegate in base a un nuovo modello interpretativo fondato sulla capacità delle imprese di sostenere i costi fissi associati alle diverse forme di partecipazione ai mercati internazionali. Quest interpretazione, che formerà oggetto di una parte specifica di questa nota, è di certo innovativa, ma non rinnega alcune acquisizioni tradizionali della teoria della produzione internazionale, secondo la quale l accesso * Articolo approvato nell agosto Fatto salvo l usuale disclaimer, ringrazio Luca Beltrametti e un anonimo referee per i consigli forniti circa l impostazione e la revisione della ricerca. Di alcune osservazioni di quest ultimo sono particolarmente debitore nella parte conclusiva del lavoro. ** DISEFIN, Università di Genova.

2 86 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n ai mercati esteri attraverso gli IDE si fonda sull esistenza di un vantaggio proprietario tendenzialmente esclusivo, che consente di far fronte alla concorrenza internazionale, sopportando i costi connessi con l apertura di unità produttive sui mercati esteri. Al di là della disponibilità di risorse finanziarie spesso rilevanti, si tratta del possesso di risorse critiche ai fini dell innovazione e della capacità di concorrenza, che riguardano in particolare beni intangibili quali informazioni tecniche, conoscenze, know how, elevati livelli di capitale umano, ovvero tecnologie sofisticate che si trovano al margine della frontiera tecnologica. Ed è appunto la necessità di proteggere il vantaggio proprietario, evitando per quanto possibile o comunque rallentando il processo di imitazione a favore dei concorrenti, che spiega perché in molti casi il trasferimento di tecnologia associato agli IDE riguardi processi caratterizzati da un ritardo più o meno ampio rispetto a quelli di frontiera. Nonostante le protezioni garantite dal diritto di proprietà intellettuale, la stessa natura di bene sostanzialmente pubblico della conoscenza, con le usuali caratteristiche di non rivalità e di non escludibilità, dà luogo presto o tardi a fughe di informazioni, che possono essere sfruttate dalle imprese concorrenti. D altro canto, nei modelli di taglio neoschumpeteriano in senso lato, in cui i profitti di monopolio sono legati all innovazione, la rendita di cui godono le imprese è per sua natura di carattere temporaneo. Il trasferimento incompleto delle tecnologie più innovative è un fenomeno tuttavia che si verifica soprattutto nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, per quanto non sia neppure del tutto assente nei rapporti fra Paesi industrializzati (Praussello 2006). Nonostante questi possibili limiti e in attesa di approfondire l argomento nel paragrafo dedicato specificamente a valutare l apporto fornito dagli investimenti produttivi esteri e in generale dai processi di internazionalizzazione alla capacità di crescita di un economia locale, la posizione teorica più diffusa considera gli investimenti esteri come un importante motore della crescita a livello macro e a livello micro. In effetti gli IDE, secondo la letteratura prevalente, svolgono una funzione di rilievo nei processi di crescita delle economie locali attraverso molteplici canali, al di là del loro aspetto puramente finanziario che si traduce in un aumento del capitale disponibile. Il primo di questi riguarda, come s è già osservato, la funzione degli IDE come veicolo per il trasferimento delle tecnologie e delle conoscenze tecniche in senso lato. In dipendenza del grado di sviluppo dell economia ricevente rispetto a quello dell economia di origine, gli IDE in entrata possono generare effetti esterni che si trasmettono alle imprese locali sotto forma di miglioramenti della produttività e concorrere a rafforzare in modo più o meno accentuato la base produttiva locale, innalzandone la capacità di crescita. In secondo luogo, gli IDE possono influenzare il commercio estero, dando luogo a rapporti di complementarità o di sostituzione fra gli investimenti e i flussi commerciali, e in particolare le correnti di esportazione. Nella misura in cui concorrono a svi-

3 F. Praussello - Una metaanalisi sui rapporti fra investimenti esteri diretti e crescita luppare le esportazioni, non ultimo mediante l accesso a nuovi mercati e aumentando il capitale umano dell economia locale, gli IDE possono fornire un apporto non trascurabile all aumento del prodotto e dell occupazione dell economia ricevente. Anche gli investimenti in uscita possono influenzare positivamente le esportazioni, rafforzando la posizione competitiva delle multinazionali che li effettuano, migliorando la conoscenza dei mercati e alzando i livelli di produttività e la qualificazione della forza lavoro a vantaggio dell economia di origine. Molti di questi effetti positivi degli IDE ai fini del rafforzamento della base produttiva locale possono essere fatti risalire all approccio dell accumulazione tecnologica tramite i mercati esteri, secondo il quale fra le varie forme di partecipazione ai processi di internazionalizzazione in generale e le attività di innovazione delle imprese esiste un rapporto biunivoco (Cantwell 2000). Da una parte, infatti, le imprese investono in R&S e in innovazioni allo scopo di rafforzare le loro capacità competitive e di avere accesso ai mercati internazionali; dall altra il contatto con i mercati internazionali, attraverso le esportazioni ma soprattutto gli IDE, consente di acquisire nuove conoscenze che risultano complementari ai vantaggi proprietari già posseduti, aumentandone l efficacia ai fini della concorrenza internazionale (Dunning e Narula 1995). Con l avvertenza che, data la natura a volte tacita della conoscenza tecnica, questa viene acquisita tanto più facilmente quanto più efficace è la collaborazione tecnologica all interno del gruppo (Caniëls e Romijn 2002). Sulla base di questa premessa, la presente nota si propone di fare il punto sulle principali conoscenze oggi disponibili in ordine all influenza degli investimenti esteri sui processi di crescita di un economia locale sviluppata pienamente inserita nei traffici e nei trasferimenti finanziari della globalizzazione. La struttura della ricerca è articolata nel modo che segue. Nel secondo paragrafo passeremo in rassegna gli sviluppi più recenti degli studi in materia di determinanti degli IDE, allo scopo di valutare i differenti fattori che sono all origine dei flussi degli investimenti esteri a livello internazionale. Nel terzo paragrafo ci occuperemo dei legami fra flussi finanziari e flussi commerciali, approfondendo l analisi dei rapporti di complementarità e di sostituzione fra IDE e commercio estero, mentre nel successivo quarto paragrafo illustreremo il nuovo paradigma della eterogeneità delle imprese sviluppato negli ultimi anni per spiegare la genesi delle principali forme di internazionalizzazione, gli IDE e le esportazioni. Nel paragrafo quinto affronteremo uno degli argomenti centrali dell analisi, studiando in modo dettagliato il rapporto fra gli IDE e i processi di crescita di un economia locale. Il paragrafo sesto fornirà alcuni dati riassuntivi circa lo stato degli investimenti esteri in entrata e in uscita dal nostro Paese, mentre il paragrafo settimo riguarderà i rapporti fra gli IDE e l internazionalizzazione di una economia regionale, indagando sui legami di causalità fra IDE e commercio estero. L ultimo paragrafo concluderà la nota con alcune brevi considerazioni finali.

4 88 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n Sviluppi recenti della teoria delle determinanti degli IDE L evoluzione della riflessione analitica relativa agli IDE mette in luce il superamento dell approccio della teoria dell organizzazione industriale e del ciclo di vita del prodotto, come si è sviluppato nel periodo compreso fra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, a partire dai lavori di Vernon (1966), Kindleberger (1969), Johnson (1970), Aliber (1970), Caves (1971) e Hymer (1976), fra gli altri. In questa prima fase venivano infatti analizzati più i prerequisiti degli IDE, che non le loro determinanti (Onida 2003), anche se non mancano le prime riflessioni sugli effetti delle diverse tipologie di IDE sulle economie dei Paesi di provenienza e riceventi (Acocella 1975). Tali requisiti iniziali, individuati con particolare riferimento al contesto economico degli Stati Uniti (Rullani 1973), venivano messi in relazione ai vantaggi riassunti dall acronimo OLI: ownership, location, internalisation, nel senso che gli IDE venivano effettuati quando risultava conveniente mettere a frutto vantaggi proprietari di tipo organizzativo e tecnologico (ownership), mediante transazioni non di mercato ma interne all impresa (internalisation), e con l ausilio di vantaggi di localizzazione nei Paesi esteri (location) (Dunning 1977; 2001). Solo in un secondo tempo, con il fiorire della nuova teoria del commercio internazionale dovuta a Krugman e associati, l analisi si propone di individuare propriamente le determinanti degli IDE e i rapporti che i flussi di investimento intrattengono con gli scambi commerciali. Successivamente, nei primi anni 2000 prende corpo un nuovo paradigma interpretativo, il quale collega l eterogeneità delle imprese alle forme di partecipazione ai mercati internazionali tramite le esportazioni oppure la produzione sui mercati esteri per mezzo degli IDE. Secondo un impostazione divenuta ormai tradizionale, le ragioni generali che possono spingere un impresa multinazionale a essere presente attraverso gli IDE in un Paese estero hanno a che vedere con la possibilità di avere accesso a mercati di sbocco (imprese market seekers) o a mercati in cui è possibile ottenere come input fattori della produzione in condizioni di maggior vantaggio rispetto a quelli disponibili sul mercato interno (resources seekers) o situati alla frontiera dello sviluppo tecnologico (strategic sekeers). Inoltre, vi è la possibilità che le imprese siano spinte a ottenere vantaggi di efficienza attraverso la gestione accentrata di attività disperse sotto il profilo spaziale in presenza di economie di scala e di scopo (efficiency seekers) (Barba Navaretti e Venables 2006). Semplificando l analisi, le determinanti fondamentali degli IDE possono essere ridotte a due, considerando i due estremi del processo produttivo delle imprese multinazionali: da una parte i mercati di fornitura degli input e dall altra i mercati di sbocco dell output, ovvero con maggiore precisione i vantaggi di costo e di qualità dei fattori della produzione, su di un fronte, unitamente all accesso al mercato dei prodotti e dei servizi, in presenza di costi di trasporto e di altri tipi di ostacoli al commercio, sull altro fronte.

5 F. Praussello - Una metaanalisi sui rapporti fra investimenti esteri diretti e crescita Alla seconda motivazione sono ascrivibili gli IDE orizzontali o market oriented, i quali si traducono nella creazione di strutture di vendita in mercati sempre più distanti da quello di origine dell impresa multinazionale. Gli IDE verticali o cost saving riguardano invece l altra determinante e danno vita a forme di decentramento produttivo più o meno esteso, che possono anche riguardare mercati in cui vengono attuati processi di inseguimento tecnologico nei confronti di un Paese leader, nell ipotesi delle imprese interessate alla ricerca dell eccellenza produttiva. È questo ad esempio il caso degli IDE di origine europea diretti verso i distretti industriali ad alta concentrazione di tecnologia degli Stati Uniti. Va tuttavia aggiunto che con i più recenti sviluppi delle strategie delle imprese multinazionali in fatto di outsourcing e di integrazione della produzione, la distinzione fra IDE orizzontali e verticali tende a diventare in pratica poco significativa. Come osserva Helpman (2006), l investimento delle grandi multinazionali nei Paesi a basso costo allo scopo di creare piattaforme di esportazione per il resto del mondo, unitamente ai forti volumi di IDE scambiati fra i Paesi avanzati, difficilmente possono essere classificati come IDE orizzontali. Al di sotto di queste categorie di carattere del tutto generale, è poi possibile identificare delle motivazioni specifiche che fungono da fattori determinanti degli IDE, e che possono riguardare sia i Paesi di origine, sia quelli di destinazione, o i loro rapporti reciproci. La letteratura ne ha da tempo individuato una lunga serie, che si estende dall ampiezza del mercato e dei fattori di rischio e dai rapporti commerciali e di tasso di cambio tra i Paesi di origine e quelli di destinazione, ai differenziali di costo del lavoro e del credito, ai fattori istituzionali indice di corruzione compreso nonché all imposizione fiscale e ai fattori di agglomerazione, come misura del capitale umano e delle dotazioni infrastrutturali dei Paesi riceventi. Ulteriori fattori sono rappresentati dai costi di trasporto e dall ambiente più o meno favorevole agli investimenti (business climate), e da altri ancora. Con l avvertenza che il ruolo di tali fattori può risultare più o meno determinante, a seconda del tipo di investimento considerato. Così, ad esempio, ai fini della capacità di attirare IDE destinati a dar vita a piattaforme di esportazione, la disponibilità di infrastrutture fisiche quali porti e collegamenti aerei e ferroviari può rivelarsi fondamentale (Kumar 2001). Rassegne aggiornate dei principali risultati (a volte poco conclusivi) ottenuti dalla letteratura empirica in materia sono contenute, fra gli altri, in Kimino et al. (2007) e in Blonigen (2005). Gli sviluppi più recenti di questi studi investono anche argomenti che riguardano le condizioni di crescita delle economie locali in Europa, che risulta opportuno citare espressamente. Fra questi, segnaliamo in primo luogo un paio di lavori che stimano l influenza della costituzione della zona euro sui flussi di IDE intra-europei. Come c era da attendersi anche con riferimento a verifiche empiriche precedenti sugli effetti positivi esercitati sugli

6 90 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n IDE dagli accordi di currency board o da esperienze di dollarizzazione completa (Wei e Choi 2002), la riduzione dell incertezza macroeconomica e la diminuzione dei costi di transazione conseguenti all introduzione dell euro esercitano una funzione di stimolo nei confronti degli IDE intra-uem. De Sousa e Lochard (2004; 2006), in due studi successivi, dimostrano che la costituzione dell UEM si è tradotta in un aumento del 20 per cento degli stock di IDE all interno dell unione, con un impatto amplificato sui valori di flusso. Inoltre, non si trovano tracce di possibili effetti di spiazzamento di investimenti a danno di Paesi europei esterni, quali il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca, mentre per contro i Paesi periferici della zona sembrano trarre vantaggio dall incremento degli investimenti diretti, più di quanto non facciano i Paesi centrali. Di grande interesse sono anche i lavori che si propongono di identificare i fattori che determinano l interscambio di IDE fra l Europa e gli Stati Uniti, due economie che registrano circa i tre quarti degli stock di IDE mondiali in uscita e più della metà di quelli in entrata. Slaughter (2003), esaminando i flussi di investimenti fra gli USA e l Europa fra gli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, trova che la loro composizione è alquanto eterogenea sia rispetto ai Paesi interessati, sia rispetto agli anni considerati: in alcuni casi prevalgono gli investimenti orizzontali, in altri quelli verticali, e in altri ancora si hanno IDE che riguardano i settori non manifatturieri. Inoltre, fra i fattori di attrazione che operano in Europa emergono l ampiezza del Paese di destinazione, il suo reddito pro capite, nonché i fattori di policy, quali il tipo di politica fiscale adottata e il far parte o meno dell UE. In uno studio che considera invece il flusso di IDE opposto, fra l Europa e gli USA, nel periodo , De Santi et al. (2004) dimostrano dal canto loro che le determinanti principali degli investimenti europei in uscita sono il tasso di cambio reale, i brevetti dell area europea, come indicatori del vantaggio proprietario, vari parametri della produttività del mercato USA, come misura del vantaggio localizzativo, nonché gli sviluppi delle borse europee, misurati dalla Q di Tobin, ovvero dal maggior valore di mercato delle imprese rispetto ai valori di inventario, che com è noto costituisce una valutazione del loro capitale immateriale e delle loro capacità di crescita. Infine, alcuni lavori riguardano specificamente singoli Paesi europei. Così, in Artige e Nicolini (2005) i risultati di un indagine relativa a tre regioni europee abbastanza simili, il Baden-Wuerttemberg, la Catalogna e la Lombardia, dimostrano che al di là di una relazione statisticamente significativa fra il PIL e gli IDE pro capite, che vale per tutte le regioni, i fattori che determinano la capacità di attrazione degli investimenti sono diversi da una regione all altra. In particolare, nel caso della Lombardia svolgono un ruolo rilevante l ampiezza del mercato e il livello elevato della produttività locale. Uno studio concernente l internazionalizzazione di 4000 imprese italiane nel corso degli anni Novanta mette poi in evidenza il ruolo svolto da determi-

7 F. Praussello - Una metaanalisi sui rapporti fra investimenti esteri diretti e crescita nanti quali il tasso di cambio, l ampiezza delle imprese e i loro rapporti reciproci, la capacità di innovazione, la localizzazione e la tecnologia adottata (Basile et al. 2003). Su un altro versante, gli IDE a destinazione dei Paesi di recente adesione all UE sembrano essere principalmente attirati da fattori istituzionali, da indicatori di effetti di agglomerazione e apertura commerciale, unitamente all ampiezza, ai fattori di rischio e al costo del lavoro delle economie di destinazione (Campos e Kinoshita 2003; Janicki e Wunnavava 2004). 3. Commercio estero e IDE Gli studi più recenti in tema di IDE, che si propongono di chiarire i rapporti che intercorrono tra la loro evoluzione e i flussi del commercio estero, riguardano due argomenti collegati. Da un lato ci si chiede se IDE e commercio estero siano sostitutivi oppure complementari, e dall altro quale delle due variabili influenzi l altra, ovvero se siano i primi a precedere i flussi commerciali, oppure se la relazione di causalità vada dal commercio agli investimenti diretti (Liu et al. 2001). Inoltre, come vedremo nel prossimo paragrafo, un estensione dell analisi relativa al primo degli argomenti citati ha dato luogo a un nuovo filone interpretativo della scelta fra esportazioni e IDE, il quale può essere considerato alla stregua di un nuovo paradigma teorico, peraltro prevalentemente riferito agli investimenti di tipo orizzontale. L indagine in ordine ai rapporti di complementarità o di sostituzione tra flussi finanziari e flussi commerciali è rilevante non solo dal punto di vista analitico, ma anche sotto il profilo sociale. Vi è infatti la possibilità che la costituzione di affiliate estere da parte delle multinazionali si traduca in una perdita di occupazione e di reddito a livello locale qualora gli IDE dovessero spiazzare le esportazioni, diminuendo così la domanda estera. Il punto di partenza dell analisi sui legami fra le due variabili può essere costituito dalla considerazione che i tradizionali modelli neoclassici del commercio internazionale spiegano in modo chiaro come fra mobilità dei fattori e scambi di beni e servizi esista una relazione di sostituzione. In presenza di piena mobilità delle merci e di immobilità dei fattori della produzione, il paradigma Heckscher-Ohlin-Samuelson fornisce la dimostrazione che in seguito allo scambio dei prodotti si livellano i prezzi non solo delle merci e dei servizi, ma anche quelli dei fattori produttivi. Pertanto la mobilità delle merci è un sostituto della mobilità dei fattori, e quindi anche del capitale nella particolare forma che assume negli IDE. Mundell (1957) giunge a un risultato analogo anche lasciando cadere la condizione standard dell immobilità dei fattori a livello internazionale. Se nell ambito del filone neoclassico l ipotesi del rapporto alternativo fra flussi finanziari e flussi commerciali trova ampia conferma, non così accade nel quadro della nuova teoria del commercio internazionale, quella che può

8 92 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n essere a ragione considerata come un paradigma alternativo delle interpretazioni teoriche tradizionali, ovvero dell approccio ricardiano e di quello neoclassico. In presenza di forme di mercato imperfettamente concorrenziali e di produzioni che avvengono in condizioni di economie di scala crescenti e di differenziazione del prodotto, accanto a modelli che prevedono l esistenza di rapporti di sostituzione fra IDE e scambi commerciali, alcuni modelli mettono in luce legami di complementarità fra i due tipi di flussi. Tra i primi si possono citare un gruppo di lavori in cui la scelta fra IDE orizzontali e commercio internazionale dipende dal trade-off tra i vantaggi della prossimità e quelli della concentrazione (Markusen 1982, 1984; Horstman e Markusen 1992; Brainard 1993, 1997). Le imprese devono decidere se superare le barriere commerciali esistenti (dazi e costi di trasporto) per dar vita a flussi di IDE che le radichino sul mercato estero, o se concentrare le loro risorse finanziarie negli impianti esistenti, dove operano le economie di scala. Qualora i benefici della prossimità siano superiori a quelli della concentrazione, avranno convenienza ad aumentare gli IDE a scapito del commercio. I rapporti fra i due flussi risulteranno allora di tipo sostitutivo. Per contro, Helpman (1984) e Helpman e Krugman (1985) prevedono un meccanismo in cui gli IDE danno luogo a flussi di scambi complementari. Questo accade quando fra Paesi si hanno differenze importanti in termini di dotazione dei fattori produttivi. In quest ipotesi, il Paese dotato di una relativa abbondanza di capitale tende a esportare servizi di direzione aziendale (headquarters services) nel Paese caratterizzato da un abbondanza relativa del fattore lavoro, in cambio di manufatti. Ne segue che IDE e commercio estero coesistono. Anche Baldwin e Ottaviano (2001) descrivono una situazione in cui i due flussi sono strettamente collegati e legati da un rapporto di complementarità. Ciò si verifica nell ipotesi in cui si considerino IDE incrociati, dovuti alla strategia di collocare le differenti varietà di prodotto nei diversi Paesi, rifornendo successivamente da questi l intero mercato mondiale. I motivi che stanno alla base del legame complementare fra IDE in entrata ed esportazioni vengono spiegati da Stern (1997), con riferimento specifico ai Paesi riceventi. Grazie all apporto fornito dagli IDE in termini di conoscenze tecnologiche e manageriali, questi ultimi sono in grado di accrescere la loro capacità di esportazione, con effetti positivi per l occupazione locale. Per gli IDE in uscita la spiegazione dell aumento dell occupazione nel Paese di origine in dipendenza dell investimento effettuato all estero risiederebbe nel fatto che la nuova occupazione si rende necessaria per fornire servizi di direzione e di supporto alle operazioni di internazionalizzazione. Così, a differenza di quanto accade per le multinazionali USA, per le imprese giapponesi i posti di lavoro creati sul mercato domestico sono più numerosi di quelli persi in seguito al trasferimento delle produzioni ad alta intensità di lavoro

9 F. Praussello - Una metaanalisi sui rapporti fra investimenti esteri diretti e crescita nei Paesi in via di sviluppo (Lipsey et al. 2000). Anche per l Italia sono stati messi in evidenza effetti dello stesso tipo da Federico e Minerva ( ) in uno studio che valuta l impatto degli IDE in uscita sulla crescita dell occupazione locale fra il 1996 e il 2001 in 12 settori manifatturieri. Rispetto alla media nazionale, gli IDE rivolti ai Paesi avanzati risultavano associati a una crescita dell occupazione locale più elevata, mentre quelli effettuati nei Paesi in via di sviluppo denunciavano valori che non si discostavano dalla performance del settore a livello nazionale, con due sole eccezioni. Inoltre, l occupazione nelle imprese di minori dimensioni non veniva influenzata negativamente da alti livelli di IDE, confermando anche per questo aspetto che gli investimenti in uscita non danneggiavano la crescita dei posti di lavoro nell economia locale da cui provenivano. Va ancora aggiunto che nei modelli di Helpman (1984) e di Markusen (1984), nonché in quelli di struttura analoga, la distinzione fra FDI verticali e orizzontali è cruciale, in quanto nel primo caso si avranno rapporti di complementarità fra investimenti diretti e flussi commerciali, mentre nel secondo la relazione sarà di tipo sostitutivo. Infine, non mancano lavori in cui IDE e flussi commerciali possono essere contemporaneamente, a seconda dei casi, sostitutivi o complementari. In Markusen (1995), nonché in Markusen e Venables (1998), Paesi asimmetrici in termini di dotazioni fattoriali possono inizialmente scambiare IDE e merci, nel senso che il Paese più avanzato tenderà a investire in misura crescente nel Paese meno avanzato, a mano a mano che questo si sviluppa. A fronte dei flussi di investimento, quest ultimo cederà beni e servizi. Tuttavia, superata una certa soglia, quando le asimmetrie fra Paesi saranno diminuite e questi saranno sempre più simili, la produzione delle imprese multinazionali ridurrà gli scambi delle merci. Mentre in una prima fase IDE e commercio estero potevano coesistere, ora i primi riducono gli spazi del secondo. Un modello analogo, dovuto a Markusen e Maskus (2001a, b), mette in evidenza come, in presenza di IDE sia verticali sia orizzontali, i flussi di commercio intersettoriale siano una funzione diretta del grado di asimmetria tra Paesi sia per dimensione sia per dotazione dei fattori produttivi, mentre il commercio intrasettoriale e segnatamente il trasferimento di beni e servizi all interno dell impresa (intra-firm trade) siano una funzione diretta della somiglianza dei Paesi. Analogamente, secondo Dunning (1998) il tipo di relazione che intercorre fra i movimenti finanziari e quelli commerciali dipende dalle caratteristiche dei due tipi di flussi, mentre Gray (1998) individua due categorie di imprese partecipate dal capitale estero: quelle maggiormente attente alle occasioni di mercato (market-seeking) diminuiranno gli scambi, mentre quelle rivolte all efficienza (efficiency-seeking) aumenteranno il commercio estero. Anche i modelli basati sulla presenza di capitale immateriale (knowledgecapital models) incorporano combinazioni di IDE verticali e orizzontali,

10 94 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n dando luogo a seconda dei casi a rapporti di complementarità e di sostituzione fra investimenti diretti e correnti commerciali (Carr et al. 2001; Markusen e Maskus 2002). Recenti sviluppi, che mettono in discussione l esistenza di rapporti univoci fra IDE e flussi commerciali, riguardano anche l emergere della letteratura sugli investimenti esteri destinati a creare piattaforme di esportazione o di modelli di forme particolarmente complesse di interazioni verticali fra imprese (Blonigen 2005). Nel primo caso l impresa multinazionale effettua un investimento estero in un economia ospite allo scopo di rifornire di esportazioni un gruppo di Paesi limitrofi (Ekholm et al. 2003). Nel secondo troviamo una pluralità di affiliate estere che frammentano il processo di produzione: si scambiano fra loro prodotti intermedi che sottopongono a un ulteriore lavorazione prima di inviare i semilavorati così ottenuti alla casa madre (Baltagi et al. 2004). Se poi si passano a considerare gli studi empirici del settore, il quadro teorico appena tracciato appare in buona misura confermato. Tra gli studi che individuano rapporti di complementarità tra IDE e commercio estero, si possono citare in primo luogo quelli riguardanti gli effetti degli investimenti sui Paesi di origine. Si tratta di un gruppo di studi numeroso, che nell insieme identificano un effetto esclusivo o almeno prevalente di creazione dei traffici da parte degli IDE. In particolare, limitando l analisi ai lavori più recenti, Fontagné (1999) trova che per un insieme di 14 Paesi ogni dollaro di IDE dà luogo in modo diretto o indiretto a un aumento per circa due dollari delle esportazioni del Paese investitore, grazie agli effetti di diffusione dell investimento sui diversi settori industriali. In modo analogo Mori e Rolli (1998), in una ricerca relativa a 5 Paesi investitori e a 12 Paesi riceventi, individuano un legame robusto fra gli IDE in uscita e le esportazioni del Paese di provenienza, mentre Head e Ries (2001), unitamente a Kiyota e Urata (2005), dimostrano l esistenza di un rapporto analogo per le esportazioni giapponesi rispettivamente nei periodi e Anche lo studio di Head e Ries (2001) su 932 imprese giapponesi lungo un arco temporale di 25 anni fornisce risultati dello stesso tipo. In relazione agli IDE giapponesi rivolti agli Stati Uniti, allo scopo di superare i vincoli imposti dalle limitazioni volontarie delle esportazioni (VER: voluntary export restrictions) nel settore automobilistico, Bloningen (2001) individua una forte correlazione fra il numero delle automobili assemblate e prodotte dal Giappone negli USA grazie agli investimenti diretti, e l esportazione di parti e componenti di veicoli verso il mercato americano. Ancora gli investimenti esteri del Giappone formano oggetto di una ricerca di Bayoumi e Lipworth (1997) relativa ai 20 principali partner commerciali del Paese asiatico, con risultati che evidenziano rapporti positivi con i flussi commerciali, con la specificazione che gli IDE in uscita dal Giappone hanno un effetto temporaneo sulle esportazioni ma un impatto permanente sulle importazioni.

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