Trasparenze. Supplemento non periodico a «Quaderni di poesia» a cura di Giorgio Devoto. Fondazione Giorgio e Lilli Devoto in Genova

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2 Trasparenze n u o v a s e r i e Supplemento non periodico a «Quaderni di poesia» a cura di Giorgio Devoto Fondazione Giorgio e Lilli Devoto in Genova

3 Comitato scientifico Andrea Aveto, Massimo Bacigalupo, Elisa Bricco, Attilio Mauro Caproni, Chiara Carpita, Adele Dei, Giorgio Devoto, Anna Dolfi, Nicola Ferrari, Stefano Giovannuzzi, Ida Merello, Luigi Surdich, Emmanuela Tandello, Giuseppe Traina, Stefano Verdino. Redazione Nicola Ferrari - responsabile Samuele Fioravanti, Martina Morabito, Lucilla Lijoi, Anna Stella Poli, Paolo Senna. Copyright 2019, Edizioni San Marco dei Giustiniani

4 Numero doppio monografico dedicato ai Naufragi a cura di Pier Luigi Crovetto e Nicola Ferrari

5 La superficie di ogni corpo partecipa del colore del suo obietto, ancora che ella sia superficie di corpo trasparente, come aria e acqua. Adunque l aria si tinge di tanti varj colori quanti sono quegli fra i quali ella s inframette, perché essa in sé non ha colore più che s abbia l acqua: e perché luce e tenebre compone colore azzurro, questo è l azzurro in che si tinge l aria. LEONARDO DA VINCI, Trattato della pittura

6 Indice LE ONDE PASSATE SOPRA DI ME Et ego malim audire tales fabulas, quam experiri 9 Un dialogo (impossibile) con Lina Prosa Mi chiamo Susan Barton 21 Mappe di Naufragi Dialoghi con Mario Negri ubīque naufragium est 31 con Ernesto Franco de tam magna nave ne tabulam quidem naufragus habes 37 con Daniela Carpani naufragium sibi quisque facit 43 con Giuseppe Sertoli o insanos, qui se credunt mari 53 Costanza Ferrini Naufragi di mare e di terra 63 REMINISCENZE Garcilaso de la Vega el Inca Pedro Serrano 87 Leon Battista Alberti Naufragio 93 Antonio Tabucchi Interpretazioni della História Trágico-Marítima nelle licenze per il suo Imprimatur 101 Margo Glantz Il corpo inscritto e il testo scritto o La nudità come naufragio 105

7 CONVERGENZE Margherita Berselli Terra, Mare 115 Samuele Fioravanti Ex voto da una civiltà inabissata. Navigazione online, naufragio offline 121 EQUIVALENZE Golan Haji Mr. Nobody Listening To His Own Story At The Court Of King Alcinous 129 Francisco Estévez Un isola traboccante di vita. Poetica di un naufrago 151 Karlos Linazasoro Versus. (Istantanee di un naufrago) 153 PERSISTENZE Silvia Fantini I naufragi nel Mediterraneo: la letteratura degli anni Dieci del Duemila 161 Paolo Senna Il pescatore di morti. Il Conde di Claudio Magris 177 Lucilla Lijoi Naufragio senza telespettatore. Qualche riflessione su L altro capo del filo di Andrea Camilleri 183 Anna Stella Poli «Li lasciamo annegare per negare». Note su Alessandro Leogrande 201 Profili biografici 221

8 LE ONDE PASSATE SOPRA DI ME

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10 Et ego malim audire tales fabulas, quam experiri* Teoclimeno E secondo lui di che morte sarebbe morto? Elena Della più atroce: annegato fra le onde del mare in tempesta Death by water EURIPIDE, Elena Phlebas the Phoenician, a fortnight dead, Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell And the profit and loss. A current under sea Picked his bones in whispers. As he rose and fell He passed the stages of his age and youth Entering the whirlpool. Gentile or Jew O you who turn the wheel and look to windward, Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you. T. S. ELIOT, The Waste Land 1. Ma il giorno seguente, all alba, il vento rinforzò, s alzarono le onde e sopraggiunse l oscurità. Il mare cominciò a incresparsi un mare sconosciuto, si formarono vortici d acqua, la schiuma del mare copriva tutto, coprirono di tenebre, le nubi raccoltesi da ogni parte, le luci del giorno; si contrapposero i venti contrari, pareva che il cielo precipitasse dai suoi assi sulla terra, che gli elementi guerreggiassero tra loro: non c erano porti, rifugi per le navi, né baie. Non si vedevano né sole * «Preferisco ascoltare storie così, piuttosto che viverle», Erasmo da Rotterdam, Naufragium in Colloquia, Cecilia Asso tr., Einaudi, Torino Etel Adnan 9

11 né stelle. Minacciati da tutte le inclemenze del cielo, ogni speranza di salvezza svaniva. Ognuno avrebbe dovuto combattere con il suo proprio destino Ci fu il fragore del tuono un suono mai udito, infranse la calma di cristallo. I cieli si aprirono e la pioggia cominciò a cadere veloce, colpendoci e accecandoci. Il rumore della tempesta, terrificante nel suo boato, presto annegò le nostre liti il frastuono del mare copre ogni voce dappertutto un fragore: urla di uomini, stridio di sartie, scrosci di onde che piombavano su altre onde, tuoni in cielo. Tutto gridava: il mare, il vento, il cuore. La notte era buia più di quanto non si possa immaginare e nessuna penna può descrivere il clamore assordante e il caos che ci circondavano. Spesso investita di fianco da un ondata, la nave percossa rimbombava cupamente. La prua oscura si levava perpendicolarmente dalle profondità come una assurda torre. Portata in alto, sembrava che dalla vetta di un monte guardasse giù nelle valli, sprofondata in basso, mentre il mare intorno le faceva una conca, sembrava che dai gorghi infernali guardasse insù, verso il cielo lontano Affondò... Con un rumore simile a un mostruoso rutto metallico. Gli oggetti gorgogliarono a pelo d acqua e poi svanirono (noi saremmo affogati senza fare più rumore) Un onda ci sollevò in alto. Anche da lassù solo mare e cielo. Il mare con i suoi flutti sembrava portarsi al livello del cielo e investire di spruzzi la cappa di nubi. Riproduceva in pochi istanti tutte le conformazioni della terra: colline vallate pianure; vidi il mare venirmi dietro alto come una montagna le Alpi, verruche in confronto a quelle onde. Quando venivamo spinti in alto, avremmo potuto toccare la luna con un dito; quando venivamo ricacciati giù, sembrava di andare dritti all inferno, con la terra spalancata Ogni tanto qualcosa di gelato inondava il volto, tanto in alto da lambire le guance; le onde passavano sopra, impedendo non solo di vedere il cielo ma togliendo persino la possibilità di invocare pietà per la sventura Ci si avventò, con terribile impeto, un onda altissima Che mi s abbatté addosso, mi seppellì istantaneamente nella sua massa. Le acque mi avevano sommerso fino alla gola, l abisso avvolto, le alghe mi si erano avvinte attorno alla testa; sommerso, per molto tempo, incapace di tornar subito a galla, ora dovevo stare attento a che l ondata, che mi avrebbe trasportato per un gran tratto verso terra, al sopraggiungere, non tornasse a trasportarmi indietro con sé, nel ritirarsi. 10 Etel Adnan

12 Il dramma è finito. Perché allora qualcuno si fa avanti? Perché uno scampò al naufragio (non so come sono arrivato né quando né perché; mi sono immaginato sopravvissuto al naufragio di questa nave). 2. Un naufragio, fatto di infiniti naufragi. Un racconto, composto di innumerevoli racconti. Così abbiamo provato a narrarlo: un collage, un mosaico, estensibile all infinito, replicabile. Composto di tessere, delle più lontane origini, come per miracolo, perfettamente combacianti. Vano cercarvi i punti di sutura. Dove gli Atti degli Apostoli si incastrano ai Lusiadi, il Persiles cervantino al Robinson di Defoe, il caraibico contemporaneo Patrick Chamoiseau di L empreinte à Crusoe all ottocentesco oxoniense Gerald Manley Hopkins di The wreck of the Deutschland, il Naufragium di Erasmo all Untergang di Enzensberger, per ritrovare, infine, il lontano Libro di Giona, l Odissea o il Satyricon di Petronio, nella Tempesta shakespeariana, il Gordon Pym di Poe nelle Metamorfosi di Ovidio (come in un moto di inesausta risacca, a compattare i frammenti di relitti nella prora ritrovata di un unica, medesima nave...). 3. Il fatto è che ogni naufragio è in fondo e a dispetto delle specificazioni di tempo e luogo lo stesso naufragio. Sul quale le letterature che hanno inventato e contessuto l Occidente hanno ordito la medesima storia. Producendo, sia detto per inciso, una persistente (e ininterrotta) escursione e contaminazione tra generi l un l altro remoti. Dall epica all omiletica, dal resoconto al racconto, dalla lirica al reportage, dalla biografia al romanzo (e viceversa), dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, la fragilità dei confini tra vero e falso, menzogna e finzione narrativa (lo sapeva Omero, lo aveva imparato Luciano). Questa portabilità della scrittura di naufragi attraverso i generi consentendo di cogliere, oltre alle codificazioni identitarie, modelli fluidi di permeabilità, di metamorfosi genetiche: nel luogo del naufragio non solo l epica omerica genera il romanzo di Eliodoro o la satira di Luciano, ma le relazioni di viaggio e di conquista inventano il grande romanzo settecentesco (da Defoe a Smollett). Di tale evidenza, questa identità di rappresentazione in parola, da Etel Adnan 11

13 lasciarci immaginare con Eliot, con Enzensberger un naufragio palinsesto, scritto e riscritto, nel quale fluiscano i frammenti di lontane e prossime avventure di naufragi. In un respiro tanto ampio da potersi (quasi) scambiare per eterno, il gioco delle varianti rappresenta non più che il baluginante riflesso del moto inesausto di una stessa superficie. Al cui fondo, appare la figura orrifica dell immenso e sconfinato elemento equoreo: con tutta la sua minaccia e il suo liquido mistero. 4. Nella Scrittura biblica, il mare a rigore non c è. O quasi. Se ne fa menzione alludendo al Mar Rosso o al mare delle canne, al Mar Morto, al lago di Tiberiade. Il Mediterraneo essendo al più argomenta Gianfranco Ravasi un punto cardinale di cui si dice per indicare l occidente. E del resto, se Ernest Renan nelle Nouvelles considérations sur le caractère général des peuples sémitiques datate 1859 attribuiva ai popoli del deserto la «tendance au monothéisme», quale sorpresa che a temperare la vertiginosa reductio in unum s evocasse il suo (del deserto) contrario? Di qui, che il mare venga percepito «simbolo del caos primordiale, della morte, del nulla, del male». Venendo in aggiunta popolato da mostri (il Leviatan di Isaia, serpente e drago marino, il mostruoso cetaceo Rahab, Behemot, la Bestia dell Apocalisse (13,1-2) che ricorda ancora Ravasi «sale dall Abisso per distruggere la terra»). Il Dio veterotestamentario concentra la sua forza smisurata nei flutti (omologhi della folgore tonante impugnata da Zeus e dei venti impetrati da Giunone per punire anticipatamente il futuro distruttore della sua Cartagine, il pio Enea). Strumento nell Esodo del castigo riservato agli empi e del riscatto per i giusti. Lo stesso terremoto (originato dallo scotimento dei pilastri che tenevano discoste la terra dalla sottostante distesa d acqua) gli viene addebitato. La Genesi narra il prodigio della creazione come separazione degli elementi (e insieme conferimento alle parti di contrapposti valori): il bello dal suo contrario, il bene dal male Negatività alla radice di due riflessi, a loro volta contrari: di qui, motore di devozioni (dal «se vuoi imparare a pregare vai per mare», agli ex-voto disseminati per ogni dove); di là, rivelatore impietoso dell ipocrisia insita nel contratto di salvezza che lega l Altissimo ai suoi adepti (e sarà il caso di cedere la parola al sarcasmo di Erasmo, contro «la ridicola superstizione»). 12 Etel Adnan

14 5. Da una parte, la terra (promessa) dalla quale non allontanarsi, dall altra il mare oggetto di divino interdetto (e quindi punizione di chi abbandona la saldezza dell essere per la luciferina lusinga del possibile) e naufragosi, dice Agostino, nel suo commento al Vangelo di Giovanni, i monti causa di naufragio (contro i quali, chiunque spinga la nave, va in rovina). Monti, per Agostino, sono le anime grandi, che ispirano un kantiano senso del sublime alle anime infanti (i colli); ma perigliose quelle anime che, solo apparendo senza essere grandi, creano scismi, eresie, divisioni (anime naufragose, appunto: quelle che dibattendosi tra i flutti in luogo dell approdo sperato, trovano la morte). Inevitabile effetto di un errore di prospettiva teologica, il naufragio si intende auspicabile persino, per ristabilire giustizia («Wring thy rebel, dogged in den / Man s malice, with wrecking and storm», invocava nel suo arcaicamente, modernisticamente, visionario Naufragio del Deutschland, Hopkins). L abisso si misura dalle posizioni, ancora distinte, del protagonista e del testimone. Di chi lo vive e di chi ne riferisce. Ovvero di chi dietro l una o l altra figura si nasconde; celandovi (o cifrandovi) la propria disposizione verso le cose del mondo. Remo Bodei, nell Introduzione all edizione italiana di Schiffbruch mit Zuschauer (1979) di Hans Blumenberg muove dalle vocazioni contrapposte dinanzi al pericolo (nella fattispecie coincidente con il mare come anti-habitat per eccellenza): «chi lo evita, standone lontano», ovvero «chi ritorna al più presto dal luogo dell insicurezza a quello della sicurezza, stabilendo dei punti simbolici di protezione all interno di un ambiente infido e ostile (porto, mura, tempio casa)». Per subito precisare come «in entrambi i casi, tuttavia, l atteggiamento fondamentale è quello di una scarsa propensione al rischio, che sarà superata aggiunge con la rivoluzione copernicana che si manifesta, in ambito filosofico con il vous êtes embarqué di Pascal» e, sul piano fattuale, con la stagione delle grandi scoperte. 6. Le vie attraverso cui la bestia viene domata sono di lunghissima percorrenza e richiedono sforzi diversi e convergenti. I guerrieri si scoprono la vocazione di marinai. I geodeti fissano le misure del globo e stabiliscono quanta parte ne vada all asciutto e quanta alle terre Etel Adnan 13

15 emerse. Le scienze si consorziano per venire a capo della sfida. Con Magellano, il colpo decisivo. Per merito suo ne vengono varcati gli ultimi confini. Nel momento stesso in cui il mare svela la sua dismisura, paradossalmente si fa concreto. Riscattato dalle nebbie del magico e del mistero, si presenta per quel che è: il luogo su cui l uomo s inoltra a proprio rischio e pericolo. È la stagione delle grandi navigazioni e dei frequenti naufragi. Ed è la stagione nella quale l altrove viene evocato e convocato verso il centro. Ad affermarsi è insomma quella che Bodei chiama la «coscienza periferica dell uomo moderno, che all improvviso si ritrova relegato in un angolo buio dell universo, tra infiniti altri mondi». (Inquietante relativismo annunciato da Giordano Bruno in Dell infinito, universo e mondi: «Cossí non è più centro la terra che qualsivoglia altro corpo mondano, e non son più certi determinati poli alla terra che la terra sia un certo e determinato polo a qualch altro punto dell etere e spacio mondano; e similmente de tutti gli altri corpi; li quali medesimi, per diversi riguardi, tutti sono e centri e punti e zenithi ed altre differenze. La terra, dunque, non è assolutamente in mezzo all universo, ma al riguardo di questa nostra reggione», Dialogo II. E ancora: «Non la terra è al centro dell universo né alcun punto fisico di essa lo è»; la stessa nozione di centro e periferia son nozioni puramente relative, come quelle di civiltà e barbarie: «Nell universo non è mezzo né circonferenza, ma, se vuoi, in tutto è mezzo ed in ogni punto può prendere parte di qualche circonferenza a rispetto di qualche altro mezzo o centro», Dialogo V. E tutt altro che pacifico come tragicamente mostrerà il rogo allestito il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori). 7. È a cominciare da questo lungo momento di riduzione (attraversamento, trasformazione, ripensamento) del mondo che il naufragio trasferisce in parte la sua valenza metaforica in realtà di racconto, storia. Il navigare non contravviene tanto in figura, quanto in pratica (esistenziale spesso esiziale), all acquiescenza ai dogmi, alle interdizioni. Esporsi alla sfida, revocare in dubbio convinzioni e convenzioni. Colui che naufraga prova nella sua carne l abbandono della sicurezza, la liquidità dei confini, l aleatorietà perigliosa di ogni muoversi. Ma soprattutto sperimenta (per la prima volta) ciò che ne consegue. Oltre i marosi scatenati, «lo scricchiolar delle tavole, legate l una all altra con pece», lo schianto. 14 Etel Adnan

16 Se spesso (a trasformare in concretezza di vita drammaticamente esperita l impianto dottrinario) il mare incattivito restituisce solo la testa «macabramente spiccata e intatta, beccheggiante» ad ammonire su «cosa è rimasto di tanta prepotenza, irascibilità, potere e vanteria (così come di una nave tanto grande della quale non resti neppure un intera tavola; così come, alla fine, di ogni grande idea che gonfi i cuori, e riempia i petti)», di cui ci dice il narratore di Petronio (come Amleto ai becchini), altre volte quello stesso mare restituisce alla saldezza della terra un corpo ancora vivente (per quanto intimamente mutato), pronto a istituire, con quella terra, nuovi rapporti. Le valenze propria e metaforica tornano a intrecciarsi Ulisse che dopo un lungo peregrinare fa ritorno alla propria isola, riannodando l antica vicenda era stato secondo lettura di Lévinas emblema del filosofo che legge la sua peripezia come compiacimento di sé, conferma dei propri saperi e misconoscimento dell altro. «Le sens, en tant qu orientation n indique-t-il pas un élan, un hors de soi vers l autre que soi alors que la philosophie tient à résorber tout Autre dans le Même et à neutraliser altérité». Ma, proiettata sul nuovo orizzonte di storie e memorie, la sua storia figura un diverso passaggio. Della vita, oltre il naufragio. Odisseo esibisce per primo la possibilità di spostare il fuoco dall evento in sé alla condizione di superstite. Dal naufragio al naufrago, che profila la propria condizione nel rapporto stabilito, o subito, con l ambiente recettore. Non un narratore esterno che dalla prospettiva del nowhere e timeless si compiace dello spettacolo di distruzione. Abilitato a raccontare (e a fare dopo l approdo fortunoso e prima della scrittura) è lo stesso naufrago. 8. Istituendo differenti modelli paradigmatici. Enea e Paolo, partiti direzione l Occidente, dopo il naufragio approdano e inseminano il caso vuole che la Roma imperiale e cristiana coincidano, sostenendosi l un l altra, secondo la lezione perfettamente appresa da Robinson e tutti i suoi eredi coloniali. Lasciando una traccia persistente con le opere oltre che con i giorni del calling. Della loro vocazione. Ma c è anche il caso di chi «si meticcia». Il naufrago spagnolo Álvar Núñez Cabeza de Vaca che Margo Glantz sorprende nell atto di triturar ossa di pesce e raschiar pelli di bisonte per cibarsene si confonde con lo spazio barbaro del suo approdo, prima di affermare la sua capacità di ri- Etel Adnan 15

17 cupero, senza per questo cancellare o accantonare la propria esperienza. Una stagione si è aperta. Destinata a chiudersi almeno secondo le cadenze d un mondo in accelerata mutazione presto. Nel momento in cui il mare è stato quasi totalmente solcato (e domato) e il quasi ha le dimensioni ciclopiche dell orrendo carico di distruzione che l accompagna, il viaggiatore gli volge le spalle, avendo scoperto altre rotte, più veloci e sicure. Lasciandolo in appannaggio alle merci (quelle stesse che in tante relazioni di naufragio portoghesi vediamo mescolate ai cadaveri di quanti ad esse s erano immolati, la spiaggia «coperta di corpi esanimi, in pose tanto deformi e gesti sgraziati» da lasciar immaginare qual terribile morte li abbia straziati, per di più frammisti a infinite varietà di spezie e preziosi» che lungi dal poter dar loro il minimo conforto «li irridono beffardi per esser stati causa della loro morte»). A questo punto, approdata ad un mondo presente, così progredito nella tecnica dei trasporti, «così terribilmente acceleratosi», l avventura di naufragio sembrerebbe esperienza di una storia del tutto passata (e trapassata) una memoria letteraria, una figura spenta il cui repertorio di «coste e isole, porti e alto mare, scogliere e tempeste, secche e bonacce, vele e timoni, timonieri e ancoraggi, bussola e navigazione astronomica, fari e piloti» (Blumenberg) risulti del tutto inappropriabile, perché inappropriato e desueto. Ci chiede Durs Grünbein, in Poesia come navigazione (Die Bars von Atlantis. Eine Erkundigung in vierzehn Tauchgängen, 2009): «l Odissea, l Oceano, il Naufragio non sono solo metafore, similitudini inconsistenti?». Hanno ancora qualcosa da dire, nel loro legame d antico regime con la tradizione, nel quotidiano di un epoca sempre più «al di là delle tradizioni»? 9. Una prima risposta affermativa, in qualche modo pacificante e consolatoria, argomenta una specie di statuto di superiorità della figura (di elezione: oltre il tempo) sui suoi referenti (di necessità: dentro il tempo) immaginando, una resistenza dell immagine oltre la contingenza storica della sua genesi e della sua applicazione: «alla fine, pur con tutta la modernizzazione, dinamizzazione e, in definitiva, globalizzazione, i fondamenti e i tratti profondi dell immaginazione umana non sono sempre gli stessi? E non è forse questa una delle ragioni della sor- 16 Etel Adnan

18 prendente capacità della poesia di resistere al tempo?». Certo, funzione della metafora è smarginare, eccedere. Giusta «la non coincidenza tra conoscenza e concettualizzazione» (Bodei). In questo senso, e per molteplici itinerari, le metafore si garantiscono una loro durata oltre la sussistenza di ciascuno dei loro ingredienti. Proliferante e incontenibile, la loro polisemia. Le metafore come i classici, immortali nella misura in cui parole di Azorín in Nuevo Prefacio (del 1920) a Lecturas españolas del 1912 «sono in perpetua formazione [ ] ricreandosi di decennio in decennio, di secolo in secolo». Giungendo lo scrittore levantino a postulare per essi una continua evoluzione, e ad azzardare «essere state scritte più che dai loro autori, dalla posterità»? 10. Ma la risposta sull attuale persistenza della metafora si formula, per noi, dolorosamente, non tanto in relazione a una sua presumibile necessità archetipale quanto all imprevedibile pressione della casualità di una storia che ripete, variando, se stessa. E, nel suo moto di risacca, riplasma lo spazio metaforico. Obbligandoci a rientrare, per una nuova porta, dentro quel che era stato nostro e si riteneva perduto. I canotti, i barconi dei migranti stipati all inverosimile prolungano in iconografia domestica, atrocemente familiare (familiarizzano? addomesticano?) perdute memorie di lontane narrazioni. Chi muove attraverso il Mediterraneo, dopo spaventose traversate del deserto, soste in veri e propri campi di contenzione quando non di sterminio, ci interpella. Un naufrago, dice Lina Prosa a Shauba, a Saif e Mahama, i naufraghi («innocenti, ingenui» e quindi «straordinari») personaggi della sua Trilogia, abita i confini del possibile. La lotta ancestrale e dolorosa con i limiti dell essere umano con gli elementi, con il tempo, con il proprio corpo, i suoi bisogni elementari, ferini, le sue paure più segrete non solo scava voragini nell identità personale di chi quella battaglia sostiene, ma obbliga anche a ridefinire l identità culturale di chi quella battaglia si limita, colpevolmente innocentemente, a contemplare. Nell incontro perturbante proprio nella sua abitudine sempre più indifferente tra lo sguardo e il suo dilaniante oggetto, si sfoca la chiara definizione dei confini tra naufrago e spettatore, testimone e protagonista, noi e loro. Il naufrago che mette in gioco il suo passato, che accetta il rischio di cancellare le sue tracce sulle vie del mare, incrina il passato, confonde le tracce di chi assiste al suo naufragio. Il Etel Adnan 17

19 naufragio spettacolo, come s era archiviato nelle forme canoniche della tradizione, torna prepotentemente a provocarci. A turbarci. 11. Possiamo vedere un corpo umano, circondato dall acqua e solo dall acqua, nella solitudine estrema dell immensità del mare aperto, senza soccorso (senza il nostro soccorso), mentre lotta, muore, o sopravvive, possiamo continuare a guardarlo e rimanere umani? Romeo Castellucci provoca questa domanda nella messa in scena del Das Floß der Medusa di Hans Werner Henze, ispirato dal rivoluzionario dipinto di Géricault (così grande da uscire dalla cornice per «entrare in diretto contatto con la realtà di ciascuno, invaderlo, abbracciarlo»), obbligando i pacifici spettatori della Dutch National Opera & Ballet di Amsterdam a contemplare, per le due ore dello spettacolo, dietro le masse corali, il video del corpo in mare del maestro di nuoto Mamadou Ndiaye alla latitudine esatta in cui il naufragio ha storicamente avuto luogo, nel suo disperato tentativo di «resistere nell acqua più a lungo possibile». Nell inedita dimensione collettiva, di occidentali cittadini delle civiltà opulente che assistono all assalto e al naufragio collettivo delle masse di diseredati che premono ai nostri confini, a mutare è proprio la condizione (la correità) del nostro essere spettatori non dalla riva ma dal salotto di casa, con lo schermo del televisore baluginante che ci rende distratti testimoni del pegno alla nostra sicurezza. 12. La figura (studiata nelle sue lunghe ramificazioni da Blumenberg nel saggio rimasto capitale, fin dal titolo) della rassicurante relazione che si instaura tra naufragio e spettatore, illustrazione della filosofia epicurea, del richiamo all autoisolamento nella quiete della ragione dalla mutevolezza dei casi della vita «Soave» con Lucrezio «guardare, da lontano, da terra salda, immobile, sicura, l immensa distesa del mare sconvolta dalla furia dei venti» sotto il peso di questa urgente pressione (della storia) subisce una violentissima deformazione. Letteralizzando il «vous êtes embarqué» di Pascal, lo spettatore, nella sua possibilità di resistere alla scena, riceve un colpo mortale. Nulla può giustificare l astensione. Guardare è già essere implicati, coinvolti la relazione visiva, insieme presente e assente, esterna e intima, co- 18 Etel Adnan

20 involta e astratta, portando a evidenza di rappresentazione il nostro sospeso modo di relazione con l altro, il suo nodo stretto tra responsabilità e ineluttabilità, tra le colpe e le attenuanti. La realtà contemporanea, inaccettabile, degli innumerevoli naufragi con spettatore non può che definire, irresistibilmente, la figura di un naufragio dello spettatore. Chi guarda dalla terra, chi si perde nel mare, «li vedo/signori e signore sull orlo dell abisso», li vediamo e ci vediamo, con Enzensberger, cercando di capire se sopra quel barcone, decrepito rottame in attesa di naufragio, trovino posto solo alcune decine, alcune centinaia di persone oppure tutta la nostra umanità. PLC NF Etel Adnan 19

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22 Mi chiamo Susan Barton* Un dialogo (impossibile) con Lina Prosa Naufragio (ho la lingua impastata). Ho fatto naufragio. Ai lettori cresciuti con i racconti di viaggio, le parole isola deserta potrebbero evocare un luogo di sabbie soffici e alberi ombrosi, dove scorrono ruscelli che placano la sete del naufrago e gli cadono in mano frutti maturi, dove gli si richiede solo di trascorrere le giornate sonnecchiando in attesa della nave che lo riporterà a casa. Ma l isola sulla quale avevo fatto naufragio io era un luogo del tutto diverso. Mi domando come abbiano trattato la condizione di naufrago gli storici del passato; se, per la disperazione, non abbiano cominciato a inventare bugie. Senza desiderio, com è possibile scrivere una storia? Ti vedo viva e piena di domande ma non soddisfatta di tutte le tue riflessioni sul naufragio. Lo capisco, è un argomento inesauribile, come lo è l umano in sé. Comunque trovo simpatico che tu mi faccia domande come se la naufraga fossi io. Hai ragione. Non solo perché il naufragio parla molto del mio tempo, anzi ne è la metafora, ma anche perché io sono un autrice teatrale e la scrittura per me è un lenzuolo strappato dalle parole sotto una tempesta che confonde la rotta. Negli strappi entra di tutto. Si impigliano i relitti. Come una rete che quando * Susan Barton è protagonista, voce narrante e (alla fine, misteriosamente) narrata, del romanzo di John M. Coetzee, Foe, Le sue domande, di naufraga, sulla scrittura del naufragio rivolte (di necessità) a Lina Prosa, drammaturga che alla rappresentazione (riflessione, contemplazione, provocazione teatrale) del naufragio ha dedicato una rivelativa Trilogia, sono state formulate approfittando delle sue parole per il grande Daniel Defoe che del naufragio ha fatto imprescindibile figura narrativa della modernità, tradotte da Franca Cavagnoli per l edizione italiana Einaudi, Torino Lina Prosa 21

23 è calata a mare non prende solo pesci. Il naufragio non è uguale per tutti. Dipende da chi naufraga. Non so se è solo una ingiustizia del mio tempo. Lo chiedo a te. Oggi accade che un gommone bucato pieno di migranti fino all inverosimile non può essere soccorso per ragioni di Stato, mentre uno yacht in avaria ha di suo già un assicurazione che lo protegge. Questo è basilare per fondare il nostro dialogo. Uno stato di intimo sconquasso come il mio dinanzi ai fatti tragici di oggi non può non condizionare il mio approccio alla parola naufragio. La parola ha sempre una matrice irreparabilmente contemporanea, anche se è stata fissata in altro tempo, in altro racconto. Il lettore di un opera antica legge con gli occhi del suo tempo. Nel risponderti non posso neanche dimenticare che sono l autrice della Trilogia del Naufragio. Riguardo al rapporto tra desiderio e storia nella scrittura penso che il naufragio sia un espediente letterario o drammaturgico (nel mio caso), che sposta altrove lo sviluppo dell azione. L altrove è il luogo del racconto che prima non era stato raccontato. Credo che il naufragio non sia l obiettivo, ma risieda in ciò che di nuovo e di imprevisto porta con sé. Andare là è il fine della scrittura. Pensa a La tempesta di Shakespeare, testo che sbatte i naufraghi in una isola lontana che possibilmente è la Sicilia, dove la matassa dell azione trova il suo scioglimento finale. Anche tu sei stata spostata altrove rispetto al tuo itinerario. C è nell autore un rapporto intrinseco con la lontananza che è specifico della creazione. Più è lontano ed inaccessibile il luogo degli avvenimenti, più la scrittura è autonoma e rende opaca la realtà. Mi viene da dire che il naufrago è un trasportatore di scrittura, il naufragio è un produttore dell altrove. Pensa a Ulisse. È il più grande espediente letterario che la letteratura abbia avuto per trasportarci qua dove siamo (da me, nel Mediterraneo), ma che prima di lui era l altrove. Peccato che non abbiamo saputo conservarne la matrice mitica, mettendoci addosso una brutta corazza di odio e di utilitarismo. La vicenda del mitico navigatore greco si articola nell andare raccontando. Nel vagare tra le acque sconosciute ogni approdo fortuito diventa, attraverso lui, racconto. Ti ricordi di Circe, Nausicaa, Calipso? Le ha create il naufragio. Senza il continuare naufragando di Ulisse non solo non avremmo avuto la consapevolezza del naufragio come caos poetico, non avremmo neanche potuto curare il naufragare del presente con la passione metaforica che almeno per lo scrittore ha virtù ripara- 22 Lina Prosa

24 trice. Tu parli di bugie. Se ben capisco ti poni la questione se è possibile raccontare il naufragio nella sua veridicità, restituirlo alla memoria senza inquinarne l accaduto. Chiaramente stai pensando alla tua sorte di personaggio letterario, alla questione di essere raccontata, di entrare nella narrazione di un altro, avendo paura di fare un secondo naufragio. Il tuo non è il problema del naufrago del mio tempo. Lo è invece dell autore del mio tempo che, nel raccontare il fenomeno attuale dell emigrazione clandestina, se non riesce ad inventare la distanza tra sé e il fatto, finisce per duplicare in maniera misera la cronaca, affogando nella ipocrisia del realismo. Purtroppo questo oggi accade spesso. Ti consiglio quindi di stare lontana dal tuo autore se ambisci ad uno spazio poetico. Il naufragio si concretizza tra la partenza e la deviazione della rotta. La partenza è apertura, quando il viaggiatore ha tutte le possibilità davanti a sé, riguardo alle motivazioni per cui è partito. La deviazione è una chiusura, la rinuncia a tutto ciò che la partenza ha preso in carico. In fondo il naufragio ci ricorda che è un illusione l attesa dell arrivo cercato, che c è una frattura nel tracciato del viaggio, che dipende dalla nostra instabilità umana, dall imperfezione dell essere. Il tuo bisogno di essere raccontata da uno scrittore che non sia tu, chiama in causa non tanto la bugia o la sincerità con cui la tua storia possa passare da una bocca all altra. Ma le categorie letterarie che sono anch esse vere così come tu presumi che sia vera soltanto la tua storia. Il desiderio è madre di giustizia poetica. Fa nascere la storia che va accettata così come viene data. Da non confondere col giudizio critico e lo sguardo politico. Supponiamo che un giorno vengano a trarci in salvo. Non sarebbe rammaricante non poter portare qualche testimonianza degli anni del naufragio, affinché ciò che è stato vissuto non muoia nel ricordo? E se non saremo mai tratti in salvo, ma periremo uno dopo l altro, come può accadere, non si vorrebbe lasciare dietro di noi un vestigio, affinché i viaggiatori che approderanno qui, chiunque essi siano, possano leggere e sapere della nostra esistenza, e forse versare una lacrima? Giacché di sicuro, ogni giorno che passa, i nostri ricordi diventano sempre più vaghi, dal momento che persino una statua di marmo viene erosa dalla pioggia al punto che, infine, non si riesce più nemmeno a dire quale forma lo scultore le avesse dato non è possibile fabbricare carta e inchiostro, e fissare le tracce che rimangono di questi ricordi affinché vivano oltre la nostra vita? Lina Prosa 23

25 Tu poni un falso problema. Sembra che tu abbia voluto naufragare per essere ricordata. Ovvero vivere un esperienza estrema che non è data a tutti e che quindi vada consacrata. Su questo piano non posso seguirti. Il naufragio non è preparato e pensato prima che avvenga. Porta con sé una carica di ambiguità tra vero e non vero, che potrebbe essere ugualmente riconducibile al rapporto tra verità e personaggio letterario. La lotta contro il tempo per fermare la corrosione e la sparizione del nostro stesso corpo si fa con la memoria e non con il ricordo. La prima è collettiva. La seconda individuale. Ti porto l esempio dei naufragi del mio tempo. L emigrante sfida il destino senza mediazioni poetiche, sperimentando direttamente, di petto, la sorte. Il suo sogno è cambiare vita. Il suo obiettivo primario è sopravvivere, arrivare vivo là dove presume che la sua vita veramente possa cambiare. In questo contesto il protagonista è il corpo, anche perché è l unico bene di cui il migrante dispone per scendere a patti con il destino. Il naufragio non ha un suo linguaggio, non ha la possibilità di autoraccontarsi. Il salvataggio del corpo è testimoniato dal suo salvatore l unico che può produrre un racconto. Il migrante naufraga fuori dal racconto, a differenza tua che ci sei dentro fino al collo. Il racconto, al naufrago migrante, viene donato, gli viene dato per bontà, per umanità. In questo caso anche il racconto viene dalla parte del mondo che ha potere, che decide, che detiene la ricchezza. Chi è raccontato ha altre ragioni da dimostrare rispetto a chi racconta. Ci vorrebbe un salvatore africano per ascoltare l altro racconto. Ciò che mi inquieta, non è tanto la raccontabilità sincera di un esperienza di naufragio, quanto la differenza culturale e ideologica di chi racconta rispetto a chi è raccontato. Chi racconta non è sempre e solo il poeta, il giornalista, il pescatore A volte chi racconta è lo stesso boia. Cosa potremmo ammirare oggi del naufragio dei clandestini africani? Gli oggetti raccolti dagli scafi non sono altro che oggetti personali di poco conto: scarpe spaiate, qualche maglietta, qualche bottiglia di plastica, qualche pezzo di carta con messaggio in lingua straniera Forse questi oggetti ci trasmettono un estrema solitudine, la semplicità della catastrofe... Ma in questa miseria visiva se proprio vogliamo trovare un cimelio è il contenitore, non il contenuto: il barcone. E per questo per me è un luogo della memoria il cimitero delle barche di Lampedusa. Qual è per te il luogo della memoria? 24 Lina Prosa

26 Comprendo la tua debolezza umana, la tua paura di scomparire, posso immaginare che anche tu da naufraga abbia mantenuto una scarpa ancora allacciata, mi piacerebbe sapere se sei arrivata nuda alla spiaggia o sei riuscita a salvarti con qualche indumento addosso. Forse per te il naufragio è ritrovarti lontano dal luogo d origine, in un luogo preciso, geograficamente riconoscibile, che normalmente è un isola. Io mi ritrovo in un tempo in cui l isola è l uomo stesso e questo disorienta disorienta. Bisogna vergognarsi di dimenticare? È nella nostra natura, così come lo è invecchiare e morire. Ma, vista da un osservatorio troppo lontano, la vita comincia a perdere la sua peculiarità. Tutti i naufragi diventano lo stesso naufragio, tutti i naufraghi lo stesso naufrago, scottato dal sole, intristito dalla solitudine, vestito delle pelli degli animali uccisi. La verità che rende la nostra storia soltanto nostra non sta in un migliaio di piccole sfumature che oggi possono sembrare di nessuna importanza e che un giorno persuaderanno i nostri connazionali che è tutto vero, ogni singola parola? Sono d accordo. È il dettaglio che ci identifica. Un piccolo difetto può essere indispensabile per essere riconosciuti. Biologicamente siamo tutti uguali e confondibili. Ma ognuno di noi ha una storia, una sorta di anamnesi, le cui informazioni particolari, rimandano solo al singolo e non alla specie. Nel caso per esempio di un autopsia ad un cadavere sconosciuto, un piccolo segno sul corpo può significare il modo per riconoscerlo e dargli il nome. Nel caso della letteratura potrei immaginare un segno poetico distintivo come fosse il gruppo sanguigno di appartenenza. La vista di un immagine lontana è più sfocata se è più lontana. Esperienza ottica che facciamo ogni giorno. Ma l assegnazione di un contorno alle cose, di un nome al particolare non vuol dire raggiungere la verità. Il problema è soltanto tuo. Temi sempre di non essere creduta vera, di non avere quella prova indispensabile che pensi sia insita alla verità stessa. Vai cercando a destra e a manca ipotesi e strumenti che la dimostrino. Per quanto mi riguarda la verità non contiene nulla. È come la carta assorbente che ai tuoi tempi serviva ad asciugare l inchiostro in più sulla pagina. La verità rende evidente la scrittura. Io ti parlo della verità drammaturgica che non è in relazione al concetto opposto di falso, cosa che può competere al personaggio. Ma è in relazione alla distanza che c è tra chi guarda (l autore) e l immagine lontana che si vuole identificare. Non c è morale in tutto questo, quindi nessuna vergogna Lina Prosa 25

27 per l oblio o per altri sentimenti. È vero che la questione morale non è della letteratura ma spesso è di chi ci naviga dentro. Non tutti gli uomini che portano il marchio del naufrago sono dei naufraghi nell intimo (queste parole, inizialmente, mi erano rimaste oscure). Io non sono una storia. La mia vita non è cominciata tra le onde. Prima dell acqua c era una vita... tutto ciò fa parte di una storia che vorrei poter scegliere di non raccontare. Se tutta la mia vita sta diventando una storia, a me che cosa resta più nulla di mio? Chi mi dà voce? Sono anch io un fantasma? A quale ordine appartengo? E tu: chi sei? La condizione del mio tempo è oggi ben rappresentata dal naufragio. Il naufragio è di per sé un creatore di luoghi dell anima, prova ne è l isola di Lampedusa, diventata quel luogo in cui il mondo intero oggi si riconosce, un nucleo narrativo capace di narrare il presente. Ciò vuol dire che il mondo oggi è abitato da naufraghi che non sono mai naufragati, perché l esperienza dei pochi è diventata metafora per i più. Il paradosso è che i pochi sono percepiti come nemici e rifiutati perché portatori di paure e minacce, cosa che mi fa pensare al riflesso dell acqua spesso interpretato come un corpo estraneo all acqua stessa. In fondo tu che dovresti fare parte dei pochi, se è vero che sei naufragata, non vivi la stessa condizione del dramma dei naufraghi di oggi. Non sei una vittima del mio tempo. In fondo sei una borghese inglese e il naufragio, seppure motivato da nobile amore materno, ti ha portata sulla strada del colonialismo, che oggi è causa ritardata del fenomeno del genocidio contemporaneo. Con ciò non ti rimprovero nulla ma la conclusione è diversa sul piano della riflessione in questo dialogo: tu fai una differenza tra la tua storia di naufraga e la vita antecedente credendo che la seconda ti appartiene o vuoi che ti appartenga perché credi che la parte di te raccontata non è più controllata da te. Come puoi pensare che nella vita ci sia un prima e un dopo? L acqua di cui tu parli come confine tra le due parti potrebbe essere invece il ponte tra ciò che sei e ciò che vorresti essere. Io non so se sei un personaggio letterario e ambisci ad un corpo reale, oppure sei un corpo reale e vorresti essere un personaggio. Cerca di chiarire a te stessa quello che sei, perché in questo modo regali molta materia soggettiva al tuo autore. Chi sono io? Un naufrago del mio tempo. Non posso soccorrerti. Ciò che è avvenuto è stato già scritto. La distanza tra me e te è drammaturgia, il luogo del tuo pianto. 26 Lina Prosa

28 La mia storia dice il vero, ma come può ottenere la consistenza del vero? Per dire la verità in tutta la sua consistenza è necessaria la quiete, una sedia comoda lontana da ogni distrazione e una finestra cui indugiare a guardare; e poi il talento di vedere onde quando si hanno davanti agli occhi i campi, di sentire il sole dei tropici quando fa freddo; e di avere sulla punta delle dita le parole con cui catturare la visione prima che dilegui? Finalmente hai trovato un antidoto contro le tue paure le parole con cui catturare la visione prima che dilegui. Comunque anche qui ti dimostri una borghese (garantita, al sicuro, riparata ) pensando che il talento stia nel reinventare la realtà da una posizione comoda. In ogni storia c è un silenzio, uno scorcio celato, una parola non detta, credo. Finché non si dice il non detto, come si giunge al cuore della storia? Per me la parola non serve a dire qualcosa, a dare senso logico, ma a produrre proprio il non detto. Come? Facendo di sé una stratificazione da scavare, chiedendo un impegno d archeologo. La parola non è mai quello che dice, o meglio non ha qualità da dizionario nella creazione poetica. Si sposta continuamente altrove; ha qualità di naufraga, proiettata com è a creare nuove connessioni, nuovi spazi emotivi, a traumatizzare la sintassi e il linguaggio. L opera nasce da un trauma da naufragio i lettori, gli spettatori, i critici, servono a tranquillizzarla, a renderla umanamente amabile. Con questa tua domanda sento chiamate in causa proprio la mia poetica, la qualità politica delle mie idee, la mia modalità creativa. Qui pongo la differenza tra una storia che è trattata per la scena e una storia nella forma del romanzo. A differenza del romanziere, io ho un corpo da tenere in considerazione, quello dell attore. Anche se non è seduto al mio tavolo. La scrittura istituisce la sua mancanza, si compie come attesa e desiderio del suo corpo. La parola del testo è all origine una chiamata nel deserto. Il rito della scena la sostituisce, la compensa e la trasforma. Allora? Lo spettatore dovrà partecipare al naufragio sia che riguardi direttamente una storia di naufragio, sia che riguardi una messa in scena dall andamento naufragante. Se sul palcoscenico c è la parola, in platea c è il silenzio, tutto il non detto, lo spazio della breccia poetica. Tu pensi che alla fine dello scavo si trovi il cuore della storia? No, la storia è lo scavo stesso. Il suo cuore è là dove ognuno cerca. Lina Prosa 27

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30 Mappe di Naufragi Dialoghi

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32 ubīque naufragium est * Dialogo con Mario Negri Terrore antico del mare, in ogni tempo e a ogni latitudine. Spazio della precarietà. Ricordo che Jean Delumeau nel capitolo La paura del mare, del suo insuperato La peur à l Occident, ricordava come le case secolari costruite sulla riva delle isole greche avessero finestre aperte sull interno «Terribile è morire fra le onde / terribile è trovare sventura fra le / onde del mare / terribile». Così, ripetendo per tre volte deinon «terribile» fra i vv. 687 e 693 delle Opere e i giorni, Esiodo il più modesto dei marinai: «mai, infatti, ho navigato l ampio mare se non in Eubea, da Aulide a Calcide», vv ci dice del terrore antico del mare. Tanto meno comprensibile agli occhi nostri se si considera che si tratta in effetti di una traversata di meno di 1 miglio, in acque protette. E, a rileggere l Odissea, il primo grande romanzo marino della letteratura occidentale, e canone del genere, a partire dalle Argonautiche e dalle parti marine dell Eneide, appare chiaro il rapporto difficile ma necessario di un uomo del Mediterraneo antico con il mare. È la stessa paura che suggerisce a Lucrezio il celebre attacco del proemio al libro II (Nat. ii, 1-4): «suave, mari magno turbantibus aequora ventis» (: e la «lena affannata» di Dante in Inf., I, 22-4). Dal mare di Omero, compagno di una vita dello studioso di antichità egee, al mare greco solcato da Mario Negri al timone della sua moderna Jeanneau. Chi ha avuta come scrisse Nikos Kazantzakis la ventura di «veleggiare, prima di morire, sul mare Egeo» e ha paragonate le sue espe- * «A ben fare i calcoli, da ogni parte c è un naufragio», Petronio, Satyricon, tr. Andrea Aragosti, Rizzoli Mario Negri 31

33 rienze marine al racconto di Omero, non può che prendere atto dell apparente dilatazione delle avventure narrate nell Odissea. Frutto inutile dirlo della potenza del canto Certo, il capo Malea può essere insidioso, sotto un meltemi forte, che rende difficile risalirlo tenendolo sulla sinistra, per trovare riparo lungo la costa del Pelopponeso: ed è questa la comune sorte di Odisseo (Od., IX, 80-81) e di Menelao (Od., III, ); e l Athos tanto temibile ancora ai tempi di Serse: Erodoto, VI, 44, 95; VII, 22, 37, 122 può far trovare «mare corto e ripido» (che peraltro è quello tipico dell Egeo sotto il meltemi) a chi si azzardi a doppiarlo. Certo, se Trasparenze mi chiede quanto di questo terrore vada ascritto a insidie reali e quanto a blocchi culturali non potrò che ribadire quel che mi suggerisce la mia pur modesta esperienza di mare. L Egeo non è un mare pericoloso, ricco com è di ridossi e, almeno d estate (la breve stagione «navigabile» del mondo antico), benedetto da un vento costante. E se dell Athos non ho esperienza diretta, mi è occorso di traversare con meltemi forte (raffiche fino a 50 nodi) da Milo a Monenvassià, con il capo Malea sulla sinistra (e non nego di aver pensato a Odisseo e a Menelao). Un altro punto critico da scapolare, sempre sotto meltemi fresco/forte, è il capo Sideros, all estremo NE di Creta, per chi proviene da Rodi (rendendo più agevole assecondare il vento e riparare a Zakro, come aveva intuito F. Halbherr scrivendone a Evans alla fine di due secoli fa). E se non indulgo troppo ai ricordi, non posso dimenticare che, tanti anni fa a Rodi, un illustre musicista italiano, lì fermo, almeno a suo dire, da anni e per anni, ci aveva detto: «troverete un vento terribile, non riuscirete mai a lasciare Rodi» ; ma forse a trattenerlo lì era più che il vento il genius loci di Rodi. Dalla navigazione al naufragio, suo esito spesso fatale In effetti, il naufragio è sempre all agguato di questi «mediocri marinai» di cui dice giustamente Janni titolando Grandi guerrieri, mediocri marinai un paragrafo del suo bel libro Il mare degli antichi (Bari, Dedalo, 1996) che si avventurano, non certo per piacere, sul mare «color del vino». E sono proprio due naufragi a cadenzare il complesso intersecarsi di piani narrativi del racconto dell Odissea. Nel V canto il primo in cui appare non per relata il protagonista del poema Odisseo, costruita con l aiuto di Calipso una zattera traduzione imprecisa ma consolidata del greco skhedie, traversa da Ovest a Est il Mediter- 32 Mario Negri

34 raneo, inaugurando la prima navigazione astronomica della nostra storia. Ma vorrei qui farmi da parte e lasciare che sia Omero a parlare: «Guardando le Pleiadi, Boote che tardi tramonta, / e l Orsa che chiamano anche con il nome di Carro, che ruota in un punto e spia Orione: / è la sola esclusa dai lavacri di Oceano. / Gli aveva ingiunto Calipso, chiara fra le dee, / di far rotta avendola a manca», V, vv ). Ma giunto quasi alla mèta, lo coglie una tempesta: «spinse insieme le nuvole, agitò il mare / levando con le mani il tridente: aizzò tutti i turbini / d ogni sorta di venti, con le nubi ravvolse / e terra e mare. Dal cielo era sorta la notte. / Euro, Noto, Zefiro violento, Borea nato dall etere / s avventarono insieme, voltolando gran flutto. / Allora si sciolsero a Odisseo le ginocchia e il cuore, [ ]. [Finché] l investì un gran flutto, dall alto, / con impeto terrificante e fece ruotare la zattera. / Lontano dalla zattera cadde, dalle mani / lasciò andare il timone: l albero glielo ruppe a metà / un turbine di venti diversi sopraggiunto terribile, / vela e antenna caddero in mare, lontano. / A lungo lo tenne sommerso; non poté / riemergere presto, per la furia del grande maroso: / lo appesantivano i panni che gli diede la chiara Calipso. / Finalmente riemerse, dalla bocca sputò l acre acqua / salata che copiosa gli grondava dal capo. / Ma neppure così, benché affranto, dimenticò la sua barca (Od., V, : trad. di A. Privitera). Odisseo: il naufragio durante il viaggio di ritorno, la deviazione dalla rotta e poi l indugio in una terra ignota, il conseguente incontro nell altrove con abitatori sconosciuti, e infine il nostos il ritorno a chiudere il cerchio. Un classico caso nel quale la sovrabbondanza delle interpretazioni ha come stretto d assedio il testo. Per dirla con Levinas di L humanisme de l autre homme: «La réflexion sur la signification culturelle amène à un pluralisme auquel manque un sens unique». Proseguendo: «L ambivalence des significations atteste une désorientation». Suggerendo a lui una illazione che presumo non ti convincerà: «L itinéraire de la philosophie reste celui d Ulysse dont l aventure dans le monde n a été qu un retour à son île natale une complaisance dans le Même, une méconnaissance de l Autre». Il vero passaggio o trapasso di Odisseo determinato dalla tempesta e dal naufragio è a parer mio dall irreale al reale, con l approdo a una «terra di mezzo», immaginaria ma possibile. Sarà poi una nave velocissima dei Feaci a (ri)portarlo definitivamente nel nostro mondo, naturalmente addormentato: «Così veloce correndo, essa tagliava le Mario Negri 33

35 onde del mare / portando l uomo che aveva pensieri come gli dei, / colui che tanti dolori aveva sofferto nell animo suo / traversando le guerre degli uomini e gli aspri marosi. / Ma allora dormiva sereno, immemore dei mali sofferti (Od., XIII, vv ). Il racconto del «ritorno» nel nostro mondo precede, nella complessa struttura narrativa dell Odissea, quello simmetrico dell ultima tappa del viaggio nell irreale. Che pure è l esito di un naufragio: «Lasciai mani e piedi dall alto, con un tonfo / in acqua piombai accanto ai lunghissimi legni, / e su di essi sedendomi mi misi con le mani a remare / Per nove giorni fui trascinato: alla decima notte / gli dei mi gettarono sull isola Ogigia (Od., XII, vv ). Questi passi e in particolare quello splendido del v canto divengono un canone, e non vi si sottrae Virgilio: «Haec ubi dicta, cavum conversa cuspide montem / Impulit in latus; ac venti velut agmine facto / Qua data porta, ruunt et terras turbine perflant. / Incubuere maritotumque e sedibus imis / Una Eurusque Notusque ruunt creberque procellis / Africus et vastos volvunt ad litora fluctus... / Extemplo Aeneae solvuntur frigore membra...» (Aen. I, 81-92). Forse per mio limite, ma non mi riesce di vedervi altri sensi riposti Omero e Virgilio. Greci e Romani, appunto. In copertina del suo recente Homo sum, (sottotitolo Essere umani nel mondo antico) Maurizio Bettini si chiede se «il senso di umanità di Greci e Romani non fosse migliore del nostro». Con la chiosa: «Nel medesimo luogo ove Enea fu soccorso da Didone, ai naufraghi diretti verso le nostre coste vengono negati gli approdi». Il libro in effetti è anche una minuta rassegna dei gesti nei quali la classicità ha cifrato la compassione per l altro. Con l annessa condanna del cinismo di chi oggi nega un porto a chi combatte su zattere e canotti con i flutti. Ho letto Bettini e ho trovata sconcertante l operazione di interpretare vicende dei nostri tempi attraverso parallelismi con altre, di mondi almeno per chi viene da una scuola profondamente storicistica, com era quella in cui ho studiato da ogni punto di vista incomparabili (forse Bettini direbbe: «ma la comparabilità sta nella comune appartenenza alla specie umana»). Proporlo se bene intendo quanto scrive è, a un tempo, e naturalmente per quel che vale il mio giudizio, fuorviante e, che è peggio, terribilmente banale. Riconosciuta una trasversale (o comune) vocazione alla humanitas degli antichi (con tutti i limiti che si possono ben intuire) declinata nella maledi- 34 Mario Negri

36 zione di chi nega fuoco o acqua a chi ne faccia richiesta, sepoltura al corpo senza vita, ragguagli a chi abbia smarrita la via (ecc. ecc., pp. 51 e ss.), Bettini traccia una netta linea di discrimine tra la vocazione all accoglienza (tra l «apertura», l hospitium) dei latini e il culto dell «autochthonía» degli Ateniesi e dei greci in genere, «un modello scrive che evoca non apertura ma chiusura» (p. 121 e ss.). Quanto ai primi, suggestivo il rito fondativo dell Urbe narrato da Plutarco che vede ogni membro dell asylum gettare una «zolla della terra patria» nel mundus, in modo da determinare una combinazione «in un unico suolo della terra d origine e di quella cittadina» Volendo seguire queste piste di ricerca, nell antinomia buoni ( inclusivi, Romani); cattivi (non inclusivi, identitari, Greci) manca un terzo e fondamentale argomento, cioè l età alessandrina, che ha costituito la più straordinaria esperienza di sincretismo culturale del mondo antico (e non solo). Ma Alessandro non nativamente grecofono ma, culturalmente, profondamente greco / grecizzato / grecofilo quella cultura ha diffuso nel mondo. Ma, per tornare al tema che sta a cuore a Trasparenze, mi rendo conto di aver privilegiato, per mia vocazione marinara, l aspetto nautico del naufragio piuttosto che il bussare alla porta di qualcuno che l evento stesso in qualche modo obbliga se non ad accogliere almeno a reagire alla provocazione. Da questo punto di vista non c è dubbio che i naufragi di Odisseo e di Enea svolgano nel racconto funzioni parallele. Per incidens, mi sono sempre chiesto come mai Virgilio (e ovviamente la tradizione romana che lo precede) abbia proprio scelto Enea come eroe fondativo e immaginato questa via marina. Ricordo che molti anni fa, si era sostenuta la tesi dell appropriazione di un mito fondativo etrusco, la cui provenienza orientale continuo a ritenere più che evidente. D altro canto, la più probabile via di ingresso di genti indeuropee, linguisticamente affini ai romani cioè i paleoveneti è quella attraverso le Alpi Orientali. Che Antenore sia stato sostituito da Enea? (Liv. I). Ma anche le dissimetrie funzionali sono evidenti. La porta a cui bussa Odisseo dopo il suo naufragio è ripeto quella del ritorno al mondo reale (che si compirà, però, solo con il «sonno di trapasso» del canto XIII, vv ). Quella di Enea è un utile tappa di un disegno interno alla teleologia della Storia. Forse potrebbero saldarsi con il nostro tema fra chi, naufrago, approda però poi alla sua terra lato sensu e chi giunge invece in terra straniera le vicende dei nomi per straniero e per nemico nella più antica lingua di Roma (hostis, hospes, perduellis). Que- Mario Negri 35

37 sto trapasso semantico da «straniero» a «nemico» sembrerebbe contrastare con la visione accogliente di Bettini. Accoglienza accordata, accoglienza negata. Nell antichità come ai giorni nostri. Con discriminanti che derivano anche dalla nozione che gli accoglienti hanno dei richiedenti asilo Un caso interessante da questo punto di vista può vedersi nell accoglienza negata all equipaggio della Andrea Doria dopo il suo naufragio al largo dell isola di Nantucket il 25 luglio 1956 in terra americana (F. Pozzo, Assolvete l Andrea Doria, Longanesi 2006). È un libro che mi ha fatto rabbrividire, soprattutto quando vi ho letto che l Andrea Doria quella notte procedeva a una velocità di poco inferiore alla massima, in presenza di nebbia (p. 111) e che la collisione avvenne sul fianco dritto. Ma non credo che alla base della disparità di accoglienza da parte degli Stati Uniti (o meglio, di certa opinione pubblica americana) fra i nostri marinai e quelli scandinavi stessero delle considerazioni oggettive, quanto piuttosto una diffusa disistima verso le virtù eroiche del nostro popolo. Non riesco a trovare la citazione, ma un qualche generale inglese avrebbe dichiarato «di non sapere chi vincerà la terza guerra mondiale, ma che sicuramente la perderà chi avrà per alleati gli Italiani». Sarà fuori moda ma da marinaio dilettante e da italiano a tempo pieno tutto questo profondamente mi rattrista. 36 Mario Negri

38 de tam magna nave ne tabulam quidem naufragus habes * Dialogo con Ernesto Franco Riferisce Andrés de Tapia, tra i protagonisti-cronisti della conquista del Messico: «E il giorno dopo [ ] vede[ndo] una canoa (ché questo è il nome che gli indigeni dànno ai lor natanti) solcare i flutti [ ] la prua rivolta a terra, sbarcammo e strisciammo lungo la costa senza dar nell occhio e giungemmo nel tratto al quale era diretta la canoa. Ne vedemmo discendere tre uomini nudi, solo coperte le vergogne, legati i capelli all indietro al modo come usan acconciarsi le donne, impugnando archi e frecce. Con ampi gesti ci demmo a rincuorarli, che non avessero paura, e uno di loro si fece avanti [ ] e ci venne incontro, dicendo nella nostra lingua castigliana: Signori, siete voi cristiani e, nel caso, sudditi di qual sovrano? Assentimmo, aggiungendo come fossimo vassalli del re di Castiglia. Al che quegli molto si rallegrò e ci supplicò rendessimo grazie a Dio; lo stesso fece lui tra un fiume di lacrime. [Quindi] tutti ci avviammo alla volta dell accampamento [ ]. Cammin facendo ci raccontò come dieci anni innanzi, imbarcato su un vascello veleggiante su non ricordava qual tratto di mare ma certo salpato dall isola di Santo Domingo e diretto a Terra Ferma, verso Las Perlas s aprì il fasciame e tredici uomini della sua compagnia trovarono scampo su una zattera e issarono come poterono una vela e corsero per la rotta decisa dal vento. La nave affondò trascinando seco i più, e loro soltanto vennero da Dio preservati e condotti in quella terra. Quanto a lui, riferì come avesse cercato di servire un signore indio suo padrone, e come un altro spagnolo avesse preso per moglie una signora india, ché tutti gli altri erano stati uccisi dai nativi. Né mancò di aggiugere che a lui molto spiaceva che quel suo compagno * «Di una nave tanto grande, dopo il naufragio non hai neppure una tavola», Petronio, Satyricon, cit. Ernesto Franco 37

39 [Gonzalo Guerrero] non volesse in nessun caso tornare, nonostante le volte che avevano discusso della questione, accampando che aveva forati il naso e le orecchie, e dipinto il volto e le mani. Per il qual motivo non rispose ai suoi richiami». È una storia emblematica. La peripezia del naufrago vi è descritta in ogni particolare Già, il brano che hai citato rappresenta una vicenda tipica. Il naufragio, la traumatica espulsione dal corpo di spedizione, la solitudine in un ambiente ostile, la lotta per la sopravvivenza. Che nel caso coincide con un processo di integrazione ai gruppi che l accolgono. Con alcune conseguenze: la regressione dalla cultura alla natura; il passaggio dal cotto al crudo, da complesse architetture gerarchiche al grado zero sociale. Una storia, quella dei naufraghi, che sarebbe fatalmente condannata all oblio, non fosse per il fatto che le strade del di - sperso tornano a incrociare la civiltà. Vuoi nel caso che un corpo di spedizione ulteriore lo riscatti dalla barbarie e lo reincorpori nell universo civilizzato. Vuoi che egli stesso sappia sovrapporre alla sua erranza una vettorialità che lo riconduca allo spazio ispanizzato (è il caso di Álvar Núñez Cabeza de Vaca del quale si parlerà altrove in questo stesso numero). Dal punto di vista del racconto, questa è la precondizione perché la peripezia del naufrago ricuperato entri in una cronaca posteriore, che lo ingloberà come terza persona, cui conferire una funzione propria e di primissimo rilievo Già e questo comporta una serie di conseguenze. In primis, l attenuazione dello scorno. Certo, il trauma rimane. Ma il suo segno vien come ribaltato dall apporto che il protagonista darà alle succssive imprese di conquista. Conseguentemente l esperienza in partibus infidelium passa in subordine, soppiantata e oscurata dalla minuta rassegna dei servigi prestati. Nel caso presente, non c è crónica della conquista di Cortés nella quale non si esalti la parte di Jerónimo, insieme con Malintzin, doña Marina figlia di mercanti del centro dell altopiano ceduta alle popolazioni mesoamericane, e poi amante del Conquistador e madre di suo figlio nella qualità e funzione di interprete o lengua. Nel xxxvii capítulo della Historia verdadera de la Conquista de México, Bernal Díaz del Castillo riassume il dispositivo nei termini che seguono: «doña Marina conosceva la lingua di Guacacualco, che è quella 38 Ernesto Franco

40 parlata in Messico e quella di Tabasco, così come Aguilar conosceva quella di Yucatán e Talasco, che è poi la stessa; si capivano pertanto perfettamente, e Jerónimo traduceva tutto in castigliano a Cortés». Concludendo: e quello «fue gran principio, para nuestra conquista» (32 a/b). Torniamo al ricupero del naufrago, al suo riconoscimento. E alla risposta contraria che i due protagonisti della nostra vicenda dànno al richiamo dell Istituzione. Partiamo come si conviene dal racconto del cronista. Una nave (delle cinque allestite per la spedizione) incrocia una canoa, con tre uomini a bordo. Dopo gli approcci consueti, il naufrago entra in scena. Quella che si rappresenta è una agnizione in piena regola. Così ne riferisce il padre Las Casas: «Lo portarono a Cortés che lo ricevette con grande allegria e tutti molto si rallegrarono, per quanto spaventati di vederlo nudo come indio e il corpo bruciato dal sole, ché non fosse stato per la barba non v era modo di dirlo indio o cristiano». Il corpo di Jerónimo, profondamente trasformato, si pone come ineludibile prova e testimonianza delle peripezie nello spazio «altro». Quasi per un riflesso condizionato, il testo si mobilita per attenuarne il carattere probatorio ed eversivo. Al sospetto di un cedimento alla cultura aliena, i cronisti oppongono un finalismo a carattere redentivo. Annota Fernández de Oviedo, com egli «avesse risieduto in quella costa e solitudine al fine di salvare e soccorrere i cristiani che fossero transitati per quei paraggi». Anticipando, et pour cause, quanto Aguilar s appresta a fare. Non prima peraltro d aver rassicurato gli interlocutori sulla sua persistente ispanità. Non per caso esordisce con un: «Señores, sois cristianos?». Per declinare poi la propria genealogia, recitare le preghiere, declamare il Credo. Rivelatosi spagnolo e buon cristiano, può venir «rivestito» degli abiti di spagnolo. Pedaggio per venir riaccolto nel corpo di spedizione e, di conseguenza, nei testi cronachistici che lo riassegneranno all onor del mondo e della memoria. Vestirsi, rivestirsi come rito di accoglimento, opzione per la civiltà. Sì. Solo una volta indossato l abito di «civilizzato», al sopravvissuto è accordato il diritto di raccontare la sua storia. Riferita con una scoperta intenzione: ridurre al minimo quanto possa apparire sospetto e Ernesto Franco 39

41 dilatare o enfatizzare ciò che concerne l identità del «sé» di prima del naufragio. Magari usando i riferimenti al proprio contrario, a Gonzalo Guerrero renitente al reintegro nella civiltà, come aggiuntivo tributo alla propria diritta e commendevole intenzione. Per l appunto, il racconto dispiegandosi si articola. Non di un solo naufrago si è trattato. Aguilar conduce seco Gonzalo Guerrero. Giusto lui, reprobo l altro. Chi accetta di reintegrarsi, e chi rifiuta. «Ma lui non volle [venire], credo per vergogna, per il fatto d avere forato il naso, bucherellate le orecchie, dipinto il volto e le mani secondo il costume di quella terra e gente» (Gómara, 304). A ben vedere, ciò che aggioga Guerrero all universo estraneo è l ultimo legame culturale con quello civilizzato: la vergogna. È in forza di questo sentimento residuo (oltreché del peso dei suoi affetti familiari) che si professa indegno del ritorno. La sua risposta al richiamo dell Istituzione è affidata al rovescio della convocazione che gli fa recapitare il comandante della spedizione. Guerrero, riconosciuta l autorità divina e reale, si rifiuta di rassegnare le armi, di cederle, piuttosto vergandovi una dichiarazione di guerra senza quartiere. Si tratta di una radicale scelta di campo, di un tradimento in piena regola. Di qui in avanti, le cronache registreranno un azione di sistematico fiancheggiamento delle tribù nella loro guerriglia contro il contingente reale. Guerreo diverrà consigliere militare. Suggerirà come confondere l esercito spagnolo, disporsi in battaglia, dipingersi il corpo per sfuggire al fuoco nemico, li ragguaglierà sui suoi punti di forza e di debolezza. Farà di tutto per salvaguardare quello che, ormai, è il suo popolo. La sua scrittura, generata fuori dall istituzione, veicola inganno e falsità. Oltre Aguilar e Guerrero, Álvar Núñez Cabeza de Vaca (sul cui caso Trasparenze interpellerà Daniela Carpani), per finire con Pedro Serrano. La sua vicenda di naufrago tra le secche e i bassi fondali delle Antille meridionali ci viene narrata da Garcilaso de la Vega el Inca nei capitoli vii e ss. del primo libro dei Comentarios. In calce vi è dichiarata la fonte orale, Garci Sánchez de Figueroa, che dichiara il meticcio conobbe personalmente l eroe. Sennonché, una versione consimile dell accadimento troviamo nel libro l (ultimo della Historia general y natural de las Indias di Gonzalo Fernández de Oviedo, integralmente dedicato a storie di naufragio). A Luigi Avonto (Un Robinson Crusoe genovese del Cinquecento in Oviedo e Garcilaso El Inca, in 40 Ernesto Franco

42 Annali di italianistica, 10 (1992), dobbiamo la proposta di un plausibile archetipo. Si tratta della vicenda di un tale Juan Bautista genovese, naufragato nell isola Serrana (la stessa di Pedro), raggiunto da un suo pari veneziano Un Robinson nato e cresciuto nelle nostre valli, insomma Il titolo è Relación de lo que hizo maestre Juan en los ocho años que estuvo en la ysla de la Serrana (in Archivo general de Indias), Patronato 18, datato «año 1537 que vino...» come a dire in cui tornò in Spagna. Prima di proseguire, mi si consenta un breve cenno a Cabeza de Vaca. La sua vicenda coincide in esordio con quella di Aguilar e Guerrero. Per distanziarsene in seguito. Per due ragioni, sostanzialmente. La prima, Álvar Núñez passa dalla sussidiarietà al protagonismo. In che senso? Nel senso che non si limita a star nelle retrovie, a farsi usare come interprete, strumento nelle mani dell eroe. Egli balza prepotentemente al proscenio, recita tutte le parti in commedia. Lui e solo lui è il perno intorno al quale gira il racconto. In seconda battuta, Álvar Núñez passa dalla terza alla prima persona. Titolare indiscusso della storia, lo è anche del racconto. Nessuno lo racconta «da fuori». Solo, raccoglie frammenti della sua vicenda in brandelli d appunti, per ricongiungerli e dar loro la dignità del racconto Serrano porta a compimento questo processo. Quello costruito sulle sue misure è racconto puro, che basta a se stesso. Serrano è naufrago a secas. Non interprete e mediatore come Aguilar, non censore di pessimi colonizzatori ed esempio edificante come Cabeza de Vaca. Né lo sfiora alcuna velleità di convertirsi in tradesman, mercante, lord and king della sua isola, come accadrà a Robinson. A lui basta essere quello che è. Similmente alla pagina che lo ritrae non si chiedono supplementi di senso. Le è sufficiente accreditarsi riflesso di una avventura d eccezione, tale da provocare ammirazione, sorpresa, stupore. Per questa via, la cronaca cambia pelle, evolve a romanzo. Consideriamo insieme la coppia ritrovamento / riconoscimento, agnizione. Nella crónica canonica, a venirvi implicati erano naufrago e istituzione (il corpo di spedizione che lo avrebbe riscattato). Previa cancellazione dei segni di salvajismo contratti durante la permanenza in terra barbara, certificazione della sua persistente identità di cristiano. Una sorta di esame di riamissione nel corpo mistico dell ispanità. Da vidimarsi nella riaffermata disponibilità ad adoprarsi al successo della comune missione civilizzatrice. Ora l incontro e l agnizione conseguente si consumano fra due naufraghi. Specchio, copia l uno dell altro. A nessuno è così con- Ernesto Franco 41

43 sentito ergersi a giudice, pretendere palinodie, ritrattazioni. Così ne dice il testo di Garcilaso: «Come si videro l un l altro, non si saprebbe dire chi ne fu più sorpreso. Si figurò Serrano trattarsi del demonio che veniva sotto le sembianze di uomo per indurlo in tentazione. E lo stesso congetturò l altro, al veder Serrano farglisi incontro, inverosimilmente coperto di peli e barba e capelli. E l uno fuggì dall altro. Fino a che Serrano proruppe: Gesù Gesù mio, liberami, Signore, liberami dal demonio! All udir queste parole si riconfortò l altro: Fratello non fuggite che sono cristiano par vostro, e affinché non ne dubitasse, si diede a declamare a piena voce il Credo. E fu così che Pedro Serrano gli si fece incontro e teneramente l abbracciò tra fiumi di lacrime e gemiti, specchiandosi nella sua figura, dall abisso della comune sventura, smarrita ormai ogni speranza di salvezza». Lo ripeto. A nessuno dei due superstiti si richiede alcunché. Certo, non al secondo naufrago (quello che nel prototesto era il veneziano compagno di Juan Bautista) che muore a pochi giorni di navigazione dal suo fortunoso riscatto. Ma neppure a Pedro Serrano che corona il sogno del ritorno approdando in Spagna, subito guadagnando la Germania per giungere al cospetto del Sovrano («e furono alcuni signori e principali cavalieri, [all atto di vedere la sua figura], a sovvenzionarne il trasferimento»). È a questo punto, nello spazio della patria riconquistata, che il racconto amplifica a dismisura la distanza che lo separa dal corpus delle cronache americane (con i loro vincoli e rigidità ineludibili), per svelare la sua purissima essenza letteraria. Nulla si richiede a Pedro, se non di mostrarsi per quel che è (diventato). Di esibire «la folta capigliatura che gli era cresciuta a dismisura come prova del suo naufragio e di quello che gli era capitato». In altri termini, l avventura vale per sé. Per il suo potere di fascinazione. E il corpo deve mantenere intatti i suoi stigmi, in quanto prova vivente dell autenticità del fatto memorabile. Corpo spettacolo, da esibirsi in fiera, suscettibile addirittura di monetizzazione. Serrano come «monstrum»: «Per tutti i paesi per i quali transitava (semmai avesse voluto esibirsi) avrebbe guadagnato molto denaro». Né si sottrae al gioco lo stesso sovrano, il quale «una volta vìstolo e udìtolo, gli fece mercede di quattromila pesos di rendita, che valgono quanto in Perú mille ottocento ducati». E poco importa se Serrano «tornando verso la sua dimora per goderne, morì a Panama senza esser riuscito a entrarne in possesso». 42 Ernesto Franco

44 naufragium sibi quisque facit * Dialogo con Daniela Carpani Poi si apre una nuova stagione. Malvolentieri, certo; ma navigare bisogna. E si naviga, su scala sempre maggiore. Sfidando interdetti e riserve ideologici. È un passaggio epocale che accompagna il transito alla modernità, toccando il suo apice nella stagione delle grandi scoperte. Inopinatamente, a guidare la danza due stati collocati all estremo Occidente europeo. Passi per il Portogallo, striscia di terra affacciata sull Atlantico, terra di mercanti, navigatori, cacciatori di balene. Ma la Castiglia? Partiamo dal Portogallo, «isola in mezzo all Oceano, patria di amori tristi e grandi naufragi», per dirla con l Unamuno di Por tierras de Portugal y de España. Tutto congiurava a che s intestasse le avventure africana prima e americana poi. Un rapporto con il mare di antichissima data, temprato nelle acque del nord, nelle grandi battute di pesca, nel sapiente uso di tradizioni arabe ed ebraiche, nello scambio di informazioni raccolte nei porti atlantici. Una congerie di suggestioni rielaborate e potenziate da Enrico il Navigatore, nella scuola fondata a Sagres. Prima la gestione della tratta degli schiavi; poi, doppiato il Capo di Buona Speranza, l accesso alle rotte orientali per provvedersi delle spezie, una volta preclusa la via delle carovane di terra con la caduta di Costantinopoli nel Da quanto detto, ben s intende come la corona lusitana interpretasse l impresa da un ottica decisamente più commerciale che coloniale. D altra parte, l entroterra africano era off limits ed esorbitante per un piccolo regno poco popolato, e privo delle risorse minime per un progetto di colonizzazione. Non per caso, dop- * «Ciascuno compie un proprio naufragio», Marco Anneo Lucano, Bellum civile, I, 499, tr. Luca Canali, Rizzoli, Milano Daniela Carpani 43

45 piato nel 1434 il Capo Bojador, le spedizioni successive si concentreranno su rapide incursioni per catturare schiavi e spingersi sempre più a Sud, punteggiando la costa dei padrões (cippi visibili a chi naviga sotto costa) che, al di là della loro mera funzione segnaletica, simboleggiano quello che, nove anni più tardi, verrà riconosciuto come diritto esclusivo dei lusitani sul commercio e sulle esplorazioni africane. Altro e per certi versi opposto il caso della Spagna La Spagna, nonostante la secolare tradizione marinara basca e l espansione aragonese a potenziare i traffici mediterranei, arriva all appuntamento del 1492 con schemi mentali e obiettivi completamente diversi. Uscita sfibrata e rinfrancata insieme dalla guerra secolare contro i mori, si affaccia sull Atlantico per una congerie di casualità. Non è solo aneddotica l affannosa ricerca da parte di un oscuro marinaio genovese di una sponda politica per dar corso al suo insensato progetto. Né è trascurabile il fatto che ultima a venir interpellata sia la Spagna. Dopo il Portogallo di João II e dopo i tentativi frustrati del fratello Bartolomeo presso la corte inglese. L udienza decisiva gli verrà concessa quando Colombo sta preparando al convento della Rábida l ennesimo abboccamento con il re di Francia. Né è irrilevante che i Re cattolici estendano alle Indie la ricetta sperimentata con successo entro i confini della penisola: conquistar y poblar. Colombo stesso, integralmente uomo di mare, interpreta alla lettera il volere dei committenti. Alla fine del novembre del 1493 parte la seconda spedizione: 1200 uomini imbarcati. Contadini, artigiani, preti. Animali, piante. Quanto occorre per una incipiente colonia. Che poi l Ammiraglio prosegua nella sua frenetica ricerca di un passaggio verso Oriente è altro discorso. La Spagna ha fatto la sua scelta. Tra tutte le potenze impegnate nella giostra ultramarina, è quella che più assiduamente presidia la frontiera passatista. Di Spagna e Portogallo in effetti si è parlato come di siameses unidos por la espalda (Ignacio Carrión, su El País, 5 gennaio 2002), indissolubilmente uniti e ciononostante condannati ad ignorarsi reciprocamente: due culture prossime ma scarsamente compatibili, quando non agli antipodi. Certo. Lo notava, ancora, Unamuno: «Pur essendo i due paesi vicini ed entrambi isolati in una certa misura dal resto d Europa, non mi 44 Daniela Carpani

46 capacito scriveva come siano rimasti così lontani en lo espiritual» (Unamuno, Por tierras..., p. 14). Pensiamo, per restare in tema, al rapporto con il mare. Non c è cronaca o relazione di viaggio castigliano che non consideri la traversata oceanica parentesi sospesa fra l abbandono della terra e l agognato approdo. O se di mano nobiliare che non esecri la mercatura come flagrante trasgressione del codice morale della casta. In questa prospettiva, navigare «è aver permanentemente sotto gli occhi la morte e non esserne discosti che lo spessore di una tavola legata all altra da pece» (Tomás de Torre, in J.L. Martínez, Pasajeros de Indias, Méjico 1983, p. 249). L elemento sul quale si veleggia è ostile, estraneo («In breve ci fece intendere il mare non esser per nulla sede propizia all uomo»), incostante («per sua natura pazzo, perché cambia ad ogni quarto d ora [ ] e sempre s han da prendere le sue cose alla rovescia, ché quando è in calma trama per apparecchiar tormenta e tra i marosi s industria ad ammannir bonaccia» (Antonio de Guevara, Pasajeros de Indias, p. 229). Un mondo alla rovescia nel quale sono sistematicamente annullate tutte le differenze di condizione e di casta, azzerati gli interdetti culturali, regno pertanto della licenza più sfrenata («È privilegio di galea che a bordo ciascuno abbia la libertà di vivere secondo la legge nella quale è cresciuto: si tratti di sposati, celibi, monaci, frati, chierici, eremiti, cavalieri, scudieri, moriscos, canari, greci, indiani, eretici, mori e giudei. Di modo che senza scrupolo alcuno si compiaceranno i mori di fare ogni venerdì la zalá, e il sabato i giudei la loro barajá», ibi, p. 225). Nessuna regola vi resiste: «È privilegio della galea che il giorno della Santa Pasqua di Cristo, o festa di non importa qual grande santo o domenica, non smettano i vogatori di remare, i passeggeri di giocare, frodare, commettere adulterio, bestemmiare, lavorare o navigare; ché le feste e le pasque in galea non solo non s osservano, ma neppur si sa quando cadono» (ibi, pp ). Tutt altra musica per i portoghesi che sul mare forgiano il carattere austero e malinconico di cui parla Camões. Loro punto di forza, come ricorda fra gli altri Francisco de Almeida, primo vicerè delle Indie portoghesi, è la flotta: «Consti che se V.M. potrà contare sulla forza delle Vostre navi, nessuno potrà disputarvi il commercio delle Indie [ ]. Ma semmai detta forza scemasse, a poco o nulla potranno giovarvi quante fortezze si siano edificate sulla terraferma». Non stupisce che quanto sta oltre la linea del litorale, appaia loro ostile e pericoloso. Scrive ad uso di un suo ammiraglio lo stesso re dom Manoel I: «V in- Daniela Carpani 45

47 giungiamo e ordiniamo che mai, in parte alcuna di quelle alle quali approdaste o scendeste, s addentri la vostra persona a terra; e semmai questo dovesse darsi per sembrarvi la tal cosa necessaria al nostro servizio, lo facciate con ogni precauzione e cautela, di modo che non ve ne possa ridondare inconveniente alcuno, e ciò viceversa facciate applicando tutte quelle misure che si confanno al servizio Nostro e al ragguaglio che ce ne dovrete dare». Tant è che, abbandonato il relitto e intrapresa l erranza, mai ci s allontana dal mare «ché, oltre a sembrarci più familiare e prossimo alle nostre necessità rispetto all arido deserto, ci riforniva di ostriche in grande quantità e mitili che raccoglievamo durante la bassa marea e che ci davano quel poco di conforto cui anelavamo» (História Trágico Marítima: I, p. 80). Quanto allo scheletro «di quella splendida e tanto sfortunata nave», continua a parer loro simbolo del rifugio perduto e della patria lontana: «Che quando l[o] contemplavamo ci sembrava reliquia e immagine della nostra amata terra lontana, rifugio e consolazione da cui era così penoso allontanarsi se non con la morte nel cuore». È il mare, dunque, e non la terra a essere rifugio dal quale traguardare e tratteggiare il profilo della costa traditrice. Fra il XVI e XVII secolo, del resto, ogni famiglia vede uno o due dei propri componenti intraprendere la Carreira verso le Indie rafforzando una talassocrazia che non ha rivali. Ma che presenta un conto assai salato in termini di vite umane Cominciamo col dire che le navigazioni verso l estremo Oriente rappresentano un impresa limite per i tempi. Calcola Pierre Chaunu in La conquista e l esplorazione dei Nuovi Mondi (XVI secolo), Milano 1977, pp. 246 e ss. come il viaggio possa durare fino a 5 anni. Osservando alcune misure di carico al netto del peso fisso calcolato in 850 chili per persona, tra equipaggio, viveri, peso macchine oltre il break even point, ovvero la soglia minima di redditività. Ben oltre le traversate atlantiche, di minor durata e che prevedono all approdo nel Nuovo Mondo un forte alleggerimento del carico. Detto sommariamente delle differenze, ad assimilare le une alle altre il numero dei naufragi e il tributo in vite umane: una percentuale pari al 7% di per le flotte spagnole che raddoppia per i vicini portoghesi. Un fenomeno la cui portata non sfugge al re Alfonso V che nel 1471 licenzia una sorta di decalogo a scongiurare potenziali calamità: potranno far parte della flotta solo quanti «siano esperti di navigazione, del mare e dei venti», così da af- 46 Daniela Carpani

48 frontare l incostanza dei flutti (pronti a far[vi] fronte con la dovuta prestezza e perizia, contando su un equipaggio «che sappia agire senz indugio e al quale non si debbano ripetere gli ordini più e più volte»). Richiami tecnici che ritroviamo nelle coeve disposizioni nelle spagnole Leyes de Indias. Le quali ultime inclinano piuttosto a ribadire nell ordine e nel rispetto dell autorità il solo argine contro il disastro. I naufragi, appunto. Che entrano a pieno titolo nella letteratura portoghese dai Lusiadi fino alla História trágico Marítima di Gomes de Brito. Per quali canali un evento di per sé tragico e fallimentare riesce ad assurgere alle vette dell epica? Nessuno stupore se il mare, anche quando si presenta come un tragico cimitero, resta la cifra identitaria di un popolo. Anzi. In quest ottica il naufragio è vissuto come il pegno da pagare per assecondare una prepotente vocazione collettiva. Inoltre, se è pur vero che anche per i portoghesi sussiste un rapporto di necessità fra «os maravilhosos feitos de mar» e l obbligo di evangelizzare, questo nesso è sottoposto a un progressivo rilasciamento a favore di una visione pragmatica che permea di sé anche le relazioni di naufragio. Così il tema dell incostanza del mare («Ma se le gioie del mondo sono effimere, ancor di più lo sono per i naviganti, ostaggi delle bizze dei marosi e del vento») si compenetra a tal punto con riflessioni strettamente commerciali da trasformarsi in topos letterario, per ricuperare da ultimo l antica valenza nella riflessione sulla cupidigia che allenta i freni inibitori, spingendo i naviganti sempre oltre l osabile. L eccesso del carico (responsabile come ricordava Giulia Lanciani della maggior parte dei naufragi a partire dal XVII secolo ovvero nel massimo dello sfruttamento commerciale della rotta delle spezie) salda inestricabilmente le due componenti. La parola a Manoel de Mesquita Perestrelo, il quale nella Relacão sumária da viagem que fêz Fernão d Álvares Cabral scrive di navi zeppe tanto che le merci superano l altezza dei casseri (História Trágico Marítima, I, pp ), indicando nel groviglio tra le merci disseminate all intorno dalla tempesta (le «molte e odorifere droghe e altre infinità di merci e cose preziose un tempo oggetto di cupidigia e divenute, a causa dell eccesso di carico, causa di morte» e i cadaveri riversati sulle spiagge di «quelle terre così barbare e inospitali») il segno inequivocabile della hybris. Il cronista contemplando dalla tolda di un guscio ormai svuotato del suo carico «le sco- Daniela Carpani 47

49 scese pendici e gli scogli aguzzi di quella così strana e barbara terra» posa da ultimo il suo sguardo sulla spiaggia «coperta di corpi esanimi, in pose tanto deformi e gesti sgraziati» da lasciar immaginare «qual terribile morte li abbia straziati, per di più frammisti a infinite varietà di spezie e preziosi» che lungi dal poter dar loro il minimo conforto li irridono beffardi per esser stati causa della loro morte (Ibi, I: pp ). Torniamo alla Spagna Nessuna attenuazione del nesso sopra richiamato nel caso spagnolo. Nulla attenta alla compattezza del dispositivo di deleghe giusta il quale il Pontefice affida al Sovrano, perché questi a sua volta lo trasferisca all Adelantado, il compito di conquistare ed evangelizzare. Un dispositivo saturo di fatalismo teleologico che quasi non ammette, non contempla il fallimento. Certo, relazioni di naufragio non mancano nella letteratura novomondistica. Gonzalo Fernández de Oviedo dedica a questi luttuosi rapporti un intero libro (il cinquantesimo e ultimo) della sua Historia general y natural de las Indias. Casi di naufragio neppure mancano nei Comentarios dell Inca Garcilaso e in questo numero riprodurremo le straordinarie pagine che l Inca dedica al naufrago Pedro Serrano, oggetto tra l altro dell ultima parte dell intervento di Ernesto Franco e esemplato a detta di Luigi Avonto al caso di Juan Bautista, definito «Robinson genovese»... Detto tutto ciò, resta il fatto che la sola relazione di naufragio castigliana assurta alla categoria di capolavoro è la Relación que dio Álvar Núñez Cabeza de Vaca de lo acaescido en las Yndias en la Armada donde iua por Gobernador Panphilo de Narváez desde el año de veinte y siete hasta el año de treynta y seis que volbió a Sevilla meglio nota come Naufragios. Rapporto sul fallimento della spedizione in Florida capitanata dall imbelle governatore Pánfilo de Narváez, dei ripetuti rovesci del corpo di spedizione e infine dell odissea dell eroe e dei suoi tre compagni attraverso le terre selvagge, dalle foci del Mississippi, fino all estremo nord est del viceregno messicano. Una peripezia solitaria, fuori del mantello di un istituzione malamente rappresentata dalle gerarchie ufficiali e solo riscattata da chi contra viento y marea tiene alto l onore della propria cultura. Raccontandosi, Cabeza de Vaca celebra il suo io come surrogato dello stato. Stila nell auto apologia, l atto di 48 Daniela Carpani

50 denuncia di chi ne ha travisato le intenzioni e avvilito le virtù. Non per caso il germe del disastro è incubato dalla proditoria interruzione della catena trasmissoria del potere (quando, per i naufraghi lusitani, la peregrinazione post naufragio comporta sovente lo scardinamento delle gerarchie e della civiltà: nel caos del São Bento ne dico a titolo di esempio i richiami all ordine di Álvares Cabral vengono irrisi dai suoi sottoposti, i quali «gli rispon[dono] che non osasse così rivolgerci la parola, ché più non ci era capitano né gli dovevamo obbedienza, talché non avremmo tenuto in alcun conto cosa ch egli c ingiungesse», História Trágico Marítima: I, 88). Dopo rovesci in serie (naufragi e scaramucce con i nativi), ormai ridotto il contingente a pochi superstiti in balia delle acque tumultuose del Mississippi, eroe e antieroe a bordo di due imbarcazioni di fortuna intavolano una animata (e nelle condizioni date inverosimile) discussione durante la quale il primo invano richiama Narváez agli obblighi imposti dalla gerarchia e dall esercizio del comando («Io gli risposi, vista la nessuna possibilità di seguirlo ed eseguire i suoi ordini, che mi dicesse ciò che mi ordinava di fare..»). Altro non ricavandone che una rinunciataria professione di neghittosità: «quanto a lui soggiunse che ormai non era più tempo di comandare e obbedire; che ognuno di noi facesse come credeva per salvare la vita; e così dicendo si allontanò con la barca», perdendosi nei flutti insieme con gli uomini imbarcati sul suo natante di fortuna. A lui dunque toccherà essere artefice della salvezza propria e dei tre che l accompagnano attraverso le pianure dei bisonti. Ne uscirà un testo che non potendosi intestare alcuna azione di conquista, sarà tuttavia proteso a testimoniare l eccellenza della propria cultura capitalizzata vuoi nel riscatto dalla condizione di schiavo a mercante, da mercante a sciamano, da sciamano infine a operatore di miracoli, fino a resuscitare i morti, in una sorta di riedizione blasfema della parabola del Cristo, vuoi raddrizzando una conquista che i malos cristianos (avidi, brutali, solo preoccupati di arricchire sulle spalle dei nativi) hanno compromesso: «da quanto detto sopra ben si vede come declama tutte queste genti, per essere mosse a farsi cristiane e ad obbedire alla imperiale maestà debbano essere trattate con cura, cautela e considerazione: ché questo è il cammino retto e ogni altro, no» (Álvar Núñez Cabeza de Vaca, Naufragios, Milano Varese 1984, p. 144). Daniela Carpani 49

51 Tra gli effetti collaterali dell atteggiamento di Álvar Núñez naufrago c è anche una nuova attenzione e un nuovo rapporto con i nativi? In altri termini, il nostro eroe può essere ascritto a una corrente filoindigenistica? Due cose osserverei a questo proposito. La prima: il bisogno dell uomo solitario di socializzare produce l umanizzazione del selvaggio. In seconda battuta, l assenza di testimoni civilizzati che possano garantire canonicamente la verità dei fatti narrati (in un corpus sia detto per inciso dominato dall ossessione della veridicità) obbliga il superstite ad affidarsi al riscontro dei propri dirimpettai. Senza contare che all indio e alla sua cultura il superstite deve far ricorso per non soccombere. Naufraghi portoghesi e spagnoli. Sullo sfondo Robinson (tema sul quale abbiamo interpellato Giuseppe Sertoli). Sia pur con tutte le cautele del caso, è insensato vedere nei diversi comportamenti degli eroi dei relativi naufragi metafore (o mises en abîme) d un difforme rapporto col mare e con i modi di colonizzazione? Sull esemplarità dei modelli di colonizzazione mi consenta una citazione interna, per dir così. In La Spagna dal Cid a Zapatero, uno dei curatori del presente numero di Trasparenze proponeva un suggestivo confronto fra Robinson, campione dell individualismo protoborghese ed esecutore di un programma neocapitalistico di espansione coloniale e Álvar Núñez impegnato a ribadire i capisaldi ideologici di una impresa collettiva, la Conquista, di cui egli è una sorta di sineddoche. «Forse a questo si deve scrive Pier Luigi Crovetto se Cabeza de Vaca è (in quanto mai smarrisce la memoria di quel che è stato), mentre Robinson diviene. Di più prosegue : a lui per essere è sufficiente confermarsi (lasciarsi confermare dalle prove che affronta), mentre Robinson deve farsi in un rapporto dialettico che un contesto ambientale ch egli rimodella a propria immagine e somiglianza, che vuole prolungamento, sponda e riflesso del suo fare» (Roma 2009, pp ). I portoghesi, dal canto loro, confermano una vocazione mercantile (in qualche modo riconducibile al modello dei fondaci genovesi) che di - sdegna come si è detto una sistematica occupazione coloniale per esercitarsi nella gestione di empori, di mercati collettori e distributori di materie prime. Una prospettiva nella quale la nave prolungamento della patria lontana, con tutto quel che implica in termini di nostalgia 50 Daniela Carpani

52 e struggimento resterà presenza reale o virtuale anche nell erranza successiva al naufragio. Se dal mare è giunta l insidia, dal mare e solo da esso dovrà venire la salvezza. Di qui, la ricerca di guadi, di corsi d acqua nella speranza d incrociare velieri intenti a provvedersi della risorsa indispensabile. Di qui il loro impegno a riscattare dal relitto non già quel che permetterà a Robinson di imperfettamente duplicare nell isola deserta l habitat della madrepatria, quanto piuttosto il necessario per rappezzare il guscio disfatto o allestirne uno di fortuna e riprender la rotta. Colpisce nelle relazioni di naufragio lusitane il rilievo dei cravos (chiodi, o pezzi di ferro), non solo utilissimi a garantire la sopravvivenza fra i cafri ostili che li agognano per i loro scambi o baratti («Os negros por acenos [...] lhe disseram que [os] queriam», História Trágico Marítima, I, p. 26), ma pure indispensabili per ogni intervento di restauro Daniela Carpani 51

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54 o insanos, qui se credunt mari * Dialogo con Giuseppe Sertoli Rammenta Blumenberg, come Zenone di Cizio facesse coincidere il suo approdo alla filosofia e il proprio navigarvi senza affanni con il naufragio presso il Pireo e la perdita del carico di porpora fenicia: «solo da naufrago ho viaggiato felicemente per mare» (Naufragio con spettatore, Bologna 1985: 33). Ripudio del mare e dei commerci, dagli antichi fino alle soglie della modernità. Scrive il Tostado, nel Tratado sobre el Eusebio (sec. xv) come la «perversa abitudine di andar per mare» procedette «da grande cupidigia, ché gli uomini vollero navigare per scoprire terre remote e aver con esse tratti di mercatura», lasciando a Diego de Valera Diálogo de la verdadera nobleza l esecrazione di quanti tradendo il loro status «non si peritano d esser mercanti e d usare di uffici ancor più disonesti». È un caso che antonomasia del naufrago-mercante sia Robinson, svezzato nella culla della modernità? Dagli antichi fino alle soglie della modernità si è navigato e trafficato in lungo e in largo, anche se una certa ideologia l ideologia di una certa classe egemone e della cultura che essa esprimeva ripudiava traffici e mercature, per mare non meno che per terra. Quello che cambia con la modernità con una modernità che inizia con la Riforma, secondo la controversa ma tuttora imprescindibile interpretazione di Weber (tanto poco prescindibile che ancora vi si appoggia Franco Moretti nel suo recente [2013] volume The Bourgeois) è la legittimazione etico-culturale di quei traffici e di quelle mercature. In uno degli articoli pubblicati su The Review (il periodico politico-eco- * «Pazzi, quelli che si avventurano in mare», Erasmo, Colloquia, cit. Giuseppe Sertoli 53

55 nomico che fondò diresse e scrisse praticamente da solo fra il 1704 e il 1713), Defoe equiparò la terra al corpo umano, le rotte mercantili alle vene e le merci al sangue. Così come circolando nelle vene il sangue nutre e fa vivere il corpo, allo stesso modo viaggiando sulle rotte del mondo le merci nutrono e fanno vivere paesi, città, intere nazioni. Perciò il mercante è la figura sociale non soltanto più utile e produttiva ma più degna e nobile : è il signore del nuovo mondo, il suo re (king) come orgogliosamente si definisce Robinson. Che, non pago del possesso della sua isola, una volta tornato in Inghilterra ne riparte per seguire la sua vocazione (calling) di merchant-adventurer lungo le rotte dei traffici internazionali che allora (metà del Seicento: questa l ambientazione storica del romanzo) si stavano aprendo. Così facendo, egli si dimostra l erede di quelli che esattamente 180 anni dopo, all inizio di Heart of Darkness (1899), la voce narrante chiamerà «cavalieri erranti del mare»: i mercanti-avventurieri del tipo di Sir Francis Drake che dal Cinquecento in poi avevano percorso gli oceani e le cui navi erano tornate «coi rotondi fianchi colmi di tesori» dopo aver portato «la spada e spesso la fiaccola [della civiltà]» nelle lontane terre che scoprivano. (Che portassero la spada è certo, la fiaccola molto meno. Lo sapeva non solo Conrad che sempre in Heart of Darkness fa dire a Marlow che la conquista della terra «significa portarla via a chi ha la pelle di un colore diverso dalla nostra o un naso un po più schiacciato» ma lo sapeva già Swift, che nell ultimo capitolo di quell anti- Robinson che sono i Viaggi di Gulliver scriveva, rispondendo implicitamente a Defoe: «una ciurma di pirati è gettata da una tempesta non si sa dove, un mozzo avvista terra dall alto dell albero maestro, i pirati sbarcano [ ] piantano una tavola marcia o una pietra come memoriale della conquista, massacrano due o tre dozzine di indigeni, tornano in patria e ottengono il perdono». Così, ad opera di queste «esecrabili ciurme di macellai», nascono le «colonie moderne», vanto delle progredite e civilissime nazioni europee, al fine di «convertire e civilizzare popolazioni barbare e idolatre» portando la luce del progresso nelle tenebre dell arretratezza.) Agli antipodi, il naufrago di Defoe. In I due Robinson osservi come tra le figure del vecchio Kreutznaer e del figlio gli interdetti della tradizione (l elogio della «condizione media» in quanto massimamente «propizia alla felicità umana», immune «dalle miserie e dei sacrifici, delle fatiche e delle sofferenze 54 Giuseppe Sertoli

56 degli inferiores e insieme dai fastidi dell orgoglio, del lusso, dell ambizione, dell invidia, ai quali sono esposte le classi più elevate») confliggano con le nuove pulsioni e vocazioni borghesi. Figura profetica scrivi quella di Robinson. Segnata dalla necessità del rilancio continuo della sua condizione (da farmer, a tradesman, a merchant, a gentleman, fino a king e lord della sua isola) e dalla dilatazione illimitata del suo teatro d azione (dal Brasile, al Madagascar, all India, alla Cina: su rotte che coincidono aggiungi con quelle «dell espansione commerciale inglese tra Seicento e Settecento»). Aggiungo però anche perché è una componente non meno essenziale del romanzo che la pulsione che spinge Robinson sempre più avanti, sempre oltre il livello economico-sociale raggiunto, è accompagnata da un senso di colpa che è quello che gli fa definire pazza (mad) la sua inclinazione a prendere e riprendere sempre da capo il mare. È questo senso di colpa che lo induce a raccontare la storia della propria vita sulla falsariga della parabola del figliol prodigo senza rendersi conto (o fingendo di non rendersi conto?) di essere la smentita vivente di quella parabola, perché proprio non tornando pentito alla casa del padre egli fa fortuna! D altra parte, questo senso di colpa tradisce un disagio di Robinson nei confronti del suo calling che rimanda a un disagio di Defoe stesso, a un dubbio che circola più o meno accentuato in tutti i suoi romanzi. Qual è la legittimazione eticoreligiosa del trade? Fino ma che punto la logica degli affari può spingersi? Che fare se essa entra in collisione con la legge morale e religiosa? Robinson non è ancora un criminale come lo saranno i protagonisti dei successivi romanzi di Defoe (Singleton un pirata, Moll Flanders una ladra e prostituta, Roxana una escort d alto bordo), i quali tutti faranno fortuna violando la legge e solo dopo aver accumulato un capitale intraprenderanno un attività commerciale onesta ovvero si ritireranno (come il padre di Robinson) in una tranquilla e agiata vita privata. E tuttavia già in Robinson, nella frattura che divide e contrappone il giovane e il vecchio Robinson, l io narrato e l io narrante (l uno e l altro parti di Defoe), si profila quella scissione fra logica economica e logica etico-religiosa, quel conflitto fra interesse e coscienza, che diventerà centrale nei romanzi successivi. Si tratta di una scissione e di un conflitto che appaiono tanto più significativi se visti sullo sfondo di quella sintesi fra etica calvinista e spirito capitalistico (per usare i classici termini di Weber) che era stata il progetto, o meglio l utopia, del Puritanesimo di secondo Seicento, quello che, estromesso Giuseppe Sertoli 55

57 dalla sfera politica con l avvento della Restaurazione, aveva dovuto ripiegare sulla sfera economica, in particolare quella commerciale, sostituendo alla figura del miles dei la figura del mercator dei. Del sogno di tenere insieme Bibbia e mercato Defoe si era fatto portavoce negli anni in cui aveva celebrato l intraprendenza di una borghesia mercantile, in larga misura di estrazione puritana, lanciata alla conquista del mondo, ma nei romanzi che scrive nell ultimo decennio della sua vita è come se la sua fiducia in quel sogno si fosse appannata, come se l idea stessa di ciò che Weber aveva chiamato salda unità sistematica fra valori spirituali e valori materiali si stesse rivelando un illusione. L associazione di theft e trade, di furto e commercio, che sottende una storia come quella di Singleton, non lascia dubbi sulla consapevolezza da parte di Defoe, o quanto meno sul sospetto che si affaccia alla sua coscienza, che economia ed etica stiano procedendo lungo strade divergenti e che l homo oeconomicus si stia separando dall homo religiosus. Ripeto: Robinson non è Singleton, e tuttavia il suo (irrisolto) conflitto interiore di figliol prodigo che si sente colpevole e nondimeno persiste nella colpa si spiega per lo meno così a me pare in questo quadro storico-ideologico che è, poi, quello di una modernità in via di secolarizzazione. Dal relitto, «eredità materiale (e ideologica) del passato», all isola, tabula rasa e scuola d apprendistato per il futuro (suo e della classe che incarna). A differenza di Aristippo naufrago sulle spiagge di Rodi, Robinson non trova tracciate sulla spiaggia del suo approdo figure geometriche. Egli vi deve pertanto costruire ex nihilo se stesso e il proprio habitat o contesto. È da questo nocciolo che le Farther Adventures proseguono le Straordinarie sorprendenti avventure. Una storia ancora aperta Con buona pace di Rousseau, la condizione di Robinson sull isola non è affatto quella dell uomo (restituito) allo stato di natura, dell uomo che deve costruire sé e il proprio mondo ex nihilo. Il relitto della nave trasforma subito la caverna di Robinson in un magazzino di provviste attrezzi etc. che gli consentono di ri-costruire il proprio mondo ricostruendo al contempo sé stesso. Lo fa trasformando la sua permanenza sull isola in una sorta di experimentum vitae secondo i precetti dell etica puritana nei quali verosimilmente era cresciuto e che ritrova al momento della conversione. (Dico verosimilmente perché dell educazione ricevuta Robinson non fa menzione; ma attribuisco il suo si- 56 Giuseppe Sertoli

58 lenzio all intenzione di Defoe di naturalizzare quegli stessi precetti, cioè di farli apparire come qualcosa che in tanto Robinson può ritrovare al fondo di sé in quanto sono inscritti nella sua stessa natura: sono insomma non legge storica ma legge di natura, beninteso di una natura programmata da Dio.) Perciò alcuni interpreti hanno voluto vedere nel Robinson che, approdato a una virgin land, la dissoda col proprio lavoro trasformandola in un habitat non solo individuale ma potenzialmente collettivo, la figura di quei contadini puritani che formarono l esercito di Cromwell e che, nella prospettiva di un espansione coloniale del Commonwealth, avrebbero dovuto costituire il nerbo delle nuove colonie. Non è infatti come colonia che avrebbe dovuto svilupparsi l isola di Robinson se egli non l avesse abbandonata o se, dopo averla abbandonata, vi fosse tornato per restarci? È qui che si pone il problema (uno dei problemi) del rapporto fra la prima e la seconda parte del romanzo. Resto convinto (e non sono il solo) che la macrosequenza dell isola, pur (forse) inizialmente prevista, si sia sviluppata al di là delle intenzione dell autore non solo finendo per occupare quasi tutte le pagine che Defoe, secondo il suo solito, aveva pattuito con l editore, ma soprattutto deviando l asse della narrazione in una direzione estranea al progetto originario, mirato a presentare una serie di avventure commerciali in giro per il mondo. Di qui la necessità di un secondo volume che riprendesse quel progetto e lo portasse avanti. Ecco perché Robinson, una volta tornato sull isola, decide di ripartirne abbandonandola al suo destino. D altra parte, raccontando retrospettivamente il fatto, Robinson riconosce di aver agito da stolto e di essere, quindi, responsabile della decadenza a cui l isola è andata incontro dopo la sua partenza. Suo dovere di re e governatore sarebbe stato di provvedere ad essa trasformandola in una vera colonia. «Ma io non ambii mai minimamente a colonizzare in nome di alcun governo o nazione, o a riconoscere alcun principe, o a dichiarare i miei coloni sudditi di una nazione a preferenza di un altra, bensì la lasciai come l avevo trovata, non appartenente a nessuno» e di conseguenza, non governata con la necessaria disciplina di chi avrebbe dovuto farlo, inevitabilmente destinata ad andare in rovina. Al di là delle implicazioni politiche di questa pagina (su cui sorvolo), ciò che qui mi sembra delinearsi è la contrapposizione fra due diversi modi di intendere l avventura mercantile: da un lato quello dei vecchi mercanti-avventurieri i cui traffici, poco diversi da scorrerie corsare se non Giuseppe Sertoli 57

59 addirittura piratesche, erano finalizzati solo al bottino, cioè al ritorno economico che, arricchendoli, avrebbe loro consentito di salire nella scala sociale (non è forse così che Robinson si comporta nelle Ulteriori avventure? non è per questo che abbandona l isola?); dall altro lato, invece, quello di chi vedeva nel commercio lo strumento di una espansione coloniale nella quale si realizzava una nuova, moderna politica imperiale. Quell espansione coloniale e quella politica imperiale verso cui proprio allora, fra ultimo Seicento e primo Settecento, la Gran Bretagna si stava avviando a grandi passi. Da questo punto di vista, facendo pentire Robinson per aver abbandonato l isola, Defoe gli fa riconoscere di essere rimasto legato a una vecchia idea di trade e di trader senza rendersi conto che proprio i ventotto (o quanti sono) anni da lui trascorsi sull isola costituivano un modello di vita sulla base del quale si sarebbe potuto e dovuto fondare una moderna colonia che prosperasse in forza di quegli stessi principi e valori di cui egli aveva dato così fulgida prova: operosità, sobrietà, religiosità etc. Se tanto è vero, allora gli anni nei quali Robinson vive sull isola lavorando la terra e trasformando la wilderness in piantagione devono sì essere contrapposti ai suoi successivi ma anche precedenti anni di traffici mercantili, ma ciò non significa contrapporre la terra al mare, l agricoltura al commercio, la vita del peasant a quella trader. Commercio e agricoltura possono stare benissimo insieme a condizione, naturalmente, che a guidarli sia un medesimo spirito : quello nel quale Defoe, prima di Robinson, era cresciuto e a cui restava fedele ma del quale, come ho detto, temeva l appannamento. Ma è alla legittimazione del progetto borghese puritano che dedichi alcune delle pagine più belle del tuo saggio. Ad esso Dio non lesina benevolenza e benedizioni (God blesseth his trade: «La ricchezza scrivi essendo virtù oggettivata». In contraccambio solo pretende economia dei sentimenti e morigeratezza dei costumi. Ordine, disciplina, sobrietà, astensione (dal sesso etc.). Nel sorvegliare dall alto il suo operato il Creatore non esercita costrizione, il suo ethos coincidendo con quello delle sue creature. Il «tempo» e il «modo» del mercante s esplicano così sotto il cielo aperto della libertà, della laicità, dell intraprendenza, rigettando vincoli e traiettorie prestabiliti. Il rapporto fra l operare di Robinson e la (presunta) volontà di Dio è quanto di più problematico s incontri del romanzo (al punto che si capisce perché alcuni interpreti abbiano preferito ignorarne la dimen- 58 Giuseppe Sertoli

60 sione religiosa liquidandola, a torto, come religione della domenica ). Problematico, quel rapporto, perché contraddittorio. Da un lato infatti Robinson non racconterebbe la propria vita esemplandola su quella del figliolo prodigo, di un figliol prodigo (si badi) recidivo che dopo essere tornato alla casa del padre ne riparte perché prigioniero della propria follia, se non fosse convinto che la sua è stata una vita peccaminosa, una vita il cui operare non aveva l approvazione di Dio. Dall altro lato, nel momento in cui Robinson nella sequenza cruciale della conversione prende coscienza del fatto che «nulla accade nel grande circolo delle Sue opere senza che Egli lo sappia o senza che Egli lo voglia», non sta forse riconducendo il suo operare entro il piano provvidenzialistico che regge l universo intero, la storia umana e la vita di ogni individuo, la sua compresa? Ma se ciò è vero, in quel piano non rientra forse la sua stessa decisione di prendere il mare disobbedendo alla volontà paterna, e di riprenderlo sempre di nuovo dopo ogni (apparente) punizione che Dio gli ha inflitto? Detto altrimenti: la sua (presunta) colpa è davvero tale? lo è il suo (presunto) peccato? Due risposte sono qui possibili, due risposte che convivono, scontrandosi, nel testo. La prima è quella dell io narrante, cioè del vecchio Robinson: la colpa rimane colpa e il peccato peccato, perché Dio lascia liberi gli esseri umani di compiere le proprie scelte e ogni azione che essi compiono, così nel bene come nel male, rientra nel grande circolo ossia appunto nel piano provvidenzialistico che governa tutta quanta la realtà. La seconda risposta è quella dall io narrato, cioè dell ancor giovane Robinson che, decidendo di imbarcarsi di nuovo all inizio delle Ulteriori avventure, attribuisce quella decisione a un ordine del cielo che provvidenzialmente (è lui stesso a dirlo) ha fatto morire sua moglie per lasciarlo libero di seguire il suo calling. Davvero possiamo pensare che quell ordine del cielo ovvero potente impulso della Provvidenza, come anche lo chiama Robinson, fosse inteso a farlo ricadere nella colpa e nel peccato solo per indurlo a pentirsi una seconda volta al termine dei nuovi viaggi? O invece dobbiamo vedere in quell impulso uno degli hints sui quali Defoe si sofferma a lungo nelle Serie riflessioni che costituiscono la terza (divagante e ridondante) parte del romanzo: hints nel senso di avvisi/avvertimenti che Dio manda agli esseri umani per suggerire loro, senza alcuna costrizione, una certa linea di condotta o una determinata scelta? Ma se tanto è vero, allora come non concludere che Dio sta dalla parte del giovane Giuseppe Sertoli 59

61 Robinson e di ciò che egli rappresenta?... Ripeto: entrambe le risposte sono possibili, entrambe sono autorizzate dal testo, ma proprio il fatto che lo siano tradisce l incertezza di Defoe nel giustificare (per dirla miltonianamente) the ways of God to men. Di qui l ambivalenza del romanzo. Non così il «tempo» e il «modo» dell utopia, viceversa intrisi di finalismo. Su cui incombe, per dirla alla grossa, il «dover essere». È singolare che l Inghilterra dopo aver tratteggiato sia pure mediante il bugiardo Igloteo il profilo di Utopia, ne neghi tanto risolutamente la realizzabilità (diversamente, credo di poter dire, dalla Spagna nel Nuovo Mondo con gli hospitales di Vasco de Quiroga in Messico o le riduzioni gesuitiche del Paraguay). In questo senso ho colto nei due saggi che dedichi ai Gulliver s Travels tra Lilliput, Brobdingnag, Laputa e Lagado e il paese dei cavalli, abitato dagli Houyhnhnm e Yahoo il progetto di un suo sistematico smantellamento. Anche Gulliver, come Robinson, viaggia, naufraga e fortunosamente approda: non in spazi destrutturati, quanto piuttosto tra le declinazioni possibili delle culture del mondo, raccogliendo per ogni dove i segni della contaminazione, della caducità, dell imperfezione. Nell altrove come, di rimando, nella stessa Inghilterra. Per dirla in breve, Gulliver appone il suggello della prova all incompatibilità tra l utopia e l impero fondato da Robinson Come ho già detto, i Viaggi di Gulliver sono una risposta alle Avventure di Robinson Crusoe. Basta leggere la descrizione del naufragio di Gulliver all inizio del primo viaggio per rendersene conto: ricalca quasi alla lettera la descrizione del naufragio di Robinson. Oppure basta confrontare, alla fine del quarto viaggio, il modo in cui Gulliver si presenta ai marinai della nave che lo riporteranno in Inghilterra col modo in cui Robinson si presenta al comandante della nave che, dopo ventotto anni, approda all isola, per avere la conferma che il primo è il rovescio del secondo. Defoe e il suo romanzo sono però soltanto uno dei bersagli e non il maggiore della satira swiftiana. Agli occhi del Decano, infatti, viaggi navi mercanti colonie etc. non erano più che dettagli di una Modernità che in quanto tale è fatta oggetto non solo nei Viaggi di Gulliver ma in tutte le opere swiftiane (basti pensare a quel capolavoro ancor più geniale dei Gulliver s Travels che è A Tale of a Tub) di una satira tanto feroce quanto totalizzante. Politica religione filosofia morale letteratura : niente viene risparmiato. Cosa Swift pensasse delle esplorazioni e della scoperta di nuove terre, l ho detto so- 60 Giuseppe Sertoli

62 pra; cosa pensasse dei resoconti di quelle imprese, lo dice l ultimo capitolo dei Viaggi: ciarlataneria per i gonzi. Quanto al resto, se Defoe temeva il declino dello spirito religioso (puritano) che aveva reso forte e potente la borghesia del suo paese, in quello spirito Swift vedeva solo un derangement mentale, una manifestazione una delle tante della follia (madness) che aveva colpito l intera cultura moderna (modern learning). Folle il fanatismo di puritani e altri settari, non meno folle il razionalismo illuministico di cartesiani spinoziani deisti e via dicendo. Di quest ultimo il quarto viaggio di Gulliver per molto tempo considerato una vera, ancorché sconsolata, utopia (e che ancora qualcuno si ostina a considerare tale) rappresenta l inappellabile scoronazione. Ne ho parlato a lungo, spero in maniera convincente, nel secondo dei due saggi a cui ti riferisci e non vorrei qui ripetermi. Mi limito a dire questo: Swift poteva condividere, e di fatto condivideva, l umanesimo cristiano di Moro (benché da una prospettiva anglicana che non faceva sconti al cattolicesimo), ma niente gli era più estraneo del Geist der Utopie, nel quale vedeva solo l arrogante e illusoria presunzione di quanti, fondatori di imperi religioni movimenti culturali etc., scambiano i loro malsognati sogni per la realtà. È vero: nell altrove Gulliver ritrova sempre l Inghilterra, cioè ritrova il proprio mondo e i propri simili dei quali l altrove non è più che una distorta caricatura. Lo è la corte di Lilliput, lo sono i matematici e gli scienziati di Laputa e Lagado, lo è anche se Gulliver gullible non se ne avvede il paese dei (presunti) cavalli saggi. L unica eccezione è costituita da Brobdingnag, il paese degli uomini montagna, la cui società e cultura rappresentano quel pochissimo di positività che i Viaggi hanno da offrire tale per lo meno agli occhi di Swift, non certo di Gulliver, che infatti disprezza la rozzezza e arretratezza di quel mondo. Un mondo che in effetti appare un fossile arcaico, qualcosa che come l umanesimo di Moro appartiene a un passato che non ha più alcun futuro e che Swift si guarda bene dal rilanciare come utopia perché sa che, se lo facesse, finirebbe fuori di testa come Gulliver che, perso dietro alle sue fantasie, una volta tornato in patria trascorre le giornate nella stalla parlando coi cavalli. Le Mappe di Naufragi sono state tracciate in dialogo con i curatori. Giuseppe Sertoli 61

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64 Costanza Ferrini Naufragi di mare e di terra nessuno distingue gli annegati dai salvi. Nessuno distingue chi annega da chi resta a galla. GOLAN HAJI chi per suo gusto, infatti, vorrebbe l immane distesa d acqua salata solcare, né presso è città di mortali OMERO La lingua del naufragio è un epitaffio senza pietra, è la lingua della catastrofe e dell ignoto. È avara di parole, come lo sono gli ordini in mare, de naviganti il grido universale, come per Ariosto. È parola dell inferno sfiorato, della salvezza, della nudità e dell invisibilità. È sintesi e perciò materia poetica. Non vi è naufragio senza naufrago che lo narri pena il gran sudario del mare torni a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa. Il mare che precede e che segue il naufragio è apparentemente identico, pare cancellare l inabissamento e la sua narrazione, il linguaggio viene ammutolito dalla sua distesa marmorea. Quel mare morbido e funereo in cui vaga Ismaele attaccato a una bara-gavitello riemersa dal vortice infernale dell inghiottimento della nave, solo per poterlo raccontare. Questo è il modello della narrazione: Dio mio! Signore Chace, cos è successo? Io risposi: Siamo stati sfondati da una balena. Narrazione del naufragio della Baleniera Essex di Nantucket, assalita e infine distrutta Costanza Ferrini 63

65 da un grosso Capodoglio nell Oceano Pacifico. Autore: Owen Chace di Nantucket, secondo della detta nave. New York L etimologia di naufragio, ne apre una costellazione. Naus-fragium, navalestro, naulo o navolo. Parole antiche. Elementi che lo compongono nella loro funzione prima. Gli elementi tematici ricorrenti della narrazione del naufragio sono indipendenti dalle lingue, dai secoli, dalle letterature, di una canzone popolare si direbbero le invarianti. Innumerevoli ex-voto lo rappresentano. Ci sono tanti racconti quanti sono i naufragi, ma cercando una morfologia narrativa ho individuato due gruppi principali: naufragio di mare, i casi nei quali l imbarcazione subisce un avaria, uno speronamento fino all inabissamento in mezzo al mare e i naufraghi vengono raccolti da un altra nave, e quello di terra, in cui i naufraghi spiaggiano in una terra incognita Ce n è un terzo, una sorta di naufragio per hybris. Per evitare l impatto con l ostacolo alla nave principale, resa ingovernabile dalla tempesta, si incorre in quello delle scialuppe e dei paliscalmi dove l equipaggio si rifugia e che affondano per l eccessiva fretta nell abbandono della nave principale, per peso e numero delle persone in fuga. Il primo modello è quello dell epilogo del Moby Dick in cui Ismaele viene raccolto dalla nave Rachele, la figura biblica che piange i suoi figli, che nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano. Il secondo è quello di Odisseo, Palinuro, con due destini opposti... in cui il naufrago giunge a terra, terra incognita... il primo viene accolto, il secondo ucciso, dopo di loro segue una lunga scia di narrazioni, mediterranee e oceaniche. Il terzo è quello di Ruggiero, la nave nel timore che si franga su uno scoglio viene abbandonata dall equipaggio che perirà nelle scialuppe, Ruggiero si butta a nuoto. La nave sospinta dai venti arriverà a Biserta, sua destinazione, e sarà trovata da Orlando, con il suo cavallo, la spada e l armatura. Ruggiero si salverà perché si aggrapperà proprio alla roccia che è stata, per timore o per hybris, causa dell abbandono della nave. Anche la storia della bella Alatiel, nel Decamerone, fa parte di questo terzo tipo di naufragi. L imbarcazione partita da Baghdad giungerà a Maiorca con a bordo lei e le sue damigelle, mentre il suo equipaggio, in una tempesta, abbandonata la nave madre ingovernabile, trovò la morte nei paliscalmi. Alatiel non approdò nel porto in cui stava ad attenderla il marito a cui era destinata, ma ad un altro andò sposa, incontrato dove l imbarcazione si arenò. 64 Costanza Ferrini

66 Naufragio La perdita di una nave per incaglio su secca, per scoglio, per urto e aggiungo anche per speronamento e il suo relativo inabissamento, ha un etimologia latina semplice: nau-fragium composto dal greco naus, nave e il tema di frangere, rompere. Nella disamina delle varie fasi ed elementi tematici ricorrenti del naufragio, addentrandomi nella sua vasta letteratura, ho scelto due testi guida che appariranno di seguito commentati nel loro dialogo: l Odissea, in particolare dal libro V all VIII, e Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo del poeta curdo siriano Golan Haji. Questo poema è epico e stridente d incubo nella sua bellezza, un affresco della catastrofe a più voci. Omero s interroga sul proprio ruolo di poeta declassato a mendico cieco in esilio e intreccia la sua biografia a quella di Odisseo naufrago errante presso i Feaci. E, come nella tradizione epica stratificata, Haji invoca la cecità di al Ma arri che gli consente, inserendo la catastrofe nel tempo lungo, di non venir schiacciato dal presente e di rinarrare l Odissea attuale, individuale e collettiva, nello stesso corpo poetico. Nel naufragio di Odisseo, sull isola dei Feaci, vi sono tutte le fasi e le domande che il naufragio antico, e contemporaneo, porta con sé. Odisseo con le ultime forze, superato il timore della morte in mare, cerca riparo dalle insidie di una terra sconosciuta, nell intreccio di un olivo e un olivastro dalle foglie fitte, a lui noto l ha scelto come talamo che lo protegga dalle inclemenze del cielo, dalle malvagità degli uomini e delle belve. Coperto di foglie si addormenta nudo. Ugo Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, parlando della condizione degli esuli, si riferisce a questo ulivo: Quanti andranno tapinando e profughi ed esiliati, senza il letto di poca erba né l ombra di un ulivo Dio lo sa! Lo straniero infelice è cacciato perfino dalla balza dove le pecore pascono tranquillamente. La salvezza dal mare in tempesta porta alla vita salva in un corpo nudo, è la condizione dell indistinguibilità. Gli uomini nudi sono tutti uguali, poveri perché non hanno più. Hanno perso i segni della loro precedente condizione sulla terra. Ne discende l assenza di dignità, non vi sono vesti che li distinguono e si presenta l obbligo di vestire Costanza Ferrini 65

67 panni non propri. La spoliazione compiuta dal mare porta dalla condizione di naufrago, direttamente a quello di mendico. Scrive Haji ne Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo: Io tinsi i miei stracci e mi feci mendico, sorpreso dal mio stesso coraggio, un povero che fa la parte di un altro povero, falsificando documenti, riscuotendo debiti da chi non mi aveva ucciso. Dice Nausicaa forse per infondere coraggio, non solo alle ancelle, ma forse anche a se stessa: Ma questo misero è giunto qui naufrago errante; e dobbiamo prenderne cura adesso; perché forestieri e mendichi tutti li manda Giove: ché poi si contentan di poco. Ma poi, una volta che Odisseo si è lavato e cosparso d olio, cancellando le tracce di salsedine, vedendolo rivestito e tornato uomo in vesti a lei familiari, i panni del fratello, tessute dalla madre ma d altri per Odisseo, Nausicaa cambia idea sul proprio ospite: ché poco fa sembrava meschino, dappoco; e somiglia ora ai Celesti, ch àn sede nei sommi fastigi del cielo. Deh!, se la sorte a me serbasse pur simile sposo. Deh!, se volesse qui rimanere, ed avervi dimora! Ma dunque, via, fanciulle, porgetegli cibo e bevande. Una volta sulla terra d approdo, la salvezza non è completa. Non appartiene al naufrago, è in mano ad altri. In Come un uomo sulla terra, Fikirte dice: Preferisco che il mio cadavere sia lasciato in mare, piuttosto che non avere sepoltura. Così almeno, oltre alla sofferenza in questa vita, non ne avrò un altra dopo la morte, il mio corpo sarà rispettato. Ecco perché piuttosto che morire in Libia preferivo morire a Lampedusa. E piuttosto di essere fermata in mezzo al mare e rimandata indietro, preferivo affogare. Loro credono di avere la nostra vita, tra le loro mani, solo perché hanno le chiavi delle nostre sbarre? [...] Ci tengono vivi come pesci ammassati in una piccola vasca con un po d acqua tanto per non asfissiarci. Ma, per noi quell essere vivi, a farci guardare da sopra il pelo dell acqua, non ha valore. Noi non vogliamo essere vivi, vogliamo vivere! E la nostra vita, che può essere anche la nostra morte, che non ci possono sottrarre, passa come acqua tra le loro dita e fugge via. In questi versi tratti dalla poesia Una bolla, Haji già anticipa la questione: 66 Costanza Ferrini

68 Mi salverò dalla salvezza? che succederebbe, se partissi, [...] e mendicassi e impazzissi in un paese altrui? E c è ancora la perdita di nome, di lari e di dèi, questi ultimi per Haji, talvolta, muoiono di terrore. L invisibilità è uno dei leitmotiv de Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo. La nebbia con cui Atena avvolge Odisseo per condurlo salvo, dalla riva del mare alla corte di Alcinoo, nella sua condizione di straniero, proteggendolo dallo sguardo ostile degli abitanti locali, pare una condizione che da temporanea divenga permanente per i naufraghi erranti. Anche la sostanza biancastra è una sorta di cataratta che impedisce la visione del mare, l unica cosa viva che conoscevano i pellisquadre di D Arrigo: Dall Antinammare, i pellisquadre vedevano sotto di loro lo scill e cariddi massacrato. Lo vedevano con la sua anima di sale allo scoperto [ ] vedevano galleggiare come un velo di latte, un quaglio [...] che né rema calante né rema montante riuscivano a staccare [ ] come avesse dei filamenti profondissimi che l ancoravano di sotto. Era una materia mai vista prima [ ] forse erano i fiati, le anime schiumate dei guerreggianti che avevano respirato per l ultima volta con la bocca presa di sale. Quando Odisseo arriva alla corte di Alcinoo, sente la propria storia raccontata da altri e di fronte ad essa si chiude nel silenzio, nasconde le lacrime sotto il mantello, cela il proprio nome, la propria provenienza. Nei versi di Haji: Abbiamo sentito raccontare davanti a noi la nostra storia e siamo rimasti in silenzio, schifati dalla nostra debolezza, trattenendo le lacrime che avevamo risparmiato per i nostri peccati. Ci toccò ascoltare: Il vostro dolore si allevia quando è narrato da altri. Il vostro nome è il vostro stigma, è il vostro paradiso, perciò scavate una tomba a vostro nome e illuminatela di dolore. Qui non ci sono solo gli stilemi del naufragio di terra e l inabissamento dove si toccano attraverso la pelle marina il cielo e l inferno. Gli elementi del paesaggio-corpo: il mare, muro inargentato dal sudore delle nostre anime Costanza Ferrini 67

69 la rugiada, la rugiada sull erba è l urina dei terrorizzati senza scampo. Nel Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo, se guernica c è, non è di figure simboliche, riconoscibili, ma degli effetti sul corpo della terra e del mare della loro angoscia, del loro terrore, delle loro ferite, attese, morti, del silenzio, delle loro labbra che diventano polverose di eternità, del calore nei loro polmoni per le parole rinchiuse. Il corpo poetico è cavo e risuona di quelli degli altri: Portai la mia notte illuminata di luna nella notte di tutte le anime trottando come un topo dentro un muro senza fine senza risvegliare l acqua dove dormivano le stelle. Come per Rocco Scotellaro quando scriveva Io sono uno degli altri. Per Giordano Bruno l ombra non è tenebra ma traccia di luce nella tenebra. È quella traccia che illumina le anime, che frammenta la turba, mostrando lo sguardo di ciascuno. Foss anche una esistenza determinata da una sola delle note della paura che si dispiega sul pentagramma del silenzio in tutte le tonalità, in ogni poro della pelle. C è una società intera, resa irriconoscibile, nelle singole individualità, dalla trasformazione in naufraghi e dunque privati del sé. Esteriore e interiore. Non riesco a riconoscerli son tutti mendici Nella summa poetica di Haji, i fili di poesie precedenti si intessono in un nuovo ordito. Nella sua poesia, la lingua interiore d infanzia è la lingua proibita, il curdo. Ogni volta che è invocata, ne ritorna l eco in ciascuna delle lingue in cui scrive, si traduce. Nel suo corpo poetico, infatti, quell infanzia continua a sussurrare, suggerisce suoni, profumi tradotta in un altro alfabeto che diventa l ombra della lingua amata, l arabo. Si nutre delle luci che illuminano i giorni della memoria riflessi nel presente d esilio come in uno specchio oscuro. In Lumière de mars, l invocazione che introduce all angoscioso inferno del proprio corpoterra poetico è alle nubi: come il ventre di un animale che vorresti accarezzare e alla terra: Riesci a sentire il vento fra i rami del pesco in fiore? 68 Costanza Ferrini

70 Ne Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo, l invocazione è il richiamo alla carezza all olivo fiorito, come connessione alla parte viva della terra e al volo di un gufo, per quella del cielo. Alle sue ali affida infatti la vita per narrarla alle vastità dell erba. Haji apre così una costruzione architettonica ponderosa, un sottosuolo che è mondo. Ri-raccontare la catastrofe omerica, il naufragio, nella cecità significa proteggersi da violenza e banalizzazione del dolore dei media, e contrapporsi a un presente come occhio con le palpebre mutilate. E lo sguardo sanguinante come nella sua poesia Occhi. Haji in questa architettura del buio, ci conduce negli abissi di inferi in cui non si distingue il fango dal mare o dalla terra, la luce livida dell acqua e un raggio nero di luce tingeva i volti degli annegati sepolti tra le onde o sotto le macerie, o vivi senza nome. Nella poesia Scrigno di dolore egli scrive: I morti vengono sepolti ma come seppellire il dolore? Del naufragio i primi elementi tematici ricorrenti li invoca Calipso alla partenza di Odisseo da Ogigia: M odano dunque la Terra, la vòlta suprema del Cielo, m oda l acqua di Stige precipite La combinazione di volta suprema del Cielo e acqua di Stige precipite ricorre. Ho scelto nelle citazioni la contiguità metaforica. La Terra è il porto di partenza, dell imbarco di uomini e provviste, del carico, del varo. È punto certo, terraferma. Incerta può rivelarsi la navigazione, perciò deviata può essere la meta in altro approdo, in caso di naufragio. Nelle Metamorfosi di Ovidio: il mare si gonfia di flutti, sembra raggiungere il cielo o più oltre Costanza Ferrini 69

71 e si direbbe che il cielo intero crolli nel mare e che il mare gonfiandosi salga sino a invadere il cielo e nella Tempesta di Shakespeare But that the sea, mounting to the welkin s cheek, nell Orlando Furioso, Ariosto scrive il mar si leva, e quasi il cielo attinge, e poco oltre: Veggon talvolta il mar venir tant alto, che par ch arrivi insin al ciel superno.[...] ch a mirar giú par lor veder lo nferno. Ancora nelle Metamorfosi si inserisce la nave nell immagine del mare che si alza come un lembo o, nel caso la nave precipiti, sul cavo dell onda, la montagna d acqua la sovrasta come un arco: Anche la nave di Trachine è coinvolta in questa sorte e ora, portata in alto, sembra che dalla vetta di un monte guardi giù nelle valli sino in fondo all Acheronte, ora, caduta sul fondo con l arco del mare che la circonda. E a un cielo che precipita si riferisce anche una immagine di Golan Haji: Il cielo crollò nel mare che aveva prosciugato gli dèi caduti e le rocce di un arcobaleno seppellirono le loro culle di onde. Nell ossimoro dell arcobaleno di pietra che rovina sulle onde, gli elementi costitutivi e ricorrenti si fondono e si confondono. Il luogo descritto da Haji è un ignoto, che poco ha a che vedere con il teatro che segue un naufragio, non è chiaro se sia la sottrazione del mare o la continuità con una terra mobile indistinguibile dall acqua, o ancora l emersione degli inferi. La sensazione è di trovarsi con parole di Primo Levi in un inferno indecifrabile, alla soglia del buio e del terrore di uno spazio non terrestre. 70 Costanza Ferrini

72 Ancora Haji: Un raggio nero di luce era arrivato davanti a noi, il sarto del mondo lo prese per ricucire lo squarcio tra terra e cielo e così su di noi si riversò un altra notte, questa lunga, bianca notte. Gli elementi invocati da Calipso sono ancora tutti presenti, ma in chiave apocalittica. Nella bocca oscura dell enorme gorgo infernale per Melville...un tetro frangente bianco si sbatté contro gli orli in pendio Si profila così un naufragio che lega in sé cielo e terra, mare e terra, indissolubilmente, in un bianco tetro: cecità, terrore, tenebra? Poseidone non è il dio del mare, ma dei mondi, delle superfici mobili, mare, mai immobile, o terra emersa in terremoto, che sia, come nelle parole di Levi: L universo deserto e vuoto, schiacciato sotto lo spirito di Dio, ma da cui lo spirito dell uomo è assente: non ancora nato o già spento. Anche nella visione melvilliana dell inabissamento è il cielo a venir sradicato dall albero di maestra e trascinato agli inferi dalle stelle, sua sede naturale insieme all ala del falco-arcangelo imprigionata. Il momento dell inabissamento è l ingresso del cielo nell inferno. Un falco del cielo che aveva seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle,...l uccello celeste con strida d arcangelo...il corpo prigioniero nella bandiera di Achab, andò a fondo con la nave, che, come Satana, non volle scendere all inferno finché non ebbe trascinata con sé per farsene elmo, una parte vivente del cielo. Il gorgo risputa ciò che ha inghiottito, come vedremo, ma qui il mostro di Cariddi in forma dell ultimo traghetto, il Cariddello, restituisce le arance dirette ai nordici ricchi, che contiene nel suo ventre di treno merci, ai siciliani dello Stretto, alle due sponde dello scill e cariddi. ancora dall Horcynus Orca: Sfumò in un grande spirito di arance di Paternò e di Lentini. Aveva solo quel merci ripiegato dentro. [ ] Il Cariddello era tutto un aranciara. [ ] Di vagoni e vagoni. Carichi di tonnellate e tonnellate di portogalli. [ ] Quando le bombe lo fracassarono e s affondava in un subisso d acqua, che fece? Giocò col Costanza Ferrini 71

73 rigorgo. S ingeniò di poppa e di prua. Se ne calò si riassommò. Svacantò i vagoni e i portogalli galleggiarono. [ ] Fra tanto sconquasso di guerra. C illegiadristi gli occhi con la vista d un mare aranciato. [ ] Per giorni e giorni il mare restò mportogallato. Un mare verdastro sotto e dorato sopra. Un mare di giardini d aranciare. E le arance la rema le sparpagliò qui e là. [ ] Ne ebbe la gente bassa invece della alta. La gentuzza miseranda affamata. Ignara di dove venivano. Le pigliava in mano. Le guardava. Non gli parevano vere. E quando poi addentava la scorza. E la sentiva amara di sale. Diceva: dio ci mandò sta manna amareggiata. Chiamavano dio il Cariddello. E non se lo meritava? Concluse una delle femminote che non vogliono abbandonare al mare il loro ferribò, casa, passaggio a piedi scalzi sulla pelle, corpo maschile accogliente e noto quasi più dei due corpi di terra che congiungeva, lo scill e cariddi, piratesse e contrabbandiere di sale, nel suo ventre avevano partorito, conservavano i segreti dei loro amori, segnavano sulla lavagna della sala macchina le loro regole... continuò la femminota: Chi c era a quell ultima corsa del Cariddello? Io c ero. Io l ebbi quella ventura. E io. E io. E io. La gente si calava sulle barche e noi ancora là. Chi stava, chi camminava. Mute mute. Insalanite. [ ] Guardate se ne va a fondo? Con quale cuore lo possiamo lasciare? Poi quell ufficiale in seconda paradisoto ci gettò una voce. Che fate brave femmine? Ve ne volete calare a picco col ferribò al posto del capitano? L incantamento della vertigine porta anche la lancia nel gorgo del Peqod: Per un momento, l equipaggio incantato della lancia stette immobile, poi si volse. La nave? Gran Dio, dov è la nave [ ] ne videro il fantasma inclinato che svaniva, come nei vapori della Fata Morgana... E allora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria e tutto l equipaggio e ogni remo fluttuante e ogni palo e, facendo girare le cose vive e quelle inanimate tutto intorno in un vortice, trascinarono anche il più piccolo avanzo del Pequod fuori vista. Gorghi diversi per Ulisse: Ben lungo tempo Ulisse sott acqua restò; né poteva risollevare la testa di sotto la furia dei gorghi tanto era grave la veste che a lui die la diva Calipso. Lo stesso gesto di Odisseo, lo compirà Bardosh uno dei protagonisti del libro di Leogrande, Il naufragio, si toglierà il giubbotto nel gorgo finale dell imbarcazione Kater I Rades per risalire a galla. 72 Costanza Ferrini

74 Istintivamente si toglie di dosso il giubbotto troppo pesante e riesce a risalire a galla. Nella narrazione di Alessandro Leogrande, l epica del naufragio, c è tutta intera, dialoga con l antica come sua contemporanea. Ho scelto il passaggio dell inabissamento e della partenza. Ci stanno venendo addosso urla raccogliendo tutte le sue forze... E in quel preciso momento sente una botta tremenda proprio davanti ai suoi piedi, sulla fiancata destra della Kater i Rades. Bardosh non casca in mare ha la prontezza di stringere la prima sbarra che gli capita sotto mano e di rimanerci aggrappato. Pensa subito alla sua famiglia nella stiva, deve raggiungerli a ogni costo. E allora si alza in piedi provando a fare qualche passo, ma proprio in quel momento sente una seconda botta ancora più fragorosa e violenta della prima. Si accorge di quel che è successo dal freddo improvviso. È sott acqua. Intorno è tutto nero non riesce a distinguere nulla. [ ] La Kater è completamente capovolta, tutti quelli che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare alcuni corpi galleggiano intorno inermi. Bardosh lotta rabbiosamente con le onde per raggiungerli, deve trovarli, deve salvarli, ma per quanto si sforzi, per quanto provi a raccogliere nelle braccia le proprie forze non ce la fa ad avvicinarsi. In pochi minuti scompare la nave affonda rapidamente e le acque si richiudono sopra di essa. Alla descrizione dell elevazione dei bambini da parte delle donne sul ponte della Kater mi viene un brivido e, nonostante l abbia riletto più volte, il brivido ritorna sempre... All inaugurazione di La parola è bussola installazione con oggetti di migranti raccolti dall associazione Askavusa di Lampedusa sulle spiagge dell isola, una mediatrice culturale marocchina, incinta, alla vista di un biberon, svenne. Il 28 marzo 1997 la Kater i Rades che non avrebbe potuto contenere che un equipaggio di massimo dieci persone in poche ore ne imbarca 120 per la maggioranza donne e bambini. [ ] Quando la Sibilla si avvicina per l ennesima volta qualcuno della Kater si sporge e alza una bandiera bianca e urla... nella stessa lingua di chi li insegue che a bordo ci sono soprattutto donne e bambini. E allora alcune donne che sono sul ponte cominciano ad alzare al di sopra della testa i propri bambini. Alle prime se ne aggiungono altre e poi altre ancora che sono salite con i propri figli dalla stiva. Quelle fila di bambini infagottati, che spuntano sospinti da braccia robuste al di sopra di un mare di teste che... copre l intero ponte della Kater. Poi vedono arrivare un elicottero... si ferma sopra le loro teste... li illumina con un potente faro... con la stessa rapidità con cui è arrivato scompare all orizzonte. Il poeta albanese Visar Zhiti nell incipit della sua Elegia per i naufraghi del Venerdi Santo, scrive: Costanza Ferrini 73

75 Le onde del terrore si avvicinano alla costa il lamento bagna i miei piedi penetra nel corpo scuotono il cuore barca speronata che cola a picco. sente nella pelle del mare sul proprio corpo poetico, il terrore e i lamenti di coloro che erano a bordo della Kater i Rades speronata da una nave della Marina Militare Italiana. Il cozzo e il gorgo Il gorgo dell inabissamento può aprirsi in qualunque mare, in una prospettiva verticale, capovolta. E in ognuno di questi punti si spalanca la vertigine di una gola dell inferno. L idea della bocca dentata del Leviatano che contiene i dannati, come è ne Il sogno di Filippo II di El Greco, è orizzontale e in discesa i dannati nudi paiono risalire la china delle fauci, in una massa indistinguibile di corpi su cui due drappi azzurri sono l unica nota di colore su una nudità livida, pallida e bagnata. Paiono usciti dalle fondamenta del mondo, nelle parole di Melville, che contengono: flotte e nomi dimenticati dove la nave della terra ha la sua sentina mortale, zavorrata delle ossa di milioni di annegati. O dal loro omologo terrestre in questi versi di al Ma arri, tradotti da Cristina Viti: Cammina più leggero. La faccia della Terra, penso, altro non è che i corpi dei morti. Vai lento nell aria, che i resti dei servi di Dio non siano calpestati. Dall altro lato del dipinto, si contrappongono ad essi un gruppo di uomini finemente vestiti, con abiti con bordature dorate, distinti uno dall altro, oranti, con il volto rivolto verso l alto, asciutti sulla riva. Nella miniatura del Giudizio Finale, sul codice eseguito dal Maître des Heures du duc de Bedford, il pesce dentato ha le fauci rivolte verso l alto con le stesse nari di un serpente o drago, dalla cui bocca fuoriescono fiamme che nelle fauci assumono forme di onde. Dal basso i diavoli e dall alto gli arcangeli a spada sguainata cacciano le anime dei reprobi verso la bocca del pesce/infero. 74 Costanza Ferrini

76 Anche nella rappresentazione del mostro di Cariddi l uso dei termini di ingoiare e vomitare rimanda all idea della bocca come ultima dimora. Giunsi allo scoglio di Scilla e all atroce Cariddi. Questa rumoreggiando ingoiava l acqua salsa del mare; ma io verso l altissimo fico presi lo slancio e là stetti attaccato, come una nottola [ ] Così senza lasciar la presa, mi tenni, finché vomitò ancora albero e chiglia [ ] Scilla non volle il padre dei numi e degli uomini che mi vedesse, non scampavo, se no, l abisso di morte. Dopo Cariddi nella scala di pericolosità dei gorghi c è quello di Naruto, in Giappone, rappresentato da Utagawa Hiroshige, nel 1855, con la bocca chiusa. Che sia gorgo come fenomeno localizzato e conosciuto o come apertura temporanea dovuta a un inabissamento i fenomeni che si producono sono similari: Quando mi raggiunse il risucchio indebolito della nave affondata, venni tirato ma lentamente verso il vortice che si chiudeva. Quando lo raggiunsi il vortice s era calmato in uno stagno di schiuma... finché raggiunto il centro vitale, la bolla nera scoppiò. Liberato per via della molla ingegnosa e per la sua grande leggerezza venendo a galla con gran forza, il gavitello-bara balzò per il lungo, su dal mare, ricadde e mi galleggiò accanto. Melville sceglie per la salvezza di Ismaele una bara, ancora una volta a ricordare la fragilità, la caducità e l imprevedibilità del destino sulla scelta del narratore da salvare, necessario. Perché uno è sopravvissuto alla distruzione. E la citazione di Giobbe io solo sono scampato a raccontartela in epigrafe, non fa riferimento a un naufragio di mare, ma a uno di terra. Si chiede in qualche modo Ismaele perché proprio lui si è salvato di fronte alla scomparsa degli altri. Primo Levi si fa la medesima domanda e la pone in un dialogo con un amico: E perché proprio io? Non lo si può sapere, mi rispose. Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza. Costanza Ferrini 75

77 È la domanda che si pone anche Golan Haji in Lumière de mars: Sono vivo, e le persone della mia famiglia muoiono in una terra lontana. [...] Sono vivo e non sono all inferno. Poiché una brezza è appena passata... Ma mi hanno permesso di vivere in questa stanzetta in cui conduco un esistenza che non interessa a nessuno, senza pronunciare il mio nome che non vuol dire niente... In Lumière de mars la questione che sembra porsi è quella di un poeta che fa parte dei salvati e che vorrebbe invece essere tra i sommersi. Ne Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo c è uno spostamento nel ruolo del narratore. Rispetto a Lumière de mars, diviene plurale e sembra dissolversi. La definizione di naufrago errante di Odisseo, che usa Nausicaa, è corretta a tutti gli effetti. Odisseo è al suo penultimo naufragio, ma lei non lo può sapere, e, così definendolo, gli assegna un destino, un ruolo, un mestiere, quello di naufrago, rifugiato, esiliato, una riva dopo l altra. Varo, navigazione e approdo diviene un unico luogo continuo. Il porto di partenza è già naufragato e la catastrofe non fa che seguire gli imbarcati in mare, il naufragio li seguirà, si potrebbe dire parafrasando Kavafis: e restate così, vaganti detenuti in questa o quella città. Le storie sono finite o si ripetono: Io sono la Morte e non ho storie da darti. Ancora Primo Levi Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino ma anche quello degli altri, dei sommersi appunto; ma è stato un discorso per conto terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l opera compiuta, non l ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. [ ] siamo quelli che [ ] non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto. Nelle pagine di Leogrande qualcuno riesce a risalire nel mondo dei vivi, non si dice se vide la Gorgone o meno, racconta solo la salvazione: Elvis-Sufi è l unico bambino a salvarsi dal naufragio mentre la nave sta affondando dopo essersi ribaltata, riesce ad aprire l oblò e a cacciarsi fuori, contro la pressione dell acqua, risalendo nel mondo dei vivi da cinque metri di profondità. 76 Costanza Ferrini

78 La mostruosità, che sia della natura dell abisso o di quello della malvagità, l impossibilità di concepire la misura della catastrofe porta a non credere a chi è tornato a raccontare. Primo Levi riporta le parole di Wiesenthal di uno dei suoi carcerieri: E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti. Nella conclusione della Discesa nel Maelstrom, di Poe, ritorna lo stesso refrain la condanna dei salvati a non essere creduti. Una barca mi raccolse, sfinito dalla stanchezza e (ora che il pericolo era passato) ammutolito dal ricordo dei suoi orrori. Coloro che mi avevano preso a bordo erano i miei vecchi compagni d ogni giorno, ma non mi riconobbero più di quel che non avrebbero riconosciuto uno che tornava dal mondo degli spiriti. I miei capelli che il giorno avanti erano neri come ala di corvo, erano diventati bianchi come li vedete ora. Dicono che anche l espressione del mio volto era mutata. Raccontai la mia storia, ma nessuno vi credette. Ora la racconto a voi e oso appena sperare che mi prestiate maggior fede degli allegri pescatori di Lofoden. Haji, come Primo Levi, in due catastrofi diverse sentono il peso di non aver visto la Gorgone e portano quello del silenzio di chi l ha intravista ed è tornato muto. Scrive Haji: Portiamo il peso di ciò che abbiamo evitato, portiamo il peso di ciò che non abbiamo fatto. E Levi: I giusti fra noi, non più né meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato vergogna, dolore insomma per la colpa che altri e non loro avevano commessa. Leggendo la Discesa nel Maelstrom di Poe, non riuscivo a non pensare, rovesciato, al cono tronco che termina con la luce bianco-lunare dell Ascesa dei beati in Paradiso, nel trittico di Hieronymus Bosch. I raggi della luna sembravano rovistare il fondo dell immenso abisso; però io non riuscivo a distinguere nulla a cagione di una fitta nebbia che avvolgeva le cose, sulla quale era sospeso un magnifico arcobaleno, simile a quel ponte stretto e pericolante che, secondo i musulmani, costituisce l unico passaggio fra il tempo e l eternità. Questa nebbia o schiuma era senza dubbio determinata dal cozzo delle immense pareti al punto in cui s incontravano, nel fondo; ma l urlo che da quella nebbia saliva al cielo non ardisco provarmi a descrivere. Costanza Ferrini 77

79 Qui ritorna la nebbia insieme all urlo, siamo di nuovo in un paesaggio in bilico tra catastrofe e afasia. Se già il passare il mare è una sospensione di tempo e spazio, la discesa nel Maeslstrom è un intravedere la Gorgone, fuori e dentro di sé: rimane nel viso l espressione di chi ha visto. La stessa di un giovane soldato di ritorno dalla guerra. I testimoni raccontano, nelle parole di D Arrigo: lo vedemmo seduto sulle rocce di Cannitello [ ] con la testa chinata in avanti [ ] si specchiava nell acqua di sotto, fisso fisso come quelli che aspettano di vedere un giorno intrasparire a galla nello Stretto il miraggio della Fata Morgana... seduto là in faccia a mare a Scilla che aspettava il miraggio. Navalestro, naulo e gli insepolti All origine della parola nave c è l idea di traghettamento da una sponda all altra, il navalestro è appunto il traghettatore oltre un acqua, spesso fiume, lago, ma anche palude o braccio di mare che sia, ma breve. I navalestri facevano la spola dietro pagamento, ma soprattutto svolgevano con la loro barca la funzione di ponte, senza disturbare gli dei delle acque. Per non incorrere nel sacrificio agli dei del fiume per la costruzione del ponte come nel romanzo di Ismail Kadaré Il ponte a tre archi. La memoria dell attraversamento dell acqua a pagamento rimane nel pedaggio, nel naulo dei ponti. Il passare l acqua, il raggiungere l altra riva a pagamento. Barca ponte. Mentre Ruggiero, nuota tra i marosi, promette a Dio di farsi cristiano se ha salva la vita e, una volta sulla terra, non ha fatto cento passi che così si sente apostrofato da un eremita: che, come gli fu presso: Saulo, Saulo, [ ] Passar credesti il mar, né pagar naulo, Questi versi di Ariosto sono tra i pochi contesti in italiano in cui è presente il termine naulo. E così le anime per passare da una riva all altra pagano il naulo. Sulla locuzione passare il mare, qui mare, è luogo indefinito e tempo sospeso e necessario all atto di passare da una terraferma a un altra. Molte anime che lo devono attraversare non l hanno mai visto in precedenza. C è un racconto di Sciascia, amaro, Il lungo viaggio, in cui gli imbarcati saranno truffati dal navalestro e si ritroveranno in Sicilia: 78 Costanza Ferrini

80 Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un altra deserta spiaggia dell America, pure di notte. Ancora una volta ritorna l idea di Poseidone-mare come campo di spighe in un infinito vento, la vastità della pelle della terra mobile, o l acqua, ma come l idea del mare era per loro il piano verdeggiante di messe quando il vento lo sommuove, ma quando sei anche tu ad oscillare, il beccheggio o il rollio è la nausea, parola che proviene anch essa da naus, il movimento della nave... il mare vero li atterriva: e le viscere gli si strizzavano, gli occhi dolorosamente verminavano di luce se appena indugiavano a guardare. Ecco l America, disse il signor Melfa. Non c è pericolo che sia un altro posto? domandò uno: poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere ed era da dio fare la via giusta, senza sgarrare, conducendo una nave tra cielo ed acqua. Ritornano le invarianti di Calipso che valgono anche per la navigazione... Al contrario, di queste trazzere marcate, impresse sulle onde del mare, ce n è una che racconta ancora Leogrande a proposito di Pirro: un sentiero come avesse dovuto guidare il suo branco di uomini e di elefanti per terra... bastava seguire la corrente del Vjosa, il fiume che scorre a nord di Valona. Bastava posizionare le navi all altezza della sua foce, e, come sospinte dal soffio degli dèi sarebbero state direttamente trasportate in Italia... Ecco continuavano i vecchidei villaggi polverosi a nord di Valona, I primi albanesi che arrivano in Italia...partono proprio da lì, dalla foce del Vjosa. Costruiscono zattere legano tronchi di legno e bidoni, alberi fragili, rinforzano la base e i lati e intercettano la stessa mulattiera di mare in mezzo alle onde. Avventurarsi in pieno Mediterraneo è una cosa da folli, ma i primi che partono tutti dai villaggi a nord di Valona... dopo due giorni di viaggio senza motore, sbarcano nell altro mondo...il mare buio come la pece non gli ha fatto niente. Hanno attraversato confini, rotte su camion, dal Niger, senza vedere acqua, hanno pagato nauli anche per morire di sete. In Come un uomo sulla terra Tsegay dice: una notte, tutti insieme, abbiamo supplicato di poterci fermare per riposare, ma l autista diceva che eravamo quasi arrivati, noi donne gridavamo per la stanchezza. L autista aveva spento i fari e guidava nel buio senza vedere nulla. Costanza Ferrini 79

81 Scrive Primo Levi: in tutti i campi si procedeva una, due tre volte al giorno a un appello...quest appello si svolgeva (naturalmente all aperto) con ogni tempo, e durava almeno un ora, ma anche due o tre ore se il conto non tornava... ancora in Come un uomo sulla terra, Dagmawi: I poliziotti non sanno contare, ti mettono in fila sotto il sole e appena ti muovi perdono il conto. Ricominciano, ti insultano il conto non finisce mai. Contano in quattro, a mente, poi viene il capo, domanda quanti siamo e ci riconta. I poliziotti libici ci trattano come animali. Dopo che ci hanno contato e ci hanno separato come se stessero facendo qualcosa di complicato. [ ] Ti vergogni di essere lì a subire queste cose, ti domandi perché. Un umiliazione continua. I navalestri facevano la spola dietro pagamento del naulo dal greco naylon derivato da nays, nave o navolo da navis, così chiamarono i Latini la moneta, che ponevasi nella bocca dei morti, per pagare il tragitto della barca: e poi si disse in generale quel Denaro che si paga per passare sopra in Nave, Nolo. Il più noto navalestro è Caronte che traghettava le anime di corpi sepolti. Gli insepolti, invece, vagavano per cento anni, o fino a trovare sepoltura. Nella Roma cattolica del 500, l oblatio può essere considerata una forma di naulo con l istituzione delle indulgenze. Un prezzo per ogni peccato e un tempo corrispettivo di transito e attesa nel Purgatorio dell altra riva, che poteva essere accorciato dall oblatio. Il decimo sonetto di Michelangelo rende conto della sua ribellione a simili commerci: Qua si fa elmi di calici e spade, e l sangue di Cristo si vend a giumelle, e croce e spine son lance e rotelle; e pur da Cristo pazienza cade! [ ] poscia che a Roma gli vendon la pelle... Molti dei nomi degli insepolti sono su sepolcri vuoti. Come dice Alcione al marito Ceice nelle Metamorfosi per dissuaderlo a partire per mare: quante volte ho letto nomi su tombe prive di corpo! Se non un urna, nel sepolcro ci unirà almeno un epitaffio; 80 Costanza Ferrini

82 se non toccherò con le mie ossa le tue, toccherò almeno il nome tuo col mio! È la narrazione muta degli insepolti, di coloro che non possono raccontare, perché non sono tra i vivi e non possono dare una sede al loro corpo morto. Nella terra, dove sono noti, dove è atteso il loro ritorno, hanno una tomba vuota con il loro nome. Sulle rive degli Stigi vari, invece, sono insepolti senza nome, turba, che aspetta di trovare una dimora, una propria collocazione, sull altra riva. Il desiderio degli insepolti viene definito da Virgilio ripae ulterioris amore, il desiderio della riva al di là. Haji descrive il nostos come cuneo che accentua la discrepanza tra queste due condizioni e nel quale anche i vivi non possono usare le labbra per pronunciare le parole della loro lingua, dunque vivi muti sull altra riva. E quando ritornai dov ero nato, io abituato al ritorno dovetti rivivere tutto, cercai i miei compagni e mi tolsi dalle labbra la polvere di un eternità senza parola. E quando Virgilio arriva sulla riva è sorpreso come numerose nelle selve cadono le foglie staccandosi al primo freddo dell autunno, o come numerosi gli uccelli si rifugiano sulla terra venendo dall alto mare quando la fredda stagione li mette in fuga dai luoghi posti oltre il mare e li sospinge verso terre assolate. Le anime stavano ferme e pregavano di compiere per prime il tragitto... L incipit del primo verso di Golan Haji, pare avere un atmosfera virgiliana, ma l annullamento di prospettiva spiazza. Le figure non sono piccole nella lontananza sono piccole e annegate davanti a noi, nei pori della nostra pelle. Il corpo poetico, è un corpo terra, un corpo mare. Il naufrago errante condivide con il poeta un unico paese, che entrambi portano con sé, il proprio corpo i cui limiti corrispondono a quelli della terra. La propria terra e la terra madre. Le figure lontane erano ancora piccole quando sono arrivate come questa pioggia leggera. Sono venute ad annegare nei pori della nostra pelle, ad afferrare le nostre ciglia. Nella poesia Un soldato in casa di cura... Haji anticipa questa immagine del corpo approdo, qui, il luogo è una collina, che si dissangua nella pioggia: Costanza Ferrini 81

83 Mentre mio padre insonne che incanutisce nella soffitta della mia testa [ ] mi brilla negli occhi che si ritrova poi ne Il Signor Nessuno ascolta la propria storia alla corte di Re Alcinoo non come collina ma come rada: Navi con carichi di sguardi gettano l ancora nei fondali della mia testa, sopra di loro un cielo che non è questo cielo. E la catastrofe non può essere resa tale se non è della persona, persona nel senso latino di maschera cava, con i tratti del volto esagerati perché possano essere scorti da lontano. Uomini, donne e bambini città, società intere, lasciano una riva e passano il mare, con lo stesso amore e disperazione di cui canta Virgilio. Scrive Salman Rushdie, riferendosi a Mattatoio 5 e a Kurt Vonnegut: vide la guerra come una tragedia così grande che solo la maschera della commedia poteva permettere di guardarla negli occhi. Il suo tono di voce predominante è la melanconia, il tono di voce di un uomo che è stato presente in un grande orrore e che ha vissuto per raccontare la storia. C è una figura molto bella nell Horcynus Orca, Ciccina Circé, una Caronte che, con una inattesa pietas, incanta le fere, i delfini, perché gli insepolti possano trovar sepoltura a terra e lei possa portare l Odisseo / Ndria Cambria nell oltremare senza che i morti le supplichino sepoltura, battendo ai lati della sua barca nera. Ci furono miserande roncisvalli di marinai come voi, nei mari qui dintorno e sti nomi di strage... [ ] Si partirono allora e ancora vagano... [ ] sti naviganti in cerca di maro approdo [ ] essi ancora navigano... esposti a sole e luna [ ] si risentono nelle ossa di tutti i venti che si levano e cadono sopra di loro. ( ) succede che varate a morto... li sentite contro le sponde, che vi battono sul legno implorandovi sepoltura, sepoltura. [ ] Gli suono alle fere sto din din [ ] Sì mi servono [ ] a sbrogliarmi la navigazione di tutti sti fantasmi di marinai... a pilotarmi in mezzo a st anime vaganti. Ciccina Circé, si rivolge alle fere: Stringetevi a questa barca nera sbarazzatemi il mare di chi vaga zitto zitto, sgombratemi di pallori, di nudità di carne. [ ]Non è vero no, che per voi i cristiani morti, vederli e palleggiarveli verso terra... è tutt uno...? [ ] Pace o guerra non è questo no, il trattamento che gli riserbate al cristiano che annegò? [ ] No, aiutare non l aiutate però è in grazia vostra che si mettono terra sotto e terra sopra. Terra, terra, sepoltura sepoltura, sospirano a destra e a manca, e quando la ottengono, oh grande meraviglia 82 Costanza Ferrini

84 di uomini morti, da chi la ottengono? Dai cristiani, forse? no [ ] da voi [ ] anime pie porcariose... [ ] Fate fate che vada a terra tutta sta gente morta gli ordinava. Si partirono giovani e ancora mirabili i connotati furenti per fuoco e per ferro, ma naviga, naviga l acquasale, grande nemica, li strafottette: s intartararono al punto, che anche la loro madre si girerebbe dall altra parte. C è una ultima specie di naufragi, che non ho qui ancora classificato, ma che, prima della letteratura, mi ha spinto a scrivere questo testo, e della cui narrazione è necessario dare forma. Ha occupato molto tempo la lettura dei report di naufragi, dal 1988 nel Mediterraneo, è molto lungo l elenco sul sito di Fortress Europe, fino al 2016, poi altrove. Mi riferisco al naufragio dell obsolescenza. La conoscenza tecnica è sufficiente oggi per sapere che, se un gommone è omologato per un certo numero di persone e ci si mette sopra il doppio o il triplo di persone, la sua resistenza diminuirà di almeno un terzo, faticherà il motore fuoribordo e servirà molto più carburante per spingerlo. Oppure tutto è già è programmato fin dal varo: l obsolescenza programmata. Quel mezzo non sorpasserà le acque territoriali, le miglia previste o forse nemmeno la spiaggia, in certe condizioni di mare. Spesso le persone che sono a bordo non sanno come si sta in una barca. Spesso vengono da altri viaggi, di terra, da camion, e quella distesa mobile e i gommoni, tolta la nausea, non sono altro che il ripetersi di un lungo naufragio desertico. Talvolta, come i replicanti di Blade Runner, i piani dell obsolescenza, non seguono la programmazione e la salvezza si svela nell apparire di una Rachele. Altri naufraghi erranti perpetuano naufragi nel desiderio della riva successiva come nei versi di Haji: Mi sono sdraiato, frusto di pioggia, gettato nudo sulle rive, una riva dopo l altra. Sono dunque arrivato? Arrivando tutto impallidisce, mi opprime, travestito, circondato da chi aveva sperato e da chi sentiva la rabbia. Avrei raccontato un altra storia, se fossi scampato. Costanza Ferrini 83

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86 Reminiscenze La meilleure provision à porter dans un vaisseau qui doit périr, c est celle qu on sauve toujours avec soi du naufrage. DENIS DIDEROT

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88 Garcilaso de la Vega el Inca Pedro Serrano* Navigando da Cartagena a La Habana ci s imbatte nell isola Serrana, la quale prende il suo nome da uno spagnolo chiamato Pedro Serrano, la nave del quale fece naufragio giusto in quel braccio di mare. Il quale Serrano, provetto nuotatore, fu il solo a salvarsi raggiungendola a grandi bracciate e trovandola spopolata, per giunta inabitabile, priva com era d acqua e di legna. In essa visse sette anni, solo assistito dalla sua intraprendenza e destrezza nel provvedersi di legna e d acqua e dotarsi del fuoco. Da ciò che quell isola ne prendesse come s è detto il nome; e che Serranilla venisse appellata un altra che sorge nei pressi, per distinguere l una dall altra Sarà opportuno, prima di proceder oltre, dire dell avventura che toccò a costui [ ]. Il quale come si è detto la raggiunse a nuoto [e subito s avvide] come il suo contorno misurasse due miglia; come conferma a un dipresso [il portolano] la carta de marear, nella quale sono segnate tre isole minuscole, contornate da ogni lato da un infinità di secche e bassi fondali, tanto che se ne tengono discoste le imbarcazioni che fan rotta nei pressi per non incorrere in gravissimi rischi. A Pedro Serrano toccò in sorte naufragarvi e guadagnarne a nuoto la riva e trovarvisi sconsolatissimo, ché non vi rinvenne acqua né legna né erba di cui cibarsi, né altra cosa utile alla sopravvivenza, fin quando almeno non transitasse nelle vicinanze qualche imbarcazione che ne lo riscattasse, risparmiandogli la morte per fame e per sete che pareva a lui più crudele assai perché più lenta che non quella per annegamento. * Inca Garcilaso de la Vega, Comentarios Reales de los Incas, Messico 1991, vol. I, libro i, capp. VII-VIII. Garcilaso de la Vega el Inca 87

89 Talché vi trascorse la prima notte piangendo la sua sventura, afflitto quanto si può immaginare, trovandosi in tanto periglioso frangente. Fattosi giorno, tornò a passeggiare per l isola. Rinvenne qualche frutto di mare, portato dall onda fin sulla sabbia: granchi, piccoli gamberi ed altre bestioline, delle quali raccolse quante poté, divorandole crude, ché non aveva lume sul quale cuocerle o arrostirle. In tal guisa sopravvisse, fin quando non vide tartarughe. Ne affrontò una, ancor nel suo naturale elemento, arrovesciandola; e lo stesso fece con quante poté, e avvedutosi che solo a gran pena riuscivano a raddrizzarsi, impugnando un coltello che soleva portare alla cintura e che lo aveva più volte messo al riparo da morte sicura, sgozzò e ne bevve il sangue in luogo dell acqua che mancava; e lo stesso fece con le altre; e ne mise la carne al sole per farne tasajo e cibarsene e si diede a svuotarne i carapace, per raccogliervi acqua piovana, ché quella è regione piovosa in massimo grado. In tal modo, si sostenne i primi giorni, uccidendo tartarughe a man salva, e ne trovò di grandi più degli scudi più grandi, ed altre come rotelle, e altre ancora della misura dei brocchieri di modo che ne trovava d ogni dimensione. Delle più grandi non poteva venire a capo ché l eccedevano in forza, e per quanto s incaponisse a salir loro in groppa per stancarle e infine domarle, non ne cavava profitto, ché con lui in groppa se ne andavano al mare, di modo che l esperienza gli suggeriva quali tartarughe puntare e quali no. E nei carapace raccolse grande quantità d acqua, ché ve n eran di quelle che potevano contenerne e venti e più litri, o giù di lì. Vedendosi infine Pedro con sufficiente agio di bere e mangiare, gli parve che se mai fosse riuscito ad appiccar fuoco per almeno cuocere quel cibo, e per fare inoltre segnali di fumo quando vedesse passare al largo qualche imbarcazione, sarebbe stato del tutto soddisfatto. E con detto pensiero, qual uomo che tanto aveva navigato che per certo son costoro i meglio addestrati per venire a capo delle peggiori avversità, si diede a cercare ciottoli che fungessero da pietre focaie, ché del suo coltello pensava di fare acciarino. Per la qual cosa, nulla trovando che facesse al caso suo nell isola per intero contornata di sabbia finissima, s inoltrava in mare nuotando tuffandovisi al fondo con grand impegno e diligenza, cercando or qua or là quel che gli abbisognava. E tanto perseverò in quei tentativi che rinvenne ciottoli e ne trasse quanti più poté e tra essi scelse i più acconci e spezzando gli uni con 88 Garcilaso de la Vega el Inca

90 gli altri ché avessero spigoli affilati o aguzzi dove sfregare con il coltello, tanto provò e perseverò fino a che, vedendo che riusciva ad ottenerne scintille, fece filacce d un lembo di camicia che pareva cotone scardassato e se ne servì come miccia e con quanta ostinazione e destrezza poté, più e più volte provando, ottenne il sospiratissimo fuoco. E quando se ne vide padrone, si diede per il più fortunato degli uomini e per alimentarlo raccolse quante alghe poté di quelle che il mare restituiva alla riva e per ore ne faceva incetta, ragion per cui trovava erba in quantità di quella che chiamano lattughe di mare e relitti di navi e conchiglie e ossa di pesci ed altre cose con le quali alimentava le fiamme. E al fine che scrosci di pioggia non ne avessero ragione, fece un riparo dei carapace più grandi delle tartarughe che aveva catturate e con la maggior cura del mondo alimentava il fuoco affinché per nessun ragione s estinguesse. Tempo due mesi, se non di meno, si vide quale sua madre l aveva partorito, ché con la moltissima acqua, e calore, e umidità di quella plaga, marcì e si disfece la poca roba che aveva. Quanto al sole, l affaticava con i suoi raggi impietosi, tanto più che ormai non aveva vesti con cui coprirsi, né ombra cui ripararsi, tanto che giunto allo stremo non trovava miglior rimedio che gettarsi in acqua per averne un minimo ristoro. In questo penosissimo stato visse tre anni. E in tutto questo tempo vide transitare navi che non se ne capacitavano, a dispetto dei suoi segnali di fumo che in mare sono segno certo di uomini smarriti ovvero per tema delle secche e dei bassi fondali che li dissuadevano dall accostare tanto che Pedro Serrano ne riceveva tanto gran scoramento che avrebbe preferito mille volte morire che non veder rinnovarsi quell atroce agonia. Intanto per le inclemenze del cielo gli crebbe il vello a ricoprire l intero suo corpo, in tal guisa che più somigliava a manto d animale selvatico, quale cinghiale; i capelli e la barba scendendogli fin sotto la cintura. In capo a tre anni, una sera, quando meno se l aspettava, vide Pedro Serrano un uomo sulla sua isola, il quale, la notte innanzi, s era perduto tra i suoi bassi fondali aggrappandosi a un relitto della [sua] nave e, da poi che alla prima luce dell alba aveva visto il fuoco di Pedro Serrano, sospettando quel che in seguito avrebbe appurato, s era diretto alla sua volta, soccorso dal relitto che si è detto e della sua perizia di nuotatore. Garcilaso de la Vega el Inca 89

91 Come si videro l un l altro, non si saprebbe dire chi ne fu più sorpreso. Si figurò Serrano trattarsi del demonio che veniva sotto le sembianze di uomo per indurlo in tentazione. Congetturando lo stesso l ospite, vedendo Serrano farglisi incontro inverosimilmente coperto di peli e barba e capelli. E l uno fuggì dall altro. Fino a che Serrano proruppe: «Gesù Gesù mio, liberami, Signore, liberami dal demonio!» All udir la qual cosa si riconfortò l altro, che replicò: «Fratello non fuggite lontano da me che sono cristiano par vostro», e affinché non ne dubitasse ché l altro ancor lo rifuggiva, si diede a declamare a piena voce il Credo. Udita la qual cosa, Pedro Serrano gli si fece incontro e teneramente lo abbracciò tra fiumi di lacrime e gemiti, l un specchiandosi nella figura dell altro, dall abisso della comune sventura, smarrita ormai ogni speranza di salvezza. Ciascuno brevemente rammemorò la propria vita passata. Pedro Serrano, presumendo quanta necessità ne avesse il suo ospite, gli diede da mangiare e da bere di quel che aveva, cosa di cui l altro ebbe conforto e di nuovo s intrattennero sulle reciproche sventure. Indi diedero ordine alla loro vita comune come meglio gli riuscì, suddividendo le ore del giorno e della notte tra la pesca di frutti di mare, la raccolta di alghe e di legna e di ossa di pesce e di qualsivoglia altra cosa il mare restituisse e con la quale tener vivo il fuoco, e soprattutto impedirne l estinzione. In tal guisa vissero alcuni anni. Anche se non dovettero passarne troppi prima che litigassero, di modo che s allontanarono; e poco mancò che non venissero alle mani (e questo riferisco affinché si veda quanto grande è la miseria delle nostre umane passioni). E la causa di quella contesa era che si rimproveravano a vicenda di non attendere come conveniva ai compiti che s eran spartiti; e questo rancore e le parole che si scambiarono li misero l un contro l altro. Ma non tardarono molto a darsi conto della loro follia, tanto che si chiesero l un l altro perdono e tornarono amici e si ricongiunsero e in quel pristino stato restarono altri quattro anni. E in tutto questo tempo videro transitare dinanzi alla loro isola alcune navi, verso le quali lanciavano segnali di fumo, ma senza alcun profitto, della qual cosa s appenavano tanto da invocare più e più volte la morte. In capo a questo lasso di tempo, passò finalmente una nave a tal punto prossima da non poter non vedere il segnale e da non gettare in loro soccorso una scialuppa. Pedro Serrano e il suo compagno di sven- 90 Garcilaso de la Vega el Inca

92 tura, ormai coperto al pari di lui di un folto pelame, vedendo prossimo il battello e affinché i marinai che si stavano per imbattere in loro non pensassero essersi imbattuti nel demonio e fuggirne, si misero a recitare il Credo e a invocare a tutta voce il nome del Nostro Redentore: risoluzione che fu loro di molto giovamento, ché in caso contrario certo si sarebbero ritratti i marinai, ché essi non avevano aspetto di umani. Per tal modo li condussero a bordo, e quanti li videro e udirono molto restarono ammirati e attoniti per il loro racconto e le prove sostenute. Il compagno morì durante la traversata verso la Spagna. Sopravvisse Pedro Serrano, e giunse in Spagna e passò in Germania, dove l Imperatore era al tempo di stanza: e conservò il folto pelame che tutto lo ricopriva, perché fungesse da prova provata del suo naufragio e di quanto egli aveva passato. E per tutti i villaggi per i quali transitava in quel suo peregrinare (quando e ove intendesse mostrarsi) guadagnava (o avrebbe guadagnato) gran somma di denaro. Alcuni signori e principali cavalieri, che si compiacquero di vedere la sua figura, ne sovvenzionarono il trasferimento e la Maestà Imperiale, una volta vìstolo e udìtolo, gli fece mercede di quattromila pesos di rendita, che valgono quanto in Perú mille ottocento ducati. E tornando verso la sua dimora per goderne, morì a Panama senza esser riuscito a entrarne in possesso. Racconto, quello che avete letto, che raccontava un cavaliere di nome Garci Sánchez de Figueroa (dalla cui bocca personalmente lo udii) che conobbe Pedro Serrano. E che dava fede di averlo ascoltato da lui con le sue stesse orecchie e che soggiunse che dopo aver avuta udienza dall Imperatore s era tagliato i capelli e la barba, raccorciandola fin sopra la cinture, e che perché non gli fosse di disturbo la notte se la attorcigliava, che in caso contrario avrebbe invaso il suo giaciglio, impedendogli di dormire. Garcilaso de la Vega el Inca 91

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94 Leon Battista Alberti Naufragio Bench io non possa sanza lacrime e dolore ricordarmi della gravissima iniuria quale io ricevetti dalla fortuna, o amici miei, pur deliberai ubbidirvi. Racconterovvi el naufragio nostro, come mi dite ch io faccia, e udirete da me cosa degna di memoria e molto maravigliosa. E quando arete inteso quanto io sia stato offeso dagl impeti della avversa fortuna, o omini ottimi, credo iudicarete la fortuna esser come altrove così e molto in mare da temerla. Vorrei per eloquenza potere mostrarvi quanto fu el nostro naufragio da piangerlo, qual noi per prova lo sentimmo pessimo esser e troppo terribile, tale che non solo el mare ci è odioso, e simile e navigli ci sono a vederli molesti, ma e ancora el nome del navicare ne perturba, e tanto mi dispiace ogni cosa marittima che io non amo chi navica e iudicolo inimico di sé stessi e di sua salute. Ma poich io vi vedo molto apparecchiati a udirmi, narrarò la cosa quanto potrò breve. Trecento omini eravamo in una nave ben fornita e salda. Navicavamo colle vele piene tutti iocosi verso el porto quale già innanti ne appariva. Alcuni di noi, e in prima una fanciulla molto dilicata quale fra noi sposa andava alle nozze apparecchiateli dal suo marito, si vestiva e adornava con panni e gemme; e fra noi compagni erano chi constituiva la sera e l altro dì avere in quel porto molto piacere in cene e in feste, e così tutta la nave brulicava di letizia in questi apparecchi. O fragile speranza de mortali! Per grave e atrocissima tempesta quale ruppe subito, mutati e venti, con troppa nostra miseria fu suvvertita la nave in modo che di tanta moltitudine solo omini tre rimaseno in vita, io, quella fanciulla sposa e un barbero servo. Cosa maravigliosa e incredibile! Qual fusse fato non so, ma suvversa la nave, noi tre ci Leon Battista Alberti 93

95 trovammo reposti presso alla poppe della nave in luogo non bene atto a riceverene perché era picciolo e ancora perché era pieno di ferramenti lì riposti al bisogno della nave. Adonque ivi non potevamo bene stare senza ricevere qualche ferita da que ferri, e più eravamo summersi tutte le spalle in l acqua quale conveniva pelle fessure della nave tutta dalla tempesta quassata e aperta. E a queste difficultà vi s agiungeva che spesso per el comuoversi della nave picciata dall onde l uno di noi urteggiava l altro. Adunque miseri noi, molli e premendo l un l altro e ricevendo or una or un altra tagliatura e puntura da que ferri, sofferàvano tuttora presente la morte. Pur la necessità a noi facea parere questo così sinestro luogo grato e assai troppo grande. Per questo pregavamo Dio almeno ivi ne fusse licito sperare qualche salute, e fra noi confortavamo l un l altro promettendoci men rea fortuna, ma d uscire di tanta molestia per allora non era che aspettare a noi né che consigliarci. Né intendevamo dove in tanto mare fossimo traportati, e questo ne parea ottimo per allora quanto potavamo sopra l acqua con tutto el capo alitare. In quale nostro misero stato, oimè, e quante morte vedevamo noi! Ogni onda veniva con nostro eccidio. Pur mai, cosa maravigliosa, mai in tanti pericoli la speranza abandonò l animo nostro, né mai l animo mancò a sé stessi. Sempre fummo in questa fortitudine che sempre ne promettavamo qualche bene. E a me, qual credea mai più potere rivedere questo sole e questa luce, tornava in mente quello che dicono e poeti che, quando gli altri dii salirono el cielo, solo la Speranza rimase a fare compagnia a mortali posti in miseria e oppressi dalle calamità. E così sola questa dea a noi infelicissimi era propizia, né ci lasciava soccombere a tanti mali. Con lei durammo molte e molte ore per sino che l mare cominciò a meno esser aspero, onde questo luogo ove eramo inchiusi meno divenne acquoso. Non potavamo però pigliar modo di torci indi altrove, però che la nave era suvversa e piena d acqua. Pur cominciammo a riaverci un poco, e nettammo el luogo da tanti ferri e gittammoli in molta parte fuori. Poi intenti pelle fessure guardavamo se da parte alcuna ne si presentasse alcun lito, e in questo guardare ogni onda che verso noi venia c impauriva a morte. Parseci vedere qualche monte a lungi; quinci in noi nacque tanto desiderio di condurci in terra che fra tante molestie questa fu la maggiore, e dove testé sommersi in acqua sino al mento non più credavamo che solo potere respirare, ora da 94 Leon Battista Alberti

96 quello ultimo pericolo liberi non potavamo patire le veste indosso molli. Nudammoci in molta parte, e in quella fortuna perduto ogni cosa lodavamo Idio che avamo da potere assederci benché maldestri. Sarebbe istoria lunga raccontare quante varie memorie e ragionamenti nei nostri animi e fra noi in quello spazio soveniano. Eravi el dolore delle cose perdute, eravi la letizia della già presso veduta terra, eravi speranza insieme e paura d ogni cosa futura, tale che quasi eravamo alieni e fuori d ogni nostra mente. Conferivavi la lunga vigilia, el digiuno, el freddo, per quali eravamo si può dire spacciati, tale che ciascuno di noi e pe suoi mali e per la misericordia de compagni posti in simile calamita nulla quasi potavam di noi stessi. In questo modo stemmo due dì, fra quali mali solo uno era quello che noi atterrava, la fame. Pareaci meglio già prima essere periti che ora vivere in tanto desiderio di saziarsi. E in prima quel barbaro nostro compagno in tanti infortuni, di natura feroce e d ingegno bestiale e audacissimo, arse in tanta sevizia che e tentò cosa inaudita, incredibile e degna di biastemarlo. Porsesi a me presso alla orecchia tutto interriato nel viso, coll alito tremitoso, e denteggiando, e prima susurrando cominciò pregarmi e pregandomi alzò la voce persino a garirmi, dimandandomi ch io lasciassi ucciderli quella infelicissima fanciulla compagna mia in questa acerbissima fortuna, per pascersi. La fanciulla che sentiva que ragionamenti, aimè, non posso dire quanti pianti fussero e suoi! E a me tanta atrocità di questo barbaro, e la misericordia di questa pura e tenera fanciulla, ah, e quanto mi perturbò! Temea per lei, temea e per me stesso, e cominciai a ripensare molte e molte cose, e dicea: siamo noi servati da tanta e sì rabbiosa tempesta per esser cibo a questo barbaro? Piansi. Pur con parole rattenea quel bestiale da tanta crudelità. Ma quel barbaro già fiameggiava rabbia con gli occhi e gridava: Occidianla. Io col tempo subito consigliato, gittai ogni resto di que ferramenti ch ivi restavano, acciò che quel mostro non potesse quanto e cercava. Eimè! E chi referirà te, o misera fanciulla, quale avevi ogni tua salute posta solo in lacrime e preghiere? O pietà, che non solo a me qual sono pietosissimo, ma e ancora a quel barbaro vidi movesti le lacrime! Io adunque, volto alla fanciulla, dissi pigliasse buono animo, non bisognar quivi lacrime ma virtù; adonque stesse meco in pie e non giacesse in quel dolore, che se bisogno accadesse, potessimo due con fermo petto ossisterli, che sarei col favore di Dio Leon Battista Alberti 95

97 galiardo combattitore contro tanta immanità, e a Dio esser comendata la nostra piatà. All ultimo, ove quella bestia non restava, io irato: O sceleratissimo, dissi, non cesserai tu da tanta iniuria contro a questa misera fanciulletta, qual piange, prega, qual è stata e ora è con noi in tanta mala sorte doppo tanti casi? Tu omo, tu vorrai farti pasto un corpo umano, tu pascerti delle membre vive? Ramentiti tu esser o no omo? Qual tigre sarà mai simile a te? Qual animale affamato, voracissimo non perdona a simili a sé? Tu fai questa tua fame maggiore non ben sopportandola. Témperati, ché certo meglio la porterai, e gioveratti sperare meglio. Né per certo siamo dalli dii servati da tanti mali a questa crudelità, ma per loro pietà a salute siamo e a testificare la loro benignità servati; ché se così non fusse, terzo fa dì con gli altri saremmo periti. Ora se saremo piatosi, questa speranza quale li dii piatosi ci hanno mostra, sarà con grato ed espettato bene. E così adonque dava io opera di distorre quel barbaro da tanta immanità. Ma voi, o amici miei ottimi, che animo credete fusse el mio mentre ch io dicea? Qual erano cose ch io meno volessi prima che vedermi innanzi quella belva con quel fronte aspero e apparecchiata d ogni parte a crudelità? Ma sostenea me stessi con l animo presente, e curava ogni salute di quella fanciulla. Questo ultimo troppo mi comosse quando con un grande urlo quel barbaro gridò: Un di voi convien che muoia. Ed esasperato infuriò tanto che biastemò Iddio, e colle mani già me opprimea. O spettaculo durissimo! La fanciulla impaurita mi si getta a piedi, pregami. El barbaro già presto e arrabbiato cominciava essequire la crudelità. Io in mezzo consolava costei, sgridava quest altro e me straccava. Quel pessimo barbaro, quanto io più li distoglieva ogni suo brutto incetto, allora più ardeva in rabbia. Oimè, alla fanciulla già erano mancate le lacrime, e a me apresso questa bestia non più erano preghiere. Questo furioso rompe e con tutte le forze si getta a questa misera fanciulla per strangolarla. Qui benchè stracco e languido pe sofferti sinistri, pur da tanta indignità mi nacquero forze, e presi questo arrabbiato quale ora verso la fanciulla ora verso di me con morsi, con pugni si inasperiva, sudai tanto ch io glielo tolsi da dosso. Presi con tutte due le mani mie la sua destra mano e svolsigliela drieto alle spalle con tanto impeto che pel dolore egli urlò. Tennilo tanto che la fanciulla m aitò e presegli l altra mano e simile la svolse. Contenemmolo tanto che stracciata la camicia 96 Leon Battista Alberti

98 della fanciulla e fattone una e un altra fascia legammo drieto le mani a questa bestia quale per sino alle tavole della nave co denti e con urti schiantava e fracassava. Scrivono le storie di Sagonto, di Ierosolima, di Cassilino essere stato chi rose le funi, le scorze de legni, le pelle delli scuti, chi mangiò erbe pestifere e chi per fame mangiò e figliuoli, essere stato chi si gittò in fiume, chi si precipitò da muri per tedio della fame. Visto quello ch io vidi, ogni cosa e più ne credo. E voi, amici miei, pregovi insieme con meco ripensiamo qual fusse allora la nostra sorte e condizione. Da quanta speranza, da quanta lieta espettazione in ultima desperazione cademmo noi! Da quanto gaudio in quanto pianto e miseria! Noi che con sì secondi venti poco innanzi venavamo a casa, a quali la fortuna promettea ogni bene, guadagno, festa, piaceri, quali speravamo abracciare e padri, la moglie, amate nostre e care anime, a quali non parea navigando più potere altra facilità dalla fortuna altrove domandare, - noi subito vedemmo toltoci dinanzi e nostri benivolentissimi compagni e fedelissimi amici. Noi, quali la fortuna avea coniunti in pari caso, tra noi divenimmo capitali inimici, e tanta ne fu mala avversità che a pena ne fu licito piangere la nostra miseria. Ma lasciamo questi pianti che non ci basterebbe el dì. Adonque era el barbaro legato come dissi; noi pur pieni stavamo di paura che se si sciogliesse di nuovo, non bisognasse cominciare nuova zuffa. In questo sopragiunsero alcuni pescatori da quali el tronco nostro della nave era stato da lungi veduto. Noi ch eravamo intenti a guardarci dal nimico bestiale conchiuso con noi, udite le voci de pescatori, non posso dire quanta allegrezza ne impiette. Per letizia perdemmo la voce, stemmo muti tanto che que pescatori, non vedendo guadagno da quella squassata nave nostra, deliberavano partirsi. Ivi noi ne accogliemmo e quanto potemmo con gran voce pregammo aito. Accostoronsi a noi, a quali fu di tutte le cose nulla primo che domandargli che solo ne porgessero che mangiare. Aresti veduti que di fuori lacrimare, e que dentro siniozzando aresti udito con troppa umilità pregare. Dolce era all uno e all altro queste lacrime e questa pietà. Quelli ne confortavano, noi fra noi ne abbracciavamo pieni di tenerezza. O Iddio, quanta e quanto subita mutazion in noi d ogni animo! Costui quale la fame avea fatto nostro atrocissimo inimico, quale ap- Leon Battista Alberti 97

99 petiva nostro sangue e vita, questo barbaro quale con tanti sudori avamo colligato, quale tanto temavamo, odiavamo, costui ci fu subito conciliatissimo e in tanta sofferta con noi miseria agiuntissimo, costui ci fu ora slegato caro abbracciarlo. Che se forse sarà chi dica che mali tempi generano mali costumi, e facile essere a beati e ben fortunati usar pietà, forse non errarà. E pescatori non aveano ivi pane, ma per le fessure della nave pinsero alcuni pescetti. Accuso el mio, se così vi pare, mal costume. Subito mangiai quel crudo. La fanciulla per questa profertali salute quasi essanimata fuor di sé stava. Ma quel barbaro, - non so la cagione, sannola e fisici, - el quale poco inanzi parea potesse divorare uno uomo intero, testé né pur potea mordere un pescetto. Comincioron que pescatori in ogni modo a volerci aprire da uscirne. Non poterono, ché altro non avean che remi atti a rompere e tavolati. Adonque Addio, dissero, siate di buona voglia. Qui saremo subito con molti ferri, e con noi verrete. Noi, benché conoscessimo quella essere nostra salute, non è facile dire in quanto merore cademmo da molta letizia vedendoli partiti; e tanta ne tenea cupidità d uscirne che dimenticammo ogni da noi sofferto pericolo accusandoci stolti che gittammo que ferri co quali teste apriremmo via a uscirne. Così non levavamo occhi da dosso a que pescatori quali per salvarci da noi si partiano. E parte ci dolea meno vedere chi ne salvava, e parte desideravamo ne fuggissero prestissimo per salvarci. Ed eravamo lieti insieme e mesti. E più preghiere allora al mare pacifico facemmo e più voti per la navigazion de pescatori che non avamo in la nostra tempesta fatte per noi. Aspettammogli parecchie ore agitati da tanti sospetti che io posso affermare che queste sole ore a noi furono più gravi che tutti e tre passati tempestosi dì. Pur rivennero a noi e pescatori presso a sera con liete voci qual fanno chi torna trionfando a suoi cittadini. Noi non potavamo languidi e attriti referire loro pari letizia colle voci. Adonque in fretta rotto el lato della nave ne riceverono in quella barca sua, ove doppo un poco soluti da maggior cure guardammo l uno l altro. O Dio, quali erano e nostri visi! El naso fatto acuto, le labbra flappe pendeano, gli occhi fuggiti ed evacuati, la barba setosa, le guance squalide, tutti osceni e simili o più sozzi in vista che que che già tre dì fussero stati morti. Tanto indizio in noi era della nostra sofferta calamita. Que pescatori, quando 98 Leon Battista Alberti

100 ne guatavano, per pietà lacrimavano. Noi fra noi, credo, pazzeggiavamo per letizia, beffavamo e nostri visi, e insieme domandavamo a cui fusse la faccia più atta a nozze. In questa ecco in una barchetta a remi velocissima el marito nuovo della nostra fanciulla, ch avea udito della nave trovata entrovi chi e dubitava. Avea costui in dito l anello, entrovi una gemma rara e conosciuta, quale solea portare el mio carissimo fratello perito in quel nostro naufragio: avealo questo sposo avuto da chi trovò el corpo esposto sul lito. Abbraccioronsi quelli sposi. La fanciulla ricevuta in seno del suo dolcissimo amatore tutta svenne in braccioli. Io, che vidi in dito dello sposo l anello del mio ottimo fratello, per desiderio ancora svenni. Credo che chi ci vide molto si comovesse non so se più a piangere e nostri mali e a misericordia e dolore, che a gaudio e letizia di tanta comutazion di nostra fortuna. Indi imparai, amicissimi miei, a nulla mai disperarmi. Siate felici. Leon Battista Alberti 99

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102 Antonio Tabucchi Interpretazioni della História Trágico-Marítima* 1. Lisbona, L avventura portoghese sui mari è finita, può cominciare la sua definizione. Per le stampe dell Oficina da Congregação do Oratório vede la luce il primo tomo della HISTORIA TRAGICO MARITIMA / Em que se escrevem chronologicamente os Nau- /fragios que tiverão as Naos de Portugal, de- /pois que se poz em exercicio a Navegação da India. / Tomo Primeiro. / Offerecido / À Augusta Majestade do Muito Alto e Muito / Poderoso Rey / D. João V. / Nosso Senhor. / Por Bernardo Gomes de Brito. Il primo volume di un opera che sarebbe restata nella letteratura portoghese come l anti-epopea per eccellenza delle scoperte, il rovescio della medaglia delle gesta eroiche dei portoghesi sui mari e, implicitamente o esplicitamente, anche l ammissione dei numerosi errori tecnici della scienza della navigazione della quale i portoghesi pur vantavano il primato, viene pubblicato, curiosamente, non solo nel bel mezzo di uno dei più lunghi periodi della monarchia assoluta lusitana (D. João V, sul trono dal 1706 al 1750), ma anche in pieno secolo dei Lumi, allorché lo spirito della nuova scienza pervade l Europa, non escluso, seppur con le dovute limitazioni, il Portogallo. [ ] * L estratto, tratto da Interpretazioni della História Trágico-Marítima nelle licenze per il suo Imprimatur, apparso originariamente in Quaderni portoghesi, 5, Primavera 1979, poi in: Bernardo Gomes de Brito, Storia tragico-marittima, a cura di Raffaella D Intino, Einaudi, Torino 1992, pp , è pubblicato per gentile concessione dell Estate of Antonio Tabucchi. Si ringraziano per la grande cortesia e disponibilità Anna Haddelsey ed Ekin Oklap. Antonio Tabucchi 101

103 2. Ma ciò che qui interessa non è tanto indagare sulle contraddizioni di una cultura sottoposta alle vigilanze di una censura stretta e informata, almeno nelle sue espressioni letterarie più significative, a quello spirito e a quella poetica che ha caratterizzato il secolo precedente. Ciò che più interessa è cercare di capire in primo luogo perché il «negativo», per così dire, dell avventura marinara portoghese, cioè le numerose relazioni di sciagure e naufragi che dalla metà fino alla fine del Cinquecento erano circolate esclusivamente in edizioni sciolte, trovino proprio ora il loro mastodontico monumento: un monumento, vale la pena di ricordare, che si compone di due tomi (il secondo è pubblicato a un anno di distanza dal primo, nel 1736) e che raccoglie ben tredici naufragi scelti fra i più catastrofici e dunque i più adatti, è superfluo dirlo, a colpire la fantasia popolare. E in secondo luogo interessa verificare con quale spirito la critica ufficiale del tempo accolse la pubblicazione; il che è complementare, almeno in parte, alla prima domanda che ci siamo posti, giacché capire la lettura che la cultura di un epoca effettua di un opera coeva significa individuare anche certe motivazioni intrinseche all opera stessa. Ora credo che per capire le interpretazioni della critica del tempo (o anche, per dirla diversamente, il tipo di fruizione del lettore cólto di allora), niente sia più significativo delle numerose licenze censorie che i due tomi della História Trágico-Marítima dovettero ottenere per essere pubblicati. Licenze di vario ordine e grado, che costituiscono campioni attendibili e in certo qual modo differenziati della critica ufficiale del tempo: in primo luogo le licenze del Santo Offizio, poi quelle della Congregação do Oratório per i cui tipi i volumi furono stampati, e infine le varie «Censuras do Paço». Inoltre, se pensiamo che alcune di queste licenze, almeno quelle più significative e certo determinanti per la pubblicazione dell opera, recano la firma di personaggi di primo piano nella cultura portoghese dell epoca (e degni ancora oggi di figurare nella storia della letteratura portoghese del Settecento), la loro lettura può costituire per noi, oggi, una fonte di informazione ancora più preziosa. Per procedere in maniera sistematica nella ricognizione che ci siamo proposti, è imprescindibile cominciare dal titolo, poiché se è vero che ogni titolo costituisce sempre una sorta di autointerpretazione, o quantomeno di riflessione dell autore sulla propria opera, esso assume ancor più valore critico allorché sigilla un antologia; quando cioè, unifi- 102 Antonio Tabucchi

104 cando testi di più autori, sintetizza il significato che a tali testi viene attribuito. Il titolo così perentorio di História Trágico-Marítima che Gomes de Brito impone alla sua collettanea ci pare possa fornire materia per due riflessioni preliminari di un certo interesse. La prima riguarda il termine «História», per capire il cui esatto significato è necessario esaminare la dedica di Gomes de Brito. SENHOR Como V. Magestade, por sua Real grandeza, se fez Augusto Protector da Historia, erigindo a sua preclara Academia; parece, que permittio aos afortunados Historiadores deste Seculo a gloria de recorrer ao seo Real azilo; indulto de que agora me valho, para pôr aos Reaes pés de V. Magestade nestes tomos, estes fragmentos Historicos, que já perdem o horror de lastimosos, na fortuna de dedicados; conseguindo eu para aquelles Vassallos desta Coroa (que agora o são de V. Magestade com melhor estrella) nos seos naufrágios o mais feliz porto, senão para as suas vida, para as suas memorias. O Ceo dilate a vida de V. Magestade para felicidade desta Monarquia. La seconda riflessione riguarda invece il duplice qualificativo di «Trágico-Marítima» che l antologo attribuisce alla sua «História». Duplice qualificativo che tuttavia, in virtù del trattino che unisce i due elementi, assume in portoghese valore di connotatore unico, come per una funzionale consustanzializzazione dei due concetti espressi. La connotazione di «Trágico-Marítima» può cioè essere considerata come fornita da un unico connotatore bimembre, la cui prima sezione («Trágico») tiene della seconda («Marítima»), e viceversa. In questa accezione, Gomes de Brito crea una bizzarra categoria, in qualche modo inedita e «mostruosa». Riesce cioè a collegare in un unico termine due idee che probabilmente per i portoghesi erano già consciamente o inconsciamente collegate: e cioè che la tragedia avesse qualcosa a che fare col mare, o, meglio, che il concetto di mare evocasse in qualche modo il concetto della tragedia. Ritorniamo alla dedica di Gomes de Brito. È un esempio di una prosa asciutta e perentoria, abbastanza inusitata nelle dediche dell epoca, e pressoché sobria di stilemi retorici, se si eccettua la chiusa augurale di lunga vita, di prammatica in ogni dedica al monarca, eppure contenuta nei limiti di una formale cortesia. Ma a parte queste considerazioni stilistiche, quello che più interessa è il passo in cui l autore fornisce una definizione della propria opera. La riflessione che Gomes de Antonio Tabucchi 103

105 Brito fa sulla sua antologia («estes fragmentos Historicos, que já perdem o horror de lastimosos na fortuna dedicados») e la funzione che all opera intera egli attribuisce («conseguindo eu para aquelles Vassallos desta Coroa que agora o saõ de V. Magestade com melhor estrella nos seos naufrágios o mais feliz porto, senão para as suas vidas, para as suas memorias»), sembrano attenuare la forte carica di pathos contenuta nel titolo. L autore pare quasi contraddire al suo titolo, o almeno pare voler smorzare la tragicità dei fatti così perentoriamente sintetizzati nel frontespizio, con una dedica che, facendo ricorso al concetto che il tempo è un rimedio efficace anche contro le peggiori sciagure, e allo stilema della navicella (vita umana) che ha raggiunto il porto più sicuro, addolcisce una materia certamente «sgradevole» agli occhi di un monarca che regge in maniera assolutistica uno smisurato impero per la cui conquista i poeti ufficiali hanno da quasi due secoli celebrato gli eroismi dei navigatori portoghesi. Pare dunque esistere una palese contraddizione tra lo sguardo estraniato che l autore getta alla sua collettanea e il titolo fortemente emotivo che ad essa impone. E non è illegittimo supporre che Gomes de Brito voglia assumere, con una immodestia forse non pari alle sue effettive facoltà, la capacità descrittiva dello storiografo; se non proprio l imperturbabilità dello storico, almeno la fredda compunzione, aliena da partecipazioni sentimentali di colui che si occupa delle rerum historicarum («Como V. Magestade, por sua Real grandeza, se fez Augusto Protector da Historia, erigindo a sua preclara Academia; parece, que permittio aos afortunados Historiadores deste Seculo a gloria de recorrer ao seo Real azilo; indulto de que agora me valho»). La prima interpretazione della História Trágico-Marítima, che è poi un autocritica, potrebbe dunque sembrare viziata, nel suo effettivo senso tragico intrinseco, da una sorta di autopromozione culturale dell antologo che aspira al rango di «historiador do Reino». A meno che, ma è un ipotesi troppo fantasiosa, e comunque non facilmente verificabile, a tanta ostentata imperturbabilità scientifica non soggiaccia l ombra di un ironia magari involontaria che si fa palese nella sibillina frase dell inciso tra parentesi («que agora o são de V. Majestade com melhor estrella»). [...] 104 Antonio Tabucchi

106 Margo Glantz Il corpo inscritto e il testo scritto o La nudità come naufragio * «El que salió desnudo...» Il naufragio, una delle forme più pure della disgrazia, annovera, tra i suoi effetti collaterali (e le sue maledizioni), la nudità, stato originario adamitico dell uomo. Da esso medesimo (e da Dio) revocato nel momento dell espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso, le loro vergogne pudicamente coperte dalla verde foglia di fico, primo e prezioso abito dell Umanità. Prospettiva, quella indicata, dalla quale s evince come la storia della civiltà sia tenuta a battesimo dal vestito. Fin dal primo viaggio di Colombo, la nudità acquisisce specifiche connotazioni, evocando antiche mitologie per obbligo aggiustate alla varietà dei contesti. Ridà vita al mito biblico dell Eden [ ]. Un mito che, irrobustito nella versione ellenica dell Età dell Oro, genera una serie di varianti tra le quali quella della Fonte dell Eterna Giovinezza, allocata come molte sue consimili nella fantomatica isola di Bímini (Florida) da Juan Ponce de León... Nudità edenica che implica innocenza quella dei nostri primi padri, dei poveri in ispirito del Vangelo e dei barbari, bellezza nonché sovente immortalità. Nei conquistadores la nudità delle indigene evocò e provocò erotismo. La polarizzazione assoluta della nudità si dà nel naufragio, inteso come perdita totale o parziale della territorialità e della civiltà; rap- * Tratto da Álvar Núñez Cabeza de Vaca, notas y documentos México, Conaculta 1993, pp , Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes, Margo Glantz 105

107 presentata, la prima, dalla distruzione delle navi e, la seconda, dalla privazione degli abiti. La forma manifesta del mito simbolizza la caduta o perdita del Paradiso e l innocenza accompagnata dalla dis-erotizzazione del corpo, affidato ai rigori delle intemperie e della fame. Probabilmente sono i Naufragios di Álvar Núñez Cabeza de Vaca l opera che meglio cartografa questo tipo di disgrazia, nella sua doppia proiezione, utopica e realistica. Libro esemplare, racconta l incredibile sopravvivenza dell eroe e dei suoi tre compagni di sventura durante i dieci interminabili anni nei quali parole sue «andai per molte e assai strane terre smarrito e nudo», dopo il disastro della spedizione forte di più di quattrocento uomini, settanta cavalli, imbarcazioni, e cianfrusaglie da baratto al comando dell inetto Pánfilo de Narváez nel «Extrañas tierras» che poi son quelle del Sud degli attuali Stati Uniti e delle grandi pianure della Repubblica messicana. Catastrofi in serie punteggiano metaforicamente, sintomaticamente e circolarmente il racconto. Ma il vero naufragio inizia con la nudità: perse le navi antefatto del naufragio, e radice etimologica della parola, i superstiti cercano di rabberciare alla meglio un imbarcazione di fortuna per guadagnare un porto sicuro. Al fine di muoversi spediti e senza impacci, alcuni si spogliano. Le acque senza preavviso si portano via barca, abiti, beni. I naufraghi rimangono nudi «como nacimos» convertiti in esseri infraumani, irriconoscibili a se stessi e agli indigeni medesimi, i quali al vederli a tal segno sfigurati «si spaventarono, tanto da fuggir lontano». Il temibile e spregiato stato selvaggio simbolizzato dalla nudità, esaltato dalle utopie, rinnegato dalla civiltà s è fatto di colpo parte del loro corpo, e letteralmente pelle della loro pelle: esposti ai rigori novembrini, essi appaiono «tali che agevolmente si sarebbe potuto contarci le ossa, fatti come eravamo stessissima immagine della morte...». Va pertanto delimitato in primis lo spazio narrativo nel quale questo nuovo io documenta il proprio stato di nudità, quale definitiva condizione del naufrago. A detto fine, Álvar Núñez costruirà nella sua relazione una strategia di scrittura aderente al genere di vita che gli permise letteralmente di salvare la pelle (e che altro oltre alla pelle rimane ad un corpo scheletrico?). A ben vedere, è lo stesso racconto ad aderire come pelle alla struttura interna del corpo narrativo, riscattando al contempo il corpo del narratore che ha rischiato la vita al servizio del re, come può evincersi dal passo seguente: 106 Margo Glantz

108 Ché, seppur non avrei avuto bisogno di parlare attraverso la relazione, la vergai con tanto scrupolo che quantunque si leggano in essa cose nuove e per certo difficili da credersi possono [i lettori e il sovrano] senza indugio crederle e tenere per certo ch io sono piuttosto reticente che prolisso, bastando a titolo di prova aver io offerto questo mio scritto a Vostra Maestà. La quale supplico lo riceva a titolo di servizio che questo è il solo che un uomo che sortì nudo dalle disgrazie poté seco portare. Parole, quelle appena citate, con le quali termina il suo Proemio, offerto al re a titolo di servizio, appunto e opera d un uomo descritto specificamente e letteralmente come un corpo nudo. «Irán desnudos mis renglones de abundancia...» Fallimentari, la maggior parte delle spedizioni alla conquista della Florida, da quando Juan Ponce de León, il suo scopritore, ne aveva ricevuto il titolo reale di Adelantado, nel Diversi i cronisti che si occupano della disastrosa spedizione di Pánfilo de Narváez. Tra loro Gonzalo Fernández de Oviedo, che nel Proemio alla sua Historia General y Natural de las Indias afferma: Voglio certificare alla Vostra Cesarea Maestà che queste mie pagine andranno nude e avare di parole artificiose di quelle che s usano per irretire i lettori; ché piuttosto queste stesse pagine saranno assai abbondanti di verità, in omaggio alla quale dirò quanto non potrà venir contraddetto, lasciando alla vostra sovrana clemenza il compito eventuale di limarle e impreziosirle [...]. Passo esemplare: Oviedo intende denudare il suo testo «sus renglones» d ogni artificio retorico; e cionondimeno s impegna ad offrire quanti più elementi «serán [i citati renglones ] muy copiosos de verdad» al fine di dar conto della stupefacente realtà dei nuovi territori aggiunti alla corona di Carlo V. L abbondanza dei dati è indispensabile per conferire la sua forma peculiare al materiale narrativo di un opera con manifeste pretese di totalità, che vuole cioè essere esaustiva, e che sia detto per inciso si conclude con un cinquantesimo libro interamente dedicato alle relazioni di naufragio. La storia è per il Cronista imperiale sinonimo di verità e la verità non tollera contraddizione, ma solo, eventualmente, quelle mende (il «limar y polir») che il discorso istituzionale esige al fine di garantirsi da quanto la censura proibisce e da quanto non è canonico. Una verità indiscutibile, quella di Oviedo, che si esprime attraverso la contraddizione di principio che giustap- Margo Glantz 107

109 pone nudità ad abbondanza. La prima delle quali, applicata alla scrittura, comporta integrale innocenza essendo la sua penna tenuta a riferire solo e soltanto la verità (ufficiale). Narrare sarebbe così la capacità di rendere concreto e rivelare, attraverso il testo, ciò che è vero, non artificiale o mendace, al pari dei corpi puri nudi e innocenti di Adamo ed Eva ancora esenti dal Peccato Originale. La nudità della scrittura sfida e destituisce l abbigliamento retorico che copre la verità, nel senso in cui denudare lo stile equivarrebbe a rappresentare incontaminatamente la nuova realtà la realtà altra dell America. Per questo e per la necessità di tutto comprendere, egli si rivela refrattario alla sintesi: la sua funzione di Storico Ufficiale delle Indie impone alle sue pagine abbondanza di dettagli e parcità di artifizi, traducendo quella sobrietà stilistica che Álvar Núñez cifra nella parola certinidad. Oviedo definisce la retorica ideale del genere ma non la trasforma in parola e testo. Dal canto suo, Álvar Núñez evita le teorizzazioni, ma integra la nudità alla brevità perché la nudità più e prima che proclamarsi è. Di fronte alla prolissità preferisce abbreviare: Racconta così brevemente, giacché aggiunge è mia convinzione non essere necessario riferire in minuta rassegna la miserie e le pene tra le quali ci dibattemmo ché, considerando il luogo dove eravamo e la poca speranza di uscirne con vita, ciascuno può immaginare ciò che in quel frangente ci accadeva... La brevità è uno degli elementi costitutivi del racconto, l unica forma in cui egli può strutturare la sua esperienza in un mondo del tutto privo di scrittura e quindi di storia: richiede silenzio e si alterna a esso al fine di coinvolgere il lettore il «cada uno» evocato nel testo obbligandolo a completare il suo discorso muto. Opera aperta avant la lettre pertanto, i Naufragios si costituiscono collegando blocchi di racconto le disastrose peripezie dei superstiti con frasi usate come formule che si ripetono uguali lungo il testo collegando un silenzio con l altro: «Questo dico per non diffondermi oltre, giacché ciascuno potrà vedere in quale condizione ci si trovasse»; ovvero: «Mi risparmio di scendere qui in particolari giacché ciascuno può intendere ciò che passavamo in terra tanto strana e grama e così avara di qualsiasi cosa...», per citare solo alcuni dei numerosi esempi dell antica figura retorica della preterizione, esempi che mirabilmente esaltano i cambiamenti reali riprodotti nel racconto e i loro effetti sui sopravvissuti. 108 Margo Glantz

110 S aggiungano a ciò le frequenti invocazioni al lettore (e a Dio), aventi la funzione di richiami (o petizioni di complicità), mai disgiunti dagli altrettanto frequenti ringraziamenti alla Provvidenza, senza il cui aiuto il narratore certo «non avrebbe potuto mantenersi in vita». La brevità di cui si è detto non esclude peraltro l uso di figure retoriche: mediante le quali si intensificano o si esaltano gli sforzi del protagonista e dei suoi compagni per sopravvivere ai pericoli. Le lacune, gli scarti e soprattutto i silenzi della relazione vengono surrogati da iperboli, comparazioni negative, reiterazioni usate con costanza esemplare e quasi simmetrica; la loro collocazione strategica tiene coesa la narrazione allo scopo di mai lasciar cadere l attenzione del lettore a dispetto della apparente monotonia del racconto. Questo facendo, il testo struttura la nudità: limita, abbrevia e intensifica; le formule ossessivamente reiterate fingono di omettere la rassegna delle fatiche, delle miserie delle necessità dei protagonisti. In realtà perimetrano le frontiere del racconto, definiscono i punti salienti di un percorso, come nelle fiabe, nei romances medievali. Attivando la coscienza subliminale della disgrazia e delle innumerevoli sofferenze che i superstiti devono affrontare, nello stesso momento in cui occultano, celano, dissimulano ciò che non contempla il canone, il discorso ufficiale. Per capire insomma quello che dice il silenzio, bisogna glossarlo. È quanto significa sor Juana Iñes de la Cruz nella celebre Respuesta a sor Filotea: [...] ma dato che il silenzio è cosa negativa per quanto molto spieghi attraverso l enfasi della non spiegazione, è necessario aggiungergli una breve glossa affinché si intenda ciò che si vuole che il silenzio dica; ché in caso contrario nulla dirà il silenzio, ché questo è non altro è il suo scopo: non dire. Con ciò si postula un equilibrio tra silenzio e scrittura. Tale per cui ciò che è inespresso (ciò che «queda sin decir») esplicita quanto s intende tacere: «andavamo nudi e senza lingua», precisa Cabeza de Vaca: il testo è ridotto al silenzio ma questo silenzio parla: «lo cual yo escrebí con tanta certinidad» con quel che segue. «Porque yo lo raía muy mucho y comía de aquellas raeduras...» Con la nudità, muta la temporalità. Da un calendario astronomico, cristiano, cadenzato dalle festività religiose, si passa a un calendario ciclico, ripetitivo, retto dal peregrinare, caratteristico di una economia Margo Glantz 109

111 nomade basata sulla raccolta, nel quale nemmeno le stagioni contano: la temporalità determinandosi in ragione degli alimenti accessibili. Ecco così che s infittiscono espressioni quali «el tiempo de las tunas» o «el tiempo de los higos». Álvar Núñez mimetizza i drammatici processi della sua acculturazione e li trasmette alla scrittura pur riuscendo nello stesso tempo a distanziarsene e a percepirne con precisione il significato: Tutta questa gente non conosceva il tempo dal sole né dalla luna, e neppure lo scandisce secondo i mesi o gli anni, ma solo su quando la frutta viene a maturazione [...]. La precarietà giunge in questi frangenti a estremi indicibili. Fichi o fichi d India, pesce, raramente carne di cervo o bufalo, molto spesso vermi, sterco di bisonte per concludere laconicamente: «se in quella terra ci fossero state pietre, per certo le si sarebbe mangiate». La fame obbliga gli indigeni a sfruttare ogni risorsa. A usare, per ogni spazio coperto nella loro peregrinazione, ogni risorsa disponibile. Nel testo, la situazione che si è definita di silenzio storiografico che colloca il naufrago fuori dal campo comunicativo europeo coincide con il processo di polverizzazione degli alimenti, con un operazione di sminuzzamento che li spoglia della loro forma e li riduce ai loro minimi termini. Conservano le spine del pesce che mangiano e delle serpi ed altre cose per triturarlo e mangiarne ridotto in polvere. Non esiste maggiore nudità della materia che la polverizzazione («e mangiano polvere di ortaggi, di paglia e di pesce»): tra i vantaggi di detta manipolazione la leggerezza e la trasportabilità. Gli alimenti vengono macinati e mescolati in grandi buche con acqua e terra in cerimonie tribali: così rientrano nei canoni del discorso etnografico. Presentate come accadimenti a scandire le peregrinazioni, articolano un economia di movimento (vagabonda), che viene trasferita di peso nella scrittura, trasformata, lavorata, trasfigurata in economia testuale. Il pasto polverizzato ci svela il grado di decomposizione e dissoluzione cui sono giunti i naufraghi. Tuttavia c è dell altro, rendendosi uguale a se stesso, mimetizzandosi nel suo nome, Cabeza de Vaca ci mette a parte di una delle abitudini gastronomiche che, condivise con i ruminanti, lo animalizzano: 110 Margo Glantz

112 Altre volte mi ingiungevano di raschiare pelli ed ammollarle. E mai mi sentivo tanto vicino alla prosperità come quando mi davano da raschiare qualche pelle. Cosa che facevo con molta applicazione e di gran lena, ché cibandomi di quelle raschiature, ne avevo per sopravvivere due o tre giorni. Nelle tappe iniziali del naufragio per tutta la prima metà del testo la scrittura stessa non solo il cibo si polverizza, si raschia, si rumina, configurando una sorta di particolarissima modalità di produzione testuale, consistente in innumerevoli sovrapposizioni di eventi storici: quella del palinsesto: «al modo dei serpenti mutavamo pelle due volte l anno». Nel corpo del naufrago s inscrivono e si archiviano strati sovrapposti di memoria come tatuaggi e si fissa un esperienza difficilmente riducibile alla scrittura. L azione di raschiamento si propone plasticamente come un processo nel quale il narratore prepara, come per opera di magia la propria sciamanizzazione e per grazia di Dio una nuova tappa della sua vita, il principio della sua redenzione: Giacché, anche se la speranza d affrancarmi da quella esperienza fu sempre minima, tuttavia sempre misi massima cura e diligenza nel serbare particolare memoria di tutto, ché se prima o poi Dio nostro Signore avesse mai voluto riportarmi laddove ora sono potessi dar testimonianza della mia volontà incrollabile di servire Vostra Maestà. Le attività affinate ed esercitate «tra di loro», l impegno instancabile di scavare, raschiare, ruminare vengono sistematicamente associate alla «memoria», come strumento per reintegrarsi alla storia, alla civiltà «dove si è adesso» : e alla relazione, scritta come servizio. Raschiare la pelle significa letteralmente alimentarsi. Ma insieme, e per estensione metaforica, richiama il processo mentale che permette di lavorare la pelle per trasformarla in pergamena. Senza memoria e senza foglio, la scrittura è impossibile. Contaminata da altre referenzialità il naufragio, la nudità, la schiavitù la convivenza forzata con culture «bárbaras» che inizialmente lo degrada, gli serve dappoi per vedersi restituita la dignità di uomo. Nel cursus honorum che dalla condizione di schiavo lo promuove a mercante e infine a sciamano, passaggio (nell atto di ruminare-ricordare) per il suo rientro nella civiltà nella scrittura a dispetto delle tante cadute lungo il suo interminabile cammino. Margo Glantz 111

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114 Convergenze L occhio ridotto alla fame divora il litorale per un morso di vela DEREK WALCOTT, Il naufrago

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116 Margherita Berselli Terra, Mare Giù a cinque braccia giace tuo padre. Le sue ossa ormai sono corallo, e perle gli occhi son già. Di lui quanto mai può perire un mutamento marino subisce in ricca cosa, in cosa strana. WILLIAM SHAKESPEARE, La Tempesta Margherita Berselli 115

117 Serve immaginare un (finto?) ritrovamento di un tesoro, nel fondo del mare. Immaginarne l origine, una civiltà lontana, tante, cui questi oggetti d arte appartenevano, prima di inabissarsi: in cortocircuito, postulare che questa civiltà sia la nostra, contemporanea, che riaffiori al contempo. (L arte gioca con l idea del tempo, l ha sempre fatto). Le prime impronte parietali di mani nelle caverne francesi di Chauvet dicono la necessità umana di lasciare un segno: e sulla pietra, primo supporto di espressione, il più spontaneo, il più incorruttibile. Dire sé è sfida al tempo. Damien Hirst, tra le Sale di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, durante la Biennale del 2017 ha giocato con questo concetto, ingigantito, ornato sino allo sfarzo, proponendo al pubblico una trasformazione visiva-materiale capace di unire la creazione umana della scultura con quella del deposito naturale subacqueo. Treasures from the Wreck of the Umbelievable si è sviluppato su più di 5000 m 2 disposti in due spazi diversi lungo il Canal Grande, circondati entrambi dall onnipresente acqua, flusso protagonista, e di cornice, del percorso espositivo. Due siti scelti per la loro storia legata alla produzione navale veneziana da una parte e la conservazione e divulgazione di reperti archeologici dall altra hanno contribuito ad accentuare l atmosfera e la forza comunicativa dell intera visione. Visione, appunto, perché il complesso lavoro dell artista inglese si è esteso all utilizzo di diversi media artistici e, contemporaneamente, si è spinto verso la creazione della finzione, leggenda, naufragio e ritrovamento, in un artificiale orizzonte di tempo sedimentato. All interno di Punta della Dogana, prua di nave stagliata sulla Laguna, la collezione di sculture caratterizzata da splendide superfici trapuntate d incrostazioni di coralli diventa testimone di 2000 anni subacquei trascorsi prima del ritrovamento avvenuto nel In esposizione a Palazzo Grassi, il secondo gruppo di sculture si distingue per il contemporaneo tentativo di restaurazione apportato sulle superfici. In questo caso dopo il recupero dal mare, le opere sono 116 Margherita Berselli

118 state ripulite e riportate al loro stato originale antecedente il naufragio. È in questo secondo caso che la bellezza e qualità intrinseca dei materiali si manifesta distinta all occhio: il tempo subacqueo è annullato sulla superficie, lucido ogni suo dettaglio, si riporta lo stato d ipotetica origine, ponendoci il quesito se esista un origine della forma. Se esista nella materia un punto d origine o sia trasformazione continua, sedimento ed erosione, frantumarsi della pietra tra le mani, dal pensiero al gesto, come sua stessa parte. Entrambi i gruppi scultorei sono caratterizzati dall impiego di preziosissimi materiali, principalmente pietre e metalli come malachite, giada, lapislazzuli, quarzo, oro, argento, marmi e graniti di diverse varietà. Tutti lavorati da attente e rispettose mani, conoscitrici della raffinata lingua della materia. Il complesso progetto è stato arricchito anche da illustrazioni delle stesse opere, studi, disegni e un affascinante collezione di oggetti appartenenti alle civiltà antiche intenzionalmente protetta ed esposta al pubblico in grandi teche di vetro; tutto viene infine ornato da fotografie e video del ritrovamento sottomarino, innegabili testimoni del reale. Necessaria dunque, per la realizzazione della cosmica visione, è la divulgazione della leggenda del liberto Cif Amontan II e della sua strabiliante fortuna composta da incredibili collezioni di tesori e manufatti, che avrebbe voluto raccogliere in un tempio dedicato al Sole. Decidendo di attraversare il mare, carica la nave Apistos, L Incredibile, la quale, durante il tragitto naufraga, ingenerando questa stupefacente connessione tra pietra e acqua. Tra minerale e organico. Tra immobile e vivo. Il silenzio e il buio del fondali marini sono il luogo di una stasi obbligata, che però è anche protezione e conservazione. L abisso è per antonomasia luogo di scomparse, perdite, ma anche, talvolta, di ritrovamenti e agnizioni. Depositati sul fondo del mare questi oggetti vengono dimenticati e insieme accolti. Immobili ma trasformati da una lenta e brulicante attività microorganica. Meravigliosi, dunque, sono i dettagli che riemergono sulle superfici di queste sculture. Sono i particolari, minuziosi e perfetti, di una natura inarrestabile: molluschi, co- Margherita Berselli 117

119 ralli, microorganismi. Essi si depositano su queste complesse, enormi, visionarie sculture, le adottano come casa, come nuovo punto di partenza, in un ritmo diverso, tempo subacqueo. Dopo il loro ritrovamento, il nostro occhio di spettatori non può far altro che perdersi tra quelle incrostate superfici, negli strati minerali di tempo, vagando tra microcavità e calcarei involucri. I materiali impiegati diventano ancora più preziosi, non più come simboli o forme di bellezza, ma come superfici, capaci di rendere evidente e affascinante la sedimentazione temporale. La connessione fra terra e acqua, fra i loro due tempi, fra minerale e organico, è la via che la scultura contemporanea sceglie per parlare ancora a noi: come nelle grotte, l attività litografica è ancora testimone di una civiltà, reperto, traccia, frammento, materia trasformata, da artisti o da fondali. C è un linguaggio ancestrale tra pietra e mano, tra il flusso del tempo e il gesto. Scalfire una materia resistente come la pietra, darle nuova forma è una sfida costante, che raccolgo cercando quella sottile relazione di forma che ci connette al cosmo. Attraverso la pietra, nel mio lavoro, mi interrogo sul tempo, mio e dell uomo, e sulla sua indistricabile relazione con la Terra. Intendo la terra come l elemento che permette il movimento nello spazio, che definisce il mio corpo, certezza, inizio e direzione di un centro, ciò che permette lo sviluppo del mio punto di vista, un nuovo paesaggio, una visione. Terra è trasformazione, concentrazione e svolgimento. Il mio interesse per questo materiale indaga la sedimentazione minerale, le diverse consistenze e resistenze, gli strati che sono frutto di tempi diversi. La relazione tra minerale e organico è un nodo centrale della mia ricerca: investigando i segni vitali del minerale, cerco di portarli allo sguardo, svelarli, attivarli. Con l installazione Gli occhi del Pavone, realizzata tra il 2017 e il 2018, ho cercato di mostrare una vibrazione di luce della materia, rendendola contemporaneamente visibile e vedente. Attraverso il concetto di attivazione di luce, ho lavorato sulle piccole vibrazioni interne di Labradorite, elevandole dai loro vuoti. Da 118 Margherita Berselli

120 un nero abisso riaffiorano flebili luci che si attivano attraverso un gioco d iridescenze della materia. L installazione si compone di quindici frammenti di pietra scavata, fissati alla parete; il fruitore trovandosi in un punto preciso dello spazio, riuscirà a orientarsi e connettersi a queste pietre parlanti. È l innesto che può veramente dare l esuberanza delle forme all immaginazione materiale. È l innesto che può trasmettere la ricchezza e la densità della materia all immaginazione formale. GASTON BACHELARD, Psicanalisi delle acque Margherita Berselli 119

121 120 Margherita Berselli

122 Samuele Fioravanti Ex voto da una civiltà inabissata. Navigazione online, naufragio offline. Omaggiando i dialoghi platonici Timeo e Crizia, lo stilista britannico Alexander McQueen realizzò la primissima collezione (Parigi Primavera-Estate 2009) a essere presentata online mediante una sfilata livestream. Plato s Atlantis portava in scena l ipotesi di un mondo virtuale subacqueo, nuovo habitat della civiltà umana dopo un implicito collasso ambientale. Samuele Fioravanti 121

123 Sempre nel 2009, il videoclip Bad Romance della popstar statunitense Lady Gaga raggiunse 180 milioni di visualizzazioni, diventando il filmato più visto su YouTube di tutti i tempi. Bad Romance mantenne il record 93 giorni consecutivi per essere poi superato da Baby di Justien Bieber nell aprile del Gli abiti e le scarpe indossati da Lady Gaga in Bad Romance sono stati disegnati da Alexander McQueen per la collezione Plato s Atlantis. 122 Samuele Fioravanti

124 Risale a pochi anni dopo (novembre 2012) anche il videoclip Atlantis della rapper newyorkese Azealia Banks, in cui il collasso della civiltà viene nuovamente figurato online nei termini di un Atlantide virtuale e subacquea, secondo un preciso gusto denominato seapunk diffussosi a partire da Tumblr nel 2010 (cfr. Justin Burton, Azealia Banks, Seapunk and Atlantis: An Embattled Humanist Mixtape, in Shima [shimajournal.org], vol. 10 [2016], n. 2, p. 9). Samuele Fioravanti 123

125 La diffusione virale dell estetica seapunk viene paragonata all esiodea nascita di Afrodite dalla spuma delle acque (Ben Dietrick, Little Mermaid Goes Punk. Seapunk, a Web Joke With Music, Has Its Moment, in New York Times [nytimes.com], 2 marzo 2010, all indirizzo: nyti- mes.com/2012/03/04/fashion/seapunk-a-web-joke-with-music- Has-Its-Moment.html). La rapper inglese di origine tamil M.I.A. ha tuttavia dichiarato sul proprio profilo Instagram che l origine del fenomeno seapunk deve essere fatta risalire a una serie di fotografie scattatele da un rifugiato politico originario dello Sri Lanka, che lavora in Gran Bretagna come fotografo matrimoniale in seguito alla fuga dalla guerra civile nel (vd. all indirizzo: instagram.com/p/bqlu2edhegp/?utm_source=ig_embed). M.I.A. è stata accusata di approfittare della delicata situazione politica dello Sri Lanka per beneficiare di una certa credibilità sociale nella sua «celebrity and a luxe life in Los Angeles» (Lynn Hirschberg, M.I.A. s Agitprop Pop, in New York Times [nytimes.com], 25 maggio 2010, all indirizzo: nytimes.com/2010/05/30/magazine/30mia-t.html; Matt Creamer, M.I.A. vs Lynn Hirschberg part two: audio-recordings and french fries, in fashionista.com, 30 maggio 2010: fashionista.com/2010/05/mi-a-vs-lynn-hirschberg-part-two-audio-recordings-and-french-fries). Nolan Feeney ha in seguito condannato anche il video Borders, caricato su YouTube il 16 febbraio 2016 ed esplicitamente dedicato ai naufragi dei migranti nel Mediterraneo, ritenendolo una rappresentazione semplificatoria e soprattutto esibizionista di un fenomeno troppo serio per essere ridotto al rango di intrattenimento online (Nolan Feeney, Why M.I.A. Made a Video About the Migrant Crisis and Put It on Apple Music, in Time [time.com], 6 maggio 2016: time.com/ /mia-borders-apple-music-migrant-crisis-interview/). 124 Samuele Fioravanti

126 Il mondo aveva già iniziato ad affondare virtualmente almeno dagli anni sessanta («In dreams // And images [ ] / Obsessed, bewildered /By the shipwreck /Of the singular // We have chosen the meaning / Of being numerous.», G. Oppen, On being numerous, 1968). Del resto erano già naufragati sulle baie mesoamericane, o nella fitta neve, tanto i Caraibi di Derek Walcott quanto la Norvegia di Olav Hauge. Metà estate, Tobago Metà inverno. Neve Larghe spiagge stordite di sole. Caldo bianco. Un fiume verde. Metà inverno. Neve. Ho dato agli uccelli un pezzo di [pane. E non mi ha tolto il sonno. Un ponte, palme scottate e gialle dalla casa dormiente d estate ancora assonnata in agosto. Giorni che ho stretto, giorni che ho perso, giorni come figlie, che non ci stanno più nel porto [delle mie braccia. Samuele Fioravanti 125